Zamax

il blog di Massimo Zamarion

Archive for the ‘Sport’ Category

Treviso non scala la montagna Leinster

leave a comment »

BENETTON TREVISO – LEINSTER 20-30

Sabato 26 novembre 2011, stadio di Monigo, Treviso

Ma ci va vicino. Le mete iniziali costringono i Leoni a una partita alla rincorsa, coronata al 50′ dal pareggio e dal quasi sorpasso, poi otto punti dalla piazzola lasciati da Tobie Botes (ottimo peraltro in tutto il resto) nel finale di partita del nono turno di Pro12 condannano Treviso ad una sconfitta, immeritata nel punteggio per il gioco messo in mostra, ma inevitabile prezzo da pagare ai cali di tensione (iniziali stavolta): finisce 30-20 per gli ospiti, niente bonus per nessuno. Giornata bellissima a Treviso: fredda, ma soleggiata e senza apprezzabile ventilazione. Pubblico folto, sulle 5.000 unità. La partita inizia subito male per il Benetton. Una mancata presa sul calcio d’invio irlandese di Benjamin De Jager concede ai campioni d’Europa del Leinster di gestire il primo attacco della partita al limite dell’area dei 22 dei trevigiani. E gli irlandesi fanno subito vedere i fraseggi stretti e rapidissimi in orizzontale a cercare l’intervallo per la penetrazione verticale vincente, lo schema che metterà in difficoltà la difesa trevigiana per tutta la partita le non molte volte che gli irlandesi si faranno vedere in attacco e che frutterà tre mete quasi in fotocopia. Il Numero 8 Leo Auva’a trova così il buco a va a schiacciare in meta non lontano dai pali. Trasforma Fergus McFadden, portando il Leinster sul 7-0 dopo quaranta secondi di partita.Si gioca a viso aperto, senza molti tatticismi. Il Benetton comunque è tonico, paziente e sereno, nonostante l’approccio difficoltoso alla fase d’attacco a causa della difesa aggressiva del Leinster, e la mischia si dimostra affidabilissima, come il solito. E’ per questo che una nuova meta irlandese al 7′, intervallata da un calcio piazzato di Botes, non mette Treviso in ginocchio. Nell’occasione è l’ala Fionn Carr, l’ex del Connacht, ad andare in meta ricevendo l’ovale del centro Eoin O’Malley, che ricicla all’interno dopo la stessa fitta trama di passaggi in rapidità che aveva caratterizzata la prima meta, portando il Leinster sul 14-3. Ma la continuità dell’azione trevigiana, anche con fasi insistite di gioco al largo, inducono in fallo gli irlandesi: due calci piazzati di Botes dalla trequarti portano il risultato sul 14-9 per il Leinster. Al 23′ McFadden ha a disposizione un calcio piazzato da circa 40 metri sulla sinistra a causa di un ingenuo “velo” trevigiano, dopo che il Benetton aveva impostato un’efficace maul. Un proiettile molto orizzontale centra i pali. Ma Botes risponde al 29′ con un altro calcio piazzato fischiato per un placcaggio alto su Alberto Sgarbi (premiato poi come Man of the match), portando Treviso a cinque punti dal Leinster: 12-17. Che è il punteggio con il quale finisce anche il primo tempo, sul finire del quale Fabio Semenzato sostituisce De Jager infortunato, con Botes che viene spostato all’ala come nella prova di Heineken Cup. Nel secondo tempo è ancora il Benetton a manifestare una sostanziale supremazia territoriale e di possesso dell’ovale. Al 45′ un calcio piazzato di Botes porta il risultato sul 17-15 per il Leinster. Gli risponde McFadden sempre su calcio piazzato da posizione centrale dopo una percussione del ficcante e potente Auva’a. Al 50′ contrattacca Brendan Williams, che allarga a Botes. Calcetto che mette la difesa irlandese in crisi. Sgarbi placca il portatore dell’ovale portandolo dentro l’area di meta. Mischia ai 5 metri, dalla quale esce Manoa Vosawai per schiacciare in meta di potenza e portare il risultato in parità: 20-20. Botes però sbaglia la trasformazione facilissima. Al 54′ un calcio piazzato da posizione centrale di McFadden per un fallo in ruck trevigiano riporta in vantaggio il Leinster. La pressione trevigiana tuttavia è costante e frutta un altro calcio piazzato al 58′: da dentro i 22 Botes sbaglia ancora. Sbagli che si pagano a caro prezzo. Al 64′ si ripete lo schema delle prime due mete irlandesi. Percussioni continue e in sicurezza, fraseggi stretti ad esplorare orizzontalmente la linea difensiva trevigiana, appena fuori la linea dei 22, finché O’Malley trova l’intervallo giusto e va a schiacciare in meta al centro dei pali. La trasformazione di McFadden porta il risultato sul 30-20, che sarà poi anche il risultato finale. Il Benetton tuttavia è caparbio nelle sue continue offensive e rimane anche abbastanza ordinato. Al 75′ il flanker Shane Jennings si vede sventolare sotto il naso il cartellino giallo e si accomoda in panca fino alla fine della partita. Ma Botes sbaglia di nuovo un calcio piazzato facile da posizione centrale. L’ultima folata trevigiana vede per protagonista Paul Derbyshire che sfonda sulla destra ma che sulla pressione avversaria sfodera un passaggio fuori misura per Botes, che davanti a sé aveva ormai la via libera. Per il Benetton è una sconfitta dal sapore beffardo, almeno nel punteggio. Neanche il punto di bonus. Ma la squadra ha lottato alla pari con una delle grandi d’Europa. E per questo è stata a lungo applaudita dal pubblico. Per il giusto cinismo, o per l’ésprit de finesse ci vorrà ancora del tempo.

[pubblicato su Right Rugby]

Written by Zamax

November 29, 2011 at 13:27

Benetton bello. E quasi vincente

leave a comment »

BENETTON TREVISO – OSPREYS 27-32

Sabato 17 settembre 2011, Stadio di Monigo, Treviso

Alla fine di questa partita restano due sensazioni: il rammarico per una vittoria che con un filino di fortuna e di sangue freddo in più sarebbe stata a portata di mano; la soddisfazione di vedere il miglior Benetton di questo inizio stagione uscire dalla sua dimensione monotematica che spesso gli riesce molto bene ma che è anche limitativa – possesso, avanzamanto-consolidamento-avanzamento-consolidamento alla ricerca se non della meta, almeno del fallo/calcio piazzato o del drop – ed offrire una prestazione ricca di spunti in tutte le fasi di gioco, del tutto degna di uno grandi tornei boreali. But do they have backs? Si domandano spesso retoricamente i più maligni dei britons quando parlano del rugby italiano. La partita di questo pomeriggio dimostra che non è solo questione di qualità dei singoli, ma anche di gioco. La mobilità e la velocità nei riposizionamenti del Benetton non solo ha saputo mettere in difficoltà le offensive gallesi, ma ha anche dato molta fiducia ai trevigiani, che hanno giocato a livello individuale con una sicurezza che da tempo non si vedeva. E sì che per la forza della squadra e per il tipo di gioco poco conservativo – gli Ospreys si sono segnalati nelle ultime stagioni per la grande capacità di realizzare mete – i gallesi sono sempre stati un cliente particolarmente indigesto per il Benetton Treviso.

Come nella partita d’esordio del Pro12 si è giocato in un caldo afoso piuttosto sgradevole, davanti a circa 3.500 spettatori. Al 4′ dopo una controruck nei 22 trevigiani, Burton apre per Galon, che serve De Jager. Palla a Williams – oggi irresistibile – che fugge lungo l’out di destra per cinquanta metri, e serve Nitoglia all’interno. Sul successivo raggruppamento, l’arbitro ravvisa un fuorigioco gallese. Burton trasforma un calcio piazzato da circa 32 metri in posizione centrale, portando Treviso sul 3-0. Gli Ospreys scelgono di giocare alla mano, ma Treviso difende bene. All’8′ da una mischia ordinata sulla linea dei 10 nella metà campo trevigiana Chillon apre velocemente. L’ovale arriva a Williams che perfora sulla destra la difesa gallese, costringendola al fallo. Burton trova da metà campo una touche a cinque metri dalla linea di meta, ma il Benetton spreca malamente con un lancio storto. Al 10′ da una touche rubata a centrocampo, gli Ospreys sorprendono in velocità Treviso aprendo il gioco a destra con Webb. Palla a Fussell che penetra profondamente stringendo al centro. Fallo trevigiano e Biggar centra i pali da meno di trenta metri in posizione centrale portando il punteggio sul 3 pari. Al 13′ Burton riporta il Benetton sul 6-3 grazie ad un calcio piazzato centrale da circa 37 metri, dopo una buona iniziativa di Padrò fermata in modo falloso. Al 16′ da una touche giocata dagli Ospreys a circa trenta metri dalla linea di meta, sulla sinistra del fronte d’attacco, si forma una maul, seguita da più fasi ad esplorare le difesa trevigiana, fino a trovare il fallo. Biggar trasforma un calcio piazzato da circa 25 metri spostato sulla destra. Siamo sul 6-6. In questo primo tempo la difesa trevigiana sale bene e riesce a soffocare le iniziative gallesi, anche se c’è qualche problema in touche. Al 20′ arriva la meta trevigiana. Da una mischia ordinata sulla destra del fronte d’attacco Chillon serve molto velocemente Burton, sorprendendo la difesa gallese. Burton passa l’ovale a Morisi – ottima la sua prova, un giovane centro che riesce a “giocare” anche dopo il contatto coi difensori – che trova il buco e schiaccia solitario l’ovale poco alla sinistra della porta a H, dopo aver resistito al ritorno di due giocatori gallesi. Burton però sbaglia un facile trasformazione: 11-6. Al 23′ Biggar trova una grande touche sulla linea dei 5 metri. Ma Nitoglia gioca veloce e duetta con Williams fino a superare la metà campo, neanche fossero Clerc-Heymans: un ulteriore segno della fiducia nei propri mezzi dei giocatori del Benetton. Al 24′ De Jager esce temporaneamente a seguito di un duro placcaggio dopo aver contrattaccato con un calcio. Entra Sepe. Al 26′ brillante azione trevigiana, prima con una penetrazione di potenza in verticale delle terze linee, Filippucci e Padrò. Scarico per Williams che serve Chillon. Il mediano di mischia è protagonista di un ottimo slalom. C’è il sospetto di un placcaggio al collo ma l’arbitro non fischia. L’azione si snoda comunque sulla destra, da Burton a Vidal e da questi a Williams che serve Sepe che arriva a pochi metri dalla linea di meta, prima di perdere l’ovale con un knock-on nel contatto coi difensori. Al 29′ un avanti salva Treviso da una possibile meta dopo un sfondamento sulla destra, frutto di un possesso prolungato da parte degli Ospreys. Treviso però continua a difendere bene: al 31′ una mischia ordinata con introduzione gallese viene vinta da Treviso nei propri 22, con Burton che libera sicuro. Williams, Nitoglia, Chillon e Morisi si distinguono nel gestire l’ovale nei propri 22 con fin troppa audacia. Al 34′ la pressione gallese frutta però un cartellino giallo per Filippucci per ripetuti falli in ruck. Biggar trasforma da trenta metri spostato sulla destra 11-9. Al 35′ rientra De Jager che si distingue subito per un grande placcaggio sul calcio d’invio trevigiano, che frutta una mischia per Treviso a 10 metri dalla linea di meta sulla destra del fronte d’attacco. Chillon serve svelto Burton che finta il passaggio, penetra e resiste a due placcaggi arrivando a due metri dalla linea di meta. Si forma il raggruppamento e Vermaak sfonda andando in meta al centro dei pali. La facile trasformazione di Burton porta Treviso al massimo vantaggio della partita: 18-9, con Treviso, si badi bene, in inferiorità numerica. Al 39′ la meta che cambia la partita nel momento di massima difficoltà gallese. Williams poco dentro la metà campo trevigiana arriva per primo su un insidioso up & under gallese, ma non controlla e fa un knock-on, rimanendo a terra insieme ad un giocatore gallese. L’arbitro lascia correre per il vantaggio. Bishop, il più intraprendete e lucido dei suoi nel primo tempo, alza un altro up & under/cross kick ad esplorare l’area dei 22 trevigiana sulla destra del fronte d’attacco. Un rimbalzo maligno inganna Nitoglia, a mio avviso non particolarmente colpevole, e consente a Isaacs di impossessarsi dell’ovale e schiacciare comodamente in meta al centro dei pali. Biggar trasforma e si va al riposo sul 18-16 per il Benetton.

