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il blog di Massimo Zamarion

Archive for the ‘Vergognamoci per lui’ Category

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (126)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 13/05/2013 La «meglio gioventù», oggi come allora, è in genere fatta di giovanotti arroganti, raccomandati, opportunisti, senza una sola idea che non sia quella di urlare più forte degli altri contro fascisti e corrotti. E’ solo un modo piuttosto spudorato di essere conformisti. Grazie a questa spirituale connivenza col vero regime, ritroviamo dopo qualche decennio questi vili furbacchioni, sempre in genere, perfettamente sistemati nel supposto regime, dopo aver fatto le scarpe a tanta gente meno troglodita di loro ma anche meno spudorata e raccomandata. Giunti felicemente al porto alto-borghese, costoro giudicano che sia tempo di autocelebrarsi, e di propagandare la statura eroica delle loro imprese giovanili, statura eroica che serve appunto a sublimarne la scelleratezza e la costante dabbenaggine. In chiaro il messaggio è questo: anche quando sbagliavamo (cioè sempre) eravamo i migliori, in virtù della nostra nobiltà d’animo. Beppe Grillo sta con questi filibustieri. Lo ha detto ieri, papale papale, commentando sul suo blog la manifestazione pidiellina di Brescia: «Nei vicoli che portavano alla piazza del Duomo di Brescia sono sfilati ieri, insieme e contrapposte, la meglio gioventù e la vecchiezza della Repubblica.» Sempre le stesse bubbole, da mezzo secolo: siamo alla demenza senile.

IL SISTEMA PROSTITUTIVO ORGANIZZATO 14/05/2013 Ma se voi avete voglia di un gelato, che fate? Mettete su una fabbrichetta di gelati o ve lo comprate? Se siete matti come Berlusconi probabilmente mettete su la fabbrichetta. Pensate, per esempio, ai «sistemi prostitutivi organizzati». Ce ne sono di tutti i colori, da quelli di strada a quelli di alto bordo. Un mercato un po’ sordido, ma sempre un mercato. Se sganciate il giusto, potete sollazzarvi con escort da infarto nel massimo della riservatezza: ne sono sicuro, anche se non ho mai avuto il piacere, se non altro per la mancanza di mezzi. «Sganciare», appunto. Perché, sembrerà strano, ma i «sistemi prostitutivi organizzati» sono «organizzazioni», appunto, a scopo di lucro. Come le fabbrichette, appunto. Berlusconi invece, piuttosto di fare una telefonata o mettere in moto qualche suo fidato tirapiedi, si fa un «sistema prostitutivo organizzato» tutto per sé, non per guadagnarci ma per rimetterci. In pratica un allevamento di belle pollastrelle, un harem di concubine profumatamente pagate, un’allargata ed interrazziale famigliola di mantenute. Appunto: «mantenute». Se siete dell’avviso che le «mantenute» nella stragrande maggioranza dei casi siano delle «puttane», nel senso di «baldracche», probabilmente avete ragione. (Ancora per poco, però: la «puttanofobia» tra non molto sarà un reato, grazie anche a una campagna di sensibilizzazione di “Repubblica”, e in particolare all’appello “Siamo tutti&tutte puttane”, primo firmatario Saviano.) Ma le «mantenute» non sono «prostitute», anche se possono esserlo part-time e in proprio, all’insaputa o nel disinteresse di chi le mantiene. Il concetto è chiaro fin dalla notte dei tempi. Nessuno ha mai avuto niente da ridire. Ci voleva la Procura di Milano per scombinare l’ordine cosmico. Anche Cavour, lo statista, aveva la sua mantenuta, una ex ballerina. Ed erano i tempi della Politica con la “P” maiuscola. E tre o quattro mantenute sono tra le infelici eroine della Commedia Umana balzachiana, regine dei teatri e delle «cene eleganti»: infelici perché non hanno avuto la fortuna d’incontrare un vecchietto generoso e disinteressato come il Cavaliere.

ITALIA FUTURA 15/05/2013 Io non ho mai capito cosa sia Italia Futura. La ragione è questa: non lo sanno nemmeno loro, i futuristi. Loro sono un augusto consesso di teste d’uovo che si squagliano come neve al sole non appena l’arbitro fischia l’inizio della partita. Ma nella fase di riscaldamento sono formidabili: esercizi splendidi e propositi ferrei. Annusando il patatrac montiano, già in campagna elettorale si erano eclissati. Poi si sono imboscati del tutto. Ora che lo stallo post-elettorale ha trovato uno sbocco, per quanto precario e conflittuale, ricominciano a pontificare dall’alto della loro vuota albagia giovanilista, efficientista, modernista, discontinuista, e via cazzeggiando. Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi hanno lanciato infatti il progetto “Italia Futura 2.0”, che già coll’originale suo nome firma una condanna definitiva all’oblio. Ma cos’è dunque la nuova Italia Futura? E’ quella di prima, Italia Futura Reloaded. Questo ectoplasma, dovete sapere, «è nella politica, ma al di fuori dei partiti, e non è, non può essere, non vuole essere la “corrente” di nessun partito». Per Italia Futura «è arrivato il momento di riprendere la strada maestra, tornando alla mission iniziale: promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del Paese, dando voce a chi non si rassegna a contribuire alla vita pubblica solo il giorno delle elezioni». Essere, o non essere, questo è il suo dilemma: se sia meglio soffrire nell’animo le frecciate e le pernacchie dell’oltraggiosa fortuna o prendere finalmente il toro per le corna, e chiudere senz’altro bottega.

JOHN KERRY 16/05/2013 E allora ricapitoliamo. L’ex terrorista su grande scala Gheddafi cominciò il suo avvicinamento all’Occidente verso il 2000. Nel 2005 gli si era già arreso, in cambio della vita, del potere in Libia, e del privilegio di pavoneggiarsi come la più bizzarra delle popstar davanti ai potenti della terra. L’affare era abbastanza vomitevole, soprattutto per gli anti-gheddafiani, reaganiani & guerrafondai della prima ora come il sottoscritto, ma era stato chiuso. Gheddafi ormai non era niente più che un pittoresco vassallo, perché il Rais, che già nel suo eccentrico modo fu sempre molto «laico», era più che mai isolato nel mondo arabo: i «moderati» di lui non si erano ovviamente mai fidati, gli «estremisti» lo consideravano un traditore. La sua Libia era un paese spopolato e potenzialmente ricco. Gli accordi economici con l’Occidente si moltiplicavano, in primis naturalmente con l’Italia. L’Occidente aveva tutto l’interesse di mettere a profitto la dorata vecchiaia assicurata a Gheddafi per estendere la sua influenza “democratizzante” sul paese nord-africano. Venne lanciata, invece, da parte francese, britannica e americana, pur di correre dietro alla moda delle “primavere arabe” e ingraziarsene i protagonisti, pur di comprarsi a prezzi di saldo una facile gloria, e magari nella speranza segreta di ricolonizzare il paese, l’inconsulta campagna di Libia, la più deficiente campagna militare di questo inizio di terzo millennio. A un anno e mezzo dalla morte di Gheddafi la Libia è un paese in preda all’anarchia, conteso da tribù, qaedisti e salafiti. Gli USA non sanno che pesci pigliare ma intanto rafforzano le loro piattaforme logistiche in Italia. Le cose devono andare maledettamente male se il Segretario di Stato John Kerry, sbarcato a Roma nei giorni scorsi, ha stimato opportuno mettere in chiaro che «l’Italia, per il rapporto privilegiato che ha con la Libia, può svolgere un ruolo cruciale per la stabilità del Paese e noi vogliamo lavorare con Roma» e che «in Libia ci sono ancora tantissime sfide e l’Italia può avere un ruolo cruciale per portare stabilità», dichiarazioni che sembrano, sì, un “mea culpa”, ma molto di più una presa per il culo.

CARLO AZEGLIO CIAMPI 17/05/2013 Non è mai troppo tardi per diventare un eroico oppositore del regime berlusconiano. Veniamo ora a sapere che l’ex presidente della repubblica si era tenacemente opposto, nelle sale ovattate del potere, alla partecipazione dell’Italia alla guerra in Irak. A suo dire il losco affare fu deciso a quattr’occhi tra Bush e Berlusconi, e chissà cosa c’era di occulto e inconfessabile nelle pieghe di questo accordo! Roba da «aprire un fascicolo», immagino (e diciamolo a voce bassa: ci sono tanti mattacchioni in toga in giro). Ciampi dissentiva nel merito e nei metodi di questa politica estera. A patirne di più – chi l’avrebbe mai detto? – era la nostra beneamata Costituzione. Dice Ciampi: «Non si può impostare una politica estera su base personale senza neppure comunicarla a chi ha le prerogative istituzionali per condurla e implementarla. Mi costa dirlo, ma questa è la mentalità che rischia di prevalere: le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare un intralcio che rallenta il corso delle cose». Mah, il presidente che «conduce e implementa la politica estera» mi sembra una barzelletta: al massimo ne officia i riti con la sua augusta figura, sempre un po’ sacrale. Però, sapete com’è, la nostra Costituzione è spesso stentorea e insieme ambigua, e quindi interpretabilissima: la puoi stiracchiare o restringere a piacimento. Per molti decenni all’Italia progressista piacque la figura del presidente firmaiolo, soprammobile della repubblica. L’irrequieto Cossiga lo si voleva mandare in manicomio. Poi arrivarono i governi Berlusconi, e i presidenti della repubblica si sentirono in dovere di fargli da tutori, e cominciarono a mettere il becco su tutto. E la repubblica – nel pieno rispetto della Costituzione, s’intende – cominciò a diventare presidenziale per far fronte al pericoloso cripto-presidenzialismo berlusconiano, negatore della Costituzione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (125)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

THE ROYAL FAMILY 06/05/2013 La signora Antonella Fresolone è stata per tredici anni al servizio della regina Elisabetta a Buckingham Palace. Sembra che nel suo ambiente professionale la quarantaduenne italiana sia considerata un asso. Sembra che nel percorrere una strada che l’ha portata vicina al trono, anche se in ginocchio, abbia ubbidito a una specie di vocazione. Si dicono meraviglie della sua serietà (serietà, non seriosità), della sua abnegazione e, saporita ciliegina sulla torta, della sua abilità ai fornelli. Non stupisce allora che questa regina delle collaboratrici domestiche, sbaragliando la concorrenza, sia stata scelta come governante in casa del Duca e della Duchessa di Cambridge, alias William & Kate. Con la dovuta discrezione, la signora Antonella diventerà la vera padrona di casa nella dimora dei Duchi a Kensington Palace. Si occuperà di tutto: dalle pulizie dell’alloggio reale alle mansioni di lavanderia, dalla cura del principesco guardaroba a quella dell’argenteria e dei cristalli, dalla cucina alle passeggiate con Lupo, il botolo della coppia ducale. Insomma, nel suo piccolo mondo domestico, quest’ascesa fin qui parrebbe una fiaba, anche se invero un po’ faticosa. Se non fosse per lo stipendio: 23.000 sterline. Al cambio fanno 27.000 Euro. All’anno. A Londra. Perfidissima Albione.

IL DIVO 07/05/2013 Non Giulio Andreotti. Ma il suo Mito Oscuro. Il segreto del successo politico di Andreotti stette nell’aver fatto del piccolissimo cabotaggio democristiano un’arte possente, dalle spalle robuste. Al contrario di nature meno profonde della sua, meno conoscitrici di quella volubile e frivola degli uomini, egli non disprezzò neanche a parole i mezzucci leciti della politica politicante, e seppe allearsi col tempo, soprattutto col passare del tempo. Superiore alla suscettibilità, colpì e incassò con grazia. In questo, bisogna dirlo, fu virile. Per il resto, non aveva un’idea, o se l’ebbe, la chiuse ben resto nel cassetto. La grandezza, perciò, gli fu regalata. La longevità politica ne fece un simbolo della Dc e dell’Italia repubblicana, e quindi, agli occhi della solita cricca oscurantista che dirige le coscienze del gregge di sinistra, il simbolo della faccia oscura di quella Dc e di quell’Italia. La loro doppiezza si personificarono in quella di Belzebù. Il processo ad Andreotti doveva essere perciò il processo alla Dc e a una certa Italia. Andreotti ne uscì trionfatore, doppio come non mai, se stesso più che mai: mezzo colpevole e mezzo innocente. Entrò nel Mito, e fu per tutti il Divo. Cose da pazzi. Anche di questo dobbiamo ringraziare la nostra straordinaria sinistra.

EUGENIO SCALFARI 08/05/2013 E’ morto Andreotti, e che fanno gli opinionisti dei nostri giornali, da sinistra a destra? Tutti come scolaretti diligenti a blaterare di «misteri», non si sa se per compulsione, per spirito gregario, o per semplicioneria. Insomma, perché bisogna, povere pecorelle. Questi misteri, già nebulosi per se stessi, compongono il Grande Mistero dell’Italia Deviata: un mondo fittizio, e misterioso, di occultissime trame e innominabili segreti, costruito su premesse ideologiche, o meglio, teologiche. Questo mistero d’iniquità, che nella seconda Repubblica si è incarnato nel Joker Berlusconi, nella prima Repubblica assunse le compostissime fattezze di Belzebù Andreotti. Nemmeno i sacerdoti di questa oscura religione sono mai penetrati nel Mistero. A tutt’oggi ne sanno meno di noi, anche se rompono senza pietà da mezzo secolo. Sentite il Grande Stregone di Repubblica: «Giulio Andreotti è stato il vero – e mai risolto – mistero della prima Repubblica. Una cosa è certa: Andreotti è stato un personaggio inquietante e indecifrabile, l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco. Ha tessuto per quarant’anni, infaticabilmente, una complicatissima ragnatela servendosi di tutti i materiali disponibili, dai più nobili ai più scadenti e sordidi. È stato lambito da una quantità di scandali senza che mai si venisse a capo di alcuno.» Considerazioni alquanto misteriose, non trovate? Ma è giusto che sia così: preservare la misteriosità del Mistero significa preservarne la forza di suggestione. E ora andate in pace: un po’ d’aria fresca vi farà bene.

