Archive for the ‘Filosofia e religione’ Category
Mandeville, Rousseau, Hobbes
Ineluttabile la dicotomia umana tra pubblico e privato? Non sono d’accordo. Lo scrivo in un commento, che riporto qui sotto, a questo articolo de L’Occidentale.
A me sembra che sia le opinioni di Mandeville che quelle di Rousseau e di Hobbes siano fondate su una negazione sostanziale della morale e del bene, e che perciò siano fallaci.
L’uomo buono di Mandeville è un mezzo uomo; tutto quello che c’è di più in lui e che aiuta la società a crescere è morboso. La società “virtuosa”, e fallimentare, di Mandeville non è affatto virtuosa, ma pauperista. Una società pauperista è materialista quanto quello viziosa. Anch’essa, quindi, è viziosa. Anch’essa, quindi, non sollevandosi al di sopra delle cose del «mondo», è «schiava delle ricchezze», per dirla con le parole del cristianesimo. In una società veramente “virtuosa” i soldi non spesi per il lusso, per gli avvocati, per il “superfluo”, non rimangono intonsi sotto il materasso, ma sono investiti per produrre più efficacemente i beni di base. La società “virtuosa” non cerca il “di più”, la quantità per se stessa, ma non rifiuta il comfort, i miglioramenti, una più sicura disponibilità dei beni. E questo sviluppo non può avere fine. Rientrando nel mondo reale, ciò significa che in una società non astrattamente virtuosa, ma “sana”, lo spazio per la ricerca del superfluo e del lusso rimane, con una sua funzione economica esplorativa, utile ma ancillare. Così certi articoli del lusso di oggi potranno entrare nel numero di quelli del comfort di domani. Ma la cosa può riuscire solo se le priorità vengono rispettate, se la solidità della struttura economica non viene fragilizzata dal materialismo dell’hic et nunc. Una società viziosa che cerca il “di più” e il lusso senza la necessaria temperanza, senza aspettare che i tempi siano maturi, va incontro alla rovina economica, esattamente come quella falsamente “virtuosa”. E’ l’economia fondata sui debiti, pubblici e privati, sulla rapina dei redditi mediante la tassazione e del risparmio mediante le manovre espansive del denaro «a costo zero». In ultima analisi, sul «rifiuto» del tempo.
L’uomo “al naturale”, di Rousseau per ritrovare la felicità della sua condizione originale, incorrotta e uguale a quella di tutti gli altri, deve creare una società a sua immagine e somiglianza. Una specie di Gerusalemme Celeste in Terra, nella quale comunità e individuo si fondono, senza però annullarsi a vicenda, anzi, trovando in questo la loro pienezza. Ma nella nostra condizione, che è quella della schiavitù del tempo e dello spazio, questo è impossibile. L’universalismo, quando non trova una cassa di compensazione celeste, quando «rifiuta» il tempo e la morte, e quindi la relatività infinita delle cose terrestri, schiaccia tutti inevitabilmente in una uguaglianza da schiavi. Magari sotto un Sovrano Assoluto formalmente impersonale. L’uomo «buono», invece, cosciente della caduta e del peccato originale, aspirerebbe al perfezionamento di sé e della società, senza mai sperare – per principio! per dogma! – di raggiungere sulla terra la piena felicità, quello stato di «riposo» paradisiaco di cui parla S. Paolo. E saprebbe mostrare modestia e duttilità.
L’uomo “egoista” e uguale a tutti gli altri di Hobbes conduce ai medesimi perniciosi effetti. Un “self interest” correttamente inteso, fecondo per se stessi e per la società, dovrebbe ragionare anche sui tempi medi e lunghi. Dovrebbe essere temperante ed accettare la «maledizione del tempo». Ma l’uomo «assolutamente» dominato dal “self interest” non può arrivare al raziocinio, se è «assolutamente» dominato dall’amor proprio. Tanto più se lo sono «assolutamente» tutti: chi di loro sarà mai il primo a cedere e quindi a posare il primo mattone della società, se non sarà illuminato da chi dell’amor proprio non è schiavo? La filosofia di Hobbes, coerentemente, conduce quindi alla necessità di un Sovrano Assoluto, al quale «assolutamente» tutti gli uomini, «assolutamente» dominati dall’amor proprio e dal self interest, cedono «assolutamente» tutti i loro diritti naturali. Che poi il realismo di Hobbes abbia fecondato, magari per contrasto, il liberalismo inglese può anche essere; certo lui non era neanche l’ombra di un “liberale”.
Statalismo, bancocentrismo, giustizialismo
La divisione del lavoro presuppone un’apertura di credito al prossimo, un atto di fiducia verso l’altro. Ci dividiamo il lavoro confidando di poter poi scambiare il frutto delle nostre fatiche con quello di altre persone. Se non fosse così la lotta per la sopravvivenza, prima ancora di quella per il benessere, regredirebbe allo stato di faticosissima, improduttiva, infeconda ed autarchica selvatichezza nella quale ciascuno dovrebbe procurarsi da sé sostentamento e sicurezza; dovrebbe essere agricoltore, cacciatore, artigiano, soldato ai confini della sua incerta proprietà e poliziotto al suo interno: la vita a chilometri zero, in tutto il suo rustico splendore. La divisione del lavoro risponde a dei bisogni materiali e spirituali, abbatte steccati, amplia gli spazi di libertà e crea la società. L’individuo, uscito dalla tutela del clan, ne esce rafforzato: leggi scritte e poteri coercitivi incaricati di farle rispettare ne attestano il nuovo status. E con il suo nuovo status nasce anche lo «stato». Cosicché possiamo dire che anche lo stato è figlio della divisione del lavoro e risponde ad un naturale anelito di libertà.
Ma cosa succede quando viene meno o si affievolisce il sentimento societario e la fiducia che lo sostiene? L’apparato statale cresce di conserva, per inerzia, per tappare i buchi della trama sociale. Si nutre della malattia. Accentra i poteri, esce dalla sua dimensione funzionale, «dirige» la società, legifera su tutto. Tanto cresce che esso diviene un collettore sempre più vorace dei frutti del lavoro degli individui. I suoi forzieri arrivano a custodire immense ricchezze, che deve impegnare o dispensare. Un po’ alla volta, insensibilmente, diviene quasi naturale per l’uomo della strada pensare che attingere a questo pozzo di soldi sia un modo «naturale» di procurarsi il proprio sostentamento. Sfortunatamente, la folla sempre più grande dei postulanti rende sempre più ardua una pratica inizialmente comoda: la lotta per la vita in una società dominata dallo stato diventa altrettanto dura che in una società dove quello è limitato alle sue dimensioni funzionali, con la differenza che è sordida. Ma da questa fatica l’individuo si sente in qualche modo giustificato. E’ un avvitamento perverso, che chi ha sete di potere ha tutto l’interesse di assecondare. Lo stato preleva sempre di più dall’economia reale per soddisfare una popolazione che, senza neanche rendersene conto, allo stato chiede sempre di più; e che, in ogni caso, lo chiede sempre prima che i tempi siano maturi. E alla fine s’indebita. Il debito pubblico non è più una risorsa cui ricorrere in tempi eccezionali, ma diventa la risorsa «naturale» di questo stato «snaturato».
Se lo stato si nutre delle tasse, le banche si nutrono del risparmio. La banca è un luogo di mediazione, creato anch’esso dalla divisione del lavoro. Io affido i miei risparmi alla banca, in cambio di un interesse, affinché essa, grazie alla proprie competenze in materia ed al tempo a sua disposizione per esercitarle, lo presti a qualcuno che ne ha bisogno per i suoi investimenti. Un giorno anch’io, forse, quando i miei risparmi avranno raggiunta una massa critica giudicata congrua, chiederò un prestito alla banca, ossia ai risparmiatori, in modo che sommando quest’ultimo ai primi potrò permettermi un investimento «ragionevole» a giudizio mio e della banca. Risparmi ed investimenti sono ugualmente necessari al funzionamento dell’economia, sono due facce della stessa medaglia. Se il sentimento societario fosse vivo, questo rapporto sarebbe «naturalmente» presente nella testa delle persone. Ma ancora una volta, se si affievolisce, anche i forzieri delle banche diventano degli irresistibili pozzi dai quali attingere risorse per il proprio sostentamento e le proprie attività. Si perde la nozione naturale della necessità del risparmio, cui non si riconosce più, quindi, quel giusto interesse che in realtà sigla un patto di solidarietà fra gli agenti della società. L’assalto alla banca e al credito diventa una via obbligata per campare subito tutti quanti alla grande. Per rispondere alla valanga, la banca cambia natura: non è più un luogo di mediazione, ma di «creazione di ricchezza». Anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare la «finanziarizzazione» dell’economia e il gigantismo bancario, cui non basterà alla fine la confisca del risparmio per sgonfiare la bolla.
Un’altra conseguenza del venir meno del sentimento societario è la straordinaria espansione dell’intervento della magistratura. Se lo stato nella sua involuzione tende all’ipertrofia legislativa e non lascia al buon senso e alla libera contrattazione dei suoi cittadini di regolare neanche gli aspetti minori della loro vita comunitaria, questi ultimi sono spinti col tempo a cercare soddisfazione nella legge per qualsiasi cosa. Ed è fatale che alla fine comincino a scambiare le loro mire personali per diritti. Se tutto diventa oggetto dello scrutinio dei magistrati, la giustizia diventa un potere immenso. E anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare questo sviluppo.
Lo stato mamma, la banca mamma, la giustizia mamma: tutto si tiene, lotta contro la libertà, e segnala la crisi della società come sistema fiduciario. Che le nostre avanguardie intellettuali, le nostre accademie intellettuali, le nostre illustrissime istituzioni, le firme di quasi tutti i grandi giornali, vorrebbero guarire con un’altra infornata di regole, un’altra parata di controlli, e perché no?, con il deterrente delle delazioni.
Controcanto di Natale
L’arcivescovo e teologo Bruno Forte scrive sul Sole24Ore. Forse perché è autore di infelici riflessioni come questa natalizia? Sentite:
«Praticare la giustizia»: è il primo impegno che Michea indica per vivere a testa alta il tempo della crisi e superarne gli effetti, a costo certamente di sacrifici e di scelte esigenti. Pratica la giustizia chi accetta la fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani sul piano della dignità personale e dei diritti fondamentali ed è pronto a riconoscere e dare a ciascuno il suo. Tradotto nei termini di quanto oggi ci viene chiesto, ciò vuol dire che chi ha di più deve dare di più e chi è più debole va maggiormente sostenuto. «Equità» è il termine con cui quest’esigenza è stata espressa più volte e da più parti in queste settimane difficili, sia per proporne il valore di meta, sia per denunciarne l’inadeguata realizzazione.
Se è vero che il Cristianesimo non solo “accetta” ma proclama la fondamentale uguaglianza di tutti gli essere umani sul piano della dignità personale, non è vero che si faccia avvocato di quelli che oggi chiamiamo “diritti fondamentali”, e meno che mai esorta “a riconoscere e dare a ciascuno il suo”. Ai primi, sempre che si parli davvero di diritti fondamentali e non di capricci, non si oppone, perché sono in buona parte frutti suoi, ma lascia che sia il tempo a farli maturare. S. Paolo predica a padroni e schiavi, indistintamente, ma invita questi ultimi a “restare nella loro condizione”, così come invita tutti i cristiani “ad ubbidire ai magistrati”: il cristianesimo non predica né la ribellione né la fuga dalla «polis». “Riconoscere e dare a ciascuno il suo” è inoltre proprio di Dio: in terra col disegno provvidenziale, che va incontro ai bisogni particolari di ogni individuo, a fini però di salvezza eterna; e nella Gerusalemme Celeste, là dove veramente ciascuno avrà “il suo”. Nell’uomo, prigioniero della sua dimensione terrena, questa pretesa onniscienza del «giusto da distribuire» si tradurrebbe in un’ossessione occhiuta buona solo ad ibernare qualsiasi consorzio civile, salvo gettarlo nella guerra civile.
Il messaggio cristiano non può liberare il corpo dell’uomo dalla schiavitù delle cose materiali, ma ne emancipa l’animo. Il “disprezzo delle ricchezze” non è una maledizione contro i beni materiali, dal cibo alle case, ai soldi, agli onori, alle cariche: queste ultime sono cose necessarie e buone. E’ il dovere morale, è la gioia di esser loro superiore: è la «povertà nello spirito». Da questo punto di vista il Vangelo è un’opera di universale, piratesca dissacrazione e liberazione. Se è vero che i ricchi attaccati alla loro ricchezza vengono condannati, è vero che vengono condannate anche le più riposte manifestazioni di questa schiavitù morale, quelle che spesso sfuggono al senso comune: dal fratello del figliol prodigo che s’indigna per la festa che il padre riserva al figlio «ritrovato», ai discepoli che s’indignano per lo «spreco» dell’olio prezioso versato da una donna sul capo di Gesù, “olio che si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri”, ai lavoratori a giornata che s’indignano col padrone del campo che in suprema libertà ha pattuito la medesima paga con chi ha faticato dalla mattina alla sera e con chi ha lavorato solo di sera.