La meta infonde coraggio agli Ospreys, che iniziano il secondo tempo a spron battuto. L’offensiva è continua nei primi minuti. Al 44′ Dirksen s’incunea fin quasi al centro pali, ma viene respinto. L’azione tuttavia non si ferma, sviluppandosi verso sinistra grazie alle percussioni degli avanti, fino a che Smith schiaccia in meta vicno alla bandierina d’angolo, A Biggar riesce pure la difficile trasformazione che porta gli Ospreys in vantaggio sul 18-23. Un minuto dopo all’indiavolato Williams riesce un break nella parte centrale del campo, facendosi strada in mezzo ad un nugolo di avversari di forza e di agilità. L’azione si snoda sulla destra, con l’ovale che arriva a Di Santo che fa un knock-on con De Jager ben posizionato lungo la linea di touch. La fatica comincia a farsi sentire e il gioco da parte trevigiana è meno nitido. Al 51′ bella azione di Morisi che parte dai propri 22, resiste a due placcaggi, e serve Nitoglia, anche lui oggi assai intraprendente, ma l’azione si spegne dopo un knock-on. Al 52′ da una mischia ordinata l’ovale arriva a Williams che s’invola sulla destra, finta il passaggio interno ed avanza fin dentro i 22 gallesi, prima di venire bloccato. Al 62′ Treviso riparte dai propri 22 con Nitoglia e Williams. Ma la voglia di giocare alla mano comporta anche dei rischi, specie quando con la fatica viene meno anche la lucidità. L’arbitro fischia un tenuto. Biggar trasforma il calcio piazzato da circa trenta metri tutto spostato sulla sinistra: 18-26. Al 63′ Burton non trasforma un calcio piazzato piuttosto facile – per uno come lui – da posizione centrale da 35 metri. Al 66′ Biggar trova una bella touche per un fallo trevigiano nella metà campo gallese. Dopo la touche si forma un raggruppamento, una bella piattaforma per Biggar che centra i pali con un drop dalla linea dei 22: 18-29. Al 67′, sul calcio d’invio, un giocatore gallese viene punito per un tuffo sull’area di placcaggio. Calcio piazzato dalla linea dei 22. De Waal, subentrato a Sepe toccato duro (che a sua volta aveva sostituito De Jager) porta il risultato sul 21-29. La partita diventa fallosa. Al 70′ Biggar sbaglia un calcio piazzato di difficile realizzazione da 35 metri tutto spostato sulla sinistra. Al 74′ lo stesso Biggar è punito dall’arbitro con un cartellino giallo per aver schiaffeggiato volontariamente in avanti l’ovale in un’azione d’attacco trevigiana, sviluppatasi prima con delle penetrazioni verticali degli avanti, e poi con l’apertura del gioco verso destra fino a che l’ovale era giunta in possesso a Galon. De Waal centra i pali da quasi metà campo e porta il punteggio sul 24-29, con Treviso ora in superiorità numerica. Al 77′ assistiamo all’altro momento topico della partita, dopo la meta di Isaacs. Fallo gallese appena dentro la loro metà campo. Esattamente come nel finale della partita col Connacht Treviso sceglie di calciare invece di cercare la touche. Secondo chi scrive, e col senno di poi, naturalmente, un altro errore. Il bravo De Waal centra comunque i pali: 27-29. Ma mancano solo due minuti e bisogna risalire tutto il campo. Sul calcio d’invio la foga trevigiana e un arbitro piuttosto fiscale durante tutta la partita coi trevigiani regalano agli Ospreys il calcio piazzato che chiude la partita sul 27-32. Il subentrato Phillips calcia fra i pali facilmente da trenta metri da posizione frontale. Peccato. Man of the match è Brendan Williams, a mio avviso con pieno merito.

[pubblicato su Right Rugby]

Written by Zamax

September 19, 2011 at 16:22

Treviso perde la prima in casa

leave a comment »

BENETTON TREVISO – CONNACHT RUGBY 9-11

Sabato 3 settembre 2011,  Stadio di Monigo, Treviso

La prima partita al Monigo della nuova stagione di Celtic League, ora denominata RaboDirect PRO12, doveva servire a rispondere a vari interrogativi: 1) La tenuta del Benetton, e implicitamente di un sistema “Smith” che si sforza idealmente di costruire un team di quaranta “titolari” intercambiabili e duttili, fronte alla mancanza della dozzina di giocatori partiti con la nazionale per la Coppa del Mondo in Nuova Zelanda e di quelli della lista infortunati che comprendeva proprio il nome meno indicato in questo frangente, quello di Botes, sia per il valore del giocatore, sia per un ruolo che già non può contare sui nazionali Semenzato e Gori (e con Picone acciaccato), sia per il suo carattere di trascinatore. 2) Il valore del Connacht, club nel suo piccolo in ascesa, che si presentava ambizioso in una stagione che lo vedrà impegnato anche nella Heineken Cup, e che in estate ha cambiato volto, con una quindicina di nuovi arrivi e una quindicina di partenti, tra i quali però tre “stelle” come il mediano di apertura Keatly ingaggiato dal Munster, il tallonatore Cronin e soprattutto un’ala ficcante, potente e in confidenza con la meta come Fionn Carr (l’anno scorso inserito nel XV ideale della Magners/Celtic League), questi ultimi due andati a ingrossare le file del Leinster. 3) La risposta del pubblico del Monigo dopo una prima stagione “celtica” assai gratificante in termini di affluenza e di sostegno alla squadra. Viste le circostanze Smith aveva disegnato una squadra assai logica negli avanti (e nella mediana formata da un De Waal tornato al ruolo di apertura, dopo gli esperimenti da centro nelle amichevoli pre-campionato, e dal permit player Chillon) ma abbastanza sorprendente dietro – con il giovane Luca Morisi che entra all’ultimo momento al posto dell’annunciato Pratichetti – una cavalleria leggera e guizzante di trequarti adatta meno a difendere che a ferire e a completare un gioco fondato sul possesso e sul predominio nelle fasi statiche. Forse questa necessità di concretizzare il possesso e di perforare difese auspicabilmente indebolite dal lavoro degli avanti spiegava lo spostamento di un finisseur come Brendan Williams nel suo vecchio ruolo di ala [dormita dell'articolista, che sarebbe il sottoscritto: “Dingo” è stato schierato col n. 11 a causa delle cervellotiche regole F.I.R. sull'uso degli stranieri, N.d.Z.] e la fiducia data ad un giocatore sgusciante come Burton nel ruolo inusuale di secondo centro. Ma se questo era il game-plan della Benetton il campo ha scritto sin dall’inizio una storia diversa. La touche è stata difettosa per tutta la partita, anche nei momenti cruciali del concitato finale. Gli ingaggi in mischia sono stati spesso problematici, con falli da ambedue le parti, e solo nel finale, quando la squadra trevigiana ha buttato il cuore oltre l’ostacolo, il pack irlandese è andato in sofferenza. E così il predominio nel possesso, chiave di molti dei successi della squadra di Smith, è venuto a mancare. Ragion per cui il risultato finale ha premiato abbastanza meritatamente la squadra irlandese in virtù di una maggiore compattezza e di un maggior ordine; un Connacht ben guidato dal mediano di apertura di Jarvis, che ha saputo dare continuità alle azioni di attacco degli irlandesi, specie nella seconda metà del primo tempo e nella prima metà del secondo. Continuità che invece è venuta a mancare alla Benetton, spesso costretta ai calci di spostamento non appena l’ovale usciva dalla mischia e dai raggruppamenti.

Si è giocato in un caldo afoso tipicamente padano, caratterizzato da una temperatura non altissima, ma da molta umidità e da scarsa o nulla ventilazione, condizioni meteorologiche nient’affatto ideali per una partita di rugby, tanto che si soffriva anche in tribuna. Il pubblico ha risposto abbastanza bene, visto il caldo, con circa 3.000 spettatori in gran parte assiepati sotto la tribuna coperta, i quali hanno fatto sentire il loro appoggio alla squadra soprattutto nel momento della mancata rimonta finale.

Partita inizialmente equilibrata, ma poi il Connacht ha preso piano piano il sopravvento. Williams è tornato subito al ruolo di estremo con Nitoglia spostato all’ala. Nei primi venti minuti le squadre sono sembrate speculari, anche negli errori, con frequenti fallosità nei raggruppamenti. Poi però il Connacht ha cominciato a manovrare anche al largo grazie alle buone iniziative alla mano di Jarvis, molto sicuro nel comandare la squadra – nonostante gli errori dalla piazzola che alla fine hanno rischiato di rivelarsi fatali – giovandosi anche di efficaci up & under. Niente di trascendentale, comunque. E Treviso ha pure difeso bene. Ma la continuità alla fine ha pagato, con la meta di Ah You verso la fine del primo tempo. Non padroneggiando le fasi statiche Treviso è sembrata spuntata e a corto di idee. Comunque è la squadra di casa a mettere i primi tre punti del tabellino al 7′ con un calcio piazzato per un fallo irlandese in un raggruppamento, con De Waal che centra i pali leggermente spostato sulla sinistra da posizione agevole. Al 10′ la solita azione tambureggiante che contraddistingue il gioco del Connacht porta Jarvis a cercare l’ala con un grubber maligno sulla destra che Vosawai raccoglie, sventando il pericolo, senza però controllare l’ovale. E’ la prima azione pericolosa degli irlandesi. Al 13′ Treviso ha la possibilità di muovere ancora il risultato grazie ad un calcio piazzato fischiato per un fallo in touche. De Waal dalla destra sbaglia però di poco un calcio non impossibile. Al 22′ il Benetton muove a lungo l’ovale lungo l’asse centrale del campo fino a trovare il buco ma Burton ci s’infila senza riuscire a controllare l’ovale passatogli da De Waal. Al 26′ grande movimento di Naopu che si stacca da una mischia ordinata a trenta metri dalla linea di meta in posizione centrale, arrivando fino alla linea dei 5 metri. Sul successivo raggruppamento fallo trevigiano per entrata laterale, che concede a Jarvis il facile calcio piazzato del pareggio. Siamo al 27′. Al 32′ fallo in touche dei trevigiani. Jarvis tenta quasi da centrocampo spostato sulla destra ma non centra i pali. Al 34′ un up & under di Jarvis non trova Williams pronto alla presa dell’ovale. Se ne impossessa pericolosamente Griffin che arriva fin dentro i 22 trevigiani venendo però in qualche modo neutralizzato. Insiste Connacht che al 36′ dopo una mischia in posizione centrale crea un’iniziativa pericolosa col duo Jarvis-Murphy; l’ovale finisce all’ala McCrea che viene spinto oltre la linea di touch. Ma al 38′ l’ostinazione del Connacht viene premiata: è Naopu [errore: è Fa'afili, N.d.Z.] che riesce a perforare la linea difensiva trevigiana, portandosi a qualche metro dalla linea di meta; sul raggruppamento seguente Ah You riesce a schiacciare in meta sulla destra, a metà strada tra la bandierina d’angolo e la porta ad H. A Jarvis non riesce una trasformazione assai facile. Il primo tempo così si chiude piuttosto logicamente col Connacht in vantaggio per 8 a 3.

