De scheorum* natura

[Recentemente mi è capitato di intervenire qua e là nella blogosfera su argomenti di natura economica, con commenti di stampo molto generalista, comodo privilegio del filosofo con la testa fra le nuvole  "che sa di non sapere". Li raccolgo qui, come appunti. Mi servono anche per contemplare me stesso. All'occhio dell'esperto probabilmente non sfuggirà qualche goffaggine lessicale caratteristica di chi non è mai stato iniziato ai misteri della scienza economica. Non se ne adonti; si diverta piuttosto: io non me la prendo.]

Per quel che mi riguarda guardo con ostilità alla politica degli incentivi, alla politica (eventuale) delle tasse “esternalità”, alla politica del rilancio dei consumi, e diffido pure delle misure anticicliche, che mi sembrano la via attraverso la quale lo statalismo uscito dalla porta rientra dalla finestra, sotto il manto di riverniciata eticità. Quindi non mi sta bene del tutto neanche l’insistenza con la quale il mio amato Cavaliere Berlusconi Silvio insiste sul rilancio dei consumi, anche se capisco, e per questo non lo mando all’inferno, che la sua maggiore preoccupazione è di evitare il panico. Inoltre, se politiche (forzatamente molto accorte) di espansionismo fiscale per invogliare la gente a consumare, avessero solo l’effetto di aumentare il risparmio, – visto che non è vero che la gente i soldi se li mette in tasca – sarebbe proprio un male, nel lungo periodo? Le politiche di rilancio dei consumi finiscono sempre per indirizzarli su determinati settori – quasi forzando la gente – e in ultima analisi a alterare il mercato. Perché mai uno dovrebbe cambiare l’automobile ogni 5 anni, se non ne ha nessun bisogno? Quei soldi irrazionalmente usati per comprarsi un “bene durevole” inutile rientrerebbero nel giro dell’economia in ogni caso più virtuosamente, col risparmio, o con altre spese più utili, che darebbero segnali più veritieri al mercato.

Il mercato dell’auto non sta crollando solo per la disastrosa congiuntura economica, ma anche per cause strutturali. Ossia, l’interventismo dei governi e la pressione di lobbies potenti, che grazie [sic] alla politica degli incentivi hanno convogliato innaturalmente la spesa delle famiglie verso l’acquisto di automobili, preferendolo – spesso immotivatamente – all’acquisto di altri beni durevoli, o di consumo, o al sempre benedetto risparmio. Si chiama distorsione del mercato. La politica degli incentivi non è altro che un surrogato imbellettato dello statalismo, condito di considerazioni politicamente corrette. Un altro giro di incentivi, un’altra “bolla” automobilistica (con l’eccezione dei paesi emergenti), e fra qualche tempo saremo punto a capo. E’ vero che vi sono dei costi per la collettività: l’inquinamento e la sicurezza. Ma questi si risolveranno, o si ridurranno, da soli col tempo, com’è sempre avvenuto, grazie ai miglioramenti tecnologici e al cambiamento impercettibile ma continuo dei costumi della gente. La tentazione di forzare le cose con la politica degli incentivi, oltre al rischio di dirottare risorse da investimenti più razionali in altri settori dell’economia, potrebbe essere pagata dal dover sostenere – prima o poi – i costi sociali degli esuberi di una forza lavoro tenuta artificiosamente alta. Inoltre faccio notare come la stessa mentalità sottilmente etico-dirigistica che informa queste iniziative, potrebbe benissimo spingere a sfornare dei provvedimenti di senso contrario, annullando del tutto il già illusorio beneficio delle prime; provvedimenti del tipo delle “tasse esternalità”, come l’ecopass o come kaiser si chiama, intese a punire l’uso “scriteriato” o “egoistico” dell’auto, nei casi dove, a giudizio dell’onnisciente legislatore o dell’amministratore, i vantaggi del singolo utente siano sproporzionati agli svantaggi causati alla collettività. Insomma, tutti vorremmo auto eco-bio-democratiche condotte da gente con eco-bio-democratica consapevolezza. L’interventismo va solo a ingarbugliare, con un sovrappiù di effetti collaterali negativi, un processo naturale che necessita solo di pazienza.