Ed è proprio questa salute morale, quest’animo alleggerito dalla pastoie dell’invidia e della concupiscenza delle cose, il lievito che alla lunga, insensibilmente, fa crescere la società verso un maggiore rispetto del prossimo, verso una meglio fondata solidarietà, verso una prosperità diffusa, verso l’unica «giustizia sociale» possibile, che è quella che si preoccupa di salvare, senza fargliene una colpa, chi «cade». Nel Vangelo di S. Giovanni Gesù «dona la sua pace», ossia dona la tranquillità del suo animo all’animo dell’uomo, ma avverte che anche «il mondo dà la sua pace», una falsa tranquillità, una falsa sicurezza, fondata sulle cose, nemica del prossimo, lievito maligno. E questo può valere anche per la «giustizia sociale»: anche il mondo ti dà la sua «giustizia sociale», istericamente legata alle cose, lievito maligno. Non sospetta, arcivescovo, che questa «equità» sia più figlia dello spirito del mondo che dello spirito di Cristo?
Il Papa e lo Scriba
L’ostentata milizia democratica e progressista seduce molti intellettuali perché combina i vantaggi del conformismo con la fama d’indipendenza di giudizio, grazioso accessorio che del primo è in realtà uno dei più ambiti privilegi. Ascoltatele bene, e non vi sfuggirà che le parole che escono di bocca a questi campioni della società civile hanno sempre il timbro plumbeo e sentenzioso – per darvi un’idea, il mio è sentenzioso ma simpatico, lieto & accattivante – il timbro plumbeo e sentenzioso, dicevo, di quelle di un affiliato al Sinedrio anche quando vogliono sembrare mordaci e scettiche, più che la grandezza di quelle del Profeta inascoltato. Prendetene uno, Umberto Eco, scrittore di chiara fama. E di successo, cosa che può capitare anche ad uno sciagurato, ma che nel suo caso è facile da spiegare. C’è infatti chi si diletta con la Settimana Enigmistica, e chi coi romanzi di Eco: il succo è lo stesso, solo che il secondo è convinto di fare un bagno di cultura e di immergersi nelle profondità del pensiero. Io non capisco come un uomo fatto possa perder tempo e trovar piacere in queste sciocchezze faticose e senza vita. Ma capisco come una superficialità capace di creare questi zoo di animali imbalsamati si sposi bene con l’accademia più occhiuta. Quindi non mi sorprende che Umberto Eco, intervistato dalla Berliner Zeitung, mandi Ratzinger dietro la lavagna:
Non credo che Benedetto XVI sia un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale. Le sue polemiche, la sua lotta contro il relativismo sono, a mio avviso, semplicemente molto grossolane, nemmeno uno studente della scuola dell’obbligo le formulerebbe come lui. La sua formazione filosofica è estremamente debole. (…) In sei mesi potrei organizzarle un seminario sul tema. E può starne certo: alla fine presenterei almeno 20 posizioni filosofiche differenti sul relativismo. Metterle tutte insieme come fa papa Benedetto, come se ci fosse una posizione unitaria è, per me, estremamente naif.
Dovete sapere che di filosofia si occupano una sacco di chiacchieroni, che una ne pensano e cento ne scrivono, che scambiano la sottigliezza per profondità, che immaginano sistemi filosofi “completi”, che poi ordinano per branche e sotto-branche: albero imponente e frondoso, la classificazione dei mille rametti del quale ha creato col tempo un linguaggio “derivato” che sta al linguaggio vero e proprio come la finanza derivata sta alla finanza, e come quella pericoloso e fuorviante, ma che fa la felicità delle scuole e dei manuali di filosofia. I saggi, i filosofi veri, quelli che pensano sforzandosi di tenere insieme il tutto, senza le scorciatoie dei millenaristi da una parte, e senza la moltiplicazione delle parole dall’altra, pena feconda che prende il nome cristiano di contemplazione, ne disdegnano l’applicazione meccanica e potenzialmente inesauribile, e ne attingono con parsimonia. Mentre le intelligenze più intemperanti e corrive ne sono le più diligenti propalatrici. Per i parametri di questi ottusi chiacchieroni dalla formidabile formazione né Seneca, né Montaigne, ad esempio, potrebbero essere classificati come filosofi di un certo spessore, in quanto assai poco chiacchieroni. Né S. Giovanni, né S. Paolo potrebbero essere considerati grandi teologi, visto che scandagliano gli abissi del cielo senza l’aiuto dello stravagante lessico degli iniziati alla chiacchiera filosofica, che è tutta la loro venerata occupazione. L’energia dialettica di costoro è inversamente proporzionale alla capacità di pensare, proprio perché a quest’ultima non è connessa. E nella loro meschinità sono capaci di vantarsi di mirabolanti imprese, come quella essere in grado di presentarti in un batter d’occhio una ventina di posizioni filosofiche differenti sul relativismo. Arte circense, propria dei chierici gelosi dei propri privilegi ermeneutici, anche quando si fanno passare per grandi dissacratori dall’ironia erudita.
Ma è l’Islam ad essere in crisi
Non sappiamo come andranno a finire i repentini rivolgimenti che continuano a scuotere il Nord Africa, e in parte il Medio Oriente. C’è chi teme nuove conquiste da parte del fondamentalismo religioso, e quindi un rafforzamento dell’Islam, e c’è chi prende la palla al balzo per dire che la democrazia, concepita come un specie di sentimento naturale dei popoli, è alla lunga più forte di ogni dittatura, e potrà imporsi anche dentro il mondo islamico, mitigandolo per infine conformarlo alla “modernità”, un po’ come sarebbe successo per la civiltà cristiana. Giudico queste due posizioni riduttive, perché contengono un briciolo di verità; prese in assoluto, sono assolutamente sbagliate.
Queste convulsioni ci hanno sorpreso per la loro subitaneità. Ma se esse, nel gran libro della storia del mondo, sono ancora parte di una cronaca difficile da leggere in anticipo – sollevazioni che mille accidenti possono innescare – come fenomeni figli di mutamenti epocali, invece, non sono affatto sorprendenti. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la vitalità e la forza dell’Islam sono solo apparenti. La sua radicalizzazione è una risposta all’enorme pressione che la civiltà cristiana-occidentale le sta portando in questo momento. Pressione irresistibile perché, nell’epoca del sempre più famigliare ed integrato villaggio globale, fatta com’è non di divisioni militari, ma di parole ed immagini, non abbisogna di alcuno sforzo e non può esaurirsi.
La civiltà occidentale è animata dall’universalismo perfetto del Cristianesimo, che ha proclamato l’uomo figlio di Dio – elevandone la dignità, di cui la libertà è un corollario, al punto più alto possibile – e tutti gli uomini fratelli. Esso si stende sul corso della storia e sul corpo del mondo modellandolo con dolcezza e costanza. Le accelerazioni provocano disastri e costituiscono delle perversioni terrene di tale spirito universalistico, giacché per il Cristianesimo su questa terra il mondo non potrà essere che un’ombra, o una promessa della Gerusalemme Celeste. Il Cristianesimo riconosce la relatività di questo mondo, la sua insufficienza, la sua soggezione alle leggi del tempo e dello spazio, che cozzano dolorosamente contro l’intima natura dell’uomo, che è divina. Si conforma ad esso, a questa sua realtà, senza mai farsene schiavo, per migliorarlo, non per imporgli una realtà impossibile. Accetta le sue imperfezioni, e predica pazienza. Al contrario dei millenarismi. E dei totalitarismi moderni.
L’Islam è più figlio del Cristianesimo che dell’Ebraismo. Per questo l’afflato universalistico che lo pervade gl’impedisce di far distinzione di razza o di nazione. Ma il suo universalismo è imperfetto; rimane schiavo della terra come lo è quello proprio dei millenarismi. Non riesce, come riesce e sempre riuscirà al Cristianesimo, ad accettarne in toto la realtà della sua relatività. Distinto Dio da Cesare fin dall’origine, il Cristianesimo col tempo è divenuta sempre più una religione di dogmi che di precetti, lasciando sempre più campo, nella maturità dei tempi, che abbisogna di mille cose materiali ed immateriali, alla libertà “civile” dell’uomo, senza però identificarvisi. Le libertà individuali non sono il trionfo della morale cristiana, a cui spesso si oppongono: sono però il trionfo della civiltà da esso modellata. Scomparsi quasi i precetti dai riti e dai costumi della società moderna, il Cristianesimo resta ancora meravigliosamente in piedi.
Non avendo mai distinto Dio da Cesare, l’Islam è stata una “religione” (bisogna sempre ricordarsi che noi in occidente abbiano ormai interiorizzato un concetto di religione mutuato dal Cristianesimo) fatta molto più di precetti che di dogmi. Precetti che si confondono con la legge. Dalla Sunna agli Hadith questa precettistica si è andata ampliando fino all’abuso, comprese le provvidenziali scappatoie che l’incontrollata legiferazione introduce allo scopo di annullare se stessa. Per cui non è del tutto sorprendente che nell’Europa di qualche secolo fa, specie nelle lettere e nelle arti, si potesse affermare l’immagine di un Islam accomodante e sensuale. Ma coi trucchi non si avanza all’infinito. Di fronte alla chiarezza e alle libertà della civiltà cristiana-occidentale, e alla ricerca inconsapevole di quell’universalismo perfetto che è proprio del Cristianesimo, l’Islam ha reagito negli ultimi tempi nutrendosi del mito dell’Islam originario, nel sogno del ripristino di una “vera” società islamica. Ha reagito esattamente come i millenarismi antichi e moderni. Le stesse parole scelte dai profeti del fondamentalismo islamico tradiscono la sua debolezza. Parole come “rivoluzione” sono un tributo culturale pagato all’Occidente che si vuole combattere, così come lo furono un giorno i “comunismi” russi e cinesi. Col loro portato totalitario sono le parole dell’universalismo perfetto, ma pervertito. Visto nel lunghissimo termine, anche il moderno fondamentalismo è una fase dell’occidentalizzazione dell’Islam. L’ultima prima del crac. Unica sua alternativa, l’equilibrio instabile dell’esempio turco, teso tra un laicismo d’importazione, capace d’essere durissimo, ed una religione che non lo contempla. Ma anche quello è destinato a cadere dentro l’Occidente. E la civiltà cristiana.
La Chiesa, Israele e la Terra Promessa
Ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo di Newton dei greco-melkiti (Usa), nel corso del Sinodo vaticano sul Medio Oriente, chiusosi, fra l’altro, con la richiesta alla comunità internazionale di metter fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, in applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite:
La Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Vogliamo dire che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Noi cristiani non possiamo più parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. Non ci sono più popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto. E questo è chiaro per noi, non ci si può basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi.
Ebbene, se non stiamo a sottilizzare e ad equivocare volutamente sulle parole, da un punto di vista cristiano – e ripeto da un punto di vista cristiano – ciò è sostanzialmente esatto. Per quanto mi riguarda, è vero ed esatto. Tuttavia parole così sbrigative (quasi malizioso, quel “popoli preferiti”) potrebbero indurre molti a vedere in negativo la “promessa” del Dio dell’Antico Testamento, come se non solo fosse stata abolita, ma anche “rinnegata”, quando invece è importante coglierne gli elementi di continuità con l’avvento del Regno di Dio. La prima promessa, men che mai rinnegata, fu superata più che abolita. Fu la prima promessa a tenere in grembo la seconda e più grande promessa, una Nuova ed Eterna Gerusalemme, che della prima fu uno sviluppo e una precisazione, e questo più grande bene non poteva nascere che da un altro bene.
E’ l’universalismo cristiano che ha desacralizzato qualsiasi concetto legato a popoli, a razze, e ad autorità terrene. La secolarizzazione è opera del Cristianesimo, che seppe distinguere quello che era del “secolo” da quello che era di Dio. Questo caratteristica dirompente – “dissacrante” nel vero senso della parola – del Cristianesimo, oggi dimenticata dalla civiltà che ne è figlia perché questa di quella è imbevuta, a riprova del suo completo trionfo, fu invece ben sentito, istintivamente sentito, nel mondo greco-romano dove i cristiani erano spesso accusati di “ateismo”. Fu una rivoluzione, che però aveva radici nell’ebraismo. E’ infatti nell’Antico Testamento che troviamo con chiarezza le radici della separazione tra quello che oggi chiameremmo “potere civile” e le “autorità religiose”: fu Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele; solo alla “stirpe di Aronne” fu riservato l’officio sacerdotale; e la tribù dei Leviti, alla quale Aronne apparteneva e che si occupava della gestione del culto religioso, fu l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non furono assegnati territori.
Sono sempre le parole e le storie dell’Antico Testamento che ci confermano come il Regno di Dio, se comincia a formarsi su questa terra, su questa terra però non può giungere a compiutezza. Mosè non mise mai piede nella Terra Promessa alle cui porte aveva condotto il suo popolo. Salì sul monte Nebo, nella terra di Moab, e potè vederla.
Ma il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe [...] Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.»
Mosè morì lì, nella terra di Moab,
e nessuno ha conosciuto la sua tomba fino ad oggi.
