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il blog di Massimo Zamarion

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (126)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 13/05/2013 La «meglio gioventù», oggi come allora, è in genere fatta di giovanotti arroganti, raccomandati, opportunisti, senza una sola idea che non sia quella di urlare più forte degli altri contro fascisti e corrotti. E’ solo un modo piuttosto spudorato di essere conformisti. Grazie a questa spirituale connivenza col vero regime, ritroviamo dopo qualche decennio questi vili furbacchioni, sempre in genere, perfettamente sistemati nel supposto regime, dopo aver fatto le scarpe a tanta gente meno troglodita di loro ma anche meno spudorata e raccomandata. Giunti felicemente al porto alto-borghese, costoro giudicano che sia tempo di autocelebrarsi, e di propagandare la statura eroica delle loro imprese giovanili, statura eroica che serve appunto a sublimarne la scelleratezza e la costante dabbenaggine. In chiaro il messaggio è questo: anche quando sbagliavamo (cioè sempre) eravamo i migliori, in virtù della nostra nobiltà d’animo. Beppe Grillo sta con questi filibustieri. Lo ha detto ieri, papale papale, commentando sul suo blog la manifestazione pidiellina di Brescia: «Nei vicoli che portavano alla piazza del Duomo di Brescia sono sfilati ieri, insieme e contrapposte, la meglio gioventù e la vecchiezza della Repubblica.» Sempre le stesse bubbole, da mezzo secolo: siamo alla demenza senile.

IL SISTEMA PROSTITUTIVO ORGANIZZATO 14/05/2013 Ma se voi avete voglia di un gelato, che fate? Mettete su una fabbrichetta di gelati o ve lo comprate? Se siete matti come Berlusconi probabilmente mettete su la fabbrichetta. Pensate, per esempio, ai «sistemi prostitutivi organizzati». Ce ne sono di tutti i colori, da quelli di strada a quelli di alto bordo. Un mercato un po’ sordido, ma sempre un mercato. Se sganciate il giusto, potete sollazzarvi con escort da infarto nel massimo della riservatezza: ne sono sicuro, anche se non ho mai avuto il piacere, se non altro per la mancanza di mezzi. «Sganciare», appunto. Perché, sembrerà strano, ma i «sistemi prostitutivi organizzati» sono «organizzazioni», appunto, a scopo di lucro. Come le fabbrichette, appunto. Berlusconi invece, piuttosto di fare una telefonata o mettere in moto qualche suo fidato tirapiedi, si fa un «sistema prostitutivo organizzato» tutto per sé, non per guadagnarci ma per rimetterci. In pratica un allevamento di belle pollastrelle, un harem di concubine profumatamente pagate, un’allargata ed interrazziale famigliola di mantenute. Appunto: «mantenute». Se siete dell’avviso che le «mantenute» nella stragrande maggioranza dei casi siano delle «puttane», nel senso di «baldracche», probabilmente avete ragione. (Ancora per poco, però: la «puttanofobia» tra non molto sarà un reato, grazie anche a una campagna di sensibilizzazione di “Repubblica”, e in particolare all’appello “Siamo tutti&tutte puttane”, primo firmatario Saviano.) Ma le «mantenute» non sono «prostitute», anche se possono esserlo part-time e in proprio, all’insaputa o nel disinteresse di chi le mantiene. Il concetto è chiaro fin dalla notte dei tempi. Nessuno ha mai avuto niente da ridire. Ci voleva la Procura di Milano per scombinare l’ordine cosmico. Anche Cavour, lo statista, aveva la sua mantenuta, una ex ballerina. Ed erano i tempi della Politica con la “P” maiuscola. E tre o quattro mantenute sono tra le infelici eroine della Commedia Umana balzachiana, regine dei teatri e delle «cene eleganti»: infelici perché non hanno avuto la fortuna d’incontrare un vecchietto generoso e disinteressato come il Cavaliere.

ITALIA FUTURA 15/05/2013 Io non ho mai capito cosa sia Italia Futura. La ragione è questa: non lo sanno nemmeno loro, i futuristi. Loro sono un augusto consesso di teste d’uovo che si squagliano come neve al sole non appena l’arbitro fischia l’inizio della partita. Ma nella fase di riscaldamento sono formidabili: esercizi splendidi e propositi ferrei. Annusando il patatrac montiano, già in campagna elettorale si erano eclissati. Poi si sono imboscati del tutto. Ora che lo stallo post-elettorale ha trovato uno sbocco, per quanto precario e conflittuale, ricominciano a pontificare dall’alto della loro vuota albagia giovanilista, efficientista, modernista, discontinuista, e via cazzeggiando. Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi hanno lanciato infatti il progetto “Italia Futura 2.0”, che già coll’originale suo nome firma una condanna definitiva all’oblio. Ma cos’è dunque la nuova Italia Futura? E’ quella di prima, Italia Futura Reloaded. Questo ectoplasma, dovete sapere, «è nella politica, ma al di fuori dei partiti, e non è, non può essere, non vuole essere la “corrente” di nessun partito». Per Italia Futura «è arrivato il momento di riprendere la strada maestra, tornando alla mission iniziale: promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del Paese, dando voce a chi non si rassegna a contribuire alla vita pubblica solo il giorno delle elezioni». Essere, o non essere, questo è il suo dilemma: se sia meglio soffrire nell’animo le frecciate e le pernacchie dell’oltraggiosa fortuna o prendere finalmente il toro per le corna, e chiudere senz’altro bottega.

JOHN KERRY 16/05/2013 E allora ricapitoliamo. L’ex terrorista su grande scala Gheddafi cominciò il suo avvicinamento all’Occidente verso il 2000. Nel 2005 gli si era già arreso, in cambio della vita, del potere in Libia, e del privilegio di pavoneggiarsi come la più bizzarra delle popstar davanti ai potenti della terra. L’affare era abbastanza vomitevole, soprattutto per gli anti-gheddafiani, reaganiani & guerrafondai della prima ora come il sottoscritto, ma era stato chiuso. Gheddafi ormai non era niente più che un pittoresco vassallo, perché il Rais, che già nel suo eccentrico modo fu sempre molto «laico», era più che mai isolato nel mondo arabo: i «moderati» di lui non si erano ovviamente mai fidati, gli «estremisti» lo consideravano un traditore. La sua Libia era un paese spopolato e potenzialmente ricco. Gli accordi economici con l’Occidente si moltiplicavano, in primis naturalmente con l’Italia. L’Occidente aveva tutto l’interesse di mettere a profitto la dorata vecchiaia assicurata a Gheddafi per estendere la sua influenza “democratizzante” sul paese nord-africano. Venne lanciata, invece, da parte francese, britannica e americana, pur di correre dietro alla moda delle “primavere arabe” e ingraziarsene i protagonisti, pur di comprarsi a prezzi di saldo una facile gloria, e magari nella speranza segreta di ricolonizzare il paese, l’inconsulta campagna di Libia, la più deficiente campagna militare di questo inizio di terzo millennio. A un anno e mezzo dalla morte di Gheddafi la Libia è un paese in preda all’anarchia, conteso da tribù, qaedisti e salafiti. Gli USA non sanno che pesci pigliare ma intanto rafforzano le loro piattaforme logistiche in Italia. Le cose devono andare maledettamente male se il Segretario di Stato John Kerry, sbarcato a Roma nei giorni scorsi, ha stimato opportuno mettere in chiaro che «l’Italia, per il rapporto privilegiato che ha con la Libia, può svolgere un ruolo cruciale per la stabilità del Paese e noi vogliamo lavorare con Roma» e che «in Libia ci sono ancora tantissime sfide e l’Italia può avere un ruolo cruciale per portare stabilità», dichiarazioni che sembrano, sì, un “mea culpa”, ma molto di più una presa per il culo.

CARLO AZEGLIO CIAMPI 17/05/2013 Non è mai troppo tardi per diventare un eroico oppositore del regime berlusconiano. Veniamo ora a sapere che l’ex presidente della repubblica si era tenacemente opposto, nelle sale ovattate del potere, alla partecipazione dell’Italia alla guerra in Irak. A suo dire il losco affare fu deciso a quattr’occhi tra Bush e Berlusconi, e chissà cosa c’era di occulto e inconfessabile nelle pieghe di questo accordo! Roba da «aprire un fascicolo», immagino (e diciamolo a voce bassa: ci sono tanti mattacchioni in toga in giro). Ciampi dissentiva nel merito e nei metodi di questa politica estera. A patirne di più – chi l’avrebbe mai detto? – era la nostra beneamata Costituzione. Dice Ciampi: «Non si può impostare una politica estera su base personale senza neppure comunicarla a chi ha le prerogative istituzionali per condurla e implementarla. Mi costa dirlo, ma questa è la mentalità che rischia di prevalere: le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare un intralcio che rallenta il corso delle cose». Mah, il presidente che «conduce e implementa la politica estera» mi sembra una barzelletta: al massimo ne officia i riti con la sua augusta figura, sempre un po’ sacrale. Però, sapete com’è, la nostra Costituzione è spesso stentorea e insieme ambigua, e quindi interpretabilissima: la puoi stiracchiare o restringere a piacimento. Per molti decenni all’Italia progressista piacque la figura del presidente firmaiolo, soprammobile della repubblica. L’irrequieto Cossiga lo si voleva mandare in manicomio. Poi arrivarono i governi Berlusconi, e i presidenti della repubblica si sentirono in dovere di fargli da tutori, e cominciarono a mettere il becco su tutto. E la repubblica – nel pieno rispetto della Costituzione, s’intende – cominciò a diventare presidenziale per far fronte al pericoloso cripto-presidenzialismo berlusconiano, negatore della Costituzione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

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In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

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LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l'appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa - a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall'inizio dopo l'errore fatale dell'attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell'uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli "affari" e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (117)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 11/03/2013 Su quello strano tipo del liberale italico in politica che alla fine, per disperazione, «riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno», avevo scritto appena dieci giorni fa. Be’, eccolo che si fa avanti in carne e ossa. Su Il Sole 24 Ore, il giornale che da quando è sceso dall’Olimpo montiano non si vergogna più di niente, l’economista che fu tra i fondatori di Fare per fermare il declino sfida Grillo a non rincorrere unicamente il successo politico, a dimostrarsi statista, «a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo», lasciando a una personalità del Pd, che abbia la fiducia della gente, la guida del governo, senza cercare poltrone per i suoi. Ciò attraverso un programma «fortemente grillino» articolato su tre temi: proposte anti-casta politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali, tra le quali ci dovrebbero essere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari con adeguamento degli stipendi e delle indennità alla media europea, e l’eliminazione di tutte le province. Non stupisce la cecità del professore sulla vera natura dei rivoluzionari: la storia offre a profusione esempi di questo specifico tipo di gonzaggine. Non stupisce più di tanto il cedimento su tutta la linea alla retorica del populismo anti-casta. Stupisce piuttosto la modestissima portata “liberale” delle proposte, con tutto quello che invece c’è da fare, e presto!, per fermare, adesso!, il declino.

GIULIO TERZI 12/03/2013 Ce la dovremmo prendere col governo, ma siccome il ministro degli esteri è una delle nostre vittime preferite, proseguiamo volentieri con la meritoria opera di persecuzione nei confronti della Farnesina, che sulla faccenda dei marò in attesa di processo in India sta collezionando una serie impressionante di topiche. Dopo aver combinato il disastro cedendo all’inizio, dopo aver ostentato stupido ottimismo, dopo aver belato e brancolato nel buio per mesi, adesso si è risolta per una mossa molto avventata, da disperati, che rischia di trascinarci dalla parte del torto, almeno agli occhi di quel mezzo mondo emergente di cui l’India è tanta parte. I marò in «permesso voto» in Italia restano dunque nel nostro paese. Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.

BEPPE GRILLO 13/03/2013 Il tesoretto di Craxi non fu mai trovato, neanche a Hong Kong, perché non c’era. Bettino non si arricchì con la politica. Ma a Beppe piace lo stesso chiamarlo Bottino. Ed evocare per la milionesima volta il sogno di una generazione di esaltati: il Berlusca ad Hammamet. E chiamare «questuanti» i soliti noti del Pdl. Ed esprimere tutta la sua solidarietà ai magistrati di Milano. Quando vuole Beppe è ortodosso come il girotondino di qualche anno fa: un babbeo fatto e finito, ricorderete, in quanto a conformismo. D’altronde, tolte le pose futuristiche, in cosa si distinguono i militanti del M5S – non parlo di chi li ha votati – dai bigotti di sinistra? Nell’impegno un po’ scomposto con cui indulgono nei sogni bucolico-giustizialisti dell’Italia sedicente onesta. Insomma, gridano più forte. La sinistra «istituzionale» li ha combattuti soprattutto in quanto irregolari e potenziali competitori, non certo per le idee. Ed infatti, in men che non si dica, dopo l’esito del voto ha riscoperto, senza vergognarsene, tutte le affinità elettive che la legano agli ex facinorosi.

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 14/03/2013 Dove non arriva, per pudore, il partito, arrivano loro, gli intellettuali. Non hanno bisogno di ordini. A loro basta l’istinto. Costituiscono una forza di complemento che spiana la strada, che parla forbito alla pancia del paese, nobilitandone le peggiori pulsioni. In breve, sono gli artefici del populismo politicamente corretto. Dopo di loro, e a dar loro man forte, arrivano le icone della società civile, tutti quei personaggi da operetta che la grande cricca progressista ha proclamato i migliori nei loro rispettivi campi. E dopo di questi, eccoti l’esercito dei centomila che non si stanca mai di firmare appelli, di sottoscrivere petizioni o dichiarazioni di solidarietà. Non poteva andare in maniera diversa con la preghierina indirizzata ai cari amici del Movimento 5 Stelle. E’ chiarissimo che si tratta di un fenomeno patologico. Abbiamo il dovere di aiutare queste persone. Di illuminarle, di aprir loro gli occhi, usando il loro stesso linguaggio, l’unico che capiscano nella loro semplicità: chiamiamoli nani, ballerine, lobotomizzati, così, in ordine strettamente gerarchico. E’ un atto d’amore.

ULDERICO PESCE 15/03/2013 Il 16 marzo nell’Aula Pacis dell’università di Cassino ci sarà la prima nazionale del nuovo spettacolo di Ulderico Pesce dedicato ad Aldo Moro. La morbosa fascinazione degli artisti civilmente impegnati per la morte di Moro ha una spiegazione facilissima: i sensi di colpa della sinistra, dal cui seno nacque il terrorismo rosso, e il tentativo inconscio di rimuoverli con un’ossessiva e sempre aggiornata opera di depistaggio. Ma uno così spassoso non l’avevo mai sentito: «…[Moro] doveva morire», dice, «a ucciderlo non sono state le Brigate Rosse, a uccidere Moro e la sua scorta è stato lo Stato. Ma prima ancora di questa domanda bisognerebbe farsene un’altra: perché non hanno fatto nulla per impedire il rapimento? (…) La cosa che mi fa più ribrezzo è vivere in un Paese dove gli assassini di Moro sono ancora liberi… Bisogna restituire luce alla nostra memoria». Sono passati 35 anni ma la superstizione è tutt’altro che estirpata. Caro Papa Francesco, se vuole bene all’Italia, cominci da qui la sua opera di evangelizzazione che le sta tanto a cuore, da questi pazzi furiosi.

[(Risposta ai commenti) Ah ah ah... la retorica della documentazione, dei dati e degli argomenti... Mi ascolti bene: io-me-ne-in-fi-schio. La vostra documentazione è come quelle ventimila pagine obbligatorie di allegati che di prammatica accompagnano le inchieste più sballate. Gigantesche costruzioni barocche fondate sulla capziosa interpretazione dei mille particolari secondari che sempre fanno da sfondo a un fatto, o che da quello riverberano, e che inevitabilmente portano in superficie miserie e insufficienze. Con tale metodo i dottori della disinformazione possono dimostrare qualsiasi cosa, e negare qualsiasi verità. Specie quelle che fanno male. E già, bigotti. Le Brigate Rosse nacquero all'interno del PCI. I giovanotti delle Brigate Rosse si erano nutriti della propaganda e della “narrazione” della storia repubblicana fatte dal PCI e dal culturame di scelbiana memoria. Essendo giovanotti furono conseguenti con le conclusioni a cui portava quella sbobba velenosa. Al PCI quella propaganda e quella “narrazione” servivano per sfiancare il paese e per acquistare sempre più potere reale. Il compromesso storico doveva esserne il risultato alla fine degli anni settanta, quando il comunismo mondiale stava mostrando le crepe che lo avrebbero portato alla fine. Per Moro, il vero Moro, non quello falsificato dall'agiografia progressista dopo morto, colui che qualche mese prima di essere ucciso dal terrorismo comunista disse alto e forte in Parlamento che “la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza”, il compromesso storico non era affatto un riconoscimento di quella “narrazione”, ma un tentativo, che lui riteneva ineludibile, di “costituzionalizzare” il PCI e di riportarlo alla democrazia occidentale. Chi si opponeva da “destra” a questa politica era nel suo pieno diritto: lo faceva per varie ragioni, fra le quali quelle di politica estera, e quella, secondo me sacrosanta, che non era saggio cedere all'aggressività del PCI. Le Brigate Rosse che si opponevano da “sinistra” a questa politica lo facevano in modo criminale, e perché erano imbevute dei miti della democrazia incompiuta (la “democrazia compiuta” è un concetto antidemocratico) e della resistenza tradita che il PCI di lotta e di governo aveva propagandato e che ancora oggi la sinistra non ha abbandonato. Ma il mostro rivoluzionario, che il PCI aveva nutrito, era c4406?s=25&d=http%2scinde da questa verità di fondo, tutto quanto ci gira attorno viene mistificato.]

I MONTAGNARDI IN PARLAMENTO 16/03/2013 Sei mesi fa li avevo definiti «montagnardi», come gli esaltati del gruppo radicale che durante la Rivoluzione Francese si era appollaiato sui banchi più elevati dell’Assemblea. Oggi, in obbedienza al loro Codice di Comportamento, i grillini rifiutano di farsi chiamare «onorevoli» e «optano», obbligatoriamente, per i termini «cittadine» o «cittadini»; e all’apertura del Parlamento della XVII legislatura hanno scelto di occupare gli scranni della parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio. Per distinguersi, dicono loro. No, per farsi riconoscere, dico io, in tutta la loro settaria minchioneria, sorpassata solo da quella della sinistra «demdpress.com/page/3/

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (112)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/02/2013 Il blog ufficiale di Dario Fo si presenta così: “DARIO FO – NOBEL per la letteratura 1997 – Figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e restaurato la dignità degli umili”. Sembra il biglietto da visita di uno che vuol farsi pubblicità o la laurea appesa con la sua bella cornice nella sala d’attesa di un professionista. Come si suol dire, la classe non è acqua. Questo è il personaggio: tutta una carriera dentro la più sguaiata ovvietà del radicale da operetta, le cui effervescenti mattane mascherano un conformismo intellettuale di fondo, puntualmente premiato dalla nomenklatura. Che Beppe Grillo lo proponga alla presidenza della repubblica non stupisce: anche lui vuol fare la rivoluzione, anche lui fa il matto, anche lui con argomenti vecchi come il cucco.

FABIO FAZIO 05/02/2013 «Questo Festival sembra un sottoprodotto del Concertone del Primo Maggio. Che non è musica, ma evento. E Fazio è un ciambellano del potere politico». Così disse Anna Oxa, illuminata dall’ira. Sembrano parole scritte dal quel tanghero del sottoscritto, tanto sono sacrosante. Il guaio è però che il Festival di Sanremo è da decenni un «evento», cioè nulla più di un’ambita piazza mediatica. Spogliatosi definitivamente col passare dei lustri di qualsiasi altra ambizione, soprattutto canora, l’happening sanremese è diventato un balcone dal quale mostrarsi al popolo. E’ per questo che la società civile, che fino a qualche anno sputacchiava schifata ma con molto gusto addosso al Festival, vi ha prima puntato i fari e poi se ne è impadronita. Ed è per questo che all’illustre trombata dalla lista dei “big” Fabio Fazio ha risposto così: «Sanremo non si fa per esclusione, ma per inclusione. Si decide chi mettere e non chi estromettere.» Che non vuol dire una minchia, ma che suona favolosamente democratic & open-minded.

SILVIO BERLUSCONI 06/02/2013 Mentre gli altri dormivano Silvio ha bruciato le tappe della campagna elettorale con vigoria napoleonica. Fin qui è stato perfetto. Bim, bum, bam: ha incalzato il nemico senza neanche dargli il tempo di respirare e di pensare. Tramortiti dalla sua baldanza, politici e giornalisti fanno quasi gli offesi, non perdonandogli l’impudenza di combattere. Mentre Silvio invece sente sempre più l’odore del sangue ed è su di giri. E osa. Anche troppo. L’ultimissima zampata dello stratega di Arcore è stata quella di chiedere a un tipetto piuttosto cazzuto come Oscar Giannino di ritirare la sua lista. «Sono voti sprecati, non vorrei che proprio quelli facessero la differenza», ha detto il generale Berlusconi. Sprecati perché «i dieci punti che Oscar Giannino propone sono già tutti presenti nel nostro VASTO PROGRAMMA», ha poi chiarito, camminando bel bello, ignaro e segretamente ispirato, sulle orme del grande De Gaulle.

GIANNI RIVERA 07/02/2013 Così parlavo qualche settimana fa da questo famigerato pulpito: «E perché allora il suo cocco è il signor Monti (…) che in caso di sconfitta si farà conquistare da Bersani al solo scopo di conquistare il suo feroce vincitore, e di portare le arti tra i villici post-comunisti, come fece con successo la Grecia coi Romani duemila e passa anni fa, e come crede oggi di fare, per esempio, Tabacci, col suo poderoso Centro Democratico, nell’ilarità appena trattenuta del popolo di sinistra, che lo lusinga spietatamente coi buffetti e i complimenti che si riservano di solito agli zietti e ai nonnetti mezzi rimbambiti?» Esageravo? Un pochettino, pensavo. E invece no. Per Gianni Rivera l’obbiettivo è proprio quello e lo confessa candidamente: «La mia nascita politica, nel 1987, è stata grazie a Tabacci, allora segretario regionale Dc. Voglio cambiare un sistema incancrenito, non dico di ritornare alla vecchia Democrazia Cristiana ma portare quella cultura.» Ora vi spiego la strana malattia. Mani Pulite per l’homo demochristianus fu un doppio trauma. Il primo è noto a tutti: la scomparsa della balena bianca. Il secondo è noto solo a quelli che hanno occhi per vedere: essere stato ridicolizzato, lui, la quintessenza del politico navigato, dal dilettante Berlusconi, che seppe credere nella vittoria. Da allora l’homo demochristianus vaga come l’ebreo errante per tutte le contrade della politica, e medita in cuor suo la vendetta del professionista contro i pivellini che l’hanno soppiantato. E così s’intruppa in questa o quella famiglia, immaginandosi di esserne il perno segreto, l’occulto capo, l’attore decisivo, pur non contando un fico secco. E sventura vuole che i barbari glielo lascino credere.

FRANCO BATTIATO 08/03/2013 Come mai l’uomo politico ha in genere una pessima fama? Come mai non se ne trova mai uno veramente buono, onesto, capace, lungimirante e fattivo? Non sarà forse che la politica è una delle attività più rognose del mondo? E allo stesso tempo un mestiere del quale qualsiasi babbeo si ritiene all’altezza? Prendete l’artista prestato alla politica: tutto compreso della sua superiorità intellettuale, si sente pronto ad aprire le porte a un nuovo rinascimento con tocco leggero ed elegante, e perciò cade infallibilmente e rovinosamente al primo ostacolo, rifugiandosi poi per un impulso incontrollato, fanciullesco, nel più pedissequo e ridicolo linguaggio della politica, senza neanche quel briciolo di temperanza che la furbizia suggerisce al più miserabile dei peones. Esempio: il nuovo assessore al turismo della regione Sicilia, Franco Battiato. Alla presentazione del documento contenente le linee programmatiche del suo mandato, convinto di fare qualcosa di rivoluzionario, ha messo le mani avanti nello stile che fu di tutti i suoi predecessori e che sarà di tutti i suoi successori, dicendo: 1) che nelle casse dell’assessorato non c’è un euro; 2) che i manigoldi della precedente amministrazione hanno rubato tutto; 3) che perciò non si può più lavorare; 4) che il presidente della regione dovrà per forza chiedere fondi all’Europa. Essendo di buon umore e nella speranza che si riscattasse, ho cominciato a leggere il documento programmatico, una prosa sbalorditiva, da piccolo tirapiedi della bassa burocrazia, di cui riporto il formidabile incipit: «E’ necessario ripensare al Turismo in un’ottica di rilancio dell’economia isolana, da valorizzare inserendolo all’interno di una rete di sinergie che mettano in evidenza il suo valore specificamente culturale, economico e strategico. In quest’ottica si rende indispensabile l’avvio di interventi condivisi con altri assessorati tramite la creazione di tavoli tecnici congiunti permanenti (ad esempio con l’assessorato ai beni culturali) allo scopo di individuare un percorso finalizzato alla costruzione di una offerta turistica integrata che valorizzi siti di pregnante valore storico e archeologico, anche attraverso la realizzazione di progetti mirati.» E senza dimenticare – se posso dare un suggerimento – le interrelazioni tra l’azione di valorizzazione tessuta dagli attori sul territorio e le reti di socializzazione virtuale che rendono oggi possibile innervare le sinergie della prima in un contesto interculturale di più vasto respiro, ponendo in essere quindi una moltiplicazione solidaristica di percorsi culturali differenti ma convergenti sull’isola, nella prospettiva di giungere, attraverso un ampio, diffuso ed ininterrotto scambio di dati ed esperienze, a una visione globale e pluralistica delle problematiche di valorizzazione turistica da mettere in campo nello specifico delle tematiche isolane, allo scopo ultimo di tracciare un iter operativo finalizzato alla messa in opera di progettualità esecutive ampiamente condivise nel quadro di un’effettiva efficacia programmatica.

Written by Zamax

February 9, 2013 at 17:48

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (98)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 29/10/2012 Dagli esordi nel Manifesto alla direzione de Il Sole 24 Ore la carriera di Gianni Riotta disegna la traiettoria ideale lungo la quale si muove l’ambizioso perfettamente integrato: dal massimalismo convenzionale al moderatismo convenzionale. E’ una specie di collaudatissimo cursus honorum che nel nostro paese ha fatto la fortuna di legioni di chierici. Col primo ci si fa un nome, senza rischiare un bel nulla. L’importante è non fare pazzie. Poi si comincia a mostrare ragionevolezza. E infine si viene cooptati dai «padroni» della più sedimentata élite, che pescano infallibilmente tra le nature più conformiste. Non sorprendetevi, dunque, che dopo l’ultima performance berlusconiana il nostro scriva su La Stampa che «occupando la fascia populista, Berlusconi affronta corpo a corpo Beppe Grillo e lascia il centro e la sinistra davanti a una prateria di consensi». E’ lo sbilenco assioma politico dell’era repubblicana italica, sconosciuto nel resto del mondo civile: esistono solo il centro e la sinistra. Tutto il resto è populismo.

IL «TRIONFO» DI GRILLO 30/10/2012 Alle elezioni regionali in Sicilia ha votato meno della metà degli elettori. Di questa slabbrata metà poco meno di un terzo ha votato Crocetta, un quarto Musumeci, tra un quinto e un sesto il candidato grillino Cancelleri, poco meno di un sesto Micciché. La scarsa affluenza premia sempre l’elettorato più militante e motivato. Qui l’affluenza era scarsissima e l’elettorato grillino motivatissimo. Però, a quanto pare, il Movimento Cinque Stelle sarebbe pur sempre il primo partito dell’isola. Sì, di qualche incollatura su Pd e Pdl, col 15% del 47% dei potenziali votanti, e senza contare che ad appoggiare gli altri candidati c’erano le strambe liste rionali tipiche del nostro pittoresco paese, liste destinate a sparire come neve al sole in caso di elezioni nazionali. Quindi Ferrara il ciccione ha perfettamente ragione: quello di Grillo è un mezzo flop. Il trionfo di Grillo stava nella testa dei giornalisti. Nelle parole del giorno dopo ne è rimasta solo un’eco. Così, perché bisognava pure sgravarsi.

SCOTLAND YARD 31/10/2012 Sembra che durante la partita di Premier League fra Chelsea e Manchester United l’arbitro Mark Clattenburg abbia impreziosito la sua assai controversa direzione di gara con alcuni epiteti razzisti rivolti a due giocatori dei Blues, Obi Mikel e uno degli spagnoli della squadra, Mata o Torres. Si spiffera che all’iberico abbia dato della «fighetta spagnola» e che si sia indirizzato all’africano con un più corposo, benché poco fantasioso, «negro di merda», o roba del genere. Trovo che il primo dei due insulti faccia più male, perché studiato e velenoso, ma che proprio per questo denoti una certa qual considerazione, e quindi sia meno razzista. Certo, un arbitro non è uno stupido calciatore, né un ancor più stupido tifoso, e dovrebbe saper contenersi. Ma non drammatizziamo. L’uomo è un animale a sangue caldo. Dentro il rettangolo verde ancor di più. Propongo la liberalizzazione degli insulti in campo: così dopo un po’ nessuno ci farà più caso, i calciatori si tempreranno a forza di negri, froci o ebrei di merda e di insinuazioni su sorelle, mogli e madri, nessuno cadrà più nelle provocazioni, si eviteranno le stupide, bambinesche zuccate alla Zidane, e alla fine gli spiriti bollenti si limiteranno a porconare tra sé e sé. Tuttavia gli inglesi hanno preso molto su serio la faccenda. Su queste questioni di razza non scherzano più ed è un vero peccato. Dove sono finiti i vecchi, inarrivabili Britons mai usi a scomporsi? E’ arrivata una notizia che per noi, attaccati ai dogmi, è una vera e propria mazzata: Scotland Yard indagherà sullo strano caso delle parolacce dell’arbitro Clattenburg. La cosa di per sé è già sconvolgente. Ma non vorrei mai che con discrezione anche Sherlock Holmes fosse già stato sollecitato, perché allora sarebbe proprio la fine.

ANTONIO INGROIA 01/11/2012 Dunque l’ormai ex procuratore aggiunto di Palermo parte davvero per il Guatemala, dove sarà alle dipendenze dell’Onu in qualità – leggo – di capo dell’Unità di investigazioni e analisi criminale nel paese centro-americano. Ci mancherà? Non credo. Ha già detto che lì tra i Maya e gli Aztechi si sentirà più libero di dire tutto ciò che pensa e sa sulla trattativa stato-mafia: «se necessario utilizzerò anche la denuncia pubblica», ha aggiunto, «perché tutta la verità deve venire fuori. Dal Guatemala farò non di meno, ma di più, perché emerga tutta la verità.» E non temete: continuerà a dialogare con noi attraverso un blog che sarà l’orgoglio, credo, del sito web di MicroMega. Scommetto una banana Chiquita che nel paese del Quetzal troverà il tempo e l’ispirazione per scrivere anche un altro libro. Insomma, farà davvero più di prima. Insomma, sarà sempre lui. Solo questo mi domando: ma i guatemaltechi, nel loro piccolo, non lo vedranno un po’ strano?

JAVIER BARDEM 02/11/2012 Da quando Antonio Banderas si è messo a sfornare croccanti biscotti insieme alla sua nuova compagna Rosita (a proposito: che sventola! che pollastrella! Mi fa impazzire. Ma che ci fa alle donne Antonio?) l’izquierdista Javier non ha avuto più rivali: è lui il più famoso attore spagnolo. Per essere pienamente all’altezza di tale prestigiosa qualifica, appena tornato dal set dell’ultimo 007 ha deciso di spararla ancora più grossa del solito: «Al governo Rajoy», ha detto a El País, «tanta disoccupazione fa comodo affinché le condizioni dei lavoratori siano terribili.» Y al señor Bardem, me parece, fa comodo tanto il governo Rajoy come la tanta disoccupazione pur di recitare la parte dell’indignato.

Written by Zamax

November 5, 2012 at 16:24

E allora ricapitoliamo

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RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (89)

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PICCOLO MONDO COMUNISTA 27/08/2012 Ovvero la grande guerra tra La Repubblica–L’Unità–PD e Il Fatto Quotidiano–Di Pietro–Grillo. Non avendo mai risolto la sua questione morale, ossia la questione comunista, ossia la questione socialdemocratica, l’unica di cui vale veramente la pena di parlare, nell’anno 2012 la sinistra italiana è ancora all’anno zero. Il più ridicolo di tutti è stato Ezio Mauro: «oggettivamente di destra» ha definiti i comportamenti e le pulsioni dei montagnardi, a dimostrazione che a dispetto delle cosmesi kennediano-democratiche quando il gioco si fa duro gli avverbi preferiti sono quelli di sempre. «E chiamiamoli col loro nome: fascisti!», «Populisti berlusconiani!», han detto altri. «Amici dei Piduisti!», ha risposto Grillo. E allora mettiamoli in fila questi epiteti: oggettivamente di destra, fascisti, populisti, berlusconiani, amici dei piduisti! In pratica: traditori, corrotti e controrivoluzionari. S’intende che questi esaltati, e quello stesso popolo di sinistra che assiste sgomento alla lotta fratricida, hanno tutti per nume tutelare Enrico Berlinguer. Sono tutti figli della Questione Morale, la continuazione del comunismo con altri mezzi, la maschera compunta sotto la quale si nasconde il settarismo, la politica allo stato belluino: come essi, coi loro comportamenti e con le loro pulsioni, mostrano alla perfezione.

ACHILLE BONITO OLIVA 28/08/2012 Sono sicuro che l’anziana signora artefice del famigerato restauro del Cristo del Santuario di Borja fosse soddisfattissima al termine dei lavori. Tanto amore aveva messo nell’opera, e tanto di se stessa, che del Figlio di Dio aveva fatto un figlio tutto suo, una specie di icona rupestre – all’occhio dell’esperto non può sfuggire – di purissima scuola neanderthaliana: un Cristo delle Caverne, nei cui tratti scimmieschi la mamma poteva però vedere solo le perfezioni. Non so invece come si potesse sentire esattamente il povero parroco che aveva armata di pennello la mano della vecchietta. Certamente aveva confidato in parte nella Provvidenza e certamente si stava ora chiedendo perché la Provvidenza gli avesse giocato un tiro così brutto, visto che la Provvidenza non può giocare mai brutti tiri, bensì ammaestra anche quando sembra avversa. Insomma, una fantozziana storia di umili, nel senso di poveri cristi, o, nelle mani di un artista, il canovaccio di un garbato vaudeville sul sacro, e comunque una vicenda che nel silenzio e nella discrezione un po’ alla volta avrebbe trovato la sua soluzione. Ed invece la storia è stata data in pasto all’opinione pubblica, sempre affamata di sordide distrazioni. E sempre più s’ingrossa la fila di gente in attesa di vedere il «mostro». E magari di toccarlo. Che non si sa mai che non faccia il miracolo, e allora chi oserà mai discutere un restauro guidato evidentemente dalla mano di Dio? Per il nostro critico d’arte, tuttavia, questa corsa a vedere il Cristo di Neanderthal è un pellegrinaggio misto di devozione e contemplazione dell’arte: nel Cristo sfigurato ci sono tutte le spagnolesche stimmate di una Passione nuova. Questo è il guaio dei critici d’arte: quando non sono elitari, amano davvero un po’ troppo il popolo.

LUCA ZAIA 29/08/2012 Vedo con raccapriccio che Formigoni non ha ancora rinunciato al suo cavallo bolso da battaglia: la macroregione del nord. E allora ripetiamolo. La Lombardia è già un gigante: da un punto di vista demografico coi suoi dieci milioni di abitanti equivale grosso modo a nazioni come Ungheria, Svezia, Repubblica Ceca, Belgio, o al “Libero Stato” di Baviera. Mettendoci dentro l’Emilia Romagna, la macroregione del Nord conterebbe circa venticinque milioni di abitanti, e come entità politico-amministrativa in Europa starebbe dietro per grandezza solo alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna e alla Polonia e forse a quel che resta dell’Italia, se si mettesse insieme. Io sono convinto che lui queste cose non le sappia, non perché sia un imbecille, ma perché da vero italiano ha sviluppato un timore superstizioso per l’eloquenza dei numeri più semplici. Vedo perciò con sollievo che il suo collega veneto boccia lo stravagante progetto di questa Superlombardia. Vedo però, con ancor più profondo raccapriccio, che lo stesso collega veneto riesce ancora a credere, non si sa come, al progetto della macroregione del Nord. Non so, provo ad indovinare: forse una macroregione del Nord di stampo federale, composta dai liberi stati di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e degli altri liberi stati nanerottoli? Federata con le macroregioni del Centro e del Sud, ammesso, e non concesso, che Siciliani e Sardi siano della partita? Da coordinare col programmato taglio delle provincie e con la programmata istituzione delle città metropolitane? Di solito le idee che funzionano sulla carta nella realtà falliscono poi miseramente. Figuriamoci quelle che già sulla carta mostrano una certa qual traballante ebbrezza alcolica.

ENRICO LETTA 30/08/2012 Intervistato nel corso della convention estiva di VeDrò (in quel di Drò, nel Trentino) il molto costumato (o imbalsamato, a seconda dei gusti) vicesegretario del Pd non ha voluto definire una «boiata pazzesca» la recente proposta del ministro della Salute di tassare le bibite gassate, come lo spingevano a fare i maramaldi della Zanzara, il programma di Radio24, ripiegando ironicamente su «un’idea poco geniale, da ritirare subito». Per non sembrare però un becero qualunquista come tutti quelli che vedono rosso appena ci sono nell’aria nuovi balzelli, ha voluto dare un tocco distintivo alla sua protesta, rimarcando il fatto che alla sua festa a fare furore sono stati proprio il vecchio caro chinotto e la vecchia cara spuma, roba da normali cafoni una volta, ma roba da gente avvertita, responsabile, consapevole, e pure colta, adesso. «Salviamo il chinotto e la spuma bionda!», ha concluso, da difensore di un pezzo pregiato del patrimonio culturale nazionale, pronto ad entrare nell’Olimpo gastronomico di Slow Food.

EMILIO FEDE 31/08/2012 L’ex direttore del Tg4 fonda a ottantun anni un movimento d’opinione. Un movimento d’opinione è una specie di pallone sonda lanciato nel cielo della politica. Se lassù gli auspici sono favorevoli il movimento diventa un partito. Di questo movimento, a parte la sua naturale collocazione nel centrodestra berlusconiano, e la sua naturalissima attenzione verso il mondo femminile, cose che destano tutta la mia simpatia, si sa solo il nome: «Vogliamo vivere». Che come nome, peraltro, è tutto un programma. E niente affatto sorprendente. Emilio infatti, da direttore del Tg4, era sempre attentissimo a tutte quelle piccole, piccolissime, infinitesimali scoperte scientifiche, o presunte tali, che nel campo della medicina sembravano promettere l’elisir di lunga vita e magari l’immortalità. E quando chiedeva al recalcitrante esperto di turno, con tono penosamente spensierato: «E allora professore, vivremo tutti fino a centoventi anni?» era come preso da una smania o da una febbre che gli ardeva negli occhi. Deluso dai progressi della scienza, e sentendo che ormai il tempo comincia insopportabilmente a stringere; disdegnando la filosofia, e ancor più la religione, che son cose da vecchi moribondi; il sempiterno Emilio ha deciso allora di prendere in mano personalmente la questione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (75)

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JUPP HEYNCKES 21/05/2012 Picchia duro la stampa popolare teutonica contro «l’anticalcio distruttivo» del Chelsea. Mah, se un gioco difensivo ad oltranza ha una sua base razionale non può essere definito «anticalcio». Se invece una squadra nel metterlo in pratica umilia le sue potenzialità, o mette in preventivo una dose immodesta di fortuna, la linea che divide il realismo dalla stupidità si fa molto sottile, cosicché la sconfitta si accompagna sempre ad una figura barbina, mentre la vittoria al contrario ha il sapore di una scommessa miracolosamente vinta, frutto del concretissimo lavoro di straordinari professionisti della pedata. Poi c’è il dilettante, che ogni tanto con l’anticalcio ci prova, e molto male gliene incoglie. Guardate cosa ha combinato Heynckes con Thomas Müller. Il giovanotto è l’ombra del magnifico giocatore degli ultimi mondiali, ma ha grande personalità ed è assai sveglio. Malgrado un sacco di sbavature è cresciuto durante tutta la partita mentre gli altri pian piano si assopivano e a pochi minuti dalla fine è stato lui a buttarla dentro. Quando, poco dopo, il suo allenatore l’ha spedito in panchina, cedendo ad uno dei vezzi più cretini dell’anticalcio da operetta, abbiamo avuto tutti un presentimento, o no?

ANGELO BAGNASCO 22/05/2012 «C’è bisogno di lavoro, lavoro, lavoro. Non smetteremo di chiederlo, tanto il lavoro è connesso con la dignità delle persone e la serenità delle famiglie.» Così dice il cardinale. Non mi è mai piaciuta quella retorica, a volte piagnucolosa, a volte farisaica, che sembra includere il lavoro nel numero delle belle cose del mondo. L’uomo non è fatto per il lavoro. Ossia: la vera natura dell’uomo non è fatta per il lavoro. Se potesse vivere bene senza lavorare, l’uomo non lavorerebbe: al massimo si dedicherebbe ad una libera attività senza orari, scadenze ed impegni da rispettare, la qual cosa non è un «lavoro», e neanche un’attività artistica, perché anche quest’ultima, tanto più quando è libera ed indipendente, ha il suo aspetto angoscioso legato al vil denaro, al bisogno. Per la Bibbia, che la sa lunga, la vita grama dell’uomo comincia con la cacciata dall’Eden. Ed è per bocca di un Dio imbufalito che l’uomo viene avvertito una volta per tutte: «Con il sudore della tua fronte mangerai pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere tornerai!» Persino un apostolo del liberismo economico come Ludwig Von Mises metteva l’accento sull’aspetto «penoso» del lavoro. Il lavoro, insomma, è una maledizione. Ma mica è il caso di piangere. Dire la verità rasserena, e ci predispone meglio alla necessaria fatica quotidiana. Invocarlo come una benedizione è invece quantomeno un’esagerazione. Chiederlo poi come se fosse un obolo che una qualche misteriosa potenza può concedere a suo piacimento è persino irritante. Tanto vale chiedere l’obolo direttamente, o no?

BEPPE GRILLO 23/05/2012 In vino veritas. Nell’ebbrezza della vittoria in quel di Parma Beppe, l’ultimo e più rumoroso interprete delle correnti palingenetiche che ammorbano la politica italiana dalla fine della prima guerra mondiale in poi, ha parlato di «vittoria della democrazia sul capitalismo». Un vento nuovo, non c’è che dire: da un secolo e passa i demagoghi di tutte le risme vanno sempre a finire là, immancabilmente, povere pecorelle, nel rifugio sicuro dove si può sparare tranquilli contro la Croce Rossa, ossia il bieco «capitalismo», che non è altro che un paroletta suggestiva di conio marxista, anche se non di Carletto in persona. A questa fila anche il nostro montone vaffanculista si è accodato, molto diligentemente, coprendo col chiasso il formidabile belato che gli prorompeva dal petto.

FILIPPO PATRONI GRIFFI 24/05/2012 Replicando al nuovo presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, il Ministro della Pubblica Amministrazione ha svelato un segreto: «La riforma della Pubblica Amministrazione e la Semplificazione sono priorità anche del governo. In questa direzione l’esecutivo sta lavorando sin dal primo giorno.» Sono dunque centottanta giorni di fila che il governo del «fare presto», quello che doveva limitarsi a dare corpo alle chiarissime idee da cui era animato, rimugina su questa riforma, senza riuscire a venirne a capo. Eppure la volontà c’è, fermissima. Secondo me, è tempo di mettere in campo gli incentivi. Un bel premio di produttività, per esempio. Ma che sia grosso.

COSIMO CONSALES 25/05/2012 Gli applausi ai funerali: quando li sento mi cascano le palle. Vogliamo prendere per il culo il caro defunto anche da morto, ora che per lui il tempo degli scherzi è finito per davvero? O troviamo forse in questo vitalismo alle vongole il nutrimento per l’anima nostra fine e sensibile? Non è che magari abbiamo deciso che la morte debba essere sempre per forza considerata un insulto che colpisce l’innocente, al solo scopo di sentirci tutti buoni, bravi ed innocenti, solidarizzando rumorosamente con il suo cadavere? Da un po’ di tempo quando si muore fioccano gli applausi: non mi sembra mica una cosa tanto normale. Possibile che in tutti gli altri secoli che il mondo ha conosciuti l’umanità si sia sbagliata? Al “Concerto della legalità”, ad esempio, non è mancato un lungo applauso per Melissa, la ragazza uccisa a Brindisi. Lo aveva chiesto espressamente il sindaco della città pugliese. Non una menzione, non un ricordo: l’applauso, quello ci voleva. Bah.

Grillo e Berlusconi

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Se per attaccare Grillo il non poco antipolitico Vendola l’ha accostato a Berlusconi, ciò significa che per la sinistra “politica” e “ragionevole” l’anatema contro il Caimano è ancora ben vivo. In realtà anche l’antiberlusconismo rientra nel cerchio magico dell’antipolitica. E il piccolo Grillo è solo un prodotto di questa più grande antipolitica. Scrissi qualche anno fa che per antipolitica intendevo “forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica.” Per essere ancor più concisi si potrebbe dire che l’antipolitica è messianismo politico, una non-politica. L’Italia repubblicana la vive e la respira da quando è nata. Andate in giro e fate una domanda semplice semplice alla gente che incontrate: l’Italia è o è mai stata una “vera” democrazia? La domanda è assurda, dal punto di vista del buon senso, ma anche da quello più propriamente intellettuale, perché la democrazia, come la politica, vive nel tempo e nello spazio, e non ha mai un approdo definitivo che ne suggelli definitivamente la bontà o la maturità.

E tuttavia, c’è un gran pezzo del paese, e un grossissimo pezzo di quello più acculturato, che in tutta serietà pensa che l’Italia non abbia mai conosciuto una “vera” democrazia. E che cerca nelle Diaz e nelle Bolzaneto, nei misteri di stato, nelle “trattative”, la conferma di queste verità. Quest’Italia vive nell’attesa e si sottrae al confronto con l’avversario politico. Si sottrae alla politica, che è confronto con chiunque abbia una presenza reale nella società, e che spesso invece viene da essa dipinto come straniero, come non-cittadino del paese nato dalla Resistenza, e che quando è troppo forte viene solo “sopportato” come parentesi storica, alla stregua di un usurpatore, sia esso la DC, Craxi, o Berlusconi. Questa riserva mentale ha avvelenato la vita politica italiana, ed ha impedito una vera dialettica fra i partiti. In un sistema così asfittico la politica oscilla continuamente tra pura gestione e rivoluzione, tra partitocrazia e antipolitica, senza trovare un equilibrio funzionale. Ed è inutile sperare in soluzioni tecniche ad un problema culturale. Anche il continuo appellarsi a riforme istituzionali, a riforme elettorali, ed in generale tutta la retorica riformistica ubbidiscono in parte all’impulso irrazionale o alla speranza di voler mettere a posto le cose tutte in una volta con un colpo di bacchetta magica o con un colpo di mano.

Con buona pace del governatore della Puglia nel 1994 Berlusconi non vinse in nome dell’antipolitica. Non si può dire sempre tutto e il contrario di tutto, secondo le convenienze: dipingere un giorno la creatura berlusconiana come il rifugio dei gattopardi che permise alla vecchia politica di sopravvivere, perché questo schema va a pennello all’antipolitica profonda e classica della sinistra italiana, ed un giorno dipingerla come una forza rivoluzionaria e populista, perché quest’altro schema serve a squalificare gli ultimi e più esagitati prodotti della stessa antipolitica. Berlusconi cercò, con molto pragmatismo, di conciliare il vecchio col nuovo. Fu disinvolto. Non opportunista. Fu coraggioso. E per questo fu attaccato dagli anticorpi maligni che in Italia hanno sempre preso di mira chi ha cercato di ingabbiare il radicalismo di molta parte della società italiana dentro la dialettica politica, chi ha cercato di essere moderato ma allo stesso “popolare” e ha mostrato di rifuggire da quell’aristocraticismo di stampo azionista che è l’altra faccia della medaglia, anch’essa nel fondo antiliberale e antidemocratica, del radicalismo di massa. Di quest’ultimo il movimento di Grillo, mezzo Eremita Pietro mezzo Savonarola, è una specie di manifestazione ereticale, tipica dei periodi torbidi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 24, 2012 at 12:32

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (55)

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GIORGIO NAPOLITANO 02/01/2012 Non solo ha avuto il coraggio di dire che «l’Italia può e ce la deve fare» – l’avrei lasciato stare – ma anche che il 2012 può essere l’occasione per «un nuovo balzo in avanti». Di «vecchi» balzi in avanti ne ricordo solo uno: quello «Grande» di Mao, che ridusse alla fame i cinesi, quelli sopravvissuti al balzo. Sarà pure cadavere, ma questo comunismo scalcia ancora: occhio a dove mettete i piedi.

IL MERCATO DELL’AUTO 03/01/2012 Che va a picco e ritorna ai livelli del 1996. E ben gli sta! La tua macchinetta andava benone ma tu dovevi cambiarla per forza. A forza di incentivi. E per la salvezza del pianeta! Per l’occupazione! Per l’industria! Per distinguerti! Per omologarti! Sennò passavi per un brigante, per un boicottatore dello sviluppo! Solo perché i tuoi sudati soldi li risparmiavi! O li impiegavi con più buon senso! Ed erano tutti d’accordo come perfetti imbecilli, in questo stupro di gruppo del «libero mercato», costruttori, governi, partiti, sindacati, giornali, banche: quelli che oggi ci chiedono «sacrifici». Sono i miracoli della «coesione».

LA PROCURA DI ROMA 04/01/2012 Al cui occhio penetrante nulla sfugge! Per i segugi dell’Urbe i compagni di merende della P3 formavano una cricca impegnata “a realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenza privata”. Una serie indeterminata? Forse perché nemmeno loro sapevano che cavolo volevano fare? O forse perché, in attesa di combinare qualcosa, non ponevano limiti alla fantasia? Una cricca, comunque, secondo i procuratori, “caratterizzata dalla segretezza degli scopi”? Segretezza a prova di bomba, vista la nettezza degli scopi. Una cricca “volta a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale, nonché apparati della pubblica amministrazione dello stato e degli enti locali”. Vaste programme, ma il minimo per il millantatore gloriosus italicus: sì, ma a quale scopo? Per approfittare “delle conoscenze così realizzate per acquisire informazioni riservate, influire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate dai membri dell’associazione”. Adesso è tutto chiaro: i quattro amici al bar, una volta influito sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, potevano riapprofittare delle conoscenze così realizzate per riacquisire informazione riservate, e così riinfluire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, e poi approfittare di nuovo delle conoscenza così realizzate per acquisire nuove informazioni riservate, e così via, via, via, via! Ad allargare all’infinito il cerchio della loro potenza! Sì, ma a quale scopo? Lo so io! Sì, so io qual è lo scopo! Scopo nobilissimo e poetico, che darà lustro all’Italia: costruire eroicamente la grandiosa epopea del maneggione, del nostro Čičikov nazionale, accaparratore non già di anime morte, ma di segreti di Pulcinella.

BEPPE GRILLO 05/01/2012 Per lo scalmanato martello ligure questi nostri politici italioti hanno veramente alzato un po’ troppo la cresta. Ma chi credono di essere? “Se Mussolini aveva sempre ragione” ha sbottato indignato, “loro ne hanno ancora di più.” Mentre dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, santa madonna, che il più bravo di tutti, il vero fuoriclasse, è lui e solo lui.

EQUITALIA 06/01/2012 Non tanto tempo fa si chiamava ancora Riscossione S.p.A., una denominazione che quantomeno aveva il pregio incoraggiante della chiarezza. Poi, per voler sfoggiare un levigato giustizialismo; per voler strizzar l’occhio equo e solidale al cittadino democratico e piazzaiolo; per correr dietro alle mode e al politicamente corretto; insomma, per piegarsi furbescamente al populismo dalle buone maniere, quello più pericoloso e velenoso, ha cambiato etichetta. Non avendo abbastanza la schiena diritta per resistere al vento dell’egalitarismo degli invasati anti-casta, ha seminato un po’ di vento anch’essa, dando una mano a costruire la trappola d’odio in cui ci siamo cacciati. Ed adesso raccoglie un po’ di tempesta. Troppa o troppo poca? In misura equa o non equa? Io non me ne curo. Io non c’entro. Io non mi sono piegato davanti all’idolo dell’equità. Quella baldracca. Son cose da servi. E da lacchè.

Written by Zamax

January 9, 2012 at 13:33

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (29)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/07/2011 “La Torino-Lione è la più grande truffa del secolo. Pensare di fare viaggiare le merci a 300 all’ora è roba da anni settanta. Il futuro è fare viaggiare meno le merci, è il regionalismo.” Sembrerebbe che per Beppe la meglio economia sia quella a chilometri zero, autosufficiente, splendidamente legata alla zolla ed eco-sostenibilissima: una paletta eolica, una vacchetta, una pecorella, un orticello, una capannuccia. Una mini Arca di Noè + il cane, il gatto, io & te. Insomma quella nota agli storici col nome di economia feudale, quel buon tempo antico che seppe arginare i malefici della divisione del lavoro, tanto c’erano fior di servi della gleba capaci di far tutto. Con internet, però.

GIULIO TREMONTI 05/07/2011 Il superministro filosofo, che è un cultore magniloquente ma un po’ confuso del buon tempo antico e delle sane abitudini, dovrebbe saperlo: un’economia senza risparmi non esiste. La morte del piccolo risparmiatore è la morte dell’economia. Ci hanno provato con micidiale ostinazione in questi anni ad ucciderlo col denaro a costo zero, la pozione magica che ha alimentato lustri di fantomatico ultraliberismo, allegro come il welfare di cui fungeva da surrogato solo un po’ più selvaggio: era infatti sempre il vecchio statalismo a dare con la destra, attraverso le banche centrali, quello che toglieva con la sinistra. Saggio, o coglione in quanto troppo saggio, il piccolo risparmiatore non si fece sedurre dalla frenesia di indebitarsi per case, automobili, vacanze, elettrodomestici e nuove diavolerie tecnologiche. Crollato il baraccone, non poté godere di un tasso d’interesse del tutto naturalmente vicino allo strozzinaggio, perché sennò avrebbe rovinato mezzo mondo, e con gli sciagurati pure se stesso. Il destino di questo cittadino esemplare era di tirare la cinghia ancora un po’ di più, non per guadagnare qualcosa, non per difendere il gruzzoletto dall’inflazione, ma per non restare nudo di tutto. Tuttavia per il salvatore della patria, come da copione, il calvario non era ancora finito: ora vogliono metterlo in croce col pizzo sul risparmio. Sarà la sua gloria. Ma si ricordi, ministro, questo povero Cristo mica resuscita tanto facilmente.

LA RACCOLTA DIFFERENZIATA 06/07/2011 Una volta riempito, riponete il sacchetto del secco non riciclabile nel bidone grigio provvisto di rotelline di vostra competenza; una volta riempito, riponete il sacchetto dell’umido nel bidoncino marrone; la carta raccolta in casa la cacciate direttamente, meglio ancora se ordinatamente, nel bidone giallo; il vetro, in pratica bottiglie e barattoli risciacquati senza tappi e coperchietti, lo buttate sempre direttamente nel bidone blu; gli imballaggi in plastica e le lattine, possibilmente non sgocciolanti olio, devono finire in un grosso sacco di plastica azzurrognolo; anche per le sostanze vegetali c’è un bidone apposito di color beige, ma è facoltativo. Non mette conto entrare nei particolari, ma non preoccupatevi, dopo breve tirocinio questi riti complessi diventano una seconda natura. Quando allora uno dei vostri bidoni o dei grossi sacchi in plastica è colmo, guardate sull’ecocalendario il giorno della raccolta di quel particolare tipo di rifiuto. La sera prima lo portate, se è un sacco, o lo spingete, se è un bidone, sul marciapiede di fronte a casa vostra. Diciamo la verità: siete veramente fieri della vostra opera. Un lavoretto coi fiocchi. Il pattume così ordinato ha tutta un’altra cera. Ha già acquisito valore, grazie al sudore della vostra fronte. E’ per questo che con bella regolarità vi arriva a casa un premio: la bolletta.

WOODY ALLEN & GIANNI ALEMANNO 07/07/2011 Corresponsione d’amorosi sensi e fuochi d’artificio intellettuali in Campidoglio. Giunto nella Città Eterna per le riprese del suo nuovo film, il regista americano, con la finezza di spirito che tutto il mondo gli riconosce, ha osservato che “Roma è una città romantica, forse più di Barcellona e New York, ed è quell’anima che voglio tirare fuori”. Gianni non ha voluto essere da meno: con brio arguto, e con in mano l’omaggio per l’illustre artista, una Lupa Capitolina che non credeva alle proprie ultramillenarie orecchie, ha spiegato che Woody “è andato in giro per la città con molta spontaneità per vedere qual è l’aria che si respira a Roma, e ne è rimasto molto ben impressionato, trovando la città bellissima”. Se questi sono i presupposti io direi che possiamo solo aspettarci il meglio: sarà un capolavoro di acume, grazia ed inventiva. Se non altro per la spietata economia di energie mentali fatta prima di mettersi veramente all’opera.

LUCIA ANNUNZIATA 08/07/2011 La moda è tirannica: per questo neanche lei sapeva se sarebbe andata in onda. Il motivo: l’esistenza di piccole mafie dentro RaiTre. Il direttore della rete, Ruffini, che alla purezza antiberlusconiana conquistata comodissimamente sul campo tiene maledettamente, sentendosi accusato di qualcosa di simile al concorso esterno in struttura Delta, l’aveva mandata direttamente a quel paese. Lucia, furibonda, aveva risposto annunciando dimissioni definitive ed inoppugnabili. La tragicommedia era veramente spassosa, ma è stata silenziata dai media democratici, in quanto persecutore e perseguitata erano tutti e due ufficialmente e felicemente – visti gli esiti faustissimi – iscritti alla onnipotente Loggia dei Perseguitati. Adesso hanno fatto la pace. Si sono chiariti. I complotti sono svaniti come neve al sole. E’ tornato il sereno. La verità ha trionfato, senza neanche una mezza tacca di procuratore della repubblica che rompesse i coglioni.

Il perimetro dell’Antipolitica

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Cos’è l’antipolitica? Probabilmente nient’altro che un nome che vivrà per una sola breve stagione. Ma per avere un’idea chiara di cosa essa rappresenti concretamente in Italia oggi, ed evitare la trappola dell’amalgame - per dirla alla francese – tesa a bella posta dai media nostrani, conviene stabilirne i confini culturali e politici entro i quali si manifesta. Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose -  di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre:

L’antipolitica della Casta Economica ovvero il partito del Corriere della Sera

A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. Von Mises considerava una forma di socialismo di stato i tentativi dell’aristocrazia che ancora sopravviveva nella Germania guglielmina di subordinare i processi economici al mantenimento dello status quo giuridico-sociale, al quale la libera economia invece si oppone per natura. Similmente, con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante ufficiale non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro La casta costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto. Il libro di Giavazzi e Alesina, se ne rendano conto o no, è solo il secondo capitolo di questa strategia, indirizzato a tutti coloro i quali, a sinistra, vogliano intendere. E specchietto per le allodole per i Volenterosi di tutti gli schieramenti. Per i DS il premio è quello di essere cooptati nella Nobiltà Economica e Dirigenziale di questo paese. Fin dove vorrà arrivare il Corriere con la sua antipolitica? Giovanni Sartori così scriveva qualche giorno fa (Ichino ha nulla da dire?):

Hegel elogiava la guerra come un colpo di vento che spazza via i miasmi dalle paludi. Io non elogio la guerra, e nemmeno approvo le ricette politiche «al positivo» del grillismo [...] Ciò fermamente fermato, confesso che una ventata – solo una ventata – che spazzi via i miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica, darebbe sollievo anche a me. E certo questa ventata non verrà fermata dalla ormai logora retorica del gridare al qualunquismo, al fascismo, e simili.

L’antipolitica dei post-comunisti ovvero il Partito di Repubblica

Qualche giorno fa l’ex entusiasta fascista da giovane; l’ex celebratore degli inevitabili successi del comunismo sovietico degli anni della maturità; e finalmente solo l’arido giacobino degli anni della vecchiaia; l’aristocraticissimo, non per nobiltà d’animo ma per la puzza sotto il naso, fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha attaccato Beppe Grillo con la violenza dei Grandi Accusatori del Sant’Uffizio Comunista, tacciandolo – ovviamente – di fascismo. Non gli è passato nemmeno per il cervello che la non-politica del blogger non sia altro che un riflesso della non-politica di quella Sinistra Mitologica di cui Egli si crede il Demiurgo o il Duce Spirituale. Una maligna congiunzione astrale di avvenimenti storici ha voluto che l’Italia sia oggi l’unico paese europeo in cui il Muro di Berlino non sia ancora veramente caduto. Mentre nei paesi dell’Europa orientale il disastro del socialismo reale ha trascinato con sé anche l’idea del comunismo, nell’Europa Occidentale, persino in quelli di più recente democrazia, come la Spagna, il Portogallo o la Grecia, i partiti socialdemocratici hanno ben presto emarginato le forze politiche comuniste, sulle quali gli avvenimenti legati al crollo dell’Impero Sovietico hanno agito solo come una definitiva condanna della storia. Anche nei paesi, come la Russia, dove la mentalità comunista, che non poteva scomparire da un giorno all’altro, si è incanalata, insieme ad altre componenti culturali della vecchia Russia, a rafforzare forme mascherate e forse inevitabili di socialismo nazionale alla Putin, persino là l’idea del comunismo, col settarismo ideologico che le era proprio, è caduta nella polvere. Invece è proprio il settarismo ideologico quello che è sopravvissuto della Chiesa Comunista Italiana. Come scrivevo qualche giorno fa:

Col crollo del comunismo sovietico, la “sharia” comunista si è evoluta: la professione di fede nel marxismo-leninismo è stata rimpiazzata da quella nella Sinistra – ente metafisico – ed è la sola cosa richiesta ormai da una nomenklatura che diventa ogni giorno tanto più vasta quanto minore il consenso che raccoglie nelle plebi italiche.

Il processo di Norimberga all’ideologia comunista in Italia non si è mai potuto celebrare. Ed è stato, con un colpo di bacchetta magica, sostituito da quello di Mani Pulite, con il quale una Parte del Vecchio si è sbarazzata dell’Altra Parte del Vecchio, quest’ultima con le mani i pasta negli affari né più né meno della prima, ma con il merito di aver tenuto la rotta di un Italia sgangherata finché si vuole, ma democratica e occidentale. Ma con Mani Pulite la sinistra postcomunista ha reciso anche il ramo del socialismo italiano, l’unico sul quale avrebbe potuto trovare appigli e appoggi per una sua rifondazione non comunista. La damnatio memoriae del socialismo italiano impedisce alla sinistra l’approdo naturale alla socialdemocrazia. Essa vuole rivendicare, con questa rimozione della sua storia e nonostante tutte le evidenze contrarie, una linea di continuità nella rappresentanza del partito della ragione, della legalità e della democrazia. Questo spiega anche la fuga in avanti necessaria ma antistorica del Partito Democratico e le assurde poesie celebrative liberiste dei Giavazzi & C. E così non soltanto una truppa assai consistente del mondo comunista si è rifiutata di impegnarsi in queste acrobazie intellettuali, rimanendo tale e quale al tempo del sogno sovietico, ma coloro che hanno passato il Rubicone, in realtà, senza alcuna vera evoluzione, si sono limitati a rinunciare al marxismo, per tornare indietro all’originario giacobinismo, l’ideologia del partito del partito preso, del partito della mafia dei buoni e degli onesti, del partito razzista della società civile, non a caso evocata appena ieri dal moderno Veltroni quale presenza qualificante nelle liste che appoggiano la sua candidatura alla leadership del Partito Democratico. Ora il Partito di Repubblica, il Partito che tenta, nonostante tutto, di tener insieme il Vecchio Comunista e il Vecchio Giacobino alias Democratico, si è accorta che il suo vecchio alleato del 1992, il Vecchio della Casta Economica, insieme al quale forma la Nomenklatura Italiana, sta tentando di farle quello scherzo che insieme fecero al Vecchio Democristiano: cavalcare la stanchezza e l’insofferenza degli italiani per costruirsi una nuova verginità e procacciarsi una nuova, statica e reazionaria rendita di posizione, tenendo nel contempo al suo posto la gente nova cui dà voce la Casa delle Libertà.

L’antipolitica degli orfani della politica ovvero il Partito di Grillo

Il background psicologico, chiamiamolo così, che sostiene la piattaforma programmatica antipolitica del novello Savonarola del panorama politico italiano, non è che la brutale semplificazione delle altre due antipolitiche già descritte. Il problema sta tutto in una classe politica o in un avversario politico moralmente e intellettualmente indegni. Per cui la soluzione si trova, indipendentemente da ogni questione di rappresentatività democratica, e a parole ben s’intende, nella qualità di questo personale politico: il Governo dei Migliori, secondo gli Ottimati del Partito del Corriere della Sera; il certificato di appartenenza alla Sinistra per il Partito Giacobino di Repubblica; il certificato di Grillo per il Partito Supergiacobino della Palingenesi Vaffanculista. Tempo fa scrissi:

Ma mentre meritoriamente Berlusconi, politico stilisticamente improbabile ma l’unico vero, in quanto dotato di visione strategica e coraggio, buttando il cuore oltre l’ostacolo della “political correctness” costruiva il polmone di destra della politica italiana e procedeva alla “costituzionalizzazione” (per usare il termine di Angelo Panebianco) della destra leghista e missina, la sinistra, rimosso ogni sforzo di autocritica e quindi di sviluppo culturale, usciva da Mani Pulite ibernata, nell’ebbrezza comoda di un’autoproclamata purezza morale e democratica. Ragion per cui oggi ci troviamo con un blocco veteromarxista che non ha paragoni in nessun altro paese europeo. E in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del “cinghialone socialista”, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Per il momento non muoiono, ma cominciano a lasciare dei buchi. La nomenklatura non può alimentare all’infinito le proprie clientele e mettere così a tacere i mal di pancia ideologici. Gli esclusi dalla nomenklatura, gli orfani dell’ideologia e la folla di coloro che a sinistra non hanno nulla da perdere, costituiscono il grosso dei supporters di Grillo. Il grosso, ho detto, perché infatti essa raccoglie, anche se in misura nettamente minoritaria, altri orfani, per loro scelta, della politica: i gruppuscoli dell’estrema destra. Non solo il sostegno – interessato – manifestato da uomini di dubbio profilo ideologico ma sicuramente uomini d’ordine e sostenitori del più ferreo giustizialismo come Travaglio e Di Pietro, ma anche quella degli idealisti in fondo necrofili, cioè nichilisti, del Movimento Zero di Massimo Fini, è un fatto che non può essere sottovalutato.

Conclusioni

Questa sinistra, della quale, come forza conservativa, anche il partito montezemoliano è un alleato, non è riformabile. Essa deve crollare, com’è avvenuto in tutto l’Occidente, prima di rinascere. La piazza pulita che deve essere fatta non è quella dei politici, ma quella degli equivoci e degli inganni. Molti dei reduci del socialismo reale, richiesti su quale fosse la cosa più insopportabile e caratteristica di quei regimi, rispondono: la menzogna. Che si respirava come l’aria e giorno dopo giorno diventava una perversa seconda natura. Noi in Italia respiriamo ancora una forma non così pervasiva ma tuttavia reale di questa menzogna. In Italia il Muro di Berlino dovrà cadere realmente. Solo così si potrà svelenire e normalizzare la situazione politica italiana. Chi presta orecchio alle sirene temporeggiatrici delle riforme elettorali e alle iniziative miracolistiche liberali bipartisan non fa altro che procrastinare l’esito inevitabile di una commedia che dura dalla  fine della seconda guerra mondiale.

Links: Ismael

Written by Zamax

September 23, 2007 at 20:57

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