FILIPPO MAGNINI 09/05/2013 Sembra che tra lui e Federica Pellegrini si stia consumando una rottura definitiva. Secondo me è andata così. S’intende che è solo un’ipotesi, ma io alle mie ipotesi credo ciecamente. Filippo con la sua fidanzata di prima, Cristiana, stava da Dio: lei era carina, femminile, simpatica. Con lei aveva già messo su casa. Diciamo che era già la sua mogliettina. Filippo è un fustacchione: le donne lo sbirciano di sottecchi e lui certamente non è per niente insensibile alla fauna femminile. E’ naturale: mica vuol dire che sia un farfallone. Per molto tempo di Federica Pellegrini nemmeno si accorse. Anzi, si chiedeva che cosa ci trovasse Luca Marin in quell’atletico pezzo di legno. Lo scoprì poi. Infatti qualcosa cambiò. Lei vinceva. Stravinceva. I giornali cominciarono a chiamarla La Divina. E La Divina per forza di cose divenne improvvisamente bellissima. Qui sta la vergogna di Filippo: essersi piegato all’isterismo mediatico e non essersi fidato dei suoi occhi, della sua mente e del suo cuore. E così gli venne l’uzzolo di conquistare La Divina. Il successo gli arrise, perché fu lei a conquistare lui. Gli son voluti due anni per capire che La Divina non è il massimo dell’affettuosità, dell’eros, della passione e della simpatia. E piano piano ha cominciato a sentire una terribile nostalgia per quel domestico calore, inteso nel senso più largo del termine, in cui si crogiolava quando stava con Cristiana.

DAVID BOWIE 10/05/2013 Diciamolo: non ci sono più gli scandali di una volta. Oggi ci si limita a pestare, con asinina ostinazione, l’acqua nel mortaio. Oggi il dramma dell’artista provocatore è la sua insopportabile banalità. Oggi questo poveretto di successo sembra posseduto. Ma non dal Demonio, ché forse sarebbe meglio, e sicuramente meno noioso. Ma dalla routine. Immaginate per esempio di essere un famoso cantante. Immaginate di comporre un pezzo grondante sesso e religione. Immaginate il video. Ecco, lo state già vedendo: preti assatanati, suore seminude, sante donnine in lingerie e in estasi, fiotti di sangue, un bordello oscuro e rosseggiante, un Savonarola in mezzo, un minestrone catartico dove il vizio e il peccato si purificano al fuoco del loro stesso eccesso, luogo comune di molta pessima arte. Il vero scandalo, casomai, è che il Duca Bianco, alla sua venerabile età, smerci senza ritegno questa ridicola paccottiglia.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (124)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIA CHIARA CARROZZA 29/04/2013 Ecco cosa significa essere un ministro nuovo di zecca: non fare neanche in tempo ad aprire la bocca, ed essere subito impallinato da un qualche oscuro opinionista a caccia di facili prede. E tra le voci di questi frustrati scribacchini poteva forse mancare quella famigerata del sottoscritto? Certo che no. Intervistata dall’Unità ed interrogata sulle linee-guida del suo operato al ministero dell’Istruzione e dell’Università, la signora Carrozza, prima di esporle, ha voluto precisare con zelo repubblicano che «La mia guida sono i principi della Costituzione, per nulla invecchiati.» Urca. Questa nostra Costituzione è propria una bomba: tutto previde e giammai fallò. Da un po’ di tempo la Carta è diventata oggetto di culto da parte di una setta potente che è meglio per voi non spernacchiare. Meglio ancora se vi acconciate a pagarle un piccolo tributo, venerando la reliquia. Cioè, non la reliquia, ma il suo spirito vivificatore, cui forse un giorno si attribuiranno poteri taumaturgici. Intanto però questa religione di serie B ha già sparso in giro un bel po’ di fideismo. Massimamente tra gli intellettuali e i pozzi di scienza, come si vede.

ANDREA COLLETTI 30/04/2013 Lungi dal rappresentare qualcosa di nuovo e originale, i militanti del Movimento 5 Stelle sono la quintessenza rumorosa, tetragona e un po’ ingenua del bigottismo di sinistra. Vecchie comari rimbambite travestite da ragazzotti. Che pena. Prendete questo bel tomo, Andrea Colletti. Nel suo intervento alla Camera ha detto: «Questo Governo odora di democristianità. Odora di intrecci di comitati d’affari quali CL e Compagnia delle Opere. Visto il Ministro dell’Interno che ha scelto, o che è stato obbligato a scegliere, possiamo ben dire che questo sembra il Governo della trattativa Stato-Mafia. Del bavaglio alla magistratura ed alle opposizioni politiche. Questo, siamo sicuri, sarà il Governo del salvacondotto giudiziario a Silvio Berlusconi.» Democristianità, Intrecci, Comitati, Affari, Trattativa, Bavaglio, Salvacondotto: chissà come si sarà sentito dopo aver schierato in poche frasi tutti questi cavalli di battaglia! Un Partigiano della Legalità, come minimo. Poveretto. Costui probabilmente ritiene di aver fatto qualcosa di rivoluzionario, di aver detto l’indicibile per il bene della patria. E tutto questo dopo aver sciorinato come un bravo pappagallo un trito campionario di quel cospirazionismo esoterico che fa da decenni la felicità onanistica dei lettori de “La Repubblica”, e da qualche tempo di quelli della roba forte de “Il Fatto Quotidiano”. Perché anche l’antifascismo ha il suo Codice Da Vinci. Anzi, ne ha tutta una biblioteca.

IL PERDONISMO 01/05/2013 Non ho capito se i famigliari del carabiniere Giuseppe Giangrande abbiano risposto a una domanda esplicita dei giornalisti, oppure se abbiano obbedito a una specie di osceno e stupido adempimento burocratico che il circo mediatico ha ormai tacitamente imposto a chi ha appena visto un figlio, un genitore, un fratello o una sorella cadere vittima della furia omicida. Fatto sta che anche loro hanno dovuto decidere sul momento, col cuore in gola, davanti a dei petulanti tirapiedi, ambasciatori di un pubblico ferocemente avido di futili emozioni, se «perdonare» o «non perdonare» il malfattore. Siccome il buon gusto e il rispetto dovuto ai sentimenti più sacri impongono che a questo Cristianesimo da Reality Show si metta fine al più presto, propongo agli sventurati prossimi venturi questa risposta standard, da imparare a memoria: «Sì, noi perdoniamo. Perdonare è il dovere di ogni bravo cristiano. Perdonare vuol dire non rispondere al male col male, e lasciare la porta aperta a un sincero pentimento. Se i lunghi, lunghissimi, interminabili e penosissimi anni di galera, che ora inevitabilmente attendono lo sciagurato che ci ha così duramente colpiti, saranno utili alla salvezza dell’anima sua, in obbedienza ai disegni sapienti e misteriosi di una Provvidenza sempre misericordiosa, noi sapremo essere lieti per lui e con lui, e sapremo impetrare, nella maturità dei tempi, se saremo ancor vivi, la clemenza della giustizia umana. Il pentimento sincero è come una conversione. E’ una cosa rara. Ma non vogliamo rinunciare a questa ineffabile speranza». Naturalmente questa è la versione lunga. Per il popolo la condenserò in una formuletta assai più sintetica.

BELEN RODRIGUEZ 02/05/2013 Non è mai stato un bello spettacolo tutta questa gente famosa ansiosa di farsi ricevere in Vaticano dal Papa. Gente che quando poi il grande giorno arriva, chissà dopo quante e assai poco eleganti sollecitazioni, eccola lì sorridente e timorata con tutta la famigliola e magari anche con un regalino al seguito, gingillo che il Santo Padre rigirerà fra le mani per la prima e ultima volta in quest’unica occasione. Scene strazianti di vita piccolissimo borghese. E comunque, si capisce, un grande traguardo per loro e per la loro casata del kaiser. Non poteva sfuggire a questa mania Belen Rodriguez, che i traguardi in Italia ormai li ha tagliati tutti. La neo-mamma ha confessato al settimanale “Oggi” il suo desiderio di «partecipare ad una pubblica udienza del Papa. Mi piacerebbe tanto far benedire Santiago dal Papa, argentino come me». Insomma, ha dato inizio alle grandi manovre diplomatiche, così, alla luce del sole, tirando da lontano Papa Francisco per la manica dell’abito talare. Mi verrebbe di chiamarla un esempio di spudoratezza mezza arrogante e mezza ingenua. Ma non sono poi tanto sicuro. Andare vittoriosamente così dritti allo scopo, con grande scandalo dei maschi, è tipico del genio femminile, e anche il Vangelo lo testimonia.

IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego.

[MIO COMMENTO: Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d'attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, ma mentale. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (123)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

SABINA GUZZANTI 22/04/2013 L’inizio fu promettente: Laura Boldrini, esponente di Sel, eletta presidente della Camera. Poi presidente del Senato fu eletto Pietro Grasso, esponente del Pd e, anche se non troppo ortodosso, del «partito della legalità». Per Travaglio, niente più di un «berluschino». Fu il primo segnale dello smottamento emotivo del popolo rosso. Il primo candidato «condiviso» alla presidenza della Repubblica, Franco Marini, fu trombato dalla stessa sinistra: esponente del Pd, ma non antiberlusconiano. Per venire incontro all’isterismo della sinistra Bersani ci riprovò con un candidato «non condiviso», il serafico Romano Mortadella Prodi il Grande, due volte vincitore su Silvio Caimano Berlusconi lo Psiconano, ex democristiano come Marini, ma antiberlusconiano tenace e vendicativo. Non bastò. Grillo gli aveva anteposto un antiberlusconiano assoluto come Stefano Rodotà, simbolo della purezza sinistrorsa, che irretì nel segreto dell’urna un pezzo tremante di Partito Democratico. Bersani, già fin troppe volte umiliato, si risolse allora per il presidente uscente Napolitano, un immortale di sinistra (aderì al Pci nel 1945, seguendone poi le sorti per più di sessant’anni), rieletto con l’appoggio fatale del Berlusca. Al popolo rosso non bastò: non poteva perdonare al rosso Napolitano il mancato contributo alla meritoria liquidazione finale del berlusconismo. Ad agire potente era la Mistica (deficiente) del Cambiamento, della Nuova Era nella quale la Resistenza e la Liberazione raggiungono finalmente la loro compiutezza, dopo settant’anni di interregno semi-democratico e cripto-fascista. In breve: è la Grande Balla che si rivolge contro quelli che l’hanno alimentata per decenni. Perfino Scalfari è ormai nel mirino della base arrabbiata, e da qualche tempo, non so se l’avete notato, ci mette in guardia, lui che di certe cose è uno specialista, contro il pericolo del «giacobinismo», neanche fosse uno della mia stessa miserabile schiatta. Strabiliante. Cosicché non sorprende che dopo questa infornata di nomine istituzionali tutte rosse, Sabina Guzzanti abbia deciso di espellere anche Napolitano dalla Società Civile: «Napolitano non è il nostro presidente», ha scritto su Twitter. E non si è fermata qui. Se l’è presa pure con Grillo, reo di non aver partecipato al corteo romano indetto dal M5S contro il Napolitano bis: «Noi siamo in piazza. Grillo s’è sfilato. Le spara grosse e poi si caga sotto». Minchia com’è difficile essere di sinistra in Italia. E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un politico di sinistra di un qualche peso operativo arrivi alla tomba puro e senza macchia. Gli conviene morire per tempo.

PIPPO CIVATI 23/04/2013 I quarantenni del Pd sono sul piede di guerra. Ce l’hanno coi «traditori» che non hanno votato Prodi alla presidenza della Repubblica. Il loro leader Pippo Civati dice che questi lestofanti faranno i ministri nel prossimo governo: il governo «collaborazionista», aggiungo io. Ciò prova che i giovanotti come Pippo, a parte la confidenza coi social network e le fatue pose liberal, sono vecchi come il cucco, e all’anti-berlusconismo da operetta non resistono. A Prodi, non per essere eletto, ma per prendere tutti quelli che aveva sulla carta, sono mancati un centinaio di voti. Una cinquantina sono andati a Rodotà, una cinquantina sono andati al pascolo. Vendola sostiene che i suoi hanno votato compatti non Prodi ma «R. Prodi», con ciò firmando la loro lealtà ai patti. Quale che sia la verità, il robusto pacchetto di voti per Rodotà dimostra che la fronda anti-prodiana non era nella sua essenza di natura filo-berlusconiana, bensì iper-identitaria, ossia anti-berlusconiana. Civati se la prende coi «traditori» per nascondere questa realtà, e forse per negarla a se stesso. Se i cento infami sono «traditori», metà di questi infami hanno obbedito alla «pancia» anti-berlusconiana della sinistra. E’ un’illusione credere che gli «inciucisti» si siano nascosti dietro il nome di Rodotà. I cinquanta voti per il candidato scelto dai grillini sono stati un messaggio rivolto al Pd e a Bersani, un messaggio figlio di una pulsione profonda della sinistra, e un segnale di frustrazione contro l’unanimismo di facciata. L’impressione è che invece sia proprio la silenziosa, ma non troppo, opposizione filo-rodotiana all’interno del Pd a nascondersi dietro l’ostentata e piuttosto becera condanna dei «traditori». Lo stesso Civati è ambiguo quando scrive sul suo blog che «se avessimo votato Prodi o Rodotà, non saremmo andati a votare, come le vecchie volpi della politica hanno ripetuto (altro che Twitter) a tutti i giovani deputati. No, semplicemente avremmo fatto un governo del presidente. Con un presidente, un governo e una maggioranza molto diversi da quella che vedremo tra qualche ora.» Quel «Prodi o Rodotà» sembra la dichiarazione di una doppia lealtà, al partito e al popolo di sinistra. E questa lacerazione è il frutto maturo di una menzogna a lungo coltivata, la «narrazione» che ha fatto della storia politica dell’Italia repubblicana un lungo romanzo criminale. La Lunga Resistenza berlusconiana ne ha assorbito alla fine tutti i veleni, svuotando di forze la sinistra. Al momento del supposto trionfo, la sinistra si è come accasciata. Rimane per aria una rabbia indistinta, senza argomenti, come un’eco di ciance messianiche. Intanto “La Repubblica” sembra essersi acconciata al nuovo corso termidoriano: Scalfari bacchetta Rodotà, e Massimo Giannini, a “Repubblica Tv”, con una straordinaria faccia da funerale, annuncia alla Società Civile la «medicina amara delle larghe intese». Chissà cosa ne pensa il giovanotto Civati. Caro popolo di sinistra, la Grande Commedia sta per finire, anche se questo è solo l’inizio. E’ meglio che ti prepari: anche Craxi tornerà, prima o dopo, nella Tua storia.