Ciò significa che la promessa non veniva completata con la conquista di Canaan, ma che essa racchiudeva in sé una seconda e più grande promessa: non era infatti concepibile che un suo profeta ne venisse escluso. La morte di Mosè nella terra di Moab, prima di entrare in quella Terra Promessa della quale sarebbe stato Re, ha lo stesso significato teologico del rifiuto di Gesù, Re d’Israele – tu lo dici, io lo sono - di farsi Re su questa terra: nella definitiva Terra Promessa si entra attraverso la morte. Tanto che per tagliare ogni cordone ombelicale con illusioni terrestri ed impedire culti superstiziosi Dio volle far sparire perfino ogni traccia della tomba di Mosè.
E se è vero che non ci sono più popoli “preferiti”, non è altrettanto vero che il concetto di popolo “eletto” sia sparito. Uscì con Cristo definitivamente dai confini razziali, dentro i quali d’altronde non fu propriamente mai, e non poteva esserlo, perché il seme non può smentire il frutto, neanche nell’Antico Testamento: la conquista della Terra Promessa si apre con la presa di Gerico, che ha come prologo il patto della donna, prostituta e straniera Raab con gli esploratori di Giosuè, il quale dopo la conquista
salvò la meretrice Raab, tutta la parentela e quanto le apparteneva, ed essa abitò in mezzo ad Israele fino ad oggi.
La salvezza di Raab preannuncia la salvezza della donna “cananea”, del buon “samaritano” o del centurione presumibilmente “romano” e in ogni caso non ebreo, ossia gli stranieri del Nuovo Testamento, e indica che nel senso più intimo e vero anche nel Vecchio Testamento il concetto di popolo eletto superava il pregiudizio etnico. “Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”, ha detto l’arcivescovo Bustros, ma specifichiamo: in potenza; perché a ciascuno Dio ha dato il libero arbitrio. Ma un popolo eletto esiste, anche se è solo Dio a conoscerlo: nemmeno la Chiesa intesa come organizzazione e assemblea dei fedeli vi si può identificare, tant’è che essa “non giudica”, ossia “non sentenzia”.
Tutto questo precisato, è verissimo che terre sacre e sacri confini non esistono in nessuna parte del mondo: vale per Israele, vale per qualsiasi altra nazione, vale perfino per il Vaticano. E’ la stessa civiltà giudeo-cristiana-occidentale che rifiuta questo feticismo territoriale. Per quanto profonde ne siano le radici, per quanto ostinate le tradizioni, gli stati si formano in ultima istanza su coordinate spazio-temporali, non metafisiche. Gli stati, le nazioni e le lingue nascono, si trasformano, e molto spesso muoiono. E quindi i conflitti fra questi vanno auspicabilmente risolti col buon senso e con la ragione, anche se le soluzioni non potranno mai essere indolori, com’è giusto con tutto ciò che si muove nel campo del relativo. Appunto per questo, per riguardo alla storia, e ad una presenza che non è mai venuta totalmente meno, tanto più se si parla di un territorio che dopo la conquista araba del VII secolo dopo Cristo non ha mai veramente conosciuto il concetto di “nazione”, estraneo all’Islam, non si può negare agli ebrei la solidità delle proprie rivendicazioni territoriali. Che hanno limiti e non hanno stimmate divine: su questo non ci piove. Ora, però, parlare astrattamente di Gerusalemme come città aperta, ambire di tripartirsi la Vecchia Gerusalemme, quando la Nuova dovrebbe interessarci di più, e dopo che da queste malattie ci saremmo dovuti emancipare da un bel po’ di tempo; “santificare” le risoluzioni dell’ONU, anche quando non stanno in piedi; o predicare, come fanno tutti come se fossero al bar, la necessità di due stati, senza dire come e dove (ed io la vedo molto, ma molto difficile); più che ad una ben ponderata e feconda proposta, somiglia proprio, mi pare, ad un articolo di fede, o al suo plebeo sottoprodotto, il luogo comune. E dovrebbe essere il contrario, o no?
Buon lavoro!
Io non so davvero perché tanti imbecilli, credendosi delle cime, si facciano belli di agitarti in faccia, materialmente o idealmente, il libretto rosso dei pensieri dei Padreterni della Costituzione. Ma provate a prenderla in mano! Questo presunto capo d’opera t’accoglie serissimamente con una sorta di raggelante avvertimento, che a me, uomo di fervida immaginazione e d’ineffabili e sorridenti speranze, ha sempre riportato alla mente l’umorismo nerissimo dell’ “Arbeit Macht Frei”: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.”
E lasciate dunque ogni speranza voi ch’entrate! Allegriaaaa… Secoli di umanissima storia cattolica & italica, straripante di moltissimi peccati e di moltissimi perdoni pubblici e privati, buttati all’aria giusto per dare un contentino a gente con evidenti problemi psicologici, comunisti e azionisti in prima fila, degl’infelici con morbose tendenze autopunitive, non meno gravi di quelle degli appena zittiti cugini dell’altra sponda, quella del sabato fascista; loschi figuri che all’occhio severo di quel Dio che scaraventò Adamo su questa terra si vollero sostituire, rinnovando specificatamente all’uomo della penisola mediterranea la maledizione con cui s’annunciò la tragedia dell’umanità: “col sudore della tua faccia mangerai il pane!”. Ecco qua la verità: la Costituzione inizia con una maledizione! Venerata infatti da gente tristissima, per la quale è un Vangelo, ma nient’affatto una Buona Novella. Ma che bellezza, questa nuova Repubblica Italiana che s’avanza salutando un popolo gonfio di speranze con un comunicato da campo di concentramento!
Che l’uomo infatti non sia fatto per il lavoro è un’eterna e indistruttibile verità. Adamo la sentì sulla carne ancor prima di cominciare. Anzi, già nell’Eden. A dire il vero se ne stava quasi divinamente, nell’Eden, da principe degli animali. Quasi. Immemore del passato. Quasi. Nient’affatto angosciato dal futuro. Quasi. Gli riuscì per un bel pezzo di Vivere il Divenire come un eterno presente, conciliando l’Essere e il Divenire meglio ancora del Superuomo di Nietzsche. Ma era un’illusione come lo fu per il filosofo tedesco. Voci incontrollate dall’oltretomba riporterebbero infatti che quest’ultimo, dopo essersi liberato dell’Essere e del Non Essere, la grande patologia dell’Uomo che duemila anni di tradizione giudea e cristiana hanno solo aggravata, si fosse introdotto di soppiatto nell’Eden per Vivere il Divenire come un vero animale. Scoprì allora di non essere un Animale. Non accettando di essere Uomo, s’inventò il Superuomo, l’uomo capace di Vivere il Divenire su questa terra. Questa era una sfida al Vero Essere, a quel Dio presentatosi nell’Apocalisse di S. Giovanni come “il Primo e l’Ultimo, il Vivente”, “vivo per i secoli dei secoli”, ma non su questa terra. Dopodiché, sia detto in suo onore e a testimonianza della sua serietà, Nietzsche diventò pazzo.
Qualcosa di simile accadde anche all’inquieto ma un po’ tontolone Adamo, un primate che senza il magico tocco di Eva non solo non si sarebbe mai scoperto con qualche lentezza ma con crescente entusiasmo maschio, ma non si sarebbe neanche mai scoperto Uomo nel divino senso del termine: conoscitore del bene e del male, della vita e della morte, dell’Essere e del Non Essere. Da allora l’uomo non è più riuscito ad accettare il divenire e a vivere il presente, che continuamente gli scivola via nel passato e gli sfugge nel futuro. Da allora la sua vita si accompagna al Tempo e all’Angoscia, due tetri e inesplicabili clandestini nell’impassibile serenità del creato, ombre dell’uomo e solo dell’uomo.
Che nonostante questa sconfortante condizione l’uomo non sia fatto per viver come bruto, ma per seguir virtute e conoscenza, e per prosperare e moltiplicarsi, non ci piove. Quando però, come succede troppo spesso per i nostri gusti, l’attività dell’uomo si accompagna alla tirannia del Tempo essa prende il nome di Lavoro e perde un bel po’ della sua piacevolezza e in molti casi in un batter d’occhio diventa una pena, per rimediare alla quale c’è ben poco da fare. Quindi rispedisco al mittente gli spropositi ultravirtuosi e farisaici dei menagrami di quelle mitiche repubbliche “fondate sul lavoro” ben conosciute nel mondo veramente civile, e per questo da quelle parti tenute scrupolosamente a distanza di sicurezza, per trasformarsi via via in repubbliche fondate sui posti di lavoro, ossia sugli stipendi.
Ciò detto, mi sembra chiarissimo che le vacanze sono finite. C’è chi la prende bene e chi la prende male. Nel secondo caso c’è chi pur prendendola male la prende lo stesso con filosofia. Nel qual caso la filosofia, in caso non fosse apprezzata, conserverebbe pur tuttavia l’utilità spicciola di un avvertimento terra terra, che è questo: il primo fesso che ha la disumana idea di congedarsi dal sottoscritto con un “Buon lavoro!” si prende un cazzotto in faccia. Costituzione o non Costituzione.
La Chiesa di Ratzinger
Non era poi difficile indovinare che con l’ascesa al soglio pontificio del pastore tedesco di piccola taglia ma di non piccolo ingegno Joseph Ratzinger per la Chiesa Cattolica si sarebbe aperto un periodo aspro e di confronto col mondo. Non certo per le belliche volontà di Benedetto XVI, ma per il carattere particolare – ma non esclusivo, ovviamente – che avrebbe assunto il suo pontificato, nel quale la priorità sarebbe andata alla chiarezza e alla testimonianza: un segno dei tempi in tempi confusi, senza essere per questo particolarmente drammatici; tempi positivamente segnati dal disgelo post-comunista e dalla stordente accelerazione dei processi di globalizzazione, alla preparazione dei quali non fu estraneo un papa di “sfondamento” come Giovanni Paolo II.
Ratzinger è andato incontro alla sfida col carattere mite, riguardoso e determinato che gli è riconosciuto, ma con piena consapevolezza. Col senno di poi – nostro ma non dell’Onnipotente, che tutto vede e prevede – si può dire che vi si fosse preparato per tutta una vita. Ha cominciato con segnare onestamente e correttamente i limiti del “dialogo” interreligioso, che è l’unica maniera proficua con la quale impostarlo, soprattutto entro la famiglia delle religioni monoteiste. Lo ha fatto a suo modo, ma con nettezza: rimarcare ciò che vi è di comune nelle loro radici non è altro, infatti, che rimarcarne ciò che vi è di differente ed inconciliabile. Una religione rivelata non può essere che una e una sola, come una sola è la verità. Fermo restando che si presuppone sempre la buona fede in chi professa una religione differente, e che questo “sarà computato a sua giustificazione”. Avrà scontentato coloro che plaudono alla stracca liturgia del dialogo che i media compiacenti propagano, dove tra vicendevoli complimenti si gira stucchevolmente intorno alle cose, ma i più seri e i più onesti non avranno potuto che apprezzare.
Sul fronte interno ha messo fine, per il momento, alle mai sopite illusioni – che sempre spunteranno e sempre saranno deluse – di evoluzione democraticista della Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica non può essere sovranamente collegiale. Ciò sarebbe la negazione della sua essenza, che si basa sul primato di Pietro. Essa, sul piano dogmatico, non si nega alla ricchezza dei contributi dell’ingegno umano, e particolarmente a quelli di chi ad essa appartiene, ma esige una “conferma”. Come la Rivelazione, completata dalla resurrezione di Cristo, fu una “risposta” alle ansie e alle congetture degli uomini, e al Logos dei filosofi, non una loro negazione, giacché lo Spirito di Verità aleggiava sopra la terra fin dal principio, così nei successori di Pietro – non necessariamente i migliori e i più profondi degli uomini ma in grazia del loro particolare carisma – la Rivelazione si arricchisce e si chiarisce in tutte le sue sfaccettature, accogliendo o correggendo quanto penetrato dalla mente umana. In questo la Chiesa Cattolica ribadisce la sua natura straordinaria, irriducibile a quella di qualsiasi entità puramente mondana. E questa diversità sola sta alla base del concetto di laicità e di separazione tra Stato e Chiesa. Chi vuole democratizzare la Chiesa Cattolica non solo distrugge la “chiesa”, ma distrugge pure lo “stato” transeunte e non totalizzante della migliore tradizione giudaico-cristiana-occidentale.
Sul piano del confronto con la società non ha potuto che ribadire la sua dottrina morale. La Chiesa Cattolica ne ha viste e vissute troppe per farsi impressionare dalla marea montante della libertà dei costumi. Essa non ne contesta, tranne che nei casi più gravi, la “legittimità”. Ma allo stesso tempo, di fronte ad un mondo anticristiano ed evidentemente insicuro cui la libertà nella legge non basta senza la benedizione cristiana, mantiene intatto il suo patrimonio dottrinario e ne dà testimonianza. Anche se il prezzo sarà alto, la Chiesa non si piegherà. Potrà perdere consensi al suo interno, ma ne potrà acquistare al di fuori. I tempi di difficoltà sono tempi di semina. E la Chiesa non ha fretta. E sa che una società “cristiana” non è una società di fedeli, ma una società che suo malgrado impara dall’esperienza che allontanandosi dal nucleo dei suoi insegnamenti ne paga carissime le conseguenze; cosicché vi ritorna, magari maledicendola. Prima dell’ennesima ribellione e dell’inevitabile pentimento.
