Archive for February 2008
La setta di Repubblica
Fossimo solo sotto la minaccia pestifera e moderna del politicamente corretto, sarei contento: l’Italia sarebbe un paese passabilmente evoluto. No: dobbiamo ancora liberarci del giacobinismo degli orfani del marxismo. Per sopravvivere son tornati all’antico. Fu la geniale intuizione del fondatore di Repubblica, che già negli anni settanta sentiva puzza di cadavere. E si abbeverò alla vecchia scuola, che qualcuno così ben descrisse:
Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perchè tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? Ma lasciamo pure le rilegature, il loro grazioso dorso bruno e oro, e parliamo del libro, che non avete mai aperto, e dopo tutto, grazie a Dio, non serve, lo conoscete già. Tutto è mutato in centocinquant’anni, tranne la filosofia, che ha cambiato solo di nome – oggi diciamo libero pensiero – e varia da un uomo a un’altro altrettanto poco che da un’epoca all’altra. Diderot conversatore e letterato ha certo una fisionomia e una piacevolezza proprie. Diderot philosophe è identico a tutti i suoi “fratelli” e ve lo risparmio.
Ma se descrivere è superfluo, spiegare è molto difficile. Che cos’è la filosofia? Una setta, si dice di solito: e in effetti, le apparenze sono proprio queste.
L’ortodossia, in primo luogo: «La ragione», scrive Diderot nell’Enciclopedia, «è in rapporto al filosofo ciò che la grazia è in rapporto al cristiano». E’ il principio dei nostri liberi pensatori: «Noi abbiamo fede nella ragione». Così ciò che si chiede ai fratelli è più credere che servire la ragione. Secondo questo culto, non diversamente dagli altri, è sempre la buona volontà che salva. «Ci sono filosofi», dice Voltaire, «fin nelle botteghe», frase che corrisponde alla nostra «fede del carbonaio» [una fede da semplicione N.d.Z.] E d’Alambert scrive a Federico II nel 1776: «Riempiamo i posti vacanti all’Accademia di Francia come possiamo, al modo del banchetto evangelico del buon padre di famiglia, con gli storpi e gli zoppi della letteratura». Uno spirito zoppicante sarà dunque ammesso, se è buon filosofo, mentre un altro verrà escluso anche se sta ritto, ma in modo indipendente. Il partito preso è netto e incoraggia un quietismo della ragione che è anche più nocivo dell’intelligenza di quanto non lo sia alla volontà il quietismo della fede. Niente danneggia più il progresso della ragione quanto il suo culto: non ci si serve più di ciò che si adora.
Esigente in fatto di ortodossia, la filosofia non lo è da meno in fatto di disciplina. Voltaire non si stanca di predicare l’unità ai fratelli: «Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento», scrive a d’Alambert, e ancora, nel 1758: «Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!» Questi voti del patriarca saranno esauditi e superati a partire dal 1770: la repubblica delle lettere è fondata, organizzata, armata, e intimidisce la corte. Ha i suoi legislatori, l’Enciclopedia; il suo parlamento, due o tre salotti; la sua tribuna, l’Accademia di Francia, dove Ducos ha fato entrare e d’Alambert ha fatto regnare la filosofia, dopo quindici anni di lotta perseverante e di politica accorta. Soprattutto, in tutte le provincie, ha le sue colonie e le botteghe. Accademie nelle grandi città, dove, come a palazzo Mazzarino, philosophes e indipendenti si scontrano, questi ultimi regolarmente battuti; società letterarie, sale di lettura, nelle città più piccole; e da un lato all’altro di questa grande rete di società, è un perpetuo andirivieni di corrispondenze, di indirizzi, voti, mozioni, un immenso concerto di parole, di una stupefacente armonia; non una nota discordante: l’esercito dei philosophes disseminato su tutto il paese, dove ogni città ha la sua guarnigione di pensatori, il suo “foyer de lumières”, si addestra dappertutto, con lo stesso spirito, con gli stessi metodi, allo stesso lavoro verbale di discussioni platoniche. Di tanto in tanto, al segnale che viene da Parigi, ci si raccoglie per le grandi manovre, gli “affaires”, come già si dice, incidenti giudiziari e politici. Ci si coalizza contro il clero, contro la corte, a volte contro un singolo imprudente, Palissot o Pompignan, o Linguet, che ha creduto di prendersela con un gruppo qualsiasi e con stupore vede improvvisamente levarsi in volo, da Marsiglia ad Arras, da Rennes a Nancy, tutto intero lo sciame dei philosophes.