Il secondo tempo inizia come il primo, con gli irlandesi al comando di una partita scorbutica e poco attraente. Al 2′ dopo un’insistita fase di gioco è il lock McCarthy a penetrare profondamente nell’area dei 22. I trevigiani si salvano e rilanciano con un contrattacco di Sepe sulla destra, che privo però del necessario sostegno si spegne sulla linea dei 10 irlandesi. Il gioco si fa gradatamente più equilibrato ma anche più rotto e confuso. In un raggruppamento dentro i 22 irlandesi e in posizione centrale è Chillon, peraltro positivo negli ottanta minuti, a sprecare una buona opportunità d’attacco, con un malaccorto knock-on, non riuscendo a raccogliere l’ovale dopo un un raggruppamento con la difesa irlandese in difficoltà e male schierata. Al 54′ un fuorigioco trevigiano consente al Connacht di allungare fino all’11 a 3. Jarvis centra i pali da circa quaranta metri leggermente spostato sulla sinistra. Il mediano di apertura però subito dopo sbaglia un calcio piazzato da una trentina di metri piuttosto facile. Treviso guadagna campo, il gioco non è molto lineare, e il possesso viene però più volte reso vano da errori in touche. Al 64′ la squadra di casa in cerca di riscatto si propone in una lunga azione multifase che vede gli avanti alternarsi efficacemente ai trequarti (bello un break di Morisi), senza però trovare la via della meta. La miglior azione trevigiana di tutta la partita viene però premiata da un calcio piazzato di De Waal trasformato facilmente da posizione centrale, che porta il Benetton sul –5. Al 68′ un’azione individuale, brillante ma anche fortunosa, di McCrea per poco non chiude il match. L’ala parte da ben dentro la sua metà campo, esegue un calcetto a scavalcare i più vicini difensori, recupera l’ovale calciandolo direttamente rasoterra, e ne rimane in possesso grazie ad un rimpallo fortunoso che lo lancia verso la meta. Ma viene bloccato da Williams ad un metro dall’obbiettivo, e i difensori accorsi in aiuto lo costringono al tenuto. Negli ultimi dieci minuti la squadra di casa produce il massimo dello sforzo e mette gli irlandesi in difficoltà, soprattutto in mischia. Proprio in seguito ad un fallo di mischia al 34′ De Waal porta Treviso sul -2. La partita si fa confusa, ma è Treviso ad avere il pallino del gioco. Tuttavia la rimonta non riesce. Prima ci prova Williams in una delle poche iniziative di successo della sua partita. Allo scadere Connacht salva il risultato spingendo oltre la linea di touch De Jager ormai a pochi metri dalla meta sulla destra del fronte d’attacco.

Il man of the match secondo il voto dei giornalisti presenti è Antonio Pavanello. Il mio personale va a Naoupu. Il Connacht ha mostrato le stesse caratteristiche viste nella stagione scorsa: una squadra non particolarmente potente né talentuosa, ma che sa esprimere una buona continuità ed intensità di gioco. Il Benetton è da rivedere. Nonostante le moltissime assenze e i giovanotti messi in campo è stato …quasi all’altezza della situazione, ma gli errori, soprattutto in touche, hanno pregiudicato troppo le fasi di possesso. E’ abbastanza preoccupante, però, la non-confidenza con la meta di questo inizio di stagione.

[pubblicato su Right Rugby]

Written by Zamax

September 19, 2011 at 15:54

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (6)

with 6 comments

Ultima e breve puntata di questo casuale feuilleton sul mondiale di calcio, che sempre il caso ha voluto passasse alla storia gloriosa del mio blog – non è falsa modestia, è che spero sempre nella Provvidenza – col nome di: “Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori”. Affermazione assurda, in assoluto. Ma che mantiene un suo valore polemico, non solo riguardo alla disgraziata spedizione italiana. Per me, infatti, questo è stato un bel mondiale, uno dei migliori che abbia mai visto. Anche la finale, che non è stata una “bella” partita, ma sicuramente una “buona” partita. Se son giocate bene, mi piacciono anche le brutte partite. Finalmente abbiamo visto “squadre” con un grado di coesione e di gioco a livello di quelle di club, segno che più che il tempo sono le idee chiare a servire. Se vi chiedete cosa intenda per “gioco”, leggetevi, se ne avete voglia, gli altri post. Le squadre che hanno giocato bene, nei limiti delle loro possibilità tecniche, sono state in genere premiate da buoni piazzamenti. Molto buono il Cile. Molto buono il Messico. Ottima, la migliore di tutte, anche se non brillantissima, la Spagna. Buono il “brutto” Paraguay. Più che buoni gli Stati Uniti. Discreto l’Uruguay. Abbastanza buone le squadre asiatiche. Buona, come da tradizione, l’Olanda, ma niente di più. Da Slovacchia e Slovenia il minimo indispensabile del gioco ben organizzato. Germania brillante, ma gioco non buono. E’ con soddisfazione, invece, che registro il fallimento delle squadre che hanno giocato male. Pessima la Francia. Pessima, ahimè, l’Italia. Male l’Inghilterra. Male la Serbia. Male quasi tutte le squadre africane (sufficiente il Ghana, niente di più). Male il Brasile, che grazie al valore dei suoi giocatori poteva naturalmente vincere lo stesso il mondiale. E per l’Argentina vale quasi lo stesso discorso.

Ultima cosa. Adesso sentirete le solite gazzette invocare i “vasti programmi” (per dirla con De Gaulle) a lungo termine, le “politiche” sportive, le scommesse sui giovani. Mezze verità, ma solo mezze, che suonano strane, per non dire mostruose, sulla bocca di gente che quando parlate di “gioco” (che non è la magica e ridicola tabellina dei moduli)  – ossia il programma minimo – vi guarda come se foste un fanatico.

Ah, ultimissima cosa. Sono stati eletti: miglior giocatore del torneo Forlán, che ha preceduto Snijder e Villa. Miglior portiere Casillas. Miglior giovane Müller. Capocannoniere sempre Müller, che, a parità di gol segnati, ha vinto per il maggior numero di assist. Io avrei premiato Müller anche come miglior giocatore del torneo: perfetto in tutte le partite, e forse decisivo in quella in cui è mancato.

E trovo emblematico, e giusto,  che il gol decisivo del mondiale lo abbia segnato un piccoletto in gamba come Iniesta.

Written by Zamax

July 12, 2010 at 15:42

Posted in Sport

Tagged with ,

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (5)

with 4 comments

La Germania dei giovani panzer multietnici – com’era scritto in partenza – si è terribilmente impappinata contro la Spagna. La Germania di questo mondiale, dal punto di vista del gioco, non era diversa da quelle che l’hanno preceduta. Una compagine quadrata, con difensori e centrocampisti laterali di buon dinamismo, larghi sul terreno di gioco (anche se il magnifico Müller e il suo compagno Podolski sono per natura delle punte che si sono adattate a giocare sulla fascia con diligenza tutta teutonica), difensori centrali alti e ben messi, un “numero dieci” e un centravanti vero. Le tabelline esoteriche sul modulo di gioco – 4-4-2, 4-4-1-1, 4-2-3-1 ecc. – sono di scarsissimo interesse, ma i popoli fin dall’antichità hanno coltivato una particolare superstizione per le formule magiche, per cui non è sorprendente che trionfino nelle gazzette. L’ultima mannschaft si è distinta da quelle degli ultimi mondiali (deludenti, al di là dei piazzamenti finali) solo per le caratteristiche dei giocatori, che le hanno permesso di eccellere in certe giocate di rimessa. La Germania si è trovata ad avere in avanti quattro-cinque giocatori (Schweinsteiger, Müller, Podolski, Özil, e anche il vecchio Klose) con alcune qualità in comune: velocità, ottima tecnica, e linearità. In condizioni tattiche ideali la Germania ha dato l’impressione di un meccanismo fluido, potente e preciso. Fino all’incontro con la Spagna queste si sono presentate spesso. La Germania ha incontrato Australia, Serbia (partita persa, di quelle in cui va tutto storto), Ghana, Inghilterra e Argentina, tutte squadre che hanno dimostrato generalmente poca compattezza, squadre lente e lunghe sul terreno di gioco. Squadre insomma a maglie larghe nel mezzo del campo, dove i tedeschi riuscivano spesso ad imbastire manovre fatte di quattro-cinque passaggi in velocità che sorprendevano le difese avversarie. Con una squadra come la Spagna, che gioca cortissima, era logico che alla Germania sarebbero mancati gli spazi in profondità e che le sue azioni d’attacco si sarebbero impigliate sul nascere in un reticolato a maglie fitte. Per questo prima della partita avevo scritto che alla Germania poteva piuttosto riuscire la pugnalata diretta, ossia il passaggio filtrante che salta direttamente questa barriera e mette l’attaccante davanti al portiere. Ma al di là dell’ordinato agonismo e della testardaggine che da sempre la contraddistingue, il gioco della nazionale tedesca rimane piuttosto statico e datato. E’ una squadra che non riesce a pressare efficacemente per lacune organizzative. Le tante mezze cartucce spagnole hanno corso molto meglio monopolizzando quindi il possesso di palla e i panzer sono apparsi – naturalmente – “stanchi” (mentre quando l’Italia stentava e arrivava sempre “seconda” sul pallone nella partita con la Slovacchia, i nostri telecronisti ce la menavano col fatto che gli Slovacchi erano tutti dei marcantoni: le solite amenità dai tempi del Divo Cesare). Khadira girava a vuoto, Schweinsteiger, che ha pure fatto un partitone, correva come un dannato. Ma gli spagnoli, che corricchiavano con sapienza, erano beffardamente sempre in superiorità numerica. E’ completamente falso che ciò sia dipeso solo dalle qualità di palleggio degli spagnoli. Il perché l’ho spiegato nei post precedenti. Riguardo al “reticolato a maglie fitte” di cui ho parlato sopra, il discorso vale sia per la fase difensiva sia per quella offensiva. Ciò spiega anche il palleggio stretto e quasi comodo degli spagnoli fin dentro l’area avversaria, cosa rara da vedere e che sicuramente avrà colpito molto gli spettatori. In una situazione normale, con la difesa avversaria schierata, il gioco degli spagnoli – che è quello del Barcellona – tende idealmente a portare senza sfilacciature tutta la squadra fin sulle soglie della porta avversaria, con la forza del soprannumero e la banalità del passaggio corto, quasi azzerando la situazione ad ogni fascia orizzontale di terreno conquistato. E’ questo il presupposto tattico per i numeri “brasiliani” degli attaccanti.

La cosa curiosa della finale mondiale che ci stiamo apprestando a vedere è che la Spagna è la squadra che, mutuandolo dal Barcellona, ha meglio perfezionato il gioco nato in Olanda nel periodo a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta. Le due versioni gloriose di questo gioco furono quelle dell’Ajax e della nazionale orange dei tempi di Cruijff, e l’Ajax di Van Gaal degli anni novanta. La prima ispirò Sacchi per la costruzione del suo Milan, che ne diede però un’interpretazione più totalizzante e consapevole, più chiara da leggere – e per questo fece scuola in tutto il mondo – ma anche più difensiva, ubbidendo in questo al genio italiano. L’Ajax di Van Gaal, invece, ubbidendo al genio olandese, esplorò le possibilità offensive di questo gioco, e fu il vero modello del Barcellona e della Spagna attuale. D’altronde le connessioni tra il Barcellona e il calcio olandese sono note: i lunghi anni di Cruijff, allenatori come lo stesso Van Gaal, e Rijkaard, sotto la cui guida il gioco messo in mostra negli ultimi due anni dal Barça di Guardiola si era già cementato.

Per quello che ha significato negli ultimi quarant’anni, per le finali perdute, il calcio olandese meriterebbe il primo alloro mondiale. Ma questa squadra francamente non mi sembra complessivamente all’altezza. Né dal punto di vista della tecnica individuale, né da quello del gioco: il “suo” gioco, oggi molto meglio interpretato dai rivali spagnoli.

Gli spagnoli sono arrivati in finale attraverso una serie di vittorie striminzite. Hanno trovato squadre che hanno badato quasi solo a difendersi, e qualche volta a contrattaccare. Talune benissimo (il Cile), o bene (il Paraguay), talune così così (Portogallo, Germania, al di là del valore tecnico di queste due squadre), talune come meglio potevano (l’Honduras). Ha perso la partita inaugurale con una modesta Svizzera che, chiusa nel suo bunker difensivo, e un po’ troppo assistita dalla dea Fortuna, ha pescato il classico e rocambolesco golletto in contropiede Ma Vicente del Bosque, di cui ho un’ottima opinione (il suo Real Madrid resta il migliore degli ultimi lustri, sul piano del gioco), non si è scomposto più di tanto, dicendo subito che loro, gli spagnoli, avrebbero continuato a giocare alla stessa maniera. Non poteva fare altrimenti, ma “dirlo” è un conto, “dirlo” dimostrando una convinzione profonda e tranquilla è un altro. Gli va dato merito.

Credo perciò che da un punto di visto meramente tattico proprio la finale contro l’Olanda sarà per gli spagnoli la partita più facile del mondiale. E’ difficile che gli olandesi possano, per tradizione e temperamento, basare la loro partita sul pressing difensivo, come hanno fatto Cile e Paraguay. Ed è però difficile che possano sottrarre agli spagnoli quel possesso di palla che è una caratteristica degli olandesi, non per qualità tecnica ma per impostazione di gioco. E allora che faranno? Annegheranno in una fragile incertezza? La Spagna ha segnato al massimo due gol in una partita di questo mondiale. Questa volta rischia seriamente di farne di più. Mi sbilancio: prevedo un risultato del tipo 3-1, 4-1 o 4-2.