Brutto, sporco e vandeano
Quanti anni ha Eugenio Scalfari? Tanti, e inutili: è penoso vedere un vecchio cui una lunga vita non ha allargato il cuore né la mente, un vecchio imbalsamato nella gelida frivolezza che tanto s’addice alla razza superiore dei sapienti servitori dello spirito dei tempi. Giovanotto fascista, fu comunista per un bel po’ di anni. Quando cominciò a sentire puzza di cadavere, divenne radical-socialista. Da molto tempo sdottoreggia di liberalismo, però nella più pura versione azionista. Da quasi settant’anni ormai, additare al popolo la banda dei malfattori è l’occupazione costante del suo talento. E’ un esercizio che richiede qualche destrezza lessicale, ma il più bieco opportunismo basta e avanza per evitare costosi infortuni. Dare dell’ebreo a qualcuno, per esempio, oggi non è più di moda, dopo la Shoah; dargli del kulako oramai è sconveniente anche tra i vetero-marxisti, dopo l’Holodomor; ma dargli del vandeano è ancora abbastanza chic, solo perché agli occhi dell’opinione pubblica la Vandea non è – ancora – ufficialmente associata all’idea del crimine all’ingrosso pianificato, all’orrore freddo delle “soluzioni finali”. Moralista senza morale, Scalfari è rimasto il vecchio e tranquillo giacobino di sempre, per cui non si fa il minimo scrupolo di usarlo:
Ho scritto domenica scorsa che la Lega somiglia per molti aspetti ad una Vandea. Questo delle banche è un elemento qualificante di una concezione vandeana dell’economia. Anche la Chiesa di papa Ratzinger sta assumendo aspetti vandeani e per questo è aumentata la sua attenzione (ricambiata) verso la Lega. Ma qui il discorso è più complesso e ne parleremo una prossima volta. (La Repubblica, 18 aprile 2010)
Ai suoi ammiratori perciò proponiamo le due seguenti e crediamo gustose letture sulle gloriose imprese dei civili estirpatori della mala genia vandeana.
Dal canto loro i giacobini vollero fare la guerra in Vandea. Si sa bene con quali risultati, e il modo in cui i loro generali, Léchelle, Rossignol, Ronsin e “gli eroi da 500 lire” furono rinviati, la falce alle reni, alle loro tribune e ai loro club dai contadini di La Rochejaquelein. Si dovettero chiamare i veri soldati, quelli di Mayence. Ciascuno dei due patriottismi se lo diede per inteso e rimase da quel momento nella propria sfera. Uno fece la guerra ai nemici della Francia, come d’abitudine. L’altro inventò una guerra speciale, la guerra ai nemici dell’umanità, una guerra senza precedenti. E’ una guerra che ha le sue armi, le picche; i suoi combattimenti, le giornate (rivoluzionarie); i suoi campi di battaglia, le prigioni; il suo corpo speciale, l’esercito rivoluzionario; i suoi avversari, i “nemici di dentro”, il fanatismo, il moderatismo, il federalismo, il dispotismo, e altri mostri in “ismo”. E’ quella che si chiama “la guerra della libertà”, “la guerra alla guerra”, quella che deve fondare la pace e la felicità universali. Sarà l’ultima e la definitiva: “Se il sangue cola ancora” dice Billaud, “almeno esso servirà per l’ultima volta a sigillare per sempre i diritti dell’umanità. E’ l’ultimo sacrificio sanguinoso di cui essa dovrà gemere, visto che viene offerto per assicurare il ritorno in terra dell’apprezzamento degli uomini, della stima che essi si devono e della fiducia che essa ispira… e dell’armonia civile che lega strettamente tutti i cittadini con il fascino di una così bella esistenza.” Sarebbe certo assai interessante studiare da vicino questa guerra nuova, giacché essa è la sola del suo tipo, e visto che soltanto in quest’epoca si vede all’opera, al naturale, quel patriottismo umanitario che ai nostri giorni [Cochin scrive all’inizio del ‘900 N.d.Z.] si mostra solo in marsina da conferenziere, dietro un tavolo verde e un bicchiere d’acqua zuccherata. Segnaliamone soltanto il tratto caratteristico, la ferocia. Bisognava aspettarselo. Si può risparmiare un nemico del proprio paese, del proprio partito. Ma che fare di quelli del genere umano se non distruggerli? Distruggere è il termine, con tutti i mezzi: “Si tratta meno di punirli che di annientarli”, dice Couthon. “Non bisogna deportare nessuno, bisogna distruggere tutti i cospiratori“ dice Collot. In una guerra simile non c’è nessuna legge, né di giustizia, né di amore, né di pietà. Riconoscerne una, vuol dire “uccidere giuridicamente la patria e l’umanità”. “Cosa c’è in comune,” dice Robespierre, “fra la libertà e il dispotismo, fra il crimine e la virtù? Si può ancora capire che i soldati che combattono per i despoti abbiano dato la mano ai soldati vinti per tornare poi all’ospedale: ma che un uomo libero si accordi con un tiranno o col suo satellite, che il coraggio venga a patti con la vigliaccheria, e la virtù col crimine, ecco ciò che non si comprende, che è impossibile […] ci vuole distanza tra i soldati della libertà e gli schiavi della tirannia” E’ per segnare questa distanza che si decreta che i prigionieri siano fucilati. La nuova guerra, dice un oratore giacobino, è una guerra della nazione contro dei “briganti”. Ecco il termine che resterà a designare i nemici dell’umanità; in senso proprio, non si tratta di uomini. Li si tratta di conseguenza. Di qui vengono le ingiurie grossolane contro i nemici, così incredibili per dei veri soldati eppure naturali in questo caso. La nuova guerra è brutale per istinto più che per principio. Essa erige a principio l’indegnità dell’avversario, come l’onore antico supponeva il suo valore. I nemici sono dei “mostri”, degli “animali feroci che cercano di divorare il genere umano”. Pitt [primo ministro britannico N.d.Z.] viene dichiarato “nemico dell’umanità”. Di qui il disprezzo del diritto delle genti, i massacri di parlamentari e di prigionieri di guerra. Di qui, soprattutto, le distruzioni di uomini, di donne, persino di bambini, come i bambini di Bicêtre nel settembre 1792, o i 300 piccoli sventurati del deposito di Nantes. L’orrore ci impedisce in genere di avvertirne la stranezza. Si erano viste nel passato sommosse di contadini, massacri perpetrati nel fuoco dell’assalto, crudeltà di proconsoli. Solo allora si vedono piccoli gruppi di uomini, come le autorità repubblicane e i club patriottici, tanto abituati all’assassinio da praticarlo a freddo per mesi, all’ingrosso e al dettaglio, come un’operazione. Eppure non si tratta di folli né di bruti, almeno non in tutti i casi. Si tratta spesso di piccoli borghesi terribilmente simili agli altri. Ma il loro addestramento li ha trasformati in modo incredibile. I puri – sono una ventina, oltre alle 80 picche della “armée Marat” – è gente capace di spogliare 100 giovani donne o ragazze dai sedici ai trent’anni, molte delle quali incinte, molte col bambino al seno, legarle nude alle famose barche, e poi, una volta aperte le valvole, guardarle mentre affondano lentamente, tagliando a colpi di spada le mani supplicanti che escono dai portelli. A Nantes vengono fucilati da 150 a 200 contadini vandeani al giorno, dice tranquillamente Carrier. Ne vengono annegati fino a 800 alla volta. A Lione, i patrioti dovettero rinunciare alle mitragliate perché i dragoni incaricati di sciabolare i sopravvissuti si ammutinarono per disgusto, e i morti venivano buttai nel Rodano per mancanza di gente che li seppellisse, e gli abitanti dei dintorni del fiume si lamentavano dell’infezione: nella prima settimana c’erano già 150 cadaveri sulla ghiaia di Ivours. La stessa protesta si registra ad Arras, dove il sangue della ghigliottina infetta il quartiere. Il generale Turreau, in Vandea, dà l’ordine di “passare alla baionetta uomini, donne e bambini e di incendiare tutto”. Questa è l’opera del patriottismo umanitario. Queste orge di sangue ci rivoltano perché le giudichiamo come dei comuni patrioti. E abbiamo torto. Un umanitario potrebbe risponderti che sono legittime. La guerra umanitaria è la sola che uccida per uccidere, essa ne ha il diritto ed è proprio in ciò che si distingue dalla guerra nazionale. “Colpisci senza pietà, cittadino” dice ad un giovane soldato il presidente dei giacobini “colpisci tutto ciò che ha a che fare con la monarchia. Non deporre il tuo fucile se non sulla tomba di tutti i nostri nemici – è il consiglio dell’umanità” E’ per “umanità” che Marat reclama 260.000 teste. “Che mi importa di essere chiamato bevitore si sangue!” grida Danton, “ebbene beviamo il sangue dei nemici dell’umanità, se è necessario!” Cattier scrive alla Convenzione che “la disfatta dei briganti è così completa che essi arrivano a centinaia ai nostri avamposti. Ho deciso di farli fucilare. Ne vengono altrettanti da Angers, gli assegno la stessa sorte e invito Francastel a fare altrettanto…” Non è orribile? Immaginiamo le grida di Jaurès [politico socialista francese ai tempi di Cochin, N.d.Z.] alla lettura di un simile lettera del generale d’Amade. Eppure la Convenzione applaude e fa stampare la lettera. E Jaurès non grida di indignazione, che io sappia, nella sua “Storia socialista”. La conclusione di Carrier ci dice perché: “E’ per principio di umanità che io purgo la terra della libertà da questi mostri.” Ecco la risposta. La Convenzione, Carrier e Jaurès hanno ragione: il generale d’Amade non può fare nulla di simile, giacché si batte soltanto per la Francia, Carrier è umanitario, ghigliottina, fucila ed annega per il genere umano, per la virtù; per la felicità universale, per il popolo in sé. Entrambi sono nel loro ruolo. Dobbiamo dunque aver cura di distinguere due patriottismi, quello umanitario o sociale, e quello nazionale. Il primo riconoscibile per la sua crudeltà, il secondo per la sua devozione. Confonderli vorrebbe dire ingiuriare il secondo, che non massacra, e far torto al primo, che ha il diritto di massacrare. Essi erano per caso alleati nel 1793, si sono opposti per principio in ogni epoca. [doveva ancora nascere il nazifascismo, ai tempi di Cochin, che era un intelligente, ed eroico “reazionario”: qui sta la sua inferiorità nei confronti di Tocqueville N.d.Z.] (Augustin Cochin, Lo spirito del giacobinismo)
Per arrivare alle fonti dell’ideologia rivoluzionaria, lo studio del linguaggio non è più la sola via, ma una fra le più sicure. Noi ricercavamo le origini intellettuali dello sterminio dei vandeani. Ci è parso quindi logico prestare una certa attenzione al linguaggio degli sterminatori e più precisamente al modo di qualificare le loro vittime. Abbiamo tratto questi epiteti dai rapporti dei membri del Consiglio esecutivo provvisorio e del Comitato di salute pubblica, da lettere, rapporti, ordini e proclami dei rappresentanti in missione, degli amministratori e generali repubblicani. Ecco l’elenco: «campagnoli feroci», «briganti», «briganti fanatici», «scellerati della Vandea», «tigri assetate di sangue francese», «orda», «orda di schiavi», «banda scellerata», «miserabile esercito di briganti», «accozzaglia insensata e feroce», «barbari», «aristocratici», «razza ribelle», «razza di briganti», «razza abominevole infatuata di monarchismo e superstizione», «mostri», «mostri fanatizzati, affamati di sangue e massacro». La litania termina qui. Si possono contare altre espressioni, ma non sono che varianti. Il repertorio è povero, le medesime parole si ripresentano incessantemente e l’intenzione e sempre la stessa: esecrare il male assoluto. Si vede che qui siamo in un’altra sfera di linguaggio, quello della «lingua inversa», la lingua che divide anziché riunire, in breve, quella dell’ideologia. L’umanità reale è abolita, le parole e i concetti sostituiscono le persone. Certo, la Rivoluzione ha arricchito questo linguaggio, ma il merito di averlo inventato spetta ai filosofi dei Lumi. Le parole del nostro elenco non sono tutte frutto dell’Illuminismo; ma si riferiscono tutte alla filosofia dei Lumi. Le considereremo successivamente. Prendiamo innanzitutto «campagnoli feroci», «fanatici», «briganti», «barbari» e «orda». «Razza» e «mostri» saranno analizzati più oltre. I vandeani sono definiti «campagnoli» come se appartenessero tutti a questo ceto sociale e il vocabolo e infuso di senso peggiorativo. Questi «campagnoli» sono reputati «feroci», «rozzi» e abbrutiti da una lunga schiavitù: «l’abitudine alla schiavitù» li «rende ancora insensibili ai vantaggi della libertà». Chi dice «contadino» dice anche «fanatismo» e il «fanatismo delle campagne» è sempre presentato come uno fra i fattori essenziali della rivolta. Ora, questa immagine del campagnolo feroce, fanatico e insensibile, corrisponde puntualmente all’interpretazione illuminista della gente di campagna. «Per ‘selvaggi’ intendete dunque» chiede Voltaire, «dei primitivi che vivono in capanne con le loro donne e qualche animale… parlando un gergo incomprensibile nelle città, con poche idee di conseguenza poche espressioni… che in determinati giorni si raccolgono in una specie di fienile per celebrare riti di cui non capiscono nulla…? Bisogna convenire che i popoli del Canada e i cafri che ci siamo compiaciuti di chiamare selvaggi sono infinitamente superiori ai nostri.» Buffon condivide lo stesso giudizio squalificante: «… persino da noi», scrive, «i