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il blog di Massimo Zamarion

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Vi ricorda qualcosa?

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Era l’epoca in cui la Germania veniva governata dai suoi trenta o quaranta regnanti in modo tanto meschino e inetto che torme di esiliati vagavano fuori dei suoi confini e insegnavano addirittura allo straniero a diffamare e vituperare la loro patria. Mettevano in circolazione parole di scherno che i vicini fino allora non avevano mai sentito e che potevano provenire soltanto dall’interno del paese criticato; e poiché i frutti dell’autoironia, di cui quel fenomeno in fondo non era che l’esagerazione, di rado vengono capiti e apprezzati fuori della Germania, lo straniero prendeva per oro colato tutte le voci negative che circolavano e imparava a usarne ed abusarne anche da sé, tanto più che così potevano addirittura cattivarsi l’animo di quegli infelici che, poco esperti del mondo, si attendevano da ciò aiuto e appoggio. (Gottfried Keller, Enrico il Verde, versione definitiva 1880, Einaudi)

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January 4, 2013 at 18:39

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Accapponatevi la pelle: impunità=libertà

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Sì, lo so, “accapponatevi la pelle” è agghiacciante. Ma da anni di servitù, lecchinaggio e fedelissima sudditanza al satrapo dei satrapi non ho cavato un bel nulla. Ora mi sono stufato! Vooooglio fare il gentiluomo, eeee non voglio più servir! No, non vooglioo piuuù servir! Ho deciso anch’io di piacere alla gente che piace; e di buttarmi nella merda con l’ebbra spericolatezza delle tardone convertite allo spirito dei tempi. Di qui il titolo del post, che riecheggia, mi pare con meritoria felicità creativa, lo stile sapientemente sgrammaticato di tanti romanzetti e di tanti filmetti di tanti autoretti con la fissa della Costituzione anche quando poetano su fellatio e cunnilingus. Sì, son caduto, ma non ce l’avrei mai fatta da solo, senza l’aiuto della femmina. La mia Eva si chiama, papparapàm: Michela Murgia. Scrittrice. Fresca vincitrice del premio Campiello. Popputa. Non è un complimento: nella mia nuova vita non voglio rischiare nulla. Però mi ha sedotto, tramortito, fulminato e ricondotto sulla felice via della perdizione con una mitragliata travolgente di spropositi di dionisiaco, liberatorio, liberale e trionfante disordine. Ecco qui, uno per uno, i meravigliosi colpi di questa scarica dadaista sparati dai microfoni di Radio 24:

Il sogno segreto di Berlusconi è di mandare via gli scrittori di sinistra: ci vorrebbe fuori dalle sue case editrici, così può pubblicare tutto quello che gli pare. Credo che Berlusconi non sia affatto liberale perché non ama il dissenso e ha una visione padronale del mondo. Ci sono moltissimi esempi dell’illiberalità di Berlusconi.

CI vorrebbe? Quindi la scrittrice è di sinistra. Fa parte del club. Della setta. Della cricca. Cricca liberal. Di cui non fa parte Berlusconi, il quale come tutti i comuni mortali, compresi quelli che tollerano il dissenso, non sono così contro natura da “amare” il dissenso. La cricca liberalgiustizialista invece “ama” il dissenso. Provate e vedrete. E mi direte, se ne uscite vivi.

Berlusconi è illiberale per il fatto che il Pdl sia stato presentato, mediaticamente, come un monoblocco dove il suo pensiero era l’unico esprimibile e qualunque modalità di dissenso veniva immediatamente soffocata.

Che non è un esempio. Ma un massive attack. A Berlusconi e alla consecutio temporum, di una virulenza tale che forse solo chi visse prima di Non è mai troppo tardi ebbe il piacere di conoscerne di simile. Mi ha commosso straordinariamente l’uso rivoluzionario e controgrammatico del congiuntivo al posto dell’indicativo, quando invece il novantanove per cento dei compatrioti della scrittrice sbaglia in senso inverso. Che poi i media abbiano presentato il PDL come un monolite dentro il quale ogni dissenso viene soffocato, mi parrebbe, mi sembrerebbe, un bell’esempio di vigorosa denuncia democratica, o no? O son io che non comprendo la meccanica del partito “monoblocco”? [N.B.: “il fatto che…” One...]

E’ stato Fini che ha crepato questo muro.

Il pioniere Fini. Non sottovalutatelo: è il primo uomo al mondo ad essere riuscito a “crepare” quei muri che fino ad oggi ce la facevano da soli, a crepare, senza il bisogno della proprietà transitiva.