Coloro che pensano – ritenendosi “capitalisti” – che questo modello economico sia fondato su una specie di “coercizione consumistica” sono singolarmente vicini, per certi versi, al pensiero marxista. Non c’è nessuna ragione perché, in un regime di libertà, l’uomo smetta di consumare o migliorare: sarebbe come andare contro la sua stessa natura. La filosofia dell’ “andate e consumate” non è affatto un corretto “capitalismo”. Mettiamo che adesso si vada in recessione o stagnazione per tre anni: certo alla fine del periodo i numeri complessivi potrebbero essere gli stessi in quanto a PIL, ma chi ci dice che la struttura dell’economia, l’allocazione delle risorse, il rapporto tra risparmi ed investimenti ecc. ecc. non sarebbero molto migliori e propedeutici per un periodo di sana espansione? Diciamo invece che la filosofia della “coercizione consumistica” foraggiata in qualche modo – che non incoraggia il risparmio e anzi spesso lo punisce con politiche monetarie “generose” – è un “must” per le lobbies grand-industriali, per i sindacati, e per una classe politica che non sia abbastanza eroica to suffer the slings and arrows of outrageous fortune.

Il capitalismo come “ismo” non esisteva prima del marxismo (anzi credo che furono i suoi seguaci, nemmeno Marx in persona, a coniare o a diffondere il termine). Ha avuto tanto successo che ancor oggi la pubblica opinione è convinta che il “capitalismo” sia una specie di meccanismo, a volte demonizzato, a volte difeso con ardore, ma solo in quanto “efficace”, insomma un meccanismo tra gli altri meccanismi. In questo “materialismo” i difensori e gli accusatori del capitalismo si accomunano. Un’idea disastrosa, che nasconde il fatto che invece una libera economia è solo un aspetto della libera società. L’anello che congiunge questa idea del capitalismo e il marxismo, è il materialismo. E non a caso: il capitalismo è un concetto d’invenzione marxista, un riduzionismo della libera economia per trasformarlo in un agevole espediente retorico.

Io voglio dire che, in un regime di libertà, nel medio-lungo termine uno stato stazionario dell’economia è impossibile, per ragioni intrinseche alla natura dell’uomo. E quindi non occorre surrogarle con una spinta verso i consumi che distorce il mercato in quanto guidata, in parte, dallo Stato o dalle lobbies più potenti, e che prima o dopo paghiamo cogli interessi. A questa natura dell’uomo il keynesismo di fatto ancora trionfante non crede, e lascia perciò la via aperta all’interventismo. Ragion per la quale le politiche dei governi altro non sanno fare se non avventarsi sul corpo dell’economia con continui stimoli, drogandolo a tal punto da rendere indecifrabile ogni segnale del mercato.

Diciamo che l’uomo è sempre tentato di imboccare invitanti e illusorie scorciatoie. In fin dei conti gli incontrollati debiti privati dei paesi “liberali” sono il surrogato degli incontrollati debiti pubblici dei paesi statalisti. (Parlo a spanne, s’intende, io preferisco di gran lunga i paesi “liberali”, preferibilmente “senza trucchi”) La filosofia facilona del tipo “andate e consumate” non ha niente a che fare con un corretto “capitalismo” (parola mistificatoria che odio, e di concezione “marxista”); il denaro a costo zero non seleziona la qualità degli investimenti, e colpevolmente non premia il risparmio. A cosa servono le banche se non a premiare con un interesse chi mette il proprio capitale – raccolto rinunciando a qualcosa – a disposizione di chi ne ha bisogno per investimenti “giustificati”, in un’ottica di ottimizzazione spazio-temporale delle risorse finanziarie? In senso lato anche il risparmiatore è un imprenditore.