campagnoli sono pin brutti dei cittadini». Lo stesso Buffon tenderebbe a considerare i campagnoli «una varietà della specie umana», «varietà» non sempre degenerata, ma che lo è in grado elevato nei paesi poveri. Se «fanatico» e «fanatismo» sono spesso abbinati a «contadini», l’impiego è molto pin esteso. «Fanatico» è persino uno fra gli epiteti più spesso lanciati contro i vandeani. È noto che cos’è un fanatico nel linguaggio della filosofia: un pazzo e inoltre estremamente pericoloso. «Oggi s’intende per fanatismo», scrive Voltaire, «una follia religiosa cupa e crudele, un fanatismo sta alla superstizione come il contagio alla malattia.» I fanatici, sempre secondo Voltaire, sono fomentatori di guerra civile. Nell’Henriade si leggono questi versi a proposito delle guerre di religione: “I tanti mali di cui la Francia è offesa/Hanno ahinoi la loro fonte in chiesa:/È la religione il cui zelo inumano/ Pone a tutti i francesi le armi in mano.” Quando i rappresentanti Richard e Choudieu accusano i vandeani di voler «assassinare la patria in nome del fanatismo» non fanno un discorso diverso. Tuttavia, l’appellativo più frequente è quello di «briganti». Non appare immediatamente, e a nostra conoscenza il primo a usarlo è il direttore della fonderia di Indret, in una lettera del 17 marzo 1793: «Stamane», scrive questo funzionario, «sono stato informato di un raduno di briganti». Nella seconda quindicina di marzo si parla di «briganti», ma ancor più sovente di «ribelli» e «cospiratori». Solo a partire dal mese successivo l’impiego diviene più frequente e sistematico. Il 2 aprile, Lebrun, presidente del Consiglio esecutivo provvisorio, ondina «una marcia concentrata per ripulire il paese infestato dai briganti». Il 15 aprile, Villers e Fouché rivolgendosi agli «abitanti delle campagne» denunciano i «briganti» che li hanno «sedotti». Da quel momento il termine è ufficializzato: per la Repubblica, i vandeani non saranno altro che «briganti». Indicarli con questa parola denigratrice, sinonimo di ladro e assassino, che ricorda la «Grande Paura», è certamente un modo per coprirli d’infamia e mobilitare contro di loro l’opinione pubblica. Ma vi e forse anche un sottinteso filosofico, che comunque non va scartato a priori. Poiché col termine «briganti» si vuol ricordare ai vandeani la loro condizione di esclusi dalla città. Infatti, i rivoltosi devono sapere che non sono più cittadini a tutti gli effetti, poiché si sono posti contro la legge: «..qualsiasi malfattore che infrange il diritto sociale», scrive Jean-Jacques Rousseau, «diviene per questo un ribelle e traditore della patria. Cessa di farne parte avendo violato le sue leggi». D’altro canto, i vandeani non sono i soli fuorilegge; tutti i sospetti lo saranno. Lo è stato lo stesso re: «Luigi ha combattuto il popolo», aveva dichiarato Saint-Just dalla tribuna della Convenzione il 13 novembre 1792. «È uno straniero… poiché appena un uomo è colpevole, esce dalla città». E si richiede un tribunale speciale. I vandeani sono criminali dello stesso tipo del re, ecco perché è giusto considerarli esclusi, «briganti». In un rapporto del 15 brumaio, anno II, (5 novembre 1793), Barère, il miglior teorico della repressione, abbina le due espressioni «orda di briganti» e «uomini indegni di chiamarsi francesi». Accostamento significativo: «brigante» in bocca a Barère, indica bene il colpevole di un crimine contro la società, il crimine antisociale di Rousseau, l’emarginato, l’indegno nazionale. «Barbaro» va nella stessa direzione. «Invasione dei barbari», è così che nel giugno 1793 i «patrioti» dei club di Nantes qualificano l’esercito cattolico e realista in marcia verso la loro città. Nutriti di storia antica, considerandosi greci minacciati da medi e persiani, attribuiscono così al termine «barbaro» il significato antico di straniero alla città, straniero rispetto al mondo dell’ondine e della nazionalità. Ma perché questo «barbaro» non potrebbe anche essere l’escluso dalla filosofia? I «patrioti» di Nantes non parlano forse dei vandeani come Saint-Just del re prima di consegnarlo al boia? «Luigi ha combattuto il popolo», aveva detto, «è un barbaro, uno straniero prigioniero di guerra.» Se il re era un barbaro, i vandeani pure. Essendosi schierati con il barbaro si erano imbarbariti. Opponendosi alla libertà in nome del re, si sono autocondannati all’oscurità del disordine e dell’irrazionalità. Il loro esercito non è degno di questo nome, è una «banda», un’«orda», un’«accozzaglia». La barbarie dilaga, e quale barbarie! La vista di questi selvaggi e agghiacciante; la loro sola presenza fisica insozza tutto ciò che tocca. Crétineau-Joly racconta che nel momento in cui «i vandeani rinunciano all’assedio di Angers, i difensori della città indissero una processione lustrale… e bruciarono l’incenso della patria per purificare i muri dalla lordura dei realisti». Cerimonia sorprendente. Si trattò di una riesumazione dei riti romani della lustratio e procuratio oppure di un’imitazione della liturgia cattolica della riconciliazione delle chiese? La seconda interpretazione è plausibile quanto la prima. La città rivoluzionaria non è forse un tempio? Non esiste in Francia dal 1790 una religione civica, quella stessa definita da Rousseau nel Contratto Sociale, con il suo Stato-Chiesa e la sua divinità, la Legge? Il rinnegato di una tale religione non e meno nocivo dell’eretico nelle religioni rivelate: come il contatto con l’eretico profana il santuario, quello del «barbaro» vandeano imbratta i bastioni della città. Nel linguaggio rivoluzionario, il significato delle parole non ne esaurisce tutto il valore. Le parole rivoluzionarie sono in funzione dell’azione; definiscono il male, ma prescrivono anche il trattamento radicale che deve essergli riservato. Dire «fanatici», «briganti», «barbari» significa esprimere il male assoluto, ma anche, per coloro che vengono così identificati, essere oggetto d’intolleranza, disprezzo e monte. Intolleranza: Nessuna tolleranza per i vandeani. Poiché secondo il precetto filosofico non è possibile tollerare il fanatismo. Scrive Voltaire: «Occorre non essere fanatici per meritare la tolleranza». Per Jean-Jacques Rousseau, il fanatismo deve essere proscritto: «Chiunque osi dire: “Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza”, deve esser cacciato dallo Stato». Disprezzo: perché secondo la morale «illuminata» chiunque è subumano a causa del suo fanatismo, dell’insensibilità ai Lumi, dell’aspetto ributtante e della volgarità merita il dispregio. Voltaine ha chiaramente mostrato la via di tale disprezzo. Per lui, molte specie umane, fra cui lapponi, ottentotti, neri in generale, contadini francesi ed ebrei sono disprezzabili. Non solo inferiori, ma anche disprezzabili e disprezzabili perché inferiori. Scrive, per esempio, a proposito degli ebrei: «… non troverete in essi che un popolo ignorante e barbaro, che da tempo immemorabile accoppia la più sordida avarizia alla più detestabile superstizione e l’odio insopprimibile per i popoli che lo tollerano e lo arricchiscono» Ma Voltaire è ben lontano dall’essere il solo. Questo tono di superiorità sdegnosa e malevola è quello di tutta la «filosofia» nei riguardi delle varietà umane giudicate inferiori. Per esempio, Buffon definisce i lapponi «popolo abietto» e disprezzabile e l’abate Prévost, riferendo sulla rivista Pour et Contre su una rivolta di schiavi neri nell’isola di Antigua, scrive: «Una massa di miserabili che di umano ha solo l’apparenza, non meriterebbe maggior attenzione del fastidio causato dalle rane o dalle mosche, se la forza e l’odio che dimostrano, più temibili del loro intelletto e ragione, non costringessero a prendere maggiori precauzioni per difendersene». È la scuola del disprezzo. Il torrente d’insulti rovesciato sui vandeani dimostra il grande profitto che i «patrioti» hanno saputo trarre dalla lezione. È vero che sin dall’inizio della Rivoluzione i club e le società patriottiche avevano dato il cambio, in questo come in molti altri campi, alla «filosofia». Per esempio, nella Société de 1789, Condoncet e André Chénier, uno dopo l’altro, avevano elaborato la dottrina del disprezzo rivoluzionario, figlio del disprezzo filosofico. Nel 1790, fornendo nel quadro di questa società un Ammonimento al popolo francese sui suoi veri nemici, Chénier aveva concluso in questi termini: «Così sapremo a quali uomini dobbiamo i mali passati e presenti e noi li puniremo con un ripudio eterno e un disprezzo inestinguibile». Comunque, il male vandeano richiede altri rimedi. Questo male è così profondo che né l’intolleranza né il disprezzo sarebbero sufficienti per estirparlo. La cura completa, quella della «medicina politica», comprende obbligatoriamente lo sterminio: «Il Comitato», dice Barère, «ha preso misure tendenti a sterminare questa razza ribelle dei vandeani… A Mortagne, a Cholet, a Chemillé la medicina politica deve impiegane gli stessi mezzi e le stesse medicine». Medicina politica, in conformità alla politica filosofica. Abbiamo visto come, e in quali termini, nel Contratto Sociale, Rousseau segnalava al criminale sociale la sua condizione di emarginato dalla città. Leggiamo ora il passaggio che segue, in cui, avendolo dichiarato fuorilegge, lo condanna a morte: «Qualsiasi malfattore che infrange il diritto sociale… diventa… traditore della patria. Cessa di esserne membro violando le sue leggi e gli fa persino guerra. L’integrità dello Stato è incompatibile con la sua, occorre che uno dei due perisca… non è più membro dello Stato. Essendosi riconosciuto come tale… dovrà essere eliminato con l’esilio… o con la morte, come nemico pubblico; poiché un tale nemico non è una entità morale, e un uomo, e il diritto di guerra impone di uccidere il vinto». Vi sarebbe molto da dire su questo testo. Ci soffermeremo qui sulle due espressioni «diritto di guerra» e «nemico pubblico». Qual è il diritto di guerra invocate da Rousseau? Qual è il diritto di guerra che consente di uccidere il vinto? Non è certo il diritto delle genti formulate dalla scolastica medioevale e dai filosofi di Salamanca. Non è più il diritto secondo Grozio, malgrado questo autore si mostri più permissivo dei teologici scolastici. È piuttosto la legge inesorabile delle guerre antiche. Quanto all’espressione «nemico pubblico», Rousseau intende evidentemente il nemico imperdonabile, irriconciliabile, nei cui riguardi è persino inconcepibile pensare di riconoscerne i diritti, tanto che la sola soluzione è ucciderlo. La logica di Rousseau è la logica dell’esclusione che conduce allo sterminio. È la logica del Terrore, la logica della Rivoluzione nella sua totalità. E non si creda che si sia atteso il Terrore per formularla. Almeno tre volte, dal 1789, è stata esplicitamente invocata al fine d’indicare al furore popolare i nemici da eliminare. La prima volta nel 1790, quando Condorcet e André Chénier dopo di lui hanno definito «l’insurrezione contro una legge» come «crimine contro lo Stato»: «Quando la Costituzione», ha detto Chénier, «fornisce uno strumento legale per riformare «una legge che l’esperienza ha dimostrate carente, l’insurrezione contro una legge è il delitto più grande di cui un cittadino possa macchiarsi; in questo mode disgrega la società per quanto è nelle sue possibilità. Questo è il vero crimine di lesa nazione». La seconda volta, nel 1791 e 1792, quando i religiosi refrattari sono stati definiti criminali indegni e destinati dapprima all’esilio, poi alla morte: «Ah», esclamò nel febbraio 1791 un membro del club giacobino di Lorient, «chiunque rifiuti questa pubblica testimonianza di attaccamento alla patria [il giuramento civico] sia considerato indegno dell’esistenza che ha ricevute nel suo seno». La terza volta, infine, il 13 novembre 1792, quando Saint-Just, avendo negato al re la qualifica di cittadino, insisté perché fosse trattato come nemico: «Cittadini, il tribunale che deve giudicare Luigi non è un tribunale ordinario…» Il terrore preesisteva al Terrore. Il sistema di pensiero che giustificava l’emarginazione e, di conseguenza, lo sterminio, è stato messo in atto dal 1789 contro gli avversari reali o presunti della Rivoluzione e questo sistema funzionava seconde la logica del Contratto Sociale. Molto prima della rivolta vandeana aveva fatto le sue prove. D’altra parte, uccidere i vandeani ribelli era più facile da giustificare del massacro dei preti e dell’esecuzione del re. Ma perché tutti i vandeani? Perché tutta la popolazione di questa regione? A prima vista su questo punto sorgono le difficoltà. La logica di Rousseau dell’esclusione a causa di delitti contro la società spiega perfettamente perché si uccidevano i ribelli presi con le armi in mano. Non spiega però perché si uccidessero anche le loro mogli e i bambini. Ma erano proprio questi che si volevano uccidere e così fu fatto. «Occorre», ordinava Turreau, «sterminare tutti gli uomini che hanno preso le armi e con essi i padri, le mogli, le sorelle e i figli.» Si presenta quindi l’interrogativo del perché sopprimere anche gli