Berlusconi si occupa dei libri solo quando cominciano a vendere milioni di copie. Si è occupato di Saviano solo perché raggiunge un numero elevato di persone.

Buona dormita, Silvio! Ma non voleva mandarli via tutti, gli scrittori di sinistra, quelli belli e quelli brutti, il Berlusca, cinque righe più sopra? Com’è che adesso si sveglia solo quando lo scrittore di sinistra – pardon: liberale – riesce a vendere milioni di copie?

Il fatto che noi viviamo in un regime di sostanziale impunità quando pubblichiamo e nessuno ci castiga verbalmente come è stato per Saviano, indica semplicemente che noi non siamo influenti dal punto di vista dell’audience.

L’impunità è l’anticamera della libertà. Io lo dico sempre (almeno lo dicevo; adesso cambio vita): attenti con la retorica della legalità! Una cagata tira l’altra che neanche ve ne accorgete. Ci ho messo un po’ per capire il pensiero della popputa scrittrice. Che è questo: “Il fatto che noi viviamo in una condizione di sostanziale libertà quando pubblichiamo ecc. ecc.” Ecco cosa succede quando si succhia il latte dalle mammelle di Repubblica, dell’Unità, del Fatto, quotidianamente! [N.B.: “il fatto che…” Two...]

La contraddizione non è che noi siamo antagonisti a Berlusconi, ma che Berlusconi critica uno che gli fa guadagnare tanti soldi. Il fatto che un autore che vende i libri gli faccia guadagnare dei soldi è un argomento debole, perché non tutti noi vendiamo come Saviano.

Pensiero stupendo, ma assai assai ellittico. Dunque dunque, se ben intendo, non sarebbe una contraddizione essere uno scrittore “antagonista” al Berlusca (e liberale) e farsi pubblicare i libri dal Berlusca. (Il che mi pare giusto: perché non si dovrebbe fottere il capitalismo coi mezzi del capitalismo?) Però è una contraddizione che il Berlusca critichi uno che gli faccia guadagnare “tanti” soldi. (Il che mi pare sbagliato: perché significherebbe che il Caimano non è attaccato ai soldi fino alla cecità.) Ma se scriviamo per case editrici di proprietà del Berlusca non rimproverateci. E’ un argomento debole. (Cazz… è più facile tradurre dal latino! ) Per questioni di principio? Costituzionali? Resistenziali? No, è che la maggior parte di noi non vende assolutamente un cazzo. A parte Saviano. Quindi i guadagni del Berlusca sono molto relativi. [N.B.: “il fatto che…” Three... Che legga il Fatto Quotidiano tutti i santi giorni?]

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September 8, 2010 at 21:24

Quando Shakespeare citò Seneca

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La storiella non troppo divertente del traffico internazionale di battute di cui si è parlato qualche giorno fa, al centro della quale troneggia una delle cime della comicità italica, mi ha fatto venir in mente un’altra storia, che con essa ha qualche similitudine ma che per fortuna dei lettori si svolge a livelli eccezionalmente più elevati, come si conviene d’altro canto ad una rubrica fine come la nostra, cioè la mia, caro direttore responsabile. E’ una storia di prestiti gratuiti fra colossi del pensiero e della letteratura di tutti i tempi. Si chiamano prestiti gratuiti, e non scopiazzature, perché tra gli spiriti magnanimi ci s’incontra rompendo le catene del tempo e dello spazio in tutta naturalezza quasi togliendoci l’un l’altro le parole di bocca. Da qualche parte il grande Seneca scrive più o meno: quel che mio è tuo, se è veramente tuo. Così come da qualche parte il grande Montaigne scrive più o meno: sento dire ogni giorno cose vere e profonde, ma bisogna scuotere per benino coloro che le dicono, per vedere se sono veramente loro o le tengono solo in bocca. Io scrivo invece in tutta tranquillità “da qualche parte” per fare un dispetto ai pedanti attaccati alla lettera e agli amanti delle troppe note che ammazzano le buone letture e gli studiosi più seri. Nel Nuovo Testamento più d’una volta possiamo leggere “da qualche parte sta scritto”: cose scritte, questi “da qualche parte”, da anime grandi e forti. E’ bello e saggio seguire le tracce dei grandi, tanto più quando è comodo.

