Posts Tagged ‘Chiesa cattolica’
La Chiesa, Israele e la Terra Promessa
Ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo di Newton dei greco-melkiti (Usa), nel corso del Sinodo vaticano sul Medio Oriente, chiusosi, fra l’altro, con la richiesta alla comunità internazionale di metter fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, in applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite:
La Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Vogliamo dire che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Noi cristiani non possiamo più parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. Non ci sono più popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto. E questo è chiaro per noi, non ci si può basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi.
Ebbene, se non stiamo a sottilizzare e ad equivocare volutamente sulle parole, da un punto di vista cristiano – e ripeto da un punto di vista cristiano – ciò è sostanzialmente esatto. Per quanto mi riguarda, è vero ed esatto. Tuttavia parole così sbrigative (quasi malizioso, quel “popoli preferiti”) potrebbero indurre molti a vedere in negativo la “promessa” del Dio dell’Antico Testamento, come se non solo fosse stata abolita, ma anche “rinnegata”, quando invece è importante coglierne gli elementi di continuità con l’avvento del Regno di Dio. La prima promessa, men che mai rinnegata, fu superata più che abolita. Fu la prima promessa a tenere in grembo la seconda e più grande promessa, una Nuova ed Eterna Gerusalemme, che della prima fu uno sviluppo e una precisazione, e questo più grande bene non poteva nascere che da un altro bene.
E’ l’universalismo cristiano che ha desacralizzato qualsiasi concetto legato a popoli, a razze, e ad autorità terrene. La secolarizzazione è opera del Cristianesimo, che seppe distinguere quello che era del “secolo” da quello che era di Dio. Questo caratteristica dirompente – “dissacrante” nel vero senso della parola – del Cristianesimo, oggi dimenticata dalla civiltà che ne è figlia perché questa di quella è imbevuta, a riprova del suo completo trionfo, fu invece ben sentito, istintivamente sentito, nel mondo greco-romano dove i cristiani erano spesso accusati di “ateismo”. Fu una rivoluzione, che però aveva radici nell’ebraismo. E’ infatti nell’Antico Testamento che troviamo con chiarezza le radici della separazione tra quello che oggi chiameremmo “potere civile” e le “autorità religiose”: fu Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele; solo alla “stirpe di Aronne” fu riservato l’officio sacerdotale; e la tribù dei Leviti, alla quale Aronne apparteneva e che si occupava della gestione del culto religioso, fu l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non furono assegnati territori.
Sono sempre le parole e le storie dell’Antico Testamento che ci confermano come il Regno di Dio, se comincia a formarsi su questa terra, su questa terra però non può giungere a compiutezza. Mosè non mise mai piede nella Terra Promessa alle cui porte aveva condotto il suo popolo. Salì sul monte Nebo, nella terra di Moab, e potè vederla.
Ma il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe [...] Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.»
Mosè morì lì, nella terra di Moab,
e nessuno ha conosciuto la sua tomba fino ad oggi.
Ciò significa che la promessa non veniva completata con la conquista di Canaan, ma che essa racchiudeva in sé una seconda e più grande promessa: non era infatti concepibile che un suo profeta ne venisse escluso. La morte di Mosè nella terra di Moab, prima di entrare in quella Terra Promessa della quale sarebbe stato Re, ha lo stesso significato teologico del rifiuto di Gesù, Re d’Israele – tu lo dici, io lo sono - di farsi Re su questa terra: nella definitiva Terra Promessa si entra attraverso la morte. Tanto che per tagliare ogni cordone ombelicale con illusioni terrestri ed impedire culti superstiziosi Dio volle far sparire perfino ogni traccia della tomba di Mosè.
E se è vero che non ci sono più popoli “preferiti”, non è altrettanto vero che il concetto di popolo “eletto” sia sparito. Uscì con Cristo definitivamente dai confini razziali, dentro i quali d’altronde non fu propriamente mai, e non poteva esserlo, perché il seme non può smentire il frutto, neanche nell’Antico Testamento: la conquista della Terra Promessa si apre con la presa di Gerico, che ha come prologo il patto della donna, prostituta e straniera Raab con gli esploratori di Giosuè, il quale dopo la conquista
salvò la meretrice Raab, tutta la parentela e quanto le apparteneva, ed essa abitò in mezzo ad Israele fino ad oggi.
La salvezza di Raab preannuncia la salvezza della donna “cananea”, del buon “samaritano” o del centurione presumibilmente “romano” e in ogni caso non ebreo, ossia gli stranieri del Nuovo Testamento, e indica che nel senso più intimo e vero anche nel Vecchio Testamento il concetto di popolo eletto superava il pregiudizio etnico. “Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”, ha detto l’arcivescovo Bustros, ma specifichiamo: in potenza; perché a ciascuno Dio ha dato il libero arbitrio. Ma un popolo eletto esiste, anche se è solo Dio a conoscerlo: nemmeno la Chiesa intesa come organizzazione e assemblea dei fedeli vi si può identificare, tant’è che essa “non giudica”, ossia “non sentenzia”.
Tutto questo precisato, è verissimo che terre sacre e sacri confini non esistono in nessuna parte del mondo: vale per Israele, vale per qualsiasi altra nazione, vale perfino per il Vaticano. E’ la stessa civiltà giudeo-cristiana-occidentale che rifiuta questo feticismo territoriale. Per quanto profonde ne siano le radici, per quanto ostinate le tradizioni, gli stati si formano in ultima istanza su coordinate spazio-temporali, non metafisiche. Gli stati, le nazioni e le lingue nascono, si trasformano, e molto spesso muoiono. E quindi i conflitti fra questi vanno auspicabilmente risolti col buon senso e con la ragione, anche se le soluzioni non potranno mai essere indolori, com’è giusto con tutto ciò che si muove nel campo del relativo. Appunto per questo, per riguardo alla storia, e ad una presenza che non è mai venuta totalmente meno, tanto più se si parla di un territorio che dopo la conquista araba del VII secolo dopo Cristo non ha mai veramente conosciuto il concetto di “nazione”, estraneo all’Islam, non si può negare agli ebrei la solidità delle proprie rivendicazioni territoriali. Che hanno limiti e non hanno stimmate divine: su questo non ci piove. Ora, però, parlare astrattamente di Gerusalemme come città aperta, ambire di tripartirsi la Vecchia Gerusalemme, quando la Nuova dovrebbe interessarci di più, e dopo che da queste malattie ci saremmo dovuti emancipare da un bel po’ di tempo; “santificare” le risoluzioni dell’ONU, anche quando non stanno in piedi; o predicare, come fanno tutti come se fossero al bar, la necessità di due stati, senza dire come e dove (ed io la vedo molto, ma molto difficile); più che ad una ben ponderata e feconda proposta, somiglia proprio, mi pare, ad un articolo di fede, o al suo plebeo sottoprodotto, il luogo comune. E dovrebbe essere il contrario, o no?
La Chiesa di Ratzinger
Non era poi difficile indovinare che con l’ascesa al soglio pontificio del pastore tedesco di piccola taglia ma di non piccolo ingegno Joseph Ratzinger per la Chiesa Cattolica si sarebbe aperto un periodo aspro e di confronto col mondo. Non certo per le belliche volontà di Benedetto XVI, ma per il carattere particolare – ma non esclusivo, ovviamente – che avrebbe assunto il suo pontificato, nel quale la priorità sarebbe andata alla chiarezza e alla testimonianza: un segno dei tempi in tempi confusi, senza essere per questo particolarmente drammatici; tempi positivamente segnati dal disgelo post-comunista e dalla stordente accelerazione dei processi di globalizzazione, alla preparazione dei quali non fu estraneo un papa di “sfondamento” come Giovanni Paolo II.
Ratzinger è andato incontro alla sfida col carattere mite, riguardoso e determinato che gli è riconosciuto, ma con piena consapevolezza. Col senno di poi – nostro ma non dell’Onnipotente, che tutto vede e prevede – si può dire che vi si fosse preparato per tutta una vita. Ha cominciato con segnare onestamente e correttamente i limiti del “dialogo” interreligioso, che è l’unica maniera proficua con la quale impostarlo, soprattutto entro la famiglia delle religioni monoteiste. Lo ha fatto a suo modo, ma con nettezza: rimarcare ciò che vi è di comune nelle loro radici non è altro, infatti, che rimarcarne ciò che vi è di differente ed inconciliabile. Una religione rivelata non può essere che una e una sola, come una sola è la verità. Fermo restando che si presuppone sempre la buona fede in chi professa una religione differente, e che questo “sarà computato a sua giustificazione”. Avrà scontentato coloro che plaudono alla stracca liturgia del dialogo che i media compiacenti propagano, dove tra vicendevoli complimenti si gira stucchevolmente intorno alle cose, ma i più seri e i più onesti non avranno potuto che apprezzare.
Sul fronte interno ha messo fine, per il momento, alle mai sopite illusioni – che sempre spunteranno e sempre saranno deluse – di evoluzione democraticista della Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica non può essere sovranamente collegiale. Ciò sarebbe la negazione della sua essenza, che si basa sul primato di Pietro. Essa, sul piano dogmatico, non si nega alla ricchezza dei contributi dell’ingegno umano, e particolarmente a quelli di chi ad essa appartiene, ma esige una “conferma”. Come la Rivelazione, completata dalla resurrezione di Cristo, fu una “risposta” alle ansie e alle congetture degli uomini, e al Logos dei filosofi, non una loro negazione, giacché lo Spirito di Verità aleggiava sopra la terra fin dal principio, così nei successori di Pietro – non necessariamente i migliori e i più profondi degli uomini ma in grazia del loro particolare carisma – la Rivelazione si arricchisce e si chiarisce in tutte le sue sfaccettature, accogliendo o correggendo quanto penetrato dalla mente umana. In questo la Chiesa Cattolica ribadisce la sua natura straordinaria, irriducibile a quella di qualsiasi entità puramente mondana. E questa diversità sola sta alla base del concetto di laicità e di separazione tra Stato e Chiesa. Chi vuole democratizzare la Chiesa Cattolica non solo distrugge la “chiesa”, ma distrugge pure lo “stato” transeunte e non totalizzante della migliore tradizione giudaico-cristiana-occidentale.
Sul piano del confronto con la società non ha potuto che ribadire la sua dottrina morale. La Chiesa Cattolica ne ha viste e vissute troppe per farsi impressionare dalla marea montante della libertà dei costumi. Essa non ne contesta, tranne che nei casi più gravi, la “legittimità”. Ma allo stesso tempo, di fronte ad un mondo anticristiano ed evidentemente insicuro cui la libertà nella legge non basta senza la benedizione cristiana, mantiene intatto il suo patrimonio dottrinario e ne dà testimonianza. Anche se il prezzo sarà alto, la Chiesa non si piegherà. Potrà perdere consensi al suo interno, ma ne potrà acquistare al di fuori. I tempi di difficoltà sono tempi di semina. E la Chiesa non ha fretta. E sa che una società “cristiana” non è una società di fedeli, ma una società che suo malgrado impara dall’esperienza che allontanandosi dal nucleo dei suoi insegnamenti ne paga carissime le conseguenze; cosicché vi ritorna, magari maledicendola. Prima dell’ennesima ribellione e dell’inevitabile pentimento.
Dawkins & Hitchens: rigorosamente atei, ma apocalittici
Bisognava solo aspettare un minchione con abbastanza fegato per farlo: dico, chiedere l’arresto del Papa per crimini contro l’umanità. Alla fine ne sono arrivati due, la premiata ditta Dawkins & Hitchens, una coppia di aspiranti martiri dei resti dell’oscurantismo medievale nel nostro tempo, specializzata in quell’esercizio spesso fruttuoso e in ogni caso privo di rischi che tanto successo ottiene fra le schiene pieghevoli e le menti deboli dell’Occidente noioso e pantofolaio: sparare con comodità contro la Croce Rossa, ossia contro la Chiesa Cattolica. Sorprendentemente, ma solo il linea teorica, perché grande è la confusione sotto il cielo, sono stati due atei di superiore statura, integrali e consapevoli, a dar voce al crucifige delle plebaglie moderne, che da due secoli a questa parte si traduce spesso e volentieri nell’accusa di “crimini contro l’umanità”. Giustamente, giacché da quando le menti del volgo sono state illuminate dai Lumi – nomen omen – che si sostituirono alla Luce che venne nel mondo due millenni or sono, l’Umanità ha sostituito la Divinità, e la Ragione la Fede. E da allora la condanna per “crimini contro l’umanità”, tanto grave – e definitiva – nel suo sapore metafisico, è diventata un surrogato del Giudizio Divino. Che l’ideologia dei Diritti Umani abbia esordito nella storia con macelli prodigiosi è del tutto in linea con la sua natura profonda: infatti mentre per la conciliante, consolante, amica e saggia filosofia cristiano-cattolica il Figlio dell’Uomo è pur sempre il Figlio di Dio, e Fede e Ragione si danno la mano in un fecondo sposalizio, per i fanatici della Ragione l’unico Dio è l’Uomo, geloso quanto quello dei cieli ma a differenza di quello per nulla misericordioso.
E’ invero tonificante vedere come i nemici del Cristianesimo, con le loro micidiali parodie del Cristianesimo, dal Cristianesimo non sappiano uscire. Ma mentre il Dio della Bibbia è tanto buono da concedere all’uomo tutta una vita terrestre per imboccare la retta via, e anzi, nella sua sapienza insondabile, e per dirla con le parole del Vangelo, gli abbrevia perfino i giorni della grande tribolazione nel momento esattissimo nel quale la sua fede potrebbe soccombere; ma mentre lo stesso Dio ricorda all’uomo sofferente per la finitezza mortale del suo corpo e per l’indefinitezza spossante della sua anima il destino della sua natura divina – sua dell’uomo – dove tutto si comporrà in unità, nel riposo di una Nuova Gerusalemme, ed in vista di questo nobile ed entusiasmante obbiettivo gli proibisce di stabilire gradi definitivi di giudizio su questa terra, distinguendo il Suo Giudizio dal diritto “solo” positivo degli uomini; ma mentre dunque il buon Dio e i suoi umili accoliti dimostrano una certa incoraggiante coerenza che nella nostra civiltà è riuscita a fare meraviglie, la razza massimamente democratica e massimamente tollerante dei nostri tempi non riesce a fare altrettanto: non vuole sottrarsi all’orizzonte solo terrestre, ma non riesce però a sottrarsi agli impulsi divini; per cui di quando in quando invoca, o meglio, nomina un suo Angelo Sterminatore.
Per questo dico che è sorprendente solo in linea teorica che due alfieri dell’ateismo, due adoratori dell’incompiutezza dell’uomo, della scientifica e rilevabile relatività di questo animale un po’ troppo intraprendente, si siano abbassati a pratiche “superstiziose” quali mettere in moto la retorica dei diritti umani: perché si scaldano tanto, e perché s’indignano, di grazia, i vari Hitchens & Dawkins se non credono risolutamente a nulla di ciò che travalichi la schiavitù del tempo e dello spazio? Specialmente per ciò che riguarda l’uomo? Non dovrebbero, in perfetta coerenza con la loro superiore intelligenza delle cose, che non chiamiamo filosofia perché in quest’ultima l’amore ci mette diabolicamente lo zampino, limitarsi a godere seraficamente dello spettacolo del genere umano, col suo regolare quanto caotico festival di sopraffazioni, coi suoi processi di distruzione creatrice? Negatori furiosi di ogni ombra di diritto naturale, non riescono neanche a graduarne gli effetti sul diritto positivo. Come tutti gli amici dell’uomo plasmato dalla sola terra, all’infuori dei molto più temperanti figli di Fido, quando discendono dalle regioni superiori conoscono solo la mannaia. Rigorosamente atei, ma apocalittici: non credono a nulla, ma sui principi non transigono.
La provocante forza della Chiesa Cattolica
Non deve stupire che Benedetto XVI non abbia fatto cenno alla questione pedofilia nei giorni della liturgia pasquale. Se la Chiesa Cattolica fa atto di contrizione, non lo fa certo per piegarsi allo “spirito del mondo”. Il Papa era aspettato al varco, il palcoscenico già allestito dalla grancassa dei media, davanti alla gran platea del mondo. Ma la Chiesa è troppo avvertita per prestarsi alle forche caudine di questa sorta di liturgia profana. La Chiesa, come ha detto il Papa, che non parla mai a caso, e men che mai nei momenti topici, non si fa intimidire. Per cui si è sottratta allo spettacolo, con un silenzio fermo, franco e maestoso, come quello di chi passa misteriosamente in mezzo alla folla inferocita: un silenzio religioso.
Non vi è nessun complotto contro la Chiesa Cattolica. “Complotto” è una parola troppo meschina per descrivere l’attacco concentrico di cui essa è oggetto da qualche tempo. La venuta alla luce di fatti di pedofilia al suo interno ha semplicemente aperto una breccia nelle sue mura poderose: lì si sono ammassate, senza alcun bisogno del richiamo del trombettiere, le forze che le sono avverse. Giova ricordare che solo oggi, nell’era delle comunicazioni di massa, la pedofilia è entrata dalla porta principale nel gran dibattito dell’opinione pubblica. Anche la Chiesa ne è stata investita, e non poteva essere altrimenti. E’ significativo che oggi ad essere nel mirino dei moralizzatori siano proprio quel Cristianesimo e quella Chiesa che nella storia, sulla scorta della tradizione ebraica, seppero dire una parola definitiva su tale crimine “contro natura”; laddove invece fuori della civiltà giudaico-cristiana tale parola chiara non fu mai detta; laddove invece nel mondo delle arti, con cenni più o meno espliciti, e fino a non molto tempo fa, la pedofilia, o almeno l’efebofilia, era non di rado un piccante e grazioso dettaglio di quel mondo pagano, libero e sensuale, “naturale”, che si voleva contrapporre con idealizzata nostalgia alla camicia di forza della civiltà cristiana.
Che sulla Chiesa Cattolica in particolare si stia abbattendo questa tempesta è un segno della sua forza: perché sprecare energie su moribondi il cui destino è già segnato? Non parlo tanto delle Chiese Ortodosse, che da quando chinarono il capo a Cesare, ancora in epoca bizantina, non si sono mai interamente riprese. Parlo, ad esempio, delle chiese protestanti europee, ridotte oramai allo stato comatoso di chi non ha più nulla da dire. Ed infatti nulla riescono a dire da quando si sono disciplinatamente incanalate, ovviamente tra applausi discreti, in uno sfatto democraticismo, e alla Rivelazione hanno mostrato di preferire l’impalpabile filosofia dei diritti umani. Questo lento tramonto era già scritto nel loro atto di nascita. Il protestantesimo si è fatto chiesa solo adattandosi alle esigenze delle nuove compagini nazionali, ossia dei Prìncipi: la traduzione in lingua della Bibbia ne costituì spesso una specie di manifesto. E’ possibile che nei paesi dell’Europa settentrionale l’intrinseca debolezza teologica di queste chiese nazionali abbia favorito una transizione meno problematica nella modernità, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, in quanto l’elemento religioso non si contrapponeva necessariamente al rinsaldarsi dell’entità statale. Mentre la Chiesa Cattolica mantenne la sua integrità, e con quella l’universalismo che le è proprio. E’ per questo che l’anticlericalismo duro e puro, anche nei momenti di bonaccia della contesa politica, è caratteristico soprattutto dei paesi latino-cattolici. E’ per questo che la distinzione tra stato e religione, che il Cristianesimo possiede già alla radice, si è fatta strada con più facilità nei paesi protestanti: non già per la superiorità del protestantesimo, al contrario, per la sua inferiorità, che ha imposto parametri assai meno stringenti di chiarezza.
Per il mondo protestante, che ora sta pagando il conto, per così dire, di questa partenza “truccata”, si è trattato di una sorta di lunghissimo e fruttuoso regime interlocutorio, che ha fatto da battistrada al mondo intero. Ma oggi, nella centrifuga disorientante della globalizzazione anche la forza vivificante delle sette vigorose del Nord-America sembra venir meno, mentre si appalesano sempre più i limiti di una cripto-veterotestamentaria mancanza di “pietas”. A dispetto delle apparenze, e parlando in termini epocali, la forza delle cose fa sì che non solo il mondo extra-occidentale si stia progressivamente cristianizzando nel momento in cui, volente o nolente, avendone o non avendone coscienza, e tra una crisi di rigetto e l’altra – vedi le convulsioni islamiche – giorno dopo giorno si arrende insensibilmente ai canoni della civiltà cristiano-occidentale; ma anche che nel mondo occidentale propriamente detto la dialettica stato-religione, partendo però da un punto che ha superato le criticità più accese e violente delle vecchie contrapposizioni, somigli sempre più a quella che abbiamo conosciuta nei paesi cattolici. La bufera di questi giorni è solo il movimentato e scomposto prologo di un travaglio necessario come la respirazione alla vita della società civile che nella Chiesa Cattolica, roccaforte senza riserve del diritto naturale, avrà in futuro, come ebbe nel passato, un imprescindibile protagonista. Nel mondo intero.
Le vittorie di Pirro dell’Islam e degli utili idioti democratici
[Sull'improvviso ravvivarsi della questione dei crocifissi in aula, dovuta alla recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, ho scritto un articolo in buona parte messo insieme con cose già scritte in passato in questo mio blog, alcune anche tre anni fa: mi lusingo del fatto che, dal mio punto di vista - ovviamente - stiano tutte ancora perfettamente in piedi.]
Non saranno certo la decisione dell’antica antichissima e prestigiosa prestigiosissima Università di Cambridge di ammettere il burka alle cerimonie di laurea o la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, contraria alla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche, a cambiare il corso della storia. Che una studentessa musulmana, alla conclusione del corso di studi in quel di Cambridge UK, nel giorno del suo trionfo, e non nella notte di Halloween, abbia il fegato di indossare uno straccetto che la fa somigliare ad un semovente blindato di stoffa senza visibili feritoie, dice di più, forse, dello stato morale della cultura accademica europea che dei capricci della signorina; che la pomposa Corte annoveri tra i suoi componenti l’immancabile Zagrebelski – Vladimiro stavolta – indica ancora un volta come una certa nostra nomenklatura sappia piazzare i suoi uomini dappertutto giocando al martirio democratico. Tuttavia sul gran sfondo della storia queste cose non costituiscono che degli episodi di cronaca, delle piccole battaglie perdute da parte di un cristianesimo e di una civiltà cristiana destinati a vincere.
L’avanzata islamica nel mondo è solo un grandioso effetto ottico. L’Islam stesso è figlio – degenere – del Cristianesimo. E’ l’universalismo cristiano che ha dato forma alla nostra società occidentale accompagnandola nella sua evoluzione. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. E’ l’universalismo cristiano, con quell’unico Dio cui l’uomo finalmente e pienamente al singolare guarda come suprema istanza, che ha deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, e di nazione e che ha posto questo mondo sotto il regime di una legge transitoria, positiva. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura. Senza quelli in cosa si differenzierebbe da un ente o da un’associazione? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia. Su questa base essa ha potuto agire in libertà adattandosi nei secoli e millenni ai cambiamenti di una società della quale essa stessa aveva posto le basi, e la cui evoluzione in fondo si può riassumere nel frutto di uno scambio tra Dio e l’uomo quale cittadino di questa terra, non quale cristiano, nel quale il primo dà all’uomo tanta più libertà, anche di fare il male, quanto più quest’ultimo gli obbedisce nelle cose fondamentali. Storicamente parlando, le libertà individuali si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della legge morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di conservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna tuttavia indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati. Questa è la società cristiana, che non è la società dei cristiani.
Tutta la cultura dei “diritti dell’uomo” così come i totalitarismi moderni sono fenomeni concepibili solo al suo interno: sono fenomeni post-cristiani, così come l’Islam; anche le ideologie e le religioni anticristiane sono parodie del Cristianesimo; di un Cristianesimo che non superato il problema della morte e che non ha saputo distinguere la società cristiana dal Regno di Dio. Il monoteismo, e con sé l’attrazione irresistibile per i diseredati di un universalismo che radeva al suolo caste, tribù e clan – così come fu molti secoli dopo per quello dei rivoluzionari giacobini o di quelli comunisti, ma anche per quello purificato su scala ridotta dei nazionalisti – fu l’arma intellettuale che portò Maometto al potere; il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.
L’imperfetto universalismo islamico si trova oggi sotto la pressione irresistibile della civiltà cristiana – quella società che invece il Cristianesimo, rimanendo fermo nei suoi pochi principi, ha saputo declinare nella storia e nella geografia senza far violenza a popoli e nazioni – e a questa penetrazione cristiana indiretta, inodore, camaleontica, ma terribilmente reale nei costumi e nel linguaggio soccomberà. Ed è proprio per questo che in Occidente, sulla linea del fronte, senza forse rendersene pienamente conto, quello stesso Islam che nei secoli scorsi esercitò perfino fra le arti della Cristianità il fascino di un mondo sensuale e tollerante benché popolato da infedeli, oggi adotta delle linee di resistenza fondate su un assolutismo dei precetti dagli esiti a volte carnevaleschi.
[pubblicato su Giornalettismo.com]
In un mio commento, per chiarire meglio il mio pensiero sui rapporti nella storia tra Stato, Società e Cristianesimo, ne ho fatto un piccolo riassunto, sempre con un collage di vecchie cose:
Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) a difesa dei cristiani, appellandosi al carattere pio, filosofico e “razionale” del sovrano, indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una “Apologia per i cristiani” nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia alla radice diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:
«Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»
(“soltanto Dio” e “sovrano degli uomini”, naturalmente: fin qui arrivavano, a loro rischio e pericolo.)
Io considero, retrospettivamente, che l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo, quando a dispetto della loro potere temporale i papi spesso non erano sicuri nemmeno a Roma – sia stata necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.
A questo proposito, faccio notare che l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il “sentimento nazionale”, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione, non della secolarizzazione in se stessa, nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.
Santo subito!
Insomma ce l’ha fatta il furbacchione. Roberto Balducci, da poco vaticanista del TG3, è riuscito a farsi rimuovere da un posto che ormai gli stava dolorosissimamente sulle palle. Aveva sparato la sua cazzata senza molte speranze domenica sera chiudendo il suo servizio con una presa per il culo del Papa:
“Domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti… che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po’ di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole”.
Da cronista, se il pastore tedesco e le pecorelle al seguito gli facevano proprio schifo, avrebbe potuto dire che c’era poca gente in giro e che la Chiesa avrebbe dovuto interrogarsi su questo. Ad esempio. Invece no, ha voluto proprio fare il ritrattino di un gruppetto di ebeti che ascolta un ebete. Non era sul suo blog, o su Facebook, non era nemmeno lì in veste di corrosivo opinionista, cose che avrebbero legittimata la sua bischerata; no, era lì in veste di cronista, e in quest’ultima veste le prese per il culo non sarebbero state accettate nemmeno se si fosse trattato di un comizio elettorale dei quattro gatti del Partito della Foca Monaca. Ma insomma bisogna capirlo, sentire le prediche di un vecchio coglione fuori del tempo era una tortura atroce per un rappresentante qualificato della società civile, quale il nostro eroe. E allora lui e il suo direttore hanno fatto una chiacchierata; il direttore gli ha detto che aveva fatto una minchioneria, e che forse era meglio passare a qualche nuovo incarico, e Roberto per senso di responsabilità, esultando in cuor suo, ha detto di essere d’accordo, e quindi è stato “rimosso”. Questa “rimozione” è il primo gradino del cursus honorum del martire in ciabatte. Intanto il risultato minimo – un nuovo incarico – è stato raggiunto. Adesso è il momento di giocare bene le proprie carte, visto che si va in giro idealmente con sul petto la medaglietta di vittima dei clerico-fascisti, roba che fa girar la testa alle colleghe e schiattare d’invidia i colleghi; bisogna battere il ferro finché è caldo. Quindi è ora mettere in moto l’international connection. Far sì che domani o domani l’altro la sua bella faccia da schiaffi trionfi sulle pagine delle gazzette di mezzo mondo sotto o sopra il titolo di: “giornalista italiano cacciato dalla TV per aver osato criticare il Papa”. Allora davvero potranno spalancarsi orizzonti di gloria: ci saranno interviste, e, visto che l’ingegno fa laicissimi miracoli, ci sarà l’occasione per ricordarsi di un mucchio di particolari significativi e strazianti della sua breve carriera di vaticanista. Poi magari ci sarà un libro. La vetrina di una libreria di New York, una faccia , un titolo: “Victim of the Pope, an italian story”…
Bei sogni, roba di lusso: questa da lunghi decenni ormai è la sorte strana e lacrimevole delle vittime del regime clerico-fascista italiano, che ad ogni persecuzione raddoppiano le fortune.
I poveri in spirito e lo spirito del capitalismo
[Premessa: buona parte del post è un collage di cose già scritte in questo blog, che ho riorganizzato allo scopo di smascherare - in questi tempi di "tribolazione" per la libertà economica - interpretazioni mistificatorie sempre di ritorno del messaggio cristiano]
In un bell’articolo dal titolo “Meglio il capitalismo cattolico di quello anglosassone” (da intendersi nell’ambito del pensiero economico-filosofico non certo in quello della realtà fattuale) Carlo Zucchi scrive:
Infatti, uno dei pregiudizi a tutt’oggi più diffusi è quello che vede il capitalismo come un prodotto del protestantesimo, specie dopo che nel 1906 uscì l’opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In realtà, la tesi weberiana è stata confutata da destra e da sinistra. Più che uno spirito capitalistico protestante e uno spirito anti-capitalistico cattolico, esistono due concezioni differenti dell’economia: una cattolica e una protestante, e quest’ultima è quella che ha prevalso, sull’onda della potenza delle nazioni in cui il protestantesimo si è imposto, come la Gran Bretagna di Adam Smith (1723-1790), il padre dell’economia moderna. In realtà, i pensatori scolastici cattolici seppero cogliere molto bene sin dal Medioevo la realtà economica, riuscendo a descriverla attraverso enunciati teorici assai efficaci. Indagando sul prezzo giusto, scoprirono che esso doveva coincidere con il prezzo che si forma liberamente sul mercato. A differenza delle teorie care ad Adam Smith e a David Ricardo (sui cui Principi di Economia studiò Karl Marx!), secondo cui il valore delle merci sarebbe intrinseco a esse e si approssimerebbe al loro costo di produzione, gli scolastici insistevano sull’utilità soggettiva e sulla scarsità relativa di un bene come aspetti chiave del valore. Il principio relativo all’utilità soggettiva si sviluppò nei paesi cattolici dell’Europa continentale come Francia, Italia e, soprattutto, Austria (con la Scuola Austriaca di Economia), mentre nei paesi anglosassoni protestanti si affermò la teoria smithiana del valore-lavoro, secondo la quale un bene ha tanto più valore quanto più lavoro incorporato contiene. E qui si vede la profonda influenza della religione. Come ha notato l’economista Emil Kauder, gli scolastici cattolici propugnavano il consumo come fine della produzione e consideravano l’utilità soggettiva e la soddisfazione del consumatore come fonti del valore delle merci. Al contrario, la tradizione britannica basata sulla teoria del valore lavoro enunciata da Adam Smith rifletteva l’enfasi tipicamente calvinista fondata sul duro lavoro e sullo sforzo, inteso non solo come qualcosa di buono, ma anche come criterio di assegnazione del valore delle merci. La soddisfazione del consumatore costituiva perciò un requisito meramente accessorio finalizzato a rendere più efficiente il lavoro e la produzione. In poche parole, si vive per produrre.
E perché i cattolici ci vedevano più chiaro? Qual è la ragione di questa superiore lucidità? Se ci si libera da una visione superficiale delle cose si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. Ora questa ortodossia – questa speranza celeste e questa mancanza d’illusioni terrene (ma non di una felicità relativa) – è una cosa dura da sopportare. Ma essa, nel suo essere superiore alle cose di questo mondo, ci consente di guardare con occhio fermo alla fenomenologia della produzione e dello scambio delle merci, e di accettare il fatto che anche il capriccio, la sorte o il non riconoscimento dei meriti ne sono protagonisti in una misura che nessun regime di libertà può eliminare se non eliminando la libertà stessa. Per cui, essendo tutte in fondo le eresie cristiane forme diverse di millenarismo, testimonianti della sofferenza dell’umanità nel superare il problema della morte, l’etica protestante doveva in qualche modo vedere nel successo economico una retribuzione terrena benedetta da Dio, come tributo da pagare ad una Gerusalemme non ancora perfettamente celeste, e come segno spesso di una farisaica righteouness.
Io considero, retrospettivamente, l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo – necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Credo perciò che nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, sia stato il Papato.
Questo spiega anche perché l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo siano tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico – mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il sentimento nazionale, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare.
Tuttavia all’interno della civiltà cristiana-occidentale la più grande sfida alla libertà economica – non alla licenza di calpestare la dignità delle persone – è venuta dalle manifestazioni ereticali di stampo pauperista, soprattutto attraverso la loro influenza indiretta nel dibattito filosofico-politico. Una Gerusalemme Terrena, e solo quella, fa da sfondo al Sermone della Montagna per gli adepti di queste sette. Che una Città Ideale Terrena, nella sua schiavitù materialistica, possa contemplare delle disuguaglianze materiali, si capisce, è inconcepibile. Il versetto del Vangelo secondo S. Matteo “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli” è sempre stato idealmente il loro grido di battaglia. Del tutto a torto.
Essere povero in spirito non significa ovviamente essere il beota scimunito che certa oleografia relativa alla figura del poverello d’Assisi continua a veicolare ancor oggi. Essere povero in spirito, ossia povero nello spirito, significa non essere schiavo delle ricchezze, ossia non servire Mammona, ossia essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nel fondo dell’animo, non respingerle ma essere in grado di rimanere pienamente se stessi quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo anche tra stoici ed epicurei e questo non deve scandalizzare perché se Cristo non era ancora venuto, e con lui la risposta della Rivelazione, il Logos era fin da principio. Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose, perché sarebbe come disprezzare la bontà della creazione: questa è un’eresia che possiamo chiamare per comodità pauperismo ma ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori per esempio la storia del fasto delle chiese, esemplificata nel Vangelo in vari episodi, tra i quali quello celebre dello “spreco” dell’olio profumato molto prezioso che una donna versa sul capo di Gesù e che scandalizza i presenti (Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-8). Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. E quindi come il possessore di ricchezze materiali può essere povero nello spirito, così l’indigente può essere il ricco del linguaggio evangelico.
Il significato delle tentazioni di Cristo sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe di nuovo come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe – lo riconosco! – soddisfarmi compiutamente e per sempre. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito comporta giudicare le cose per quel che sono: non disprezzarle ma anzi apprezzarle, e anche grandemente, ma sempre per quel che sono. La schiavitù delle ricchezze comporta invece di passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo.
In ragione di questa grande ma giusta ambizione i poveri nello spirito hanno un altro giusto e conseguente obbiettivo:
Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3)
Ciò significa che il regno dei Cieli non è la ricompensa per una particolare indigenza patita nella vita terrena a causa di persecuzioni, o ottenuta per la libera scelta dell’ascetismo, ma è la logica conclusione di un percorso di chi cerca il proprio bene ultimo fuori delle cose di questo mondo.
Ma so già che qualche testone storce il naso di fronte a queste considerazioni, e allora non mi resta che farmi scudo di un plurimedagliato campione della Cristianità:
Cosa vuole dire il Signore con le parole: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago anziché un ricco entri nel Regno di Dio”? In questo passo chiama ricco chi è avido di beni temporali e ne va superbo. All’opposto di questi ricchi ci sono i poveri in spirito, cui appartiene il Regno dei cieli. Che a questa categoria di ricchi, disapprovata dal Signore, appartengano tutti gli avidi di cose mondane, anche se ne sono privi, appare manifesto da quanto è detto dopo dagli uditori: “Chi potrà allora salvarsi?” È certo infatti che la quantità dei poveri è incomparabilmente superiore, per cui occorre comprendere che nel numero di costoro son computati anche quei tali che, pur non avendo ricchezze, sono tutti presi dal desiderio di averne. (S. Agostino, Questioni sui Vangeli, Libro II, 47)
Infallibile quasi come il Papa
Avendo Papa Malvino giustamente a cuore l’ortodossia dei fedeli della sua Chiesa, Egli ha impartito precise istruzioni al servizio d’ordine del Suo blog di allontanare dalla comunità dei commentatori tutti coloro che si trovino nel libro nero degli agenti provocatori, come quella simpaticissima sagoma del sottoscritto. Onde per cui, con mio grande rincrescimento, non ho potuto pregiarmi di significarGli la soluzione vittoriosa dell’enigma del refuso in cui sarebbero incappati i pastori del gregge cattolico. Refuso verso il quale so per certo (dispongo infatti di fonti sicure ai piani alti del settimo cielo) che l’Onnipotente ha dimostrato la massima indulgenza, essendo un refuso della lettera, non dello spirito. Le parole esatte di Tocqueville sono le seguenti e si trovano effettivamente nel Libro II, Capitolo IX, (o nel Libro I, Parte Seconda, Capitolo IX, a seconda delle edizioni, come poi spiegherò) e specificatamente verso la fine del capitoletto intitolato “L’influenza indiretta esercitata dalle credenze religiose nella società politica negli Stati Uniti”:
Quando costoro attaccano le credenze religiose seguono le loro passioni e non i loro interessi. E’ il dispotismo che può non curarsi della fede, non la libertà. La religione è assai più necessaria nella repubblica che essi preconizzano che non nella monarchia che essi attaccano e nelle repubbliche democratiche più che in tutte le altre. (Versione italiana pubblicata nella collana dei “Supersaggi” della Biblioteca Universale Rizzoli, a cura di Giorgio Candeloro)
Una brutta traduzione, priva del nerbo necessario nella frase cruciale, come si può constatare nella versione originale in francese:
Quand ceux-là attaquent les croyances religieuses, ils suivent leurs passions et non leurs intérêts. C’est le despotisme qui peut se passer de la foi, mais non la liberté. La religion est beaucoup plus nécessaire dans la république qu’ils préconisent, que dans la monarchie qu’ils attaquent, et dans les républiques démocratiques que dans toutes les autres.
Ed invero in una recente ristampa di una vecchia edizione UTET dell’opera tocquevilliana a cura di Nicola Matteucci, un volumetto spesso e compatto che ho acquistato per puro piacere tattile-estetico, la frase in questione è stata tradotta così:
E’ il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà.
V’è da dire, inoltre, che nell’edizione UTET la suddivisione dei libri differisce da quella dell’edizione BUR: i primi due libri sono ricompresi in un unico primo libro, diviso in due parti; e il secondo libro corrisponde al terzo libro dell’edizione BUR. Esattamente come nella versione on line in francese sopramenzionata. Avendo quindi nel suo discorso il cardinal Bagnasco detto:
Non ha ragione Alexis de Tocqueville ad asserire «che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì» (in La democrazia in America, I, 9)?
ritengo che, pur nella non perfetta esattezza delle parole e dei riferimenti, ciò attesti quanto le nuove sull’incipiente coglionaggine di una brutta banda di autorevoli prelati siano grandemente esagerate.
Family Day: ragioni e preoccupazioni
Due articoli sul Giornale, di parte cattolica, solo in apparenza contrapposti: infatti concordo con ambedue. Se l’uno individua le ragioni dell’impegno politico cattolico, l’altro ne sottolinea i possibili pericoli. Le evidenziazioni in neretto sono mie. Più sotto le mie considerazioni.
LA CHIESA IN PIAZZA PER DIFENDERE I LAICI
di Gianni Baget Bozzo, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007
I partiti della Casa delle libertà hanno scelto di essere rappresentati alla manifestazione, indetta dalla Conferenza episcopale italiana mediante le associazioni cattoliche in difesa della famiglia e di fatto contro il riconoscimento legale della coppia di fatto. Dal punto di vista liberale, si potrebbe dire che alla linea laica corrisponderebbe la scelta di lasciare i singoli di decidere lo statuto giuridico della loro vita di coppia. È quello che avviene di fatto in Italia, sicché il riconoscimento della coppia di fatto non è altro che l’adeguamento della realtà esistente. «Dammi il fatto, ti darò il diritto» è un antico principio della giurisprudenza romana. Per questo un laico non credente di orientamento liberale potrebbe dire che le coppie di fatto sono una realtà e occorre dare ad essa lo stato giuridico che loro conviene. La Chiesa italiana non è una Chiesa integralista, ha accettato che il suo partito, la Democrazia cristiana, introducesse nella legislazione del nostro Paese il divorzio e l’aborto, leggi che portano la firma di un presidente del Consiglio democristiano. Se essa ha oggi deciso di fare un atto così singolare come la prima manifestazione di piazza organizzata dall’episcopato, ciò significa che essa vede la famiglia veramente in pericolo e chiede che il pubblico italiano prenda coscienza su quello che ciò significa. I partiti della Casa delle libertà sono partiti di centrodestra, in cui «destra» ha un ruolo significativo che non può essere discriminato solo perché il termine «destra» in Italia è stato così discriminato da rappresentare la figura del male, mentre il termine sinistra rappresenta quello del bene. Se un liberale si pone la domanda del modo storico in cui egli esiste come liberale, dovrà rendersi conto che proprio l’esistenza della Chiesa ha reso possibile una società in cui essa era distinta dallo Stato e poteva dare vita a spazi sociali non dipendenti dal potere. La libertà occidentale è il frutto di quella distinzione tra Chiesa e Stato che non esiste in nessun’altra cultura proprio perché in nessuna altra cultura esiste il fatto Chiesa come distinto dallo Stato eppure come fonte istituzionale. La fondazione della politica è stata dal Cristianesimo sottratta al mito che fonda la potenza del potere e affidata alla ragione. Il Cristianesimo è il principio della demitizzazione del potere e quindi della libertà. La libertà occidentale è il frutto del lungo cammino della storia europea in cui i valori della verità, del diritto, della libertà sono divenute forze proprie che si impongono al potere. La distinzione tra società e Stato è essenziale al concetto di libertà; e la libertà occidentale non sarebbe esistita se non fosse nato il principio di tutte le differenze spirituali: e cioè la distinzione tra Chiesa e Stato. Alla base di questo sta la famiglia come società primaria, la famiglia monogamica con vincolo indissolubile: e questa istituzione è il presupposto di libertà occidentale. Un liberale non credente deve riconoscere che la sfida nasce nell’emersione dell’Islam come alternativa totale, unita all’emersione delle grandi potenze asiatiche, e pone in discussione, non la differenza tra liberali e cattolici, ma quella di occidentali e non occidentali. Il liberalismo è nato dalla storia cattolica, anche se ha dovuto reagire contro di essa. Ma la posizione della Chiesa ha sempre mantenuto fermo il concetto di legittimità dello Stato anche quando introduceva leggi che essa non approvava. Un liberale laico può dunque comprendere che riconoscere il modello sociale dell’Occidente nel momento in cui esso entra in crisi e apre la via in Europa a una società multiculturale, richiede lo sforzo di una maggiore attenzione. Comprendendo che, se la Chiesa scende in piazza, la motivazione di questo gesto non riguarda i rapporti tra Chiesa e Stato ma la conservazione del cuore della tradizione che ci ha fatti liberi.
MA AI CATTOLICI NON SERVONO “VITTORIE POLITICHE”
di Alessandro Maggiolini, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007
È ancora necessaria, oggi, la manifestazione dei cattolici a favore della famiglia?C’è chi esalta l’iniziativa della famiglia tradizionale. E forse ha qualche motivo per la propria convinzione. Forse a partire dall’uomo delle caverne si impone l’uso della famiglia con tanto di casa, con tanto di papà e mamma, con tanto di figli, senza tanti fronzoli. Forse il raduno potrebbe essere una manifestazione enorme. Da parte mia pur condividendo le posizioni della Cei sui Dico mi permetto di esprimere qualche preoccupazione sulla riuscita della manifestazione. Potrebbe essere che la desiderata piazzata contro i Dico possa rivelarsi addirittura controproducente. E metto un dubbio sulla manifestazione a favore della famiglia, anche se spero che le posizioni della Cei sui Dico possano avere un esito trionfale o quasi. A suo tempo piacque a molti l’idea della manifestazione di folla: sembrò un salutare segno del risveglio del popolo cattolico. La Chiesa ha fatto molto per risvegliare le coscienze al riguardo. Ma compito della Chiesa è creare una coscienza cristiana e umana (e lo ha fatto), non quello di vincere. Se andasse in cerca di «vittorie politiche» rischierebbe di snaturarsi in partito con conseguenze gravi per la fede che è molto più importante dei Dico (la legge che contesta [? "consente"?] l’aborto, che è ben peggio sul piano morale, non esiste già da 30 anni?). La manifestazione è rischiosa anche per le reazioni che potrebbe scatenare. I segnali di questi giorni sono preoccupanti e emblematici. Non a caso di recente il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, è dovuto correre ai ripari per attutire quella che poteva essere una smodata reazione dell’Osservatore Romano nei confronti di espressioni offensive. Una tale manifestazione si espone al rischio di provocare incidenti. Si potrebbe rischiare di alimentare un cattolicesimo reattivo, da sfida di piazza, un cattolicesimo che subisca il contagio dell’integralismo. È fondamentale che la coscienza dei cattolici italiani sia formata e convinta dei valori fondamentali che sono alla base della dignità della persona umana e della famiglia, matrimonio e sacramento. Oltretutto i cattolici non sono neanche attrezzati per adunate oceaniche d’impronta politica. Una cosa è esprimere lo stato d’animo e il buon senso degli italiani come nell’astensione sulla Legge 40, altra cosa è trasformare il cattolico italiano normale, in truppa di piazza. È innaturale. Oltretutto oggi si constata che diversi credenti, come pure alcune aggregazioni cattoliche, si mostrano indifferenti al problema della difesa della famiglia-sacramento. Vogliamo tentare un’alea che peserà su moltissimi italiani? Sia chiaro: ci si auguri l’opposto delle preoccupazioni espresse in queste righe. Si auspica che la manifestazione sia l’espressione di coscienze convinte e vere.
Vi sono al giorno d’oggi due forme possibili di degenerazione dell’impegno dei cattolici, e in genere dei cristiani, in politica. L’eresia accomodante del cattolicesimo adulto, i cui protagonisti, come ho scritto in La libera Chiesa e il Sinedrio laicista:
[…] Per venir incontro allo Spirito del Mondo, hanno inventato una nuova teoria, pur contrabbandandola per quella liberale (e cristiana, dico io) che distingue tra morale e legge, tra peccato e crimine: la teoria della doppia morale. […] In pratica per il cristiano ciò significa la rinuncia a priori ad ogni lotta politica sui temi etici di fondo e il suo farsi garante non solo della legittimità ma anche della validità morale di ogni altra visione del mondo in quanto legislatore; e un continuo esercizio di fine-tuning della propria posizione politica sulla scia del relativismo etico. Siamo ben lontani dalla scelta del male minore e da ogni realismo nelle cose di questa terra; siamo alla pura e semplice rinuncia alla testimonianza che rimane utile e vivifica la società anche nel momento della sconfitta politica, in quanto è indispensabile in una democrazia moderna, pena la decadenza, che la coscienza dell’individuo non riposi passiva nel solco della legge. La quale, in assenza di un vasto, continuamente vivo e aperto pubblico dibattito sui temi etici, viene a costituire passo dopo passo, nell’indifferenza generale, l’unica etica riconosciuta. Certi liberali dovrebbero rendersi conto che è proprio il continuo fermento e il ribollire della polemica su queste tematiche nella scena politica e nell’opinione pubblica (quale esempio migliore degli Stati Uniti d’America?) a tener vivo il sentimento della libertà individuale, non la privatizzazione dell’etica che conduce viceversa […] ad uno stato etico di ritorno.
E l’eresia subdola del tradizionalismo. E’ un pericolo in realtà molto, ma molto relativo, ma conviene farne cenno. Attenzione: la Chiesa è Cattolica, cioè Universale. Ed è Universale perché parla all’Individuo. Non parla ad un ethnos, sia pure un superethnos europeo od occidentale. Teologicamente parlando espressioni come nazione cattolica costituiscono delle concezioni ereticali. Popolo e Tradizione sono nozioni primarie, importanti e vive, che non devono essere violentate nel segno di una Zivilisation annichilatrice di ogni Kultur. Ma non possono sostituirsi a Dio e alla Verità. Il richiamo alla tradizione può tramutarsi in una sterile difesa della forma, cioè dell’interfaccia giuridica della società, lasciandone appassire il cuore vivo, “il cuore della tradizione” nell’espressione di Baget Bozzo. Un Occidente reazionario non deve creare dei nuovi Gentili, di stampo religioso o filosofico. E attenzione ancora: che non sia proprio attraverso la Famiglia, messa al centro di una concezione socialista/statalista della società, dove più che alla Provvidenza si dà credito allo Stato-Provvidenza, che questa eresia tradizionalista abbia a compiersi, come queste parole di Pezzotta fanno pensare:
La famiglia sempre piu’ diventa un bene e un “affare” pubblico che contribuisce a formare la coesione sociale e la qualità dello sviluppo, elementi senza i quali la repubblica deperisce. Noi vogliamo fare della famiglia una “causa nazionale” e stabilire il principio che ognuno deve poter avere i figli che vuole, senza che questo comporti una drastica diminuzione del tenore di vita. Per noi che oggi siamo convenuti in questa piazza, senza distinzioni di fede, di cultura, di ideologia e di orientamento politico, affermare che la famiglia deve sempre avere una rilevanza sociale, politica e civile significa, in ultima analisi far riferimento al bene comune e – come tutti sappiamo – il bene comune dovrebbe essere sempre l’unico e discriminante criterio dell’azione sociale, economica, politica e legislativa.
La grande manifestazione del Family Day e il contrappunto lillipuziano della Giornata che qualcuno con involontario senso dell’umorismo ha avuto il coraggio di chiamare del Coraggio Laico (si è mai visto in Italia che una professione di laicismo abbia tagliato le gambe a qualcuno? Quando invece molto più spesso è stata l’indispensabile professione di fede per entrare nelle alte e meno alte sfere della nomenklatura?) hanno rappresentato, con la loro pubblica, schietta e corretta contrapposizione, tutto sommato una giornata positiva nella storia politica del nostro paese. La democrazia muore nel silenzio. Una sua sana fisiologia necessitava di questa manifestazione cattolica. Romano Prodi, col suo solito opportunismo meschino, sempre pronto a scantonare di fronte ai problemi, ha tirato fuori l’ennesimo luogo comune fuori luogo, andando a rivangare storie di Guelfi e Ghibellini. E si capisce: il suo stile spirituale è quello di manzoniana memoria: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire.” Non ci si può sottrarre tuttavia all’impressione che fra i partecipanti alle due dimostrazioni romane vi sia, per ora, un punto purtroppo negativo in comune: l’idolatria della legge da parte sia dei laici che dei cattolici. E’ una forma di immaturità culturale e staremmo per dire democratica, se un’interpretazione moralistica della democrazia non fosse già stata alla radice di continue e disastrose mistificazioni, vedere nella legislazione positiva la consacrazione morale di un diritto o di un dovere. O, per converso, la consacrazione nichilista di un diritto positivo totalmente svincolato da considerazioni etiche: lo è, vincolato, ma solo in seconda battuta e indirettamente. La secolarizzazione è figlia della civiltà cristiana. Questo è vero anche se nella storia, come ho scritto ne Il paradosso cristiano, essa si realizza spesso per strappi, poi riassorbiti, anticristiani. Anch’essa obbedisce ad un disegno di Dio, che non è però direttamente un disegno di salvezza. Questa riguarda l’individuo, non la società. Ma è un disegno di libertà. Perché Dio anche nella società, compatibilmente con le condizioni storiche, sociali, economiche, vuole uomini liberi di scegliere. La buona secolarizzazione avviene quando una norma del diritto positivo, nella maturità dei tempi, viene culturalmente desacralizzata nei due sensi: ossia, non soltanto non viene più sentita culturalmente come un’emanazione diretta della dottrina morale di una religione, in una pericolosa confusione dei piani, ma la sua abolizione non causa nemmeno una santificazione laica dell’atto fino a quel momento condannato dalle leggi. Per parafrasare quanto dice S. Paolo a proposito della Legge Mosaica, essa ha terminato la sua funzione pedagogica, che ha preparato l’uomo a muoversi con le sue gambe. Cosicché i costumi cambiano, nel senso della tolleranza, ma non sono latori di una nuova morale sostitutiva; e non concretizzano una sconfessione dei fondamenti del diritto naturale (quei fondamenti che la Chiesa vede oggi in pericolo). La tolleranza, per essere veramente tale, ha un suo rovescio della medaglia: la libertà incondizionata di critica morale, sia pubblica che privata. Cose già dette. Ma repetita iuvant.
La libera Chiesa e il Sinedrio laicista
V’è ancora in Italia qualcuno, e pure intelligente, che crede all’esistenza di un potente, vasto, ramificato e tentacolare partito clericale; tara secolare che costringerebbe il nostro paese ad una sorta di infinita adolescenza; all’immaturità ributtante di un corpo storico ormai avvizzito; un mostro, nel novero delle nazioni civili. Ora, che sotto l’arco delle Alpi, ristagni da tempo una qualche anomalia è ben risaputo: il suo colore anche, e non è bianco-giallo. Costoro ragionano come quelli che, da mane a sera, ci scorticano le orecchie con nenie gracchianti sulla democrazia non ancora compiuta, l’unto e bisunto ma ancora funzionante grimaldello retorico del golpismo rosso. Ben si capisce, ma questo non lo dicono a chiare lettere, che il nodo gordiano della divisione tra Stato e Chiesa, sarà tagliato – a vantaggio di tutti, e soprattutto del credente – quando la squadriglia dei preti si limiterà a parlare o nel confessionale o fra le quattro mura di una chiesa strettamente e quasi confidenzialmente in materia di fede e dottrina: il civismo cattolico sarà catacombale o non sarà.
Questo bel mondo di accigliati sacerdoti del laicismo, guidati da pensosi costituzionalisti cresciuti devotamente nella Religione del Libro della Bibbia Laica, la nostra bella e sana Costituzione del 1948, che qui bacio – ché di feticismo si tratta -, è stato brutalmente preso in contropiede – esso, e i suoi servi sciocchi tra le file dei cattochic – dalla nuova e impudente libertà di uno stuolo di vecchi vescovi e cardinali arteriosclerotici. Rimpiangono perfino i tempi (ormai rimpiangono tutto della Prima Repubblica, tanto ci stavano comodi!) della Democrazia Cristiana, e non si accorgono, invece, che proprio la scomparsa di quello Stato Pontificio politico che fu la balena bianca, (che ci salvò dal comunismo e che ricucì le ferite ancora aperte di un’Unità Nazionale più giacobina e anticattolica che liberale) ha restituito i vescovi e i cardinali, sotto la guida di un esemplare di razza bavarese, al loro pieno ruolo pastorale: attento alla pecora; e attento al gregge. Si sente nell’aria un odor schietto – che neanche dispiace – di sano e solido anticlericalismo, di vecchio stampo ottocentesco; di voglia di fargliela vedere, ai preti; di orgoglio novello e sfrontato.
Proprio per il pericolo dell’insorgere di un nuovo aggressivo anticlericalismo, se la Chiesa non si fa gli affari suoi, ha manifestato profonda preoccupazione lo storico Alberto Melloni, portavoce della Chiesa Scismatica Dossettiana e della dhimmitudine cattolica, nello spirito conciliante dei suoi fratelli pacifisti per i dittatorelli di tutti e cinque i continenti, ai quali offrono prontamente profonda, partecipata, attenzione spirituale. A dar lustro alla compagnia si sono aggiunti il vecchio bigotto Oscar Luigi Scalfaro e il pavido Leopoldo Elia, quest’ultimo della schiatta dei costituzionalisti con l’occhio di falco per i fascismi, fascismi del passato s’intende; personaggi cui il Cristianesimo calzava come un guanto fino a che vestiva in parte i panni del Principe Democristiano, a quello devotissimi quand’era in salute.
All’edificazione della Chiesa Riformata Italiana, sul modello di certe addomesticate chiese nazionali protestanti o di quelle nazionali ortodosse, o meglio ancora della Chiesa Patriottica Cinese, hanno profuso le loro forze molti dei cattolici più malleabili, in specie nelle terre d’Italia requisite dal totalitarismo debole del marxismo peninsulare: i soggetti più pronti a sviluppare la Sindrome di Stoccolma sono sempre coloro che con i loro carcerieri hanno una segreta affinità psicologica, e sono i primi a mutuarne i metodi – nel nostro caso i metodi del giacobinismo in campo culturale – nei confronti dei loro confratelli di sventura. Così la sinistra democristiana, al popolo sconosciuta, divenne egemone nel partito. Così Rosy Bindi e compagni hanno cercato di egemonizzare l’associazionismo cattolico, brandendo la bandiera a strisce multicolori della grande prostituta di Babilonia.
Per venir incontro allo Spirito del Mondo, hanno inventato una nuova teoria, pur contrabbandandola per quella liberale (e cristiana, dico io) che distingue tra morale e legge, tra peccato e crimine: la teoria della doppia morale. (Sia qui notato tra parentesi come il povero Buttiglione sia stato infamato dall’esercito mediatico e politico dei chierici progressisti europei solo per aver ribadito quello stesso principio liberale quando disse, decidendo di non abiurare al suo processo, e correttamente per uno che si professa cristiano, che “l’omosessualità non è un crimine”). In pratica per il cristiano ciò significa la rinuncia a priori ad ogni lotta politica sui temi etici di fondo e il suo farsi garante non solo della legittimità ma anche della validità morale di ogni altra visione del mondo in quanto legislatore; e un continuo esercizio di fine-tuning della propria posizione politica sulla scia del relativismo etico. Siamo ben lontani dalla scelta del male minore e da ogni realismo nelle cose di questa terra; siamo alla pura e semplice rinuncia alla testimonianza che rimane utile e vivifica la società anche nel momento della sconfitta politica, in quanto è indispensabile in una democrazia moderna, pena la decadenza, che la coscienza dell’individuo non riposi passiva nel solco della legge. La quale, in assenza di un vasto, continuamente vivo e aperto pubblico dibattito sui temi etici, viene a costituire passo dopo passo, nell’indifferenza generale, l’unica etica riconosciuta. Certi liberali dovrebbero rendersi conto che è proprio il continuo fermento e il ribollire della polemica su queste tematiche nella scena politica e nell’opinione pubblica (quale esempio migliore degli Stati Uniti d’America?) a tener vivo il sentimento della libertà individuale, non la privatizzazione dell’etica che conduce viceversa, come detto sopra, ad uno stato etico di ritorno.
E un’ultima osservazione. L’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il sentimento nazionale, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione, nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.
Links: sullo stesso tema Wind Rose Hotel e Il blog dell’Anarca
Impudica morte
La morte per impiccagione, e quindi esemplarmente pubblica ed impudica, di Saddam Hussein, seguita cronologicamente, in Italia, alla mediatica agonia del corpo avvilito di Piergiorgio Welby ha messo in luce ancora una volta la fragilità della nostra società di fronte all’eterno problema della morte. Cosa si cela dietro quel melenso umanitarismo ammantato di compunzione e quell’esacerbata sensibilità che perfino un aspirante in là cogli anni alla Rifondazione del Comunismo, cioè di quell’ideologia che ha figliato i più formidabili macellatori di carne umana all’ingrosso che la storia abbia mai conosciuto, si è creduto in dovere di esibire? Non è difficile scorgere, d’altra parte, nel mare dell’opinione pubblica, una corrente istintiva ed irrazionale che tanto spingeva a salvare la prima vita, (salvo poi abbandonarsi caratteristicamente al voyerismo della morte attraverso internet, degradandosi a spiare nella materia ciò con cui rifiuta di confrontarsi nell’animo) tanto spingeva ad affrettare la fine della seconda, in forza di quello stesso sentimento di inaccettibilità psicologica che induce la gente ad applaudire ai funerali, in un rito esorcistico collettivo, le spoglie mortali di un defunto.
L’era moderna ha espulso dalla società la meditazione sulla morte, costante di tutte le epoche; nel comfort della nostra civiltà occidentale dove la morte, una volta ordinaria e per così dire, compagna di vita (si pensi ai tassi di mortalità infantile e giovanile fin ben addentro al secolo scorso anche nella nazioni più ricche), è ora sentita, grazie al progresso materiale, come un fatto straordinario, quando non conclusa col suo sempre più lontano termine naturale. La morte inattesa ci colpisce oggi tanto più violentemente e tanto più difficilmente l’accettiamo. Epperò morire pur dobbiamo, prima o dopo. Certo, sociologicamente parlando, non era certo qualche virtù spirituale a rendere vigile e quindi preparata la gente delle epoche passate alla morte improvvisa, bensì l’assoluta precarietà, rispetto ai nostri standard, delle condizioni sanitarie, igieniche, alimentari e l’arretratezza delle conoscenze scientifiche e delle sue applicazioni, oltre a tutto il resto.
Ma non è solo questo. Si pensi alla filosofia morale, il cuore pulsante della filosofia di tutti i tempi, che ancor più che uno studio è un’attitudine naturale di ogni spirito speculativo, che non viene più coltivata, nemmeno da chi non professa alcuna religione. (Eppure per esempio ad essa si devono persino le osservazioni che Adam Smith, titolare di una cattedra di filosofia morale a Glasgow ed autore in materia, pose alla base di un libro come La Ricchezza delle Nazioni.)
“Chi può dubitare, o mio Lucilio, che degli Dei immortali sia dono la vita, della filosofia la vita onesta? Pertanto sarebbe certo che noi siamo tanto più tenuti verso la filosofia che verso gli Dei, quanto più gran beneficio è la vita onesta che la vita, se non fossero stati gli Dei a darci proprio la filosofia: della quale a nessuno essi concessero la conoscenza, a tutti però la capacità di conoscerla. Infatti se anche di questa avessero fatto un bene comune e noi fin dalla nascita fossimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua caratteristica più bella, quella di non essere uno dei beni dipendenti dal caso. Orbene essa ha questo di prezioso e grande, che non ci viene incontro, che ciascuno deve procurarsela e non può ottenerla da un altro. Che cosa ci sarebbe di ammirevole nella filosofia, se essa ci toccasse come un beneficio? Uno solo è il suo compito, trovare la verità intorno alle cose divine ed umane: da essa non si allontana la religione, la pietà, la giustizia ed il seguito di tutte le altre virtù intimamente congiunte tra loro. Questa insegnò il culto degli Dei, l’amore verso gli uomini.” (Seneca)
“Il giovane non deve aspettare a occuparsi di filosofia e il vecchio non deve stancarsi di farlo. Poiché nessuno è mai troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. (Epicuro)
Nel mondo antico greco-romano il tema della morte fu onnipresente.
“La filosofia è imparare a morire.” (Platone)
“Ma il popolo talvolta sfugge la morte come il più grande dei mali, e talvolta la invoca come rimedio ai mali della vita. Il saggio, al contrario, non rifiuta il vivere né teme di non vivere.” (Epicuro)
“Tutta la vita dei filosofi è una meditazione della morte.” (Cicerone)
“… a vivere, invece, bisogna imparare per tutta la vita e quello che forse ti stupirà di più è che per tutta la vita bisogna imparare a morire.” (Seneca)
In epoca cristiana, Montaigne, imbevuto di cultura classica e cristiano assai saldo (checché se ne dica, a meno di non fare l’errore comune di scambiare per cristiano chi grida, in qualche modo, anche nel particolare e piuttosto arido metalinguaggio che i filosofi hanno creato nel corso dei millenni, “Signore, Signore!” dalla mattina alla sera) scrisse:
“E’ incerto dove la morte ci attende, attendiamola dappertutto. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci affranca da qualsiasi soggezione e costrizione.”
Al contrario di quanto diceva Seneca, oggi nessuno cerca di procurarsi la saggezza; si cerca fuori di sé quello che solo dentro di sé si può trovare. La strada impervia ma anche la naturalezza della riflessione personale viene evitata come la peste. Sul letto di morte di mia madre, che spirò dopo una lunghissima malattia, io mi misi a piangere. Qualcuno stupidamente, con una di quelle infelici frasi di circostanza dettate dalla tirannia delle convenzioni, mi disse che bisognava essere forti. Trattenni a stento un moto di ribellione. Cosa diceva a costui che io in quel momento non fossi forte? Non ero affatto sconvolto né disperato. Non ero minimamente scosso. Dentro ero tranquillissimo. E perciò non mi vergognavo di mostrare il mio grande dolore. Ma oggi invece ci si limita a curare i sintomi, non la malattia. Squadre di sostegno psicologico sono pronte a tenere in piedi la psiche, mentre silenziosamente l’anima va in mille pezzi. Al confronto con la morte, si risponde con l’anestesia della morte. Che San Francesco, quello vero, non quello scimunito da prendere a calci nel sedere consegnatoci dall’oleografia cinematografica, chiamava sora morte. La confusione tra sensi e spirito non può portare che a infinite mistificazioni, di cui questo è solo un esempio.
Preoccupante indicatore di questo sbandamento culturale è la generalizzata incomprensione della posizione della Chiesa Cattolica sulla ovviamente lontanissime vicende di Piergiorgio Welby e Saddam Hussein. Sugli aspetti tecnico-medicali della prima (eutanasia sì, eutanasia no) ha mantenuto in generale sinora prudenza e riserbo, nella difficoltà oggettiva di orientarsi nella valutazione morale – non legale – delle cure palliative estreme e in particolare di quella sedazione terminale, la cui perlomeno infelice aggettivazione, non può non far pensare l’uomo della strada ad una morte sostitutiva. Ripetiamolo ancora: la morale cristiana condanna l’atto, mai chi l’ha commesso. Siamo tutti peccatori, e tutti i giorni. Nessuno può scrutare definitivamente nel cuore di una persona. Ecco perché essa insegna di pregare per tutti e per tutti coloro che sono morti. Ma proprio per questo essa non può sottrarsi al suo primo compito, vitale, di testimonianza. Se tutto perdona, e viene a patti con la pur necessaria legge positiva, la legge degli uomini, essa non può transigere, nel campo della morale – non della legge - su quanto per essa è verità e non può non dichiararlo. Di fronte alla reiterata volontà di disporre della propria vita di Welby, e di chi lo sosteneva, (comunque la vicenda sia poi finita dal punto di vista medico-legale) ha ritenuto di non piegarsi alla santificazione simbolica di un funerale religioso.
La medesima confusione dei piani si è registrata nella valutazione fatta dai media della posizione del Vaticano in merito alla morte di Saddam Hussein, presentata come una condanna teologica. Riportiamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
2267 L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poichè essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” [Evangelium vitae, n. 56].
Il rifiuto della pena di morte è dettato dunque da sacrosante ragioni di umanità e opportunità ma non è incondizionato. Ciò significa che nel caso dell’ex dittatore irakeno è persino opinabile, in quanto non articolo di fede. E appare infatti piuttosto ingenuo pensare che in un contesto come quello mediorientale si potesse metter mano ad un provvedimento di clemenza del genere, per di più ad personam, e quale persona! Molto più realisticamente questa petulante insistenza umanitaria alla maggioranza degli irakeni non sarà parsa altro che un capriccio da ricchi.
Intanto dai quattro angoli dell’Europa, con farisaica altezzosità e insostenibile leggerezza, mescolando sacro e profano, si sproloquia del valore democratico dell’abolizione della pena di morte. Di una supposta superiorità morale della democrazia, della sua ideologizzazione, Alexis de Tocqueville avrebbe riso. La democrazia è giusta solo in quanto è irragionevole ed ingiusto ostacolare lo sviluppo naturale ed inevitabile delle libertà individuali quando ne maturino le condizioni materiali. Questo scivoloso sentimentalismo, questo umanitarismo senza radici, della sensibilità e non dello spirito, una volta fatto il callo si abitua a tutto. Chi si mette in bocca continuamente i valori democratici, è l’eterno giacobino intento a scardinare quel modus vivendi faticosamente messo insieme che oggi chiamamo democrazia liberale (animato da quel senso di responsabilità maturato dopo lungo tirocinio definito dallo storico Robert Conquest civic sense) nel tentativo di sostituirlo con un nuovo tirannico Decalogo di immutabili (se non dall’eterno Comitato di Salute Pubblica o dall’eterno Partito) Valori Democratici. In Francia, il 30 maggio 1791 un coraggioso e giovane deputato dell’Assemblea Costituente, si alzò e intervenne in aula proponendo l’abolizione della pena di morte, alla quale affibiò gli epiteti di: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Il suo nome era Maximilien de Robespierre.
Links: Ismael sullo stesso tema mentre gli ipocriti si becchino questa sfuriata di House of Maedhros
Cinque domande e cinque risposte
Rispondo con un post vero e proprio alle 5 domande postemi da Fabio Sacco in un commento a Dura Veritas. Queste:
Con tutto il rispetto, ma ci sono molte argomentazioni assurde. Provo a segnalartene alcune:
1. “la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità”; hai mai pensato che forse manca proprio la carità? Vendi il fasto di tutte le chiese del mondo e debellerai la fama e la povertà nel mondo. E non parlarmi di povertà spirituale, che poi mi incavolo!
2. “La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce”; infatti le scomuniche le manda mio nonno;
3. “La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l’opinione pubblica”; ha pensato bene infatti di bruciare al rogo Giordano Bruno, Giovanna d’Arco, etc (il che vuol dire migliaia di persone – senza considerare crociate e persecuzioni);
4. “Dio, con la forza del suo sigillo, ha sottratto per sempre agli uomini il giudizio definitivo”; ti sbagli: il Papa è infallibile (dogma della Chiesa);
5. “tolleranza”; ma parliamo della Chiesa cattolica?
Con tutto il rispetto, anche tu non scherzi:
1) Se non ti incavoli la povertà spirituale significa non essere schiavo delle ricchezze, cioè essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nell’essenza, non respingerle ma essere in grado di rimanere pienamente se stessi quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo tra gli stoici e gli epicurei (parlo di Epicuro). Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose: questa è un’eresia che possiamo chiamare per comodità pauperismo ma ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori la storia del fasto delle chiese.Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. La carità verso il prossimo significa voler il bene del prossimo … nel senso cristiano del termine. Ci sono parole che sembrano disumane nel Vangelo a questo proposito:
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. (Matteo, 10, 37)
E come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ma Lui è la Verità, la Via e la Vita. E allora noi dobbiamo amare la Verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la Verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Sappia dunque chi sente di amare davvero, che egli ama, in senso evangelico, la Verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. Come ho scritto da qualche altra parte, fuori della Verità, l’amore comunemente inteso, quando non è semplice calcolo o un ossequio facile a liturgie mondane, è solo un sentimento di possesso o di orgoglio riflesso che si trasforma facilmente in violenza omicida quando viene deluso.
2) Detto terra terra: la scomunica non significa ipso facto la condanna all’inferno e alla Geenna dove saranno pianti e stridor di denti. La scomunica esclude dalla comunione dei fedeli e priva di tutti i diritti e i benefici derivanti dall’appartenenza alla Chiesa, come l’amministrare e ricevere i sacramenti. Se fosse vero, solo agli uomini di confessione cristiana, del passato e del presente, sarebbe concessa la salvezza e questo è ridicolo, perché verrebbero condannati solo per il fatto di non aver conosciuto Dio e Gesù. Ricorda il detto di Gesù (cito a memoria, ma non è importante perché il Vangelo si legge col cuore): “coloro che avranno parlato male del Figlio dell’Uomo saranno perdonati, ma coloro che avranno bestemmiato lo Spirito Santo non saranno perdonati”; ciò vuol dire che Dio giudicherà i cuori. Nessuno può entrare nella coscienza di una persona tranne Dio e sarà lui a giudicare.
3) Giovanna d’Arco è una Santa della Chiesa Cattolica ed è stata condannata al rogo da dei venduti ad una potenza terrena. Giordano Bruno era così follemente eretico che mi risulta sia stato scomunicato sia dai Calvinisti sia dai Luterani. Se fosse vissuto ai nostri tempi sarebbe stato un bizzarrissimo rompiballe e non quel sopravvalutato martire della libertà, la cui tragica fine non giustifica la nomea di genio. Bisogna tenere in conto due cose: primo, la sottigliezza importante, anche se un po’ macabra, che nel mondo cattolico era sempre il braccio secolare a condannare almeno formalmente l’eretico; secondo, a quei tempi erano cose comuni in tutta Europa, si pensi agli orrori della teocrazia calvinista Ginevrina e alle cacce alle streghe cui i Riformatori protestanti non si sottraevano minimamente. I morti delle Crociate e delle guerre di religione intercristiane sono soprattutto da imputare allo zelo opportunistico dei Principi: su questa realtà che noi possiamo facilmente immaginare, basta leggersi le pagine disincantate di quello spirito veramente libero, nonché cristiano (a dispetto di quanto tacciono i ridicoli manuali di filosofia) che fu Montaigne, che visse nel periodo delle guerre di religione in Francia nel XVI secolo.
4) Il Papa è infallibile in quanto custode del dogma. E questo è né più né meno che un miracolo … come la Provvidenza di tutti giorni peraltro. Non significa che egli sia l’uomo più straordinario della terra (anche nel Vangelo noi capiamo bene che per esempio S. Giovanni è più grande di S. Pietro) ma a lui Cristo ha donato un carisma particolare, quello di troncare ogni questione sulle diatribe concernenti gli aspetti essenziali della fede. Quindi un campo ristrettissimo. Naturalmente rimane fallibile in tutto il resto (cioè il novantonove per cento e rotti dello scibile) e non si addentra a giudicare gli atti particolari degli uomini. Come scritto sopra, il giudizio definitivo spetta a Dio.
5) Sulla questione della Tolleranza, oltre a quello che ho già scritto in Dura Veritas e nel Laico Dio 1 ti invito a leggere i miei futuri post. Sempre che prima il sottoscritto non tiri le cuoia, perché non si sa mai, anche se Dio fino ad ora non mi ha sussurrato niente di speciale all’orecchio.
Dura Veritas
Grande articolo oggi sul Giornale di Gianni Baget Bozzo.
MA LA CARITÀ NON SI SACRIFICA ALLA VERITÀ
È costume del laicismo italiano dire alla Chiesa Cattolica quello che deve fare per essere cristiana. Forse ciò nasce dal riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa, forse invece è solamente un modo di combatterla. E la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità (1). Il maestro di questo pensiero è certamente Eugenio Scalfari, che invita i cattolici ad amare il diverso in quanto diverso. E ciò vuol dire una sola cosa: accettare la verità del diverso come propria verità. «Farsi tutto con tutti» dice San Paolo ed i laicisti italiani lo intendono così: per essere cristiani occorre accettare la verità dell’avversario e svuotarsi, ridursi, rimpicciolirsi.
Ciò è stata a lungo un’idea diffusa tra i cattolici progressisti e lo è tuttora. Il priore di Bose che va per la maggiore, Enzo Bianchi, ha scritto un libro intitolato La differenza cristiana in cui egli esprime la stessa linea di Scalfari: essere cristiani significa alienarsi nella verità dell’altro, conformarsi.
Fortunatamente abbiamo un Papa che ha attraversato il Novecento con mente aperta e cuore libero e sa che il Dio che si definisce come carità è anche il vero Dio. Il Cattolicesimo è a suo modo la coincidenza dei contrari, come insegna Nicola Cusano, e non può pagare la carità al prezzo della verità. Lo prova l’esperienza più significativa del Cristianesimo: il martirio. Il martirio è esattamente il rifiuto di conformarsi all’altro al prezzo della propria vita. Conformarsi all’altro vuol dire rinunciare al Cristo e conformarsi ai poteri di questo mondo. La Chiesa Cattolica è stata la più perseguitata di tutte le chiese perché è rimasta legata alla sua verità: Gesù Cristo.
In genere queste critiche alla Chiesa vengono da sinistra e non credo che Giordano Bruno Guerri appartenga alla sinistra. Ovviamente c’è anche un laicismo di destra e sappiamo quanto consistente. Se c’è una cosa che dovrebbe essere considerata di competenza ecclesiastica è l’amministrazione dei sacramenti. La Chiesa non dà i sacramenti senza condizione e quindi in riferimento alla verità di chi riceve il sacramento, della sua conversione. La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce (2). Il suffragio cristiano va all’anima di Piergiorgio Welby perché è battezzato ed ha diritto all’intercessione ecclesiale.
Il primo sentimento che il vescovo Fisichella ha espresso alla notizia della morte di Welby mediante l’interruzione dello strumento che lo manteneva vivo è stato di rispetto e di preghiera. Ma Welby ha legato la sua morte all’affermazione del principio del diritto a disporre della propria morte: e questo è un principio che la Chiesa non ritiene vero.
Il funerale pubblico significava un riconoscimento di un atto politico voluto esattamente per combattere la posizione della Chiesa. E siccome la Chiesa è legata dalla verità che professa non può concedere questo fatto. È il medesimo principio per cui i primi cristiani rifiutavano di dare onore divino agli imperatori romani. La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l’opinione pubblica (3).
Il laicismo è dominante in Italia ed in Europa e vuole che la Chiesa diventi irrilevante applicando come assoluto il principio di compassione. Così la compassione diventa resa, presenta il Dio morto di compassione di cui ha parlato Zarathustra; o il «Gesù idiota» che rifiuta di riconoscere il male come Nietzsche che ha descritto l’anticristo.
È strano trovare che uno scrittore che aveva capito tutto annunciando la morte di Dio, tutto ciò che sarebbe stato il Novecento, ci venga ora riservito dagli atei colti come se non sapessimo il latino. La loro indignazione è violenta, ed essi ci comunicano «il sentimento di vergogna e di ripugnanza». La violenza della parola indica un’avversità profonda, quella che il Cristianesimo sempre suscita, e soprattutto il Cattolicesimo, in coloro che ne sentono il fascino e lo esprimono respingendolo con decisione.
Un amore alla vita che termina scegliendo la morte suscita rispetto ma non accettazione. È sempre il problema della carità della verità, una carità che il laicismo non gradisce ma che il Cattolicesimo non può non offrire perché Gesù Cristo ha detto di sé: «Io sono la Verità».Gianni Baget Bozzo, IL GIORNALE, 24.12.2006
(1) Anche se Baget Bozzo non lo dice in realtà non c’è nessuna Carità fuori della Verità, perché sarebbe come dividere il Figlio dal Padre, Cristo da Dio.
(2) Questo è il fondamento roccioso del diritto positivo – diritto intermedio - della civiltà “cristiana-occidentale”. Come ho scritto nel mio post Il laico Dio, Dio, con la forza del suo sigillo, ha sottratto per sempre agli uomini il giudizio definitivo, condannando il giudizio degli uomini all’interlocutorietà e rendendolo quindi permeabile alla tolleranza, com’è nel disegno di Dio che vuole uomini liberi. Fuori da questa prospettiva, la tolleranza è fondata sulla sabbia e l’orgia (bello il termine, eh?) libertaria si trasforma facilmente in dispotismo.
(3) La Chiesa ha il pieno diritto di sfidare l’opinione pubblica e questo suo pubblico intervento vivifica la società. Chi vuole cacciare nel privato religione e morale, con ciò rinnegando uno dei tratti fondanti e ineludibili della liberaldemocrazia, la pubblicità, in realtà consegna al diritto positivo l’esclusiva della morale, e fonda uno stato etico per rinuncia al pubblico dibattito sulle questioni etiche, portando passo dopo passo la società ad una sorta di atrofizzazione morale foriera di esiti disastrosi. E invece proprio nella liberaldemocrazia il dibattito sulle questioni etiche dev’essere aperto e vasto in modo direttamente proporzionale a quel processo di allontanamento del diritto positivo dalla rigidità etica chiamato tolleranza. Come ho scritto nel mio post già citato:
L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato.
Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici.
Links: segnalo, sull’altra sponda, queste ragionevoli considerazioni di JCF. Comprendo, anche se non posso condividere, queste note di Phastidio.