innocenti. Semplicemente per la ragione che innocenti non erano. Menzionando «il numero incredibile di donne, bambini… che seguono l’esercito vandeano, il rappresentante Laplanche qualificava questa gente «folla d’individui colpevoli». Tutti erano imputabili di colpevolezza collettiva, di una colpevolezza popolare o piuttosto di razza. Ricordiamoci la litania: «razza ribelle», «razza di briganti», «razza abominevole». Razza, nel linguaggio dei Lumi, significava «varietà della specie umana». Abbiamo visto che agli occhi dei filosofi queste varietà e razze, come i lapponi o i neri, erano ritenute inferiori. Per esempio, così si esprime Buffon sui lapponi: «Sembra si tratti di una specie particolare i cui individui sono tutti minorati… sono in maggioranza idolatri e assai superstiziosi». Unitamente alla bruttezza fisica, la superstizione è considerata dalla maggioranza di questi autori come uno fra i criteri principali dell’inferiorità razziale. Cosicché i francesi «illuminati» della fine dell’Ancien Régime tendono a classificare in una specie di subumanità le popolazioni, anche europee, la cui confermazione fisica non corrisponde ai canoni parigini della bellezza e dell’eleganza e le cui pratiche religiose indicano una fervida devozione. Significativo a queste proposito il modo in cui gli ufficiali francesi del corpo di spedizione del 1769 parlavano dei corsi: «Il carattere di questo popolo», scriveva per esempio il cavaliere di Mautort, «è diffidente e chiuso… I preti, e soprattutto i monaci, hanno sempre avuto grande influenza su questa gente superstiziosa, abusando spesso del loro potere per armare la loro mano… Quando si parla delle donne di queste paese non ci si può servire dell’espressione abituale ‘il bel sesso’, poiché generalmente sono assai brutte». Esisteva già dunque la subumanità corsa. Ecco quindi un’altra «varietà» inferiore, i vandeani, «razza abominevole». Era una varietà della specie che si voleva uccidere, una razza. Non erano individui, né tanto meno un determinato popolo. Il termine «Vandea» con cui si sarebbe indicata sempre più frequentemente questa massa di uomini, a partire dall’estate del 1793, non doveva più dare adito a illusioni. Certo, si parlò di sterminare la Vandea: «Schiacciate totalmente questa orribile Vandea», scrisse a Dembarrère il Comitato di salute pubblica. Ma la Vandea, nel linguaggio rivoluzionario, non indicava un popolo con la sua storia e una propria personalità. In questo discorso non era che il campione estremamente rappresentativo di una razza inferiore di uomini superstiziosi e fanatici, stupidi esseri incapaci di riconoscere i benefici della libertà. Questa subumanità la s’incontrava ovunque sul territorio della Repubblica, ma era particolarmente numerosa in queste zone occidentali, dov’era concentrata tutta una popolazione di fanatici. Questa «razza abominevole» la natura avrebbe potuto anche produrla altrove, solo il caso ha voluto farla nascere qui. Le era state date il nome di Vandea, perché occorreva pure chiamarla in qualche modo e perché un gran numero di quegli esseri inferiori abitava un dipartimento con quel nome. Ma non era il nome di un popolo, bensì l’etichetta di una cattiva varietà da cui occorreva ripulire il suolo della patria. Cattiva e mostruosa. Occorreva sbarazzarsene in nome della «medicina politica», poiché quella mostruosità presentava i pericoli di un tumore maligno, da estirpare a qualunque costo. «È per un principio d’umanità», scrive Carrière, «che purgo la terra della libertà da questi mostri.» La purga di Carrière ricorda il rito romano della procuratio, con cui si eliminavano le tracce dei prodigi, compresi i mostri. Per esempio, gli ermafroditi venivano annegati. Ma i mostri del proconsole di Nantes erano quelli dell’antropologia dell’Illuminismo: persone volgari, selvatiche, insensibili e fanatiche. I vandeani erano esclusi così non solo dalla città ma dall’umanità stessa. Si diceva purgare, ma anche «annientare». I termini «annientare» e «annientamento» tornano incessantemente sotto la penna dei terroristi. La frase di Couthon a proposito dei sospetti — «Non si tratta tanto di punirli quanto di annientarli» — ne chiarisce il senso. In effetti si puniscono solo i colpevoli ed è veramente colpevole chi è responsabile. Ora, dato che la maggior parte dei filosofi dell’Illuminismo negava il libero arbitrio — «La libertà», dice Voltaire, «è in effetti una chimera assurda» — respingeva pertanto qualsiasi responsabilità personale. Come scrive Diderot: «Nessuno è personalmente responsabile del male che si commette». La colpevolezza vandeana era essenzialmente generica, e non implicava responsabilità personale. Punire gli individui chiamati vandeani non avrebbe quindi avuto senso. Per contro, aveva senso, anzi era necessario, l’annientamento di quell’umanità viziosa e mostruosa, oltraggio alla natura e suo disonore. Annientare significava risanare. Tuttavia, il carattere punitivo non è completamente cancellato. Avviene a volte che il discorso rivoluzionario leghi l’annientamento alla colpa. Per esempio, in questa frase: «La Vandea dev’essere annientata, perché ha osato dubitare dei benefici della Libertà». Allo stesso modo in cui la disperazione conduce all’inferno, il dubbio riguardo ai diritti dell’uomo richiede la distruzione completa. L’annientamento rivoluzionario, contraffazione della dannazione… È forse anche un modo di vendicarsi di Dio, di quel Dio creatore che ha tratto tutto dal nulla. Ci si vendicherà di Lui riportando tutto nel nulla. Il termine ha pertanto il suo senso originario: annientare non è sole distruggere, è votare tutte le cose al nulla, significa proclamare contemporaneamente che dopo la monte non vi e nulla. Al tribunale rivoluzionario che lo interroga sul suo domicilio Danton rispende: «La mia dimora sarà presto nel nulla». Lo sterminio ridurrà nel nulla la Vandea. Si verificheranno così le parole di Voltaire: “Dal nulla tutto sembra provenire. Nel nulla tutto ripiomba.” Si noterà che i nostri testi parlano sempre di «annientare» — o «distruggere» o «sterminare» — mai d’immolare. Anche gli uccisori hanno divinità di cui praticano il culto, le più venerate fra queste sono la Libertà e la Ragione. Ma bisogna credere che si tratti di divinità astratte e senza esigenze. Non sembra che richiedano sacrifici. Hanno sete solo del nulla. Sono divinità del nulla. Rispetto a questa apparenza di religione, la fede dei vandeani costituisce un contrasto straordinario. All’inanità di queste divinità rivoluzionarie oppongono la pienezza del Dio dei cristiani, alla disperazione del nulla la speranza di una vita eterna. In una tesi recente si e dimostrato questo desiderio del Cielo che animava la loro spiritualità, desiderio testimoniato più che da qualsiasi altro testo dalla strofa seguente della Marsigliese dei Bianchi: “Questa morte di cui ci minacciano/ Sarà la fine dei nostri mali./Quando saremo di fronte a Dio,/ La sua mano benedirà le nostre opere.” Esiste una logica dello sterminio e se ne possono discernere chiaramente le origini, rintracciabili essenzialmente nella filosofia illuminista, ma probabilmente anche, in minima parte, nei costumi e riti del paganesimo antico. Per completezza si sarebbe dovuto risalire alle fonti della filosofia dei Lumi, ossia al pensiero di Spinoza, alla corrente libertina e naturalista. Ma il quadro limitato di questo studio non consentiva di introdurre queste ricerche. Per quanto riguarda il filo conduttore che lega l’Illuminismo allo sterminio, pensiamo che non si tratti di un’ipotesi di ricerca ma di una quasi certezza… Ci verrà obiettato che esistono diverse letture dell’Illuminismo; forse, ma occorre comunque iniziare dalla prima, quella che consiste semplicemente nel prendere conoscenza degli autori nelle versioni integrali delle loro opere. Come interpretare ciò che non si conosce? Non si potrebbe d’altronde ridurre tutte alla logica. Nessuna logica, per quanto forte, è onnipotente. Nessuna è necessariamente efficace. La logica delle sterminio non spiega tutta la tragedia. In particolare non spiega perché tanti uomini hanno accettato di asservirsi, perché sono divenuti massacratori e per quale motivo si sono comportati così selvaggiamente… Una cosa, sarete d’accordo, è assuefarsi all’idea di uccidere, un’altra è uccidere e un’altra ancora farlo con tanta crudeltà come si è visto in Vandea — donne arse nei forni, bambini fatti a pezzi. La logica spiega il consenso concettuale, non quello reale. Dice come si sia indetti a uccidere, non perché si uccide. Solo in virtù di ordini ricevuti? Con l’allenamento alla follia omicida e attraverso la liberazione del male insito nell’uomo? Tutto questo va prese in considerazione, ma occorre aggiungervi il disprezzo. Si uccidono i vandeani perché si disprezzano, ma soprattutto poiché, per loro tramite, si dispregia l’uomo stesso. Cos’è infatti l’uomo per la filosofia dei Lumi? Nient’altro che una componente della natura, interamente soggetta alle leggi fisiche che governano l’universo e totalmente priva di libertà: «Tutti i suoi movimenti», scrive d’Holbach, «non sono null’altro che spontanei… dal momento in cui nasce fino a quando muore, è continuamente modificato da cause che, suo malgrado, influiscono sui suo meccanismi e dispongono della sua condotta». Unicamente un aggregato di bisogni e di appetiti: «Dico innanzitutto», scrive Morelly, «che la vera libertà politica dell’uomo consiste nel godere, senza ostacoli e timori, di tutto quanto può soddisfare i suoi appetiti naturali». Nient’altro che una macchina, che solo il suo funzionamento lo distingue dal rimanente dell’universo: “L’uomo è una macchina», afferma La Mettrie, «e in tutto l’universo non esiste che una sola sostanza, diversamente modificata» Nient’altro, infine che un animale, la cui superiorità rispetto agli altri è data dall’istruzione: «È solo l’educazione che fa gli uomini; esiste solo ciò che essa vuole» (Philipon de la Madeleine). Allora, se l’uomo non è che questa pochezza, come rispettarlo? Nel migliore dei casi lo s’ignora e diventa facile ucciderlo. Se non è altro che questo essere in preda ai bisogni e ai godimenti, come non disprezzarlo? È dunque qui la molla segreta di quella frenesia che s’impadronisce dei massacratori, di quella follia morbosa che li spinge a voler cambiare la Vandea in cimitero. È stato dimostrato che un disprezzo troppo spinto di se stessi produce irrazionalità. «Non bisogna», osserva giudiziosamente Bossuet, «permettere all’uomo di disprezzarsi totalmente, per evitare che credendo con i pagani che la nostra vita non sia altro che un gioco regolato dal caso, si comporti senza regole e senza ritegno, alla mercé dei suoi ciechi desideri.» Le sterminio furioso dei vandeani significa la rivincita della morte. Gli spiriti illuminati avevano voluto negarla — «Questo nemico non è nulla», aveva scritte il cavaliere di Jaucourt — ma riducendo l’uomo a un frammento di materia, ne avevano inconsciamente preparato il ritorno. Non diremo il suo trionfo. Lo storico deve tener conto anche della fede dei vandeani e questi non hanno riconosciuto il trionfo della Morte, ma il trionfo della Croce, che è in effetti morte, ma una morte che si apre alla vita. (Jean De Viguerie, in AA. VV., La Vandea)
Dawkins & Hitchens: rigorosamente atei, ma apocalittici
Bisognava solo aspettare un minchione con abbastanza fegato per farlo: dico, chiedere l’arresto del Papa per crimini contro l’umanità. Alla fine ne sono arrivati due, la premiata ditta Dawkins & Hitchens, una coppia di aspiranti martiri dei resti dell’oscurantismo medievale nel nostro tempo, specializzata in quell’esercizio spesso fruttuoso e in ogni caso privo di rischi che tanto successo ottiene fra le schiene pieghevoli e le menti deboli dell’Occidente noioso e pantofolaio: sparare con comodità contro la Croce Rossa, ossia contro la Chiesa Cattolica. Sorprendentemente, ma solo il linea teorica, perché grande è la confusione sotto il cielo, sono stati due atei di superiore statura, integrali e consapevoli, a dar voce al crucifige delle plebaglie moderne, che da due secoli a questa parte si traduce spesso e volentieri nell’accusa di “crimini contro l’umanità”. Giustamente, giacché da quando le menti del volgo sono state illuminate dai Lumi – nomen omen – che si sostituirono alla Luce che venne nel mondo due millenni or sono, l’Umanità ha sostituito la Divinità, e la Ragione la Fede. E da allora la condanna per “crimini contro l’umanità”, tanto grave – e definitiva – nel suo sapore metafisico, è diventata un surrogato del Giudizio Divino. Che l’ideologia dei Diritti Umani abbia esordito nella storia con macelli prodigiosi è del tutto in linea con la sua natura profonda: infatti mentre per la conciliante, consolante, amica e saggia filosofia cristiano-cattolica il Figlio dell’Uomo è pur sempre il Figlio di Dio, e Fede e Ragione si danno la mano in un fecondo sposalizio, per i fanatici della Ragione l’unico Dio è l’Uomo, geloso quanto quello dei cieli ma a differenza di quello per nulla misericordioso.