Giacché un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero: Frèron, Pompignan, Palissot, Gilbert, Linguet, l’abate di Voisenon, l’abate Barthélemy, Chabanon, Dorat, Sedaine, il presidente de Brosses, lo stesso Rousseau, per non citare che gli uomini di lettere, giacché il massacro nel mondo politico fu molto più vasto.
Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perchè dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima. (Augustin Cochin, Lo Spirito del Giacobinismo, dal primo capitolo intitolato ”I filosofi”, testo di una conferenza del 1912)
Piccole Jugoslavie crescono (di numero) (1)
Nel blog di Mario Sechi, qui e qui, ho partecipato ad un’interessante discussione a tre (io, Zagazig e un certo Rifat Lica, albanese o kosovaro) sulla recente indipendenza del Kosovo. Assai scorrettamente e credendomi evidentemente il più intelligente di tutti, ho raccolto in un post i miei interventi.
Questi sono i frutti purtroppo di una pedissequa IDEOLOGIA democratica, che fa le cose sempre a metà, e per sbrogliarsi dagli impicci s’inventa nuovi stati a go-go. Già ci siamo inventati la Bosnia come stato, che per darsi un’anima ha finito per islamizzarsi: quando invece il territorio culturalmente è sempre stato diviso tra una fascia a ridosso della Dalmazia (l’Erzegovina) croata e cattolica, e il resto abitato da serbi ortodossi e (una volta) tiepidissimi musulmani. Poi abbiamo dato via libera ad uno stato della consistenza demografica di una provincia italiana (600.000 abitanti), il Montenegro, i cui abitanti parlano e scrivono in serbo e sono ortodossi. Non parliamo della piccola Macedonia, anch’essa divisa tra una fascia a ridosso dell’Albania di etnia albanese e il resto della popolazione che parla il macedone, cioè un dialetto bulgaro (con la Bulgaria confina infatti ad Est). L’ipocrisia è tale è che adesso c’inventiamo lo stato kosovaro: coerenza vorrebbe almeno che il Kosovo passasse all’Albania e buonanotte.
Il puzzle ex-jugoslavo e più in generale quello balcanico non ha soluzioni indolori. O si decide di mantenere inalterati i confini, oppure si procede ad una spartizione controllata del territorio, che tenga conto della demografia e della storia. Altrimenti le “pulizie etniche” saranno loro che continueranno a farle. (Zamax on February 17th, 2008 13:54)
Rifat Lica, parliamoci chiaro. L’indipendenza del Kosovo è solo il prologo all’unione con l’Albania. Nulla di strano. E’ naturale. Anzi, almeno in linea teorica, io sarei pure favorevole alla temuta – dai vicini – Grande Albania, cioè la riunione sotto lo stesso tetto degli Albanesi della …Shqiperia vera e propria, del Kosovo, della Crna Gora, e della Macedonia. Ma senza neanche prendere in considerazione i rapporti internazionali e l’effetto domino che la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo potrebbe scatenare, allora almeno bisognerebbe lasciare quella fetta di territorio nel nord del Kosovo dove si concentra la minoranza serba passare alla Serbia, o no? (Zamax on February 19th, 2008 14:25)
Caro il mio Schipetaro d’adozione, o d’elezione, a quel che so io gli Albanesi già si suddividono tra nordisti e sudisti, tra gheghi e toschi. Non mi dica che l’aggiunta dei (gheghi) kosovari costituirebbe un terremoto culturale. Io l’altro giorno in piazza a Treviso ho visto centinaia di immigrati kosovari e albanesi agitare solo un mare di bandiere albanesi. E poi guardi un po’ cosa sono riusciti a combinare quei disgraziati di italiani, se oggi ci troviamo tutti qui riuniti: io, che sono germogliato nell’entroterra bifolco & campagnolo della Serenissima sotto lo sguardo schifato delle Alpi, lei che è stato eruttato dalla bocca generosa e proletaria del Vesuvio, e il nostro ospite [Mario Sechi, N.d.Z.] che arriva addirittura dalla Sardegna, l’isola incorreggibile che nei secoli dei secoli è rimasta sempre ostinatamente in mezzo al Mare Nostrum, a distanza di sicurezza dai lidi iberici, gallici, italici e africani.