LA CLASSE GIORNALISTICA 24/04/2013 Hanno riso in molti dell’entusiasmo mostrato dalla classe politica per le parole di rimprovero che il nuovo-vecchio presidente nel suo discorso d’insediamento a Montecitorio le ha indirizzato con implacabile paternalismo. «Sì, sì, siamo stati dei minchioni! Sì, sì, non abbiamo capito un kaiser!», pareva che dicessero quegli applausi. I quotidiani ci sono andati giù di brutto. Gli opinionisti di sinistra, di destra e di centro su una cosa sono stati tutti d’accordo: ridicolizzare l’orgia masochistica. Da quando la retorica anti-casta si è impadronita delle menti degli italiani, sono forse proprio i giornalisti quelli che hanno sviluppato il più forte senso di superiorità nei confronti dei politici. Ma non se ne capisce bene il motivo. Non è che loro negli ultimi tempi si siano mostrati molto più perspicaci dei politici. Non molto tempo fa preconizzavano che la Lega, quel partito ben organizzato e radicato nel territorio – un esempio nonostante tutto – si sarebbe mangiato, al nord almeno, il Pdl, il partito dell’aria fritta; le penne dei giornaloni, poco più di un anno fa, scommettevano che il «partito» montiano, il nuovo grande partito di centro, si sarebbe mangiato il meglio del Pdl e Pd; più di recente un po’ tutti preconizzavano che il Pd, il partito delle primarie, avrebbe trionfato sulle macerie della politica italiana; fino a qualche mese fa perfino quelli di destra davano per morti e sepolti il Pdl e Berlusconi; quasi tutti hanno sottostimato la crescita di Grillo prima delle elezioni, per poi darla – naturalmente – come ineluttabile dopo le elezioni: ora il fenomeno M5S si sta puntualmente sgonfiando. Insomma, in generale non ne hanno indovinata una. Si meritano anche loro un grande significativo applauso.

RE GIORGIO 25/04/2013 Diciamolo: da quando la classe politica ha preso il nome di Casta, fare il Presidente della Repubblica è diventata una pacchia. Non occorre che nessuno ve lo insegni: vi basta l’istinto per capire che dovete mettere una certa distanza tra la vostra augusta persona e i politicanti del parlamento, che dovete assumere una certa aria da maestrino, che dovete esortare, indirizzare, bacchettare, trasmettere un senso d’urgenza sulle improrogabili riforme di cui il paese ha un disperato bisogno, senza però mai dire alcunché di concreto. Non potete, perché per vostra fortuna questa non è una repubblica presidenziale. E’ solo una repubblica semi-presidenziale di fatto, ed è comprensibile che vi pigliate la metà più comoda del presidenzialismo: l’onore di predicare; l’onere di agire non vi tocca. Siete in una botte di ferro. Se siete poi un po’ più ambiziosi, grazie alla vostra posizione di arbiter rei publicae, potete cercare d’indirizzare la partita politica in un certo modo. Napolitano c’è riuscito col quel «governo tecnico» che fra gli obbiettivi aveva anche quello di «governare» l’uscita di Berlusconi dalla scena politica. Sappiamo com’è andata: il governo tecnico si è arenato dopo due mesi ed ha vegetato per altri dodici. Un bel fallimento che ha gettato discredito un po’ su tutti, tecnici e politici, tranne che sull’artefice della creatura: Napolitano il Saggio. Adesso Giorgio ci riprova con un «governo delle larghe intese», che però «consacra» la presenza di Berlusconi sulla scena politica. A ben guardare la sua rielezione somiglia tanto ad un esame di riparazione. Chiamarlo Re Giorgio mi sembra un po’ troppo.

GLI UBRIACHI DEL 25 APRILE 26/04/2013 Il 25 aprile è il giorno in cui la sinistra aspetta al varco i suoi avversari. I guardiani della società civile sono già alticci ed eccitati di primo mattino, senza aver bevuto un solo goccio di vino, come piccoli generali ansiosi di passare in rivista la truppa …nemica. Per fortuna è un giorno di festa e potete starvene a casa. Ma se uscite mostratevi quantomeno compunti, commossi, partecipi. Le persone normali pensano che a questa gente esaltata manchi qualche rotella e che il 25 aprile venga tirato in ballo troppo spesso a sproposito. Ma sbagliano. Dal 25 aprile nasce tutto. Il 25 aprile è la sorgente che ha dato vita al grande fiume della Nuova Patria Repubblicana, e nel suo vivo microcosmo c’è già tutto ciò che è buono, democratico, onesto, saggio. Se non si bagnano a questa fonte, non esistono né la buona società, né la buona politica, né la buona economia, forse neanche la buona tavola. Il 25 aprile è il giorno delle commemorazioni e dei fischi. A fischiare è sempre la Guardia Repubblicana. Voi vi chiedete: perché guastano le sacre commemorazioni coi fischi? La risposta è questa: siete testoni. Non capite infatti che questi fischi segnalano che la Patria non è ancora Perfetta, che la Democrazia non è ancora Compiuta e che i fascisti non sono ancora spariti. Quando ciò avverrà, l’ultimo fischio morirà in lontananza e lo Spirito del 25 aprile, di cui costoro sono i ventriloqui, troverà pace. Quindi il presidente del Senato, il democratico Pietro Grasso, non poteva pensare che gli bastasse mettersi il fazzoletto rosso al collo ed essere scortato dalla Camusso per passarla liscia a Monte Sole, presso Marzabotto. I fischi sono piovuti. Le grida anche: «Mai coi fascisti! Venduti!». Sì, perché Silvio compra. Compra tutto. Compra sempre. Voti, magistrati, calciatori, donnine, responsabili, ed ora anche il Pd, in blocco a prezzo scontato. Nessuno in realtà crede in cuor suo a queste penose stronzate. Però è bello annegare i dispiaceri nell’antiberlusconismo, spararle colossali, e nascondere l’ubriachezza sotto uno sfrontato sarcasmo, com’è capitato ieri a Corradino Mineo, una vita in Rai e a sinistra, che ha detto: «Silvio Berlusconi? Io non ho problemi a frequentarlo. Lo trovo molto divertente. Fermo restando che non penso di potere fare patti con lui, perché conosco l’uomo e so che non fa patti, compra: prima ti mette una busta in tasca e poi discute. Comunque Berlusconi dopo Mussolini è stato il più importante capo di Stato che l’Italia abbia mai avuto. La mia non è una posizione di assoluta chiusura: dico soltanto che non possiamo superare certi limiti.» Il Movimento 5 Stelle ha preferito invece starsene in disparte, e non mischiarsi con una classe politica oramai venduta al demonio. Il suo è stato un 25 aprile di protesta silenziosa. «Oggi evitiamo di parlarne, di celebrarlo, restiamo in silenzio con il rispetto dovuto ai defunti. Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere.» Così ha detto Grillo, lirico e apocalittico, e sembrava vedesse coi suoi occhi l’abominazione della desolazione posta in luogo santo, della quale parlò il profeta Daniele. Il più allegro, o il più depresso, di tutti era però Nichi Vendola. Tanto allegro, o depresso, che non ha nemmeno cercato di usare perifrasi nell’aprire a tutti noi l’esacerbato suo cuore. «Il Cln era un luogo in cui convivevano diversità straordinariamente lontane e per certi versi inconciliabili.», ha premesso, per poi sentenziare: «Solo un soggetto non c’era: i fascisti. Ecco, se avessimo dovuto ispirarci a quella esperienza erano altri gli alleati da cercare visto che il nostro tema è uscire dal ciclo del berlusconismo.» Be’, io penso che sia giusto che si sfoghi. E per fortuna sua il primo maggio è in arrivo. Si potrà sbronzare di nuovo, in santa pace, senza paura di sembrare fuori di testa. Poi si sentirà meglio.

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April 27, 2013 at 14:59

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

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PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (121)

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L’OMICIDIO DI STATO 08/04/2013 Italiani, fratelli e sorelle, non sarebbe ora di finirla con le recite? Anche sulla scena tristissima del triplo suicidio di Civitanova Marche non avete fatto mancare le sguaiate parole che sempre accompagnano, profanandoli, i lutti che da noi, per un motivo o per l’altro, pertinente o no che sia, acquistano rilevanza pubblica. Non sapete che buona parte di quella «casta» sulla quale puntate il dito è venuta su succhiando il latte dallo stesso epos deficiente sullo stato malfattore che ora vi detta parole d’odio, e sul quale essa ha costruito una carriera? Non capite che essa guardando la vostra indignazione da operetta scopre se stessa? Tanto che qualcuno dei più imbecilli della «casta», pur di trovare un colpevole qualsiasi, ha già organizzato una protesta fantozziana «contro la povertà», poveretta di una povertà? Non capite che tutti insieme siete come un cane che continua a mangiarsi la coda senza venire a capo di nulla? Ma quanto avete rotto.

ANTONIO INGROIA 09/03/2013 Non so se avete presente le vite agre dei magistrati, dei giornalisti e degli intellettuali in lotta contro le autocrazie corrotte dei loro sciagurati paesi: vi domina l’isolamento, la solitudine, la precarietà e spesso sono più conosciute all’estero che in patria. Da noi invece costoro straripano. Antonio Ingroia da magistrato sgobbava di più e dormiva meno di Berlusconi, il suo grande avversario, cosa quasi impossibile per un comune mortale. Infatti non si limitava solo a fare il suo mestiere. Era anche perennemente in giro per convegni, parlava coi giornalisti, scriveva sui giornali ed era ormai una faccia famigliare sul piccolo schermo. Non contento, trovava inoltre il tempo di scrivere libri: cinque o sei almeno sono usciti dalla sua penna, tutti inesplicabilmente pubblicati. Un cannone. Il «prestigioso» incarico in Guatemala per conto dell’ONU dovette sembrargli una specie di consacrazione definitiva. Con tutte queste medaglie al petto pensò fosse giunto il momento di buttarsi in politica per condurre, crediamo, la battaglia finale. Si buttò. E si sfracellò pure. Ma non fece tragedie. Aspettò paziente. Di andare a fare il giudice ad Aosta, come gli aveva proposto il Csm, non aveva nessuna voglia, nonostante il luogo ameno e tranquillissimo, ideale per scrivere almeno un paio di libri all’anno. In Guatemala è probabile che non lo volessero più vedere, specie i suoi antichi fans nel paese degli Aztechi. Alla fine è arrivata una proposta accettabilissima dal governatore siciliano Crocetta: fare il presidente della “Riscossioni Sicilia Spa”. In pratica Ingroia sarà il Befera della Trinacria. E non si dimetterà dalla magistratura. Sul suo nuovo compito ha le idee chiarissime. Sono quelle di sempre. «C’è chi teme sempre Ingroia» ha detto infatti, rispondendo alle battute sarcastiche di quel bravo figliolo di Gasparri, «lo temeva come magistrato, lo temeva come politico e adesso ovviamente lo teme alla guida di una società pubblica che in Sicilia è snodo di certi interessi. Non mi sorprende che io faccia paura a certi grumi di potere, ma vado avanti». “Snodo di certi interessi”, “certi grumi di potere”: è sempre lui, il nostro Ingroia. Vada, vada avanti. E chi lo ha mai fermato?

ROMANO PRODI 10/03/2013 A sentire l’ineffabile Romano sembrerebbe quasi che col decennio thatcheriano, finito più di vent’anni fa, lo stato in Occidente sia stato cacciato nelle catacombe; che i carichi fiscali si siano ridotti al lumicino; che il welfare system sia stato pressoché smantellato; e che lo stato abbia smesso di fare il ficcanaso. Naturalmente non è successo niente di tutto questo. Anzi, è molto più vero il contrario. In realtà, sul piano pratico, il cambio di rotta epocale non è mai avvenuto, e non poteva avvenire. Lo statalismo è un treno che corre su un piano inclinato da più di un secolo. Il merito principale della Iron Lady fu quello di ridare dignità politica al liberalismo economico, e con quello ad un semplice buon senso intriso, a differenza di quanto si favoleggia, di valori etici. Fu solo l’inizio di una Reconquista che durerà ancora per decenni e decenni. Per Prodi invece tale sdoganamento fu una specie di atto blasfemo. Sentitelo: «Margaret Thatcher ha cambiato più di tutti il suo paese e ha cambiato l’idea stessa dello stato che fino ad allora era prevalente nel mondo occidentale. Diciamolo come va detto: la Thatcher ha ridotto lo stato a niente. Come nessun altro ha inteso modificare alla radice il patto fiscale tra cittadini e ha dato forma politica e dignità istituzionale alla ribellione anti-tasse trasformandola in una vera e propria dottrina economica diventata addirittura senso comune.» Per Prodi anche la crisi attuale è figlia delle idee della Iron Lady, e ancor di più degli atti dei suoi stupidi epigoni: «Oggi non si può non notare come la matrice innovativa delle idee thatcheriane si sia poi scontrata con fasi applicativi a dir poco drastiche che hanno finito con lo svuotare la carica di innovazione di quelle stesse politiche e hanno anzi creato le condizioni per l’esplosione della più drammatica crisi finanziaria (e ormai anche economica) del dopoguerra. Oggi però diventa legittimo domandarsi se questi disastrosi risultati siano stati prodotti da lei e dalle sue idee o dai suoi interpreti un po’ fessi.» Prodi dimentica che oggi viviamo una crisi debitoria; debiti pubblici e privati; che un’economia libera di «mercato», quella che piaceva a Maggie, la figlia del droghiere, raramente conosce spirali debitorie; che i debiti, pubblici e privati, crescono quando qualcuno li incoraggia e se ne fa garante, contro ogni logica di «mercato», sia esso lo stato o la banca centrale; e che quindi anche il «turbo-capitalismo finanziario» è figlio, in ultima analisi, dell’interventismo statale: quello classico rapina il reddito, quello «derivato», possiamo ben dirlo, rapina il risparmio.