E’ invero tonificante vedere come i nemici del Cristianesimo, con le loro micidiali parodie del Cristianesimo, dal Cristianesimo non sappiano uscire. Ma mentre il Dio della Bibbia è tanto buono da concedere all’uomo tutta una vita terrestre per imboccare la retta via, e anzi, nella sua sapienza insondabile, e per dirla con le parole del Vangelo, gli abbrevia perfino i giorni della grande tribolazione nel momento esattissimo nel quale la sua fede potrebbe soccombere; ma mentre lo stesso Dio ricorda all’uomo sofferente per la finitezza mortale del suo corpo e per l’indefinitezza spossante della sua anima il destino della sua natura divina – sua dell’uomo – dove tutto si comporrà in unità, nel riposo di una Nuova Gerusalemme, ed in vista di questo nobile ed entusiasmante obbiettivo gli proibisce di stabilire gradi definitivi di giudizio su questa terra, distinguendo il Suo Giudizio dal diritto “solo” positivo degli uomini; ma mentre dunque il buon Dio e i suoi umili accoliti dimostrano una certa incoraggiante coerenza che nella nostra civiltà è riuscita a fare meraviglie, la razza massimamente democratica e massimamente tollerante dei nostri tempi non riesce a fare altrettanto: non vuole sottrarsi all’orizzonte solo terrestre, ma non riesce però a sottrarsi agli impulsi divini; per cui di quando in quando invoca, o meglio, nomina un suo Angelo Sterminatore.
Per questo dico che è sorprendente solo in linea teorica che due alfieri dell’ateismo, due adoratori dell’incompiutezza dell’uomo, della scientifica e rilevabile relatività di questo animale un po’ troppo intraprendente, si siano abbassati a pratiche “superstiziose” quali mettere in moto la retorica dei diritti umani: perché si scaldano tanto, e perché s’indignano, di grazia, i vari Hitchens & Dawkins se non credono risolutamente a nulla di ciò che travalichi la schiavitù del tempo e dello spazio? Specialmente per ciò che riguarda l’uomo? Non dovrebbero, in perfetta coerenza con la loro superiore intelligenza delle cose, che non chiamiamo filosofia perché in quest’ultima l’amore ci mette diabolicamente lo zampino, limitarsi a godere seraficamente dello spettacolo del genere umano, col suo regolare quanto caotico festival di sopraffazioni, coi suoi processi di distruzione creatrice? Negatori furiosi di ogni ombra di diritto naturale, non riescono neanche a graduarne gli effetti sul diritto positivo. Come tutti gli amici dell’uomo plasmato dalla sola terra, all’infuori dei molto più temperanti figli di Fido, quando discendono dalle regioni superiori conoscono solo la mannaia. Rigorosamente atei, ma apocalittici: non credono a nulla, ma sui principi non transigono.
La provocante forza della Chiesa Cattolica
Non deve stupire che Benedetto XVI non abbia fatto cenno alla questione pedofilia nei giorni della liturgia pasquale. Se la Chiesa Cattolica fa atto di contrizione, non lo fa certo per piegarsi allo “spirito del mondo”. Il Papa era aspettato al varco, il palcoscenico già allestito dalla grancassa dei media, davanti alla gran platea del mondo. Ma la Chiesa è troppo avvertita per prestarsi alle forche caudine di questa sorta di liturgia profana. La Chiesa, come ha detto il Papa, che non parla mai a caso, e men che mai nei momenti topici, non si fa intimidire. Per cui si è sottratta allo spettacolo, con un silenzio fermo, franco e maestoso, come quello di chi passa misteriosamente in mezzo alla folla inferocita: un silenzio religioso.
Non vi è nessun complotto contro la Chiesa Cattolica. “Complotto” è una parola troppo meschina per descrivere l’attacco concentrico di cui essa è oggetto da qualche tempo. La venuta alla luce di fatti di pedofilia al suo interno ha semplicemente aperto una breccia nelle sue mura poderose: lì si sono ammassate, senza alcun bisogno del richiamo del trombettiere, le forze che le sono avverse. Giova ricordare che solo oggi, nell’era delle comunicazioni di massa, la pedofilia è entrata dalla porta principale nel gran dibattito dell’opinione pubblica. Anche la Chiesa ne è stata investita, e non poteva essere altrimenti. E’ significativo che oggi ad essere nel mirino dei moralizzatori siano proprio quel Cristianesimo e quella Chiesa che nella storia, sulla scorta della tradizione ebraica, seppero dire una parola definitiva su tale crimine “contro natura”; laddove invece fuori della civiltà giudaico-cristiana tale parola chiara non fu mai detta; laddove invece nel mondo delle arti, con cenni più o meno espliciti, e fino a non molto tempo fa, la pedofilia, o almeno l’efebofilia, era non di rado un piccante e grazioso dettaglio di quel mondo pagano, libero e sensuale, “naturale”, che si voleva contrapporre con idealizzata nostalgia alla camicia di forza della civiltà cristiana.
Che sulla Chiesa Cattolica in particolare si stia abbattendo questa tempesta è un segno della sua forza: perché sprecare energie su moribondi il cui destino è già segnato? Non parlo tanto delle Chiese Ortodosse, che da quando chinarono il capo a Cesare, ancora in epoca bizantina, non si sono mai interamente riprese. Parlo, ad esempio, delle chiese protestanti europee, ridotte oramai allo stato comatoso di chi non ha più nulla da dire. Ed infatti nulla riescono a dire da quando si sono disciplinatamente incanalate, ovviamente tra applausi discreti, in uno sfatto democraticismo, e alla Rivelazione hanno mostrato di preferire l’impalpabile filosofia dei diritti umani. Questo lento tramonto era già scritto nel loro atto di nascita. Il protestantesimo si è fatto chiesa solo adattandosi alle esigenze delle nuove compagini nazionali, ossia dei Prìncipi: la traduzione in lingua della Bibbia ne costituì spesso una specie di manifesto. E’ possibile che nei paesi dell’Europa settentrionale l’intrinseca debolezza teologica di queste chiese nazionali abbia favorito una transizione meno problematica nella modernità, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, in quanto l’elemento religioso non si contrapponeva necessariamente al rinsaldarsi dell’entità statale. Mentre la Chiesa Cattolica mantenne la sua integrità, e con quella l’universalismo che le è proprio. E’ per questo che l’anticlericalismo duro e puro, anche nei momenti di bonaccia della contesa politica, è caratteristico soprattutto dei paesi latino-cattolici. E’ per questo che la distinzione tra stato e religione, che il Cristianesimo possiede già alla radice, si è fatta strada con più facilità nei paesi protestanti: non già per la superiorità del protestantesimo, al contrario, per la sua inferiorità, che ha imposto parametri assai meno stringenti di chiarezza.
Per il mondo protestante, che ora sta pagando il conto, per così dire, di questa partenza “truccata”, si è trattato di una sorta di lunghissimo e fruttuoso regime interlocutorio, che ha fatto da battistrada al mondo intero. Ma oggi, nella centrifuga disorientante della globalizzazione anche la forza vivificante delle sette vigorose del Nord-America sembra venir meno, mentre si appalesano sempre più i limiti di una cripto-veterotestamentaria mancanza di “pietas”. A dispetto delle apparenze, e parlando in termini epocali, la forza delle cose fa sì che non solo il mondo extra-occidentale si stia progressivamente cristianizzando nel momento in cui, volente o nolente, avendone o non avendone coscienza, e tra una crisi di rigetto e l’altra – vedi le convulsioni islamiche – giorno dopo giorno si arrende insensibilmente ai canoni della civiltà cristiano-occidentale; ma anche che nel mondo occidentale propriamente detto la dialettica stato-religione, partendo però da un punto che ha superato le criticità più accese e violente delle vecchie contrapposizioni, somigli sempre più a quella che abbiamo conosciuta nei paesi cattolici. La bufera di questi giorni è solo il movimentato e scomposto prologo di un travaglio necessario come la respirazione alla vita della società civile che nella Chiesa Cattolica, roccaforte senza riserve del diritto naturale, avrà in futuro, come ebbe nel passato, un imprescindibile protagonista. Nel mondo intero.
La Repubblica Islamica in un vicolo cieco
Che in questi giorni proprio la nazione simbolo del radicalismo islamico sia in preda a convulsioni così gravi da far sperare in una caduta del regime degli ayatollah non è affatto strano. Esistono anzi i presupposti per vedere nell’Iran l’anello debole – il grosso anello debole – dell’Islam. Per una serie di ragioni che si riassumono fondamentalmente in una: l’Iran è già un paese – relativamente al contesto islamico – molto occidentalizzato. Vediamo perché.
- L’Iran è un paese indoeuropeo. Ancor oggi i tratti somatici della maggior parte degli iraniani sono ben poco dissimili da quelli di molti europei meridionali. Nell’Antichità e nell’Alto Medioevo l’impero persiano è stato il grande dirimpettaio asiatico dell’Europa greca, romana e bizantina. L’espansione araba dal sud dell’omonima penisola nel VII secolo dopo Cristo e poi quella turco-mongola dal nord-est asiatico hanno tagliato fuori il mondo persiano dal contatto diretto con l’Europa, ma non hanno distrutto del tutto un retroterra culturale per quanto remoto che lega in parte la Persia attuale alla storia dell’Occidente. Inoltre, anche se questo è un tratto comune a molti altri paesi islamici, non vi è quel legame “carnale” col Corano costituito dalla lingua araba.
- L’Iran è un paese sciita. Lo Sciismo ha delle coloriture messianiche, specie nella figura di un “ultimo Imam” artefice di un regno di giustizia finale, che, pur nell’incertezza dottrinaria caratteristica della religione islamica, lo avvicina per certi versi alle sette ereticali del mondo cristiano più ancora che al Cristianesimo in sé.
- Nel secolo scorso la cinquantennale dinastia Pahlavi ha proceduto ad una profonda laicizzazione dello stato. Per quanto autoritaria, essa è stata un’occidentalizzazione indiretta del paese, come lo sono state, ad esempio, le dittature comuniste nei paesi asiatici, in quanto inconsapevoli messaggere di quel messaggio universalistico, ancorché pervertito, peculiare della civiltà cristiano-occidentale.
- Tutti i fenomeni ereticali in senso lato, ivi compresi i totalitarismi moderni, sono distorsioni “mondane” dell’universalismo cristiano, il quale, in mancanza di quella cassa di compensazione spietatamente dogmatica costituita dalla speranza in una Gerusalemme Celeste, che comporta necessariamente la rinuncia al sogno di una giustizia messianica in terra, invece di liberare l’individuo, elevandone senza preclusioni la dignità, tende a uniformare tutti nell’uguaglianza della schiavitù; perché questo è il risultato inevitabile dell’imposizione di una libertà perfetta e generalizzata, quando l’unica libertà possibile è quella che si declina nel tempo e nello spazio della nostra condizione, ed è perciò sempre imperfetta. Quando Gesù dice “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” egli stabilisce, indirettamente, due cose: attesta che vi è un Dio superiore e distinto da Cesare e che nessuna autorità terrena può essere divinizzata. Stabilisce la relatività di qualsiasi autorità terrena e che essa non può sostituirsi a Dio. La norma emanata dall’autorità terrena rimane valida, ma dentro un cerchio delimitato. Essa ha valore temporaneo in quanto mortale l’autorità che l’ha emanata e, in senso lato, valore contrattuale, in quanto non si contratta con un’Autorità Suprema, Immortale e Onnipotente. L’adunanza dei fedeli, la Chiesa, vive nella società, ne riconosce le regole di convivenza, ma non trae da essa, ovvero dagli uomini, il magistero etico. Tutto ciò determina un nuovo rapporto del singolo con la società alla quale egli ora concede un’adesione condizionata. Non vi è più spazio per un’etica di gruppo, che sia a livello tribale o statale. In verità non poteva esservi completamente neanche prima, ai livelli pervasivi e totalitari che avremmo conosciuto successivamente a Cristo. La situazione era ambigua per l’uomo inteso come animale sociale; egli era ancora parzialmente in catene. A livello di comunità la venuta di Gesù significò una grande “chiarificazione”. Ma proprio in seguito a questa chiarificazione, la perversione di questo nuovo rapporto poteva portare a risultati opposti. E il primo grande caso fu l’Islam. Nella sua formula di fede Maometto/Cesare costituisce Dio mallevadore della propria autorità. Maometto/Cesare e Dio legiferano insieme. Il Dio di Maometto parla agli uomini, non all’Uomo. La legge della comunità è l’unica direzione morale della coscienza individuale. Non vi è spazio per l’interiorità. Non vi è una Chiesa e non vi è posto per un Clero nella società/religione islamica; quando invece già nell’Antico Testamento – ombra e promessa della chiarificazione cristiana – vi era la tribù dei Leviti, ai quali non era destinata nessuna parte della terra d’Israele, e dai quali uscì la stirpe di Aronne, la classe sacerdotale; quando invece nell’Antico Testamento “le leggi di giustizia” furono solo dettate da Dio a Mosè, mentre il Decalogo fu scritto nella pietra dal dito di Dio stesso. Se nella cristianità medievale Maometto era sentito confusamente più come una specie di “eretico” che come il fondatore di una nuova religione, la cosa aveva un suo fondamento profondo, sottovalutato dalla dotta e informata superficialità di certi studiosi moderni.
- La radicalizzazione dell’Islam deriva dal suo contatto con l’Occidente, ossia con la civiltà cristiana. Ora non ci si scontra più ai confini, fisicamente, come nel passato. Le comunicazioni di massa fanno sì che l’incontro-scontro si svolga nella quotidianità della vita sociale e domestica, e non vi si possa sottrarre. La radicalizzazione deriva dalla necessità da parte dell’Islam di chiarire – definitivamente – il suo universalismo. Ma se lo fa, muore confluendo direttamente nel Cristianesimo, o indirettamente nella civiltà cristiana. Nell’Occidente. Oppure, opta per il messianismo. E quindi in questo secondo caso tende a somigliare sempre più ad un totalitarismo moderno, “occidentale”. Una perversione dell’Occidente. Come si vede proprio nella “Repubblica islamica dell’Iran”, con la grigia uniformità dei suoi quadri religiosi e politici, così lontani dai colori e dagli arabeschi dell’Islam storico, con la sua scimmiottatura di una repubblica parlamentare, monitorata da una Guida Suprema e da un Consiglio dei Guardiani della Costituzione, tanto somiglianti ad un Segretario Generale e ad un Comitato Centrale di qualche dittatura marxista; con la mistica tanto moderna di una “Rivoluzione” – parola occidentale come poche altre – che ebbe nel “parigino” Khomeini il suo demiurgo. Solo che la radicalizzazione implica una fragilizzazione che non può protrarsi in eterno.
Con lo stato superlaico l’uomo torna bambino
Per fortuna che i dottori della legge di Strasburgo e i loro tifosi non si sono ancora accorti che facciamo festa di domenica. O che contiamo gli anni – più o meno – dalla nascita di “quell’uomo”. Chissà dove potrebbero arrivare con la loro stupida coerenza! Possibile che non suoni un campanellino d’allarme nella testa dei guardiani della legalità? E’ possibilissimo, purtroppo, se costoro hanno solo aggiornato, e non abbandonato, i nefasti sogni di perfezione delle vecchie ideologie. Anche quando, nel migliore dei casi, prendano le sembianze ingannevoli di un marchingegno istituzionale minimo, grazie al quale lo stato altro non sarebbe che una piattaforma logistica di base sulla quale i concetti di male e bene scivolerebbero come sulla superficie liscia di un corpo duro, ma che consentirebbe il libero gioco delle libertà individuali: fatte salve, ahinoi, alcune basilari “regole d’ingaggio”. Sulla carta. Sennonché senza una qualche fibra morale che la vivifichi una società non sta in piedi. La conflittualità diventa distruttiva. Dopo un po’ se ne rendono oscuramente conto anche i partigiani dell’assoluta neutralità dello stato. Solo che non lo confessano. E allora, così come per far quadrare i conti una tassa tira quasi sempre l’altra, pure per mettere pace tra litiganti irresponsabili una regola d’ingaggio tira l’altra, a gran vantaggio in ambedue i casi dell’ipertrofia statale. Per cui all’uomo tenuto ben lontano dai concetti di bene e di male, che l’opinione pubblica non ha dibattuto, perché invitata a non farlo; privato di una tensione morale che egli non ha coltivato, perché invitato a non farlo; la nuova società propone, anzi, impone come surrogato un affastellarsi di corsi di educazione: prima civica, poi sessuale, un giorno anche sentimentale. L’uomo torna bambino. Come si vede d’altra parte ogni giorno dalla smisurata suscettibilità di questi nuovi cittadini, spesso non a caso organizzati in branco: ai simboli, alle parole, ai gesti. Ma magari non altrettanto alla violenza contro l’individuo e la proprietà. Lo spirito della legislazione diventa tanto più occhiuto, minuzioso e manifestamente precettistico, quanto più il sentimento della comune appartenenza s’indebolisce. Laddove una scarna legislazione che rinsaldi sempre di più la difesa e i veri diritti della persona – non i capricci, le ipersensibilità e le permalosità – mette al riparo l’individuo dagli ondeggiamenti della massa; e in questo, senza essere invasiva, senza materializzare uno stato etico, indirettamente mantiene e confessa il suo fondamento etico; quella farraginosa del Corano laico ottiene l’effetto opposto. (Tutto ciò bisogna tenere a mente, ad esempio, quando si affronta la questione dell’aborto, le cui implicazioni si diramano ben oltre lo status dell’embrione.)
In questa parodia dello stato liberale, così come concepito ad esempio da certi zelanti devoti del “patriottismo costituzionale”, che è potenzialmente la versione più moderna e accattivante di uno stato criptogiacobino, l’uomo, incapace di camminare con le proprie gambe e non a caso bisognoso di “educazione permanente”, è ridotto ad una marionetta che viaggia nel traffico della società rispettando scrupolosamente i segnali vecchi e nuovi che spuntano ad ogni incrocio suppostamene pericoloso. Vengono in mente le parole a riguardo del socialismo pronunciate in un discorso parlamentare 160 anni fa da Tocqueville:
…il terzo [tratto caratteristico, di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo] è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana…
L’importanza della religione quale collante e stabilizzatore sociale era ben presente sia ad un conservatore-liberale credente come Alexis de Tocqueville, sia ad un conservatore-reazionario ateo come Hippolyte Taine, per rimanere nella Francia dell’ottocento. L’epoca dello stato confessionale è passata, e giustamente, giacché si presume che dopo il lungo tirocinio l’uomo “occidentale” sia in grado camminare da solo. A patto di rimanere umile. Emanciparsi da Dio, o quantomeno da una morale che a una verità se non trovata almeno ricercata con sofferenza faccia riferimento, è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.
Quell’inutile schiaffo alla Cristianità
Il professor Michele Ainis, sulla Stampa, ci ricorda che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è un retaggio di regolamenti e circolari degli anni dell’epoca fascista, seguiti ai Patti Lateranensi. Ma che “si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.” Si potrebbe anche osservare che la Repubblica Italiana, in questo caso, è stata abbastanza saggia da non fare di un simbolo una questione di “principio”; ossia da non fare di un simbolo, che pure ha accompagnato la nostra storia per millenni e che fa parte della nostra tradizione, un “idolo”. Quando si parla di “tradizione”, nel senso comune del termine, si parla di cose in ultima analisi “periture”, o meglio, non per forza “imperiture”, e tuttavia legate in ogni caso ad una storia che non è ancora morta. Ragion per cui si dovrebbe far uso di pragmatismo e buon senso in una questione dove col pretesto di non “offendere” la sensibilità di qualcuno si offende la sensibilità di molti (che pena, francamente, queste anime sensibili appena arrivate dalla faccia oscura della Luna o da Marte che alla vista del crocifisso urlano come se qualcuno stesse martellando le falangi delle dita delle loro mani delicate!). Sennonché i maestrini di laicità che hanno applaudito la recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sulla questione del crocifisso, presi dai loro astratti furori, estranei ad ogni prudente e temperante rispetto per costumi magari vecchiotti ma non ancora passati a miglior vita, né dall’opinione pubblica italiana sentiti come tali, vorrebbero al contrario “imporre”, loro, per legge, la non-esposizione del crocifisso. Perché la sola esposizione nelle scuole pubbliche, che nulla in realtà impone a chi le frequenta, per questi occhiuti guardiani della democrazia fuori della storia rappresenterebbe una sorta di muta intimidazione spiccatamente religiosa che lederebbe addirittura le libertà fondamentali previste dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Al Comitato dei Lumi che in nome della perfetta neutralità s’intestardisce a mostrare la via, la verità e la vita al popolo, con gran gioia fra l’altro dei replicanti del nostro disgraziato spirito azionista, sfugge il fatto che se col tempo maturerà nell’opinione pubblica una totale indifferenza o un sentimento ostile alla sua esposizione, il crocifisso sparirà da solo dalle scuole. Non volendo dare tempo al tempo, e forse temendo che il volgo pensandoci bene rimarrà affezionato ancora a lungo al crocifisso nelle aule, ora come ora è solo una forzatura, nelle intenzioni esemplare; un inutile schiaffo alla Cristianità da parte degli Idolatri della Legge, i devoti di quella fede sedicente liberale nella quale molti giacobini si sono riciclati. Anche nella terra del sol dell’avvenire liberal-giacobina, come in quella dei millenarismi comunisti o nazisti, l’uomo può tirare finalmente i remi in barca – sollevato da quella sofferenza intellettuale che la schiavitù del tempo e dello spazio gl’impone e che va contro la sua più intima natura – affidandosi al Dio in terra della Legge. Una Legge che meravigliosamente tutto disbriga e ordina, dove singolare e plurale si compongono definitivamente e senza sforzo ad armonia. Dove tutto è chiaro, perfetto, lucido, e soprattutto “ovvio”. Dove tutto è già previsto per sempre e per tutti. E’ un’eresia speculare a quella dei tradizionalisti, un millenarismo che guarda al futuro come quello di questi ultimi guarda al passato, ambedue legati ad un feticismo dei simboli dove la lettera regna sullo spirito.
Che tristezza! E che tristi e maledetti figuri! Ma che vadano al diavolo! Fortuna che un ricordo dei tempi passati mi viene in soccorso, e mi riconcilia con l’umanità. Quella normale, ah ah ah… Ai tempi del Liceo tra i miei compagni di classe c’era un certo M. Zan… Nel registro di classe veniva subito dopo di me, M. Zam… Eravamo ultimo e penultimo. Questo ZZBottom aveva creato una sorta di cameratismo alfabetico tra noi due, quelle profonde intimità che si creano nel momento del pericolo comune, in concreto quello delle interrogazioni. Proprio questo compagno dalla zazzera bionda ebbe un giorno un’idea superinflazionata ma che a un campagnolo come me parve audace e geniale, una di quelle idee capaci di fruttare milioni ai celebrati ciarlatani dell’arte dei nostri giorni, dediti a sezionamenti di carcasse di animali ed impiccagioni di bambolotti e con mia grande sorpresa ancora a piede libero. Sono convinto che la covasse da molto tempo, settimane, forse mesi, ed avesse studiato il piano con lo zelo del cospiratore anarchico di fine ottocento. Stava dunque per scoccare quella mattina l’ora di religione. Nel trambusto di quei pochi minuti del cambio di guardia tra il prof montante e quello smontante, si avvicinò alla cattedra, montò in piedi sul sacro trono da dove si officiava la cultura, staccò dalla parete dietro la cattedra il crocifisso di legno e, giratolo, lo riappese al chiodino schiacciando la faccia del Figlio di Dio sulla superficie fredda della parete. Mentre sulla faccia oscura della Croce, che nuda ci guardava, attaccò un bigliettino con su scritto: “Torno subito”. Appena entrato il sacerdote – c’era sempre qualcosa di tormentato in lui – non si accorse di nulla, segno che il telefono rosso con l’Onnipotente quel giorno non funzionava benissimo. Alla scoperta del misfatto più che lo Spirito Santo lo guidarono occhiatine e sghignazzi di banditelli sempre più impazienti di vedere l’effetto dello scandalo. Alla fine girò la testa, alzò gli occhi per un momento, poi rivolse lo sguardo verso di noi. Cominciò a scrollare lentamente la testa, sorridendo mestamente, di compassione senza alcun dubbio. Il colpevole fu subito scovato poiché tutti noi lo guardavamo e lui stesso cercava i nostri occhi, atteggiandosi ad eroe. Poverino. Nonostante fosse juventino, cosa che raramente si coniuga con la nobiltà d’animo, era tutt’altro che un cattivo soggetto. Il sacerdote non disse nulla e non fece nulla. Provvide, come sempre, una delle pie donne della nostra classe, che cominciava a temere per la sua anima, dopo un quarto d’ora di cattività della croce, a rimettere nella sua posizione Nostro Signore. Ammetto: risi anch’io, anche se quell’atto sacrilego non l’avrei mai fatto. Ancor oggi non riesco a rievocare questo ricordo senza che mi si disegni sulle labbra un sorrisetto; non mi sento neanche colpevole: so distinguere la croce dal feticismo della croce.





