In difesa di Monica Lewinsky
Si sa, i tarantolati della giustizia e della legalità, massime in quel posto dell’Italia dei Valori, su certe cose ce l’hanno non solo duro, ma di pietra. Ecco perché a Massimo Donadi, l’incorruttibile capogruppo dalla sessualità da fachiro, nella cui testa donna e vizio sono inestricabilmente legati, non è parso vero di esternare tutto il suo disprezzo da probo cittadino contro la malafemmina per eccellenza Monica Lewinsky. Tanto più che il nome della rotondetta stagista americana rimarrà per sempre associato ad una pratica sessuale che ha ben poco a che fare con la nobiltà e l’eleganza dello slancio erotico a tutto tondo. Per fortuna che ci son qua io a difendere l’onore e la dignità della Boule de suif d’oltreoceano.
Bella, non si può dire che sia bella. La cosa più attraente è un volto regolare, dai lineamenti dolci, incorniciato da una cascata voluminosa di lisci capelli neri, e impreziosito da due grandi occhi e soprattutto da una grande bocca rossa, carnosa, che quando sorride trionfa pericolosamente su tutto il resto. Bill – da uomo posso capire – vide solo quello. E nel peccato imboccò quella strada. Fu incoraggiato nella sua perdizione da quel guizzante, liquido last name – Lewinsky – che già presagiva arti sopraffine. In lei l’eros si fuse con l’ambizione e il patriottismo scusò l’ambizione, battendo all’unisono nel petto generoso. Assolse il suo compito con ardente abnegazione fino ad una fulminante vittoria, che i rilievi scientifici hanno certificato. Nel momento supremo Bill fu sorretto da un lampo di lucidità istituzionale riuscendo a grugnire un “God bless America!” che riscattò il disordine dionisiaco dell’alcova presidenziale.
Monica Lewinsky non diventò ministro dell’amministrazione Clinton, ma fu un’eroina silenziosa della storia, cosa che all’immaginazione piccina del caporalmaggiore dell’Italia dei Valori sfugge. Dell’eloquenza di Monica Lewinsky si serberà traccia nei secoli a venire. Di quella di Donadi non credo.





PERDUTA NAZIONE, AVITO SUOLO/
ISOLE TRA I MONTI, STRADE PEI MARI/
UNICO ASILO ED ETERNO CONFORTO/
PER TE PROSPERIAMO/
LIBERI E RIVERENTI
(by Ismael, il superstite della baleniera Pequod, ex vice-mozzo in prova con contratto a termine, ex pallido scudiere del grande ramponiere Queequeg, il superbo selvaggio sgusciato fuori dall’uovo nel cuore del continente nero; colui che il fato, una misteriosa congiunzione astrale e la provvidenza divina congiurarono insieme e inesplicabilmente a salvare dalla furia di Moby Dick, la balena bianca)

A Donadi bisognerà poi ricordare che, in quell’occasione, Clinton fu inquisito non per il fatto in sé, ma per aver spergiurato…ho perso il conto dei rimandi a sproposito al contesto americano da parte dei nostri politicanti.
Giusto, ma ormai perfino la plebe italica ha capito.
Molti sono accorsi in aiuto a Mara Carfagna, al centro di allusioni tipiche delle “campagne d’infamia” di giacobina memoria.
Alcuni hanno deprecato la confusione montata ad arte tra fatti privati e vita pubblica, e tra morale e legge.
Altri si sono indignati dei maliziosi paragoni con la vicenda dell’ex stagista americana.
Io solo, che ho il cuore tenero per le donne, ho visto laggiù la povera Monica abbandonata da tutti. E allora ho tirato fuori lo spadone del cavaliere errante.
Di questo sono molto orgoglioso.
El ingenioso hidalgo don Zamax de la Mancha