Zamax

il blog di Massimo Zamarion

Posts Tagged ‘Corriere della Sera

Ciò che Galli della Loggia ha capito soltanto adesso

with 10 comments

Dopo aver a lungo e con studio segato il ramo sul quale sedeva, il “Corriere della Sera”, per salvare se stesso e l’Italia dal radicalismo, e riportare tutti alla ragionevolezza, comincia a sperare nelle disprezzatissime truppe del Caimano, abbandonando alla sua sorte l’utile idiota Monti, lo statista che non capì un bel nulla. Il Corrierione e Montezemolo invece hanno capito tutto. Adesso. Illuminato dall’esito delle elezioni, Galli della Loggia ha capito meglio ancora di loro.

Un’oligarchia, quella del Centro, che ha dato la misura della sua mancanza di sintonia rispetto alla condizione politica reale del Paese quando ha deciso, segnando così la propria sconfitta, di contrapporsi frontalmente e sprezzantemente all’elettorato che fino ad allora era stato della Destra. Come si è visto allorché Monti si è rifiutato di prestare il benché minimo ascolto all’invito di essere il «federatore dei moderati» rivoltogli da Berlusconi: nonostante fosse ovvio che l’elettorato della Destra costituiva l’unico elettorato dove il Centro avrebbe potuto ottenere il consenso di cui andava in cerca. Perché questo errore? Forse per l’influenza dell’onorevole Casini e del cattolicesimo politico più sprovveduto, mai rassegnatosi al bipolarismo e invece sempre vagheggiante un’illusoria collocazione al di là della Destra e della Sinistra? No, non credo per questo; anche se certamente tutto questo ha contato. Sono invece convinto che nel paralizzare qualunque interlocuzione con il popolo della Destra da parte di Monti e dei suoi, nel far loro escludere qualunque approccio meno che ostile in quella direzione, ha contato molto di più quella sorta di generico interdetto sociale che da sempre la Sinistra si mostra capace di esercitare nei confronti della Destra stessa: in modo specialissimo da quando a destra c’è Berlusconi. È l’interdetto che si nutre dell’idea che la Destra costituisca la parte impresentabile del Paese, il lato negativo della sua storia. (…) La borghesia che conta, il grande notabilato di ogni genere, l’alto clero in carriera, insomma l’élite italiana, ha profondamente introiettato questo stereotipo (che come tutti gli stereotipi ha naturalmente anche qualcosa di vero). Uno stereotipo tanto più potente perché in sostanza pre-politico, attinente al bon ton civil-culturale. Con la Destra dunque l’élite italiana non vuole avere nulla a che fare: per paura di contaminarsi ma soprattutto per paura di entrare nel mirino dell’interdizione della Sinistra. Cioè di farsi la fama di nemica del progresso, di non essere più invitata nei salotti televisivi de La7, a Cernobbio o al Ninfeo di Valle Giulia; di diventare «impresentabile» (oltre che, assai più prosaicamente, per paura degli scheletri negli armadi, che non le mancano…). [Ernesto Galli della Loggia, perle scelte da “Ciò che il centro non ha capito”, Corriere della Sera, 24 marzo 2013]

Sono completamente d’accordo più che a meta col mister. Infatti queste parole mi sembrano riecheggiare non poco le solite fisime anti-bolsceviche di Zamax, tipo quelle espresse prima delle elezioni qui e qui:

[Monti può] Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. (…) Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica». Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. (…)

L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. (…) E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. (…) Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. (…) Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa.

P.S. – EGdL più di sei anni fa la pensava diversamente: allora la colpa era della destra che non se l’intendeva con le élite, ora è colpa delle élite che disdegnano la destra…

P.S. 2 – Grazie a Vincenzillo, abbiamo scoperto cosa pensava EGdL prima delle elezioni,  in particolare sulla strategia del Centro: 

C’è un ultimo enorme favore elettorale che si può fare a Berlusconi: quello di concedergli l’esclusiva della contrapposizione alla Sinistra (che per lui vuol dire giocare la carta dell’anticomunismo). Una contrapposizione, come si sa, che ha tuttora buoni motivi, ma che in Italia ha soprattutto una grande storia alle spalle e anche perciò un grande richiamo. Non fare questo favore a Berlusconi è affare del Centro, evidentemente. E dovrebbe essere un affare ovvio, mi pare: se il Centro non è contro la Sinistra oltre che contro la Destra, infatti, che razza di Centro è mai?

Al post-elezioni l’ardua sentenza.

Written by Zamax

March 25, 2013 at 19:20

Perché in Italia un partito liberaldemocratico non può esistere

with 9 comments

Le elezioni politiche in Giappone sono state vinte dai liberaldemocratici. Per Il Sole 24 Ore è una svolta a destra. Per Il Fatto Quotidiano è una svolta a destra. Per La Stampa il Giappone vira a destra. Per La Repubblica si afferma il partito conservatore. Per Il Corriere della Sera Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per L’Unità Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per Il Messaggero Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Insomma: liberaldemocratici = conservatori = destra. Lo scrivono le gazzette della Meglio Italia, okkupate da decenni dalle truppe della rincoglionita Meglio Gioventù. Le stesse che frignano per il fatto che in Italia non ci sia un vero partito liberaldemocratico. Per forza: non lo vogliono né di destra, né conservatore. Ma ammodo, centrista di centro, ed urbanamente occhieggiante a sinistra. Perché in Italia la vera liberaldemocrazia, quella veramente liberale e quella veramente democratica, in fondo in fondo è di sinistra o quasi. Come se fossimo in USA o UK o nell’Europa della prima metà dell’ottocento. Imbroglioni. Ricattatori. E ignoranti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (103)

with one comment

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CORRIERE DELLA SERA 03/12/2012 Tra le più gravose incombenze del presidente della repubblica italiana vi è l’obbligo non scritto di presenziare alla prima della Scala. Mettiamo, com’è statisticamente probabile – oltre che lecito, chiariamo subito, prima che qualche pazzerellone di magistrato si metta strane idee in testa – che a questo benedetto uomo, solitamente in età veneranda e degna quindi dei più delicati riguardi, la musica «classica» non dica un bel nulla; che l’opera gli piaccia ancor meno; che la «gesamtkunstwerk» gli appesantisca la digestione e gli annebbi la vista ancor prima che la musica gli giunga all’orecchio; che questa musica cosmica e caliginosa se la intenda un po’ troppo con infinite indefinitezze; be’, allora capite come una prima wagneriana possa essere un martirio per il primo cittadino della penisola. Il vecchietto verrà fuori dal supplizio con la faccia composta e funebre di chi ha assistito con pazienza a ore di liturgie religiose a lui straniere o indifferenti, nella quale i media compiacenti vorranno leggere la pudica ma piena consapevolezza di chi ha gustato voluttuosamente tutte quante le cinquanta sfumature dell’evento. Con questo non intendo affatto stroncare Wagner, la cui musica suona al mio orecchio tanto sottile quanto monotona: un grandioso luogo comune, a volte però sublime; o dire che Napolitano sia fuggito dal “Lohengrin” per paura di una rottura di palle colossale e pericolosa per la sua salute, anche se, come ha scritto al maestro Barenboim, ricorda «ancora con emozione di aver assistito alla rappresentazione del Lohengrin la sera del 7 dicembre 1981, in un magnifico Teatro La Scala nel quale sedeva, in platea, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini», il qual vivo ricordo in effetti potrebbe indurre i maliziosi a pensar male… No, Napolitano è pienamente giustificato dal fatto che la prima – anche questo ha scritto al maestro Barenboim - «cade quest’anno in un momento cruciale, dal punto di vista degli impegni istituzionali che mi trattengono a Roma, per l’avvicinarsi delle scadenze conclusive della legislatura parlamentare e del mio mandato presidenziale.» Voglio solo dire che è non il caso di esagerare con le spiegazioni, o con le scuse, nemmeno da parte di chi vuole confutare la demenziale ipotesi di una protesta «patriottica» e «verdiana» nei confronti di una prima «tedesca». E all’uopo ci informa, come fa il Corriere della Sera con zelo straordinario, che il presidente terrebbe sulla sua scrivania il libro “Wagner in Italia». Addirittura. E adesso, poveruomo? Gli toccherà pure leggerlo?

EMILIO FEDE 04/12/2012 Chissà cosa si sarà detto l’avvocato Niccolò Ghedini quando l’intristito Emilio di questi tempi, rispondendo alle sue domande durante l’ultima udienza del “processo Ruby”, ha affermato che la più famosa delle nipoti di Mubarak, alle mille e una notte di Arcore, mentre si esibiva nella danza del ventre «faceva le bollicine masticando la gomma»… proprio come una mocciosa quindicenne! Immagino che l’avrà fatto in dialetto veneto, per non rischiare di tradirsi. Ma dal nostro punto di vista questo è niente. Anzi, la Ruby-Scheherazade-Lolita danzante bubblegum in bocca ci sembra fin qui uno dei vertici artistici della brillantissima farsa in scena a Milano. Ci disturba assai, invece, che l’inacidito Emilio di questi tempi abbia fatto di tutto per guastarlo, questo capolavoro, con delle parole tremende indirizzate alla Perla del Marocco, parole che faccio fatica a scrivere, ma che per dovere di cronaca qui riporto: «Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore…», ha detto lo stordito Emilio di una bella ragazzona che «a prima vista certamente non mi sembrava minorenne».

ZUCCHERO 05/12/2012 Il paradiso comunista esiste. E’ l’Italia. Nel senso che per i comunisti il nostro è sempre stato il paese della cuccagna. Scampato ai paradisi del socialismo reale, e lungi dall’essere perseguitato da tutta la teoria di regimi corrotti e cripto-fascisti susseguitisi dalla fine della seconda guerra mondiale, il comunista è stato il figlio prediletto della nostra società, figuriamoci di quella scelta società chiamata società civile. Fin da piccolo allenato a dire con una certa protervia corbellerie colossali, opportunista per natura, malato di protagonismo, abituato a chiedere abiure senza abiurare mai, è arrivato spesso alla tarda maturità senza provare il minimo rimorso per un passato nel migliore dei casi da perfetto imbecille. In questo caso malaugurato, il peggio che verosimilmente gli potrà capitare sarà di passare per eccentrico. Il nostro Zucchero, per esempio, con Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha usato il lessico degli anni formidabili: «Quando eravamo all’università e eravamo giovani e belli, vivevamo l’epica della Rivoluzione Cubana, con Fidel e con il Che, che era già un simbolo, e Camilo Cienfuegos: ammiravamo la resistenza e la dignità del popolo cubano». Ma se fossi in lui starei più attento, perché ormai anche a Cuba il socialismo reale sta per tirare le cuoia, e i compagni più svegli si stanno perciò attrezzando, facendo gli occhi dolci ai blogger più à la page della dissidenza. Vedrai, Sugar, quando il regime – che per le narici della nostra sinistra migliore già puzza di populismo berlusconoide – cadrà sarà il loro trionfo. E loro, lo sai, non perdonano.

JOVANOTTI 06/12/2012 E’ uscito in libreria “Italia loves Emilia-Il libro”, sul concerto pro-terremotati di Campovolo. La Stampa.it ne ha anticipato un brano firmato da Lorenzo, che ricorda in tutto e per tutto il birignao mezzo furbo, mezzo insulso, sempre aggiornato e ma-anchista delle sue nenie. Lui, bisogna dirlo, è un fenomeno che con spietata coerenza in un quarto di secolo di carriera non è riuscito a scrivere un motivetto accattivante che sia uno. Almeno io non ne ricordo uno. Cosa che invece mi capita per Nicola di Bari o Marcella Bella, tanto per citare artisti di classe non oltraggiosamente superiore alla sua. Ma Lorenzo non è mediocre: semplicemente non ama la musica. E’ un collezionista di suggestioni modaiole finto-acculturate che poi sparge sulla pizza sonora che lo accompagna dagli esordi: Jovanotti alle quattro stagioni, Jovanotti ai quattro formaggi, Jovanotti alla rucola, Jovanotti al salamino piccante, scegliete il trancio che più vi piace. Di conseguenza a Campovolo l’atmosfera era fantastica; le persone belle, anzi bellissime; la responsabilità grande; la soddisfazione puntualmente pazzesca; la musica un corto circuito indescrivibile, che serve ad immaginare il mondo; una grande forza costruttiva e positiva per reagire alla forza della natura; una grande forza come quella che lo ha portato a Campovolo, la solidarietà: «una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno, è un documento di valore altissimo». Questo perché siamo nel 2012, e l’ingrediente «Costituzione» va per la maggiore tra i bigotti.

MARIO MONTI 08/12/2012 Considero l’astensione del Pdl sul Decreto Sviluppo e la candidatura del Berlusca due errori commessi nel momento sbagliato. Si poteva fare molto meglio. Ma ha vinto ancora una volta l’isterismo. Un anno di governo dei tecnici ha dimostrato, un passetto alla volta, ma inequivocabilmente, che il «montismo» è stato incapace di ristrutturare la politica italiana coagulando intorno a sé un partito centrista di consistente massa critica; che il Pd, com’era prevedibilissimo, ha giocato cinicamente con Monti al gatto col topo, mandando corposi avvisi attraverso il partito di lotta non appena il governo mostrava di fare qualcosa di serio, e riservandosi attraverso il partito di governo seriose assunzioni di responsabilità per tutto il resto della politica di galleggiamento finanziario; che al Pd non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di abbandonare il presidio politico della sinistra verace per consegnarsi a Monti; che nel mondo reale della politica non c’è un’alternativa alla sinistra che non sia un centrodestra imperniato sul Pdl e aperto a tutti, per quanto male se la passi la creatura berlusconiana; e che infine il «montismo» può sopravvivere solo se si innesta nel centrodestra ed accetta quindi l’esperienza storica del berlusconismo. Nei prossimi mesi questa realtà si sarebbe chiarita definitivamente agli occhi dell’elettorato «conservatore» e il «giovane» Alfano avrebbe potuto giocarsi le sue carte contro il «vecchio» Bersani. Ma ai giornaloni, ai centristi, ai danarosi futuristi italici i passi indietro del Caimano non sono mai bastati. Schiavi del verbo di sinistra, hanno sempre guardato al Pdl con disprezzo, obbedendo per debolezza intellettuale e per viltà al dogma della «destra populista e inaffidabile», e arrivando perfino a sperare nella «destra» perbene del democratico di sinistra Renzi. Per costoro un Berlusca in panchina non era sufficiente: alla destra si chiedeva la liquidazione, la damnatio memoriae del berlusconismo, l’abiura, la resa. Né Berlusconi, né il Pdl potevano accettarlo. E il filo si è rotto. La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

