Zamax

il blog di Massimo Zamarion

Posts Tagged ‘Antipolitica

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

with 5 comments

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Grillo e Berlusconi

with one comment

Se per attaccare Grillo il non poco antipolitico Vendola l’ha accostato a Berlusconi, ciò significa che per la sinistra “politica” e “ragionevole” l’anatema contro il Caimano è ancora ben vivo. In realtà anche l’antiberlusconismo rientra nel cerchio magico dell’antipolitica. E il piccolo Grillo è solo un prodotto di questa più grande antipolitica. Scrissi qualche anno fa che per antipolitica intendevo “forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica.” Per essere ancor più concisi si potrebbe dire che l’antipolitica è messianismo politico, una non-politica. L’Italia repubblicana la vive e la respira da quando è nata. Andate in giro e fate una domanda semplice semplice alla gente che incontrate: l’Italia è o è mai stata una “vera” democrazia? La domanda è assurda, dal punto di vista del buon senso, ma anche da quello più propriamente intellettuale, perché la democrazia, come la politica, vive nel tempo e nello spazio, e non ha mai un approdo definitivo che ne suggelli definitivamente la bontà o la maturità.

E tuttavia, c’è un gran pezzo del paese, e un grossissimo pezzo di quello più acculturato, che in tutta serietà pensa che l’Italia non abbia mai conosciuto una “vera” democrazia. E che cerca nelle Diaz e nelle Bolzaneto, nei misteri di stato, nelle “trattative”, la conferma di queste verità. Quest’Italia vive nell’attesa e si sottrae al confronto con l’avversario politico. Si sottrae alla politica, che è confronto con chiunque abbia una presenza reale nella società, e che spesso invece viene da essa dipinto come straniero, come non-cittadino del paese nato dalla Resistenza, e che quando è troppo forte viene solo “sopportato” come parentesi storica, alla stregua di un usurpatore, sia esso la DC, Craxi, o Berlusconi. Questa riserva mentale ha avvelenato la vita politica italiana, ed ha impedito una vera dialettica fra i partiti. In un sistema così asfittico la politica oscilla continuamente tra pura gestione e rivoluzione, tra partitocrazia e antipolitica, senza trovare un equilibrio funzionale. Ed è inutile sperare in soluzioni tecniche ad un problema culturale. Anche il continuo appellarsi a riforme istituzionali, a riforme elettorali, ed in generale tutta la retorica riformistica ubbidiscono in parte all’impulso irrazionale o alla speranza di voler mettere a posto le cose tutte in una volta con un colpo di bacchetta magica o con un colpo di mano.

Con buona pace del governatore della Puglia nel 1994 Berlusconi non vinse in nome dell’antipolitica. Non si può dire sempre tutto e il contrario di tutto, secondo le convenienze: dipingere un giorno la creatura berlusconiana come il rifugio dei gattopardi che permise alla vecchia politica di sopravvivere, perché questo schema va a pennello all’antipolitica profonda e classica della sinistra italiana, ed un giorno dipingerla come una forza rivoluzionaria e populista, perché quest’altro schema serve a squalificare gli ultimi e più esagitati prodotti della stessa antipolitica. Berlusconi cercò, con molto pragmatismo, di conciliare il vecchio col nuovo. Fu disinvolto. Non opportunista. Fu coraggioso. E per questo fu attaccato dagli anticorpi maligni che in Italia hanno sempre preso di mira chi ha cercato di ingabbiare il radicalismo di molta parte della società italiana dentro la dialettica politica, chi ha cercato di essere moderato ma allo stesso “popolare” e ha mostrato di rifuggire da quell’aristocraticismo di stampo azionista che è l’altra faccia della medaglia, anch’essa nel fondo antiliberale e antidemocratica, del radicalismo di massa. Di quest’ultimo il movimento di Grillo, mezzo Eremita Pietro mezzo Savonarola, è una specie di manifestazione ereticale, tipica dei periodi torbidi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 24, 2012 at 12:32