IL REGIME DI PYONGYANG 11/03/2013 La Corea del Nord è alla canna del gas, e il regime dà ormai segni di squilibrio. Qualche settimana fa le forze armate fecero sapere di aspettare solo «l’ordine finale» del Leader Supremo per «trasformare in un batter d’occhio i regimi marionetta degli Stati Uniti e della Corea del Sud in un mare di fuoco». Oggi la Corea del Nord minaccia le basi militari americane in Giappone e le stesse città giapponesi. Di queste mirabolanti spacconate – quelle del sottoscritto, al confronto, sono perle di ragionevolezza – ride ormai anche qualche cazzuto nord-coreano, ben nascosto nella sua tana, s’intende. Il Leader Supremo – è quello cicciotello che spicca nella marea di morti fame, non potete sbagliare – teme una congiura di palazzo, è evidente. Manifestazioni di fedeltà così tafazziane da parte delle forze armate suonano strane anche in un paese fuori di testa come il suo. Quindi c’è da sperare. E tuttavia il cazzuto nord-coreano è preoccupato. Vedi mai che in questo clima un po’ isterico un super-missile nord-coreano di ultimissima generazione parta davvero: per essere sicuri di schivarlo bisognerà quantomeno espatriare.

IL PARTITO LIBERALE ITALIANO 12/03/2013 Metterei l’accento in particolar modo su “italiano”. Perché in altre lande europee, da soli o intruppati nei grossi partiti, i liberali qualcosa riescono pur a combinare. Da noi, niente. Uno zero tondo tondo, senza neanche una virgola. Una spiegazione c’è: i liberali italiani non hanno mai amato la democrazia. I liberali italiani sono rimasti a Cavour, quando a votare erano pochini. Al progressivo allargamento del suffragio elettorale non si sono mai abituati. Alla volgare pratica della ricerca del consenso, che non significa necessariamente demagogia, non si sono mai abbassati. Al volgo non hanno mai parlato. E il volgo ha sempre visto in loro, nel migliore dei casi, e con un certo intuito, una curiosa cricca libresca, e nel peggiore dei casi i chierici dei padroni. Giunge ora notizia che il Partito Liberale Italiano, il partito che fu di Malagodi, ha candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina, alle prossime elezioni amministrative della capitale. Vi sembra strano dopo quanto detto prima? Sbagliate. E’ la tragicomica conferma di come i liberali italiani dimostrino una scarsissima considerazione per l’uomo della strada anche quando, per disperazione, scendono dal piedistallo e gli parlano.

Written by Zamax

April 14, 2013 at 12:25

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (120)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO TRAVAGLIO 01/04/2013 Il fustigatore del Fatto Quotidiano rimprovera al M5S di aver perso un’occasione storica per liquidare il berlusconismo, per cambiare le sorti di questo paese e incamminarlo finalmente sulla via gloriosa della «democrazia compiuta», la «società perfetta» che è nei cuori di legioni di democratici antidemocratici. Una sciocca paura essere di accomunati alla corrotta partitocrazia, una malintesa caparbietà ha confuso la menti degli inesperti grillini. Costoro sono saliti al Quirinale per pretendere un impossibile incarico senza fare peraltro alcun nome: in breve per fare gli sbruffoni con l’ostentazione di tutta la loro purezza. Se invece di questa alzata d’ingegno da dilettanti si fossero presentati «con una proposta chiara e netta: un paio di nomi autorevoli per un governo politico guidato e composto da personalità estranee ai partiti», nomi come Zagrebelsky e Settis, e di altri campioni indiscussi della «società civile» nel cui fanatismo il M5S poteva riconoscersi almeno in parte, il Pd e Bersani, e qualsivoglia parlamentare immune da berlusconismo, nel senso più largo del termine, non avrebbero mai potuto dire no senza cadere nell’infamia. Questo è un classico, intimidatorio ricatto giacobino. Bersani usò una variante buonista dello stesso metodo quando propose Grasso e la Boldrini per la presidenza delle Camere. Il suo era un tentativo di sedurre o quantomeno di spaccare il M5S con i nomi di due altri campioni indiscussi della «società civile». Travaglio fece fuoco e fiamme e nella sua stolida purezza ridusse Grasso in pochi giorni al rango di lacchè di Berlusconi. Se non l’avesse fatto, magari i grillini avrebbero avuto la lucidità necessaria per accogliere astutamente la mossa di Bersani come prologo necessario alla geniale contromossa oggi auspicata dallo stratega del manipulitismo italico. L’ennesima dimostrazione, comunque, che in assenza di una vera trasformazione, anzi, di una «conversione» socialdemocratica, la sinistra resta divisa tra il giacobinismo dalle buone maniere e quello dalle cattive maniere.

GUIDO ROSSI 02/04/2013 A me sembra che i suoi articoli da vecchio saggio su “Il Sole 24 Ore” non abbiano né capo né coda, e si limitino a spolverare un sempre aggiornato conformismo con un moralismo compunto scortato sui due lati da una stuola di nomi illustri, seguendo in quest’ultimo aspetto l’esempio dell’imbattibile Barbara Spinelli. Per metter fine allo stallo politico italiano, condizionato da una democrazia malata che ha dato due terzi dei voti a due forze politiche irresponsabili, nel suo ultimo articolo ha riproposto il teorema di Cuccia: le azioni si pesano e non si contano. Naturalmente nel nome della democrazia. Questo è il succo dei suoi paludati ragionamenti. Non voglio dire che voi non lo possiate cogliere. Ho solo il timore che i nomi di Benedetto Croce, di Nicolò Cusano, di Papa Francesco, di Alexis de Tocqueville e di Nicolò Machiavelli, e che ridicole parolette d’ordine dell’antiberlusconismo, come “egolatria” e “egoarca”, vi possano accecare. Anche perché non è affatto detto che dei grandi di cui si fa scudo capisca veramente molto. Per esempio, secondo Rossi, per Tocqueville il «fine ultimo della democrazia» è «una maggior eguaglianza di condizioni economiche dei cittadini». Ma Tocqueville non diceva affatto questo. Diceva che i «tempi di democrazia» erano caratterizzati dalla «uguaglianza delle condizioni», e non si riferiva affatto in primo luogo alle condizioni economiche. Tocqueville riteneva inevitabile l’avvento di questi tempi, e riteneva che in se stesso ciò fosse una cosa buona. Ma solo come il frutto di un lungo processo storico naturale. Tocqueville non santificava la democrazia – tanto che previde le forme terribili che il «dispotismo» avrebbe potuto assumere in «tempi di democrazia» – né condannava i regimi aristocratici. Anzi, dimostrava come proprio là dove l’aristocrazia era veramente viva, ed aveva un ruolo attivo nell’economia e nel governo del paese, come in Inghilterra, essa tendesse sempre più ad unire i suoi destini a quelli della borghesia, in modo tale che dai «tempi di aristocrazia» si passasse senza cesura evidente ai «tempi di democrazia». Per Tocqueville la democrazia non aveva alcun «fine ultimo». I «fini ultimi» della democrazia stanno nell’armamentario dei demagoghi, cui piace la piatta uguaglianza di una massa di schiavi. Ne “L’Antico Regime e la Rivoluzione” Tocqueville cita Mirabeau: “Meno di un anno dopo l’inizio della Rivoluzione, Mirabeau scriveva segretamente al Re: «Confrontate il nuovo stato di cose con l’Antico regime (…) L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta uguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione». Era questo un capire la Rivoluzione da uomo capace di guidarla.”

CASAPOUND 03/04/2013 Per giungere a una sua compiuta sgangheratezza alla vicenda dei marò mancava solo il tocco esilarante. Ora l’abbiamo, grazie allo smagliante contributo degli italiani tutti d’un pezzo, riunitisi davanti a Montecitorio per protestare contro un governo imbelle al motto di “Riprendiamoci i nostri soldati”. Magari con un blitz. Una pensata davvero magnifica. Dovete capirli: questi tromboni fanno parte integrante, pure loro, di quell’eterna Italietta che mostrano di disprezzare; la stessa che ha riservato loro una parte in commedia alla quale non vogliono assolutamente rinunciare. Tanto è comoda.

BARBARA SPINELLI 04/04/2013 Anche se è una democratica notoriamente molto schizzinosa, a Barbara Spinelli Grillo in fondo non dispiace. Peccato solo che il vaffanculista abbia la testa oltremodo dura, e diffidi di tutti, anche delle forze politiche con le quali potrebbe lavorare per il bene dell’Italia. S’intende che di questa diffidenza è colpevole Berlusconi, sempre lui poveraccio, colui che ha sputtanato definitivamente la classe politica italiana. Della commissione dei dieci saggi nominata da Napolitano Barbara pensa il tutto il male possibile. Vede in essa il segno di una chiusura partitocratica della classe politica nei confronti delle istanze che la società civile ha espresso col voto. Questa pericolosa «oligarchia di sapienti» vuole solo «escludere l’alieno Grillo», quando l’alieno vero è Berlusconi, sempre lui poveraccio. E questo vuol dire ferire la democrazia. Così scrive su “La Repubblica”: “È con la forza dell’inerzia che quest’ordine fa oggi quadrato contro Grillo, per neutralizzarlo e spegnerlo. Sbigottito dalla democrazia partecipata e dalle azioni popolari, il vecchio sistema si cura coi veleni che ha prodotto, indifferente alla vera nostra anomalia che è Berlusconi: anomalia che spiega Grillo e le sue rigidità. I veleni sono le cerchie di potenti, legati ai partiti e non all’elettore, e si sa che la democrazia, quando si moltiplicano le domande cittadine, secerne le sue ferree leggi delle oligarchie. «I grandi numeri producono il potere di piccoli numeri», disse tempo fa Gustavo Zagrebelsky: «L’oligarchia è l’élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica in res privata.» Anche tre anni fa bisognava far fuori Berlusconi, sempre lui poveraccio. Ma allora il Caimano era al governo. Il problema non era quello delle «oligarchie di sapienti” ma quello di una debordante democrazia che solo i cafoni possono apprezzare. Così scriveva su “La Stampa”: “Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi.” Niente di nuovo. E’ un giochetto vecchio come il cucco. Sanno sempre tutto loro. Loro chi? Ma loro, la vera Oligarchia dei Sapienti, le Spinelli e gli Zagrebelsky, il Comitato di Salute Pubblica Ombra in seduta permanente. A voi, babbei della società civile, non resta che obbedire.

MAX PAPESCHI 05/04/2013 05/04/2013 Mostra monografica a Torino, al Castello del Valentino, dedicata all’artista Max Papeschi. Non ci crederete, ma anche questa cima ha un debole per i colpi ad effetto, ossia per trovatine del kaiser perfettamente prevedibili, di quelle fatte apposta per titillare servilmente la curiosità ebete di gente annoiata ma felice di gratificare il proprio ego intellettuale gustandosi in santa pace boiate autentiche ma autenticate. Sul sito blog del Sommo leggiamo che «Il suo lavoro Politically-Scorrect, mostra una società globalizzata e consumista rivelandone i suoi orrori in maniera ironicamente realistica. Dal Topolino Nazista al Ronald McDonald Macellaio le icone cult perdono il loro effetto tranquillizzante per trasformarsi in un incubo collettivo.» Questo sorprendente cumulo di banalità illustra alla perfezione la missione dell’artista beatamente integrato nella società globalizzata e consumista. Dico sorprendente perché tanta piattezza adolescenziale fa persino pensare al dolo. Che sia davvero un genio, allora?

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April 6, 2013 at 16:16

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (119)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MONI OVADIA 25/03/2013 Quando si tratta di liquidare un avversario politico, la prima mossa del giacobino è quella di negare al malcapitato la dignità di avversario politico. Ciò lo legittima ad usare mezzi non politici. La seconda mossa è quella di denunciare la profondità del male che sta corrodendo la nazione, e l’urgenza di porvi rimedio. Ciò gli permette d’eliminare l’infame in forza di una misura di salute pubblica, termine con cui i cultori della legalità nobilitano l’arbitrio. Alla manifestazione per l’ineleggibilità del Caimano promossa dai fanatici di Micromega c’era anche Moni Ovadia, il quale, in obbedienza stretta alla regola sopramenzionata, ha parlato di Berlusconi come «di un Re Sole che non è un avversario politico perché è pieno di privilegi», e del berlusconismo come di «una patologia che si protrae da venti anni ma non per questo ciò significa che è meno grave». Attraverso le sue opere l’artista di origine ebraica è alfiere, credo di capire, di una tollerante, carnevalesca e cosmopolita fratellanza. Che a me andrebbe anche abbastanza bene, se non fosse che l’umanitarismo intransigente di queste icone della società civile, quando si tratta di abbattere il «male», si distingue immancabilmente per la sua disumanità.

Update 02/04/2013 Moni Ovadia ha risposto sul sito web de “L’Unità” al mio ferale attacco con queste parole:

Google alert, questa settimana, mi ha portato un gioiello di logica proberlusconiana di raro pregio, apparso sul sito Giornalettismo a firma Massimo Zamarion. Lo riporto integralmente per la delizia del mio lettore: (…) L’estensore di questa perla mi definisce giacobino e fanatico perché chiedo, insieme ad altri cittadini, di applicare una regola fondamentale di ogni democrazia liberale ovvero che nessuno, si chiami Berlusconi o pinco pallino, possa essere candidato ad elezioni qualora sia titolare di concessioni pubbliche e, in particolare, nel campo dei media. Fare un appello raccogliendo firme per chiedere il rispetto della Costituzione e l’applicazione corretta di una legge vigente promulgata dal parlamento sovrano sarebbe «liquidazione di un avversario politico» con altri mezzi (quali? La ghigliottina? La garrota?). Come se non bastasse questa stupidaggine, Zamarion mi definisce disumano contro ciò che io stesso diffondo nei mie spettacoli, ovvero l’umanesimo etico e spirituale del mondo yiddish. Ma quel mondo glorifica lo splendore dell’uomo fragile, la bellezza malinconica dello sradicato che elegge come patria l’esilio e per questo sa librarsi fra cielo e terra. Berlusconi incarna l’esatto opposto di quell’umanità sublime perché celebra l’idolo del privilegio, della disuguaglianza, della mistica del capo. Non a caso non perde occasione per incensare Mussolini. Ma i suoi sacerdoti, apologeti del nonsenso ossequiente ai desideri del Principe, sono proni a tal punto che non si vergognano di chiamare umanesimo l’incessante sfregio della democrazia.