Hai visto la nuova bandiera del Kosovo? Sfondo blu con profilo giallo della nazione sormontato da sei stelle bianche con riferimento alle sei comunità etniche presenti in Kosovo: albanesi, serbi, turchi, rom, bosniaci, gorani. Sei comunità come le sei repubbliche dell’ex federazione jugoslava: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia, Macedonia. Non per voler portare sfiga… (Zamax on February 21st, 2008 20:50)
Zag, tu dici nel precedente commento al post “Kosovo indipendente” che: “Le sei stelle di Dardhania esprimono un qualcosa che in Italia sembra inconcepibile perché tutti sono abituati ad avere come punto di riferimento gli scontri etnici che hanno caratterizzato la storia recente delle regioni balcaniche slave ma questi non sono slavi e hanno un altro modo di vivere.” Ti faccio notare che tre delle sei etnie del Kosovo sono slave: serbi, bosniaci (presumo “bosgnacchi” slavi musulmani), gorani (gli “highlanders” del Kosovo, da “gora” parola slava che significa “montagna”). Ma in ogni caso qui non stiamo parlando di una questione tra albanesi, non stiamo parlando nemmeno dell’islamismo sui generis delle popolazioni balcaniche. Anch’io ho scritto nel mio commento dei “tiepidissimi” – una volta – musulmani bosniaci. Per capire quel mondo particolare noi abbiamo per fortuna i romanzi di un grandissimo scrittore bosniaco quale Ivo Andrić, stupendi affreschi storici come “La cronaca di Travnik” e “Il ponte sulla Drina”. In sé l’Illirismo, il sogno ottocentesco di riunire gli Slavi del Sud, (in questa accezione la parola certo non piacerà agli Albanesi), non era del tutto irrazionale, se almeno fosse stato limitato ai Serbi, Croati, Bosniaci e Montenegrini, popoli che parlano in pratica la stessa lingua (tempo addietro si parlava di lingua “serbocroata”) che la storia e la religione hanno divisi. Con la crisi e le guerre degli anni ’90 il riconoscimento di Croazia e Slovenia divenne inevitabile: ma si trattava di paesi ben caratterizzati culturalmente, e con popolazioni omogenee. In altre parti d’Europa i nuovi stati o erano frutto di separazione consensuale, come quella tra Cechi e Slovacchi, oppure traevano la loro legittimità dalla storia, come i paesi Baltici, nonostante forti minoranze slave in Estonia e soprattutto in Lettonia, dovute ai tentativi di russificazione ai tempi dell’Unione Sovietica. Ad ogni modo un’unica via per orientarsi in questa grandiosa ricomposizione geografica dell’Europa non c’è. E ci vuole invece molto buon senso e pragmatismo. Per esempio: dal punto di vista storico l’attuale Polonia è irrazionale, spostata com’è tutta verso ovest, per volere dei sovietici alla fine della seconda guerra mondiale. In più dal punto di vista demografico è stato luogo di brutali genocidi (ebrei) e emigrazioni di massa. Questa somma di arbitri criminali fa sì che oggi la Polonia sia uno stato etnicamente e culturalmente omogeneo e fra non molto una media potenza europea. Dovremmo allora rimettere in questione i confini per un senso astratto di giustizia?