[Sul "liberalismo"] E’ un problema irrisolvibile in questi termini. Mai impiccarsi alle parole, soprattutto agli “ismi”. Già ci siamo fatti fregare dal capitalismo, concetto marxista quanto pochi altri, e anche Mises lo scrisse. Un errore che fanno inoltre pure i “sinceri liberali” è quello di convogliare involontariamente nell’opinione pubblica l’idea di una società liberale quale perfetto approdo dell’evoluzione storica, insomma un “costruttivistico” sol dell’avvenire liberale, per cui – con la stessa forma mentis dei giacobini del mito della “democrazia compiuta” – la società liberale si dà o non si dà indipendentemente dal contesto storico e ci si pongono dei falsi problemi, compresi quelli riguardanti l’attuale società italiana, alla quale alla fine si nega tout-court una patente di liberalismo, senza nemmeno tentarne una valutazione sul grado di questo “liberalismo” in relazione ad altre parti del mondo. “Liberalismo” non può essere altro che un termine convenzionale, e così accettato ed usato per comodità dialettica. Sappiamo bene così significhi “liberal” nei paesi anglosassoni; nell’ottocento non aveva del tutto torto Metternich a pensare il peggio dei liberali dell’Europa continentale; in quella stessa Europa continentale dove per tutto l’ottocento i liberali andavano a braccetto coi nazionalisti (basti pensare ai nazional-liberali tedeschi) ecc. ecc.
Se poi si vuole andare più a fondo, e cominciare a piantare dei paletti, allora bisogna sondare il problema della “libertà”, come ha detto Ismael. Ma anche lì più si scaverà più le cose si faranno difficili, soprattutto intorno ai problemi “etici”. Ma almeno su di un piano più largamente sociologico le cose saranno più chiare.

[Mi segno anche questa, da un commento qui sotto] Mi ricordo che una volta ci educavano, noi campagnoli, al piccolo capitalista intestandoci un libretto di risparmio. Poi è arrivato il liberismo di sinistra, quello intelligente, e lo scialacquatore è divenuto il lodato motore dell’economia. Ora che la frittata è stata fatta, e ci troviamo a corto di liquidità, nel momento in cui il risparmiatore in possesso di un bene “scarso” – secondo i Bignami della scienza economica – dovrebbe celebrare il suo trionfo e guadagnarci come un usuraio (con la benedizione delle leggi), ora dunque interviene lo stato a ripianare le sofferenze e a stampar i bigliettoni mancanti, svalutando il suo amatissimo tesoretto, povero risparmiatore cornuto e mazziato!!! Che vita!

[Mi segno pure questa] Se il sogno americano, invece che quello della responsabilità individuale, è diventato quello dell’irresponsabilità individuale garantita dalla generosità della Banca Centrale, probabilmente lo Stato si è solo ripreso alla fine quello che aveva dato… un mercatismo poco mercatista e molto col trucco, direi. Tutto quello che è successo ha creato un grosso problema di fiducia; ci potranno essere degli opportuni accorgimenti normativi concernenti i mercati finanziari (materia di cui non so assolutamente nulla), ma pensare di risolvere un problema di fiducia mediante sovraregolamentazioni è pura illusione. D’altra parte, se i truffatori prosperavano è perché il sogno era bello per tutti: la greppia del denaro facile era allettante e comoda come quella dello stato sociale e in parte la surrogava. Il “liberismo selvaggio” non può essere che una forma mascherata di statalismo, o perché la libertà o la dignità dell’individuo non viene rispettata, o perché in una maniera o nell’altra è sempre lo Stato ad allargare i cordoni della borsa, o perché tende a distorcere il mercato con perversi eticismi in nome oggi per esempio dell’ambientalismo (ma anche l’utilitarismo prima o poi conduce al socialismo). I marxisti hanno avuto purtroppo successo nel corrompere il significato stesso delle parole. Un “liberista” tutto d’un pezzo come Ludwig Von Mises già negli anni ‘20 scrisse:

I termini “capitalismo” e “produzione capitalistica” sono etichette politiche. Essi furono inventati dai socialisti non per far avanzare la conoscenza ma per persuadere, criticare, condannare. Oggi essi devono soltanto venir pronunciati perché formino l’immagine dello spietato sfruttamento degli schiavi salariati da parte del ricco senza pietà. Essi non vengono mai usati se non per significare una malattia del “corpo” politico. Dal punta di vista scientifico essi sono così oscuri e ambigui da non avere alcun valore. Coloro che li usano sono d’accordo soltanto su di una cosa, che essi indicano le caratteristiche del sistema economico moderno. Ma in che cosa queste caratteristiche consistano è sempre un oggetto di disputa. Il loro uso, quindi, è del tutto pernicioso, e la proposta di espungerli affatto dalla terminologia economica e di lasciarli ai fomentatori dell’agitazione popolare merita una seria considerazione. (Socialismo, analisi economica e sociologia)

Poi però lo stesso Mises non seguì il saggio consiglio!

* [da Wikipedia] Il centesimo della lira italiana veniva detto in veneto “centesimin”, quello austriaco, di valore leggermente inferiore, veniva chiamato però “scheo” per poterlo meglio distinguere. Il termine ebbe origine dal fatto che sui centesimi austriaci era coniata la dicitura “Scheidemünze” (cioè moneta divisionale, nella lingua tedesca pronunciata però [ˈʃaɪ̯dəˌmʏntsə], a quel tempo l’indicazione di una minima frazione monetaria, oggi non più in uso). Probabilmente i veneti non riuscivano a pronunciare bene quella strana e lunga parola e si limitavano a chiamare la moneta solo con l’inizio della dicitura, cioè “schei”, facendone così un termine generale al plurale, dal quale derivarono “scheo” al singolare. Questo termine rimase nel dialetto per indicare in generale il denaro.

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6 thoughts on “De scheorum* natura

  1. caro amico,
    il mio personale rapporto con l’economia è riassumibile nel detto “Homo sine pecunia imago mortis”.

    Alcuni commenti in ordine sparso.
    Anch’io ho l’impressione che gli interventi dell’amato berlusca finiscano per drogare il mercato, e che impostazioni del genere derivino in ultima analisi da una posizione filosofica che non riconosce la reale natura dell’uomo e della società.

    Che bella parola “risparmio”. Concetto che sento molto italiano ed europeo. Perché diavolo non lo hanno messo nella Costituzione europea insieme al cristianesimo? ;-)

    OT: Sto leggendo “Perché dobbiamo dirci cristiani”, di Pera, che per molti aspetti mi piace assai. Soprattutto per il nesso tra liberalismo ed etica cristiana.

  2. @ GMR
    E come potrebbe essere diversamente? Mi rallegro anzi che GMR sia ritornato fra di noi tale e quale l’avevamo lasciato ed amato. Solo lui infatti poteva avere il geniale tempismo di uscire dal letargo mettendo il muso fuori della tana nel pieno di un inverno che spazza la pianura padana con venti siberiani e tormente di neve. E’ privilegio della natura umana combinare sciocchezze siffatte: gli orsi non ci arriveranno mai, malgrado tutti gli sforzi dell’evoluzione. Si sappia che queste simpatiche e nobili distrazioni, allorquando raggiungono vette di dignità quasi artistica, sono il marchio di fabbrica degli scienziati della mente. Quelli veri.

    P.S. Anch’io ho dormicchiato. Ma per fortuna con la crisi il prossimo anno lavorerò di meno e avrò più tempo per le cose importanti. Non solo sono segretamente contento, ma potrò pure atteggiarmi a vittima: se non è il paradiso questo! Mi sento bene, sollevato, e glielo dico con la mano sul cuore, come se fossi sul lettino dello psichiatra. Ho solo il problema di salvare le apparenze e di non lasciar trasparire il mio entusiasmo.

