I servi e le piazze
E’ bastato che qualche colonnello berlusconiano evocasse la possibilità, o sostenesse l’opportunità, di una grande manifestazione pro-Cavaliere perché dal campo dei piazzaioli di professione – senza alcuna discussione i migliori del mondo, almeno di quello reputato civile – cominciassero a piovere accuse di populismo criptofascista e schioppettassero come petardi dalla bocche e dalle penne italoprogressiste i simpatici attributi da sempre riservati alla plebe a loro insindacabile giudizio non perfettamente democratica. Da sempre, da ben prima dell’era berlusconiana. E’ l’esito scontato dei vuoti di memoria di chi scivola sul piano inclinato di un conformismo tanto comodo e gratificante da offrire a chi lo pratica l’illusione di essere originale ed emarginato, e l’ebbrezza acrobatica di gridare nel branco sentendosi puro come un agnello sacrificale, senza minimamente sospettare di star replicando i vizi del passato. E così, come per quel nostro passato che non passa mai, non ci si è neanche provati a resistere alla tentazione di disegnare il quadretto sommario di un truppa di servi e servitorelli svelti nell’accorrere, per complicità o per terragna stolidità, in difesa del padrone e dei suoi particolari interessi.
Vogliamo ricordare, a questo riguardo, che la sgradevole espressione “servo dello stato” – sgradevole in quanto la parola “servo” fa pensare ad una acquiescenza passiva, da bruto o da essere inferiore, a differenza di quel sostantivo, “servitore”, comunemente usato, ad esempio, nella locuzione “fedele servitore dello stato” – vogliamo allora ricordare che questa sgradevole espressione, prima di trasformarsi stranamente e faticosamente per reazione alla protervia terrorista in un nobile attributo dei caduti sul terreno della guerra all’estremismo politico o della guerra al crimine, fu un epiteto dispregiativo divulgato negli anni ’70 dagli ambienti dell’estrema sinistra e dall’ampia corte di chierici al seguito? Vogliamo ricordare che ad usarlo, prima degli “uomini delle istituzioni”, furono i giustizieri delle Brigate Rosse, quando rivendicavano le loro prodezze omicide?
C’è nella sinistra italiana qualcosa che ricorda l’Islam: un serrare i ranghi, volenti o nolenti, dietro alla fatwa lanciata dall’ayatollah di turno, contro partiti o persone. Una pulsione messianica che fa ancora paura e che vive ancora sotto traccia persino in certi intransigentissimi liberali ai quali le frequentazioni anglosassoni non sono state sufficienti per guarire da italianissime tare giacobine. E a cosa conduce tutto questo, ancora una volta, se non alle “piazze piene” e alle “urne vuote” di togliattiana memoria, la formula che compendia inconsapevolmente il fallimento della sinistra durante i sessanta e passa anni di vita repubblicana? La debolezza della sinistra attuale non è il frutto di cause contingenti, perlomeno non solo; è il portato di una debolezza strutturale originale, cui ci si ostina a non porre rimedio. E’ un fatto straordinario per l’Occidente, anche dal punto di vista statistico, che la sinistra italiana non abbia mai vinto le elezioni, se non in coabitazione e per il rotto della cuffia, intruppandosi in coalizioni fragilissime e eterogenee all’inverosimile, raccattando voti dai centri sociali ai conventi, e nascondendosi dietro il faccione di un ex boiardo democristiano. Questo dato macroscopico dovrebbe far riflettere i cervelloni della nostra troppo sottile intellighenzia. E invece sembra loro sfuggire, per effetto di una rimozione collettiva. C’è sempre un palazzo democristiano, una cricca craxiana, un’anomalia berlusconiana che viene loro in aiuto.