Enrico Berlinguer, apprendista stregone

with 4 comments

Per il nostro Presidente della Repubblica se l’Italia del volontariato è l’Italia migliore, quella della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale non è nemmeno l’Italia peggiore, perché non merita di essere associata alla parola «Italia». Ha ragione: è lui che con quelle sciocche parole, si spera frutto di qualche bicchierino di troppo, rappresenta l’Italia peggiore. Riusciremo mai ad uscire da questa imbecillità collettiva, da questo compunto secessionismo antropologico, che mina le basi della società, per cui anche l’ultimo stronzetto con qualche fisima intellettuale per la testa e voglia di far carriera deve per forza iscriversi al partito, diciamo pure alla mafia dell’Italia migliore? Quale genere di consapevolezza, di senso della responsabilità potrà mai metter radici nel paese se nei media, nei luoghi di cultura, nelle istituzioni si riverisce chi dà dignità intellettuale allo spirito di fazione camuffato da moralismo da quattro soldi? Credersi «vittime» e credersi «onesti» è diventato uno sport nazionale a tutti i livelli, cosicché ogni tribù, anche quella statale, passa il tempo a difendere alla morte il proprio territorio e a protestare la propria probità, e la composizione responsabile di interessi nel breve termine contrastanti, cui la politica dovrebbe farsi carico, è diventata impossibile. L’immobilismo si è scaricato nel debito pubblico e nell’aumento del prelievo fiscale. L’unica politica concepibile, quella dell’estirpazione del male, della cacciata dei disonesti, dei parassiti: oggi i politici, gli evasori. Il mantra dell’Italia migliore contrapposta all’Italia peggiore è stato declinato in tutte le salse in questi decenni, dalle forme più brutali a quelle più sottili e riposte. Ha annebbiato le menti e permeato il linguaggio comune. Chi ha partecipato a questa pazzia adesso ha paura. «Se c’è qualcuno che pensa di stare al riparo dall’antipolitica si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti», dice ora Bersani, accusando certi «apprendisti stregoni», senza tuttavia fare mea culpa, come se l’antipolitica fosse nata qualche anno fa per uno strano accidente, o addirittura per colpa del Berlusca, che è in realtà vi mise argine.

No. L’antipolitica viene da lontano, ma se vogliamo cercare un padre a quella dei nostri tempi, ebbene quel padre c’è, ed è Enrico Berlinguer – da tutti o quasi riverito, guarda caso – l’ideatore di una «questione morale» sulla quale fondare una nuova «diversità» e nella quale i «veri» democratici dovevano riconoscersi. Non che fosse solo, ma fu lui, sciaguratamente, a dare dignità politica ad una sorta di guerra civile sottotraccia postcomunista. Fu lui il grande apprendista stregone. Tutto il fascino della «questione morale» sta nel settarismo, da sempre una delle vie più battute, ciniche ed elementari per arrivare al potere. Esso si muove come un nucleo compatto all’interno della società: attira ed intimidisce. Coloro che hanno pochi scrupoli l’abbracciano, gli altri vi si piegano. Col tempo la sua massa critica aumenta. Malauguratamente il potere acquisito non si può dividere con tutti all’infinito. E’ per questo che al suo interno si sviluppano altre sette. E quindi non è affatto strano, caro Bersani, che dopo aver fatta crescere questa mala pianta per decenni, ti trovi ficcato in un acronimo già abbastanza oggetto di pubblica infamia, ABC, che ricorda sinistramente quel CAF con cui vi gingillavate vanesi un quarto di secolo fa. Di infamia avete poi coperto per anni il Caimano, in Italia e all’estero. L’avete infine sloggiato dalla guida del paese sposando l’antipolitica «debole» dei poteri cosiddetti forti, fautori del governo tecnico, per ridare «dignità» al nome dell’Italia, credendo che potesse finire lì. Ora perfino il subcomandante Vendola e il celodurista Di Pietro sembrano dei personaggi con la testa sulle spalle rispetto ai sanculotti di Grillo. Ma certo non ti aspettavi che a spararti alla schiena fossero i signorini di Libertà e Giustizia. I montagnardi di Zagrebelsky, lo sai, parlano per sentenze. Questa è la tua:

Perché questa volta ABC hanno mostrato il vero volto della questione. I loro partiti, tutti i partiti, sono diventati delle scatole che valgono solo per la merce che contengono: i soldi dei cittadini. Non c’è un’idea di bene pubblico, in quelle scatole, non c’è un programma, non c’è una soluzione che riguardi sacrifici per tutti, non c’è una promessa di ricambio e di rinnovamento. C’è solo il mantenimento del potere economico, del “malloppo”.