Ma dopo il riconoscimento di Croazia e Slovenia cosa restava della ex-Jugoslavia: un’entità abbastanza uniforme come la Serbia (nonostante la presenza di una minoranza ungherese nella Voivodina) e poi? Un mosaico informe di genti popolava la Bosnia, il Montenegro, la Macedonia e il Kosovo. Anzi l’attuale Bosnia-Erzegovina, “grazie” purtroppo alle reciproche pulizie etniche ha ora una geografia etnica più definita. In fin dei conti lo stesso “comodo” sentimento di riluttanza – ai limiti della viltà – soprattutto europeo ma anche americano ad intervenire nel ginepraio bosniaco che ritardò per tanto tempo l’intervento militare decisivo della Nato, è quello stesso che informò l’affrettato riconoscimento della Bosnia come Stato indipendente. Come prima si distoglieva lo sguardo dal problema umanitario (anche per non irritare Mosca) – nonostante il martirio di Vukovar in Croazia e fino ai massacri di Srebrenica in Bosnia – poi, nella fase di ricostruzione, si pensò di risolverlo magicamente con la panacea dell’indipendenza, come se i bosniaci – dopo essersi scannati a vicenda – fossero degli svizzeri che avessero sviluppato un sentimento patrio più forte delle loro rispettive origini culturali-religiose!
Come riportato dall’ “Occidentale”:
Anne Applebaum del Washington Post ci dice che: “Ma all’origine di tutto ci sono le colpe di Milosevic”: vero, e questo lo dico anch’io che m’infuriavo quando alla RAI – per anni! – parlavano degli interventi di “interposizione” dell’Armata Popolare Jugoslava neanche fosse stata TV Beograd!
Ma questo giustifica i pasticci che stiamo combinando nei balcani? Non è la stessa leggerezza con la quale gli europei guardavano distratti alle strafottenti performances nazionalistiche panserbe dell’ex comunista Milosevic a Kosovo Polje all’inizio degli anni ’90 [correggo: 1989, l'anno del 600° anniversario della fatale battaglia coi Turchi N.d.Z.]? Siccome lo “scioglimento” di questi problemi in una Unione Europea delle Meraviglie è ancora un sogno lontano, che bisogno c’era di irrigidire una situazione magmatica ed in divenire con questa serie cervellotica di nuovi stati? (Zamax on February 22nd, 2008 23:04)
Qui non si tratta di riconoscere o meno il dramma dei kosovari o di rendere o no ai kosovari quello è che loro. Oramai pian pianino anche gli Europei in seguito ai tragici avvenimenti del decennio scorso si stanno familiarizzando con la storia dei Balcani. Qui si tratta di porre mano da parte della comunità internazionale ma in primis dell’Europa con lungimiranza al costosissimo cantiere dell’ex-Jugoslavia. Gli stati “nazionali” (fino a che l’evoluzione storica – magari anche con l’aiuto della tecnologia – non renderà possibile altre soluzioni) sono strutture rigide, non solo per questioni culturali, ma anche per mere questioni logistiche; non basta dire che nel XXI secolo siamo tutti bravi e tolleranti: si pensi alle grosse difficoltà anche solo organizzative degli stati bilinguistici o plurilinguistici. E dovrebbe far pensare il fatto che negli ultimi anni, a seguito del massiccio afflusso di “hispanics”, la questione dell’inglese come “lingua ufficiale” sia venuta prepotentemente a galla negli Stati Uniti (lo so anch’io, Zag, che il Kosovo è un territorio piuttosto omogeneo, e che l’unica minoranza che conta veramente è quella serba: ma conta, eccome, purtroppo). Si pensi come in un quadro idilliaco e ideale come la Ricca & Democratica Europa Occidentale assistiamo all’approfondirsi delle divisioni tra Fiamminghi e Valloni in Belgio; e ai continui microconflitti sotterranei tra la comunità italiana e quella germanica nell’Alto Adige-Sud Tirol pur ricoperto di quattrini. Senza neanche parlare del problema basco o nord-irlandese.