  3. @ Vincenzillo
    Ma anche chi ne ha tanta, di pecunia, ha i suoi bei problemi: la folla degli “amici”, il tempo perso nell’amministrarla ecc. ecc. Achtung: pericolo di schiavitù!
    Almeno se sei ufficialmente “imago mortis” ti eviti i seccatori. In più se un gruzzoletto nascosto ce l’hai, glielo metti in quel posto all’universo! Questo se sei peccatore. Invece se credi nella Provvidenza, stai ancora meglio: fa tutto Dio, che è un tipo assai in gamba!
    Mi ricordo che una volta ci educavano, noi campagnoli, al piccolo capitalista intestandoci un libretto di risparmio. Poi è arrivato il liberismo di sinistra, quello intelligente, e lo scialacquatore è divenuto il lodato motore dell’economia. Ora che la frittata è stata fatta, e ci troviamo a corto di liquidità, nel momento in cui il risparmiatore in possesso di un bene “scarso” – secondo i Bignami della scienza economica – dovrebbe celebrare il suo trionfo e guadagnarci come un usuraio (con la benedizione delle leggi), ora dunque interviene lo stato a ripianare le sofferenze e a stampar i bigliettoni mancanti, svalutando il suo amatissimo tesoretto, povero risparmiatore cornuto e mazziato!!! Che vita!
    Però per me le Costituzioni più concise sono e meglio sono…
    Il libro di Pera non l’ho letto. Sul nesso non ho dubbi. Interverrò sul tema a breve.

  4. Ciao Zamax e Buon Anno!
    Credo che tu appartenga al ristretto club (al quale appartiene anche la sottoscritta) degli “aristocratici antimaterialisti”. Il termine non è mio, mal’ho preso da Orson Welles che mi piace parecchio.
    Dici bene quando fai capire che liberismo selvaggio e marxismo, assomigliano molto in quanto trasformano l’essere umano in una scheggia di PIL.
    E del resto, non dobbiamo mai dimenticare che Marx fu un grande lettore e assorbitore delle teorie di Adam Smith, di Ricardo, di Owen e degli economicisti e utilitaristi inglesi, scaturiti dalla Rivoluzione industriale (sissignore, uan rivoluzione anche quella con non pochi spargimenti di sangue nella mortalità infantile) . Con l’aggiunta, ovviamente , dello hegelismo ribaltato in funzione materialistica già da Feuerbach (sinistra hegeliana). I conti, prima o poi, tornano tutti. E siamo al redde rationem di una crisi che è “strutturale” ed endemica al capitalismo stesso. Che Dio ce la mandi buona.

  5. @ Ciao Nessie e buon anno!
    In parte ho già risposto nel commento a “Liberal-bolscevismo”. Il “liberismo selvaggio” non può essere che una forma mascherata di statalismo, o perché la libertà o la dignità dell’individuo non viene rispettata, o perché in una maniera o nell’altra è sempre lo Stato ad allargare i cordoni della borsa, o perché tende a distorcere il mercato con perversi eticismi in nome oggi per esempio dell’ambientalismo (ma anche l’utilitarismo prima o poi conduce al socialismo). I marxisti hanno avuto purtroppo successo nel corrompere il significato stesso delle parole. Un “liberista” tutto d’un pezzo come Ludwig Von Mises già negli anni ’20 scrisse:
    “I termini”capitalismo” e “produzione capitalistica” sono etichette politiche. Essi furono inventati dai socialisti non per far avanzare la conoscenza ma per persuadere, criticare, condannare. Oggi essi devono soltanto venir pronunciati perché formino l’immagine dello spietato sfruttamento degli schiavi salariati da parte del ricco senza pietà. Essi non vengono mai usati se non per significare una malattia del “corpo” politico. Dal punta di vista scientifico essi sono così oscuri e ambigui da non avere alcun valore. Coloro che li usano sono d’accordo soltanto su di una cosa, che essi indicano le caratteristiche del sistema economico moderno. Ma in che cosa queste caratteristiche consistano è sempre un oggetto di disputa. Il loro uso, quindi, è del tutto pernicioso, e la proposta di espungerli affatto dalla terminologia economica e di lasciarli ai fomentatori dell’agitazione popolare merita una seria considerazione.” (Socialismo, analisi economica e sociologia).
    Poi però lo stesso Mises non seguì il saggio consiglio!

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