E adesso forse capirai quell’Italia, peggiore, che tanto avete disprezzata, condannata in politica alla maledizione del primum vivere, che si affidò alla Democrazia Cristiana, al Pentapartito, e a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 17, 2012 at 12:43

Rifondazione immorale

with 6 comments

La moralità di una società non si crea con le norme. Alla base di ogni società naturale c’è una solidarietà che si è sviluppata col tempo seguendo le vie della storia, che sono sempre storte, impervie, ma che tendono a fondersi, ad intrecciarsi fino a costituire una rete robusta, atta a sostenere i traffici della civiltà. Se questo sentimento sociale è sviluppato esso costituisce un freno naturale alla corruzione dei costumi perché anche chi vi è inclinato si rende conto dell’interdipendenza dei destini individuali in una società siffatta, e partecipa dell’istinto di conservazione generale. Quando viene meno, ed ognuno trova naturale pensare unicamente per sé, a surrogarlo interviene il cancro legislativo, che peggiora le cose, aumenta il senso di sfiducia, gonfia le prerogative dello stato, e divide gli uomini. Le società più immorali e corrotte sono spesso quelle più burocratizzate.

L’Italia deve fuggire quest’ansia farisaica di rifondazione morale, che è un sentimento distruttivo. E’ esso che ci condanna all’immobilismo, alla paura, alla diffidenza, ad invocare messianicamente l’intervento della legge per risolvere problemi culturali. Chi l’ha alimentato stoltamente ora comincia ad averne paura. A cinque anni di distanza dal lancio de “La Casta”, l’articolo di qualche giorno fa di De Bortoli sul Corriere della Sera suona come un‘excusatio non petita. Scrive De Bortoli:

L’antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L’idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l’immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.

Invece “La Casta” fu proprio un libro pernicioso, che io, al contrario degli ingenui, mandai di cuore a quel paese senza mai aprirne una pagina perché, con la scusa dei “fatti”, troppo scoperta era la volontà di far gli occhi dolci all’antipolitica nella speranza di poterla poi controllare a proprio vantaggio. Con “La Casta” la classe soi-disant dirigente sdoganava un populismo vero, dopo anni di chiacchiere su un populismo inesistente, il berlusconismo. Lo dico a quelli che cercano il populismo nello stile dimenticando la sostanza, e specialmente a Galli della Loggia, il quale – manco per caso che ne imbrocchi una – nelle “cadute” di Berlusconi e Bossi vede la fine del ruolo centrale nella politica italiana del “Nord ideologico”, senza rendersi conto che si può dividere il paese orizzontalmente, geograficamente, ma lo si può dividere anche verticalmente, al suo interno, attraverso la lotta di classe, versione marxista di quel puritanesimo giacobino – il democraticismo settario dei “migliori” e dei fedeli alla “Costituzione” – che dai post-comunisti è stato ripreso dopo la caduta del muro. Il vero populismo e le forze della disgregazione sociale stavano per vincere dopo Mani pulite. Fu Berlusconi ad opporvisi. Fu quella di Berlusconi l’unica proposta “nazionale”. Egli imbragò il secessionismo leghista, tirò fuori dall’apartheid la destra missina, mise insieme i pezzi della destra, guardando al futuro. Non per niente chiamò il suo partito “Forza Italia”. La sinistra è ancora ferma alla “questione morale”, che è la negazione della politica, ed è populismo allo stato puro. In questo quadro anche la nascita del governo dei tecnici è stato un sostanziale cedimento all’antipolitica. Lo prova il fatto che l’unica cosa fin qui combinata dal governo Monti è la riforma delle pensioni, fatta appunto in un momento di debolezza o sospensione democratica, allorché partiti e parti sociali erano troppo deboli, e l’opinione pubblica muta, di fronte all’abbrivio rivoluzionario che accompagnava la compagine governativa. Ma i suoi grandi elettori della grande stampa “liberale”, che ora si spaventano del deserto della politica italiana, non se ne avvedono. Forse, tra cinque anni, faranno obliquamente mea culpa. Nel frattempo continueranno a vezzeggiare chi vaneggia di pulizia, pulizia, pulizia…

