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Democrazia e morale

C’è una corrente etica di fondo che guida l’umanità verso la democrazia e il suffragio universale? Le filosofie utilitariste del XIX secolo o quelle liberaliste del XX secolo hanno guardato piuttosto con profonda diffidenza all’esistenza del diritto naturale, scorgendo in esso potenzialmente la base, ispirata a concezioni religiose o razionalistiche, ma pur sempre nei fatti capricciosamente concepita dall’uomo, sulla quale costruire un diritto positivo tirannico e inflessibile, di stampo teologico o al contrario razionalista. In effetti le teorie sui diritti dell’uomo e sul costituzionalismo – nate per porre freno alle possibili derive del diritto positivo confinando anch’esso in un cerchio normativo, per addivenire quindi ad una sorta di moralizzazione della legge, o di Legge della Legge – potevano benissimo servire ad un regime dispotico, che ne conservasse l’astratto e opportunamente interpretato universalismo, per costruire un edificio giuridico a proprio uso e consumo, sradicato dalla realtà, e di esemplare rigidità e linearità.

Non a caso, ad esempio, anche un hobbesiano come il reazionario Carl Schmitt denunciò nella sua opera la moralizzazione del diritto internazionale quale principale causa dell’imbarbarimento delle guerre moderne, che hanno trasformato l’hostis, da combattere ed eventualmente sconfiggere, nell’inimicus da annientare, in quanto nocivo e disprezzabile da un punto di vista etico. Il problema sorse prepotentemente con le guerre napoleoniche e con la natura ideologica delle armate rivoluzionarie. Perché fu proprio allora che il partigiano (per riprendere la terminologia di Schmitt) nel senso moderno, deleterio e distruttivo, del termine fece il suo vero debutto? Non sarà perché le popolazioni si resero conto di essere di fronte non ad una normale forza di occupazione, che imponeva le codificate e regolari condizioni di assoggettamento, ma ad un esercito di coscritti spinto da un’ideologia annichilatrice che voleva convertire una nazione fino ad impossessarsi dell’anima di un popolo? E che in fin dei conti l’inimicizia ideologica del nuovo padrone produsse un sentimento uguale e contrario che si sfogò con una nuova forma di inimicizia militare? La stessa forma spietata e jusqu’au-boutiste che da allora contraddistingue le grandi guerre fra stati e le piccole guerre al terrorismo?

La carica moralistica che la democrazia ha in sé è un ordigno assai pericoloso, perché essa tende a rivendicare solo a se stessa l’esclusiva della libertà, quando invece i processi di affrancamento dell’individuo, e i relativi gradi sempre crescenti di libertà individuale, si perdono nel buio della storia. Questa dinamica storica, che nei paesi di più antica tradizione liberale la common law (senza che questa sia intrinsecamente migliore della civil law)  tiene in qualche modo radicata nella coscienza popolare, tende a perdersi nei paesi, prima del continente europeo e poi di tutto il mondo, che alla moderna democrazia sono arrivati con un ultimo traumatico salto. Perdendo di vista questa dinamica invece,  la democrazia – che non è mai un sistema definitivo, al contrario di quanti, specie nel nostro paese, purtroppo, favoleggiano di democrazie compiute (surrogati, suppongo, della terra promessa inondata dalla luce del sol dell’avvenire) – si tinge di colorature millenaristiche, e tende a stringere in una camicia di forza la libera società, nel nome, beninteso, di arbitrari quanto inesistenti valori democratici. A questo riguardo, ad esempio, l’Occidente dovrebbe essere assai più cauto ed abile nella sua azione propagandistica di esportazione della democrazia, che rischia di essere percepita – con nefaste conseguenze a lunghissimo termine – come l’imposizione di una cultura aliena, sia pur positiva (ma allora ancor più umiliante), cercando invece di inculcare l’idea generalista della salvaguardia e del rafforzamento graduale delle libertà fondamentali.

Ma se questa pericolosa e mistificatoria carica moralistica democratica infiamma i cuori perfino di quei liberali che negano l’esistenza di un diritto naturale, significa che in essa noi vediamo il giusto esito di un processo comunitario giunto a maturazione che riconosce all’individuo dei diritti innati inviolabili a tutela dei quali un cerchio invalicabile di divieti è stato tracciato. In assenza di un diritto naturale, che informi, senza identificarvisi, un diritto positivo vieppiù aperto alla tolleranza compatibilmente con la sostenibilità sociale, le società aperte popperiane, le filosofie dell’utile, o anche le soluzioni proposte dai libertari/liberali si riducono a tecnicismi senza radici.

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