Archive for February 14th, 2007
I fiori del malessere comunista
Mentre la sinistra ciancia di partito democratico dalla sua pancia escono fuori i puri e duri anche se scemi del terrorismo comunista: bella contraddizione che dovrebbe qualcosa pur suggerire all’orecchio delle teste fini acquartierate nei piani nobili dei giornali italiani. Giusto due settimane fa denunciavo la riposta logica comunista che sovrintende ad ambedue le inconciliabili opzioni non politiche che lacerano oggi il maggior partito dell’Unione: quella massimalista e quella tecnocratica. Beh, li guardino in faccia questi nuovi apprendisti sicari dell’ideologia comunista: sono il frutto in carne ed ossa della loro furbizia. Da Togliatti a Berlinguer, dalla caduta del Muro alla Cosa Occhettiana, da Tangentopoli all’Ulivo, mai che abbiano voluto confrontarsi una volta per tutte, virilmente, con la questione centrale della sinistra italiana: la questione socialista. Sperando nell’oblio e nell’arrendevolezza di una popolazione rassegnata al matrimonio combinato nelle altissime sfere coi reduci del marxismo, e fidando a ragione nella complicità vile dei nostri massmedia, hanno creduto di sfangarla per l’ennesima volta con qualche escamotage lessicale.
Ecco che però proprio loro non hanno fatto i conti con quella Storia del cui sacro Tempio si atteggiano a custodi. Se c’è una colpa alla quale li si può tranquillamente inchiodare è proprio quella di aver abbandonato il loro popolo: quello lontano, al pari di quello berlusconiano, dai salotti televisivi, dalle notti bianche, dalle avventure finanziarie tra banche e assicurazioni, dalle fisime piccolissimoborghesi e dalle fregole liceali degli altermondialisti e degli ecopacifisti, dai Pacs e anche dai Dico e dalle filosofie utilitaristiche dei ricchi.
No! Loro volevano bel belli approdare, con il record mondiale del salto della quaglia, infischiandosene con sprezzo e alterigia tutta comunista della realtà, a quel Partito Democratico che come sinistra esiste solo negli Stati Uniti d’America; proprio l’eclatante spudoratezza di tale operazione di marketing doveva servire a nascondere sotto la cipria e il cerone delle feste e dei ludi dell’imperialismo debole veltroniano, e sotto il tappeto delle patinate riviste repubblichine e mieliste titillanti un pubblico ultraborghese e pantofolaio con ogni new entry nel catalogo delle omologate trasgressioni, le enormi arretratezze culturali e le irrisolte questioni interne alla storia del socialismo italiano, sulle quali la perdurante intransigenza bolscevica ha posto il veto ad ogni discussione. Ma la tattica dell’aggiramento sistematico dell’ostacolo di un passato scomodo come unica strategia è stato pagato dalla sinistra a prezzo carissimo col prosciugamento di ogni rigolo di vita politica nel suo organismo. Cosicché l’unica anima rimasta al Partito del partito preso è quella rivoluzionaria.
A sinistra non c’è un vecchiotto ma onesto partito socialdemocratico, onestamente progressista, onestamente liberale, onestamente radicaleggiante e onestamente anche zapaterista, e non c’è nemmeno un onesto sindacato socialdemocratico, bensì un sindacato schizofrenicamente diviso, tale e quale il partito gemello, tra voraci concupiscenze affaristiche ravvivate più che soddisfatte dall’occupazione progressiva della pubblica amministrazione, e la tossica dipendenza dalle zaffate velenose dell’ideologia veterocomunista. In mezzo il nulla della non politica.
E nulla purtroppo ci è impietosamente risparmiato di questa nauseabonda ultradecennale commedia: disperatamente noiose e puntuali ci dobbiamo sorbire, troglodicamente confezionate dal servidorame giornalistico, le solite frasi fatte dei maggiorenti diessini e cigiellini sul tener la guardia alta e sul pericolo delle infiltrazioni e la solita dolorosa sorpresa, quando è perfettamente inutile puntare il dito su qualche cattivo maestro, se non si riesce a venir fuori da decenni di razzismo politico praticato con la regolarmente aggiornata demonizzazione dell’avversario, solo ingentilita nelle espressioni ai massimi livelli, ma contigua nella sostanza, che come un filo rosso, dalla questione morale Berlingueriana, alla pulizia etnica di Mani Pulite, alla Magistratura sedicente Democratica, alla serietà al governo dell’Unione Prodiana, serpeggia sempre sul crinale della guerra civile a bassa intensità.
La via giustizialista al potere, espressione legale dello stesso sentimento giacobino che anima i vecchi e nuovi brigatisti, nelle forme sbracate e parafasciste del Dipietrismo o in quelle auguste e pensose di certi costituzionalisti di laicissima compunzione, è stato il patto col diavolo che Mefistofele-Violante ha offerto alla classe politica postcomunista, che ha lucrato un altro dorato ventennio di vita a sbafo: ora la cambiale sta per scadere. E si mostra con la faccia plebea dei militanti della periferia suburbana e l’urlo belluino dei terroristi con la stella a cinque punte, i figli bastardi concepiti nella lussuria della doppiezza ideologica che gli eredi di Togliatti non hanno voluto mai riconoscere.