E allora ricapitoliamo

with one comment

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Rifondazione immorale

with 6 comments

La moralità di una società non si crea con le norme. Alla base di ogni società naturale c’è una solidarietà che si è sviluppata col tempo seguendo le vie della storia, che sono sempre storte, impervie, ma che tendono a fondersi, ad intrecciarsi fino a costituire una rete robusta, atta a sostenere i traffici della civiltà. Se questo sentimento sociale è sviluppato esso costituisce un freno naturale alla corruzione dei costumi perché anche chi vi è inclinato si rende conto dell’interdipendenza dei destini individuali in una società siffatta, e partecipa dell’istinto di conservazione generale. Quando viene meno, ed ognuno trova naturale pensare unicamente per sé, a surrogarlo interviene il cancro legislativo, che peggiora le cose, aumenta il senso di sfiducia, gonfia le prerogative dello stato, e divide gli uomini. Le società più immorali e corrotte sono spesso quelle più burocratizzate.

L’Italia deve fuggire quest’ansia farisaica di rifondazione morale, che è un sentimento distruttivo. E’ esso che ci condanna all’immobilismo, alla paura, alla diffidenza, ad invocare messianicamente l’intervento della legge per risolvere problemi culturali. Chi l’ha alimentato stoltamente ora comincia ad averne paura. A cinque anni di distanza dal lancio de “La Casta”, l’articolo di qualche giorno fa di De Bortoli sul Corriere della Sera suona come un‘excusatio non petita. Scrive De Bortoli:

L’antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L’idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l’immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.

Invece “La Casta” fu proprio un libro pernicioso, che io, al contrario degli ingenui, mandai di cuore a quel paese senza mai aprirne una pagina perché, con la scusa dei “fatti”, troppo scoperta era la volontà di far gli occhi dolci all’antipolitica nella speranza di poterla poi controllare a proprio vantaggio. Con “La Casta” la classe soi-disant dirigente sdoganava un populismo vero, dopo anni di chiacchiere su un populismo inesistente, il berlusconismo. Lo dico a quelli che cercano il populismo nello stile dimenticando la sostanza, e specialmente a Galli della Loggia, il quale – manco per caso che ne imbrocchi una – nelle “cadute” di Berlusconi e Bossi vede la fine del ruolo centrale nella politica italiana del “Nord ideologico”, senza rendersi conto che si può dividere il paese orizzontalmente, geograficamente, ma lo si può dividere anche verticalmente, al suo interno, attraverso la lotta di classe, versione marxista di quel puritanesimo giacobino – il democraticismo settario dei “migliori” e dei fedeli alla “Costituzione” – che dai post-comunisti è stato ripreso dopo la caduta del muro. Il vero populismo e le forze della disgregazione sociale stavano per vincere dopo Mani pulite. Fu Berlusconi ad opporvisi. Fu quella di Berlusconi l’unica proposta “nazionale”. Egli imbragò il secessionismo leghista, tirò fuori dall’apartheid la destra missina, mise insieme i pezzi della destra, guardando al futuro. Non per niente chiamò il suo partito “Forza Italia”. La sinistra è ancora ferma alla “questione morale”, che è la negazione della politica, ed è populismo allo stato puro. In questo quadro anche la nascita del governo dei tecnici è stato un sostanziale cedimento all’antipolitica. Lo prova il fatto che l’unica cosa fin qui combinata dal governo Monti è la riforma delle pensioni, fatta appunto in un momento di debolezza o sospensione democratica, allorché partiti e parti sociali erano troppo deboli, e l’opinione pubblica muta, di fronte all’abbrivio rivoluzionario che accompagnava la compagine governativa. Ma i suoi grandi elettori della grande stampa “liberale”, che ora si spaventano del deserto della politica italiana, non se ne avvedono. Forse, tra cinque anni, faranno obliquamente mea culpa. Nel frattempo continueranno a vezzeggiare chi vaneggia di pulizia, pulizia, pulizia…

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 10, 2012 at 12:44

Giustizialisti, con juicio

leave a comment »

E’ molto spiaciuta alla nostra stampa sobriamente benpensante la Lega poco forcaiola che si è divisa sul voto sulla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Napoli nei riguardi di Nicola Cosentino, contribuendo in modo decisivo alla «salvezza» del reprobo. Il quale reprobo, però, è indagato da una vita, e da una vita è sotto i riflettori. Cosa possa combinare in queste condizioni lo sa solo l’Onnipotente o la nostra onnisciente magistratura. La richiesta di arresto era palesemente pretestuosa, e il suo arresto avrebbe voluto solo un valore, o meglio, un disvalore «esemplare», perché così piace ai cultori della legalità del nostro paese, abituati a vivere di simboli positivi e negativi, ai quali stringersi attorno o sui quali lanciare l’anatema, obbligatoriamente. Si è così confermato che il «moderatismo» messo in pratica da queste penne guardinghe è un conformismo che con molta urbanità sa venire a patti anche con le pulsioni peggiori, quando siano abbastanza diffuse. Sono i casi in cui «ascoltare la pancia della gente» diventa una virtù. Qui la sobrietà, se vi interessa saperlo, sta nell’adeguarvisi giudiziosamente, senza sbracare.

C’è qualcosa di vile e di ostinatamente meschino nel non voler riconoscere che proprio in casi come questi si vedono i frutti positivi della lunga stagione berlusconiana. Evidentemente sul lento processo di maturazione leghista fa premio la necessità di sganciare la Lega dal PDL, sia che essa ritorni al celodurismo originario, sia che diventi una «costola» della sinistra a forza di lusinghe e legittimazioni verso i «maroniani» di turno, nella speranza di trovare un giorno un Fini leghista. Per i nordisti sono due opzioni suicide, e perciò incoraggiate. L’unico futuro per la Lega è un’alleanza sempre più organica col partito di Berlusconi: i dirigenti del partito e i suoi elettori in cuor loro lo sanno, anche se il concetto non è ancora entrato nella loro testa.