P.S. C’è un giocatore che mi sta sommamente sulle palle: Van Bommel. Un tipo specializzato in entrate criminali sulle gambe degli avversari, che ha la spudoratezza poi di prendersela con quelli che ha appena azzoppato; uso a piagnucolare per le decisioni dell’arbitro; uso a fare la vittima; uso però ad essere il primo a reclamare cartellini gialli e rossi quando qualcuno dell’altra squadra tocca uno della sua squadra; e nonostante tutto questo, ormai abituato a passarla sempre liscia. Domani lo vedo in difficoltà, lì in mezzo al campo. Secondo me rischia di uscire anzitempo dal campo. Speriamo sia la volta buona.

Update del 11/07/2010, dopo la partita di finale: Non è stata affatto la partita che pensavo, almeno per sessanta-settanta minuti. L’Olanda ha fatto proprio un’intelligente partita di “sacrificio”, simile a quella giocata dal Cile contro la Spagna: l’ideale per mettere in difficoltà gli spagnoli. E’ stato un pressing a tutto campo, non solo nella zona difensiva. In realtà qualcosa del genere me l’aspettavo, ma molto, molto più molle; qualcosa di fatto a metà, di inconcludente, qualcosa quindi di oltremodo rischioso che avrebbe facilitato gli spagnoli. Tuttavia questa aggressività è stata solo parzialmente l’esito del gioco; molta, troppa, è derivata dall’agonismo. L’arbitro ha graziato i due centrocampisti centrali, il solito insopportabile Van Bommel e De Jong, sennò dopo mezz’ora l’Olanda poteva restare in nove.  Alla fine però un cartellino rosso è arrivato lo stesso.

P.S. Il goal di Iniesta, se ho visto bene, è la quintessenza dei problemi di regolamento sul fuorigioco, che da qualche parte ho già denunciato. Sul primo passaggio da sinistra,  infatti, – sempre se ho visto bene – Iniesta era in posizione di fuorigioco, considerata però “passiva”, evidentemente perché la palla non gli è arrivata. Fatto sta che, come è successo mille altre  volte, questa posizione di fuorigioco “passivo” nel giro di due secondi è diventata “letale” ed ha deciso un campionato del mondo. Sempre se ho visto bene, s’intende.

Update del 12/07/2010: La posizione di Iniesta è regolare anche al momento del primo passaggio di Torres. E’ perfettamente in linea quando Torres tocca il pallone. Meglio così.

Written by Zamax

July 10, 2010 at 14:05

Posted in Sport

Tagged with ,

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (4)

with 2 comments

Per i giornalisti italiani, per gli addetti ai lavori, e anche per i tifosi, la “condizione fisica” può cambiare drasticamente di mezz’ora in mezz’ora, di partita in partita, di settimana in settimana. Basterebbe questa sfida alle leggi naturali per capire l’insensatezza della cosa. Le balordaggini sulla condizione fisica servono, a coloro che non capiscono nulla perché nulla vogliono capire, per spiegare quelle che in realtà sono deficienze di gioco. [Zamax, Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (2), 2 giugno 2010]

Telecronaca RAI di Olanda-Uruguay:

Ma soprattutto gli olandesi sono in una condizione fisica straordinaria. (Beppe Dossena, prima dell’inizio della partita)

Gli uruguayani sono in una condizione molto buona, molto meglio degli olandesi. (Beppe Dossena, verso il cinquantesimo minuto della partita)

E hanno sulle gambe pure i supplementari col Ghana! Anche il Brasile nella partita con l’Olanda ad un certo punto sembrò fermarsi di colpo. Tu ci vedi qualche rassomiglianza? (Gianni Cerqueti, giusto per non essere da meno nelle ca$$ate)

Gli olandesi sono in ginocchio. (Beppe Dossena, verso il sessantacinquesimo minuto della partita)

Per il resto, anche dopo la sesta vittoria consecutiva, confermo quanto scritto qualche giorno fa sempre nel post sopramenzionato:

L’Olanda non mi incanta. Per tradizione gioca sempre “abbastanza” bene. Questa è senza infamia e senza lode. Non credo possano bastare i Robben e gli Sneijder.

Non credo che basteranno.

Written by Zamax

July 6, 2010 at 21:58

Posted in Sport

Tagged with ,

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (3)

with 2 comments

“L’Argentina ha dei killer micidiali in attacco, ma il resto è semplicemente casual.” Questo avevo scritto nel post precedente. E lo si è visto, abbondantemente, nella disfatta contro i tedeschi. Non starò qui a parlare delle scelte balorde dell’”allenatore” Maradona: gli Heinze o i De Michelis in difesa; il magnifico condottiero Zanetti e il ragionier Cambiasso lasciati a casa; Milito, lo stoccatore stanco (ma i viziosi in genere hanno risorse inesauribili), lasciato in panchina; Di Maria schierato a centrocampo – un centrocampo a tre, per di più! – quando il giovanotto, reduce da una stagione straordinaria col Benfica, è un attaccante di fascia purissimo. Malgrado tutte queste sciocchezze l’Argentina non era tecnicamente per nulla inferiore ai tedeschi. Solo che sul rettangolo di gioco è lunga, lenta e vive principalmente delle accelerazioni e delle invenzioni dei suoi attaccanti. Adesso sentiremo le inevitabili bubbole sull’oggetto misterioso Messi; che invece era – e non poteva non essere – il solito Messi. Solo che nel Barcellona, a far ala alle sue trionfanti incursioni nelle difese avversarie trova sempre dei compagni che gli giocano a cinque-dieci metri di distanza, compagni che all’occorrenza sono pronti a ricevere lo scarico della palla, o a portargli via un difensore con una sovrapposizione, insomma, ad aprirgli un ventaglio di opportunità, e a creare vari punti interrogativi nella testa dei difensori. Per questo quando fa le sue scorribande sul fronte d’attacco del Barça Messi ha quell’aria disinvolta e rilassata. Qui il gioco era troppo scoperto e di facile lettura per le difese avversarie: Messi – da solo – contro tutti. Tuttavia il problema argentino non era naturalmente quello offensivo; anche se un po’ arruffona là l’Argentina era sempre efficace per le iniziative istintive di quattro attaccanti di razza come Higuain, Tevez, Messi e …Di Maria. Il problema vero era in mezzo, come succede sempre quando è un problema di squadra. Contro una squadra ad essa perfettamente antitetica, nel bene e nel male, come il Messico, l’Argentina sul piano del gioco ha patito moltissimo. Ha subito il possesso di palla e le iniziative di gioco per quasi tutta la partita. Contro una squadra come la Germania portata al gioco di rimessa per le qualità tecniche di alcuni suoi giocatori lo si è visto ancora in una maniera diversa, e principalmente nella fase difensiva: 1) Nel momento della perdita del pallone gli attaccanti non rientravano. In un gioco di squadra efficace “rientrare” non significa far corse a perdifiato; generalmente significa retrocedere corricchiando normalmente per dieci-quindici metri, ma senza dar tempo al tempo, in modo da creare un primo ostacolo e far perdere attimi spesso decisivi all’azione di rimessa avversaria.  E’ questa automaticità l’aspetto essenziale della cosa, non lo sforzo agonistico. E’ questo abbattimento dei tempi morti che – in genere, ripeto, ovviamente – dà tempo ai centrocampisti e soprattutto ai difensori di accorciare la squadra e formare una barriera contro le iniziative d’attacco degli avversari. 2) I centrocampisti rimanevano fermi. 3) I difensori retrocedevano. 4) Onde per cui nel mezzo del campo, solito problema delle squadre “statiche”, si creavano dei buchi nei quali i tedeschi andavano a nozze.

La Spagna, che non è mai stata brillantissima in questo mondiale, contro il Paraguay non ha giocato bene. Ma ha “giocato”, cercando faticosamente di rimanere fedele a se stessa. E’ sembrata tremolante più che timorosa, come un tennista col classico braccino corto. Ci possono essere varie spiegazioni di tipo psicologico e tecnico: 1) Lo scoglio dei quarti, spesso fatale, ai mai vinti Mondiali. 2) Una partita, che la vedeva favorita, in cui aveva tutto da perdere. 3) Il Paraguay stesso, che ha giocato alla morte la classica partita difensiva stile 2010, che in Italia ci si ostina a non capire, e sì che sarebbe il rancio perfetto per i gusti delle nostre truppe pallonare. Ossia, squadra stretta in trenta metri, fuori della propria area di rigore e al di qua della linea del centrocampo, e pressing asfissiante, che ad intermittenza e quasi a sorpresa ogni tanto veniva portato anche nei pressi dell’area spagnola. Però in genere raramente questa massa di uomini si portava in zona d’attacco. Con squadre così schierate e devote alla causa è difficile giocare, ci vuole pazienza e si rischia la pugnalata in contropiede. Persino il Brasile è andato a sbattere contro un muro per quasi un tempo nella partita contro i morti di fame in cerca di fama della Corea del Nord (tremiamo ancora per la loro sorte, temiamo davvero nient’affatto magnifica e progressiva, al loro ritorno nell’amata patria). La Spagna infine l’ha sfangata. Ricordate la semifinale di ritorno della Champions League dell’anno scorso fra il Chelsea di Hiddink e il Barcellona di Guardiola? Il copione tattico è stato grosso modo il medesimo, con una squadra, il Barcellona, che cercava con ostinazione e con molta fatica di costruire, e una squadra, il Chelsea, che cercava con ferocia e determinazione di distruggere e di ripartire cercando di cogliere di sorpresa l’avversario. Era un pressing offensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase offensiva, contro un pressing difensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase difensiva, non un “catenaccio”, ché quello è passato a miglior vita da un bel pezzo e oggi non avrebbe nessuna efficacia. Ambedue le squadre giocarono bene. Si qualificò il Barcellona, ma tremò, e molto.

Ora ci aspetta la semifinale Germania-Spagna. Non bisogna farsi impressionare dai risultati roboanti, che a volte dipendono dalle situazioni tattiche createsi nelle partite. Il gioco – che non è la somma delle “giocate”, come ho spiegato nei post precedenti – della Spagna è superiore a quello della Germania, anche se oggi la prima sembra piuttosto spenta e la seconda brilla. La Germania non troverà “buchi” a centrocampo per le sue ben strutturate giocate di rimessa. E’ più facile che le riesca la pugnalata diretta. Ma le mancherà il suo miglior giocatore, quello che finora ha fatto veramente la differenza, Thomas Müller, un vero campionissimo tra mezzi campioncini e buoni giocatori. Può darsi che il suo sia solo uno stato di grazia, ma fin qui è stato veramente perfetto, riuscendo perfino a non strafare. Contro l’Argentina ha fatto il primo gol; poi in una sua incursione dalla destra ben dentro l’area argentina è riuscito, controllando il proprio egoismo, a non tirare da posizione assai allettante e a dare a Klose un comodo match-ball, mandato però sopra la traversa. Decisiva anche la sua giocata da terra e in precaria coordinazione in occasione del secondo e decisivo gol tedesco. Credo perciò che, come è successo nella finale dell’ultimo europeo, sarà la Spagna a fare la partita, e infine a vincere.

L’Uruguay è la squadra più italiana – nel senso migliore del termine – del Sud America. Il piccolo e bicampeón mundial Uruguay (tre milioni e mezzo di abitanti, anche se vasto come mezza Italia), stretto calcisticamente e territorialmente tra i due giganti Brasile e Argentina, ha una tradizione di gioco umile, prudente, furbo e grintoso, confezionato però da giocatori buoni e spesso buonissimi. Così è successo che l’evento più famoso dell’intera storia del paese è rimasto il rapinoso gol di Ghiggia che diede l’alloro mondiale alla Celeste in una partita contro il Brasile al Maracanà nel 1950. Questo eroismo da sporca dozzina incantò l’aedo del calcio all’italiana, Gianni Brera, che fece dell’Uruguay l’alter-ego mondiale del Padova di Rocco nostrano. Abituati ai miracoli calcistici, “los orientales” possono legittimamente crederci anche questa volta. In Italia possono pure contare su un tifoso eccellente, il mio vecchio papà, che visse qualche anno da quelle parti. Alla fine però tornò in patria, e fu una saggia decisione, ché sennò io non sarei mai nato, la qual cosa all’umanità non importerà forse moltissimo, ma a me sta tuttora molto a cuore. Nonostante tutto. Ma non credo che tutto questo basterà contro il metodico accerchiamento che subirà dalla meglio attrezzata Olanda, soprattutto con il bomber Suarez fermo ai box. In caso contrario vorrà dire che “Dios es uruguayo” comincerà ad avere qualche timida evidenza scientifica.

Un’ultima annotazione, sul calcio africano, che mi ha molto deluso. Nonostante il Ghana, che è stato sfortunato ma che avrebbe anche avuto bisogno di un bel sergente di ferro al timone. Mi ricordo ancora le partite delle squadre africane nei mondiali degli anni ottanta. Avevano una solidarietà istintiva fondata sullo strapotere fisico. I figli del continente nero randellavano con un’innocenza così barbarica e omicida che davvero allargava il cuore dell’accidioso uomo occidentale. Ora il continente nero sforna in quantità giocatori di talento. Ma il contatto prolungato con le luci della ribalta europee sembra averli un po’ guastati. Ho visto leziosità, atteggiamenti da primadonna, numeri da circo, poca abnegazione, gioco inesistente, balletti e treccine multi-culti, quasi facessero la caricatura di se stessi, per la maggior soddisfazione del buonismo mondiale. Quando poi ho visto – ad imitazione della Francia – certi capelli ossigenati, e quelle ridicole magliette superaderenti da reduci di qualche gay-pride, mi son subito detto che per loro, e per la Francia, andava a finire male…

Written by Zamax

July 4, 2010 at 16:15

Posted in Sport

Tagged with ,

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (2)

with 3 comments

A sentire i giornalisti della RAI prima, durante e dopo la sconfitta del grangissimu Brazìu di fronte all’Olanda c’era da scompisciarsi dal ridere. All’inizio l’imbattibile Brasile era una stupenda fusione di futcbol bailadu e di sano realismo; alla fine il Brasile era tornato “cicala” e l’Olanda aveva dimostrato – indovinate un po’? – una “grande condizione fisica”. Il Brasile di Dunga non ha mai giocato bene. E’ una squadra che gioca un calcio vecchiotto, statico. Ma può certamente vincere tutto, perché ha una cifra tecnica complessiva nettamente superiore alle altre squadre, dal numero 1 al numero 11, come si diceva una volta, e non solo in attacco. La “condizione fisica” è la minchiata standard, che tutto vorrebbe spiegare e nulla in realtà spiega, cui ricorre un giornalismo sportivo italiano che ha rinunciato a studiare e osservare il calcio come “gioco”. Che il calcio sfugga ad ogni determinismo è cosa ovvia. Ma non è ovvia questa ignoranza voluta delle coordinate spazio-temporali nelle quali il fenomeno calcistico si sviluppa nel rettangolo verde. Nel calcio professionistico la condizione fisica non determina praticamente MAI il risultato di una partita. E’ un caso rarissimo. Per i giornalisti italiani, per gli addetti ai lavori, e anche per i tifosi, la “condizione fisica” può cambiare drasticamente di mezz’ora in mezz’ora, di partita in partita, di settimana in settimana. Basterebbe questa sfida alle leggi naturali per capire l’insensatezza della cosa. Le balordaggini sulla condizione fisica servono, a coloro che non capiscono nulla perché nulla vogliono capire, per spiegare quelle che in realtà sono deficienze di gioco. Qui si intende il “gioco” indipendentemente dalle “giocate”. Le “giocate” sono una cosa. Il “gioco” è un’altra. Quando si gioca bene si corre insieme. Quando si gioca male si corre da soli. Lo sforzo fisico diviene improduttivo. Si fatica molto più. E la squadra sembra “stanca”. Ed è vero ovviamente il contrario. Dal punto di vista del “gioco”, e non delle “giocate”, le migliori squadre del mondiale sudafricano sono state il Cile, il Messico e la Spagna. L’ammirevole e “folle” Cile negli ottavi di finale è riuscito a giocare dignitosissimamente in dieci, facendo la partita e non subendo il gioco degli avversari, contro una squadra infinitamente superiore come il Brasile. L’ammirevolissimo Messico, sempre negli ottavi, ha di fatto giocato molto meglio di una squadra nettamente superiore come l’Argentina. E’ stato battuto dagli errori arbitrali, da un po’ di sfortuna e soprattutto, naturalmente, dalla classe superiore degli attaccanti argentini. Ma avrei voluto vedere, così, per curiosità, come sarebbero andate le cose se gli argentini avessero prestato il panchinaro Milito ai messicani. L’Olanda non mi incanta. Per tradizione gioca sempre “abbastanza” bene. Questa è senza infamia e senza lode. Non credo possano bastare i Robben e gli Sneijder. La Germania rumina il suo solito calcio ordinato ed ha trovato dei giocatori giovani e veloci di grande classe, molto temibili nelle azioni di rimessa, primo fra tutti Thomas Müller, fin qui – secondo me – il miglior giocatore del mondiale. Ma il gioco – nell’accezione sopramenzionata – non è di prima qualità. L’Argentina ha dei killer micidiali in attacco, ma il resto è semplicemente casual. La Spagna gioca bene e ha anche la classe per le belle giocate. Complessivamente è la squadra migliore. La Spagna, in virtù di un gioco cortissimo che ottimizza la corsa di tutti i giocatori, riesce a pressare l’avversario senza far mostra di furore agonistico, e riesce a “tocchettare” in attacco con molti uomini fin dentro l’area avversaria. Non basta la qualità tecnica per spiegare il calcio palleggiato degli spagnoli. Per vedere la differenza fra il gioco dell’Italia – e in generale delle squadre italiane – e quello della Spagna – o del Barcellona, per intenderci – e per aprire gli occhi ai cechi, invece di correre dietro alle balle sulla condizione fisica, ai mali strutturali del calcio italiano, al tormentone sui giovanotti di belle speranze – tutte cose che qui sono secondarie – basta prendere la cordella metrica e misurare la distanza media che intercorre fra la posizione in campo di Piquet e quella di Torres, e quella che intercorre tra Cannavaro e Gilardino o Iaquinta. Le fatiche, le corse a vuoto, le lentezze, la mancanza di brillantezza si spiegano tutte in questa differenza. E’ certo: per giocare così bisogna rischiare qualcosa. Ma in ogni intrapresa c’è un coefficiente di rischio. Noi siamo più furbi, e non vogliamo rischiare niente. Così, prima ancora di perdere, rinunciamo a giocare. Anche se ci mettiamo tutto l’ardore agonistico del mondo.

Written by Zamax

July 2, 2010 at 19:25

Posted in Sport

Tagged with ,

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori

with 2 comments

Adesso che la Slovacchia ci ha spezzato le reni al Mondiale sudafricano, sarebbe meglio che lasciassimo da parte le polemiche sulle scelte “operaie” di Lippi o sul livello tecnico attuale dei giocatori italiani. Sono cose secondarie, che finirebbero solo per perpetuare gli equivoci. L’altro giorno in un commento sul blog di Jimmomo scrissi:

A patto che la squadra giochi molto stretta, alla spagnola o alla barcellonese per intenderci. (…) L’importante è che la coppia centrale di difensori si tenga alta e soprattutto che supporti senza riserve mentali, insieme a Maggio e Zambrotta, l’azione dei centrocampisti, che sennò – vecchia maledizione del calcio italiano – si trovano a navigare in solitudine nel mezzo del campo. Cannavaro, anche quand’era al meglio della forma, ha avuto sempre il difetto di ancorare la difesa nella sua metà campo e di ritardare l’azione di appoggio ai centrocampisti. Insomma, non ha mai avuto l’istinto di accorciare la squadra. Anche per questo la sua esperienza spagnola è stata deludente.

E infatti è purtroppo bastato che la Slovacchia giocasse essa corta e aggressiva per annullarci per tre quarti di partita. E per essere costantemente in superiorità numerica dalla sua porta fino al limite della nostra area di rigore. Tirare in ballo la forza o la forma fisica è una baggianata totale. E’ un problema in sé semplice di gioco che diventa di mentalità e che oggi riusciamo a superare solo quando la disperazione distrugge le inibizioni e le riserve mentali. Non è un problema della nazionale. E’ un problema del calcio italiano. Che è statico. Non perché i lavativi milionari non corrono, che è la solita balla dei moralisti del pallone, con la testa nel pallone e in cerca di scorciatoie per spiegare cose che con tutta evidenza non capiscono.  Ma perché corrono male. Per questo “gli altri arrivano sempre prima sul pallone”. Da lustri. Basta guardare le figure piuttosto penose che da anni le squadre italiane di club collezionano nelle coppe europee. Quest’anno ci ha salvato l’Inter, una squadra multinazionale condotta da un allenatore “fanatico” e “sacchiano” – per gli standard italiani – come Mourinho. Se qualcuno, duro di comprendonio, mi fa notare che contro il Barcellona, a Barcellona, l’Inter ha fatto un grande catenaccio, gli dico che non solo è duro di comprendonio ma che pure è cieco e fesso. E’ vero che l’Inter ha giocato una partita difensiva, ma non alla vecchia maniera: ha schierato 8 – 9 uomini su due linee in una fascia ristrettissima di terreno, tenendosi dieci metri fuori della propria area di rigore. Il Barcellona gioca alla stessa maniera, ma in funzione offensiva. E’ diventata una battaglia di trincea tra il pressing difensivo dell’Inter, e il pressing offensivo – ossia l’offerta delle sovrapposizioni – del Barcellona per la ricerca della superiorità numerica e dell’uomo libero.

Due anni fa, al tempo degli europei, scrissi due lunghi post, Footballismo 1 e Footballismo 2, su queste magagne nostrane. Vanno ancora bene, tanto nulla è cambiato.

Written by Zamax

June 24, 2010 at 19:15

Posted in Sport

Tagged with ,

Footballismo (2)

with 3 comments

I russi di Hiddink, al solo scopo di farmi un dispetto, si sono fatti asfaltare – loro – dagli spagnoli. Adesso prendo l’aereo per Mosca e li bastono tutti, comunisti!!! E così ora mi tocca scrivere un Footballismo2 per far quadrare i conti e per far capire al volgo che ho sempre ragione io!!!

(Rispondendo a Zagazig, 25 giugno) Ma io non dico affatto che le filosofie sacchiane-hiddinkiane siano sinonimo di bel gioco e vittoria. Dico che non si può nel 2008 giocare a calcio e giudicare le partite di calcio facendo finta che non esistano e che non abbiano cambiato il gioco del calcio. L’Italia di Sacchi nei mondiali americani era una squadra in condizioni penose, che giocava un calcio grigio e sfuocato, e che tuttavia riuscì ad arrivare con merito fino quasi alla vittoria finale. Era una squadra che pur senza brillare non subiva mai il gioco dell’avversario, e che giocava – con metodo e determinazione, non a casaccio – fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di ogni partita. Fu così che meritò la sua fortuna. Come oggi, ad un livello inferiore, la Turchia di Terim, allenatore naif ma vero, che ha poche idee in testa ma alle quali crede con una convinzione che si trasmette ai giocatori. Faccio notare che in linea di massima la Turchia inizia le partite con un calcio difensivo che propone ben poco in attacco. Ma il suo calcio difensivo non ha niente a che vedere con suggestioni catenacciare italiche e con marcature ad uomo, come qualche pazzo stralunato ha rimarcato in televisione e nei giornali. Somiglia di più al Liverpool di Benitez. Ossia: la squadra disposta in una fascia di trenta metri appena al di qua della sua metà campo, quindi con la difesa piuttosto alta e l’ultimo uomo sempre in ogni caso ben al di fuori della propria area di rigore, per non farsi schiacciare. Rinuncia al pressing avanzato, ma appena si entra nell’area presidiata dai giannizzeri della mezzaluna comincia la battaglia. E’ una barriera avanzata che non permette conclusioni da lontano. La bravura di Long John Silver Terim è che all’uopo riesce perfino a spostare la sua banda di non eccelsi calciatori compattamente in avanti, dove col coltello tra i denti e un po’ di confusione – e un po’ di culo – sinora sono riusciti a fare sempre il golletto della salvezza. Stasera coi tedeschi la musica non cambierà. La squadra è falcidiata e se prenderà gol subito temo sarà finita. Ma in caso contrario, chissà?

(Rispondendo a Ismael, 25 giugno) Il succo del mio discorso è proprio questo: mi è ben chiaro che i Franco Baresi e i Roberto Baggio, i Maradona e i Van Basten, saranno sempre tra noi con le loro prodezze a mandare all’aria tutte le teorie “costruttivistiche” dei filosofi del calcio. Tuttavia in Italia si cade nell’estremo opposto fino a non vedere neanche le cose più lapalissiane. Sacchi aveva tanti difetti: come ho già detto, non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori, e molto probabilmente non sapeva infondere serenità agli stessi, visto il suo carattere un po’ monomaniaco. Neanche dal punto di vista tecnico sapeva ben valutare i giocatori. Non aveva proprio l’occhio dell’esperto che alla prima occhiata sente il puledro di razza. Però vide meglio degli altri una cosa sola, ne diventò fanatico, e la impose al mondo.

(Rispondendo a Vincenzillo, 26 giugno) Beh, dubito assai che gli allenatori diciamo filosacchiani abbiano tutti ben compreso la logica di questo gioco; è per questo che sono fissati con le performances atletiche. Ed è per questo che io da anni e anni non vedo in Italia una squadra – dicesi una squadra – che giochi veramente come le squadre di Mourinho, di Benitez, di Hiddink, di Van Gaal, di Rijkaard, di Terim. Il miglior Ajax di Van Gaal e il miglior Barcellona di Rijkaard avevano un che di molle ed elegante, eppure riuscivano a pressare, eccome, e la palla l’avevano sempre loro attaccando con continue sovrapposizioni. Mi ha sorpreso lo Zenith di Advocaat, allenatore di cui ho sempre avuto scarsa considerazione: si vede che finalmente c’è arrivato pure lui! Ho letto che Mourinho – il fanatico Mourinho – all’Inter vuole “meno corse in montagna” e più allenamenti con la palla: il che mi sembra indizio rivelatore. E cosa serve correre a perdifiato se la squadra non ti accompagna? E’ quando la squadra è lunga sul terreno di gioco che ci si spompa. Anche psicologicamente. Quando dico che vengono eliminati i tempi morti, non voglio dire che il giocatore deve sempre correre come un cavallo, né essere costretto a continui, e magari frustranti scatti; in linea teorica il giocatore in questione potrebbe esaudire l’allenatore Zamax anche camminando: se, senza perdere tempo, unitamente ai suoi compagni per una tacito accordo che non ha bisogno di occhiate d’intesa o dell’attesa dello svilupparsi dell’azione, cambia direzione di marcia. E’ per questo che dico che sono gli automatismi – due, tre e semplici – che ti fanno guadagnare tempo e non lo sforzo agonistico. Per dirla con gli economisti, la produttività non sempre, anzi quasi mai, dipende da quanto sfacchini.

(Dopo Germania-Turchia 3-2) Il risultato non è assurdo, perché nel calcio contano anche le qualità e i difetti dei singoli. La Germania, come al solito, giochi bene o giochi male, ha sempre il merito di crederci: i tre gol sono venuti dai colpi di fioretto del duo Podolski-Schweinsteiger, dalla bravura di Klose nel gioco aereo e nello sfruttare l’uscita a vuoto del portiere turco, e da un’iniziativa personale di Lahm. Ma la Turchia ha giocato molto, ma molto meglio. Rischiando come al solito con una difesa molto alta, è riuscita a tenere il pallino del gioco per gran parte della partita. Tenendosi stretta e aggressiva ha supplito all’inferiorità tecnica e ad esercitare per lunghi tratti la superiorità numerica di fatto nella zona nevralgica dell’azione di gioco. Anche la difficoltà dei difensori tedeschi negli uno-contro-uno (specie Friedrich con Ugur Boral) era dovuta in parte non irrilevante al fatto che gli attaccanti turchi non erano costretti al dribbling per forza, ma avevano sempre l’opzione – che disorientava il difensore - di servire un compagno vicino o di crossare al centro. E’ da sottolineare come, pur dovendo Fatih Terim cambiare per ragioni di forza maggiore mezza squadra, e dovendo anche cambiar di ruolo alcuni giocatori pur di riuscire ad assemblarli, la sua Turchia abbia mantenuto esattamente la stessa fisionomia mostrata nelle altre partite. Da notare come Hamit Altintop abbia pressoché cambiato ruolo ad ogni match: partito come difensore di destra, ha giocato poi centrocampista, a destra e a sinistra. Con tanti saluti alle fissazioni italiche per i centrocampo alla Don Chisciotte e Sancio Panza, dove l’artista della palla rotonda ha sempre bisogno al fianco suo del portatore d’acqua, come il braccio e la mente; dove ogni protagonista ha bisogno del suo alter-ego in panchina tanto i presunti equilibri tattici sono fragili e delicati; e dove ogni nuovo accolito della confraternita azzurra (“confraternita”, così definì la squadra azzurra il mitico Manlio Scopigno, l’allenatore filosofo del Cagliari dello scudetto) dovrebbe provare e riprovare in amichevoli tanto stucchevoli quanto ipoteticamente probanti.

(Rispondendo a Ismael, a casa sua, 29 giugno) Con la tua solita intelligenza mi hai anticipato anche sulle questioni calcistiche. [Ismael: "Beh, sulla teoria calcistica in realtà puoi argomentare a tuo favore che la Spagna è riuscita a giocare sacchianamente (nella TUA accezione del termine) più della Russia: avresti ragione da vendere, ma dovresti forse spezzare una lancia in favore di un Donadoni evidentemente più bistrattato del dovuto."] Ammetto anche che l’uso sbrigativo e senza sfumature del termine sacchiano è una forzatura dialettica cui mi costringono esigenze di brevità. Lascio all’intelligenza altrui capirlo. Donadoni è stato un grandissimo e sottovalutato giocatore. Oltre che giocatore del mio Milan. Il Maradona dei tempi belli di Napoli lo giudicò il miglior calciatore italiano. Umanamente mi è pure simpatico. Però nel momento topico anche la sua nazionale, come quelle di Maldini, Zoff, Trapattoni ha obbedito al richiamo della foresta. E come quelle ha rischiato…di vincere. Ma per cosa? Per poi, drogati dalla vittoria, andare avanti così e alla fine inevitabilmente cadere? E’ un calcio che non vuole vincere, ma perdere, con onore, prima o dopo, per 0-0 e così giustificare la sua contronatura. Dagli anni ’60 delle vittorie di Milan e Inter, il calcio italiano [delle squadre di club] è piombato, a livello internazionale, in un periodo di crisi da cui è uscito solo col Milan di Sacchi. La Juventus composta dalla nazionale italiana più Boniek e Platini stentò moltissimo per arrivare all’unico alloro europeo. Fu il Milan di Sacchi a sbloccare, anche psicologicamente, il calcio italiano. E così si spiegano l’aria nuova e le vittorie in campo europeo delle squadre italiane negli anni ’90. La Juve di Lippi fu certamente la più sacchiana delle squadre italiane. La sua nazionale molto meno. Ma non subiva sempre. Nel mondiale vinto subì solo nella partita con l’Australia del fanatico Hiddink per inferiorità tattica, e nel secondo tempo e nei supplementari della finale con la Francia, quando ritornarono le ataviche paure. Non certo per stanchezza.

(Dopo Spagna-Russia 3-0) Gli spagnoli sono riusciti a imbottigliare i Russi con un muro di gomma in mezzo al campo. Non, come spiegheranno gli ineffabili tardoni del calcio statico e a compartimenti stagni, con la solita formuletta che non spiega niente, infoltendo il centrocampo, quasi che la debolezza di un settore privato dal trasferimento di un giocatore in altra parte dello schieramento non si riflettesse poi anche sull’insieme; ma tenendo la squadra molto raccolta, con tutti i giocatori l’uno vicino all’altro. Così la Spagna, senza sforzi agonistici extra, avanzando e indietreggiando insieme a ritmi tutt’altro che proibitivi, con un reticolo di passaggi favorito ma non completamente spiegato dalla bravura tecnica degli iberici, non ha lasciato alla Russia la superiorità numerica nelle varie fasi di gioco. Questa non usurante, molle ed elegante compattezza, è bastata per assicurare loro l’iniziativa del gioco per quasi tutti i 120 minuti della partita con l’Italia. Si noti come in questi “torelli” gli spagnoli non solo fossero bravi ma fossero sempre vicini e tanti. Si noti come anche nell’occasione del primo gol di Xavi, il successo dell’azione sia stato dovuto all’inserimento da dietro di un centrocampista, che andava a sommarsi al già buon numero di giocatori spagnoli coinvolti nell’azione. Si noti come gli attaccanti spagnoli – non isolati lì in fondo, ma appoggiati a breve distanza da tutta la squadra – pressassero spesso ai limiti dell’area avversaria per soffocare sul nascere le iniziative russe. Ammansiti, molti giocatori russi hanno mostrato la modestia del loro bagaglio tecnico. L’unica loro speranza era di alzare con energia i ritmi di gioco, ma non vi sono riusciti.

Per quanto riguarda la partita di stasera, io tifo per la Spagna (purtroppo: loro non lo meriterebbero, visto che a sentirli parlare e a leggere quanto scrivono sembra quasi che lo 0-4 che subiscono dall’Italia in fatto di vittorie mondiali sia dovuto ad una specie di congiura mafiosa degli assassini del football) perché spero sempre vinca la squadra migliore, sommando i valori tecnici e il gioco. Poi se la Germania fa un partitone, alzo le mani… Ma non credo. In linea teorica tutte e due le squadre in partenza dovrebbero giocare con un solo vero attaccante e cinque centrocampisti nominali. Quindi gran affollamento lì in mezzo al campo. In teoria. Ma l’iniziativa l’avrà la compagine che si muoverà tutta complessivamente più compatta nel rettangolo verde, rischiando qualcosa con la difesa più alta. Mi sorprenderebbe che non fosse la Spagna. Fin qui ho teorizzato la bontà del rischio. Non posso sottrarmi. Dico 3-1 per la Spagna. Domani vedremo se sarò salutato come un profeta o come un chiacchierone… Non vorrei stavolta dover traferirmi da Mosca a Madrid per bastonare los hijos de puta españoles también, comunistas!!!

Update dopo Spagna-Germania 1-0: beh, la Spagna ha meritato. Tutte o quasi le azioni pericolose sono state sue. La cifra tecnica nettamente superiore. Però la Germania non ha affato sbagliato partita e mi ha positivamente sorpreso. Prendendosi un rischio calcolato, con la difesa alta, corta ed aggressiva sulla linea mediana del campo ha messo in imbarazzo gli spagnoli come mai in questo torneo. Fino al gol di Torres anzi si può dire che abbia giocato meglio. Avessimo fatto anche noi così! Con la qualità dei nostri giocatori! Oramai queste cose ci ostiniamo a non capirle solo noi, in Italia! Noi speriamo solo nelle giocate dei campioni, e le invochiamo come i miracoli dei santi.

A proposito: in un test-match brutto e scorbutico giocatosi a Cordoba in Argentina, l’Italia del rugby ha battuto per 13-12 la squadra di casa, attuale numero 3 del ranking mondiale. Brutta partita, ma emozionante, con una meta all’ultimo secondo della partita del tallonatore Ghiraldini, trasformata dall’estremo Marcato. Vittoria importante che le nostre gazzette d’informazione sportiva non mancheranno di celebrare per giorni e giorni. Unico neo: i protagonisti del successo succitati sono tutti e due di stirpe patavina: dobbiamo accettarlo, le vie del Signore sono misteriose, anche se noi trevigiani siamo nettamente migliori.

Written by Zamax

June 29, 2008 at 13:58

Posted in Sport

Tagged with

Footballismo (1)

with 8 comments

Sono due decenni che non leggo i quotidiani sportivi. Oggi, ogni tanto ci butto un’occhiata, quando sono al bar. Per divertirmi. Per misurare il grado d’isterismo al quale sono giunte, con tenacia invidiabile, le nostre gazzette di gossip footballistico. C’è la finale dell’Eurolega del basket? Tranquilli, ve la dovrete cercare con pazienza a pagina 80 o 90. C’è la finale dell’Heineken Cup del rugby? Compratevi in più anche una lente d’ingrandimento. Magari è il giorno della finale della Coppa Uefa, quella del football, cioè del soccer, cioè proprio quella del calcio, ma se non ci sono in ballo squadre italiane è meglio che dirigiate il vostro apparato visivo verso l’angolino in basso a destra o a sinistra dove troverete l’apposito francobollo. Perché la prima pagina delle gazzette sportive – alla stregua della terza pagina del Sun, meritoriamente famosa in tutto il mondo, ma che però è la terza e non la prima, e in più ci tira su il morale con sventole da infarto – deve essere dedicata tutta all’ultima starlette del calcio mercato, la stessa che da qui a sei mesi, nella maggior parte dei casi, sedotta & abbandonata sarà in vendita al miglior offerente a pagina 42.

Oggi il calcio patrio, parlato e scritto, e purtroppo anche quello giocato, visti i disastrosi risultati delle nostre squadre nelle coppe negli ultimi anni, mascherati solo dai successi dei marpioni del vecchio Milan, è fatto solo di individualità, di gioco casual che regala molti gol dentro i confini nostrani, ma che s’impappina terribilmente quando si scontra con le corazzate piccole e grandi del calcio europeo. Le discussioni sulla tattica si risolvono tutte con ridicole tabelline di numeri magici, 4-4-2, 4-5-1, 4-3-3, 3-4-3, 4-4-1-1 e via discorrendo, e i problemi si risolvono tutti mettendo un nome al posto di un altro, oppure mettendo più uomini in un settore della squadra, o in difesa, o a centrocampo, o in attacco, come se il calcio fosse una cosa statica o una partita a scacchi, avulsa dalla dimensione temporale. Questo gioco di vane e astrochiromantiche sottigliezze regala a chi vi partecipa un’aria saputa, che lo esenta da ogni tentativo di analisi più profonda e di largo respiro. Certo, il calcio è bello perché imprevedibile: l’abilità tecnica individuale, la fantasia, lo spirito agonistico, la fortuna ne saranno sempre ingredienti ineliminabili e decisivi. Ma oggi in Italia parlare seriamente di tattica e strategia calcistica, pur col dovuto distacco vista l’ingovernabile materia, è considerato un vezzo da fanatici.

Per una sorta di vendetta del mondo del calcio italiano (compresi i giornalisti) contro il vittorioso pioniere e rivoluzionario Sacchi (che certo aveva grossi difetti di carattere, soprattutto non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori) le nostre squadre hanno giocato per molti anni come se le novità sacchiane non fossero esistite, mentre tutto il mondo ne faceva tesoro. Il Milan di Capello ebbe successo perché seppe mitigare gli aspetti meccanicisti del gioco di Sacchi, ma lo potè fare solo perché perché ormai i rossoneri giocavano a memoria. Piano piano anche quel Milan cominciò a regredire verso una statica italianità. Il bel gioco, filante, risulta quasi sempre dalla meglio organizzata mobilità dei giocatori nel rettangolo verde, che ottimizzata tende sempre a produrre la superiorità numerica. Non si tratta di correre di più, ma di correre meglio: e questo si può fare se le cose vengono fatte senza riserve mentali. La velocità di una squadra non dipende dalla velocità dei giocatori, né dall’ardore agonistico, ma dall’abolizione dei tempi morti nell’avanzare e nell’indietreggiare della squadra. Se invece nel momento della conquista del pallone (o della perdita) ci si guarda attorno per vedere come si sviluppa l’azione si perde quell’attimo fatale che è decisivo.

Ancor oggi, con un ragionamento capzioso, volendo omaggiare polemicamente l’italica tradizione, si parla di contropiede, di vittoriosa tattica difensiva, o addirittura di catenaccio, di questa o quella squadra. Ma il contesto è del tutto differente. Il contesto è quello in cui la rivoluzione sacchiana è stata digerita; per cui sia la difesa sia il contropiede sono oggi basati sulla ricerca della superiorità numerica. L’Ajax degli anni settanta (che rifilò un terrificante 6-0 in una finale di Supercoppa al Milan di Rocco nel 1973) segnò la prima tappa di questa rivoluzione scoprendo una cosa molto semplice: che nel calcio di allora solo una parte dei giocatori in senso lato prendeva parte all’azione di gioco, mentre ce n’erano sempre due o tre che risultavano del tutto ininfluenti, e sprecati, agevolando la squadra avversaria. Sviluppando un’organizzata concentrazione di uomini dove serviva e quando serviva lo squadrone olandese dominò il calcio europeo per un lustro. E soprattutto non solo vinse, ma fece scuola, e cambiò il calcio, cominciando, caratteristicamente, dal lessico. Fecero capolino termini di nuovo conio, come il pressing e la tattica del fuorigioco. Terzini, stopper, ali e mezzali – la terminologia del calcio “statico” – cominciarono a sparire.

Prima del perfezionamento e direi quasi della codificazione sacchiana, esempi parziali di quest’evoluzione calcistica furono negli anni ’80 la Dinamo Kiev e la nazionale sovietica di Lobanovski; quest’ultima arrivò seconda agli europei del 1988 e fu la squadra che mostrò il miglior gioco ai mondiali messicani del 1986; ma sviluppando la ricerca della superiorità numerica, con le continue sovrapposizioni tipiche del calcio russo, solo in fase offensiva, e non anche in quella difensiva, andò incontro ingenuamente alle stilettate mortali in contropiede vecchio stile – palla lunga al centravanti – di squadre modeste e schiacciate in difesa come il Belgio nel 1986 e alle giocate dei campionissimi olandesi come Gullit e Van Basten nel 1988. Altro esempio importante fu il Goteborg dell’esordiente allenatore Sven Goran Eriksson che nel 1982 fra lo stupore generale vinse alla grande la Coppa Uefa; al contrario della Dinamo Kiev, il Goteborg di quella breve stagione prodigiosa mise in mostra il miglior pressing difensivo antecedente la stagione sacchiana.

Lo zelo, l’ideologia pionieristica di Arrigo Sacchi, raccolse le fila di tutti questi precedenti, dandone per la prima volta sul campo un’interpretazione globale e – in senso buono – totalitaria. E’ strano, ma a tanti anni di distanza, forse la maggior parte dei giornalisti italiani non ha ancora perfettamente capito che il pressing – cioè la ricerca della superiorità numerica dove serve quando serve, non solo nel gioco difensivo, cioè al fine della conquista della palla, ma anche in senso lato nel gioco d’attacco con l’offerta delle sovrapposizioni – è un movimento di squadra; che in realtà non esiste nessun pressing se esso non interessa tutti i giocatori, dal primo all’ultimo. E che lo sforzo centrale consiste nell’occupare nel minor tempo possibile col maggior numero di uomini possibile la zona nevralgica dove in quel momento si svolge l’azione. Contrariamente a quanto si favoleggia di solito, questo dipende in maniera pressoché totale dagli automatismi dei movimenti della squadra, non dallo sforzo agonistico; non dalla velocità dei giocatori, ma dall’abbattimento dei tempi morti. Una squadra che sappia interpretare al meglio le coordinate spazio/temporali nel rettangolo verde, può essere percepita come veloce anche se composta da una banda di appesantiti posapiano. La squadra “corta”, che si muove stretta in una fascia di trenta metri, che non corre di più ma ottimizza il movimento di tutti i giocatori, si cominciò a vederla allora. Come ho già scritto una volta:

Come disse una volta il madridista Valdano, stupendo un po’ tutti, quella di Sacchi era fondamentalmente un tattica difensiva. Ed aveva ragione: solo che quando Sacchi la brevettò, una volta per tutte, col suo grande Milan, gli avversari erano talmente impreparati a farvi fronte, che non restava loro altro che trincerarsi in difesa. Sbagliano completamente coloro che parlano di catenaccio del Liverpool. Il pressing consiste non tanto nella ricerca del contatto con l’avversario, quanto nella ricerca sistematica ed organizzata della superiorità numerica nella zona dove staziona la palla. E questo avviene normalmente nella fase difensiva. I successi di Benitez, col Valencia e col Liverpool, e di Mourinho, col Chelsea e col Porto, sono basati su una disciplinata e convinta applicazione di questa tattica di gioco. Fu Van Gaal, con un fantastico Ajax, a creare una variazione offensiva della tattica del pressing (seguito poi in parte dal Barcellona di Rijkaard) con la ricerca sistematica della superiorità numerica nella fase d’attacco, con un continuo gioco di inserimenti e sovrapposizioni di centrocampisti e difensori laterali.

Quindi ancor oggi si può parlare di gioco difensivo o offensivo, ma non nei termini con i quali una fazione inacidita ed accecata del mondo giornalistico sportivo italiano ne parla. Negandosi ad ogni tentativo di analisi seria, la nostra critica per spiegare l’alternanza dei risultati ha sempre pronta la soluzione di tutti i problemi: la giocata del campione, e il grado di stanchezza di una squadra, che un giorno, chissà perché, è pimpante e l’altro a terra. Vedrete, se los picadores españoles riusciranno ad imbrigliare e infilzare il toro russo, diranno che la squadra di Hiddink ha risentito degli strapazzi delle scorse partite, e che nel calcio alla fin fine conta solo l’arte dei campioni; se al contrario i nuovi eroi di Putin e Medvedev asfalteranno gli iberici si canteranno peana sullo straordinario strapotere fisico dei russi. Sbaglieranno di grosso, perché i russi di Hiddink non corrono affatto di più delle altre squadre, neanche di quella italiana, in termini quantitativi sommando le prestazioni dei singoli giocatori.

Come tutte le squadre di Hiddink i russi corrono insieme facendo massa, ordinatamente, in fase difensiva e in quella d’attacco. All’allenatore olandese riuscì il miracolo, nel mondiale sudcoreano-giapponese, di fare della nazionale di casa una squadra temibile. E’ vero, furono gli arbitri a buttar fuori Italia e Spagna negli ottavi e nei quarti di finale, ma è anche vero che soffrimmo terribilmente la continua superiorità numerica degli asiatici in tutte le zone del campo. Nel mondiale tedesco, che l’Italia vinse senza alcun dubbio meritatamente, la squadra di Lippi – pur lontana dalla tradizionale staticità italica – soffrì, negli ottavi di finale, ancora una volta il dinamismo dell’Australia di Hiddink, in teoria la squadra più debole da noi affrontata: non fu il rigore su Grosso – che fra l’altro ci stava – a salvarci, ma l’inconcludenza e lo scarso spessore tecnico degli attaccanti australiani. All’infausta finale di Istanbul con il Liverpool in una edizione di Champions League di qualche anno fa, il Milan di Ancelotti – temibilissimo quando viene lasciato giocare, ma regolarmente in crisi quando viene pressato e preso per il bavero – arrivò per il rotto della cuffia, grazie un gol siglato da Ambrosini negli ultimi istanti della partita di ritorno di semifinale con il PSV Eindhoven: gli olandesi allenati nell’occasione dal solito Hiddink, infinitamente inferiori dal punto di vita tecnico ai milanisti, avevano però malmenato in lungo e in largo i rossoneri.

Ripeto che la staticità di una squadra dipende non dal fatto che i giocatori siano realmente fermi, ma dal fatto che non corrono insieme. L’Italia di Donadoni purtroppo contro la Spagna ci ha fatto rivivere gli incubi d’impotenza delle nazionali di Maldini, Zoff, di Trapattoni. La differenza fondamentale tra il gioco (?) dell’Italia e quello della Russia si nota con palmare evidenza nella fase immediatamente successiva alla conquista della palla.

Italia: il giocatore che l’ha appena conquistata si guarda attorno, si concede una pausa filosofica – necessaria, perché la difesa non alza le tende dalla propria area e non offre i propri servigi all’eventuale disimpegno, e i centrocampisti annegano sparuti in un mare di maglie avversarie – dopodiché o si decide al lancio lungo all’attaccante ramingo laggiù in fondo, o cede la palla al giocoliere nostrano più vicino. Costui dovrebbe fare un capolavoro: saltare mezza difesa avversaria partendo dalla propria metà campo, e quindi concludere in solitario l’azione o realizzare un assist di miracolosa perfezione per l’attaccante al centro dell’area avversaria. Per l’attaccante e solo per l’attaccante, perché di inserimenti di centrocampisti non se ne parla proprio. Così l’azione d’attacco quasi sempre somiglia tanto ad un torrente che via via si trasforma in un rivoletto che a stento arriva alla meta. Una squadra stretta tra la paura degli avversari e la speranza del golletto, tanto per non buttarla in politica, con giocatori che invece di correre organizzati ciondolano a vuoto senza una direzione. Al giorno d’oggi una squadra che non rischi almeno qualcosina tenendo la difesa abbastanza alta a ridosso dei centrocampisti è destinata sempre a subire il gioco di un avversario che abbozzi anche ad un modesto pressing. Al limite la cosa potrebbe anche essere accettabile, come pegno peraltro non dovuto alla tradizione italiana, se però, nella fase d’attacco, si procedesse con un contropiede organizzato, che è in sostanza il modo di giocare delle squadre di Spalletti: compagini che se ne stanno mollemente dentro la propria metà campo, ma pronte, all’occorrenza, quando riescono a cogliere sbilanciata la squadra avversaria, a lanciare un pacchetto di tre-quattro-cinque uomini a conquistare la superiorità o la parità numerica dentro la metà campo degli avversari. E’ una questione di tempistica, non di velocità, limitata però solo ad una fase del gioco.

Russia: quando in fase difensiva un giocatore conquista la palla, automaticamente la difesa sale, senza riserve mentali. E’ fondamentale quest’aspetto. Perso l’attimo, la velocità dell’azione successiva, del singolo ma tanto più della squadra nel suo complesso, non potrà mai surrogare il vantaggio ottenuto da questo automatismo. E’ un’onda di vantaggio che teoricamente si ripercuote sino all’area avversaria; cosicché, idealmente, se i primi tre o quattro giocatori – perché caratteristica di questo gioco è di arrivare con tanti giocatori sul fondo – non riescono a concludere a rete in prima battuta, è già pronta una seconda ondata di centrocampisti e difensori pronti a sovrapporsi ai primi. Anche se tutto questo dà un’impressione di selvaggio dinamismo, solo per il 10 % – per così dire – è frutto di agonismo, ma in realtà per il 90% è dovuto alla corale tempistica di tutta la squadra. Che, lo ripeto ancora una volta per i duri di comprendonio, non corre affatto di più delle altre, ma concentra e ottimizza lo sforzo. Similmente quando invece la palla viene persa, se la squadra di Hiddink non è sbilanciata il pressing offensivo automaticamente si trasforma in un pressing difensivo, senza dannarsi l’anima, ma coralmente e automaticamente, senza tempi morti, e quindi in ogni caso con buona efficacia; se la squadra al contrario è sbilanciata, ancora una volta coralmente, automaticamente e senza tempi morti, abbandonando il pressing, essa corre a ricompattarsi, quasi disinteressandosi dell’azione di gioco, in una stretta fascia del rettangolo verde tra la propria area di rigore e la linea di centrocampo. Sintomaticamente poi, quando un pallone lungo che arriva dalla difesa viene agganciato dal centravanti-boa, questi tende sempre a spostarsi orizzontalmente verso l’una o l’altra delle linee laterali, per guadagnare tempo, sapendo che i suoi compagni stanno risalendo il campo di gioco.

Il tempismo corale è il segreto della superiorità numerica, sia in fase difensiva sia in quella offensiva. La velocità dei singoli non conta nulla. Spiegare con la mancanza d’intraprendenza o di ardore agonistico o di coraggio un gioco d’attacco asfittico o inesistente non significa un bel nulla. Bisogna attuare il gioco senza riserve mentali, e non si possono fare le cose a metà. Il problema non è affatto quello di capirlo, perché si tratta di due-tre semplici concetti. Il problema è psicologico. Il bravo allenatore non è quello che sa mille cose inutili, e che è ricco di mille esperienze, ma colui che possiede poche e chiare idee, e sa liberare i suoi giocatori dalle remore psicologiche nell’attuarle in campo.

Dopodiché, ovviamente, la palla è tonda, la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo, i portieri un giorno fanno miracoli e l’altro vanno a caccia di farfalle, gli arbitri fanno cappelle, e agli astri del firmamento calcistico riescono prodezze negate ai comuni mortali.

Written by Zamax

June 24, 2008 at 19:22

Posted in Sport

Tagged with ,

Il settimo sigillo dei diabolici rossoneri

with 7 comments

Purtroppo la partita inizia come si temeva (come io temevo) col Milan rattrappito e in difficoltà di fronte al pressing del Liverpool. Sono francamente stupito che dopo tanti anni Ancelotti non abbia ancora capito che con squadre che ti mettono sotto pressione (il team inglese è eccellente in questo) il Milan va in crisi e non riesce a giochicchiare come gli piace. Anche ieri contromisure, cioè un minimo di contro-pressione, zero. Il Liverpool come al solito si schiera con la squadra tutta stretta in una fascia di trenta metri tra la propria area di rigore e il centrocampo, pronta ad avanzare e a indietreggiare compatta. Lì è il campo minato, la zona rossa, la zona dei Reds. Appena ci metti piede, te ne trovi tre o quattro intorno.

Benitez è un grande allenatore, ed un vero sacchiano. Come disse una volta il madridista Valdano, stupendo un po’ tutti, quella di Sacchi era fondamentalmente un tattica difensiva. Ed aveva ragione: solo che quando Sacchi la brevettò, una volta per tutte, col suo grande Milan, gli avversari erano talmente impreparati a farvi fronte, che non restava loro altro che trincerarsi in difesa. Sbagliano completamente coloro che parlano di catenaccio del Liverpool. Il pressing consiste non tanto nella ricerca del contatto con l’avversario, quanto nella ricerca sistematica ed organizzata della superiorità numerica nella zona dove staziona la palla. E questo avviene normalmente nella fase difensiva. I successi di Benitez, col Valencia e col Liverpool, e di Mourinho, col Chelsea e col Porto, sono basati su una disciplinata e convinta applicazione di questa tattica di gioco. Ma c’è qualcuno (anzi, molti) tra i giornalisti di casa nostra che quando vedono due squadre del genere affrontarsi (tipo Milan – Nacional de Medellin di Coppa Intercontinentale ai tempi di Sacchi: grandissima, sì!, grandissima partita) favoleggiano di pornocalcio e di partite scadenti. Non capiscono una mazza! Fu Van Gaal, con un fantastico Ajax, a creare una variazione offensiva della tattica del pressing (seguito poi in parte dal Barcellona di Rijkaard) con la ricerca sistematica della superiorità numerica nella fase d’attacco, con un continuo gioco di inserimenti e sovrapposizioni di centrocampisti e difensori laterali.

Intanto però i nostri balbettano. Il Liverpool gioca invece da par suo, senza eccellenza tecnica ma a memoria. Sulla destra il trottolino Pennant mette in difficoltà Jankulovsky, che per poco non combina qualche guaio. Per fortuna il Milan la sfanga, grazie anche alla buona serata di Didone (che sia un buon segno?) e ai piedi grezzi degli inglesi quando si avvicinano alla porta dei rossoneri. Agli sgoccioli del primo tempo su una punizione battuta da Pirlo, a seguito di un fallo su Kakà, Superpippo combina una delle sue famose o famigerate inzagate: si butta volontariamente sulla traiettoria del pallone, cercando il tocco …involontario. Il pallone tocca la parte superiore del braccio, perfidamente attaccato al corpo. E’ fallo o non è fallo? E’ calcio o non è calcio? That’s the question. Mentre l’arbitro teutonico scorre mentalmente le centinaia di pagine del regolamento footballistico, e i figli d’Albione sono ancora troppo imbambolati dall’italica stilettata per abbozzare una protesta, la storia ha già fatto il suo corso. Baci, abbracci e goal! Uno a zero!

Nella seconda frazione la musica all’inizio cambia poco o niente, ma con l’andar del tempo le maglie strette del gioco del Liverpool si fanno più larghe, per necessità di dare profondità al gioco offensivo e per stanchezza, e il Milan riesce a manovrare con maggior scioltezza, cercando coi lanci di Pirlo e le incursioni di Kakà la coltellata finale. C’è ancora tempo, putroppo!, di vedere l’immancabile cavolata rossonera in fase difensiva: Nesta e Gattuso (mi sembra) cincischiano con la palla e l’ottimo e indomabile Gerrard, complice un rimpallo fortunato, si ritrova solo, anche se defilato sulla sinistra, di fronte a Dida: la giraffa brasiliana riesce a salvare sul tocco dell’inglese. Se avesse segnato, sarebbe stata una cosa veramente da spararsi! Ma oggi le Parche filano la tela del Fato con un occhio benevolo alle sorti dei diabolici rossoneri. Il secondo goal del Milan dimostra che gli inglesi sono ormai un po’ groggy. Superpippo danza sulla linea del fuorigioco e Kakà, non pressato, ha tutto l’agio di aspettare l’attimo giusto per servire l’avvoltoio rossonero; il portiere del Liverpool chiude lo specchio della porta al nostro eccentrico attaccante, ma fa lo sbaglio di cercare di anticiparlo: Inzaghi si allarga sulla destra, mandando a vuoto l’intervento di Reina, e con tocco da campione di golf manda la palla lemme lemme, au ralenti, tenendo col fiato sospeso mezzo mondo, nella rete. Goal meno facile di quanto sembri. Poi, more solito, corre come un ossesso ad amoreggiare con la bandierina del calcio d’angolo, manco fosse la sua ultima fiamma, prima di soccombere all’abbraccio dei compagni. Due a zero!

Prima della fine Superpippo recita ancora da par suo: in fase difensiva, presso la bandierina del calcio d’angolo, oppone stoicamente il suo corpo ad una sciabolata di Riise e cade fulminato a terra attorcigliandosi come un serpente. Il laterale dei Reds cerca di tirarlo su e allora il nostro si inalbera indignato facendo capire all’avversario e all’arbitro tutta la bua che sente nel pancino, prima di rifulminarsi a terra.

Ma non è ancora finita. L’ammirevole e modesto (a confronto del Milan) Liverpool non si arrende. A due minuti dalla fine del tempo regolare su un’azione da calcio d’angolo il fenicottero e falso nerd Crouch, che oltre all’altezza, una buona tecnica e una certa intelligenza calcistica ha anche il merito di avere una bella fidanzata,  striscia di testa il pallone che più o meno rimbalza sulla testa di Kuyt, (al suo primo goal  nella C-o-p-p-a  d-e-i  C-a-m-p-i-o-n-i), infilandosi in rete. Due a uno! Uhi! A questo punto il pensiero non va tanto ai fantasmi di Istanbul, quanto all’altro grande evento sportivo di questi giorni: l’ormai mitica finale del campionato di rugby tra l’Arix  Viadana e il Benetton Treviso, quando, con solo una manciata di minuti a disposizione prima della fine della partita, i leoni biancoverdi riuscirono ad impattare il risultato con due mete di Sbaraglini e Wenzel, prima di infilzare mortalmente i bassaioli con la meta di Perziano nei tempi supplementari, che ha dato ai trevigiani il tredicesimo titolo della storia. Ma su questo è inutile dilungarci, tanto l’eroica impresa è nota in tutto il mondo, dalla Terra del Fuoco alla Kamchatka, dalla Tasmania all’Alaska.

Ci sono tre minuti di recupero, che dovrebbero essere tre e mezzo, vista la sostituzione di Seedorf con Favalli. Galliani fugge nelle catacombe dello stadio ateniese ma, prima che il fratello brutto di Nosferatu soccomba ad un infarto, l’arbitro Fandel pensa bene con teutonica precisione di fischiare la fine dopo due minuti e quaranta secondi, risparmiandoci quasi un minuto di angoscia. Per Rafa Benitez, in fase orgasmica, il fischio è come un dolorosissimo coitus interruptus: giustamente s’incazza nero, mentre tra i nostri eroi esplode la gioia. Campioni!

Ma alla fine tutta la tensione si stempera, grazie anche (credo) ad una pensata di Platini che, da galletto conoscitore della cultura rugbystica, impone una novità oltre alla premiazione in tribuna: e così vediamo i nostri magnanimi rossoneri fare ala agli sconfitti in segno di rispetto. Bella scena. Adesso manca solo il terzo tempo! E poi alziamo tutti la coppa con nonno Maldini! Mentre l’incorreggibile Silvio bacia i giocatori del Milan come se fossero tutti suoi generi!  Ora ci mancano solo le note dell’inno del Milan, bello e liofilizzato come quello di Forza Italia: …. Miiilan …..Miiilan… Inimitabili!!!

Written by Zamax

May 24, 2007 at 13:21

Posted in Sport

Tagged with