Me ne sono accorto solo ieri, e ho cercato di mandargli un commento in risposta. Ma sarà che sono arrivato fuori tempo massimo, sarà che sono imbranato, sarà che sono stato tremendamente efficace, il commento non è apparso. E allora lo riporto qui per la delizia del mio lettore:

La mia rubrica è chiaramente provocatoria, spesso semi-umoristica e a questo fine usa parole pepate. Ma è leale e schietta. Non insinua, non allude, va dritta al suo scopo. Pur essendo me stesso e pur essendo dichiaratamente berlusconiano, i miei strali sono caduti impietosamente una volta anche su me stesso e spesse volte anche sul Berlusca. Chi vuole può controllare nell’archivio. (…) Lo scopo del mio attacco a lei era quello di inchiodarla alle sue contraddizioni. Nientepopodimeno. Che poi sono le contraddizioni di molti campioni dell’umanità del passato, pronti a ostentare una finissima sensibilità per tutto ciò che è umano, nella sua ricchezza, nella sua fragilità, nella sua diversità ecc. ecc. Lo stesso Robespierre si considerava un “intransigente” democratico e liberale, e nel 1791 fu il primo deputato a perorare in un parlamento europeo la causa dell’abolizione della pena di morte che descrisse così: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Due-tre anni dopo ghigliottinava su scala industriale. Tocqueville notò poi come la letteratura pre-rivoluzionaria grondasse sentimentalismo e umanitarismo. Se lei dimostra tanta comprensione per questa povera umanità, tanto da fare dell’ebreo di cultura yiddish – cittadino del mondo per forza, e quindi quasi per forza sollevatosi sopra le miserie nazionalistiche e materiali – colui che meglio la interpreta e meglio la riscatta, perché poi da quelle altezze cede pure lei alla ridicola mostrificazione del Berlusca e alla caricatura della plebe che lo vota, nonché dei suoi “sacerdoti”? Perché poi cede a quel ridicolo concetto semi-religioso della democrazia proprio dei giacobini e alla ridicola semi-divinizzazione della Costituzione e al legalismo capzioso di chi cerca pretesti? Sono cose proprie dei millenarismi e delle ideologie. Che si sa, sono settarie per natura. Non vi accorgete che state professando una specie di Religione del Libro?

BILL GATES 26/03/2013 La gente, specie quella che si fa passare per responsabile e consapevole, non ama gli imprenditori, ma di solito tale invidiosa disistima è inversamente proporzionale alla loro ricchezza. Ed è così che il massimo del disprezzo va al «padroncino», mentre quando supera un certo fatturato al ricco imprenditore è concessa la possibilità di diventare fascinoso, se appena appena costui ostenta «idee di progresso». Ed è per questo che molti magnati si danno a una ben pubblicizzata filantropia, sempre politicamente corretta, e in quanto tale spesso meschina e deprimente. Bill Gates, per esempio, ha appena lanciato un bando per l’ideazione e la progettazione di un super-preservativo di nuova generazione, mettendo a disposizione un fondo che potrà arrivare fino ad un milione di dollari. Neanche tanto, verrebbe da dire, se l’ambizione è quella di mettere al sicuro l’umanità dalle malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze indesiderate, garantendo nel contempo, al maschio soprattutto, grazie al prodigioso profilattico, un piacere al cento per cento «naturale». Un sogno messianico di natura erotica, direi, uno dei tanti che la «religione civile» produce, e come tale puntualmente destinato al disastro, e più figlio dei capricci dell’ancor ricco Occidente, o di quelli delle nomenklature dei paesi emergenti, che della sollecitudine per le plebi del vasto mondo: la sollecitudine vera, infatti, scalda il cuore.

GIAN CARLO CASELLI 27/03/2013 Povero Bersani, non gliene riesce una. Ha lanciato Grasso alla presidenza del Senato nella speranza che la figura dell’ex procuratore nazionale antimafia gli portasse in dote il plauso della società civile ultra-legalitaria in misura sufficiente a rompere le fila dei neghittosi grillini. Ma i tempi corrono, gli ayatollah del partito della legalità sono stati risucchiati in una spirale rivoluzionaria e si stanno mangiando l’un l’altro, e quindi Grasso, per i più scalmanati almeno, è ormai la quinta colonna del berlusconismo nel campo della sinistra. Che da quelle parti i nervi siano a fior di pelle, lo dimostra anche la reazione del procuratore della repubblica di Torino alle parole dette da Grasso contro una certa giustizia-spettacolo che rovina carriere e discredita la giustizia. Caselli se ne è sentito personalmente ferito, e perciò ha preso carta e penna per chiedere al Csm di «essere adeguatamente tutelato» da quelle che ritiene «accuse e allusioni suggestive». Facciamo così: mettiamo che Caselli abbia ragione, mettiamo che il bersaglio del bieco Grasso fosse proprio lui. Rimane il mistero di questa sua strana suscettibilità a scoppio ritardato nei confronti di quelle «accuse e allusioni suggestive» che da vent’anni sono il marchio di fabbrica di certa garrula magistratura iper-presenzialista e di molte gazzette iper-democratiche.

VIVIANE REDING 28/03/2013 La commissione europea ha appena pubblicato un rapporto sullo stato della giustizia nei 27 stati membri. I dati si riferiscono alla giustizia civile e l’Italia è nella coda del gruppo dove lotta strenuamente per l’ultimo posto in classifica insieme a una piccola manciata di contendenti che stentano ormai a tenere il passo lentissimo del nostro paese. Non sappiamo cosa succederà quando avremo i dati sulla giustizia penale – ammesso e non concesso che le formidabili imprese della nostra giustizia penale possano essere lette attraverso i dati – ma scommetteremmo nondimeno su un’altra strenua lotta. A presentare il rapporto è stata la commissaria europea alla Giustizia Viviane Reding. Qualcuno, uno dei nostri, sicuramente, le ha chiesto se l’inefficienza del sistema giudiziario italiano non dipendesse per caso dagli attacchi dei politici alla magistratura. La commissaria non ha voluto fare fatica. Perciò la risposta a una domanda così cretina è stata una risposta altrettanto cretina: «Giù le mani dai giudici!», ha detto, «Se si vuole che la magistratura sia davvero indipendente, bisogna lasciarla lavorare». In Italia lo abbiamo fatto con fin troppa generosità, tanto che i giudici l’hanno okkupata, la politica: ora abbiamo ex magistrati che fanno i sindaci di grosse città; abbiamo ex magistrati capi di partito; abbiamo appena eletto un ex magistrato alla seconda carica dello stato; abbiamo già un famoso magistrato che ne mette in dubbio l’onore, essendosi sentito da quello ferito nell’onore; e tra i candidati alla presidenza della repubblica si fa il nome di un ex giudice ed ex presidente della Corte Costituzionale, oltre che attuale presidente onorario di una famosa associazione giacobina.

RAIDUE 29/03/2013 Il TuttoDante di Benigni si sta rivelando un disastro commerciale tanto che forse il programma sarà spostato in seconda serata. Il maledettissimo share è piombato al 4,5 per cento, che in sé sarebbe ottimo, per un programma sulla Divina Commedia, ma le aspettative dei poveri fessacchiotti di RaiDue erano per il 15 per cento. Senza contare che purtroppo Roberto non fa sconti e si fa pagare da Dio, nonostante l’arrivo di Papa Francesco e la crisi. Ecco cosa significa scommettere sui gusti della società civile progressista, colta e fine solo nelle pose, quella stessa marmaglia che invece non ha voluto assolutamente mancare all’appuntamento col Festival di Sanremo targato Fazio & Littizzetto. La società civile progressista ama gli eventi in cui celebra se stessa e addita a ludibrio la società incivile. I dieci milioni di spettatori sono tutti lì. Funziona la serata unica sulla Costituzione più bella del mondo, o la performance dedicata alla storia e alla cultura del nostro paese, nella quale, s’intende, la cultura è sentita solo come un pretesto per distinguersi dagli iloti berlusconiani. Il giochino con TuttoDante non funziona. Dopo la prima puntata il contorno emotivo evapora, e rimangono solo Benigni e Dante, Dante e Benigni. Di Berlusconi nessuna traccia, neanche all’Inferno.

Written by Zamax

March 30, 2013 at 14:24

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l'appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa - a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall'inizio dopo l'errore fatale dell'attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell'uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli "affari" e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (117)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 11/03/2013 Su quello strano tipo del liberale italico in politica che alla fine, per disperazione, «riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno», avevo scritto appena dieci giorni fa. Be’, eccolo che si fa avanti in carne e ossa. Su Il Sole 24 Ore, il giornale che da quando è sceso dall’Olimpo montiano non si vergogna più di niente, l’economista che fu tra i fondatori di Fare per fermare il declino sfida Grillo a non rincorrere unicamente il successo politico, a dimostrarsi statista, «a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo», lasciando a una personalità del Pd, che abbia la fiducia della gente, la guida del governo, senza cercare poltrone per i suoi. Ciò attraverso un programma «fortemente grillino» articolato su tre temi: proposte anti-casta politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali, tra le quali ci dovrebbero essere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari con adeguamento degli stipendi e delle indennità alla media europea, e l’eliminazione di tutte le province. Non stupisce la cecità del professore sulla vera natura dei rivoluzionari: la storia offre a profusione esempi di questo specifico tipo di gonzaggine. Non stupisce più di tanto il cedimento su tutta la linea alla retorica del populismo anti-casta. Stupisce piuttosto la modestissima portata “liberale” delle proposte, con tutto quello che invece c’è da fare, e presto!, per fermare, adesso!, il declino.

GIULIO TERZI 12/03/2013 Ce la dovremmo prendere col governo, ma siccome il ministro degli esteri è una delle nostre vittime preferite, proseguiamo volentieri con la meritoria opera di persecuzione nei confronti della Farnesina, che sulla faccenda dei marò in attesa di processo in India sta collezionando una serie impressionante di topiche. Dopo aver combinato il disastro cedendo all’inizio, dopo aver ostentato stupido ottimismo, dopo aver belato e brancolato nel buio per mesi, adesso si è risolta per una mossa molto avventata, da disperati, che rischia di trascinarci dalla parte del torto, almeno agli occhi di quel mezzo mondo emergente di cui l’India è tanta parte. I marò in «permesso voto» in Italia restano dunque nel nostro paese. Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.

BEPPE GRILLO 13/03/2013 Il tesoretto di Craxi non fu mai trovato, neanche a Hong Kong, perché non c’era. Bettino non si arricchì con la politica. Ma a Beppe piace lo stesso chiamarlo Bottino. Ed evocare per la milionesima volta il sogno di una generazione di esaltati: il Berlusca ad Hammamet. E chiamare «questuanti» i soliti noti del Pdl. Ed esprimere tutta la sua solidarietà ai magistrati di Milano. Quando vuole Beppe è ortodosso come il girotondino di qualche anno fa: un babbeo fatto e finito, ricorderete, in quanto a conformismo. D’altronde, tolte le pose futuristiche, in cosa si distinguono i militanti del M5S – non parlo di chi li ha votati – dai bigotti di sinistra? Nell’impegno un po’ scomposto con cui indulgono nei sogni bucolico-giustizialisti dell’Italia sedicente onesta. Insomma, gridano più forte. La sinistra «istituzionale» li ha combattuti soprattutto in quanto irregolari e potenziali competitori, non certo per le idee. Ed infatti, in men che non si dica, dopo l’esito del voto ha riscoperto, senza vergognarsene, tutte le affinità elettive che la legano agli ex facinorosi.

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 14/03/2013 Dove non arriva, per pudore, il partito, arrivano loro, gli intellettuali. Non hanno bisogno di ordini. A loro basta l’istinto. Costituiscono una forza di complemento che spiana la strada, che parla forbito alla pancia del paese, nobilitandone le peggiori pulsioni. In breve, sono gli artefici del populismo politicamente corretto. Dopo di loro, e a dar loro man forte, arrivano le icone della società civile, tutti quei personaggi da operetta che la grande cricca progressista ha proclamato i migliori nei loro rispettivi campi. E dopo di questi, eccoti l’esercito dei centomila che non si stanca mai di firmare appelli, di sottoscrivere petizioni o dichiarazioni di solidarietà. Non poteva andare in maniera diversa con la preghierina indirizzata ai cari amici del Movimento 5 Stelle. E’ chiarissimo che si tratta di un fenomeno patologico. Abbiamo il dovere di aiutare queste persone. Di illuminarle, di aprir loro gli occhi, usando il loro stesso linguaggio, l’unico che capiscano nella loro semplicità: chiamiamoli nani, ballerine, lobotomizzati, così, in ordine strettamente gerarchico. E’ un atto d’amore.

ULDERICO PESCE 15/03/2013 Il 16 marzo nell’Aula Pacis dell’università di Cassino ci sarà la prima nazionale del nuovo spettacolo di Ulderico Pesce dedicato ad Aldo Moro. La morbosa fascinazione degli artisti civilmente impegnati per la morte di Moro ha una spiegazione facilissima: i sensi di colpa della sinistra, dal cui seno nacque il terrorismo rosso, e il tentativo inconscio di rimuoverli con un’ossessiva e sempre aggiornata opera di depistaggio. Ma uno così spassoso non l’avevo mai sentito: «…[Moro] doveva morire», dice, «a ucciderlo non sono state le Brigate Rosse, a uccidere Moro e la sua scorta è stato lo Stato. Ma prima ancora di questa domanda bisognerebbe farsene un’altra: perché non hanno fatto nulla per impedire il rapimento? (…) La cosa che mi fa più ribrezzo è vivere in un Paese dove gli assassini di Moro sono ancora liberi… Bisogna restituire luce alla nostra memoria». Sono passati 35 anni ma la superstizione è tutt’altro che estirpata. Caro Papa Francesco, se vuole bene all’Italia, cominci da qui la sua opera di evangelizzazione che le sta tanto a cuore, da questi pazzi furiosi.