Il voto è anche un segno che col tempo, dopo il colpo di mano che ha messo Monti alla guida del governo, le forze politiche si stanno naturalmente riaggregando. E si è visto che il terzo polo, quello fieramente indipendente, alla prima conta un po’ delicata, senza aver alle spalle qualche diktat europeo, si è diligentemente piegato ai dettami della stagione giustizialista. Sua Vacuità Pier Ferdinando Casini, con la tipica voluttà dei democristiani convertiti alla vulgata sinistrorsa, ha parlato di eutanasia del Parlamento, di suicidio in diretta, solo perché i suoi alleati di un tempo hanno salutato con qualche applauso l’esito del voto, come se non avvenisse ogni volta che nell’attività parlamentare si esce dall’ordinaria amministrazione. Per quanto fragile questa rinnovata intesa tra Berlusconi e Bossi ha messo in allarme la vasta platea dei corifei del «governo del presidente», tanto più che il professor Monti, a parte le pose garbatamente efficientiste, fin qui non ha affatto dimostrato il nerbo necessario per farsi sentire in Europa e per mettere in cantiere le mitiche e sanguinose riforme di cui abbiamo tanto bisogno, i due fronti sui quali è stato chiamato a combattere, «facendo presto». Che dovesse fare presto non c’è dubbio, ma non per i ben martellati motivi di emergenza che gli hanno spianato la strada, ma per cogliere l’occasione offertagli da una classe politica in stato comatoso.

E così oggi con tutta naturalezza si biasima la debolezza della Lega nei confronti di Berlusconi come non tanto tempo fa si biasimava la debolezza di Berlusconi nei confronti della Lega, e l’immobilismo che ne derivava. Tali capriole si spiegano facilmente: virtù vere se ne vedono poche in giro. Chiarezza di idee e coerenza sono merce rara. E’ molto più facile illudersi che sia possibile vellicare gli istinti peggiori dell’opinione pubblica, purché rientrino nel catalogo aggiornato del politicamente corretto, e nello stesso tempo sfoggiare la retorica della ragionevolezza e della responsabilità; sciocchi esercizi impersonati in questi giorni dai due rumorosi impostori chiamati Equità e Rigore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

January 17, 2012 at 09:02

Il populismo dalle buone maniere

with 6 comments

L’affermarsi del populismo presuppone un’acritica adesione di massa ad una visione politica, ad un leader e ad un programma non di rado ridotto a vacue parole d’ordine. E’ frutto di un isterismo collettivo alimentato ad arte che le circostanze possono rendere quasi onnipotente. Quello particolare che ha portato Mario Monti al governo è il risultato, oltre che delle decisive circostanze, di un lungo e mediocre lavorio ai fianchi che dura da anni, e somiglia ad un matrimonio combinato, un matrimonio che “s’aveva da fare”, cui la promessa sposa ha ceduto per sfinimento, in un tripudio generale e manierato, mirato ad incoraggiare la sventurata, nella speranza che col tempo la poverina arrivi perfino ad amare il vecchio bacucco. Insomma, sono tutti contenti, si sentono in dovere di attestarlo, molti senza sapere neanche il perché, ma nessuno ci crede. Che sia populismo lo conferma il fatto che dopo aver detto tutto il male possibile dei salvatori della patria, il nuovo Presidente del Consiglio venga dipinto esattamente come un salvatore della patria da coloro che di una “normalità” aliena dai personalismi della vita politica italiana, a fini naturalmente anti-berlusconiani, si erano fatti pretestuosamente patrocinatori. La contraddizione è palese, ed è per questo che l’opinione pubblica è stata affettuosamente bombardata da un surrogato dell’agognata “normalità”: l’immagine della compostezza del nuovo premier e della sua compagine governativa, che d’altro canto gli spropositi agiografici hanno dovuto porre a fondamento della talismanica “credibilità” del nuovo corso, ribadendo così che di populismo si tratta, anche se rovesciato rispetto ai termini convenzionali.

Il governo Monti è figlio dell’Antipolitica, per meglio dire di una forma particolare di antipolitica che ha assunto nitidi contorni durante il biennio dell’ultimo governo Prodi. Come si ricorderà l’Unione prodiana ebbe alle elezioni del 2006 l’avallo esplicito dei grandi giornali del nord. Elezioni che si prospettavano trionfali ma che videro invece Prodi vittorioso per un pugno di voti, e con molta fortuna. La risicata vittoria rese indispensabile l’appoggio dell’estrema sinistra. Anche per questo le aspettative sul suo governo andarono deluse. Il malumore serpeggiava nel paese. “L’antipolitica” incanalò questo malumore. I potentati che si erano esposti nell’appoggio a Prodi, una casta come le altre, corresponsabile non meno degli altri protagonisti dell’immobilismo del paese, ebbero paura che il fuoco dell’antipolitica li investisse. E così pianificarono di concentrarlo unicamente contro quella stessa classe politica con cui fornicavano da decenni appassionatamente. Ne scrivevo in questi termini nel 2007:

Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre: 1) L’ANTIPOLITICA DELLA CASTA ECONOMICA OVVERO IL PARTITO DEL CORRIERE DELLA SERA. A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. (…) con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro LA CASTA costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto.

Questo disegno si è concretizzato ora, dopo un lustro, ma ha dovuto giovarsi dell’eccezionalità della crisi economica senza precedenti che ha investito l’Occidente. Ed è solo una fragile mezza vittoria, perché ora bisognerà veramente fare sul serio. Tanto problematica che il giorno dopo l’insediamento del governo Monti alla retorica del “fare presto” è succeduta quella del manzoniano “adelante, con juicio”: “riformismo vero, senza strappi” è il titolo di un articolo dell’impavido Guido Gentili sul Sole24Ore. Ed inoltre deve già fare i conti con l’intuito politico di Berlusconi: chi temeva che l’ex-Presidente del Consiglio si emarginasse in un rancoroso isolamento si è sbagliato come chi sperava che egli subisse passivamente la nuova realtà. L’astuto Silvio ha promesso collaborazione piena col nuovo esecutivo, fin troppa. La nuova parola d’ordine fra i berlusconiani è questa: il programma di Monti è il nostro. Il nostro che precedeva il suo, ben s’intende. E non è poi una grande bugia. Proprio per niente, visto che adesso non solo i contenuti ma anche i ritmi cominciano pericolosamente a somigliarsi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

November 22, 2011 at 08:28

Governo Monti: la partita è soltanto all’inizio

with 2 comments

Berlusconi è uscito di scena con saggezza. Ha saputo ragionare con freddezza e ha avuto un occhio di riguardo per l’Italia. La tempistica è stata brutale, ma quando agiscono sopra di noi forze superiori è bene adeguarvisi senza disperdere inutilmente le proprie. Ovviamente, nella testa dell’ex Presidente del Consiglio questa non è che una ritirata strategica, anche se non sarà più lui in futuro a guidare le truppe. In piazza a fare gazzarra non c’era la plebaglia del Caimano, ma quella dei fissati col Caimano: la prima, che non esiste, è solo il riflesso della seconda, che esiste. Ora comincia l’interludio, non si sa quanto lungo, del governo Monti, commissario per conto dell’informale direttorio europeo. Il quale certo lo appoggerà, facendosi sentire presso la classe politica italiana. Ma è fatale che dopo l’ebbrezza dell’intronizzazione un po’ alla volta la politica scacciata dalla porta rientrerà dalla finestra. La realtà è che tutti si tengono le mani libere e che domina l’ambiguità. Non può essere diversamente perché lo stesso Monti, o i suoi ventriloqui della grande stampa, si dimostrano ambigui. I toni roboanti, le stucchevole tirate sul “fare presto”, servono proprio a surrogare una schiettezza che non c’è: si alza il volume, ma manca la chiarezza. Si vedrà che anche il “governo del fare” di Monti, come quello di Berlusconi, dovrà trovare una maggioranza politica che lo sostenga. E finché si tratterà di sciocchezze potrà anche essere una maggioranza vasta o variabile, ma poi, quando il gioco si farà duro, e si parlerà di pensioni, lavoro, liberalizzazioni e patrimoniali o questa maggioranza non si troverà, oppure da una qualche parte dovrà assestarsi. Un comico frutto di questo balletto intellettuale fra ferrei propositi e tattiche reticenze si trova in un editoriale del Corriere della Sera a firma di Angelo Panebianco, che scrive:

Un altro errore da evitare (è il problema più delicato) riguarda la navigazione dell’esecutivo. Con i suoi provvedimenti, il governo Monti non dovrà dare l’impressione di penalizzare sistematicamente gli elettori di una parte rispetto a quelli dell’altra, mettendo così in una situazione insostenibile qualcuna delle forze che lo appoggiano. Qui conterà soprattutto la grande esperienza politica di Napolitano.

Ma come? Non doveva servire il governo Monti ad implementare con energia e celerità le misure imposte dall’Europa senza guardare in faccia nessuno, ma facendole accettare lo stesso grazie alla sua autorevolezza, cui il senso di responsabilità dei politici doveva inchinarsi? La situazione è grave, ma non seria, parrebbe: anche per i contegnosi e consapevoli patrocinatori del governo “tecnico” è già tempo di mezze misure, prima ancora di cominciare. Nel giro di una settimana, silurato Berlusconi, alle mezze calzette di Confindustria o del club montezemoliano la sola idea della “macelleria sociale” – ossia ciò che “l’Europa ci chiede” – sembrerà brutta quasi come ai Bonanni e agli Angeletti. Lascio stare la Camusso, che è un caso disperato. In effetti, nonostante i proclami dei firmaioli del Sole24Ore, nessuno di loro si aspetta che Monti abbia la forza e la volontà di mettere in atto un’impopolarissima politica “liberale” in materia di pensioni e lavoro. Dirò di più: loro stessi non lo vogliono. Il disegno è quello di compensare una “mezza risposta” all’Europa con una patrimoniale coi fiocchi. Un’italianissima furbizia, che avrà stavolta il timbro della più alta moralità e alla quale sarà altamente responsabile conformarsi. Monti, che non è affatto un cuor di leone, e con lui tutto il resto dell’establishment, comincerà a pendere sempre più verso sinistra, a cianciare di condivisione e di tavoli allargati sotto lo sguardo non troppo compiaciuto dei suoi sponsor europei. Il Pdl, se vorrà dimostrare di non essere morto, potrà gridare al tradimento dell’agenda europea e proporsi come il solo (grande) partito “potenzialmente” credibile in materia di riforme, anche se è probabile che una parte dei parlamentari azzurri andrà ad ingrossare il fronte dei… “responsabili”. Ma a quel punto l’emorragia conterà poco o punto in vista delle elezioni. Se invece il commissario riluttante Monti non vorrà finire per essere commissariato a sua volta dagli odiati tecnocrati europei, e non vorrà ingloriosamente dimettersi pure lui, dovrà per forza andare col cappello in mano da Berlusconi, che così otterrà la sua rivincita, e potrà, in caso di felice esito parlamentare, farsi passare per salvatore della patria e rimediare così anche all’impopolarità delle misure prese. In effetti, una volta superata la delusione della sconfitta, l’idea che subito si è insediata nella mente di Berlusconi è quella di fare del Pdl la colonna portante, insostituibile, del governo Monti, e di vincere, per così dire, la partita dall’interno. Per la sinistra politica, ovviamente, vale lo stesso discorso, per i motivi opposti. Con queste differenze: che l’agenda europea non contempla patrimoniali, tanto più nel momento meno indicato, quando si cercano disperatamente risorse per la ripresa; che essa cozza dolorosamente con le idee d’ingombranti compagni di strada; e che più il tempo passa, più l’abbrivio che doveva portarla in posizione di forza alle elezioni si esaurisce.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

November 15, 2011 at 08:13

La Casta: il mito e la storia

with 3 comments

Non ne usciremo mai se invece di fare uno sforzo di verità continueremo a ripetere come pappagalli le comode bubbole tratte dal mito della casta. Quel mito parziale che serve solo alle fazioni, ai partiti, alle caste. Andiamo indietro di vent’anni. L’operazione Mani Pulite non fu un complotto. Ma non fu neanche il prodotto benefico del berlinguerismo. Prodotto malefico del berlinguerismo fu invece quello che la guastò. Agli smemorati ricordiamo che la sinistra nel suo insieme – la politica e i media di riferimento – fu presa alla sprovvista dall’esplodere di tangentopoli. E per qualche tempo il suo atteggiamento nei confronti della caccia ai marioli presi col sorcio in bocca rimase cauto e diffidente. Il motivo, ricordiamolo ancora agli smemorati, è che la protesta popolare e in parte certamente populista contro l’invadenza dei partiti, che diede ai magistrati la sensazione di non sentirsi soli e quindi la forza di procedere, era localizzata in quel lombardo-veneto “conservatore” dove la DC regnava incontrastata dalla fine della guerra. Proprio là, con la crisi del comunismo, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, si erano aperte le prime fenditure sulla calotta polare che l’equilibrio della guerra fredda aveva creata nel nostro mondo politico: la sfida craxiana all’egemonia del PCI a sinistra, la sfida leghista alla balena bianca a destra. A scendere in piazza contro la “partitocrazia” non erano i popoli viola o i girotondini di allora, ma i leghisti e i missini, i “fuori casta” di destra. Il megafono di questa protesta non era il “Fatto Quotidiano” di allora, ma “L’Indipendente” diretto da un tale Vittorio Feltri, ex del Corrierone. Era un sisma dentro l’elettorato e la politica di destra. Non è un caso che insieme a Feltri tutti questi protagonisti, leghisti, missini, democristiani (l’elettorato tutto, ma anche parte della classe politica sopravvissuta alla bufera), li ritroveremo poco tempo dopo dentro e dietro la coalizione berlusconiana. La metamorfosi destrorsa era compiuta, anche se il mostriciattolo doveva ancora crescere. Incompiuta rimase quella di sinistra. E infatti i craxiani in rotta andarono ad ingrossare le fila berlusconiane.

Ci sono due domande alle quali rispondere: perché il malcontento scoppiò nel lombardo-veneto e perché la metamorfosi politica a sinistra non riuscì? Per rispondere alla prima domanda bisogna fare una premessa: non sempre la presenza massiccia negli affari economici della mano politica, e di conseguenza della corruzione, è segno di una particolare tara morale in questo o quel popolo. In un paese di non solidissime tradizioni democratiche e liberali, almeno all’inizio, è la regola, perché mancano quella fiducia e quel reale senso civico che solo l’esperienza possono irrobustire, mentre lo statalismo si nutre di paura e diffidenza. In un paese in via di sviluppo, come fu l’Italia per decenni di vita repubblicana, il sistema della raccomandazione, della tangente, dei finanziamenti illeciti ai partiti, dell’osmosi tra politica ed economia, poteva non essere sentito come un grande problema, anche là dove il tessuto socio-economico era sano, finché la crescita economica dava i suoi dividendi a tutti. Ma in un paese ad economia matura, stagnante, appesantito dal costo sempre più insostenibile del welfare, quest’andazzo si stava rivelando semplicemente “antieconomico” per troppi attori, molti dei quali fino ad allora spesso complici del sistema. E’ per questo che il malessere si fece sentire, confusamente, giudicando con l’occhio del cronista, ma piuttosto chiaramente, all’occhio dello storico, in quella parte d’Italia che da una parte era meno legata alle sicurezze economiche del settore pubblico, e dove, dall’altra, l’osmosi politico-economica non aveva i ferrei caratteri spudoratamente professionali di quella su cui regnava il PCI.

La metamorfosi a sinistra non riuscì perché con istinto “rivoluzionario” ancora vivo e vegeto, nonostante il cambio di ragione sociale, i post-comunisti – e con loro chi voleva prendersi le spoglie di un paese allo sbando – videro nel caos di tangentopoli il classico e delicato periodo in cui un paese cambia pelle e il “nuovo” succede al “vecchio”: è quello il momento migliore per impadronirsi delle leve del potere. Non ci fu bisogno di uno squillo di tromba, di un ordine: fu il militantismo e lo spirito gregario a spingere a politici, giornalisti, intellettuali, magistrati a cavalcare compatti Mani Pulite, a dirottarla, e a farla propria. Invece di una “grande confessione”, di un bagno di verità nazionale, di un salto di qualità, ci fu un inutile “bagno di sangue” e l’epurazione di una parte della classe politica. E’ stata la “rivoluzione” di Mani Pulite a tenere in vita ciò che era vecchio: la politica dei buoni e dei cattivi e quella dei maneggioni, due facce dello stesso immobilismo. A rendere infinita, conflittuale, incompiuta una fase di transizione cui l’opposizione oggi spera di porre termine – follia all’ultimo stadio – con la fine dell’avventura politica di Berlusconi: semmai è il contrario. E non finirà di certo se l’ultimo vezzo di questo fariseismo duro a morire sarà quello di addossare alla politica tutte o quasi le colpe della “pozzanghera del malaffare”, come fa nel suo ultimo articolo Galli della Loggia, prendendo le parti di una grande stampa d’informazione che “non può né deve avere indulgenza per nessuno”. Siamo sempre al gioco dei buoni e dei cattivi. Fatto sul Corrierone, poi, che in questo ventennio ne ha combinate di cotte e di crude, fa ridere.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

August 2, 2011 at 07:04

I partigiani dell’Italia che ripudia se stessa

leave a comment »

Il pluridecorato scrittore Claudio Magris è uno di quegli intellettuali che a forza di garbato conformismo, di giuste frequentazioni e di cosmopolitismo ben scelto, con tenacia degna di miglior causa si è guadagnata fama di onesta e sobria indipendenza di giudizio. In due parole, mai una parola fuori posto. Imbalsamato alla perfezione, fa la guest star sul Corriere della Sera. E tuttavia anche questo riguardoso personaggio è iscritto da una vita alla pericolosa consorteria dei profeti dell’altra Italia: “l’altra Italia”, differente, ieri, dall’Italia di ieri; e oggi, dall’Italia di oggi; e domani, scommettiamo, dall’Italia di domani. Il che vuol dire che quest’attitudine millenaristica, minoritaria in tutti i paesi in cui il sentimento nazionale si è ormai pacificamente sedimentato, da noi è ancora così viva e pulsante da essere espressione di vere e proprie nomenklature; che oggi, disperate nel vedere un paese che nella volgarità berlusconiana della democrazia si sta rinsaldando, al contrario di quanto si favoleggia, spingono sull’acceleratore. E il professore – è anche professore – in occasione del 25 aprile, coi suoi modi compassati si adegua alla nefasta pulsione:

Sono soprattutto le dittature — quelle «molli» che soggiogano con strumenti economici, mediatici e culturali, e ancor più quelle «dure» che s’impongono direttamente con la forza bruta — che si presentano come l’unico sistema, l’unica realtà possibile. Le dittature invece cadono e il 25 aprile ricorda la caduta di quella fascista in Italia. C’è poco da aggiungere a quanto è stato detto tante volte sull’antifascismo e sulla Resistenza, sull’imperituro significato di quest’ultima quale liberazione nazionale, sulle sue contraddizioni, sulle sue diverse e contrastanti anime, sui suoi eroismi e sui misfatti compiuti in suo nome. Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile (…) Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo.

Non è uomo da battaglia, Magris, che in questa dittatura molle peraltro se la passa benissimo. Tanto più impressiona la frecciatina giacobina contro la sub-umanità berlusconiana: dire “non-cittadino” è usare il linguaggio della rivoluzione, è preparare il vandeano, il brigante, il nemico di classe, il kulako; e impressiona la retorica banale, mille volte “belata dal gregge” – quello vero, caro Magris, non quello colpito dai tuoi strali – sullo “stadio ultimo”. Sai cos’è? E’ la banalità, prevedibilissima, del male. Scrissi qualche settimana fa:

Ostenta [il giacobino] un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge.

Ricordiamo allora allo smemorato di Trieste che anche l’ideologia fascista, del tutto in linea con le sue radici socialiste-radicaleggianti, sognava “un’altra Italia”, che venisse fuori dal putridume e dalla mediocrità dell’era giolittiana. Che “un’altra Italia”, che allora nemmeno veniva chiamata Italia, trionfante sulla mediocrità borghese, fu nei sogni e restò per fortuna nei cassetti dei comunisti. Che “un’altra Italia” diversa da quella mediocre dei preti era nei sogni della parte più ottusa e oltranzista delle élites liberali dell’Ottocento, e nella capoccia dura e saputella degli azionisti del secolo scorso. Chi sogna “un’altra Italia” vuole un paese a sua immagine e somiglianza: ma questo atteggiamento, nel concreto, è il contrario della democrazia ed un ostacolo alla maturazione del sentimento nazionale. Un sentimento nazionale maturo, proprio perché ha elaborato ed accettato e composto dentro di sé molte differenze, in una sorta di processo di globalizzazione locale, di norma è pacifico e non s’investe di missioni salvifiche. Mentre il nazionalismo è sempre il risultato del trionfo di una fazione, così come la repubblica dei soviet. Chi oggi sogna “un’altra Italia” partendo dalla Resistenza e da un pretestuoso patriottismo costituzionale fa lo stesso errore antidemocratico. E non è un caso che a quest’ultima versione mascherata dell’autoritarismo nostrano siano approdati reduci dell’uno e dell’altro campo, e anche di tutte e due.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 26, 2011 at 07:18

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (14)

with one comment

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIULIO TREMONTI 21/03/2011 Essendosi dato da lunga pezza alle profezie, scruta infaticabile i segni dei tempi. Ne ha scoperto uno, finalmente, nel (mancato) disastro nucleare di Fukushima. E’ un ammonimento divino. Che lo sia ne è pegno l’idea divinamente balzana che gli ha folgorata una mente già abbondantemente provvista di una sua allarmante luminosità: il debito nucleare, ossia il prezzo da pagare per lo smantellamento degli attuali impianti. Non avendone manco uno straccio, e sommandosi al debito privato relativamente modesto dei suoi cittadini, l’Italia passerebbe automaticamente al numero uno nella classifica dei paesi con le finanze più virtuose. Nonostante il debito pubblico da incubo. Certo che è forte, il nostro Giulio. Una cannonata. E chissà cosa combinerà quando si dedicherà con più convinzione all’interpretazione del volo degli uccelli o all’aruspicina, che da noi ha nobilissime tradizioni etrusche.

IL CORRIERE DELLA SERA & C. 22/03/2011 Apocalisse doveva essere e Apocalisse non è stata. Con grande scorno dei media di casa nostra, che ora, indispettiti dal coitus interruptus nucleare, si attaccano oscenamente al fumetto del reattorino, che chissà, qualche bello scoppietto potrebbe pur annunciare; alle irrilevanti tracce di iodio 131 trovate nei fuggitivi dal paese del Sol Levante, convocati a forza negli ospedali di casa nostra al solo scopo di dare corpo alle ombre, o per giustificare burocraticamente l’imbecillità; al nuovo allarme, provvidenziale, quello sul cibo, lanciato a causa dell’insalatina un po’ radioattiva – almeno quella, per fortuna – raccolta, guarda un po’, non lontano dalla centrale di Fukushima; agli scaffali vuoti dei supermercati, che invece sono pieni; alla Tokyo spettrale e vuota che invece è solo lo spettro di un delirio collettivo; alle “grandi fughe” verso il sud del Giappone che stanno solo nell’immaginazione di reporter dediti alla causa, pronti a fare di uno cento, anzi, un milione, pur di solleticare le paure e il voyeurismo macabro del volgo della penisola. Una farsa, vile, recitata al cospetto di ventimila silenziosi cadaveri, e mezzo milione di sfollati da sfamare e mettere al riparo.

(P.S. Ricordate la storiaccia dell’ambasciatore italiano che telefona “all’ultimo italiano rimasto a Tokyo”, pregandolo di “scappare”, che mi ha fatto imbestialire qualche giorno fa? A quanto pare è una bufala. L’articolo apparso nel sito internet del Corriere è stato modificato, probabilmente in seguito alle rimostranze di qualche italiano residente a Tokyo: Peppe il pizzaiolo non è più “l’ultimo”, ma “uno degli ultimi” e si menziona “una smentita delle fonti consolari di Tokyo”. E allora mi scuso con l’ambasciatore e mando, se ce ne fosse ancora bisogno, ancor più volentieri il Corriere a quel paese.)

GIOVANNI VERONESI & PAOLA CORTELLESI 23/03/2011 Stufo di manuali d’amore, il regista si butta sul sociale. Non sul sociale triste, abbacchiato e grigio del missionario della settima arte. Ma sul sociale che tira, quello che titilla il pubblico: per esempio il fenomeno delle aspiranti veline. Mica scemo il ragazzo. E mica scema la ragazza, la Cortellesi, che per sfondare al botteghino si è trasformata in escort: per disperazione, ma in escort, mica in ladra. Il che dimostra che si può benissimo parlare alla pancia del paese: basta essere furbi, ed ammanicati con la società civile.

NICOLAS SARKOZY & DAVID CAMERON 24/03/2011 Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. La morale si degrada a farisaica self-righteousness. Visioni parziali conducono a vicoli cechi. Dio ci conservi i vecchietti, se i “giovanotti” son questi.

SABINA GUZZANTI 25/03/2011 Vogliono un’Italia diversa da quella gretta e cafona che pende dalle labbra dell’imbonitore di Arcore. Poi si fanno infinocchiare come babbei accecati da una volgarissima sete di denaro dagli imbonitori di finanziarie che promettono lautissimi guadagni investendo in obbligazioni di una società con sede nello Stato Libero di Eldorado, ossia il Lussemburgo. Il che dimostra che per fortuna agli italiani, quando tocca loro di scegliere, un certo sesto senso non manca.

C’è chi può e chi non può

leave a comment »

GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.

LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.

IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.

LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.

LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.

[Pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (8)

with one comment

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

UMBERTO ECO 07/02/2011 “Sotto il fascismo era stato imposto ai professori universitari il giuramento. Hanno giurato in tutti meno undici. Persero il posto ma salvarono l’onore dell’università.” Trovo il rilievo assai opportuno: è ora che Silvio faccia sul serio. Sotto il “berlusconismo” nessuno è stato obbligato a giurare alcunché; in compenso non se ne trovano neanche undici che si dichiarino apertamente berlusconiani, ché sennò si beccherebbero la scomunica dell’onnipotente corporazione degli amici di Umberto. E tutto il resto.

IL CORRIERE DELLA SERA 08/02/2011 “Col risultato che, per colpa di tutti e di nessuno, le elezioni anticipate rischiano di diventare di colpo non solo un esito comunque inevitabile, ma il male minore.” (Massimo Franco, 01/02/2011) “E una ragione in più per prendere atto, con rammarico, che una stagione è finita e che il ricorso al voto anticipato, anche con una pessima legge elettorale, forse è diventata una scelta obbligata.” (Pierluigi Battista, 05/02/2011) “Se non sarà possibile una tregua (…) il ricorso al voto anticipato appare una soluzione preferibile pur con una legge elettorale disgraziata di cui abbiamo avuto prove inconfutabili.” (Ernesto Galli Della Loggia, 07/02/2011) Ecco, direi, con rammarico, che forse, nonostante la legge elettorale, orribile, lo sappiamo, ecco, direi, che il ricorso al voto, voglio dire, le elezioni anticipate, insomma, a questo punto, responsabilmente, appaiono preferibili, e forse, per il bene di tutti, obbligate, oltre che, probabilmente, in questa situazione, inevitabili. Aaaaavanti il prossimooo…!

JULIAN ASSANGE 09/02/2011 Intervistato dai marpioni del TG3, e volendo ingraziarseli, il nuovo cocco di mamma dei democratici dell’orbe terraqueo se ne è uscito con una solenne cretinata: “Berlusconi, e altri in posizione di potere in Italia, dovrebbero fare molta attenzione al fatto che la loro vita privata corrisponda a quella pubblica”. Parla del campione del mondo? Di Silvio? La sua vita privata è quella pubblica: pari pari. E maniacale è l’attenzione che questo bambino mette nel non tenersi neanche un segreto. There’s really no need for WikiLeaks.

UMBERTO ECO 10/02/2011 Quello che ogni tanto va a letto tardi, ma solo perché legge Kant. E in barba a queste elevate, edificanti e tremendamente soporifere letture riesce ad essere così cafone da dirlo alla platea dei diecimila e in faccia al vasto mondo. Giacché grazie a Dio lui non è come gli altri uomini: ladri, imbroglioni, adulteri, e berlusconiani.

UGO DE SIERVO 11/02/2011 L’art. 135 del Corano della Società Civile, pardon, la Costituzione Italiana, dice che: “La Corte [Costituzionale] elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi restando in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice.” Sennonché, lassù, nel tempio dove la legge celebra i suoi serenissimi misteri, da vent’anni impera la legge del furbetto del quartierino: gli augusti giudici, appigliandosi, come il più miserabile dei legulei, ai sopramenzionati “termini di scadenza”, eleggono puntualmente presidente chi sta ormai per appendere le scarpe al chiodo. Così ne abbiamo avuti venti in vent’anni. Dopodiché questi poveri disgraziati vanno in pensione col grado di Presidente Emerito. Un motivo in più per starsene zitti. Religiosamente. E invece i Discepoli del Riserbo cantano come grilli pur di passare alla storia nel pochissimo tempo concesso loro da questo imbroglio. Non da meno è l’attuale Gran Sacerdote del Sinedrio, che prima, con la scusa della sua delicatissima sensibilità di giurista ferita da inesattezze linguistiche e giuridiche, ha sentenziato che il federalismo municipale è una “bestemmia”. E poi, visto che il reprobo da rampognare era l’uomo più maltrattato della terra, il Caimano, ha tuonato che “È denigratorio e gravemente offensivo sostenere che i 15 giudici della Consulta giudicherebbero sulla base di loro asserite appartenenze politiche”. “Denigratorio e gravemente offensivo”: è anche noioso il tipo.

Written by Zamax

February 14, 2011 at 13:59

La Meglio Italia sull’orlo di una crisi di nervi

with 15 comments

Cari giacobini del Partito di Repubblica, care mezze calzette del Partito del Corriere, rassegnatevi: il Caimano ha proprio l’intenzione di continuare la legislatura ed ormai ha tutti i sostegni necessari; in parlamento, tra le parti sociali, e anche nell’opinione pubblica, quella vera, non la truppa scelta cinguettante nei mass media. Mesi fa scrivevate che era morto, oggi scrivete che il suo governo al massimo può tirare a campare. Mentivate allora. E perciò mentite ora. Lo dimostrano, beffardamente, proprio i contrattempi sul federalismo: la Lega non si sgancia. Il Presidente stoppa? Niente paura, si ricomincia. E mentre voi chiacchierate il gruppo di ripescaggio detto dei Responsabili raccoglie pazientemente un naufrago alla volta; e la maggioranza, che al Senato veleggia tranquillissima, alla Camera raggiunge ormai quota 317, detta anche quota Bocchino, dal nome del famoso spaccone; senza contare che l’assedio respinto l’ha galvanizzata, accentuandone il cameratismo e la compattezza. Berlusconi, non contento, trova poi il tempo di puntellare il polo conservatore anche dall’altra parte dei confini, il cui presidio viene ora affidato alla destra verace di Storace. Scrissi per tempo come il vero nemico del governo e della maggioranza che lo sostiene fosse il panico: se Berlusconi ed i suoi non avessero perso la testa avrebbero resistito. E così è stato. Non è un miracolo. E’ inutile che cerchiate di raccontare la storia dell’orso ai vostri lettori. Li offendete: c’è un limite anche alla minchioneria. Fai pena, caro Pierluigi Battista, quando scrivi: “una ragione in più per prendere atto, con rammarico, che una stagione è finita e che il ricorso al voto anticipato, anche con una pessima legge elettorale, forse è diventata una scelta obbligata.” La verità è che il Berlusca ve l’ha fatta e voi oggi cercate di rivoltare la frittata, attaccandovi disperatamente e impudicamente a ciò che consideravate irresponsabile un mese e mezzo fa. O, peggio ancora, alla “foto”. Ti avverto; vi avverto: non ci crede più nessuno. Non alla foto. Alla vostra serietà.

I più sfrontati intanto hanno rotto gli ormeggi. Vogliono che il Berlusca si dimetta, sic et simpliciter. Perché lo dicono loro. Il trucco è sempre lo stesso usato dai sobillatori rivoluzionari. Prima ti dipingono come la vergogna del genere umano. Poi ti dicono: sei la vergogna del genere umano. Poi ti chiedono: come fai a non renderti conto che per il bene del paese è imperativo che tu faccia un passo indietro? Lo sventurato fa magnanimo il passo indietro, e il giorno dopo lo impiccano. Silvio invece, nel pieno rispetto delle regole, direi democratiche, fa marameo. Ed è così che Libertà e Giustizia, una delle chiese più integraliste in materia di Democrazia e di Costituzione, convoca a Milano il fior fiore della nomenklatura intellettuale, una cricca ben conosciuta per imporre con lo stile vellutato delle burocrazie ideologizzate i suoi libercoli di ieri e dell’altro ieri perfino nelle biblioteche comunali, pena condanna all’infamia dei recalcitranti, infilando senza alcun pudore queste perle tra il meglio della letteratura mondiale di tutti i tempi e di tutti i luoghi. La cosa più divertente è vedere come questa casta altolocata di imbrattacarte si dia arie di ridotta carbonara contro un regime dispotico mentre viene applaudita da un parterre di pezzi grossi, tra i quali spiccano il capogruppo PD alla Camera Franceschini e il Meglio Imprenditore De Benedetti. Lo scopo è quello di nobilitare in mondovisione con la benedizione dei soliti noti l’istinto belluino e cieco che guida i propugnatori delle dimissioni a tutti i costi. Infatti le avanguardie della marmaglia facinorosa, intruppatesi – lo diciamo per carità di patria – tra i giovanotti immacolati del popolo viola, hanno già raggiunto la villa del despota ad Arcore, col solito contorno di scazzottate, feriti e contusi.

Resta da vedere fin dove questi disgraziati vorranno arrivare. Ma sbagliano i commentatori di parte governativa che per stemperare le tensioni invocano l’ordalia delle elezioni, convinti che dopo quella la sinistra si acconcerà alla normale attività politica. Sarebbe l’ennesimo precedente e l’ennesimo cedimento, quand’anche portasse alla vittoria. Per il bene dell’Italia il miglior scenario possibile è che il governo, il parlamento e il paese resistano a questa sfuriata fino a farla finire nel ridicolo. I segni ci sono. L’occasione, ghiotta. Sarebbe la vera svolta.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

February 8, 2011 at 13:52

Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

with 8 comments

Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

%d bloggers like this: