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Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra
La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.
Cosa significa il rigetto di Marini da parte della sinistra
Ciò significa che l’unica cosa che “tocca le corde profonde dell’elettorato progressista” è ancora l’antiberlusconismo. Ciò significa, anche se questo non piace agli orecchi delicati, che la sinistra non è ancora uscita dal “comunismo”. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che il Pd è formato da giacobini in doppiopetto – i sanculotti sono alla sua sinistra – e relitti democristiani cooptati solo per puro pragmatismo, con l’eccezione di quelli che si sono piegati al verbo. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana. Che noia mortale.
La società civile, l’antipolitica (e Bersani)
In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.
Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.
I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.
Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.
Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.
La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.
Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.
Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.
La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.
Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.
La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (56)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
LA LAPIDE DI ACCA LARENTIA 09/01/2012 Non so se sia per grande ingegno, o per grande ignoranza, ma la lapide ai “caduti” di Acca Larentia, “assassinati dall’odio comunista e dai servi dello stato” è un capolavoro di sottigliezza. E’ bene infatti ricordare agli smemorati o a quelli che non lo sanno, che “servo di stato” prima di diventare, a furia di esecuzioni proletarie, un attestato di benemerenza da pronunciare con la dovuta compunzione istituzionale, negli anni settanta fu un marchio d’infamia maneggiato con disinvoltura non solo dalle Brigate Rosse ma anche da buona parte della sinistra antagonista, ivi compresa quella salottiera. A molti allora “Assassinati dall’odio fascista e dai servi di stato” sarebbe suonato perfetto, perché è noto che pure a quei tempi si viveva sotto un “regime”. Cosicché la lapide è un perfido emblema della fratellanza spirituale fra camerati e compagni. Son sicuro che molti dei rossi scesi in strada furibondi non l’hanno capito, ma l’hanno sentito: son qua io, ad aprir loro gli occhi.
AMNESTY INTERNATIONAL 10/01/2012 E’ destinata a noi tutti, che mai avremmo potuto prevederla o sospettarla, l’allarmante verità rivelata dai migliori amici dell’umanità: il bilancio della Primavera Araba all’inizio del 2012 nel Nord Africa è deludente. In Tunisia sul piano dei diritti umani le cose procedono ancora lentamente; in Libia procedono più o meno come prima, e le nuove autorità non sembrano in grado di impedire una replica delle violazioni dei diritti umani tipiche del vecchio sistema di potere; in Egitto il Consiglio Supremo delle Forze Armate al potere si è reso responsabile di abusi persino peggiori di quelli dell’epoca di Mubarak. Insomma, le rivoluzioni si sono rivelate mezze rivoluzioni. Rivoluzioni tradite. Bisogna perciò che le potenze internazionali e i governi della regione le portino a compimento. Fino in fondo. Sono completamente d’accordo. E aggiungo: è da troppo tempo ormai che non si vede più la ghigliottina sfoderare tutta la sua democratica, liberatrice, livellatrice, fraterna, e geometrica potenza.
ANTONIO CATRICALA’ 11/01/2012 «Nessuna pietà verso gli evasori: spareremo ad alzo zero. Chi evade le tasse, in un momento come questo, tradisce la Patria!» Così disse il Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, volendo forse stupirci. Ma per niente! Per niente! Che un uomo misurato, sobrio, posato, come non poteva non essere un sottosegretario di questa flemmatica e rigorosa Presidenza del Consiglio, tutto ad un tratto si metta a sbraitare come un inquisitore, è nell’ordine più rigoroso delle cose, certificatissimo dalla storia: non avete mai sentito o letto di quella inesplicabile mutazione che coglie immancabilmente molti travet di piccolo, medio e grosso calibro quando si apre la stagione della caccia nei periodi di fanatismo?
LA CORTE DEI CONTI 12/01/2012 Ennesima pecora del gregge a belare nel coro anti-evasori, la Corte ha deciso di belare alto e forte, con accenti di paternalistico rimprovero verso le fatue consorelle, che la fanno troppo facile. Per questo venerabile consesso, infatti, le misure di contrasto all’evasione fiscale che prevedono il carcere “sono rimaste per lo più inapplicate o hanno avuto risultati del tutto insoddisfacenti e talvolta anche controproducenti”. All’uopo, e per nostra fortuna, la Corte, che ben sa il fatto suo, ha annunciato l’avvio di una specifica indagine. Nell’ambito dei controlli programmati nel 2012 sarà riservato uno spazio alla lotta all’evasione fiscale, in particolare al «contrasto penale». A cui, nel caso ce lo fossimo dimenticato, «è stata da sempre attribuita grande rilevanza».
IL POLITICO ALLE MALDIVE 13/01/2012 I calciatori che svernano per qualche giorno a Miami come mucche portate al pascolo in fondo li capiamo. E’ bene, anzi, che tutto il loro estro queste cime lo riservino alle giocate in campo. Ma vedere i politici sbarcare alle Maldive in comitiva sgomenta. Pensate: in questi giorni, per scaldarsi le ossa (se proprio lo volevano) e per fuggire uno dall’altro (se restava loro un minimo di salute mentale) avevano, oltre alla fascia equatoriale, tutto l’emisfero australe a disposizione. Ma niente, le Maldive sono di rigore, e il loro intelletto è talmente sobrio da essere incapace di concepire qualcosa di diverso.
I partigiani dell’Italia che ripudia se stessa
Il pluridecorato scrittore Claudio Magris è uno di quegli intellettuali che a forza di garbato conformismo, di giuste frequentazioni e di cosmopolitismo ben scelto, con tenacia degna di miglior causa si è guadagnata fama di onesta e sobria indipendenza di giudizio. In due parole, mai una parola fuori posto. Imbalsamato alla perfezione, fa la guest star sul Corriere della Sera. E tuttavia anche questo riguardoso personaggio è iscritto da una vita alla pericolosa consorteria dei profeti dell’altra Italia: “l’altra Italia”, differente, ieri, dall’Italia di ieri; e oggi, dall’Italia di oggi; e domani, scommettiamo, dall’Italia di domani. Il che vuol dire che quest’attitudine millenaristica, minoritaria in tutti i paesi in cui il sentimento nazionale si è ormai pacificamente sedimentato, da noi è ancora così viva e pulsante da essere espressione di vere e proprie nomenklature; che oggi, disperate nel vedere un paese che nella volgarità berlusconiana della democrazia si sta rinsaldando, al contrario di quanto si favoleggia, spingono sull’acceleratore. E il professore – è anche professore – in occasione del 25 aprile, coi suoi modi compassati si adegua alla nefasta pulsione:
Sono soprattutto le dittature — quelle «molli» che soggiogano con strumenti economici, mediatici e culturali, e ancor più quelle «dure» che s’impongono direttamente con la forza bruta — che si presentano come l’unico sistema, l’unica realtà possibile. Le dittature invece cadono e il 25 aprile ricorda la caduta di quella fascista in Italia. C’è poco da aggiungere a quanto è stato detto tante volte sull’antifascismo e sulla Resistenza, sull’imperituro significato di quest’ultima quale liberazione nazionale, sulle sue contraddizioni, sulle sue diverse e contrastanti anime, sui suoi eroismi e sui misfatti compiuti in suo nome. Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile (…) Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo.
Non è uomo da battaglia, Magris, che in questa dittatura molle peraltro se la passa benissimo. Tanto più impressiona la frecciatina giacobina contro la sub-umanità berlusconiana: dire “non-cittadino” è usare il linguaggio della rivoluzione, è preparare il vandeano, il brigante, il nemico di classe, il kulako; e impressiona la retorica banale, mille volte “belata dal gregge” – quello vero, caro Magris, non quello colpito dai tuoi strali – sullo “stadio ultimo”. Sai cos’è? E’ la banalità, prevedibilissima, del male. Scrissi qualche settimana fa:
Ostenta [il giacobino] un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge.
Ricordiamo allora allo smemorato di Trieste che anche l’ideologia fascista, del tutto in linea con le sue radici socialiste-radicaleggianti, sognava “un’altra Italia”, che venisse fuori dal putridume e dalla mediocrità dell’era giolittiana. Che “un’altra Italia”, che allora nemmeno veniva chiamata Italia, trionfante sulla mediocrità borghese, fu nei sogni e restò per fortuna nei cassetti dei comunisti. Che “un’altra Italia” diversa da quella mediocre dei preti era nei sogni della parte più ottusa e oltranzista delle élites liberali dell’Ottocento, e nella capoccia dura e saputella degli azionisti del secolo scorso. Chi sogna “un’altra Italia” vuole un paese a sua immagine e somiglianza: ma questo atteggiamento, nel concreto, è il contrario della democrazia ed un ostacolo alla maturazione del sentimento nazionale. Un sentimento nazionale maturo, proprio perché ha elaborato ed accettato e composto dentro di sé molte differenze, in una sorta di processo di globalizzazione locale, di norma è pacifico e non s’investe di missioni salvifiche. Mentre il nazionalismo è sempre il risultato del trionfo di una fazione, così come la repubblica dei soviet. Chi oggi sogna “un’altra Italia” partendo dalla Resistenza e da un pretestuoso patriottismo costituzionale fa lo stesso errore antidemocratico. E non è un caso che a quest’ultima versione mascherata dell’autoritarismo nostrano siano approdati reduci dell’uno e dell’altro campo, e anche di tutte e due.
L’Italia come isterismo e rappresentazione
L’Italia è uno stagionatissimo paese di merda, governato da stagionatissimi pezzi di merda, in piena bancarotta morale: l’olezzo è ormai intollerabile. Non se ne può più. E perché allora quest’Italia non va in pensione? Questo è il tormentone che ci ronza negli orecchi al tempo di Berlusconi, dalla levataccia all’ora del bunga bunga. La cosa mi fa schiattare dal ridere. Mettetevi i tappi agli orecchi e capirete tutto. Ci vuole però una schiena diritta, una ben temprata forza morale: sono quelli i tappi.
Lo strano mostro è figlio dell’impotenza e della mancanza di politica, che è l’arte di governare la polis, di assicurare una convivenza pacifica all’umanità spesso debole, mediocre, e meschina che la compone. La polis, come la più primitiva delle società, nasce per l’individuo, non contro. L’individualista perfetto, su questa terra, non sarebbe padrone di se stesso; sarebbe schiavo della natura, quasi come un bestia ma senza la tranquillità di una bestia. Unirsi in clan per l’uomo è prima ancora una vitale necessità che una scelta. Ma poi, in obbedienza alla sua natura, l’uomo vuole vivere più comodo e più liberamente. Spezza le catene del clan, salta il fosso o il bosco che delimita un confine, si unisce ad altri uomini, a “stranieri”, la divisione del lavoro si fa più vasta ed efficace: l’uomo vive più comodo e più libero. Si formano la società, il diritto, la polis, lo stato, che dall’individuo e per l’individuo sono nate, prima che questo rapporto potesse pervertirsi. Ma restano realtà figlie della storia, contingenti, anche quanto durano secoli. Non sono chiese. Non predicano la virtù. E’ un comun sentire che non arriva alla fratellanza spirituale.
L’Italia che oggi si definisce democratica e repubblicana fu quella che accettò con riserva la realtà democratica e repubblicana uscita dal secondo conflitto mondiale. Come poteva quella grande fazione che si alimentava del sogno della perfetta società comunista, radicatissima là dove più radicato fu nel ventennio il regime fascista, accettare il paese e la sua umanità per quello che era, presupposto di ogni attività politica, e non di aspettative messianiche? Il veleno di questa riserva mentale fece sì che l’Italia venisse rappresentata come un paese mezzo sovrano, mezzo democratico, mezzo civile, mezzo criminale, ed insomma, in barba alla forma istituzionale democratica e liberale, un paese mezzo fascista. In attesa di una sua “compiutezza”. Un paese da defascistizzare. Fateci caso: oggi, dopo aver data per scontata la caduta di Berlusconi, i profeti dell’odio e gli ingenui già parlano di un paese da deberlusconizzare. Questa forma mentis ha lavorato sistematicamente alla demolizione di ogni comun sentire. E’ stata una lotta di classe di tipo culturale, che dopo il crollo del comunismo ha svelato ancor più chiaramente la sua natura. Che permane anche nelle teste di quei zelantissimi liberali che col marxismo flirtarono in lungo ed in largo da giovanotti e che continuano ad impastare le loro pur giuste critiche con sentimenti autodistruttivi e con speranze, nel miglior caso ingenue, di palingenesi.
Tuttavia il paese ha resistito. Perfino quell’ostentata italianità, che qualche decennio fa sarebbe stata bollata come fascismo, oggi a sinistra, camuffando un cedimento, si alimenta di antiberlusconismo. Proprio perché è all’ultimo stadio questa rappresentazione ha oggi raggiunto lo stato visionario. L’Italia sembra un grandioso e grottesco capriccio goyesco, un mostro prodotto dal sonno della ragione e dall’isterismo, che proietta un’ombra tanto più grande e minacciosa quanto più gassosa è la sua consistenza. Questa rappresentazione non sta per imporsi definitivamente. Sta evaporando. Coi suoi lati comici: dal direttore dell’Avvenire che non va in piazza con le meglio femmine, ma idealmente ci va, al catastrofico esibizionismo kantiano di Eco al Palasharp, che rischia davvero di passare alla storia come l’ultima gag di questa tragicommedia.
La domanda fatta all’inizio va dunque riformulata: quand’è che, non questa Italia, ma questa sua rappresentazione va in pensione?
Nulla nasce dal nulla
Fa abbastanza spavento rendersi conto che ormai in Italia c’è una generazione che ha conosciuto solo la politica “sub judice”, nel più piano senso del termine. Lo era anche in passato, naturalmente, perché nulla nasce dal nulla; e riguardava una ben definita parte dello spettro politico, naturalmente. Ma non si passava continuamente per le aule dei tribunali: il tribunale era quello del popolo, anche allora quello che invadeva le piazze, non certo il corpo elettorale; e le scomuniche che venivano lanciate dal mondo della stessa politica, della cultura e dei media erano condanne di tipo politico, filosofico, culturale: l’aggettivo “fascista” ne riassumeva l’intima rozzezza. In questo, apparentemente, l’Italia si differenziava dagli altri paesi europeo-occidentali solo per il radicalismo, perché né il sessantotto né gli anni di piombo furono sconosciuti oltralpe. Paradossalmente, è proprio con il crollo del comunismo, già a cominciare dagli anni settanta, che l’anomalia tutta italiana del “fattore K” si è fatta riconoscere in tutta la sua profondità.
Il mondo della politica, se non può essere, ovviamente, sordo ad un senso di giustizia, non è però il campo dove “di regola” si battono il giusto e l’ingiusto. Al contrario, di norma è un’arena recintata dove legalmente si compongono interessi divergenti, o dove legalmente certi interessi trionfano sugli altri, o dove legalmente certi poteri di indirizzo di governo vengono esercitati. Lo è sempre stata, anche quando i regimi erano assoluti, o quando l’aristocrazia formava un corpo intermedio tra il re e la plebe. Con la democrazia la sua natura non è mutata. Non erano “ingiusti” i regimi del tempo che fu, non è “giusta” la democrazia dei tempi moderni. Laddove l’evoluzione democratica si è potuta sviluppare, più o meno, senza soluzione di continuità, il trapasso dal regime aristocratico a quello democratico non è stato registrato con nessun atto di nascita. Non a caso il Regno Unito ancor oggi è un “regno”, è il paese della Camera dei Pari ed è senza Costituzione.
Alla base del suo funzionamento vi è il riconoscimento dell’avversario politico. Come avversario e non come nemico. Il concetto è estraneo alla tradizione marxista. In questi giorni si è aperta la mostra “Avanti popolo” su settant’anni di storia del PCI. Ha detto Alfredo Reichlin: “Sappiamo benissimo che quella del PCI è storia conclusa e irripetibile. Ma è una storia non separabile dalla storia nazionale e che quindi – nel bene o nel male – pesa sulla storia del Paese”. Intanto non è una storia, ma è un tragedia: bene o male, si potrebbe dire lo stesso del fascismo. Ma soprattutto, ahinoi, non è conclusa. Negli anni venti del secolo scorso, con la fine della prima guerra mondiale, non collassò solo l’Italia “liberale”. Con essa, parallelamente, crollò anche quel movimento socialista che faticosamente si stava arrendendo alla logica della democrazia parlamentare. Molti suoi figli abbandonarono la fiducia in questa pratica “borghese” e “decadente” e optarono per soluzioni extraparlamentari “nazionali” o “internazionali”: il fascismo e il comunismo.
Nel dopoguerra il PCI fece propria un’idea messianica di democrazia, dove la fede nel sol dell’avvenire veniva riadattata al giogo imposto dalla guerra fredda. Ma continuò a non riconoscere l’avversario politico come avversario: era un usurpatore in una democrazia apparente, incompleta ed a sovranità limitata, cui i comunisti si “arrendevano” solo per senso di responsabilità. Quella “vera” era ancora da venire. Era appunto una democrazia “incompiuta”, come continuano a dire molti sciagurati che oggigiorno, vanità delle vanità, si dicono perfino liberali. Finita la copertura culturale e filosofica del marxismo, che la legittimava, ne costituiva il prestigio, e teneva vivo un senso d’appartenenza fra i suoi, la sinistra italiana si ritrovò nuda. Per non soccombere, fece di necessita virtù, e nel giro di un decennio i “fascisti” di prima divennero tutti furfantelli, codice penale alla mano: alle scomuniche e alle condanne politiche dovevano succedere le scomuniche e le condanne dei tribunali veri e propri. E così è stato. L’invasività della magistratura italiana non è solo un problema tecnico: se le riformicchie timide e concertate, o peggio ancora quelle “ad personam”, non risolveranno niente, è però illusorio pensare che una riforma profonda da sola basterebbe ad arginare il male. La magistratura è anch’essa un pezzo d’Italia. Anche per certi magistrati oggi la politica è solo giustizia e l’esercizio della giustizia è diventata l’unica politica. Per questo intervengono su tutto. Invocare ogni santo giorno e su qualsiasi questione la Costituzione, oggi, equivale a togliere alla politica tutte le sue prerogative, e arrogarsi il potere di decidere su tutto.
La caccia grossa al Berlusca è figlia di questa storia. Attraversate varie fasi, e raschiato ormai tutto il fondo del barile, da due anni a questa parte s’incentra sulle vicende d’alcova, vere e presunte. Non c’è niente di nuovo. Anzi, segnala che la parabola giustizialista ha compiuto tutto il suo corso, ed è ritornata alle origini, quando l’apparizione delle rivendicazioni “democratiche” nel continente dopo la lenta maturazione anglosassone, in una politica non ancora strutturata in partiti, coincise con l’esplosione della produzione di libelli, spesso a sfondo sessuale. Ammesso e non concesso che i cacciatori riescano finalmente a tagliare la testa al Berlusca, alla fine si ritroveranno in mano la testa e niente altro. Anche in politica nulla nasce dal nulla e il nulla genera il nulla. Una setta può solo distruggere, ma non può mai strappare il consenso di un corpo elettorale non del tutto intimidito. A Berlusconi succederebbe un altro Berlusconi, diversissimo dal primo, con altre “tare” ben presto messe nel mirino dagli eterni sconfitti.
Come previsto, ci siamo arrivati: democrazia = fascismo
Sapete qual è il nocciolo della questione? In uno stato di diritto non è il popolo, ad essere sovrano, ma la legge: tutte le volte che si cerca di invertire arbitrariamente questa elementare gerarchia si finisce per ricadere, più o meno consapevolmente, in una situazione che conosciamo fin troppo bene. Quella situazione, per usare un termine la cui portata viene spesso trascurata, si chiama fascismo. (“Se la legge è sovrana si chiama democrazia, se il popolo è sovrano si chiama fascismo”, Metilparaben, blog di Alessandro Capriccioli, L’Unità) (*)
(…) la democrazia, a lungo andare, ha spiacevoli conseguenze democratiche. Spiacevoli. Succede infatti che ai profeti della democrazia – che sono sempre in malafede appunto perché profeti – la democrazia piaccia finché le masse sono manovrabili: passive sotto di loro come lo erano sotto il Re. Di esse si servono per scalare i vertici del potere. Ne risulta che la democrazia, per costoro, è bella finché il popolo non è maturo per la democrazia. Ma quando i piccoli popoli eletti, militanti, piazzaioli e firmaioli non riescono più ad intimidire quello grande, quest’ultimo comincia a somigliare per davvero ad una somma d’individui pensanti. E quindi lo temono, l’hanno in dispetto, e sentenziano che la democrazia è “malata”, e cominciano a parlare di “regole”: i codici, di cui loro sono i custodi e gli interpreti, diventano allora il surrogato di una truppa popolare che si è democraticamente squagliata. (“E’ la democrazia, bellezze!” di Zamax)
Ma ora in Occidente, per fortuna, dopo due secoli di apprendistato, il popolo non è più una massa manovrabile tanto facilmente sul tavolo della politica. Ora il popolo è passabilmente, nella maturità dell’era democratica, solo una somma di individui, ciascuno dei quali con la sua testa pensante. E questo alla sinistra, massimamente in Italia, dispiace. Il giocattolo non funziona in più. Di fronte agli esiti imprevisti del suffragio universale è tutto un gran parlare di democrazia “malata”, di “anomalie” e di “populismo”. E quindi? E quindi è ovvio che per il consesso tartufesco dei Druidi Democratici la democrazia vada virtuosamente “imbragata”. Come? Col rispetto di “regole” sempre più invasive; con la trasformazione della Costituzione in una laica “Religione del Libro”, di cui loro sono, a proprio capriccio, i custodi e gli interpreti; con l’appello universale alle Istituzioni e ai Giudici. Costoro non sono i difensori della democrazia contro le minacce di un regime potenzialmente autoritario: sono, loro, nel pieno rispetto del loro pedigree politico-culturale, gli araldi di un fascismo o comunismo “debole”, sotto le spoglie “corrette” di una democrazia nei fatti commissariata. (“A sinistra la democrazia non va più di moda”, di Zamax)
Egregio signorino Capriccioli, a lei, a voi, agli ipocriti, agli imbroglioni, fin dall’inizio la democrazia piacque solo se accompagnata da un onnipotente ed onnisciente Comitato di Salute Pubblica: perché il popolo è una merda, se non vi ascolta.
(*) Non sono così pazzo da leggere Metilparaben’s blog. Mi capita invece di dare un’occhiata ogni tanto a Topgonzo’s blog.
La storia deviata
Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.
L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.
La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.
Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:
Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.
Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.
La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.
La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.
La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.
Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.
Ilvo Diamanti e la grande scoperta del neo-anticomunismo
Nato in quel di Cuneo, nel profondo Nord-Ovest italiano, il professor Ilvo Diamanti è però veneto fin dalla giovinezza, come testimonia senza tema di smentite quella parlata piatta ed incolore – come la pianura padana inghiottita dalla nebbia – propria di noi del Nord-Est quando ci avventuriamo perigliosamente nell’idioma ufficiale della nazione, dimenticandoci però di mettere in movimento l’apparato mascellare con l’energia e la vivacità connaturata non solo ai Terroni, ma a tutti coloro nati al di sotto della Linea Gotica. Infatti, da un punto di visto fonetico, più che grammaticale o lessicale, l’Italia – per parafrasare Cesare in tempi di presunto Cesarismo, così siete contenti – est omnis divisa in partes tres: la zona dei dialetti centro-meridionali, quella dei dialetti gallo-italici, e quella dei dialetti veneti. Ma mentre agli idiomi di Lombardi, Emiliano-Romagnoli, Piemontesi e Liguri, i secoli di dominazione prima etrusca e poi di quelle notorie teste calde dell’antichità che furono i Celti hanno conferito qualche grintosa asprezza, atta a caricare a molla, trattenendo il respiro, pur senza molta grazia, e stentatamente, l’energia che poi si libera elastica in vetta ai quei raddoppiamenti sintattici e a quelle doppie consonanti che costituiscono un fenomeno tipico e quasi unico della lingua italiana (foneticamente centro-meridionale); a noi Veneti invitti, e in parte ai Bresciani e ai Bergamaschi che abbiamo infettato ai tempi delle Serenissima, è rimasta intatta nei muscoli facciali l’impostazione atavica, sì che fuor del domestico recinto della dolce favella locale la nostra parlata ha accenti lamentosi da cane bastonato, simili in maniera preoccupante a quelli dei selvaggi abitatori delle grandi pianure slave.
Fatto sta che con queste premesse Diamanti è indubbiamente veneto. Fin qui nulla di male. Se non fosse che il professore è di sinistra. Essere di sinistra in Italia non è certo una bella cosa: in una landa saluberrima come quella veneta è un peccato mortale. Proprio per questo il socio-politologo è stato adocchiato e poi adottato dai boss della cultura dominante italica – per i quali l’unico veneto buono è quello di sinistra – in qualità di interprete unico del famigerato Nord-Est. Avendo dato buona prova di sé è stato promosso anni fa da Repubblica a strizzacervelli dell’intera nazione; e da allora, un po’ alla volta, Ilvo Diamanti ha cominciato a mollare gli ormeggi che lo ancoravano ad una circospetta prudenza professorale: ora è un estremista, un scalfariano fatto e finito, con un suo stile personalissimo che il successo, potentissimo conservante, ha ibernato. Più che uno stile. Un marchio di fabbrica. Una scrittura minimalistica. All’estremo. A scatti. Sentenziosa. Un’architettura verbale senza curve. Né modanature. Che ha rimesso nel ricovero degli attrezzi virgole e punti e virgola. E subordinate. E avverbi. Ma non ortodossa fino alla patologia. Ogni tanto il lusso di una virgola. O i due punti. O qualche avverbio. Qualche.
Da scalfariano Diamanti traduce in sociopolitichese per i fanatici lettori di Repubblica le intuizioni tanto feconde quanto contraddittorie del decano dei giacobini della carta stampata, la cui gran testa vegliarda ultimamente si gingilla con un’idea assai strampalata, quindi genuinamente sua: le tragiche ideologie che hanno insanguinato il novecento – da lui conosciute a menadito essendosi fidanzato ai tempi belli con l’una e con l’altra, ed avendole abbandonate con perfetto tempismo nel momento del loro crepuscolo – hanno tirato le cuoia grazie a Dio in tutto l’orbe civilizzato tranne che in Italia, dove sopravvivono nel “berlusconismo”. E’ probabile che con questa idea, che è la sua ultima ideologia, Eugenio Scalfari scenderà nella tomba con l’animo pacificato dalla certezza che il travaglio filosofico di una vita avrà trovato finalmente il suo consolante approdo, e la sua gloria imperitura, nell’aver strappato la maschera dalla faccia del male in persona. Il compito di Diamanti era dunque di trovare nella sua personale tassonomia sociopolitica un posto a questa moderna piaga d’Egitto; un nome che nobilitasse da un punto di vista accademico il parto del genio scalfariano. Eccolo: neo-anticomunismo. “L’anticomunismo senza il comunismo”. Con un suo muro: il “muro di Arcore che ha sostituito quello di Berlino.” A est del quale “si stende la terra del neo-comunismo.” In questo quadro i ministri del governo Berlusconi diventano i cani da guardia della nuova ideologia, cui non mancano parole d’ordine da ringhiare contro l’area di riferimento della sinistra: così si spiegano le intemerate contro i “fannulloni” dell’amministrazione pubblica del botolo Brunetta, quelle contro i “baroni” della scuola della maestrina Mariastella Gelmini, quelle contro i sindacati “politicizzati a prescindere” del craxiano Sacconi, quelle contro gli “intellettuali” dei laboriosi popolani della Lega e perfino del Cherubino di Berlusconi, l’insospettabile Bondi. Uff! L’ho già detto: queste sciocchezze sono le urla scomposte di gente dalla pelle delicatissima, abituata da lungi decenni solo a darle con grande comodità e sufficienza, in difficoltà al primo cazzotto delle vittime designate.
In una cosa sola Diamanti ha ragione: il Muro esiste ancora. Da quando, verso la metà degli anni settanta, il muro del comunismo ha cominciato a sbriciolarsi, la sinistra italiana ha provveduto pazientemente a ricostruirne un altro, pietra su pietra. Vampirizzando il vecchio spirito azionista che ha riempito il vuoto lasciato dal crollo del marxismo, al muro che sanciva la “diversità” dei comunisti, garanzia di democraticità contro gli impulsi fascisti della società italiana, si è sostituito il “muro della legalità” che divide gli onesti dai disonesti. Di qua i difensori della Costituzione, di là i Fuorilegge, da incasellare a viva forza nello schema preordinato, anche a colpi di barbarie giuridiche come i “concorsi esterni”. Nella sua ingenuità l’ultimo appello di Saviano ai Giusti, col suo richiamo al “diritto”, risponde perfettamente all’unica vera “ideologia” rimasta. Non c’è da stupirsi se quel popolo sano che per disperazione votò turandosi il naso per più di mezzo secolo ancora non si fidi. E se usa impropriamente la parola “comunismo” non rimproveriamolo: non è mica composto di professori.
Le vittorie di Pirro dell’Islam e degli utili idioti democratici
[Sull'improvviso ravvivarsi della questione dei crocifissi in aula, dovuta alla recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, ho scritto un articolo in buona parte messo insieme con cose già scritte in passato in questo mio blog, alcune anche tre anni fa: mi lusingo del fatto che, dal mio punto di vista - ovviamente - stiano tutte ancora perfettamente in piedi.]
Non saranno certo la decisione dell’antica antichissima e prestigiosa prestigiosissima Università di Cambridge di ammettere il burka alle cerimonie di laurea o la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, contraria alla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche, a cambiare il corso della storia. Che una studentessa musulmana, alla conclusione del corso di studi in quel di Cambridge UK, nel giorno del suo trionfo, e non nella notte di Halloween, abbia il fegato di indossare uno straccetto che la fa somigliare ad un semovente blindato di stoffa senza visibili feritoie, dice di più, forse, dello stato morale della cultura accademica europea che dei capricci della signorina; che la pomposa Corte annoveri tra i suoi componenti l’immancabile Zagrebelski – Vladimiro stavolta – indica ancora un volta come una certa nostra nomenklatura sappia piazzare i suoi uomini dappertutto giocando al martirio democratico. Tuttavia sul gran sfondo della storia queste cose non costituiscono che degli episodi di cronaca, delle piccole battaglie perdute da parte di un cristianesimo e di una civiltà cristiana destinati a vincere.
L’avanzata islamica nel mondo è solo un grandioso effetto ottico. L’Islam stesso è figlio – degenere – del Cristianesimo. E’ l’universalismo cristiano che ha dato forma alla nostra società occidentale accompagnandola nella sua evoluzione. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. E’ l’universalismo cristiano, con quell’unico Dio cui l’uomo finalmente e pienamente al singolare guarda come suprema istanza, che ha deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, e di nazione e che ha posto questo mondo sotto il regime di una legge transitoria, positiva. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura. Senza quelli in cosa si differenzierebbe da un ente o da un’associazione? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia. Su questa base essa ha potuto agire in libertà adattandosi nei secoli e millenni ai cambiamenti di una società della quale essa stessa aveva posto le basi, e la cui evoluzione in fondo si può riassumere nel frutto di uno scambio tra Dio e l’uomo quale cittadino di questa terra, non quale cristiano, nel quale il primo dà all’uomo tanta più libertà, anche di fare il male, quanto più quest’ultimo gli obbedisce nelle cose fondamentali. Storicamente parlando, le libertà individuali si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della legge morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di conservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna tuttavia indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati. Questa è la società cristiana, che non è la società dei cristiani.
Tutta la cultura dei “diritti dell’uomo” così come i totalitarismi moderni sono fenomeni concepibili solo al suo interno: sono fenomeni post-cristiani, così come l’Islam; anche le ideologie e le religioni anticristiane sono parodie del Cristianesimo; di un Cristianesimo che non superato il problema della morte e che non ha saputo distinguere la società cristiana dal Regno di Dio. Il monoteismo, e con sé l’attrazione irresistibile per i diseredati di un universalismo che radeva al suolo caste, tribù e clan – così come fu molti secoli dopo per quello dei rivoluzionari giacobini o di quelli comunisti, ma anche per quello purificato su scala ridotta dei nazionalisti – fu l’arma intellettuale che portò Maometto al potere; il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.
L’imperfetto universalismo islamico si trova oggi sotto la pressione irresistibile della civiltà cristiana – quella società che invece il Cristianesimo, rimanendo fermo nei suoi pochi principi, ha saputo declinare nella storia e nella geografia senza far violenza a popoli e nazioni – e a questa penetrazione cristiana indiretta, inodore, camaleontica, ma terribilmente reale nei costumi e nel linguaggio soccomberà. Ed è proprio per questo che in Occidente, sulla linea del fronte, senza forse rendersene pienamente conto, quello stesso Islam che nei secoli scorsi esercitò perfino fra le arti della Cristianità il fascino di un mondo sensuale e tollerante benché popolato da infedeli, oggi adotta delle linee di resistenza fondate su un assolutismo dei precetti dagli esiti a volte carnevaleschi.
[pubblicato su Giornalettismo.com]
In un mio commento, per chiarire meglio il mio pensiero sui rapporti nella storia tra Stato, Società e Cristianesimo, ne ho fatto un piccolo riassunto, sempre con un collage di vecchie cose:
Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) a difesa dei cristiani, appellandosi al carattere pio, filosofico e “razionale” del sovrano, indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una “Apologia per i cristiani” nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia alla radice diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:
«Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»
(“soltanto Dio” e “sovrano degli uomini”, naturalmente: fin qui arrivavano, a loro rischio e pericolo.)
Io considero, retrospettivamente, che l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo, quando a dispetto della loro potere temporale i papi spesso non erano sicuri nemmeno a Roma – sia stata necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.
A questo proposito, faccio notare che l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il “sentimento nazionale”, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione, non della secolarizzazione in se stessa, nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.