[(Risposta ai commenti) Ah ah ah... la retorica della documentazione, dei dati e degli argomenti... Mi ascolti bene: io-me-ne-in-fi-schio. La vostra documentazione è come quelle ventimila pagine obbligatorie di allegati che di prammatica accompagnano le inchieste più sballate. Gigantesche costruzioni barocche fondate sulla capziosa interpretazione dei mille particolari secondari che sempre fanno da sfondo a un fatto, o che da quello riverberano, e che inevitabilmente portano in superficie miserie e insufficienze. Con tale metodo i dottori della disinformazione possono dimostrare qualsiasi cosa, e negare qualsiasi verità. Specie quelle che fanno male. E già, bigotti. Le Brigate Rosse nacquero all'interno del PCI. I giovanotti delle Brigate Rosse si erano nutriti della propaganda e della “narrazione” della storia repubblicana fatte dal PCI e dal culturame di scelbiana memoria. Essendo giovanotti furono conseguenti con le conclusioni a cui portava quella sbobba velenosa. Al PCI quella propaganda e quella “narrazione” servivano per sfiancare il paese e per acquistare sempre più potere reale. Il compromesso storico doveva esserne il risultato alla fine degli anni settanta, quando il comunismo mondiale stava mostrando le crepe che lo avrebbero portato alla fine. Per Moro, il vero Moro, non quello falsificato dall'agiografia progressista dopo morto, colui che qualche mese prima di essere ucciso dal terrorismo comunista disse alto e forte in Parlamento che “la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza”, il compromesso storico non era affatto un riconoscimento di quella “narrazione”, ma un tentativo, che lui riteneva ineludibile, di “costituzionalizzare” il PCI e di riportarlo alla democrazia occidentale. Chi si opponeva da “destra” a questa politica era nel suo pieno diritto: lo faceva per varie ragioni, fra le quali quelle di politica estera, e quella, secondo me sacrosanta, che non era saggio cedere all'aggressività del PCI. Le Brigate Rosse che si opponevano da “sinistra” a questa politica lo facevano in modo criminale, e perché erano imbevute dei miti della democrazia incompiuta (la “democrazia compiuta” è un concetto antidemocratico) e della resistenza tradita che il PCI di lotta e di governo aveva propagandato e che ancora oggi la sinistra non ha abbandonato. Ma il mostro rivoluzionario, che il PCI aveva nutrito, era c4406?s=25&d=http%2scinde da questa verità di fondo, tutto quanto ci gira attorno viene mistificato.]

I MONTAGNARDI IN PARLAMENTO 16/03/2013 Sei mesi fa li avevo definiti «montagnardi», come gli esaltati del gruppo radicale che durante la Rivoluzione Francese si era appollaiato sui banchi più elevati dell’Assemblea. Oggi, in obbedienza al loro Codice di Comportamento, i grillini rifiutano di farsi chiamare «onorevoli» e «optano», obbligatoriamente, per i termini «cittadine» o «cittadini»; e all’apertura del Parlamento della XVII legislatura hanno scelto di occupare gli scranni della parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio. Per distinguersi, dicono loro. No, per farsi riconoscere, dico io, in tutta la loro settaria minchioneria, sorpassata solo da quella della sinistra «demdpress.com/page/3/

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (116)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 04/03/2013 Tra i leghisti che hanno festeggiato in piazza a Milano il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, non poteva mancare il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini. Perché lo sia è sempre stato un grande, inesplicabile mistero. Altri esponenti leghisti hanno abbinato l’incontinenza verbale alla furbizia e alla ragionevolezza politica. A lui non è riuscito nemmeno quello. La sinistra ha sempre riposto molte speranze nei leghisti oltranzisti, che la odiano, ma che sono anche i più facili da infinocchiare, giacché su molte cose la pensano esattamente come l’Italia Migliore. Matteo non ha mai potuto vedere i berluscones. Fosse stato per lui alle regionali la Lega sarebbe andata da sola. Poi Silvio ha messo fine alle bambinate, ha fatto la sua offerta, Roberto ci ha pensato cinque secondi, ha detto OK, e Matteo è tornato a cuccia. Ora lo spaccone può a giusto titolo gioire. Attingendo nell’ebbrezza della vittoria dal romanesco, ha detto: «Se abbiamo vinto è perché ci siamo fatti un mazzo così, alla faccia dei rosiconi della sinistra.» Per poi concludere, beato: «Siamo qui a festeggiare, ma da domani tutti a lavorare per questa nuova grande avventura. Mentre gli altri litigano per mettersi insieme, noi siamo già a posto. A Roma lasciamoli litigare, noi siamo un’altra cosa, siamo la Lombardia». Lui è fatto così. Non svegliatelo: fareste di quest’uomo un’infelice.

ILVO DIAMANTI 05/03/2013 Il professore è da tempo convinto che il berlusconismo sia finito. A sua detta, le ultime elezioni hanno clamorosamente confermato tale certezza. Non c’è stata nessuna rimonta: l’emorragia di voti che il Pdl ha subito rispetto alle precedenti competizioni elettorali è enorme e le tabelline preparate dal professore, alle quali per rispetto della mia intelligenza non ho dato nemmeno un’occhiata, sono lì a dimostrare la disfatta. Quando folleggiano gli scienziati fanno così: mettono in fila un numeretto dietro l’altro, implacabili, pur di non fare un ragionamento serio, ed elementare. Tipo il seguente. Berlusconi era dato per morto dopo l’incoronazione di Monti. Solo verso l’estate, quando il governo di Supermario si era ormai del tutto arenato, e aveva scassato non poco gli zebedei al popolo, il cadaverico Pdl aveva ripreso un po’ di colore, ma tutti lo davano ancora per morto, Galli della Loggia in primis, nonostante i sondaggi non fossero disastrosi. Poi vennero le campagne d’autunno dei giustizieri in Lazio e Lombardia. Tre mesi fa il Pdl era già dentro la cassa da morto pronto per la sepoltura. In questo lasso di tempo il Cavaliere è riuscito a: rivitalizzare il Pdl; rimettere il piedi la coalizione (questo ve lo siete scordato, vero?); prendere, nonostante la concorrenza del centro montiano e la conquista grillina di un quarto dell’elettorato, il trenta per cento dei voti; vincere al senato in molte regioni importanti e non solo nel mitico Ohio; vincere le regionali in Lombardia; e mancare la presa della Camera per un pugno di voti: sarebbe bastato qualche astenuto o un Giannino in meno. Ora che al centro non crede più nessuno, nemmeno Schauble, e nemmeno Bagnasco; ora che il Pd, sentendo sul collo il fiato grillino, ha una mezza voglia di tornare partito di lotta; ora che per i figli delle stelle-senza storia-senza età-eroi di un sognoooo le vacanze sono finite; Berlusconi annusa perfino aria di vittoria e in cuor suo sta già attendendo sulla soglia di casa il ritorno di una legione di prodighi figlioli. Se non fosse per l’intervento della solita cavalleria giudiziaria, caro Ilvo, ci sarebbe da spararsi.

MASSIMO GRAMELLINI 06/03/2013 La neo-capogruppo dei grillini alla Camera scrisse sul suo blog lo scorso 21 gennaio queste parole: «Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.» Non ci trovo un’apologia del fascismo. Più che scandalose sono parole rivelatrici del profondo sentimento anti-liberale, statolatrico e millenarista che anima molti militanti del M5S, in contrasto peraltro con una fetta non trascurabile del suo ancor confuso elettorato. Il guaio purtroppo per gli imam della nostra società civile è che questo discorsetto sbilenco contiene una verità assai sgradevole: i tanti cromosomi di sinistra del fascismo. La Lombardi in una frase sola ha messo ingenuamente insieme le due parole fatali: «socialismo» e «nazionale», che sposate fanno socialismo nazionale, e che tradotte in tedesco fanno nazional-socialismo, l’ideologia propugnata dal partito fondato da Hitler, il «Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori», una denominazione che a quei tempi a molti doveva suonare innocua, perfettamente naturale, e perfino progressista. A quasi un secolo dalla nascita del fascismo se ne potrebbe parlare tranquillamente. Ma all’opinione pubblica non è ancora concessa la libertà conquistata a fatica dai chierici. La ridicola retorica resistenziale, con la sua cattiva coscienza, è sempre lì pronta a silenziare il «dibattito», spesso con anatemi grossolani. Ma a volte con metodi più vellutati. Così l’opinionista e scrittore Massimo Gramellini si è detto sicuro che la signora Lombardi presenterà ad horas le sue scuse e le sue dimissioni. Voleva essere un’indignazione condita d’ironia, secondo i dettami dell’arte della «leggerezza» che oggi furoreggia tra i vagheggini engagé. Invece è un riflesso pavloviano. Davvero.

ROMANO PRODI 07/03/2013 Allora è vero: Romano in questi ultimi tempi è stato davvero in giro per il mondo. Io non ci credevo troppo. Io credevo che i «prestigiosi incarichi» di respiro internazionale fossero per eccellenza delle splendide sinecure. Invece un pochettino almeno ti tocca trottare. E’ un sogno che svanisce: troppa fatica, non fanno per me. Dicevo di Romano, che è stato in giro. Infatti, lui, che è uno spietato ripetitore di formulette in voga, è rimasto a quelle di qualche tempo fa. Interrogato sull’attuale situazione politica, ha detto: «Bisogna abbassare i toni. Se tutti urlano, non si può dialogare.» E’ un pezzo che non sentivo più parlare di «abbassare i toni». Due o tre anni fa ci spaccavano gli orecchi con gli inviti ad «abbassare i toni». La sola espressione aveva in sé qualcosa di taumaturgico. Poi la febbre è andata scemando. Ma lui che ne sapeva? Era in Cina, era in Africa, a vigilare sulle sorti del mondo. Se lo fanno presidente della repubblica si rimetterà linguisticamente in carreggiata in un battibaleno. Sarà dura sopravvivere.

FUTURO E LIBERTA’ 08/03/2013 Il partito che ha bruciato le tappe, lasciandosi con la velocità della luce un grande futuro dietro le spalle, non pensa, almeno ufficialmente, di smobilitare. Nelle prossime settimane, annuncia, sarà avviato «un ampio confronto che si concluderà con un’assemblea di fondazione che vedrà protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente». Per un club che alle elezioni ha ottenuto lo 0,4% dei voti mi sembrano propositi ambiziosi e incoraggianti. Anche troppo. L’accorto ex senatore Euprepio Curto ha già detto sibillino che bisognerà «andare oltre». E infatti secondo me non hanno alternative: dovranno mettere annunci sui giornali al fine di reclutare personale sufficiente a condurre in porto l’impresa.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (115)

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GIAN PIERO GASPERINI 25/02/2013 «Gasperini esonerato. Il nuovo allenatore è Malesani.» No, scusate, questa è la notizia di tre settimane fa. «Malesani esonerato. Gasperini è il nuovo allenatore.» Questa è la notizia del giorno in casa Palermo. Chi ci guadagna? Male che vada, il sommo Zamparini. L’ho già scritto da questa tribuna: Zamparini, diventando il più grande mangia-allenatori della storia del calcio mondiale, cerca ormai la fama imperitura. Molti nomi passeranno, il suo non passerà. L’unico suo problema sarà trovare allenatori disposti a fare da comparsa in cambio di un contratto o illusi di farla franca a suon di successi. E’ per questo che spesso richiama allenatori che già avevano ceduto alle sue lusinghe. Quando ha ricevuto la fatale telefonata dal club, Gian Piero, che già aveva sostituito Sannino, non credeva alle proprie orecchie. Per salvare le apparenze ha chiesto di poter riflettere per qualche ora. Poi ha detto sì. Adesso si aprono due scenari, ambedue esaltanti per il presidente del Palermo: 1) la squadra si riprende miracolosamente e si salva, e a Zamparini tifosi e giornalisti riconosceranno del genio nella sua follia; 2) la squadra continua a non combinare un tubo, e allora Zamparini potrà meditare il colpo del secolo: richiamare Malesani e convincerlo con le sue arti malefiche ad accettare. E allora sarà la Storia a riconoscergli del genio nella sua follia.

L’UTILE IDIOTA 26/02/2013 «Utile idiota» non è una figura retorica molto apprezzata. A torto. Perché l’esistenza del tipo umano che essa sottende trova conferme ogni giorno, specie in contesti fertili come quello politico italiano. Da noi l’utile idiota va incontro al suo mesto destino con aria di superiorità, dimostrando da quelle altezze sublimi anche un composto disgusto per la pacchianeria delle famiglie politiche a lui più vicine. Lusingato dai media e dagli avversari politici di sempre, l’utile idiota nostrano è corazzato contro ogni ragionamento terra terra. E anche quando il ferale verdetto arriva, non piange, non si dispera, e men che mai si pente: rimane ibernato in una specie di compita stupidità. Perciò ieri sera Pier Ferdinando Casini, che non manca di esperienza, ha ammesso tranquillamente la sconfitta; ma era serenissimo, ancora convinto di aver fatto la cosa, anzi, la scelta giusta. Invece Mario Monti, che è ancora alle prime armi, non solo era serenissimo, ma pure soddisfattissimo.

GUIDO GENTILI 27/02/2013 Il giornale della Confindustria fu tra i grandi sponsor dell’operazione Monti. Ricorderete come rompeva i marroni col «fare presto!». Il suo era un disegno profondo e lungimirante: liquidare il berlusconismo, scassare il bipolarismo, succhiare il meglio, a sinistra e a destra, di un parlamento delegittimato e impaurito, e fare del centro illuminato ed europeo il dominus della politica italiana. Dopo qualche mese fu chiaro che la grande strategia scricchiolava paurosamente. Si ripiegò allora sull’idea di un centro-sinistra moderno, guidato da Monti, ma con la truppa fornita dal Pd. Idea bellissima che fece puntualmente naufragio dopo molto meno di qualche mese. Ci si acconciò allora, lì ai piani alti del giornale, alla prospettiva di un più modesto ma nobilissimo obbiettivo: un sinistra-centro guidato da quel brav’uomo di Bersani che avesse in Monti un prezioso collaboratore e un garante nei confronti del severo consesso europeo. Alla vigilia delle elezioni, quando era ormai chiaro che il centro montiano avrebbe fatto la stessa fine gloriosa del centro martinazzoliano di vent’anni fa, l’unica speranza era posta in una franca vittoria del Pd di Bersani, misteriosamente assurto a paladino dell’europeismo responsabile. Sensatissima ipotesi che il giorno dopo la realtà avrebbe spietatamente smentito. Ed ora l’Italia è sotto il tiro dei mercati. In attesa che la situazione politica trovi un auspicale sbocco, il nostro formidabile Sole 24 Ore è del parere che bisogna muoversi subito e bene. E attraverso Guido Gentili ha fatto un video appello a due possibili protagonisti di questa azione preventiva: Mario Draghi, presidente della Bce, e …Grillo. Sì, Grillo. Il Beppe. Lui in persona. Guido Gentili ha ricordato che Beppe una settimana fa, in un’intervista, avrebbe detto di non essere un anti-europeista, e che il problema vero non è l’euro ma la montagna del debito pubblico. Ecco, ha detto il giornalista, una pubblica dichiarazione di Grillo che vada in questo senso sarebbe una grande prova di responsabilità. Forse mi sbaglio – io sono berlusconiano – ma ho avuto l’impressione che stesse per piangere.

IL PARTITO DEMOCRATICO 28/02/2013 Fondamentalmente il M5S è un partito di estrema sinistra. L’urlo compatto della protesta a trecentosessanta gradi contro la politica ha agito come una spessa cortina fumogena sulla sua vera natura. Appena sarà costretto a fare politica, a fare scelte, a votare o non votare provvedimenti, ciò apparirà chiaro, e perderà di colpo l’appoggio di un terzo del suo elettorato, quello proveniente dalla destra arrabbiata. Ma rimarrà, per il momento, una forza possente, che sommata ai sostenitori del rivoluzionario Ingroia e a quelli di Vendola, rappresenterà metà della sinistra italiana. L’altra sarà rappresentata dal cosiddetto «Partito Democratico», sulla carta un’entità distante anni luce da quei facinorosi con la fisima dell’ostentata virtù, la cui base, però, dovendo scegliere tra baciare il rospo, andare a nuove elezioni, o cercare l’alleanza o almeno un’intesa informale con Grillo, ha già deciso in cuor suo per quest’ultima opzione. Da ciò si vede tutto il fallimento dell’operazione «democratica» e della pretesa di passare, dopo mezzo secolo di milizia marxista, e solo a parole, dal comunismo alla sinistra kennedyana. Espediente acrobatico e sfacciato, ma comodo, visto che dietro l’etichetta «democratico» si può nascondere chiunque, anche l’infervorato tagliatore di teste. E questo spiega perché a sinistra, nonostante di comunisti dichiarati non se ne trovi più quasi nessuno, di puri più puri di te pronti ad epurarti ne spuntino fuori a iosa ogni giorno. E adesso è arrivato anche per il Pd, il partito dell’onestà, della giustizia e della questione morale, il momento di avere veramente paura, paura di finire in bocca ad un pesce grosso che l’inghiottirà nel nome dell’onestà, della giustizia e della questione morale, e forse con l’applauso dall’oltretomba dello spirito di Berlinguer. Non sarà il giovanilismo centrista di Renzi a far uscire la sinistra dai suoi problemi strutturali. Ma una dichiarata scelta socialista o socialdemocratica, con tutte le dolorose conseguenze del caso, che la pacifichi, la riunisca e la fonda, in modo che essa possa trovare in se stessa, e non nell’odio per il Berlusconi di turno, le ragioni della sua esistenza. Il primo passo è sempre il più duro. Ma oggi se ne presenta un’occasione ghiottissima: baci il rospo.

IL LIBERALE IN POLITICA 01/03/2013 Liberale nel senso europeo, più precisamente continentale, e più precisamente ancora italiano che oggi si dà al termine. Al liberale generalmente la politica fa orrore, i politici fanno schifo, ed è quasi giunto alla conclusione che anche la democrazia faccia schifo. Mica che abbia torto del tutto. Solo che è curioso che proprio lui si allinei involontariamente al mito astratto e neo-giacobino della «buona politica». Perciò quando si butta in politica si rifiuta di ragionare da politico. Ragiona da missionario, ma senza l’umiltà e la tenacia dei missionari. Se parla al popolo, s’immagina un popolo tutto suo, capace di capire finalmente il suo illuminato e complicato decalogo, mentre quello non capisce assolutamente un kaiser. Quando poi se ne accorge, comincia a imprecare contro un popolo becero tenuto nell’ignoranza dalle «classi dirigenti», mentre è il popolo di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Al liberale in politica tessere alleanze, costruire maggioranze politiche, parlare alla «pancia» del paese, metter su lobbies dentro uno schieramento di Razzi e Scilipoti non passa nemmeno per la testa, tanto «questa politica», che poi è la politica di tutti i tempi e di tutte le nazioni, è destinata ad essere spazzata via, con le sue destre e le sue sinistre. Al liberale in politica non piacciono gli ordinamenti spontanei, ma il «perfettismo» di un partitino di perfettini. Alla fine, per disperazione, dall’alto del suo inevitabile uno per cento, riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno. Eppure anche un liberale «fanatico» come Ludwig von Mises nel 1961 scriveva al sottosegretario di stato tedesco Alfred Müller-Armack queste parole:  «Vorrei ritornare su una osservazione contenuta nella sua prima lettera. Lei parla dei compromessi che si è costretti a fare nella politica pratica, e lo fa con espressioni che porterebbero a concludere che io rifiuti fondamentalmente questa flessibilità. Credo di essere stato frainteso su questo punto. L’elaborazione teorica delle dottrine e dei programmi deve essere rigorosa, coerente ed esente da contraddizioni. Se però non si riesce a convincere la maggioranza a realizzare pienamente il proprio programma, bisogna accontentarsi di ciò che si può ottenere nelle condizioni oggettive in cui ci si muove. Ho sempre criticato la middle-of-the-road-policy di tutte le varianti dell’interventismo, e credo di aver mostrato che esse finiscono inevitabilmente per sfociare nel socialismo vero e proprio. Ma questo non mi ha impedito di capire benissimo che i rapporti di potere politici possono costringere anche un difensore del liberalismo (nel senso europeo del termine, non in quello americano) a venire a patti temporaneamente con certe misure interventistiche (per esempio, i dazi doganali). Nella politica pratica solo raramente si può raggiungere la perfezione. Di regola, bisogna accontentarsi di scegliere il male minore.» (Ludwig von Mises, “In nome dello Stato”, Rubbettino)

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (114)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 16/02/2013 Pur mantenendosi a una certa aristocratica distanza di sicurezza, la lugubre confraternita degli intellettuali nostrani è sempre stata dalla parte del popolo. Del popolo e della democrazia, della trasparenza e della libertà di opinione. Pensiamo quindi che sia solo per soverchio amore e sollecitudine nei confronti del gregge della società civile che anche questa volta gli illustri soliti noti non siano riusciti a resistere alla tentazione di catechizzarlo a dovere. Ecco allora l’appello al voto utile per il centrosinistra, una richiesta all’opinione pubblica e agli elettori di scegliere «come una ragione responsabile spinge inequivocabilmente a fare». Come una ragione responsabile – ripeto, responsabile – spinge inequivocabilmente – ripeto, inequivocabilmente – a fare. Fate ancora meglio: sottoscrivete l’appello. Non si sa mai: in caso di disastro sarete al di sopra di ogni sospetto.

BEPPE GIULIETTI 17/02/2013 Nella schiera numerosa dei giornalisti impegnati nella lotta al berlusconismo e alla volgarità andati in brodo di giuggiole per l’ultima edizione del Festival della Canzone Italiana – quello strano festival, morto stecchito da decenni, dove dimenticabili cantanti e canzoni subito dimenticate fanno da cornice al defilé e al cicaleggio degli ospiti e dei padroni di casa – abbiamo trovato con qualche sorpresa anche il barbuto portavoce di Articolo 21, di solito seriosissimo come un Imam. Beppe ha voluto rendere merito a Rai3 e a tutti i suoi direttori che in questi anni hanno «sempre difeso quei Fazio, Littizzetto, Crozza, Marcoré, per citarne solo alcuni, che oggi tutti celebrano, ma che, appena qualche tempo fa, stavano per essere cacciati dalla banda del conflitto di interessi.» Io non ci vedo nulla di strano: essere omaggiato del titolo ambitissimo di perseguitato dalla «banda del conflitto di interessi» è il segnale che avete fatto un percorso netto, che non avete sgarrato, che non vi sono dubbi sulla vostra ortodossia, e che fra poco strariperete strapagati.

BILL EMMOTT 18/02/2013 L’ex direttore dell’Economist passa per una cima, ma purtroppo per lui non è sfuggito alla sorte capitata a molti giornalisti di mezza tacca arrivati in Italia con la tipica, rilassata curiosità di chi sbarca in un paese famoso per la sua pittoresca, chiassosa e leggera umanità: farsi infinocchiare alla grande dalla truppa dei colleghi italiani. La maggioranza di costoro canta in coro da decenni la stessa solfa, e il dominio di questi bramini è così ferreo da permetter loro il capriccio sopraffino di darsi arie da oppositori del «regime», da «resistenti», o quantomeno da non compromessi osservatori, il che dà loro un’aria seriosa di credibilità. Il povero forestiero che imprudentemente si nutre della loro sbobba viene indotto a credersi un genio di rara acutezza, e tramortito dall’oppio della lusinga comincia a biascicare il mantra. Cosicché gli scritti di Bill (che io manco leggo, naturalmente) non sono altro che uno zibaldone di frusti luoghi comuni sull’Italia contemporanea. Lui ci mette in più lo stile, un certo motteggiante distacco che nella sua britannica minchioneria rende spassosissime le sue scoperte (lo intuisco, naturalmente). Il suo primo libro sul Belpaese s’intitolava “Forza, Italia. Come ripartire dopo Berlusconi”, pubblicato solo nel nostro paese. L’anno scorso lo ha rimaneggiato e ampliato nella versione inglese col titolo di “Good Italy, Bad Italy”, che è la sintesi perfetta della Vulgata: l’Italia dei Buoni e quella dei Cattivi, degli Onesti e dei Disonesti, dei Migliori e dei Peggiori. Segno che l’addomesticamento è giunto a perfezione.

FRATELLI D’ITALIA 19/02/2013 Eh già, non è per quello. Non è per il «voto da non dare col culo». Vi sembrava strano, vero? Giustamente: questa rubrica è un cesso e un cesso deve rimanere, altrimenti nel cesso finisce. E non intendo neanche fare lo sgambetto in campagna elettorale al neo-partitino di destra, al quale anzi auguro di diventare lo squadrone di cavalleria che con la sua carica decisiva darà la vittoria all’armata berlusconiana. No, il fatto è che questa nuova famiglia politica è una compagnia buffissima di sagome una diversa dall’altra. Crosetto ha mandato a quel paese il Berlusca in nome del liberismo; la Meloni se ne è allontanata restando una socialista di destra in economia e flirtando coi progressisti in tutto il resto; La Russa è la destra verace come l’avete sempre sognata nei fumetti: sanguigna, casereccia, pacchiana e sbruffona. E tuttavia questi individui si sono stretti a coorte, ispirandosi al nostro pugnace e strombettante inno nazionale, che mi fa sempre scoppiare dal ridere. Forse non hanno avuto ancora il tempo di conoscersi abbastanza. Sennò non si capisce come facciano Giorgia e Guidone a sorprendersi e a scandalizzarsi per le gagliarde imprese dei fratelloni. E chissà cosa mai succederà quando saranno loro due a guardarsi finalmente negli occhi!

IL GIORNALISTA NEL PALLONE 20/02/2013 Il mondo del pallone è sempre stato un po’ isterico, un ottovolante emotivo di massa, oscillante, alla velocità della luce, tra la più cupa depressione e la più bambinesca euforia. Ma penso che si stia esagerando. Pensate solo al linguaggio, per esempio. Negli ultimi tempi l’uso dei superlativi ha perso ogni freno. Mi tocca ammirare continuamente gol «stratosferici», «straordinari» o «pazzeschi» che quasi quasi riuscirei a fare anch’io. Be’, l’altra sera ho visto Milan-Barcellona. I catalani hanno giocato a memoria alla loro bella e superiore maniera, ma senza nerbo, quasi non facessero sul serio. Il Milan invece ce ne ha messo molto. E ha vinto. E io sono contento. Pensate che tifavo rossonero ancor prima che lo prendesse in mano il Berlusca. Messi mi è sembrato il solito Messi, l’insetto zizzagante e imprendibile: accelerazioni brucianti, fermate repentine, corsette indolenti e sornione, scarti secchi, puntate in verticale, aggiramenti, sempre con la palla inesplicabilmente incollata al piede, quasi ne fosse una protesi. Due o tre volte il suo avversario diretto non l’ha nemmeno visto partire dai blocchi. Se ne è andato alla sua straordinaria maniera, con una rapidità pazzesca: veramente stratosferico. Però non ha segnato. E’ rimasto impigliato insieme alla sua squadra nella rete difensiva dei rossoneri. Tanto basta al giornalista nel pallone per parlare di un Messi incolore, mai entrato in partita, da cinque «tendenza quattro e mezzo» in pagella. Voto: 3.