Quando parlo di spiriti magnanimi non intendo però esattamente gli uomini famosi. Non fa parte di questo libero-scambismo intellettuale per esempio il passo spesso citato dei Pensieri di quel pessimo Pascal che continua ad avere malauguratamente buona fama anche tra i cristiani: “L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête.” Si tratta infatti di una scopiazzatura da Montaigne: “Ils veulent se mettre hors d’eux, et échapper à l’homme. C’est folie: au lieu de se transformer en anges ils se transforment en bêtes; au lieu de se hausser, ils s’abattent” (Montaigne, Essais, III, 13); Montaigne, il cui fascino Pascal subì, ma di cui finì per odiare la figura perché sentiva di non essere all’altezza dell’olimpica grandezza di quello che i cretini hanno etichettato come “scettico”, quando invece lo scetticismo di Montaigne è solo quella prudenza, quella temperanza dell’intelletto che si accompagna naturalmente alla sua anima stoico-cristiana.

Qualche lustro fa dunque mi capitò di leggere un passo delle Lettere a Lucilio di Seneca talmente peculiare ed espressivo da risvegliare immediatamente in me il ricordo di qualcosa che già conoscevo: si trattava di alcuni versi di Shakespeare, che ritrovai dopo breve ricerca e senza troppe difficoltà nel King Lear. Sul momento mi limitai ad adulare me stesso per esser riuscito a inserirmi telepaticamente in questa corresponsione d’amorosi sensi tra geni; solo in seguito mi resi conto, prendendo in mano edizioni annotate inglesi ed italiane del dramma shakespeareano, che a questa citazione senechiana nessuno faceva alcun riferimento. Echi stoici, attraverso Seneca e Montaigne, di cui fu di fondamentale importanza la traduzione di John (Giovanni) Florio dei Saggi in inglese nel 1603, non sono infrequenti in Shakespeare. Però il passo in questione delle Epistulae senechiane ci dà la certezza che Shakespeare ebbe sotto gli occhi, in versione originale o in qualche traduzione, magari non ancora pubblicata, quell’opera di Seneca.

La cosa ha sua spiegazione. Durante la vita di Shakespeare la quasi totalità del corpus filosofico senechiano rimase ancora in latino. Mentre le tragedie di Seneca, che sono oggi la parte di grandissima lunga più trascurata della sua opera, ebbero un’influenza enorme sul teatro elisabettiano. In un suo saggio del 1927, intitolato Seneca nelle traduzioni elisabettiane, Thomas Stearns Eliot, scrive:

Nessun autore ha esercitato più vasta e profonda influenza sul pensiero e la forma della tragedia elisabettiana di quanto abbia fatto Seneca. (…) La maggior parte delle traduzioni più note sono di autori di indiscutibile qualità, e queste traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni in prosa hanno uno stile così puro e sciolto da colpire anche il lettore più sprovveduto. (….) Le Tenne Tragedies furono tradotte e pubblicate separatamente nell’arco di circa otto anni, eccezion fatta per Thebais che fu tradotta da Newton nel 1581, per completare la sua edizione di tutte le opere di Seneca. L’ordine e la cronologia delle svariate traduzioni sono interessanti. Il primo e il migliore dei traduttori fu Jasper Heywood: il suo Troas fu stampato nel 1559, il suo Tyestes nel 1560, il suo Hercules Furens nel 1561. L’Œdipus di Alexander Neviyle (tradotto nel 1560) fu pubblicato nel 1563. Nel 1566 apparvero l’Octavia di Nuce, e l’Agamennon, la Medea e l’Hercules Œtaeus di Studley. Probabilmente l’Hippolytus di Studley fu pubblicato nel 1567. Passarono poi quattordici anni prima che Newton realizzasse la sua edizione completa, e si può supporre che Thebais sia stata tradotta a tal fine. (T.S. Eliot, Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani).

Invece per quanto riguarda l’opera filosofica di Seneca sappiamo che nel 1546-1547 Robert Whittington tradusse tre presunte opere di Seneca: The Forme and Rule of Honest Lyvynge, 1546; The Myrrour or Glasse of Maners, 1547; and De remediis fortuitorum, 1547; le prime due però sono in realtà opere di Martino di Braga; la terza, nel titolo, non corrisponde al alcuna opera di Seneca. Nel 1578 Arthur Golding tradusse il De Beneficiis: The Woorke of Lucius Annaeus Seneca concerning Benefyting, that is to say, the dooing, receyving, and requyting of good turnes, translated out of Latin by A. Golding. J. Day, London, 1578.

Recentemente Clare Byrne ha parlato di An early translation of Seneca:

…a small volume published apparently in 1577, containing selections from his Epistolae, his De Tranquillitate Animi, De Brevitate Vitae, De Consolatione, and De providentia. It is, so far as I can discover, not only the earliest English translation of a volume of selections from Seneca, but representes also the earliest English version of these five moral treatises; and after De Remediis Fortuitorum trasnlated in 1547, ranks as the second “Englishing” of Seneca as a moral philosopher. Possessing non independent title-page, and masquerading as an appendix to The Defence of Death, a translation of Philippe de Mornay’s Excellent Discours de la Vie et de la Mort

Il prof. Ben R. Schneider, da parte sua, ha scritto che “Something called *Seneca’s Morals*, probably a compendium of excerpts, was published in English in 1607”. Il 1606 e il 1607 sono gli anni delle prime rappresentazioni del King Lear di Shakesperare. La cui prima edizione stampata, in-quarto, è del 1608. Lasciamo la parola ad un esperto come Giorgio Melchiori:

Q1-1608. M. William Shakespeare: His True Chronicle Historie of the Life and Death of King Lear ecc.; editore Nathaniel Butter. Questa edizione viene generalmente chiamata Pied Bull Quarto dal nome dell’insegna Butter (il Toro Pezzato) indicato sul frontespizio. Nonostante la registrazione, si tratta probabilmente di edizione abusiva di un testo dettato sulla base del copione da attori infedeli; contiene perciò molti errori e sostituzioni di parole, ma il testo è sostanzialmente completo. (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori).

Infine nel 1614, e quindi solo due anni prima della morte di Shakespeare, Thomas Lodge pubblicò – ma erano anni e anni che ci lavorava – la prima vera organica traduzione dell’opera filosofica senechiana: The Workes both Morall and Natural of Lucius Annaeus Seneca. La figura di Thomas Lodge può avere giocato una parte importante nel piccolo enigma che stiamo investigando in quanto Lodge è l’autore di Rosalynde, la novella che offrì a Shakespeare l’intreccio per il suo As you like it. Gli si attribuisce inoltre una collaborazione con Shakespeare nella stesura di Henry VI; la possibile influenza di una sua opera poetica, Glaucus and Scilla, sul Venus and Adonis di Shakespeare; una qualche sua mano nella stesura del dramma The True Chronicle of King Leir and his three Daughters del 1594, pubblicato anonimo nel 1605 (proprio negli anni di gestazione del King Lear shakespeariano) nel quale però non c’è traccia del passo in questione. Che è ispirato dalla più famosa opera senechiana, le Lettere a Lucilio (Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX), nella quale, alla Lettera 119, troviamo questo brano (10-11):

10 At hic qui se ad quod exigit natura composuit non tantum extra sensum est paupertatis sed extra metum. Sed ut scias quam difficile sit res suas ad naturalem modum coartare, hic ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui. 11 At excaecant populum et in se convertunt opes, si numerati multum ex aliqua dono effertur, si multum auri tecto quoque eius inlinitur, si familia aut corporibus electa aut spectabilis cultu est. Omnium istorum felicitas in publicum spectat: ille quem nos et populo et fortunae sudduximus beatus introsum est.

10 Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura; quello stesso che tu chiami povero, possiede anche lui qualcosa di superfluo. 11 Il mondo è abbagliato e affascinato dallo spettacolo della ricchezza, quando si vedo venir fuori da una casa una gran quantità di denaro, quando si vedono i soffitti ricoperti d’oro, quando la stessa servitù si fa notare per la sua prestanza fisica e per le splendide vesti. La felicità esteriore di costoro impressiona il pubblico. L’uomo che noi abbiamo sottratto all’influenza del mondo e della fortuna ha in se stesso la sua felicità. (Seneca, Lettere a Lucilio, traduzione di Giuseppe Monti, Rizzoli)

E’, questo, un tema “virtuoso” diabolicamente e pretestuosamente ripreso in King Lear dalle sue due prima adulatrici e poi irriconoscenti figlie, Gonerill e Regan, cui ha ceduto il regno (loro contraltare è la figura tragica dell’altra figlia, Cordelia) le quali si rifiutano di mantenere un seguito adeguato di cavalieri al vecchio Re. In un crescendo di stupefazione ed amarezza da una parte, e di spudoratezza dall’altro, si arriva a questo momento cruciale (King Lear, II, 4):

GONERILL: Here me, my lord;/ What need you five-and-twenty, ten, or five/ To follow, in a house where twice so many/ Have a command to tend you? REGAN: What need one? LEAR: O, reason not the need! Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./ Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s. Thou art a lady;/ If only to go warm were gorgeous,/ Why, nature needs not what thou gorgeous wear’st,/ Which scarcely keeps thee warm. But for true need…

GONERILL: Sentite mio signore;/ che bisogno avete di venticinque, o di dieci o di cinque con voi,/ in una casa ove due volti tanti/ hanno ordine di servirvi? REGAN: Che bisogno avete sia pur d’uno soltanto? LEAR: Non cavillate sul “bisogno”! Gl’infimi mendicanti/ Nella loro miseria hanno qualcosa di superfluo./ Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile/ La vita dell’uomo vale meno di quella della bestia./ Tu sei una gentildonna; se tutta l’eleganza consistesse/ Nell’andar caldi, la natura non avrebbe bisogno/ Di codesti tuoi abiti sontuosi, che non ti tengon caldo./ Quanto ai veri bisogni… (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori)

Si possono osservare tre cose in comune nei due brani, partendo da quella meno importante: 1) Accenni alla servitù e allo splendore delle vesti. 2) Le parole di Lear: “O, reason not the need! (…) Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s.” che stravolgono in forma paradossale il ragionamento senechiano illustrato da quel “Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura”. 3) Ma soprattutto quel: “Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./” che è quasi una traduzione in forma di condensazione poetica del “hoc ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui.” di Seneca. Osserviamoli tutti e due da vicino, in una mia traduzione che cerca di avvicinarsi il più possibile alla lettera:

Latino (Seneca): HIC IPSE QUEM CIRCUMCIDIMUS

Italiano (Seneca): QUELLO STESSO CHE (NOI) ABBIAMO COSI’ DRASTICAMENTE SPOGLIATO

Inglese (Shakespeare): OUR BASEST

Italiano (Shakespeare): I NOSTRI PIU’ NUDI

“Circumcidere” in latino significa “tagliare tutt’intorno”, “limitare”, “togliere via”, “ridurre radicalmente”. In alcune traduzioni italiane il “quem circumcidimus” viene reso con “abbiamo limitato” oppure “ridotto all’osso”, oppure viene bellamente saltato (come nella sopramenzionata traduzione di Monti) perché è difficile tradurlo in un italiano scorrevole, e perché in ogni caso il senso dell’intero passo resta chiaro. Questa riduzione ad uno stato “elementare” viene riecheggiata dall’aggettivo shakespeareano “basest”. Così come il verbo alla prima persona plurale in Seneca ha un eco nel pronome possessivo “our” in Shakespeare.

Latino (Seneca): QUEM TU VOCAS PAUPEREM

Italiano (Seneca): CHE TU CHIAMI POVERO

Inglese (Shakespeare): BEGGARS

Italiano (Shakespeare): MENDICANTI

Latino (Seneca): HABET ALIQUID ET SUPERVACUI

Italiano (Seneca): POSSIEDE QUALCOSA ANCORA DI SUPERFLUO (CONSERVA TUTTAVIA QUALCOSA DI SUPERFLUO)

Inglese (Shakespeare): ARE IN THE POOREST THING SUPERFLUOUS

Italiano (Shakespeare): CON LA PIU’ POVERA DELLE LORO COSE ARRIVANO AL SUPERFLUO

“Habet aliquid et supervacui” si potrebbe rendere con “possiede qualcosa persino (et) di superfluo” oppure con “possiede pur qualcosa e in quel qualcosa, per quanto insignificante sia, c’è perfino il superfluo”. Shakespeare, che non si nega mai nulla, s’inventa un “superfluous” riferito alla persona del possessore di cose “superflue”. In una edizione Penguin del dramma commentata da George Hunter il passo è spiegato così: “«Our basest beggars are in the poorest thing superfluous»: even the most deprived of men have among their few possessions something that is beyond their basic needs” ossia “anche i più indigenti degli uomini tra i loro pochi averi possiedono qualcosa che va al di là dei bisogni elementari” che è quasi una traduzione involontaria del passo senechiano. E con questo avrei finito. Caro direttore – responsabile – non si preoccupi: Shakespeare maledì chi avesse rovistato tra le sue ossa, non tra le sue carte. Questo è tutto amore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

May 31, 2010 at 19:08

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (1)

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He sat, in defiance of municipal orders, astride the gun Zam-Zammah on her brick platform opposite the old Ajaib-Gher – the Wonder House, as the natives call the Lahore Museum. Who hold Zam-Zammah, that “fire-breathing dragon”, hold the Punjab; for the great green-bronze piece is always first of the conqueror’s loot.

Se ne stava, a dispetto dei regolamenti municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah posto sulla sua piattaforma di mattoni di faccia all’antica Ajaib-Gher, la Casa delle Meraviglie, come gl’indigeni chiamano il Museo di Lahore. Chi tenga Zam-zammah, il “drago dal fiato di fuoco”, tiene il Punjab; perché quel gran pezzo di bronzo verde è sempre il primo bottino del conquistatore.

Questo è l’incipit di Kim, capolavoro di Rudyard Kipling, dal nome del ragazzino attraverso i cui occhi l’India magmatica e pittoresca, brulicante di colori e uomini, fiabesca e realistica insieme, si presentò al grande pubblico dei lettori all’inizio del secolo scorso. Il grand tour indiano partiva dunque da Lahore: ma cosa avrebbe mai pensato lo scrittore britannico se qualche santone gli avesse predetto che molto meno di un secolo dopo Lahore sarebbe stata una città di uno stato chiamato misteriosamente “Pakistan” (“il paese dei puri”) e non dell’India? Come avrebbe potuto supporre che il Raj si sarebbe col tempo spezzettato in quattro unità, l’India attuale, il Pakistan, il Bangla Desh e lo Sri Lanka? Una risposta sta in parte, ma una parte importante, negli stessi occhi di Kim. Cresciuto come un animaletto nel ventre della società indostana, del sangue britannico – occidentale – ha però conservato l’istinto classificatore, ordinatore: i personaggi, le etnie, le caste si fanno avanti con nettezza di contorni, in una magnifica, colorata ed eppur viva cristallizzazione.

Il personaggio centrale, Kim, è un orfano che, al pari di un camaleonte, è in grado di assumere qualsiasi identità, ma che nel corso della vicenda si dimostra un vero britannico. Mentre è in viaggio sulla Grand Trunk Road, Kim dà corpo alla fantasia coloniale inglese dell’osservatore onnisciente, il solo in grado di conoscere tutti gli abitanti del paese. (Storia dell’India moderna, Barbara D. Metcalf, Thomas R. Metcalf)

I britannici, anche quei governanti liberali benintenzionati di stampo illuminista che nell’ottocento presero a cuore le sorti del continente indiano, non potevano rendersi conto che impiantare la civiltà occidentale e soprattutto qualcosa di simile alla democrazia, con la pervasività burocratica figlia del suo afflato universalistico, con la pesantezza delle infrastrutture amministrative di uno stato moderno, o peggio ancora nazionale, voleva dire irrigidire e codificare quelle differenze di casta, di religione, di lingua che proprio invece nell’informalità magmatica della società indiana potevano bene o male convivere. A meno di fare tabula rasa con la violenza annichilatrice dei giacobini, stabilire diritti e doveri significava identificare l’individuo, in base a etnia, religione, casta; significava creare delle lingue amministrative e ufficiali. Inoltre, nel segno dell’influenza occidentale nacquero col tempo associazioni culturali, di stampo religioso/linguistico e poi politico che erano un segno di progresso ma che acuirono le divisioni. Al momento dell’indipendenza nel 1947 il paese si spaccò tra indù e musulmani, con una tragica scia di trasmigrazioni da una parte e dall’altra di milioni di persone: i musulmani fondarono i due Pakistan, quello occidentale di lingua ufficiale urdu, e quello orientale di lingua ufficiale bengali, poi indipendente col nome di Bangla Desh; gli induisti ebbero tutto il resto tranne l’isola di Ceylon, dal 1972 Sri Lanka, popolata in gran parte da singalesi di religione buddista. Il tentativo di imporre l’hindi come lingua unitaria dell’India è invece fallito, soprattutto per l’opposizione dei duecento e passa milioni di abitanti del sud-est che, benché induisti, parlano lingue dravidiche, cioè non indoeuropee. Anche la minoranza Tamil dello Sri Lanka è di lingua dravidica.

Tutto ciò mi è venuto in mente in questi giorni segnati dall’acutizzarsi delle tensioni russo-georgiane nel constatare il dispiegamento generalizzato, da entrambe le parti ma anche nel mondo mediatico e diplomatico, dell’armamentario retorico di frasi fatte di quella che si potrebbe chiamare l’ideologia democratica: integrità territoriale, sovranità, autodeterminazione dei popoli, intangibilità dei confini – cose che, nei fatti, sono spesso in contraddizione fra di loro – e poi, inevitabilmente, accuse reciproche di genocidio e di crimini contro l’umanità. Questi slogan non fanno altro che togliere alla diplomazia ogni potere contrattuale e a chiuderla in un vicolo cieco. Nel caso in questione, voglio dire, chi ha paura del bullismo putiniano e di una nuova politica di potenza della Russia – e la vuole smascherare – non può dire delle mezze verità che alla fine alimentano il vittimismo e il nazionalismo dei russi. Il rischio è quello di replicare su scala mondiale il pasticcio ex-jugoslavo e di fare della Russia un’enorme Serbia. Nei Balcani, dopo l’inevitabile e relativamente poco problematico riconoscimento di Croazia e Slovenia, vista l’omogeneità etnolinguistica dei due nuovi paesi, e dopo la sconfitta militare serba, una volta messe a tacere le armi, l’Occidente, per sbrogliarsi dai pasticci, scelse la scorciatoia di affrettati riconoscimenti internazionali, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia ed infine il Kosovo niente altro che quattro piccole e destabilizzanti Jugoslavie. Quando si parla di intangibilità dei confini, bisogna intendersi: se la cosa significa che semplicemente essi non possono essere modificati unilateralmente è un conto, se invece significa che ogni discussione sui confini ed ogni eventuale e concordata loro modifica è interdetta, allora si è fuori della realtà; e paradossalmente in questo feticismo territoriale il messianismo dell’ideologia democratica e il bullismo nazionalista si danno la mano.

Chi auspica allora una politica di fermezza nei confronti di una Russia neozarista – e io sono tra questi – deve contemperarla con la giustizia, e deve cercare almeno un po’ di mettersi nei panni dei governanti e della gente russa. Se le preoccupazioni, il nervosismo e l’intransigenza dei baltici e dei polacchi sono comprensibili, visto che hanno sempre sentito sul collo il fiato del gigante russo, senza parlare dei periodi di occupazione, non si può tuttavia fare di ogni erba un fascio e considerare alla stessa stregua tutti i territori fuoriusciti dall’impero russo e sovietico. La Russia, ad esempio, non può rivendicare nulla nei confronti dei paesi baltici: le forti minoranze russe sono frutto di un peccato originale – i tentativi di russificazione del periodo sovietico – solo ad essa addebitabile.

Ma assai diverso è il caso dell’Ucraina. Non solo un 30 per cento dei circa cinquanta milioni degli abitanti – concentrato nell’est del paese – è russofono (la lingua russa era anche detta “grande russo” per distinguerla dal “piccolo russo”, ossia la lingua ucraina); ma la stessa Rus’ di Kiev costituì, più di mille anni fa, il nucleo iniziale dello stato russo: li si ebbero le prime espressioni di letteratura russa, lì prese forma, sotto l’influenza di Costantinopoli, la chiesa ortodossa russa. Ucraino era Gogol’, e ucraina è l’ambientazione di parte delle sue opere. In occasione della recente morte di Solzhenitsyn qualcuno con sbrigativa ingenerosità – verso un uomo che la sua battaglia l’ha combattuta, eccome – ha accusato lo scrittore russo di non aver capito l’Occidente. E’ vero, Solzhenitsyn era un rappresentante di quel tenace pensiero conservatore-reazionario slavofilo che guardava alla sua patria come una fonte salvifica di spiritualità per l’Occidente materialista, ma non lo era alla maniera volgare ed aggressiva dei nazionalisti imperialisti. Sognava la riunione di Russia, Bielorussia ed Ucraina ma non gl’importava niente dei paesi baltici, del Caucaso, o dei nuovi paesi dell’ex pancione turco-asiatico dell’Unione Sovietica. A distanza di più di 130 anni avrebbe potuto sottoscrivere, credo, le parole scritte da Dostoevskij in una lettera spedita nel 1873 al granduca Aleksandr Aleksandrovič, il futuro zar Alessandro III, insieme ad una copia del romanzo I Demoni:

[...] Penso che esso sia una diretta conseguenza dell’enorme frattura che si è prodotta fra tutta la nostra formazione intellettuale e le basi primitive e originali della vita russa. Perfino i più illuminati fra gli esponenti della nostra civiltà pseudo-europea sono da tempo convinti come sia assolutamente delittuoso, per noi russi, pensare alla nostra originalità. E la cosa è tanto più temibile in quanto essi hanno perfettamente ragione, poiché, dall’istante in cui, con orgoglio, ci siamo definiti europei, abbiamo rinunciato ad essere russi. Turbati e sbigottiti dalla distanza che ci separa dall’Europa, sul piano dello sviluppo intellettuale e scientifico, abbiamo dimenticato che, nell’intimo dell’animo russo e nelle sue aspirazioni, portiamo in noi, in quanto russi e sempre che la nostra civiltà possa rimanere originale, la facoltà di recare forse al mondo una nuova luce. Abbiamo dimenticato, nell’ebbrezza della nostra umiliazione, questa immutabile legge storica, e cioè che senza l’orgoglio del nostro significato mondiale, in quanto nazione, mai potremo essere una grande nazione né lasciare dopo di noi un sia pur lieve apporto originale al bene dell’umanità. Abbiamo dimenticato che tutte le grandi nazioni hanno manifestato le loro immense forze proprio perché erano così “orgogliose” di se stesse, e che hanno dato il loro contributo al mondo, che gli hanno recato ognuna non fosse altro che un raggio di luce, proprio perché sono rimaste fieramente, fermamente, e sempre “con orgoglio”, se stesse. [...]

Dostoevskij aveva torto, perché non c’era arte, tecnica o scienza – tranne la pittura forse – che la Russia non avesse sviluppato, alla propria maniera, grazie al contatto con l’Europa, non solo da quando Pietro il Grande decise con metodi terribili da satrapo asiatico d’occidentalizzare il paese, ma fin da quando Ivan III chiamò a Mosca verso il 1500 architetti italiani a sovrintendere ai lavori per la costruzione delle cattedrali del Cremlino e per il rifacimento di torri e mura della cittadella fortificata sulla Moscova. Ma aveva anche sufficiente sensibilità per capire che la Russia era nel fondo un bestione delicato ed insicuro, e quindi spesso aggressivo, un colosso d’argilla bisognoso di camminare col proprio passo, e che invece il trauma di questo incontro con l’Europa stava portando al collasso; cosa che sfuggiva sia ai liberali salottieri, sia agli idealisti rivoluzionari, sideralmente lontani dal popolo tanto quanto i primi. Gli artisti che, a mio avviso e per quello che so, vissero con più equilibrio e con più acume questo dualismo all’interno della cultura russa furono nell’ottocento lo scrittore Ivan Turgenev, e nel novecento il compositore Igor Stravinskij, dalle cui “Cronache della mia vita” uscite negli anni trenta, traggo questo gustoso quadretto della temperie culturale pietroburghese della sua giovinezza:

Il solo ambiente in cui trovavo allora incoraggiamento alle mie ambizioni nascenti era la famiglia dello zio Jelatcitc, cognato di mia madre; lui e i suoi figli erano ferventi appassionati di musica, con una decisa tendenza a sostenere quella d’avanguardia o considerata tale all’epoca. Lo zio apparteneva a quella classe sociale, preponderante allora a Pietroburgo, costituita da proprietari terrieri molto ricchi, da funzionari più o meno alti, da magistrati, da avvocati e via dicendo. Tutto questo mondo si piccava di liberalismo, esaltava il progresso e si credeva tenuto a professare opinioni cosiddette avanzate sia in politica che in arte e in tutti gli altri campi della vita sociale. Da tutto questo si capisce quale fosse la mentalità dominante. Era lo spirito di fronda contro un governo “tirannico”, l’ateismo d’obbligo, l’affermazione un po’ ardita dei “diritti dell’uomo”, il culto della scienza materialistica e, al tempo stesso, l’ammirazione per Tolstoj e per il suo dilettantismo cristianeggiante.

Uscita dai settant’anni della glaciazione comunista, la Russia che ha riannodato i legami sempre intrisi di un sentimento di odio-amore con l’Europa e l’Occidente, è ancor oggi un enorme territorio relativamente spopolato. Coi suoi 17 milioni circa di kmq e i suoi circa 150 milioni di abitanti, la Russia è un paese grande il doppio della Cina e con 1/9 appena della sua popolazione; è un paese grande il doppio degli Stati Uniti e con metà della sua popolazione; grande il doppio del Brasile e con ¾ della sua popolazione; grande più di cinque volte l’India e con 1/7 della sua popolazione; grande quasi 50 volte il Giappone ma con una popolazione di poco superiore; grande 120 volte il formicaio del Bangla Desh e con la stessa popolazione! Malgrado le immense risorse naturali, e stante la sua relativa arretratezza economica, non è un paese che si possa permettere di giocare in solitario la partita geostrategica mondiale. Di fronte alle incognite della crescita asiatica, considerando l’impressionante base demografica dalla quale procede, il destino migliore della Russia è quello di farsi cooptare, al pari dell’Europa, nella pax americana. Ma per farlo ha bisogno di tempo e di salvare le apparenze e l’orgoglio nazionale. Sta all’Occidente tenerla a bada, avere pazienza e duttilità, con fermezza ma senza isterismi, e non cacciarsi in inutili avventurismi.

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