Eppure basterebbe poco per capire che mettere costantemente gli italiani di fronte al primum vivere non è una politica; non solo, che la maggioranza silenziosa dei burini è oramai un corpo mitridatizzato, che fa spallucce alle cariche dei piazzaioli, dei giornali e della magistratura. E’ proprio di questo popolo non intimidito che la sinistra ha paura; della prontezza, sorprendente per la nostra storia recente, con la quale mostra di sollevarsi senza essere aizzato; e come un esorcismo ecco allora che da tante boccucce delicate escono a fiotti le incontinenze verbali del solito razzismo salottiero contro le truppe berlusconiane che, ahinoi, votano, e che a volte si concedono, pure loro, ahinoi, di scendere in piazza. Istruttivo, da parte di gente che agita le piazzette – comprese quelle televisive – da mane a sera, e le grandi piazze puntualmente ad ogni solstizio ed equinozio, in obbedienza ai riti della superstizione antifascista o antiberlusconiana; giusto come l’anno scorso quando di questi giorni al Circo Massimo si radunò una folla percepita di due milioni e mezzo di persone (ossia duecentocinquantamila democratici di sinistra) a manifestare non si sa bene perché precisamente ma certo per la democrazia e contro il fascismo incombente, ed a ascoltare la lunga arringa di Veltroni, cui non mancarono alate parole: “Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.”
Che lo possano fare anche le casalinghe teledipendenti deve sembrar loro, suppongo, una cosa “inaudita” e vagamente hitleriana. Schernire, demonizzare, forse sognare: cari berlusconiani, hanno paura. Procediamo.

Perduta nazione,avito suolo/isole tra i monti, strade pei mari/unico asilo ed eterno conforto/per te prosperiamo/ liberi e riverenti (by Ismael, il superstite della baleniera Pequod, ex vice-mozzo in prova con contratto a termine, ex pallido scudiere del grande ramponiere Queequeg, il superbo selvaggio sgusciato fuori dall’uovo nel cuore del continente nero; colui che il fato, una misteriosa congiunzione astrale e la provvidenza divina congiurarono insieme e inesplicabilmente a salvare dalla furia di Moby Dick, la balena bianca)

La casalinga di Voghera dunque come spauracchio del nuovo millennio? Se ne trae che evidentemente uno si crea nemici all’altezza delle propria ambizioni. O possibilità insomma; persa credibilità, superiorità morale eccetera mi meraviglio ancora ne abbia.
Mi trovo senza sorpresa concorde, anche se il tuo pubblico qui è l”altro’. Anche io mi ricordo benissimo la piazza elevata a rango d’onore e pura forma di Democrazia quando era quell’altro a invocarla, e le adunate a ogni piè sospinto o refolo di vento che si levasse, finanche se c’era da rimpinguare il dentifricio finito. Non smetterà mai di stupirmi questo atteggiamento bambinesco di una sinistra che rende antitetici ideali e reale comportamento assunto invece in reale vita. E’ triste, ma saran fatti loro come si dice.
Speriamo non lo facciano saltare quel povero direttore responsabile che ti ospita colà.
Purtroppo per pubblicare i commenti su giornalettismo la procedura si è complicata troppo, ormai manca solo l’imprimatur imperial-regio. Soccombo.
“La debolezza della sinistra attuale non è il frutto di cause contingenti, perlomeno non solo; è il portato di una debolezza strutturale originale, cui ci si ostina a non porre rimedio.”
E’ vero, e non ci sono fatti né sconfitte che tengano. Loro vanno avanti a perseverare nell’errore.
“un serrare i ranghi, volenti o nolenti, dietro alla fatwa lanciata dall’ayatollah di turno, contro partiti o persone.”
Anche questa cosa è pazzesca. E viene pure spacciata ogni volta per sacrosanta “libertà di pensiero”. Libertà. A proposito, sto leggendo Il Revisionista. Pansa, ormai declassato a traditore della Resistenza, individua con lucidità il vulnus della sinistra italiana e fornisce gustosi e corposi aneddoti che chiarificano la situazione. Il gap incolmabile tra classe dirigente e società. La cecità che si autoinfliggono. Ma figurarsi se quelli lo ascoltano. Tutti presi dalle fregole pre-primarie… Franceschini si candida con un programma innovativo: “Sono io l’anti-Berlusconi. Sono io il difensore della Costituzione”. Bersani vincerà ma non so dicendo cosa. Marino è abbastanza pietoso. Però sembra un brav’uomo, poveretto.