Written by Zamax

February 26, 2013 at 14:40

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (113)

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L’INTERCETTAZIONE TELEFONICA 11/02/2013 Nel nostro particolarissimo paese questa svergognata non solo ha ormai una sua propria personalità, ma di questa ha anche i disturbi. Perciò, come il pacifista viene preso da furore e indignazione al cospetto di certe guerre, mentre non lo puoi svegliare nemmeno col cannone quando si scannano spietatamente in altre; così l’intercettazione telefonica cade preda di un protagonismo incontrollabile quando la nostra impareggiabile magistratura bracca le cricche dei berlusconiani, mentre è più discreta di una monaca di clausura quando la nostra specchiatissima magistratura indaga laboriosa e riservata sui pasticci combinati dai compari della sinistra. Da quando è scoppiato il bubbone del Monte dei Paschi, ad esempio, non una che si sia offerta di titillare i nostri ormai drogati orecchi. E non ci manca tanto quella che inchioda l’indagato alle sue responsabilità, ma quella che lo inchioda al suo sordido, meschino, volgare e ordinario quotidiano, alle donnine soprattutto, condimento indispensabile ed eterno di ogni scandalo. Ma per fortuna è spuntata la pista Verdini, e con essa la traccia di alcune telefonate fatte dal brutto ceffo pidiellino al condottiero del Monte. Anche se non sembra roba forte, voglio credere che non se la terranno tutta per loro.

IL FINANCIAL TIMES 12/02/2013 L’antiberlusconismo è una malattia subdola. Se non siete di sinistra, comincia di solito con qualche distinguo o con qualche alzata di sopracciglio. Lì vi dovete fermare, perché sennò il virus vi devasterà. Lo prova il fatto che l’epidemia ha da tempo varcato con successo le Alpi. Sono lustri, per esempio, che le gazzette della grande finanza anglosassone ci dicono che Mr. Berlusconi is unfit to lead Italy. Ma col tempo i toni sono cambiati da così a così. Con la sua inesplicabile e beffarda resistenza il celodurismo carnevalesco del Cavaliere è riuscito a sgretolare anche la rinomata compostezza britannica. Prendete il titolo dell’ultimo editoriale del Financial Times: “L’Italia dovrebbe solo dire no a Silvio”. Non solo suona ruvidamente paternalista, ma in quel confidenziale “Silvio” non vi sembra forse di notare la progressione di una patologia mediatica tipicamente italiota, e starei per dire berlusconiana? E non vi sembra di cattivo gusto che il bollettino del capitalismo corretto in omaggio a Silvio ripeschi una parola come “plutocrate”, che signoreggiava nella propaganda dei regimi totalitari? E non vi pare che certi moniti come questo: “Gli investitori sarebbero molto ostili a comprare debito italiano, e ciò costituirebbe una minaccia per la sostenibilità finanziaria”, somiglino nello stile ai consigli dei bravi di manzoniana memoria o a quelli dei picciotti? Tutta roba italianissima?

FABIO FAZIO 13/02/2013 Fabio era contento, ieri, di essere a Sanremo. A dimostrazione che lo sciocchino dal bolscevismo non è del tutto guarito, nonostante i sorrisetti di sufficienza, il conduttore ha esordito con un pippone introduttivo a edificazione del popolo: «Il festival è un evento popolare, ma popolare non vuol dire facile né volgare né di bassa qualità», ha spiegato. Il popolo, fin lì ignorante, avrà apprezzato. Poi ha rivelato, sempre al popolo, che quest’anno cade il bicentenario della nascita di Verdi, il quale scrisse alcune delle pagine più popolari della musica. E infine con un «Viva Verdi!», ha dato il segnale all’orchestra di attaccare il “Va pensiero”: una velata misura di profilassi patriottica-costituzionale, degna forse delle defunte democrazie popolari o dei defunti stati corporativi, che però, nella pur sbrindellata democrazia italica, somiglia più a una excusatio non petita. Di solito un evento «popolare», una volta accesa la miccia, va avanti per conto suo senza neanche sognarsi di presentare un certificato d’idoneità artistica o di buona condotta civile o di mostrare i quarti di nobiltà. Per decenni il Festival di Sanremo è stato una semplice e spensierata boiata pazzesca. Adesso che i damerini della società civile, martirio dopo martirio, si sono mangiati pure il Festival, oltre al supplizio di essere inseguiti dagli echi della boiata pazzesca, rischiamo pure il «dibattito» sul perché la boiata pazzesca sia divenuta improvvisamente degna di loro. Poveri cretini.

IL MAGISTRATO FILOSOFO 14/02/2013 Per il Gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, l’ipotizzata consuetudine al pagamento di tangenti dell’AgustaWestland costituirebbe una «filosofia aziendale». E, sempre nell’ambito dell’inchiesta Finmeccanica, scrive che i vertici del gruppo avrebbero cercato di manomettere le prove, o per usare il suo stesso astruso linguaggio, si sarebbero «attivati nel porre in essere condotte di sovvertimento della genuinità delle prove». Condotte di sovvertimento, perbacco! Siamo forse maliziosi se pensiamo che con queste ridondanti sfumature moralistiche il magistrato voglia suggerirci che dietro la pratica della corruzione c’è una certa qual censurabile indegnità morale che in questi tempi calamitosi alberga in una certa umanità antropologicamente ben definita? E sbagliamo proprio di grosso se pensiamo invece che dietro questo vernacolo ci sia una certa qual magistratura, anch’essa antropologicamente ben definita, che si è messa in testa di moralizzare la nazione?

LA LOTTA ALLA CORRUZIONE 15/02/2013 Per il nuovo segretario del Partito Comunista Cinese la lotta alla corruzione è una priorità assoluta. E già se ne vedono i segni. Il Quotidiano del Popolo, per esempio, ha messo all’indice la festa degli innamorati. Sembra che a San Valentino certi membri del partito perdano la testa e spendano fortune in regalini per le loro mantenute. Sul quotidiano è apparsa anche una lista con nomi e cognomi dei funzionari coinvolti, compresi, guarda caso, tre pezzi grossi già caduti in disgrazia durante l’ultima purga. Cose cinesi. La lotta alla corruzione, come la corruzione, trionfa infatti soprattutto in quei paesi dove l’universalismo occidentale è penetrato brutalmente portandovi lo stato “moderno” ma non la libertà. La lotta alla corruzione è spesso l’unico programma politico dove la politica non esiste, ma esiste solamente il potere politico. Nei paesi dove la politica esiste, come l’Italia, è il programma politico di chi vuole risolutamente uccidere la politica. Oppure è l’ultima risorsa del politico incapace, l’opzione fallimentare di chi non ha la più pallida idea di come far crescere il senso civico della nazione, la scorciatoia che sta a quest’ultimo come il ricorso al debito pubblico sta alla crescita economica. Mettili insieme, e avrai il più fetido dei populismi.

Written by Zamax

February 17, 2013 at 13:24

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (112)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/02/2013 Il blog ufficiale di Dario Fo si presenta così: “DARIO FO – NOBEL per la letteratura 1997 – Figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e restaurato la dignità degli umili”. Sembra il biglietto da visita di uno che vuol farsi pubblicità o la laurea appesa con la sua bella cornice nella sala d’attesa di un professionista. Come si suol dire, la classe non è acqua. Questo è il personaggio: tutta una carriera dentro la più sguaiata ovvietà del radicale da operetta, le cui effervescenti mattane mascherano un conformismo intellettuale di fondo, puntualmente premiato dalla nomenklatura. Che Beppe Grillo lo proponga alla presidenza della repubblica non stupisce: anche lui vuol fare la rivoluzione, anche lui fa il matto, anche lui con argomenti vecchi come il cucco.

FABIO FAZIO 05/02/2013 «Questo Festival sembra un sottoprodotto del Concertone del Primo Maggio. Che non è musica, ma evento. E Fazio è un ciambellano del potere politico». Così disse Anna Oxa, illuminata dall’ira. Sembrano parole scritte dal quel tanghero del sottoscritto, tanto sono sacrosante. Il guaio è però che il Festival di Sanremo è da decenni un «evento», cioè nulla più di un’ambita piazza mediatica. Spogliatosi definitivamente col passare dei lustri di qualsiasi altra ambizione, soprattutto canora, l’happening sanremese è diventato un balcone dal quale mostrarsi al popolo. E’ per questo che la società civile, che fino a qualche anno sputacchiava schifata ma con molto gusto addosso al Festival, vi ha prima puntato i fari e poi se ne è impadronita. Ed è per questo che all’illustre trombata dalla lista dei “big” Fabio Fazio ha risposto così: «Sanremo non si fa per esclusione, ma per inclusione. Si decide chi mettere e non chi estromettere.» Che non vuol dire una minchia, ma che suona favolosamente democratic & open-minded.

SILVIO BERLUSCONI 06/02/2013 Mentre gli altri dormivano Silvio ha bruciato le tappe della campagna elettorale con vigoria napoleonica. Fin qui è stato perfetto. Bim, bum, bam: ha incalzato il nemico senza neanche dargli il tempo di respirare e di pensare. Tramortiti dalla sua baldanza, politici e giornalisti fanno quasi gli offesi, non perdonandogli l’impudenza di combattere. Mentre Silvio invece sente sempre più l’odore del sangue ed è su di giri. E osa. Anche troppo. L’ultimissima zampata dello stratega di Arcore è stata quella di chiedere a un tipetto piuttosto cazzuto come Oscar Giannino di ritirare la sua lista. «Sono voti sprecati, non vorrei che proprio quelli facessero la differenza», ha detto il generale Berlusconi. Sprecati perché «i dieci punti che Oscar Giannino propone sono già tutti presenti nel nostro VASTO PROGRAMMA», ha poi chiarito, camminando bel bello, ignaro e segretamente ispirato, sulle orme del grande De Gaulle.

GIANNI RIVERA 07/02/2013 Così parlavo qualche settimana fa da questo famigerato pulpito: «E perché allora il suo cocco è il signor Monti (…) che in caso di sconfitta si farà conquistare da Bersani al solo scopo di conquistare il suo feroce vincitore, e di portare le arti tra i villici post-comunisti, come fece con successo la Grecia coi Romani duemila e passa anni fa, e come crede oggi di fare, per esempio, Tabacci, col suo poderoso Centro Democratico, nell’ilarità appena trattenuta del popolo di sinistra, che lo lusinga spietatamente coi buffetti e i complimenti che si riservano di solito agli zietti e ai nonnetti mezzi rimbambiti?» Esageravo? Un pochettino, pensavo. E invece no. Per Gianni Rivera l’obbiettivo è proprio quello e lo confessa candidamente: «La mia nascita politica, nel 1987, è stata grazie a Tabacci, allora segretario regionale Dc. Voglio cambiare un sistema incancrenito, non dico di ritornare alla vecchia Democrazia Cristiana ma portare quella cultura.» Ora vi spiego la strana malattia. Mani Pulite per l’homo demochristianus fu un doppio trauma. Il primo è noto a tutti: la scomparsa della balena bianca. Il secondo è noto solo a quelli che hanno occhi per vedere: essere stato ridicolizzato, lui, la quintessenza del politico navigato, dal dilettante Berlusconi, che seppe credere nella vittoria. Da allora l’homo demochristianus vaga come l’ebreo errante per tutte le contrade della politica, e medita in cuor suo la vendetta del professionista contro i pivellini che l’hanno soppiantato. E così s’intruppa in questa o quella famiglia, immaginandosi di esserne il perno segreto, l’occulto capo, l’attore decisivo, pur non contando un fico secco. E sventura vuole che i barbari glielo lascino credere.

FRANCO BATTIATO 08/03/2013 Come mai l’uomo politico ha in genere una pessima fama? Come mai non se ne trova mai uno veramente buono, onesto, capace, lungimirante e fattivo? Non sarà forse che la politica è una delle attività più rognose del mondo? E allo stesso tempo un mestiere del quale qualsiasi babbeo si ritiene all’altezza? Prendete l’artista prestato alla politica: tutto compreso della sua superiorità intellettuale, si sente pronto ad aprire le porte a un nuovo rinascimento con tocco leggero ed elegante, e perciò cade infallibilmente e rovinosamente al primo ostacolo, rifugiandosi poi per un impulso incontrollato, fanciullesco, nel più pedissequo e ridicolo linguaggio della politica, senza neanche quel briciolo di temperanza che la furbizia suggerisce al più miserabile dei peones. Esempio: il nuovo assessore al turismo della regione Sicilia, Franco Battiato. Alla presentazione del documento contenente le linee programmatiche del suo mandato, convinto di fare qualcosa di rivoluzionario, ha messo le mani avanti nello stile che fu di tutti i suoi predecessori e che sarà di tutti i suoi successori, dicendo: 1) che nelle casse dell’assessorato non c’è un euro; 2) che i manigoldi della precedente amministrazione hanno rubato tutto; 3) che perciò non si può più lavorare; 4) che il presidente della regione dovrà per forza chiedere fondi all’Europa. Essendo di buon umore e nella speranza che si riscattasse, ho cominciato a leggere il documento programmatico, una prosa sbalorditiva, da piccolo tirapiedi della bassa burocrazia, di cui riporto il formidabile incipit: «E’ necessario ripensare al Turismo in un’ottica di rilancio dell’economia isolana, da valorizzare inserendolo all’interno di una rete di sinergie che mettano in evidenza il suo valore specificamente culturale, economico e strategico. In quest’ottica si rende indispensabile l’avvio di interventi condivisi con altri assessorati tramite la creazione di tavoli tecnici congiunti permanenti (ad esempio con l’assessorato ai beni culturali) allo scopo di individuare un percorso finalizzato alla costruzione di una offerta turistica integrata che valorizzi siti di pregnante valore storico e archeologico, anche attraverso la realizzazione di progetti mirati.» E senza dimenticare – se posso dare un suggerimento – le interrelazioni tra l’azione di valorizzazione tessuta dagli attori sul territorio e le reti di socializzazione virtuale che rendono oggi possibile innervare le sinergie della prima in un contesto interculturale di più vasto respiro, ponendo in essere quindi una moltiplicazione solidaristica di percorsi culturali differenti ma convergenti sull’isola, nella prospettiva di giungere, attraverso un ampio, diffuso ed ininterrotto scambio di dati ed esperienze, a una visione globale e pluralistica delle problematiche di valorizzazione turistica da mettere in campo nello specifico delle tematiche isolane, allo scopo ultimo di tracciare un iter operativo finalizzato alla messa in opera di progettualità esecutive ampiamente condivise nel quadro di un’effettiva efficacia programmatica.

Written by Zamax

February 9, 2013 at 17:48

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