Indipendenze astrattamente “giuste” e “riparatrici” che non tengano conto di questi fattori sono foriere di nuovi problemi. Sono edifici con deficienze strutturali. Pacchi dono con bombe ad orologeria incorporate.
Le considerazioni di Gabriele Cazzulini su Ragionpolitica.it sono condivisibili, ma per molto tempo ancora resteranno “filosofia”.
Io non sono un fan della scuola “realista” nelle questioni di politica internazionale perché spesso scade in un dogmatismo opposto, che ricorda il guicciardiniano “particulare” e che porta a visioni di corto respiro. Però l’astratta ideologia “democraticamente corretta” – e pedagogicamente pericolosa – che informa per una volta insieme sia l’ONU sia l’Occidente, da una parte spinge per l’autodeterminazione dei popoli, dall’altra pretende che queste entità di nuovo conio – spesso nuove alla “democrazia” come “cervo venuto fuori di foresta”, per dirla alla Vujadin Boškov – di punto in bianco si adeguino a standards ideali di tolleranza e multiculturalità.
Io dico che al momento attuale noi ci troviamo nell’ex Jugoslavia in questa situazione: una situazione definita in Slovenia, Croazia e Serbia; una Bosnia divisa a metà (anche se in un modo geograficamente assai eccentrico) tra la Federazione croata-musulmana e la Republika Srpska; una Macedonia culturalmente bulgara con una forte minoranza albanese stazionante nelle zone di confine con Albania e Kosovo; un Kosovo con la minoranza serba concentrata nel nord del paese; un Montenegro dove circa la metà della popolazione è “montenegrina doc”, il 30% serba e un 15% albanese, e dove si parla serbo. Tra Bosnia, Kosovo, Macedonia e Montenegro, in tutto meno di 10 milioni di abitanti. Una situazione estremamente fluida che solo un sognatore può credere stabilizzata. L’Europa avrebbe dovuto prendere il toro per le corna, una volta spento l’eco delle armi, e lavorare ai fianchi tutte le parti in causa, comprese Bulgaria e Grecia (che non accetta il nome “Macedonia” per il piccolo stato slavo, rivendicandolo interamente alla sua storia) per una razionalizzazione condivisa (per dirla, ahinoi, alla Prodi & Veltroni) e certo difficile dei confini. Perché le trattative funzionano quando si ha qualcosa di concreto da offrire che non siano vaghe promesse di rispetto dei diritti. La creazione “ufficiale” di quattro piccole benintenzionate Jugoslavie ha reso tutto più complicato.
Post Scriptum: anche se la cosa ora sembra impossibile, io sono dell’opinione che in quadro di stabile pacificazione, a lungo – ma proprio a lungo – andare le pulsioni sotterranee per un’unione dei popoli di lingua serbo-croata in senso lato riemergeranno in superficie. (Zamax on February 24th, 2008 19:52)
Update: L’errore è stato quello di aver considerato gli etnonazionalismi con un’ottica eurocentrica. Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo, come ho già detto in un commento qualche giorno fa, una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”. Muller nel suo articolo dimentica che gli Stati Uniti sono sì un paese multietnico, basato però su un’unica piattaforma culturale (almeno nei suoi tratti fondamentali) e linguistica. (Zamax on February 28th, 2008 15:21)
Opposte visioni: Marco Cavallotti sul Legno Storto e Andrea Gilli su Epistemes