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 10, 2012 at 12:44

Il populismo dalle buone maniere

with 6 comments

L’affermarsi del populismo presuppone un’acritica adesione di massa ad una visione politica, ad un leader e ad un programma non di rado ridotto a vacue parole d’ordine. E’ frutto di un isterismo collettivo alimentato ad arte che le circostanze possono rendere quasi onnipotente. Quello particolare che ha portato Mario Monti al governo è il risultato, oltre che delle decisive circostanze, di un lungo e mediocre lavorio ai fianchi che dura da anni, e somiglia ad un matrimonio combinato, un matrimonio che “s’aveva da fare”, cui la promessa sposa ha ceduto per sfinimento, in un tripudio generale e manierato, mirato ad incoraggiare la sventurata, nella speranza che col tempo la poverina arrivi perfino ad amare il vecchio bacucco. Insomma, sono tutti contenti, si sentono in dovere di attestarlo, molti senza sapere neanche il perché, ma nessuno ci crede. Che sia populismo lo conferma il fatto che dopo aver detto tutto il male possibile dei salvatori della patria, il nuovo Presidente del Consiglio venga dipinto esattamente come un salvatore della patria da coloro che di una “normalità” aliena dai personalismi della vita politica italiana, a fini naturalmente anti-berlusconiani, si erano fatti pretestuosamente patrocinatori. La contraddizione è palese, ed è per questo che l’opinione pubblica è stata affettuosamente bombardata da un surrogato dell’agognata “normalità”: l’immagine della compostezza del nuovo premier e della sua compagine governativa, che d’altro canto gli spropositi agiografici hanno dovuto porre a fondamento della talismanica “credibilità” del nuovo corso, ribadendo così che di populismo si tratta, anche se rovesciato rispetto ai termini convenzionali.

Il governo Monti è figlio dell’Antipolitica, per meglio dire di una forma particolare di antipolitica che ha assunto nitidi contorni durante il biennio dell’ultimo governo Prodi. Come si ricorderà l’Unione prodiana ebbe alle elezioni del 2006 l’avallo esplicito dei grandi giornali del nord. Elezioni che si prospettavano trionfali ma che videro invece Prodi vittorioso per un pugno di voti, e con molta fortuna. La risicata vittoria rese indispensabile l’appoggio dell’estrema sinistra. Anche per questo le aspettative sul suo governo andarono deluse. Il malumore serpeggiava nel paese. “L’antipolitica” incanalò questo malumore. I potentati che si erano esposti nell’appoggio a Prodi, una casta come le altre, corresponsabile non meno degli altri protagonisti dell’immobilismo del paese, ebbero paura che il fuoco dell’antipolitica li investisse. E così pianificarono di concentrarlo unicamente contro quella stessa classe politica con cui fornicavano da decenni appassionatamente. Ne scrivevo in questi termini nel 2007:

Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre: 1) L’ANTIPOLITICA DELLA CASTA ECONOMICA OVVERO IL PARTITO DEL CORRIERE DELLA SERA. A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. (…) con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro LA CASTA costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto.

Questo disegno si è concretizzato ora, dopo un lustro, ma ha dovuto giovarsi dell’eccezionalità della crisi economica senza precedenti che ha investito l’Occidente. Ed è solo una fragile mezza vittoria, perché ora bisognerà veramente fare sul serio. Tanto problematica che il giorno dopo l’insediamento del governo Monti alla retorica del “fare presto” è succeduta quella del manzoniano “adelante, con juicio”: “riformismo vero, senza strappi” è il titolo di un articolo dell’impavido Guido Gentili sul Sole24Ore. Ed inoltre deve già fare i conti con l’intuito politico di Berlusconi: chi temeva che l’ex-Presidente del Consiglio si emarginasse in un rancoroso isolamento si è sbagliato come chi sperava che egli subisse passivamente la nuova realtà. L’astuto Silvio ha promesso collaborazione piena col nuovo esecutivo, fin troppa. La nuova parola d’ordine fra i berlusconiani è questa: il programma di Monti è il nostro. Il nostro che precedeva il suo, ben s’intende. E non è poi una grande bugia. Proprio per niente, visto che adesso non solo i contenuti ma anche i ritmi cominciano pericolosamente a somigliarsi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

November 22, 2011 at 08:28

%d bloggers like this: