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Controcanto di Natale

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L’arcivescovo e teologo Bruno Forte scrive sul Sole24Ore. Forse perché è autore di infelici riflessioni come questa natalizia? Sentite:

«Praticare la giustizia»: è il primo impegno che Michea indica per vivere a testa alta il tempo della crisi e superarne gli effetti, a costo certamente di sacrifici e di scelte esigenti. Pratica la giustizia chi accetta la fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani sul piano della dignità personale e dei diritti fondamentali ed è pronto a riconoscere e dare a ciascuno il suo. Tradotto nei termini di quanto oggi ci viene chiesto, ciò vuol dire che chi ha di più deve dare di più e chi è più debole va maggiormente sostenuto. «Equità» è il termine con cui quest’esigenza è stata espressa più volte e da più parti in queste settimane difficili, sia per proporne il valore di meta, sia per denunciarne l’inadeguata realizzazione.

Se è vero che il Cristianesimo non solo “accetta” ma proclama la fondamentale uguaglianza di tutti gli essere umani sul piano della dignità personale, non è vero che si faccia avvocato di quelli che oggi chiamiamo “diritti fondamentali”, e meno che mai esorta “a riconoscere e dare a ciascuno il suo”. Ai primi, sempre che si parli davvero di diritti fondamentali e non di capricci, non si oppone, perché sono in buona parte frutti suoi, ma lascia che sia il tempo a farli maturare. S. Paolo predica a padroni e schiavi, indistintamente, ma invita questi ultimi a “restare nella loro condizione”, così come invita tutti i cristiani “ad ubbidire ai magistrati”: il cristianesimo non predica né la ribellione né la fuga dalla «polis». “Riconoscere e dare a ciascuno il suo” è inoltre proprio di Dio: in terra col disegno provvidenziale, che va incontro ai bisogni particolari di ogni individuo, a fini però di salvezza eterna; e nella Gerusalemme Celeste, là dove veramente ciascuno avrà “il suo”. Nell’uomo, prigioniero della sua dimensione terrena, questa pretesa onniscienza del «giusto da distribuire» si tradurrebbe in un’ossessione occhiuta buona solo ad ibernare qualsiasi consorzio civile, salvo gettarlo nella guerra civile.

Il messaggio cristiano non può liberare il corpo dell’uomo dalla schiavitù delle cose materiali, ma ne emancipa l’animo. Il “disprezzo delle ricchezze” non è una maledizione contro i beni materiali, dal cibo alle case, ai soldi, agli onori, alle cariche: queste ultime sono cose necessarie e buone. E’ il dovere morale, è la gioia di esser loro superiore: è la «povertà nello spirito». Da questo punto di vista il Vangelo è un’opera di universale, piratesca dissacrazione e liberazione. Se è vero che i ricchi attaccati alla loro ricchezza vengono condannati, è vero che vengono condannate anche le più riposte manifestazioni di questa schiavitù morale, quelle che spesso sfuggono al senso comune: dal fratello del figliol prodigo che s’indigna per la festa che il padre riserva al figlio «ritrovato», ai discepoli che s’indignano per lo «spreco» dell’olio prezioso versato da una donna sul capo di Gesù, “olio che si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri”, ai lavoratori a giornata che s’indignano col padrone del campo che in suprema libertà ha pattuito la medesima paga con chi ha faticato dalla mattina alla sera e con chi ha lavorato solo di sera.

Ed è proprio questa salute morale, quest’animo alleggerito dalla pastoie dell’invidia e della concupiscenza delle cose, il lievito che alla lunga, insensibilmente, fa crescere la società verso un maggiore rispetto del prossimo, verso una meglio fondata solidarietà, verso una prosperità diffusa, verso l’unica «giustizia sociale» possibile, che è quella che si preoccupa di salvare, senza fargliene una colpa, chi «cade». Nel Vangelo di S. Giovanni Gesù «dona la sua pace», ossia dona la tranquillità del suo animo all’animo dell’uomo, ma avverte che anche «il mondo dà la sua pace», una falsa tranquillità, una falsa sicurezza, fondata sulle cose, nemica del prossimo, lievito maligno. E questo può valere anche per la «giustizia sociale»: anche il mondo ti dà la sua «giustizia sociale», istericamente legata alle cose, lievito maligno. Non sospetta, arcivescovo, che questa «equità» sia più figlia dello spirito del mondo che dello spirito di Cristo?

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December 27, 2011 at 22:48

Ma è l’Islam ad essere in crisi

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Non sappiamo come andranno a finire i repentini rivolgimenti che continuano a scuotere il Nord Africa, e in parte il Medio Oriente. C’è chi teme nuove conquiste da parte del fondamentalismo religioso, e quindi un rafforzamento dell’Islam, e c’è chi prende la palla al balzo per dire che la democrazia, concepita come un specie di sentimento naturale dei popoli, è alla lunga più forte di ogni dittatura, e potrà imporsi anche dentro il mondo islamico, mitigandolo per infine conformarlo alla “modernità”, un po’ come sarebbe successo per la civiltà cristiana. Giudico queste due posizioni riduttive, perché contengono un briciolo di verità; prese in assoluto, sono assolutamente sbagliate.

Queste convulsioni ci hanno sorpreso per la loro subitaneità. Ma se esse, nel gran libro della storia del mondo, sono ancora parte di una cronaca difficile da leggere in anticipo – sollevazioni che mille accidenti possono innescare – come fenomeni figli di mutamenti epocali, invece, non sono affatto sorprendenti. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la vitalità e la forza dell’Islam sono solo apparenti. La sua radicalizzazione è una risposta all’enorme pressione che la civiltà cristiana-occidentale le sta portando in questo momento. Pressione irresistibile perché, nell’epoca del sempre più famigliare ed integrato villaggio globale, fatta com’è non di divisioni militari, ma di parole ed immagini, non abbisogna di alcuno sforzo e non può esaurirsi.

La civiltà occidentale è animata dall’universalismo perfetto del Cristianesimo, che ha proclamato l’uomo figlio di Dio – elevandone la dignità, di cui la libertà è un corollario, al punto più alto possibile – e tutti gli uomini fratelli. Esso si stende sul corso della storia e sul corpo del mondo modellandolo con dolcezza e costanza. Le accelerazioni provocano disastri e costituiscono delle perversioni terrene di tale spirito universalistico, giacché per il Cristianesimo su questa terra il mondo non potrà essere che un’ombra, o una promessa della Gerusalemme Celeste. Il Cristianesimo riconosce la relatività di questo mondo, la sua insufficienza, la sua soggezione alle leggi del tempo e dello spazio, che cozzano dolorosamente contro l’intima natura dell’uomo, che è divina. Si conforma ad esso, a questa sua realtà, senza mai farsene schiavo, per migliorarlo, non per imporgli una realtà impossibile. Accetta le sue imperfezioni, e predica pazienza. Al contrario dei millenarismi. E dei totalitarismi moderni.

L’Islam è più figlio del Cristianesimo che dell’Ebraismo. Per questo l’afflato universalistico che lo pervade gl’impedisce di far distinzione di razza o di nazione. Ma il suo universalismo è imperfetto; rimane schiavo della terra come lo è quello proprio dei millenarismi. Non riesce, come riesce e sempre riuscirà al Cristianesimo, ad accettarne in toto la realtà della sua relatività. Distinto Dio da Cesare fin dall’origine, il Cristianesimo col tempo è divenuta sempre più una religione di dogmi che di precetti, lasciando sempre più campo, nella maturità dei tempi, che abbisogna di mille cose materiali ed immateriali, alla libertà “civile” dell’uomo, senza però identificarvisi. Le libertà individuali non sono il trionfo della morale cristiana, a cui spesso si oppongono: sono però il trionfo della civiltà da esso modellata. Scomparsi quasi i precetti dai riti e dai costumi della società moderna, il Cristianesimo resta ancora meravigliosamente in piedi.

Non avendo mai distinto Dio da Cesare, l’Islam è stata una “religione” (bisogna sempre ricordarsi che noi in occidente abbiano ormai interiorizzato un concetto di religione mutuato dal Cristianesimo) fatta molto più di precetti che di dogmi. Precetti che si confondono con la legge. Dalla Sunna agli Hadith questa precettistica si è andata ampliando fino all’abuso, comprese le provvidenziali scappatoie che l’incontrollata legiferazione introduce allo scopo di annullare se stessa. Per cui non è del tutto sorprendente che nell’Europa di qualche secolo fa, specie nelle lettere e nelle arti, si potesse affermare l’immagine di un Islam accomodante e sensuale. Ma coi trucchi non si avanza all’infinito. Di fronte alla chiarezza e alle libertà della civiltà cristiana-occidentale, e alla ricerca inconsapevole di quell’universalismo perfetto che è proprio del Cristianesimo, l’Islam ha reagito negli ultimi tempi nutrendosi del mito dell’Islam originario, nel sogno del ripristino di una “vera” società islamica. Ha reagito esattamente come i millenarismi antichi e moderni. Le stesse parole scelte dai profeti del fondamentalismo islamico tradiscono la sua debolezza. Parole come “rivoluzione” sono un tributo culturale pagato all’Occidente che si vuole combattere, così come lo furono un giorno i “comunismi” russi e cinesi. Col loro portato totalitario sono le parole dell’universalismo perfetto, ma pervertito. Visto nel lunghissimo termine, anche il moderno fondamentalismo è una fase dell’occidentalizzazione dell’Islam. L’ultima prima del crac. Unica sua alternativa, l’equilibrio instabile dell’esempio turco, teso tra un laicismo d’importazione, capace d’essere durissimo, ed una religione che non lo contempla. Ma anche quello è destinato a cadere dentro l’Occidente. E la civiltà cristiana.

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March 1, 2011 at 14:05

La Chiesa, Israele e la Terra Promessa

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Ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo di Newton dei greco-melkiti (Usa), nel corso del Sinodo vaticano sul Medio Oriente, chiusosi, fra l’altro, con la richiesta alla comunità internazionale di metter fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, in applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite:

La Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Vogliamo dire che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Noi cristiani non possiamo più parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. Non ci sono più popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto. E questo è chiaro per noi, non ci si può basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi.

Ebbene, se non stiamo a sottilizzare e ad equivocare volutamente sulle parole, da un punto di vista cristiano – e ripeto da un punto di vista cristiano – ciò è sostanzialmente esatto. Per quanto mi riguarda, è vero ed esatto. Tuttavia parole così sbrigative (quasi malizioso, quel “popoli preferiti”) potrebbero indurre molti a vedere in negativo la “promessa” del Dio dell’Antico Testamento, come se non solo fosse stata abolita, ma anche “rinnegata”, quando invece è importante coglierne gli elementi di continuità con l’avvento del Regno di Dio. La prima promessa, men che mai rinnegata, fu superata più che abolita. Fu la prima promessa a tenere in grembo la seconda e più grande promessa, una Nuova ed Eterna Gerusalemme, che della prima fu uno sviluppo e una precisazione, e questo più grande bene non poteva nascere che da un altro bene.

E’ l’universalismo cristiano che ha desacralizzato qualsiasi concetto legato a popoli, a razze, e ad autorità terrene. La secolarizzazione è opera del Cristianesimo, che seppe distinguere quello che era del “secolo” da quello che era di Dio. Questo caratteristica dirompente – “dissacrante” nel vero senso della parola – del Cristianesimo, oggi dimenticata dalla civiltà che ne è figlia perché questa di quella è imbevuta, a riprova del suo completo trionfo, fu invece ben sentito, istintivamente sentito, nel mondo greco-romano dove i cristiani erano spesso accusati di “ateismo”. Fu una rivoluzione, che però aveva radici nell’ebraismo. E’ infatti nell’Antico Testamento che troviamo con chiarezza le radici della separazione tra quello che oggi chiameremmo “potere civile” e le “autorità religiose”: fu Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele; solo alla “stirpe di Aronne” fu riservato l’officio sacerdotale; e la tribù dei Leviti, alla quale Aronne apparteneva e che si occupava della gestione del culto religioso, fu l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non furono assegnati territori.

Sono sempre le parole e le storie dell’Antico Testamento che ci confermano come il Regno di Dio, se comincia a formarsi su questa terra, su questa terra però non può giungere a compiutezza. Mosè non mise mai piede nella Terra Promessa alle cui porte aveva condotto il suo popolo. Salì sul monte Nebo, nella terra di Moab, e potè vederla.

Ma il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe [...] Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.»

Mosè morì lì, nella terra di Moab,

e nessuno ha conosciuto la sua tomba fino ad oggi.

Ciò significa che la promessa non veniva completata con la conquista di Canaan, ma che essa racchiudeva in sé una seconda e più grande promessa: non era infatti concepibile che un suo profeta ne venisse escluso. La morte di Mosè nella terra di Moab, prima di entrare in quella Terra Promessa della quale sarebbe stato Re, ha lo stesso significato teologico del rifiuto di Gesù, Re d’Israele – tu lo dici, io lo sono - di farsi Re su questa terra: nella definitiva Terra Promessa si entra attraverso la morte. Tanto che per tagliare ogni cordone ombelicale con illusioni terrestri ed impedire culti superstiziosi Dio volle far sparire perfino ogni traccia della tomba di Mosè.

E se è vero che non ci sono più popoli “preferiti”, non è altrettanto vero che il concetto di popolo “eletto” sia sparito. Uscì con Cristo definitivamente dai confini razziali, dentro i quali d’altronde non fu propriamente mai, e non poteva esserlo, perché il seme non può smentire il frutto, neanche nell’Antico Testamento: la conquista della Terra Promessa si apre con la presa di Gerico, che ha come prologo il patto della donna, prostituta e straniera Raab con gli esploratori di Giosuè, il quale dopo la conquista

salvò la meretrice Raab, tutta la parentela e quanto le apparteneva, ed essa abitò in mezzo ad Israele fino ad oggi.

La salvezza di Raab preannuncia la salvezza della donna “cananea”, del buon “samaritano” o del centurione presumibilmente “romano” e in ogni caso non ebreo, ossia gli stranieri del Nuovo Testamento, e indica che nel senso più intimo e vero anche nel Vecchio Testamento il concetto di popolo eletto superava il pregiudizio etnico. “Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”, ha detto l’arcivescovo Bustros, ma specifichiamo: in potenza; perché a ciascuno Dio ha dato il libero arbitrio. Ma un popolo eletto esiste, anche se è solo Dio a conoscerlo: nemmeno la Chiesa intesa come organizzazione e assemblea dei fedeli vi si può identificare, tant’è che essa “non giudica”, ossia “non sentenzia”.

Tutto questo precisato, è verissimo che terre sacre e sacri confini non esistono in nessuna parte del mondo: vale per Israele, vale per qualsiasi altra nazione, vale perfino per il Vaticano. E’ la stessa civiltà giudeo-cristiana-occidentale che rifiuta questo feticismo territoriale. Per quanto profonde ne siano le radici, per quanto ostinate le tradizioni, gli stati si formano in ultima istanza su coordinate spazio-temporali, non metafisiche. Gli stati, le nazioni e le lingue nascono, si trasformano, e molto spesso muoiono. E quindi i conflitti fra questi vanno auspicabilmente risolti col buon senso e con la ragione, anche se le soluzioni non potranno mai essere indolori, com’è giusto con tutto ciò che si muove nel campo del relativo. Appunto per questo, per riguardo alla storia, e ad una presenza che non è mai venuta totalmente meno, tanto più se si parla di un territorio che dopo la conquista araba del VII secolo dopo Cristo non ha mai veramente conosciuto il concetto di “nazione”, estraneo all’Islam, non si può negare agli ebrei la solidità delle proprie rivendicazioni territoriali. Che hanno limiti e non hanno stimmate divine: su questo non ci piove. Ora, però, parlare astrattamente di Gerusalemme come città aperta, ambire di tripartirsi la Vecchia Gerusalemme, quando la Nuova dovrebbe interessarci di più, e dopo che da queste malattie ci saremmo dovuti emancipare da un bel po’ di tempo; “santificare” le risoluzioni dell’ONU, anche quando non stanno in piedi; o predicare, come fanno tutti come se fossero al bar, la necessità di due stati, senza dire come e dove (ed io la vedo molto, ma molto difficile); più che ad una ben ponderata e feconda proposta, somiglia proprio, mi pare, ad un articolo di fede, o al suo plebeo sottoprodotto, il luogo comune. E dovrebbe essere il contrario, o no?

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October 27, 2010 at 13:12

La Chiesa di Ratzinger

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Non era poi difficile indovinare che con l’ascesa al soglio pontificio del pastore tedesco di piccola taglia ma di non piccolo ingegno Joseph Ratzinger per la Chiesa Cattolica si sarebbe aperto un periodo aspro e di confronto col mondo. Non certo per le belliche volontà di Benedetto XVI, ma per il carattere particolare – ma non esclusivo, ovviamente – che avrebbe assunto il suo pontificato, nel quale la priorità sarebbe andata alla chiarezza e alla testimonianza: un segno dei tempi in tempi confusi, senza essere per questo particolarmente drammatici; tempi positivamente segnati dal disgelo post-comunista e dalla stordente accelerazione dei processi di globalizzazione, alla preparazione dei quali non fu estraneo un papa di “sfondamento” come Giovanni Paolo II.

Ratzinger è andato incontro alla sfida col carattere mite, riguardoso e determinato che gli è riconosciuto, ma con piena consapevolezza. Col senno di poi – nostro ma non dell’Onnipotente, che tutto vede e prevede – si può dire che vi si fosse preparato per tutta una vita. Ha cominciato con segnare onestamente e correttamente i limiti del “dialogo” interreligioso, che è l’unica maniera proficua con la quale impostarlo, soprattutto entro la famiglia delle religioni monoteiste. Lo ha fatto a suo modo, ma con nettezza: rimarcare ciò che vi è di comune nelle loro radici non è altro, infatti, che rimarcarne ciò che vi è di differente ed inconciliabile. Una religione rivelata non può essere che una e una sola, come una sola è la verità. Fermo restando che si presuppone sempre la buona fede in chi professa una religione differente, e che questo “sarà computato a sua giustificazione”. Avrà scontentato coloro che plaudono alla stracca liturgia del dialogo che i media compiacenti propagano, dove tra vicendevoli complimenti si gira stucchevolmente intorno alle cose, ma i più seri e i più onesti non avranno potuto che apprezzare.

Sul fronte interno ha messo fine, per il momento, alle mai sopite illusioni – che sempre spunteranno e sempre saranno deluse – di evoluzione democraticista della Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica non può essere sovranamente collegiale. Ciò sarebbe la negazione della sua essenza, che si basa sul primato di Pietro. Essa, sul piano dogmatico, non si nega alla ricchezza dei contributi dell’ingegno umano, e particolarmente a quelli di chi ad essa appartiene, ma esige una “conferma”. Come la Rivelazione, completata dalla resurrezione di Cristo, fu una “risposta” alle ansie e alle congetture degli uomini, e al Logos dei filosofi, non una loro negazione, giacché lo Spirito di Verità aleggiava sopra la terra fin dal principio, così nei successori di Pietro – non necessariamente i migliori e i più profondi degli uomini ma in grazia del loro particolare carisma – la Rivelazione si arricchisce e si chiarisce in tutte le sue sfaccettature, accogliendo o correggendo quanto penetrato dalla mente umana. In questo la Chiesa Cattolica ribadisce la sua natura straordinaria, irriducibile a quella di qualsiasi entità puramente mondana. E questa diversità sola sta alla base del concetto di laicità e di separazione tra Stato e Chiesa. Chi vuole democratizzare la Chiesa Cattolica non solo distrugge la “chiesa”, ma distrugge pure lo “stato” transeunte e non totalizzante della migliore tradizione giudaico-cristiana-occidentale.

Sul piano del confronto con la società non ha potuto che ribadire la sua dottrina morale. La Chiesa Cattolica ne ha viste e vissute troppe per farsi impressionare dalla marea montante della libertà dei costumi. Essa non ne contesta, tranne che nei casi più gravi, la “legittimità”. Ma allo stesso tempo, di fronte ad un mondo anticristiano ed evidentemente insicuro cui la libertà nella legge non basta senza la benedizione cristiana, mantiene intatto il suo patrimonio dottrinario e ne dà testimonianza. Anche se il prezzo sarà alto, la Chiesa non si piegherà. Potrà perdere consensi al suo interno, ma ne potrà acquistare al di fuori. I tempi di difficoltà sono tempi di semina. E la Chiesa non ha fretta. E sa che una società “cristiana” non è una società di fedeli, ma una società che suo malgrado impara dall’esperienza che allontanandosi dal nucleo dei suoi insegnamenti ne paga carissime le conseguenze; cosicché vi ritorna, magari maledicendola. Prima dell’ennesima ribellione e dell’inevitabile pentimento.

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April 24, 2010 at 18:04

La Repubblica Islamica in un vicolo cieco

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Che in questi giorni proprio la nazione simbolo del radicalismo islamico sia in preda a convulsioni così gravi da far sperare in una caduta del regime degli ayatollah non è affatto strano. Esistono anzi i presupposti per vedere nell’Iran l’anello debole – il grosso anello debole – dell’Islam. Per una serie di ragioni che si riassumono fondamentalmente in una: l’Iran è già un paese – relativamente al contesto islamico – molto occidentalizzato. Vediamo perché.

  1. L’Iran è un paese indoeuropeo. Ancor oggi i tratti somatici della maggior parte degli iraniani sono ben poco dissimili da quelli di molti europei meridionali. Nell’Antichità e nell’Alto Medioevo l’impero persiano è stato il grande dirimpettaio asiatico dell’Europa greca, romana e bizantina. L’espansione araba dal sud dell’omonima penisola nel VII secolo dopo Cristo e poi quella turco-mongola dal nord-est asiatico hanno tagliato fuori il mondo persiano dal contatto diretto con l’Europa, ma non hanno distrutto del tutto un retroterra culturale per quanto remoto che lega in parte la Persia attuale alla storia dell’Occidente. Inoltre, anche se questo è un tratto comune a molti altri paesi islamici, non vi è quel legame “carnale” col Corano costituito dalla lingua araba.
  2. L’Iran è un paese sciita. Lo Sciismo ha delle coloriture messianiche, specie nella figura di un “ultimo Imam” artefice di un regno di giustizia finale, che, pur nell’incertezza dottrinaria caratteristica della religione islamica, lo avvicina per certi versi alle sette ereticali del mondo cristiano più ancora che al Cristianesimo in sé.
  3. Nel secolo scorso la cinquantennale dinastia Pahlavi ha proceduto ad una profonda laicizzazione dello stato. Per quanto autoritaria, essa è stata un’occidentalizzazione indiretta del paese, come lo sono state, ad esempio, le dittature comuniste nei paesi asiatici, in quanto inconsapevoli messaggere di quel messaggio universalistico, ancorché pervertito, peculiare della civiltà cristiano-occidentale.
  4. Tutti i fenomeni ereticali in senso lato, ivi compresi i totalitarismi moderni, sono distorsioni “mondane” dell’universalismo cristiano, il quale, in mancanza di quella cassa di compensazione spietatamente dogmatica costituita dalla speranza in una Gerusalemme Celeste, che comporta necessariamente la rinuncia al sogno di una giustizia messianica in terra, invece di liberare l’individuo, elevandone senza preclusioni la dignità, tende a uniformare tutti nell’uguaglianza della schiavitù; perché questo è il risultato inevitabile dell’imposizione di una libertà perfetta e generalizzata, quando l’unica libertà possibile è quella che si declina nel tempo e nello spazio della nostra condizione, ed è perciò sempre imperfetta. Quando Gesù dice “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” egli stabilisce, indirettamente, due cose: attesta che vi è un Dio superiore e distinto da Cesare e che nessuna autorità terrena può essere divinizzata. Stabilisce la relatività di qualsiasi autorità terrena e che essa non può sostituirsi a Dio. La norma emanata dall’autorità terrena rimane valida, ma dentro un cerchio delimitato. Essa ha valore temporaneo in quanto mortale l’autorità che l’ha emanata e, in senso lato, valore contrattuale, in quanto non si contratta con un’Autorità Suprema, Immortale e Onnipotente. L’adunanza dei fedeli, la Chiesa, vive nella società, ne riconosce le regole di convivenza, ma non trae da essa, ovvero dagli uomini, il magistero etico. Tutto ciò determina un nuovo rapporto del singolo con la società alla quale egli ora concede un’adesione condizionata. Non vi è più spazio per un’etica di gruppo, che sia a livello tribale o statale. In verità non poteva esservi completamente neanche prima, ai livelli pervasivi e totalitari che avremmo conosciuto successivamente a Cristo. La situazione era ambigua per l’uomo inteso come animale sociale; egli era ancora parzialmente in catene. A livello di comunità la venuta di Gesù significò una grande “chiarificazione”. Ma proprio in seguito a questa chiarificazione, la perversione di questo nuovo rapporto poteva portare a risultati opposti. E il primo grande caso fu l’Islam. Nella sua formula di fede Maometto/Cesare costituisce Dio mallevadore della propria autorità. Maometto/Cesare e Dio legiferano insieme. Il Dio di Maometto parla agli uomini, non all’Uomo. La legge della comunità è l’unica direzione morale della coscienza individuale. Non vi è spazio per l’interiorità. Non vi è una Chiesa e non vi è posto per un Clero nella società/religione islamica; quando invece già nell’Antico Testamento – ombra e promessa della chiarificazione cristiana – vi era la tribù dei Leviti, ai quali non era destinata nessuna parte della terra d’Israele, e dai quali uscì la stirpe di Aronne, la classe sacerdotale; quando invece nell’Antico Testamento “le leggi di giustizia” furono solo dettate da Dio a Mosè, mentre il Decalogo fu scritto nella pietra dal dito di Dio stesso. Se nella cristianità medievale Maometto era sentito confusamente più come una specie di “eretico” che come il fondatore di una nuova religione, la cosa aveva un suo fondamento profondo, sottovalutato dalla dotta e informata superficialità di certi studiosi moderni.
  5. La radicalizzazione dell’Islam deriva dal suo contatto con l’Occidente, ossia con la civiltà cristiana. Ora non ci si scontra più ai confini, fisicamente, come nel passato. Le comunicazioni di massa fanno sì che l’incontro-scontro si svolga nella quotidianità della vita sociale e domestica, e non vi si possa sottrarre. La radicalizzazione deriva dalla necessità da parte dell’Islam di chiarire – definitivamente – il suo universalismo. Ma se lo fa, muore confluendo direttamente nel Cristianesimo, o indirettamente nella civiltà cristiana. Nell’Occidente. Oppure, opta per il messianismo. E quindi in questo secondo caso tende a somigliare sempre più ad un totalitarismo moderno, “occidentale”. Una perversione dell’Occidente. Come si vede proprio nella “Repubblica islamica dell’Iran”, con la grigia uniformità dei suoi quadri religiosi e politici, così lontani dai colori e dagli arabeschi dell’Islam storico, con la sua scimmiottatura di una repubblica parlamentare, monitorata da una Guida Suprema e da un Consiglio dei Guardiani della Costituzione, tanto somiglianti ad un Segretario Generale e ad un Comitato Centrale di qualche dittatura marxista; con la mistica tanto moderna di una “Rivoluzione” – parola occidentale come poche altre – che ebbe nel “parigino” Khomeini il suo demiurgo. Solo che la radicalizzazione implica una fragilizzazione che non può protrarsi in eterno.

[Pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

January 5, 2010 at 13:02

E i minareti caddero in testa ai maîtres à penser

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“La meglio democrazia” era il titolo del mio ultimo articolo su Giornalettismo.com. Denunciavo il fatto che proprio ora che, dopo il lunghissimo tirocinio del suffragio ristretto e i collassi totalitari del secolo scorso, il suffragio universale dimostra di aver raggiunto nei paesi occidentali una maturità sufficiente per sottrarsi non solo al giogo delle ideologie novecentesche, ma anche a quello dei decaloghi dispensati dai moderni chierici della democrazia, in certi, vasti, ambienti che si piccano di essere, più e meglio degli altri, democratici, liberali e progressisti – in realtà nient’altro che una ben stagionata nomenklatura – cresca oramai neanche tanto nascosta l’insofferenza per il voto popolare. E concludevo il ragionamento con questa domanda retorica: “Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” [nel nostro paese] se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini?”

Di questa deriva, le reazioni generalizzate al sorprendente – leggasi “scontatissimo” – risultato del referendum svizzero sui minareti costituiscono un’ulteriore manifestazione. E’ accaduto semplicemente che una popolazione tiranneggiata dai dogmi arbitrari di una democrazia scaduta ad ideologia, messa con le spalle al muro e ancora troppo intimidita per parlare apertamente, nel segreto dell’urna si sia sgravata delle proprie ansie e preoccupazioni. Orbi del buon senso proprio anche ai cafoni, che arrivano a comprendere termini come gradualità, selezione, maturazione, per i furieri della Caserma Democratica la società è come un’oca da foie gras da ingozzare impietosamente senza curarsi minimamente delle sue capacità di assimilazione e dei suoi gusti. Già! Si voleva che all’uomo della strada, per l’intellighenzia democratica una vera e propria cavia da laboratorio da “testare” in lungo ed in largo per saggiarne il grado di civiltà, secondo i canoni da essa stabiliti naturalmente, fino a farla gridare dal dolore, che è esattamente ciò che è successo nel paese del cioccolato al latte; si voleva dunque che all’uomo della strada elvetico non importasse un fico secco veder crescere i campanili islamici tra le verdi valli di questo angolo della vecchia Europa. Invece perfino i discendenti quasi scristianizzati dei Lanzichenecchi a questa prospettiva si sono sentiti toccati nella carne viva, come e peggio dei Padani; all’esultanza dei quali non basta rispondere, come hanno fatto le testoline progressiste delle nostre gazzette, con fatui giochi di parole volti ad irridere le pulsioni anti-elitarie di un volgo che si suppone berlusconiano, ma non lo è: basti vedere, ad esempio, la marea di commenti che ha sommerso quest’articolo del quotidiano francese Le Figaro.

Avviene anche per la democrazia e il liberalismo, quando si riducono ad ideologia, ciò che è proprio delle ideologie: l’uomo viene rapito d’ufficio alla propria storia, e al suo posto viene messo l’uomo nuovo, senza passato, senza futuro, perché perfetto nell’eterno presente di una perfetta società. E dall’altra parte, ai nuovi arrivati nel Primo Mondo da lande lontane e da altre storie, in obbedienza alla stessa ideologia si insegna una cultura astratta dei diritti, eccedenti la sfera di quelli inalienabili, che genera individui lamentosi, arroganti, suscettibili, senza pazienza, senza perseveranza. Contrariamente a quanto espresso anche da esponenti cattolici, in merito al diritto delle religioni alla pubblica visibilità, non vi è un parallelismo consequenziale tra la questione dei minareti e quella dei crocifissi nelle scuole. Né la costruzione di minareti né la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche costituiscono di per se stessi dei diritti inalienabili, né costituiscono un’offesa a questi ultimi; e come l’assenza dei minareti a fianco delle moschee non impedisce la libertà della pratica religiosa ai musulmani, così la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche nulla impone a chi le frequenta.

E detto tra parentesi, se nel primo caso si insistesse nel dire il contrario, e cioè che la presenza dei minareti è “essenziale” alla pratica della religione musulmana, ciò sarebbe piuttosto rivelatore della “natura” dell’Islam per noi occidentali che, non lo si sottolineerà mai abbastanza, abbiamo assimilato un concetto di religione mutuato dalla “natura” del Cristianesimo. Non solo, noi parliamo “cristiano”, senza rendercene conto. Invisibili a noi stessi, siamo visibilissimi ai “Gentili” della modernità. Più di quarant’anni fa lo scrittore anglo-indiano V.S. Naipaul scriveva in An area of darkness, a riguardo di un problema d’igiene caratteristico della penisola indiana, la “casual defecation”:

Sanitation was linked to caste, caste to callousness, inefficiency and a hopelessly divided country, division to weakness, weakness to foreign rule. This is what Gandhi saw, and no one purely of India could have seen it. It needed the straight simple vision of the West; and it is revealing to find, just after his return from South Africa, how Gandhi speaks Christian, Western simplicities with a new, discovering fervour…

Anche se il divieto “costituzionale” alla costruzione di minareti introdotto su scala nazionale dall’esito referendario è in sé un passo draconiano e non auspicabile, reso però quasi inevitabile dall’insensibilità, se non della complicità, dell’establishment benpensante per le derive di quella cultura astratta dei diritti sopramenzionata, che spaventa la popolazione autoctona e di cui si fanno forti le frange militanti degli islamici in terra europea, non è tuttavia vero il contrario: e cioè che nella costituzione ve ne sia un diritto implicito. L’opportunità, o l’inopportunità, di permettere la costruzione dei minareti o l’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche va giudicata su un piano che non è quello dei valori assoluti. E su questo piano, ad esempio, è ovvio a tutti, tranne che alla casta degli intelligenti, che una chiesa ortodossa non ha da noi, oggi, lo stesso impatto di una moschea. E’ un fatto che deve essere preso in considerazione da chi governa ed accettato da chi venuto da fuori ne subisce le conseguenze, senza strillare di fantomatici diritti calpestati, fin tanto che i suoi diritti inalienabili sono rispettati.

Non dovrebbe essere un punto fermo nel pensiero di chi ha a cuore la libertà, dal punto di vista dell’evoluzione della società e della legge positiva, dell’uomo vivente nella schiavitù del tempo e dello spazio, ossia nella storia, sulla scorta delle riflessioni di Hayek e di altri prima di lui, l’attenzione, il rispetto – non l’idolatria – per la segreta sapienza, così invisa ai pianificatori, di leggi e costumi che tanto a lungo e validamente sotto le bandiere della “tradizione” hanno informato l’edificio sociale, laddove per gli ideologi democratici il nuovo dovrebbe essere accettato senza neanche passare per l’apprendistato? Non dovrebbe costituire questa ragionata prudenza l’aspetto conservatore del suo pensiero, laddove però il riconoscimento di un motore interno al consorzio umano che lo guida irresistibilmente verso l’uguaglianza dei diritti e le libertà individuali ne costituisce l’aspetto propriamente liberale? E il risultato in equilibrio di queste due forze, in cui il nuovo s’innesta nel vecchio, non dovrebbe costituire quella linea di tendenza, in realtà impercettibilmente sempre cangiante, che noi chiamiamo imperfettamente “identità”, in quanto non troppo dolorosamente cangiante?

E sei noi riconosciamo questa ineluttabilità nei destini dell’umanità, non vuol forse dire che noi riconosciamo una verità propria all’uomo, con un suo corollario etico? E che il riconoscimento di questo decalogo costituisce il nostro conservatorismo dal punto di vista morale? E che l’opportuna scissione fra legge positiva e legge morale, nel quadro di una progressiva depenalizzazione, quando le condizioni della società lo possano permettere, e in armonia con un Dio che vuole uomini liberi, costituisce il nostro liberalismo dal punto di vista morale? All’accettazione di una società imperfetta; alla rinuncia al sogno di una società perfetta; alla rinuncia alla cultura dei diritti hic et nunc non sono sufficienti i nutrimenti terrestri: servono nutrimenti ultraterreni. Non basta la libertà civile, serve la libertà interiore, quella che basta a se stessa. La chiarezza del Cristianesimo su questo punto sarà pietra d’inciampo anche per l’Islam. Fra non molto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

December 2, 2009 at 19:48

Quell’inutile schiaffo alla Cristianità

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Il professor Michele Ainis, sulla Stampa, ci ricorda che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è un retaggio di regolamenti e circolari degli anni dell’epoca fascista, seguiti ai Patti Lateranensi. Ma che “si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.” Si potrebbe anche osservare che la Repubblica Italiana, in questo caso, è stata abbastanza saggia da non fare di un simbolo una questione di “principio”; ossia da non fare di un simbolo, che pure ha accompagnato la nostra storia per millenni e che fa parte della nostra tradizione, un “idolo”. Quando si parla di “tradizione”, nel senso comune del termine, si parla di cose in ultima analisi “periture”, o meglio, non per forza “imperiture”, e tuttavia legate in ogni caso ad una storia che non è ancora morta. Ragion per cui si dovrebbe far uso di pragmatismo e buon senso in una questione dove col pretesto di non “offendere” la sensibilità di qualcuno si offende la sensibilità di molti (che pena, francamente, queste anime sensibili appena arrivate dalla faccia oscura della Luna o da Marte che alla vista del crocifisso urlano come se qualcuno stesse martellando le falangi delle dita delle loro mani delicate!). Sennonché i maestrini di laicità che hanno applaudito la recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sulla questione del crocifisso, presi dai loro astratti furori, estranei ad ogni prudente e temperante rispetto per costumi magari vecchiotti ma non ancora passati a miglior vita, né dall’opinione pubblica italiana sentiti come tali, vorrebbero al contrario “imporre”, loro, per legge, la non-esposizione del crocifisso. Perché la sola esposizione nelle scuole pubbliche, che nulla in realtà impone a chi le frequenta, per questi occhiuti guardiani della democrazia fuori della storia rappresenterebbe una sorta di muta intimidazione spiccatamente religiosa che lederebbe addirittura le libertà fondamentali previste dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Al Comitato dei Lumi che in nome della perfetta neutralità s’intestardisce a mostrare la via, la verità e la vita al popolo, con gran gioia fra l’altro dei replicanti del nostro disgraziato spirito azionista, sfugge il fatto che se col tempo maturerà nell’opinione pubblica una totale indifferenza o un sentimento ostile alla sua esposizione, il crocifisso sparirà da solo dalle scuole. Non volendo dare tempo al tempo, e forse temendo che il volgo pensandoci bene rimarrà affezionato ancora a lungo al crocifisso nelle aule, ora come ora è solo una forzatura, nelle intenzioni esemplare; un inutile schiaffo alla Cristianità da parte degli Idolatri della Legge, i devoti di quella fede sedicente liberale nella quale molti giacobini si sono riciclati. Anche nella terra del sol dell’avvenire liberal-giacobina, come in quella dei millenarismi comunisti o nazisti, l’uomo può tirare finalmente i remi in barca – sollevato da quella sofferenza intellettuale che la schiavitù del tempo e dello spazio gl’impone e che va contro la sua più intima natura – affidandosi al Dio in terra della Legge. Una Legge che meravigliosamente tutto disbriga e ordina, dove singolare e plurale si compongono definitivamente e senza sforzo ad armonia. Dove tutto è chiaro, perfetto, lucido, e soprattutto “ovvio”. Dove tutto è già previsto per sempre e per tutti. E’ un’eresia speculare a quella dei tradizionalisti, un millenarismo che guarda al futuro come quello di questi ultimi guarda al passato, ambedue legati ad un feticismo dei simboli dove la lettera regna sullo spirito.

Che tristezza! E che tristi e maledetti figuri! Ma che vadano al diavolo! Fortuna che un ricordo dei tempi passati mi viene in soccorso, e mi riconcilia con l’umanità. Quella normale, ah ah ah… Ai tempi del Liceo tra i miei compagni di classe c’era un certo M. Zan… Nel registro di classe veniva subito dopo di me, M. Zam… Eravamo ultimo e penultimo. Questo ZZBottom aveva creato una sorta di cameratismo alfabetico tra noi due, quelle profonde intimità che si creano nel momento del pericolo comune, in concreto quello delle interrogazioni. Proprio questo compagno dalla zazzera bionda ebbe un giorno un’idea superinflazionata ma che a un campagnolo come me parve audace e geniale, una di quelle idee capaci di fruttare milioni ai celebrati ciarlatani dell’arte dei nostri giorni, dediti a sezionamenti di carcasse di animali ed impiccagioni di bambolotti e con mia grande sorpresa ancora a piede libero. Sono convinto che la covasse da molto tempo, settimane, forse mesi, ed avesse studiato il piano con lo zelo del cospiratore anarchico di fine ottocento. Stava dunque per scoccare quella mattina l’ora di religione. Nel trambusto di quei pochi minuti del cambio di guardia tra il prof montante e quello smontante, si avvicinò alla cattedra, montò in piedi sul sacro trono da dove si officiava la cultura, staccò dalla parete dietro la cattedra il crocifisso di legno e, giratolo, lo riappese al chiodino schiacciando la faccia del Figlio di Dio sulla superficie fredda della parete. Mentre sulla faccia oscura della Croce, che nuda ci guardava, attaccò un bigliettino con su scritto: “Torno subito”. Appena entrato il sacerdote – c’era sempre qualcosa di tormentato in lui – non si accorse di nulla, segno che il telefono rosso con l’Onnipotente quel giorno non funzionava benissimo. Alla scoperta del misfatto più che lo Spirito Santo lo guidarono occhiatine e sghignazzi di banditelli sempre più impazienti di vedere l’effetto dello scandalo. Alla fine girò la testa, alzò gli occhi per un momento, poi rivolse lo sguardo verso di noi. Cominciò a scrollare lentamente la testa, sorridendo mestamente, di compassione senza alcun dubbio. Il colpevole fu subito scovato poiché tutti noi lo guardavamo e lui stesso cercava i nostri occhi, atteggiandosi ad eroe. Poverino. Nonostante fosse juventino, cosa che raramente si coniuga con la nobiltà d’animo, era tutt’altro che un cattivo soggetto. Il sacerdote non disse nulla e non fece nulla. Provvide, come sempre, una delle pie donne della nostra classe, che cominciava a temere per la sua anima, dopo un quarto d’ora di cattività della croce, a rimettere nella sua posizione Nostro Signore. Ammetto: risi anch’io, anche se quell’atto sacrilego non l’avrei mai fatto. Ancor oggi non riesco a rievocare questo ricordo senza che mi si disegni sulle labbra un sorrisetto; non mi sento neanche colpevole: so distinguere la croce dal feticismo della croce.

Le vittorie di Pirro dell’Islam e degli utili idioti democratici

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[Sull'improvviso ravvivarsi della questione dei crocifissi in aula, dovuta alla recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, ho scritto un articolo in buona parte messo insieme con cose già scritte in passato in questo mio blog, alcune anche tre anni fa: mi lusingo del fatto che, dal mio punto di vista - ovviamente - stiano tutte ancora perfettamente in piedi.]

Non saranno certo la decisione dell’antica antichissima e prestigiosa prestigiosissima Università di Cambridge di ammettere il burka alle cerimonie di laurea o la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, contraria alla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche, a cambiare il corso della storia. Che una studentessa musulmana, alla conclusione del corso di studi in quel di Cambridge UK, nel giorno del suo trionfo, e non nella notte di Halloween, abbia il fegato di indossare uno straccetto che la fa somigliare ad un semovente blindato di stoffa senza visibili feritoie, dice di più, forse, dello stato morale della cultura accademica europea che dei capricci della signorina; che la pomposa Corte annoveri tra i suoi componenti l’immancabile Zagrebelski – Vladimiro stavolta – indica ancora un volta come una certa nostra nomenklatura sappia piazzare i suoi uomini dappertutto giocando al martirio democratico. Tuttavia sul gran sfondo della storia queste cose non costituiscono che degli episodi di cronaca, delle piccole battaglie perdute da parte di un cristianesimo e di una civiltà cristiana destinati a vincere.

L’avanzata islamica nel mondo è solo un grandioso effetto ottico. L’Islam stesso è figlio – degenere – del Cristianesimo. E’ l’universalismo cristiano che ha dato forma alla nostra società occidentale accompagnandola nella sua evoluzione. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. E’ l’universalismo cristiano, con quell’unico Dio cui l’uomo finalmente e pienamente al singolare guarda come suprema istanza, che ha deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, e di nazione e che ha posto questo mondo sotto il regime di una legge transitoria, positiva. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura. Senza quelli in cosa si differenzierebbe da un ente o da un’associazione? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia. Su questa base essa ha potuto agire in libertà adattandosi nei secoli e millenni ai cambiamenti di una società della quale essa stessa aveva posto le basi, e la cui evoluzione in fondo si può riassumere nel frutto di uno scambio tra Dio e l’uomo quale cittadino di questa terra, non quale cristiano, nel quale il primo dà all’uomo tanta più libertà, anche di fare il male, quanto più quest’ultimo gli obbedisce nelle cose fondamentali. Storicamente parlando, le libertà individuali si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della legge morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di conservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna tuttavia indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati. Questa è la società cristiana, che non è la società dei cristiani.

Tutta la cultura dei “diritti dell’uomo” così come i totalitarismi moderni sono fenomeni concepibili solo al suo interno: sono fenomeni post-cristiani, così come l’Islam; anche le ideologie e le religioni anticristiane sono parodie del Cristianesimo; di un Cristianesimo che non superato il problema della morte e che non ha saputo distinguere la società cristiana dal Regno di Dio. Il monoteismo, e con sé l’attrazione irresistibile per i diseredati di un universalismo che radeva al suolo caste, tribù e clan – così come fu molti secoli dopo per quello dei rivoluzionari giacobini o di quelli comunisti, ma anche per quello purificato su scala ridotta dei nazionalisti – fu l’arma intellettuale che portò Maometto al potere; il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

L’imperfetto universalismo islamico si trova oggi sotto la pressione irresistibile della civiltà cristiana – quella società che invece il Cristianesimo, rimanendo fermo nei suoi pochi principi, ha saputo declinare nella storia e nella geografia senza far violenza a popoli e nazioni – e a questa penetrazione cristiana indiretta, inodore, camaleontica, ma terribilmente reale nei costumi e nel linguaggio soccomberà. Ed è proprio per questo che in Occidente, sulla linea del fronte, senza forse rendersene pienamente conto, quello stesso Islam che nei secoli scorsi esercitò perfino fra le arti della Cristianità il fascino di un mondo sensuale e tollerante benché popolato da infedeli, oggi adotta delle linee di resistenza fondate su un assolutismo dei precetti dagli esiti a volte carnevaleschi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

In un mio commento, per chiarire meglio il mio pensiero sui rapporti nella storia tra Stato, Società e Cristianesimo, ne ho fatto un piccolo riassunto, sempre con un collage di vecchie cose:

Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) a difesa dei cristiani, appellandosi al carattere pio, filosofico e “razionale” del sovrano, indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una “Apologia per i cristiani” nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia alla radice diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:

«Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»

(“soltanto Dio” e “sovrano degli uomini”, naturalmente: fin qui arrivavano, a loro rischio e pericolo.)

Io considero, retrospettivamente, che l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo, quando a dispetto della loro potere temporale i papi spesso non erano sicuri nemmeno a Roma – sia stata necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.

A questo proposito, faccio notare che l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il “sentimento nazionale”, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione, non della secolarizzazione in se stessa, nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.

I poveri in spirito, gli operatori di pace ed i poveri pacifisti

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Gli indemoniati di “Pax Christi”

Nella gara a chi la spara più grossa che accompagna l’isteria – quella sì temibile – seguita al varo del “decreto sicurezza” non poteva mancar di far sentire la propria voce “Pax Christi”. Prima l’alto grido di dolore: “Offesa, atto eversivo e bestemmia: un’offesa alla famiglia umana, un atto eversivo della Costituzione italiana, una bestemmia contraria al Vangelo di Cristo”. Poi la chiamata alle armi degli idolatri della Pace:

Una bestemmia civile e cristiana così grande deve essere respinta da un’insurrezione nonviolenta. Rinnoviamo l’appello al Presidente della Repubblica, cui il 2 giugno scorso abbiamo mandato una lettera da Monte Sole, terra della Resistenza e di Dossetti [eh, appunto, la Terra Santa sul cui modello costruire la Nuova Sion dei cattolici adulti… N.d.Z.], ad operare con urgente fermezza per respingere la deriva autoritaria e totalitaria basata sulla logica dello straniero-nemico che nasconde i veri pericoli della criminalità organizzata, della corruzione economica e politica, del degrado etico e che alimenta la paura, eccita gli animi al peggio, diffonde modelli di violenza e prepara mali più grandi. In piedi, costruttori di pace!

Cos’abbia a che fare la “Pace di Cristo” con questo gruppo di scalmanati è un mistero sempre più grande. Grosso modo rappresentano una delle tante manifestazioni ereticali di stampo pauperista che infestano la storia del Cristianesimo dalla sua nascita: una Gerusalemme Terrena, e solo quella, fa da sfondo al Sermone della Montagna per gli adepti di queste sette. I versetti del Vangelo secondo S. Matteo “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Matteo, 5,3) e “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figlio di Dio” (Matteo, 5,9) sono sempre stati idealmente i loro gridi di battaglia. Dato il grossolano macello interpretativo che se ne fa, da parte di questi scriteriati, ma soprattutto da parte dei sapienti, eccomi qui a far piazza pulita di tante sciocchezze.

La povertà in spirito

Essere povero in spirito non significa ovviamente essere il beota scimunito che certa oleografia relativa alla figura del poverello d’Assisi continua a veicolare ancor oggi. Essere povero in spirito, ossia povero nello spirito, significa non essere schiavo delle ricchezze, ossia non servire Mammona, ossia essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nel fondo dell’animo, non respingerle ma essere in grado – auspicabilmente – di rimanere pienamente se stessi quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo, ad esempio nella tradizione socratico-platonica, tra gli stoici e perfino tra gli epicurei, e questo non deve scandalizzare perché se Cristo non era ancora venuto, e con lui la risposta della Rivelazione, il Logos era fin da principio. Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose, perché sarebbe come disprezzare la bontà della creazione: questa è un’eresia che ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori per esempio la storia del fasto delle chiese, esemplificata nel Vangelo in vari episodi, tra i quali quello celebre dello “spreco” dell’olio profumato molto prezioso che una donna versa sul capo di Gesù e che scandalizza i presenti (Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-8). Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. E quindi come il possessore di ricchezze materiali può essere povero nello spirito, così l’indigente può essere il ricco del linguaggio evangelico. Infatti come scrive S. Agostino:

“Cosa vuole dire il Signore con le parole: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago anziché un ricco entri nel Regno di Dio»? In questo passo chiama ricco chi è avido di beni temporali e ne va superbo. All’opposto di questi ricchi ci sono i poveri in spirito, cui appartiene il Regno dei cieli. Che a questa categoria di ricchi, disapprovata dal Signore, appartengano tutti gli avidi di cose mondane, anche se ne sono privi, appare manifesto da quanto è detto dopo dagli uditori: «Chi potrà allora salvarsi?» È certo infatti che la quantità dei poveri è incomparabilmente superiore, per cui occorre comprendere che nel numero di costoro son computati anche quei tali che, pur non avendo ricchezze, sono tutti presi dal desiderio di averne.” (S. Agostino, Questioni sui Vangeli, Libro II, 47).

Le tentazioni di Cristo

Tutto ciò si ricollega col significato delle tentazioni di Cristo, che sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe di nuovo come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe soddisfarmi compiutamente e per sempre, perché essa rimane nel cerchio dell’incompiutezza e dell’imperfezione. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito comporta giudicare le cose per quel che sono: non disprezzarle ma anzi apprezzarle, e anche grandemente, ma sempre per quel che sono. La schiavitù delle ricchezze comporta invece di passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo. In virtù di questa grande ma giusta ambizione i poveri nello spirito hanno un altro grande e giusto obbiettivo: “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Matteo, 5,3)

Il regno dei cieli

Ciò significa che il regno dei cieli non è la ricompensa per una particolare indigenza patita nella vita terrena a causa di persecuzioni, o ottenuta per la libera scelta dell’ascetismo, ma è la logica conclusione di un percorso di chi cerca il proprio bene ultimo fuori delle cose di questo mondo. E la vita terrena non è in contraddizione con quella celeste: cosi come l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, pure la terra è stata fatta ad immagine e somiglianza della Gerusalemme Celeste. Di essa è ombra, immagine e promessa: quella nuova, anzi, ci sembrerà più famigliare, perché risponderà perfettamente alla nostra natura. Per dirla con S. Paolo:

Sappiamo infatti che se la nostra abitazione terrena è una tenda che si demolisce, abbiamo un’abitazione in Dio, abitazione non fatta manualmente ma eterna nei cieli. E per questo gemiamo, bramosi di rivestirci del nostro edificio celeste, poiché così rivestiti non ci troveremo nudi. E infatti stando sotto questa tenda gemiamo del peso, perché non vogliamo essere svestiti ma rivestiti, affinché la mortalità sia inghiottita dalla vita. Colui che ci ha fatti proprio per questo è Dio, ed Egli ci dà il pegno dello Spirito. Così, sempre arditi e consapevoli che finché siamo domiciliati nel corpo siamo alienati dal Signore poiché camminiamo nel tempo della fede e non della visione; arditi dunque, giudichiamo un bene l’alienarci piuttosto dal corpo e domiciliarci presso il Signore. (S. Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, 5, 1-8)

La spada della verità

Non sarebbe male che le truppe ben inquadrate dei costruttori di Pace nostrani ci spiegassero come conciliano queste parole apparentemente disumane di Gesù col loro pacifismo universale:

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Matteo, 10, 34-39).

Siccome qualcosa mi dice che il Figlio di Dio non fosse un cacciaballe dalla lingua biforcuta è logico che la pace di cui si parla qui non è la pace degli “operatori”. Qui Gesù è una spada, una spada di verità che esige una risposta, e accende una speranza alla quale non dobbiamo rinunciare. La rinuncia alla speranza, questa mancata risposta, è la bestemmia contro lo Spirito Santo del Vangelo. Perché come la Fede sta al Padre, e la Carità sta al Figlio, così la Speranza sta allo Spirito Santo.

Perciò io vi dico: qualunque e peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. Chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.” (Matteo 12,31)

Chi rinuncia alla speranza nasconde sotto terra il proprio talento (Matteo 25, 14-30), o ripone la mina nel fazzoletto (Luca 19,11-26): se il peccato in genere è frutto della fragilità dell’uomo, e il parlar male di Dio o di Gesù può essere frutto di errore in buona fede – anche vita natural durante – , con la rinuncia alla ricerca del bene e alla speranza è l’uomo che attivamente si allontana da Dio.

Se uno vede il suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi e Dio gli darà la vita come a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte. Ma vi sono peccati che conducono alla morte; per questi dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato; ma vi è peccato che non conduce alla morte. (Giovanni, Prima Lettera).

L’amore

Ma come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ricordiamoci che Lui è la Verità, la Via e la Vita. E allora noi dobbiamo amare la Verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la Verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Sappia dunque chi sente di amare davvero, che egli ama, in senso evangelico, la Verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. E chi ama, crede, anche se magari non lo sa. Fuori della Verità, l’amore comunemente inteso, quando non è semplice calcolo o un ossequio facile a liturgie mondane, è solo un sentimento di possesso o di orgoglio riflesso che si trasforma facilmente in violenza omicida quando viene deluso. In quel caso, nel linguaggio evangelico, le “mogli e i figli” diventano cose, diventano idoli e “ricchezze” nel senso sopra spiegato.

La pace

E allora cos’è la pace? Ricordiamoci delle parole di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. (Giovanni, 14, 27)

Quindi anche il mondo può dare la pace. Una falsa pace: qui si intende per “pace” un senso di fiduciosa sicurezza e di tranquillità. Chi la cerca nelle cose terrene non la può trovare. Anche qui il Cristianesimo viene incontro, con la risposta della Rivelazione – la “risposta”, questo è la sua caratteristica saliente -, alle domande che l’uomo sempre si è fatto e alle quali anche  i filosofi dell’antichità cercarono di rispondere: proprio negli anni in cui Paolo e Pietro trovarono la morte a Roma, un cittadino dell’Urbe come Seneca idealmente consegnava al Cristianesimo i frutti di secoli di filosofia morale greco-romana in tante pagine memorabili, come quelle, ad esempio, del “De tranquillitate animi”. “La tua fede ti ha salvato: vai in pace”: quante volte Gesù ripete queste parole, ed è come posasse la sua mano su di noi per calmare le nostre inquietudini. Gli “operatori di pace”, quindi, saranno chiamati figli di Dio perché sull’esempio di Gesù tranquillizzano e rinfrancano il prossimo. Che poi questo possa essere di stimolo alla concordia delle nazioni e delle persone non può essere negato. Ma quest’ultimo tipo di “pace”, per quanto positivo, rimane nel campo del “mondo”. Ciò detto, non vi pare invece che la Pace che tanto piace alla gente che piace somigli tanto alla gran baldracca di Babilonia?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

July 6, 2009 at 13:34

Ho firmato l’appello per Eluana

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Ho firmato l’appello per Eluana. Perché è una buona battaglia, e sarà utile anche se sarà persa. Non starò qui a strologare da incauto inesperto attorno al concetto di provvedimento di “volontaria giurisdizione”, quale in effetti è la “sentenza” della Corte d’Appello di Milano: solo mi informo e leggo che “è sempre revocabile e non acquista mai efficacia di giudicato, quindi non è ricorribile in Cassazione”. Il che sembrerebbe dare un margine di manovra in più al Governo. Ma non è questo il punto. Il punto è che lo scontro istituzionale non è nato ora con la contrapposizione fra il presidente del consiglio e il capo dello stato; è nato con la decisione indebita della magistratura di togliere alla diretta interessata il potere di decidere da sé sulle ultime e più intime questioni concernenti la vita e la morte. Qui siamo di fronte a un problema di libertà, e di libera volontà. Ma non è quella del padre di Eluana, né quella della sua famiglia. La tutela paterna, o di chi per lui, obbedisce a un ordine naturale che è giusto rispettare e può estendersi molto nei suoi poteri quando si eserciti su una persona incapace per menomazioni fisiche o mentali di provvedere a se stessa, finanche a dover prendere decisioni rischiose e potenzialmente fatali, in caso di grave malattia, in ordine alle cure da scegliere. E ciò in accordo con la ragione e lo stato di necessità. Ma non può estendersi a quello che è, di fatto, un potere di vita e di morte. In quel caso la famiglia, che di norma deve essere difesa  vigorosamente dalle ingiustificate intrusioni dello Stato, regredirebbe allo stato pre-civile di tribù o di clan. Anche se nella storia purtroppo si è dimostrato spesso, nelle sue manifestazioni patologiche, la tomba delle libertà civili, in realtà lo Stato, quello che Locke identifica con la “società civile”, nasce e si sviluppa con la nascita e con lo sviluppo delle libertà individuali, a loro garanzia e difesa. E’ sorprendente vedere, in un inedito scambio di ruoli con i spesso disprezzati aficionados cattolici della famiglia, sedicenti liberali rimettere in questo caso proprio alla famiglia, in modo del tutto inappropriato, un tale incondizionato potere e farsi araldi di questo compunto dispotismo domestico.

Non occorre essere colti, e nemmeno intelligenti, per capire che la ricostruzione di una volontà presunta – su questioni di vita o di morte – basata su una ricerca di natura indiziaria quand’anche ampia e puntuale, ha il sapore irridente di una beffa amara. Oh non mancheranno esempi di una giustizia che si avvale pure in questi casi – in mancanza di meglio – di una filosofia benintenzionatamente probabilistica nei paesi di antica civiltà liberale! Non è un motivo per replicare errori e arbitri.

Ma basta aver la pazienza di leggersi le pagine che schizzano il quadretto psicologico di Eluana Englaro nel provvedimento della Corte d’Appello di Milano, sulla base di sbocconcellate chiacchiere e personali ricordi, per rendersi conto di come sia degno di un romanzetto d’appendice di serie B o di un simposio sui massimi sistemi tra i protagonisti del Grande Fratello. Alla perfezione stilistica tele-nazional-popolare manca solo un aggettivo, che faccio fatica a scrivere: “solare”. Sì, Eluana era una ragazza “solare”, una ragazza piena di vita, irrequieta, scossa da un sano, giovanile fremito di ribellione; mica una triste beghina: come avrebbe potuto mai accettare la sua attuale situazione, anche solo in prospettiva?

Eluana non può parlare, non può nemmeno ragionare, per qualche freddo poeta col misurino sensista è addirittura morta. Ma noi non possiamo sostituirci ad essa: la morale ci lega le mani e nessun stato di necessità ci obbliga ad intervenire. In quanto al problema dell’accanimento terapeutico, è un concetto che ognuno può allargare o restringere a volontà, perché, ovviamente, in qualsiasi genere di infermità tout se tient, anche la nutrizione e l’idratazione. Ma cozza non solo contro il più elementare senso di umanità ma anche contro il più elementare buon senso considerare “accanimento terapeutico” la nutrizione e l‘idratazione mediante sondino nasogastrico di una paziente che quando fa comodo è giudicata totalmente priva di sensibilità; un’operazione per di più condotta da persone che giorno e notte da molti anni si prendono cura amorevolmente di Eluana e non chiedono altro di continuare a farlo in silenzio: non siamo in presenza né di sofferenze né di disagi, tranne i nostri forse, e il fatto che le speranze di guarigione siano prossime o uguali allo zero non cambia la sostanza. Questa morte per fame e per sete che si vorrebbe accompagnare ora con la corte amabile delle tecniche sedative, somiglia molto ai dolorosi pasticci umanitaristi di certe condanne a morte in Occidente. Una pallottola in testa, coi metodi barbari della giustizia cinese, troncherebbe una vita con più pietosa efficacia, se qualcuno si prendesse la responsabilità di premere il grilletto.

E’ dunque la magistratura che si è resa responsabile di un’usurpazione: lo scontro istituzionale è nei fatti e nei fatti è ridotto ad un rapporto di forze.

Berlusconi. Se Berlusconi fosse “solo” quel furbacchione schiavo dei sondaggi di cui si favoleggia con larghezza di aggettivi nei media, non si sarebbe cacciato spericolatamente – come sanno anche i sassi – in una vicenda che spacca traumaticamente in due il paese, e che rischia d’inimicargli una fetta non trascurabile dell’elettorato che lo sostiene. Abbracciare l’ortodossia cattolica in casi estremi come questo equivale, dal punto di vista politico, a viaggiare con una bomba in tasca, ma gli acculturati benpensanti di specchiata liberalità che scrivono nelle gazzette dello stivale fanno finta di non saperlo, anche se si fregano le mani dalla soddisfazione. Per l’abominevole criptoperonista, con alle spalle una maggioranza parlamentare tranquilla, nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti, sarebbe stato molto più comodo fare il pesce in barile, manifestare una personalissima adesione alle posizioni etiche della Chiesa e sospirare la propria rispettosa impotenza di fronte al dettato costituzionale. Ma, non contento, c’è chi arriva ad immaginare, con l’ingegno sottile dell’ottusità conclamata, perché l’antiberlusconismo è oramai malattia ferale tra le mura del Sinedrio laico-repubblicano, manovre machiavelliche da parte di un imbecille che dopo sedici anni di vita politica ai vertici – e con gran dispetto dei pretoriani della democrazia – non si è ancora deciso di diventare un dittatore fatto e finito; pianificate, nefande manovre atte a sommuovere l’edificio istituzionale, con il corpo innocente di Eluana usato come provvidenziale ariete per sfondare la porta della cittadella democratica.

Italia. Sempre ai summenzionati personaggi, che hanno un debole per un concetto estetizzante della liberaldemocrazia, questo popolo che s’accapiglia e strepita sul caso Englaro fa un po’ schifo, comme d’habitude. Certo, che nel confronto tra gli opposti campi la cacofonia volgare del partito preso giochi un ruolo non trascurabile, non solo è possibile: è certo. Ma è un bene che sui temi etici il paese sia scosso da tensioni, è bene che l’opinione pubblica si divida, perché significa che è viva, e che in essa sopravvive l’idea del diritto naturale, che è l’unica vera difesa per la libertà dell’individuo. Il diritto naturale, per sua natura, può solo vivere, nella coscienza dell’individuo e in quella della società. E non può essere nemmeno una Legge della Legge, una sorta di preinquadramento minimo della legislazione scritta; perché, come ho già scritto una volta,

“in ultima analisi non vi può essere alcuna definitiva soluzione “tecnica” ai problemi concernenti la democrazia e le libertà individuali. E’ anzi una pericolosa illusione indulgere in simili propositi. E questa consapevolezza dovrebbe essere in realtà il primo dei rimedi e delle precauzioni. Avviene nella società quanto capita normalmente alla singola persona: la tentazione di fuggire alla sofferenza spirituale connaturata all’esistenza umana crea l’illusione di poter trovare una formula magica e indolore di “pratiche” regole di comportamento.”

Il diritto positivo, scritto, vive nella schiavitù del tempo e dei luoghi ed è costretto a cambiare in continuazione. Il diritto naturale può e deve informare di sé il diritto positivo, e anche quando viene sconfitto esso esercita la sua funzione benefica temperando gli eccessi. Anzi, si può dire che tutta la civiltà cristiana-occidentale è costruita su queste utili sconfitte. Un diritto positivo, per assurdo ipoteticamente perfetto, privo del soccorso dell’idea del diritto naturale vivente nella società, costituirebbe un argine debolissimo all’irrompere degli arbitri contro la persona.

Andreotti & Scalfaro. E’ consolante che non siano della partita il campione di un cristianesimo di piccolissimo cabotaggio, guardingo, inodore, insapore, di inossidabile conformismo, con tutta la prudenza del serpente  e nulla del candore della colomba, e l’integerrimo idolatra della nostra beneamata Costituzione.

Auspicio. Per i cristiani nessuno è “proprietario” in assoluto della sua vita, per ubbidienza a Dio però, non agli uomini: ma qui siamo oltre, e anche chi non è credente dovrebbe capirlo. I sostenitori della totale autodeterminazione sembrano disposti, in certi casi, ad appaltarla a terzi: è una bella contraddizione. La sapienza di Dio è più grande di quella degli uomini: è umana presunzione credere che una vita “vegetativa” che continui fino alla morte sia priva di significato. E’ saggezza sia umana che divina lasciare una porta aperta alla speranza: e Dio non ha mancato di confondere i sapienti più d’una volta.

Update: Eluana Englaro è morta un’ora dopo che avevo finito di scrivere l’articolo. Dunque l’ala nera della morte l’ha rapita con la fretta furtiva del ladro: ma costui non sa che il male sarà sempre il servo sciocco della provvidenza.

Written by Zamax

February 9, 2009 at 19:52

I poveri in spirito e lo spirito del capitalismo

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[Premessa: buona parte del post è un collage di cose già scritte in questo blog, che ho riorganizzato allo scopo di smascherare - in questi tempi di "tribolazione" per la libertà economica - interpretazioni mistificatorie sempre di ritorno del messaggio cristiano]

In un bell’articolo dal titolo “Meglio il capitalismo cattolico di quello anglosassone” (da intendersi nell’ambito del pensiero economico-filosofico non certo in quello della realtà fattuale) Carlo Zucchi scrive:

Infatti, uno dei pregiudizi a tutt’oggi più diffusi è quello che vede il capitalismo come un prodotto del protestantesimo, specie dopo che nel 1906 uscì l’opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In realtà, la tesi weberiana è stata confutata da destra e da sinistra. Più che uno spirito capitalistico protestante e uno spirito anti-capitalistico cattolico, esistono due concezioni differenti dell’economia: una cattolica e una protestante, e quest’ultima è quella che ha prevalso, sull’onda della potenza delle nazioni in cui il protestantesimo si è imposto, come la Gran Bretagna di Adam Smith (1723-1790), il padre dell’economia moderna. In realtà, i pensatori scolastici cattolici seppero cogliere molto bene sin dal Medioevo la realtà economica, riuscendo a descriverla attraverso enunciati teorici assai efficaci. Indagando sul prezzo giusto, scoprirono che esso doveva coincidere con il prezzo che si forma liberamente sul mercato. A differenza delle teorie care ad Adam Smith e a David Ricardo (sui cui Principi di Economia studiò Karl Marx!), secondo cui il valore delle merci sarebbe intrinseco a esse e si approssimerebbe al loro costo di produzione, gli scolastici insistevano sull’utilità soggettiva e sulla scarsità relativa di un bene come aspetti chiave del valore. Il principio relativo all’utilità soggettiva si sviluppò nei paesi cattolici dell’Europa continentale come Francia, Italia e, soprattutto, Austria (con la Scuola Austriaca di Economia), mentre nei paesi anglosassoni protestanti si affermò la teoria smithiana del valore-lavoro, secondo la quale un bene ha tanto più valore quanto più lavoro incorporato contiene. E qui si vede la profonda influenza della religione. Come ha notato l’economista Emil Kauder, gli scolastici cattolici propugnavano il consumo come fine della produzione e consideravano l’utilità soggettiva e la soddisfazione del consumatore come fonti del valore delle merci. Al contrario, la tradizione britannica basata sulla teoria del valore lavoro enunciata da Adam Smith rifletteva l’enfasi tipicamente calvinista fondata sul duro lavoro e sullo sforzo, inteso non solo come qualcosa di buono, ma anche come criterio di assegnazione del valore delle merci. La soddisfazione del consumatore costituiva perciò un requisito meramente accessorio finalizzato a rendere più efficiente il lavoro e la produzione. In poche parole, si vive per produrre.

E perché i cattolici ci vedevano più chiaro? Qual è la ragione di questa superiore lucidità? Se ci si libera da una visione superficiale delle cose si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. Ora questa ortodossia – questa speranza celeste e questa mancanza d’illusioni terrene (ma non di una felicità relativa) – è una cosa dura da sopportare. Ma essa, nel suo essere superiore alle cose di questo mondo, ci consente di guardare con occhio fermo alla fenomenologia della produzione e dello scambio delle merci, e di accettare il fatto che anche il capriccio, la sorte o il non riconoscimento dei meriti ne sono protagonisti in una misura che nessun regime di libertà può eliminare se non eliminando la libertà stessa. Per cui, essendo tutte in fondo le eresie cristiane forme diverse di millenarismo, testimonianti della sofferenza dell’umanità nel superare il problema della morte, l’etica protestante doveva in qualche modo vedere nel successo economico una retribuzione terrena benedetta da Dio, come tributo da pagare ad una Gerusalemme non ancora perfettamente celeste, e come segno spesso di una farisaica righteouness.

Io considero, retrospettivamente, l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo – necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Credo perciò che nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, sia stato il Papato.

Questo spiega anche perché l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo siano tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico – mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il sentimento nazionale, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare.

Tuttavia all’interno della civiltà cristiana-occidentale la più grande sfida alla libertà economica – non alla licenza di calpestare la dignità delle persone – è venuta dalle manifestazioni ereticali di stampo pauperista, soprattutto attraverso la  loro influenza indiretta nel dibattito filosofico-politico. Una Gerusalemme Terrena, e solo quella, fa da sfondo al Sermone della Montagna per gli adepti di queste sette. Che una Città Ideale Terrena, nella sua schiavitù materialistica, possa contemplare delle disuguaglianze materiali, si capisce, è inconcepibile. Il versetto del Vangelo secondo S. Matteo “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli”  è sempre stato idealmente il loro grido di battaglia. Del tutto a torto.

Essere povero in spirito non significa ovviamente essere il beota scimunito che certa oleografia relativa  alla figura del poverello d’Assisi continua a veicolare ancor oggi. Essere povero in spirito, ossia povero nello spirito, significa non essere schiavo delle ricchezze,  ossia non servire Mammona, ossia essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nel fondo dell’animo, non respingerle ma essere in grado di rimanere pienamente se stessi quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo anche tra stoici ed epicurei e questo non deve scandalizzare perché se Cristo non era ancora venuto, e con lui la risposta della Rivelazione, il Logos era fin da principio. Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose, perché sarebbe come disprezzare la bontà della creazione: questa è un’eresia che possiamo chiamare per comodità pauperismo ma ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori per esempio la storia del fasto delle chiese, esemplificata nel Vangelo in vari episodi, tra i quali quello celebre dello “spreco” dell’olio profumato molto prezioso che una donna versa sul capo di Gesù e che scandalizza i presenti (Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-8). Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. E quindi come il possessore di ricchezze materiali può essere povero nello spirito, così l’indigente può essere il ricco del linguaggio evangelico.

Il significato delle tentazioni di Cristo sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe di nuovo come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe – lo riconosco! – soddisfarmi compiutamente e per sempre. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito comporta giudicare le cose per quel che sono: non disprezzarle ma anzi apprezzarle, e anche grandemente, ma sempre per quel che sono. La schiavitù delle ricchezze comporta invece di passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo.

In ragione di questa grande ma giusta ambizione i poveri nello spirito hanno un altro giusto e conseguente obbiettivo:

Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3)

Ciò significa che il regno dei Cieli non è la ricompensa per una particolare indigenza patita nella vita terrena a causa di persecuzioni, o ottenuta per la libera scelta dell’ascetismo, ma è la logica conclusione di un percorso di chi cerca il proprio bene ultimo fuori delle cose di questo mondo.

Ma so già che qualche testone storce il naso di fronte a queste considerazioni, e allora non mi resta che farmi scudo di un plurimedagliato campione della Cristianità:

Cosa vuole dire il Signore con le parole: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago anziché un ricco entri nel Regno di Dio”? In questo passo chiama ricco chi è avido di beni temporali e ne va superbo. All’opposto di questi ricchi ci sono i poveri in spirito, cui appartiene il Regno dei cieli. Che a questa categoria di ricchi, disapprovata dal Signore, appartengano tutti gli avidi di cose mondane, anche se ne sono privi, appare manifesto da quanto è detto dopo dagli uditori: “Chi potrà allora salvarsi?” È certo infatti che la quantità dei poveri è incomparabilmente superiore, per cui occorre comprendere che nel numero di costoro son computati anche quei tali che, pur non avendo ricchezze, sono tutti presi dal desiderio di averne. (S. Agostino, Questioni sui Vangeli, Libro II, 47)

Written by Zamax

January 12, 2009 at 18:01

Fariseismo antiebraico

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Il neoentusiasta di Gesù e valoroso atleta dell’astinenza sessuale Nicola Legrottaglie, intervistato dalla Gazzetta dello Sport, si è prodotto in questa uscita dal sapore veterotestamentario sui fatti di Gaza:

“Cosa pensi di quello che sta succedendo a Gaza in questi giorni?”

“Sapevo già che sarebbe successo, è una profezia della Bibbia. Il popolo di Israele era quello prediletto da Dio. Ma non l’ha riconosciuto e ora ne sta pagando le conseguenze”.

A quegli infaticabili e pii compulsatori della Bibbia che sono gli Evangelici, se non vogliono diventare i compiaciuti Farisei dei Gentili, vorrei appena ricordare che se noi siamo Cristiani, lo siamo perché fratelli adottivi degli Ebrei, essendocene assunte le colpe, la natura e l’eredità. Per dirla con S. Paolo (Lettera ai Romani, 11, 32):

Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!

Riconoscendoci in loro, siamo divenuti parte di un più grande Israele e coeredi di una più grande Promessa e di una Gerusalemme Celeste. Se addebitassimo al popolo ebraico e solo al popolo ebraico la morte di Gesù, teologicamente parlando, ne faremmo il solo erede della Promessa. E quindi, caro Legrottaglie, questo sarebbe una bella fregatura per noi ma soprattutto per lei: niente Paradiso di là, e manco belle fanciulle di qua.

Written by Zamax

January 9, 2009 at 15:30

Queer end of the year

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Chissà voi come avete passato gli ultimissimi giorni del 2007: io sono riuscito ad impegolarmi in una discussione sull’omofobia nel sito de La Stampa. A ricordo di quest’impresa assai rischiosa di sospetto gusto sadomasochistico e per non aver l’impressione di aver buttato via il tempo, eccovi un post con la raccolta dei miei interventi. L’inizio è una rimasticatura di concetti già espressi nel mio blog.

E’ omofobia giudicare immorale l’omosessualità? La legge, giustamente, consente un gran ventaglio di comportamenti pubblici e privati che, chi da una parte, chi dall’altra, può giudicare disdicevoli o immorali. Un vero stato liberale, solido e moderno, si dà quando alla liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagna il diritto incondizionato di critica morale pubblico e privato. Le norme contro l’omofobia non sono liberali, ma piuttosto di natura giacobina, in quanto tendono surrettiziamente alla fondazione di un corpus di norme etiche di stato, sulle quali è negato ogni confronto all’interno dell’opinione pubblica. Legge e morale vengono così a coincidere, né più né meno che in una teocrazia; e la civiltà europea sarà assediata allo stesso tempo dalla “sharia islamista” e dalla “sharia laicista”. Quando perfino Tommaso d’Aquino, otto secoli or sono, sapeva distinguere tra lex humana e lex divina. La violenza e l’istigazione alla violenza sono cose diverse e sono già condannate dalla legge. Naturalmente gli omosessuali sono liberi di comportarsi come vogliono, ma non possono pretendere di tappare la bocca a coloro che, nelle forme dovute, giudichino immorale la loro posizione. E questo in forza degli stessi diritti posti a difesa della loro libertà. (scritto da Zamax 29/12/2007 19:39)

Angel, la legge deve tutelare l’individuo, non le minoranze. Se essa tutela efficacemente l’individuo tutela anche le minoranze. Le leggi per le minoranze, siano esse etniche, di “orientamento sessuale” (non è che ce ne siano molti di questi “orientamenti”, ti pare?), o di qualunque altro tipo, scardinano l’universalismo del diritto e consacrano un’organizzazione tribale della società; e sono il segno del degrado di una società che invece dovrebbe fondarsi sulla libertà individuale. La “sharia laicista” è un termine provocatorio per definire una cultura che non sa più distinguere tra legge e morale – caposaldo della civiltà occidentale – in quanto tende a “santificare” – e quindi sottrarre al giudizio morale, e quindi a restringere la libertà di pensiero – i comportamenti che il diritto positivo, giustamente, non sanziona. Preciso, a scanso d’equivoci, che non faccio parte di alcuna organizzazione cattolica e che non sono neanche un gran praticante. D’altra parte è di tutta evidenza che le critiche verso i cattolici nei massmedia, nel mondo della cultura e anche in quello politico sono massicce e non soffrono di alcuna censura. (scritto da Zamax 30/12/2007 12:9)

Oscaruzzo e Cristiana Alicata, la confusione – e grande, e caratteristica – è vostra. Cosa c’entra il colore della pelle con il comportamento nella sfera sessuale? La scelta di una confessione religiosa, o di una dottrina filosofica (sempre che se ne facciano), così come la libera scelta di una propria condotta nel campo della sessualità, appartengono al libero arbitrio; lo stesso libero arbitrio che consente ad altri di criticare quelle scelte e quei comportamenti. La libertà funziona nei due sensi, sennò non esiste. O forse volete sostenere che gli omosessuali sono prigionieri per natura di qualche gene particolare? Voi non vi rendete conto che state affilando un’arma a doppio taglio. La difesa della libertà degli omosessuali nei vostri piani sarà affidata a fragilissime leggi ad hoc, che un giorno potrebbero benissimo essere spazzate via dal vento dell’opinione pubblica. Nel lungo termine solo l’efficacia del cordone sanitario stesso attorno alla libertà dell’individuo potrà difendere sia la pluralità delle scelte – sempre opinabili – religiose sia quelle nel campo della sessualità. (scritto da Zamax 30/12/2007 13:27)

Oscaruzzo, una premessa. Il nostro mondo moderno è diventato suscettibile e fragile. Certe parole fanno paura. Certe parole come “immorale”. Faccio presente che per il Cristianesimo ogni “peccato” è “contro natura”. Per rimanere nella sfera sessuale, anche i rapporti extramatrimoniali o la masturbazione (nella quale tutti ci siamo “allenati”, per dirla alla Woody Allen) sono “immorali” e, in ultima analisi, “contro natura”. Perché per il Cristianesimo la natura dell’uomo è diversa anche dall’espressione della sua più perfetta, nobile, sensibilissima e sofisticatissima animalità, ivi comprese le sue manifestazioni psicologiche. Faccio inoltre notare che per molti, e forse per la maggioranza delle persone, al contrario è proprio il fatto di costringere la sessualità nell’ambito di un matrimonio tra uomo e donna, per di più indissolubile, una cosa “contro natura”. Ci sarebbe da discutere, ma non è questo il problema. Il tuo discorso è pericoloso perché spiega involontariamente con uno spietato determinismo le nostre inclinazioni e preferenze. Una volta introdotto, questo principio può venir allargato a piacimento fino a togliere ogni autonomia alla volontà dell’uomo. E servire a giustificare una legislazione discriminatoria. E poi, coloro che hanno rapporti sessuali o sentimentali con entrambi i sessi, fanno anch’essi parte di una categoria specifica, e sono così perché hanno scoperto di essere così, come uno scopre di avere gli occhi verdi guardandosi per la prima volta allo specchio? Se voi volete la promozione in serie A, sancita da leggi ordinarie o costituzionali, della “specifica” parrocchietta gay/lesbian, sappiate che è una vittoria di Pirro. Un giorno o l’altro una maggioranza politica, con l’appoggio dell’opinione pubblica, potrebbe mandarvi in B o in C o radiarvi dal campionato. La via maestra per difendere i diritti di tutte le minoranze è quella della difesa dei diritti del singolo individuo, senza etichette. Come insegna l’esperienza di tutti i paesi di più solida tradizione liberale. Quanto all’ “incitazione all’odio”, ognuno può ben capire cosa potrebbe combinare la nostra ineffabile magistratura italiana con in mano un aggeggio del genere. (scritto da Zamax 30/12/2007 20:10)

Alessandro, guarda che sbagli, e di grosso. Quella che chiamiamo “laicità” dello Stato esisterebbe anche se, per assurdo, la nostra società fosse perfettamente omogenea nelle sue considerazioni etiche. Anche se, per fare un esempio, fosse composta al 100% di cristiani consapevoli e in perfetto accordo. Questo era chiaro perfino ai Padri della Chiesa. Per citare la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, cui ho fatto riferimento in un precedente commento: “La legge, come abbiamo visto, è stabilita come regola o misura degli atti umani. E la misura deve essere omogenea con quanto ne è misurato, per dirla con Aristotele: infatti cose diverse hanno misure diverse. Quindi le leggi devono essere imposte agli uomini secondo la condizione di essi: poiché, a detta di S. Isidoro, la legge dev’essere “possibile, sia secondo la natura, sia secondo le consuetudini del paese”. Ora, la capacità di agire deriva dall’abito o dalla disposizione interiore: poiché la stessa cosa non è ugualmente possibile all’uomo virtuoso e a chi è privo di virtù; come non è ugualmente possibile al bambino e all’uomo maturo. Ecco perché non si fissa una medesima legge per i bambini e per gli adulti: ché ai bambini si permettono delle cose, punite o riprovate dalla legge negli adulti. Allo stesso modo si devono permettere agli uomini imperfetti nella virtù molte cose, che sarebbero intollerabili negli uomini virtuosi.” (continua) (scritto da Zamax 31/12/2007 12:21)

(continua il precedente commento) “Ora, la legge umana vien data per la massa, in cui la maggior parte è formata di uomini non perfetti nella virtù. Ecco perché non sono proibiti da codesta legge tutti i vizi da cui i virtuosi si astengono; ma soltanto quelli più gravi, dai quali è possibile ritrarre la massa; e specialmente quelli dannosi per gli altri, senza la cui proibizione non può sussistere l’umana società, quali l’omicidio, il furto e simili. La legge naturale è una partecipazione in noi della legge eterna: invece la legge umana non raggiunge la perfezione della legge eterna. Infatti S. Agostino [IV-V secolo dopo Cristo! Nota di Zamax] afferma: “La legge emanata per governare gli stati concede e lascia impunite molte cose che saranno colpite dalla divina provvidenza. Ma per il fatto che è incapace di far tutto, non si può rimproverare di quel che fa”. Perciò la legge umana non può proibire tutto ciò che proibisce la legge naturale.” (Summa Theologiae, I-II, 96) (scritto da Zamax 31/12/2007 12:24)

Mauro, è un po’ difficile discutere con chi non vuol né leggere né capire. Ti lamenti della dittatura della maggioranza: ma voi cosa volete, me lo sapete dire? Volete combattere la dittatura della maggioranza col riconoscimento delle “minoranze”, tutte di pari dignità? Volete un burocratico certificato di “normalità”? Così la futura società non sarà fondata sulla libertà individuale ma sull’ondeggiante variabilità di gruppi tribali, alla manuale Cencelli; ogni giorno ce ne sarà uno che premerà per un posto al sole. Invece non c’è nessuna dittatura della maggioranza se la legge iscrive un cerchio invalicabile intorno all’individuo. Ma voi, tu, cosa vuoi? La tutela, la riserva indiana? Vuoi uscire trionfante dal municipio con la carta d’identità con su scritto: occhi celesti, capelli castani, bisessuale? Sarebbe questa la modernità? (scritto da Zamax 1/1/2008 11:22)

Alessandrovig [in esilio brasileiro da dieci anni, N.d.Z.], lo pseudointellettuale Zamax chiude qui perché domani torna a lavorare. Non che ne abbia una gran voglia, pur essendo di sana, robusta & ottusa costituzione veneta di pessimo orientamento trevisano: fosse per lui, due-tre mesi a Bahia li passerebbe volentieri, anche col rischio di cadere in ogni genere di peccati. Ogni genere – pur avendo una fortissimissima, tirannica inclinazione per il genere schiettamente femminile, in ispecie quello curvilineo – essendo uomo a 360 gradi.
Non mi pare un gran consolazione per gays, lesbians, bysexuals & transsexuals (chissà dove ho imparato queste denominazioni, eh?) acquistare lo “status” di minoranza. Boa noite. (scritto da Zamax 1/1/2008 20:3)

(Troppo forte il titolo? Nel mio esilarante vocabolarietto di Forbidden American il termine queer è descritto come strongly derogatory. Ma forse è datato. In ogni caso, essendo peccatore, non resisto a questi puns, specie quando sono cretini.)

Update 02/01/2008: Sapevo io che non finiva qui:

Per chiudere veramente. Dovreste almeno fare lo sforzo di leggere con attenzione. Quando ho scritto “uomo a 360 gradi” intendevo dire (come è facile evincere) che non escludo nessuna teorica – molto teorica – possibilità. Certo che se ci fosse in giro un po’ più senso dell’umorismo, la comprensione universale se ne gioverebbe assai… P.S. PUBBLICITA’-REGRESSO: di questi miei commenti ho fatto un post nel mio blog. Chissà che la lettura magnanima e ordinata di questi capolavori non possa far cambiare idea a qualcuno (notare lo zelo missionario tenace ed untuoso): http://zamax.wordpress.com  (scritto da Zamax 2/1/2008 13:2)

Alessandrovig, forzare la legge per rimediare artificiosamente a ritardi culturali è una pessima soluzione. E, alla lunga, sempre controproducente. Il modello di “democrazia” che proponete è assai fragile, un mondo irreale dove tutti hanno ragione e nessuno ha torto, regolato col bilancino. Nell’evoluzione della società l’emancipazione dell’individuo si accompagna allo sviluppo del sentimento societario, non il contrario, perché l’individuo rompe progressivamente le catene di un clan angusto per aprirsi ad un orizzonte più vasto di rapporti. Quello che voi proponete è solo una nuova forma, superficialmente accattivante, di corporazioni su base etica/culturale e non più economica. Io ritengo che uno stato maturo e liberale ci sarà (parlando a spanne, naturalmente) quando sul tema in questione, ad esempio, ci si potrà confrontare con franchezza in pubblico senza dover temere che qualche pazzo appicchi il fuoco da qualche parte. E’ ovvio che oggigiorno bisogna essere responsabili quando si usano certe parole, e regolarsi di conseguenza; ciò non significa che tra …uomini non ci si possa esprimere con rispetto ma con nettezza. E’ inutile – anzi, sbagliato – illudersi: su certi temi “etici” ci si scontrerà fino alla fine dei tempi. Quello che muterà, auspicabilmente, sarà il contesto. Su quest’ultimo aspetto misureremo il grado di civiltà. (Claudio Lolli è quello degli “zingari felici?”) (scritto da Zamax 2/1/2008 20:37)

Ultimo e definitivo update:

Alessandro, stiamo andando un po’ fuori tema col permesso de La Stampa. Anche prendendo per buono il tuo discorso: “Pilastro dell’etica liberale è il cercare di espandere le libertà individuali quanto più possibile affinché ogni individuo possa scegliere i valori a cui conformare la sua esistenza. Ciò che è vizioso per qualcuno può essere virtuoso per qualcun altro. Per un non credente giudice della sua virtuosità non è nessun Dio, solo l’individuo.” Tu stesso stai dicendo che ognuno ha la sua visione della vita, e il suo criterio per giudicare – diciamo così – ciò che è bene e ciò che è male. Ergo, è assolutamente impossibile che la legge positiva rispecchi le idee del singolo. Se a questo punto la legge (positiva) fosse solo lo specchio, sempre cangiante, della morale della maggioranza, tutti gli altri si considererebbero degli estranei alla società. La legge certamente non può essere a-morale e capricciosa, ma non deve confondersi con la morale. La legge regola, condanna penalmente, non moralmente; assolve penalmente ma non “santifica”. E’ questa distinzione che crea la tolleranza: è un tacito accordo fra noi per creare, compatibilmente con le esigenze della società, una zona di “non punibilità” di quegli atti e comportamenti che reciprocamente ci potremmo rimproverare. Ne risulta che tutti questi atti sono legittimi, ma che ognuno allo stesso tempo mantiene il diritto di critica morale sugli stessi. Non si dà una cosa senza l’altra. Ho fatto notare che pure in un contesto “idealmente e integralmente” cattolico, questa distinzione era chiara nel pensiero cristiano. Per usare il lessico di S. Paolo, “la legge non può essere computata a giustificazione”: ossia, il rispetto della legge è una cosa buona ma non sufficiente da un punto di vista morale.  (scritto da Zamax 2/1/2008 23:30)

Concludo. Lo spirito di quella legislazione “educativa” che ha prodotto il DDL sull’omofobia (tanto vago da rendere possibile qualsiasi abuso da parte della magistratura) tende alla forzata omogeneizzazione ideologica. Una sorta di prontuario, di catechismo civico continuamente aggiornato, che il cittadino dovrà consultare per saper bene cosa fare e cosa dire; insomma, per essere un bravo “democratico”. Non è tanto il DDL, ma lo spirito di questa legislazione a non offrire solide garanzie di tutela degli omosessuali in prospettiva futura; perché l’aria potrebbe cambiare, e il bravo cittadino sempre “democratico” un giorno tra i suoi compitini da fare potrebbe trovare quello di segnare con una crocetta rosa certi luoghi pubblici e privati. Mentre una legislazione che rinsaldi sempre di più la difesa e i diritti della persona, mette al riparo l’individuo dagli ondeggiamenti della massa. In questo, senza essere invasiva, la legge indirettamente mantiene e confessa il suo fondamento etico. Mentre l’altra ottiene l’effetto opposto. Tutto ciò bisogna tenere a mente, ad esempio, quando si affronta la questione dell’aborto, le cui implicazioni si diramano ben oltre lo status dell’embrione. (scritto da Zamax 3/1/2008 14:52)

Grazie per il “filosofo”, quantunque di poco tuo gusto. Senza rancore. E salutami Dona Flor e i suoi due mariti. Soprattutto …Dona Flor, ça va sans dire! (scritto da Zamax 3/1/2008 18:55)

Written by Zamax

January 1, 2008 at 22:12

L’errore tradizionalista

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La moderna democrazia e il capitalismo non sono registrati all’anagrafe della storia con una data di nascita precisa. Essi infatti non sono altro che l’ultimo vestito indossato dalla libera società e dalla libera economia. E la loro caratteristica fondamentale è il continuo cambiamento. Non esiste una democrazia statica né un capitalismo statico. Questo è il loro realismo. Perché la realtà della condizione umana è la schiavitù del tempo e del cambiamento, da cui la natura umana aspira a liberarsi. Ma l’uomo può solo alleviare questa condizione, non riscattarsene. In tutti i tempi i demagoghi hanno fatto leva su questa reale sofferenza dell’umana condizione per essere investiti del potere, promettendo l’età dell’oro. E la caratteristica fondamentale di tutti i regimi dispotici, vecchi e moderni, è il concetto di una società statica e di un’economia statica, messi in opera con quella pianificazione che annulla il valore delle iniziative, dei desideri, dei capricci e dei bisogni individuali e non tiene in nessun conto il continuo e intrinseco metamorfismo della società. La società moderna è quindi un organismo complesso e talmente sofisticato che nessuna autorità può in realtà regolare o dirigere; il suo compito è quello di salvaguardarne gli organi, piuttosto che di violentarli o drogarli, in modo che i messaggi che da quelli partono gli consentano di espletare un quotidiano e vitale esercizio di fine-tuning.

Il più potente alleato di questa evoluzione della società è stato il Cristianesimo. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena.

Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l’uomo nello stato medesimo d’innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell’animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell’oracolo divino: “Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita”. Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l’uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell’uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v’è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali. (Leone XIII, Enciclica Rerum Novarum)

Questo è l’elemento liberale della civiltà cristiana. Ma è solo l’altra faccia dell’elemento conservatore. Infatti perché la società possa evolvere liberamente, essa abbisogna del presidio di quei diritti innati che permettono ai singoli individui, nel loro agire e nel loro pensiero, di irrorare di sangue fresco gli organi della società – una vera e diversificata pubblica opinione – un vero mercato. Il presidio di questi diritti è l’unica vera e viva tradizione, e l’unica difesa dell’Occidente; e l’unico modo per conservare la propria identità.

Per questo parlare al giorno d’oggi, minacciati come ci sentiamo da culture intolleranti e frastornati da travolgenti globalizzazioni, di ritorni al concetto di popolo, di nazione, di tradizione è cosa del tutto vaga e insoddisfacente, e in fondo una reazione panica e irrazionale. Si rispolverano piano piano piccole e larvate utopie, anche nella nostra Italia non di sinistra, nella vana speranza di soppiantare le grandi utopie del passato. Ma le piccole utopie tradizionaliste – non a caso pervase da uno spirito apocalittico – recano con sé un riposto convincimento di morte, non di speranza. Tirare il freno, bloccare l’evoluzione della società, sognare un’Italietta morigerata e col petto in fuori non serve a nulla. Il detto di Gesù, “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; chi invece l’avrà perduta, la salverà.” (Luca 17, 32-33), nella sua saggezza e su un altro, più modesto, piano, si applica anche alla società: la duttile società che muore ogni giorno, rinasce ogni giorno, ma dalle stesse radici. La società che vuole salvare se stessa irrigidendosi, guardando al passato come la moglie di Lot guardava la città che abbandonava, inaridisce le sue stesse radici, e muore per sempre.

Written by Zamax

September 3, 2007 at 23:45

Democrazia e diritto naturale

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Come ho scritto nel post precedente, le filosofie liberaliste nel XX secolo hanno guardato con diffidenza al diritto naturale. Ne è un esempio questo brano di Ludwig Von Mises tratto dalla sua (grande) opera Socialismo, analisi scientifica e sociologica, apparsa nel 1922 (prima edizione tedesca, successivamente rivista e ampliata):

La dottrina del diritto naturale ha commesso un errore nel considerare questo grande cambiamento, che solleva l’uomo dallo stato dei bruti alla società umana, come un processo intenzionale; come un’azione, cioè, nella quale l’uomo è completamente consapevole dei suoi motivi, dei suoi scopi e dei mezzi per raggiungerli. Così fu supposto essere stato concluso il contratto sociale, attraverso cui sarebbero venuti ad esistenza lo Stato, la comunità, l’ordinamento legale. Il razionalismo non poteva trovare altra possibile spiegazione, dopo che si era disfatto della vecchia credenza che faceva risalire le istituzioni sociali a fonti divine, o almeno all’illuminazione proveniente all’uomo dall’ispirazione divina. Poiché ha condotto alle attuali condizioni, si è considerato lo sviluppo della vita sociale come assolutamente intenzionale e razionale, come sarebbe potuto avvenire questo sviluppo, se non dall’inizio alla fine attraverso una scelta cosciente, intenzionale e razionale? Oggi abbiamo altre teorie con cui spiegare la cosa. [...] Noi possiamo “spiegare” la nascita e lo sviluppo delle istituzioni sociali dicendo che esse favorivano la lotta per l’esistenza, dicendo che quelli che le hanno adottate e sviluppate nel modo migliore erano meglio equipaggiati contro i pericoli della vita rispetto a quelli rimasti indietro sotto questo riguardo. [...] Il tempo in cui questa interpretazione ci ha soddisfatti e in cui l’abbiamo proposta come una soluzione finale di tutti i problemi dell’essere e del divenire è passato da un pezzo. Essa non ci fa andare un passo più in là della teologia e del razionalismo. Questo è il punto nel quale le scienze particolari cedono alle generalità, nel quale i grandi problemi della filosofia incominciano – il punto nel quale tutto il nostro discernimento finisce.

Veramente non è necessario un grande intuito per mostrare che il Diritto e lo Stato non possono essere ricondotti a dei contratti originari. Non è necessario chiamare in causa l’apparato scientifico delle discipline storiche per dimostrare che nessun contratto sociale ha mai avuto storicamente luogo. [...] L’azione economica richiede condizioni stabili. Il processo di produzione è un processo di grande portata e di lunga durata che ha maggior successo quanto più ampi sono i periodi di tempo cui adattarsi. Esso richiede continuità, e siffatta continuità non può essere alterata senza procurare i più seri inconvenienti. Questo significa che l’azione economica richiede la pace, l’esclusione della violenza. La pace, dice il razionalista, è il fine e lo scopo di tutte le istituzioni legali; ma noi asseriamo che la pace è il loro risultato, la loro funzione. Il diritto, dice il razionalista, è un derivato da contratti; noi diciamo che il diritto è un accordo, una fine della lotta, un’eliminazione del conflitto. La Violenza e il Diritto, la Guerra e la Pace, sono i due poli della vita sociale; ma il suo contenuto è l’azione economica.

Tutta la violenza mira alla proprietà degli altri. La persona – cioè a dire la vita e la salute – è l’oggetto di attacco solo nella misura in cui ostacola l’acquisizione della proprietà. (Gli eccessi sadici, i fatti di sangue commessi per amor di crudeltà e nessun altro interesse, sono eccezionali. Per prevenirli, non è necessario un intero sistema legale. Oggi il dottore, non il giudice, è considerata la persona più adatta per combatterli). Così non è un caso che precisamente nella difesa della proprietà il diritto riveli più chiaramente il suo carattere di strumento di pace. Nel duplice sistema di protezione accordato a chi ha beni, nella distinzione tra proprietà e possesso, si manifesta più vivamente l’essenza del diritto come strumento creatore di pace – sì, creatore di pace ad ogni costo.  (Ludwig von Mises, Socialismo, Analisi economica e sociologica, Parte I, Capitolo I)

[...]

Ancora una volta siamo di fronte alla vecchia illusione per cui si pensa che la natura, prescindendo dallo sviluppo storico della società, ci avrebbe fornito i mezzi necessari alla nostra sussistenza. Ma la realtà è che la natura non garantisce affatto alcun diritto e, proprio perché essa dispensa solo molto scarsamente i mezzi di sussistenza, e proprio perché i bisogni sono praticamente illimitati, l’uomo è costretto a intraprendere l’azione economica. Tale azione genera la collaborazione sociale; la sua origine è dovuta alla comprensione che essa aumenta la produttività e migliora lo standard di vita. L’idea, mutuata dalle più ingenue teorie giusnaturalistiche, secondo la quale in società l’individuo starebbe peggio che nell’ “originario e più libero stato di natura”, e secondo cui la società dovrebbe, per così dire, farsi perdonare attraverso il riconoscimento di speciali diritti, è il fondamento di tutte le trattazioni concernenti il diritto al lavoro e il diritto all’esistenza [nel senso rivendicato dai teorici socialisti, NdZ] (Ludwig von Mises, Socialismo, Analisi economica e sociologica, Parte I, Capitolo 2)

Ebbene, io, che sono cristiano e credo nel diritto naturale, a parte l’esagerazione (ma non più di tanto perché, ad esempio, anche i delitti di origine passionale o quelli all’interno della famiglia derivano da un perverso sentimento di possesso dell’altro) di quel “Tutta la violenza mira alla proprietà degli altri” che ritengo in parte origini dall’influenza ancora forte del positivismo in quegli anni, sono in massima parte d’accordo su tutto il resto. Ne fa fede quello che ho scritto qui:

Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli.

In effetti, anche se l’esposizione di Mises è naturalmente assai più articolata, l’essenza del ragionamento, almeno a livello di prassi, non cambia. Non c’è un contratto preliminare tra gli uomini, il famoso contratto sociale, ma solo un accordo, teoricamente anche solo verbale, tra due o più individui, purché provenienti da due differenti cellule autarchiche o claniche; accordo propedeutico all’azione economica, sia essa produttiva o sia essa al puro di livello di scambio. Unicamente questa pace, anche tra sole due persone, in tutta la sua fragilità, rende possibile l’attività economica. La legislazione, sempre più complessa, è il risultato susseguente al riprodursi e all’intrecciarsi di questi rapporti, e si forma man mano senza un disegno prestabilito. Di qui anche l’aspetto disordinato e apparentemente inorganico della common law. La quale, al contrario di quanto comunemente si pensa e si scrive, non è affatto fenomeno antropologicamente anglosassone. Il diritto romano, fino a quando durò la Repubblica non a caso aveva assai più l’aspetto di una specie di common law ante litteram: è noto che Cicerone sentiva la necessità di una sua sistemazione. Il diritto romano, come lo conosciamo oggi, pur in tutta la sua dottrina e sottigliezza, si formò di pari passo con l’Impero, con la necessità di giustificare il potere assoluto del Principe, fino a raggiungere la sua perfezione con Giustiniano, sistemando un po’ alla volta quel ricco retaggio in una costruzione piramidale che vedeva al vertice l’Imperatore.

Ma mentre Von Mises si limita alla prassi e, per così dire, ad osservare con giustezza e con l’occhio freddo dell’entomologo questo primo sviluppo societario, il mio discorso ha una sfumatura diversa. Parlando di fiducia, come faccio io, si entra nel campo dei sentimenti morali. Ora, tra i sentimenti più gratificanti per la psiche umana, c’è quello del potere. E questa forza, perversa, nel fondo irrazionale, si oppone prepotentemente alla collaborazione con l’altro, e quindi al riconoscimento dell’altro, sia esso una persona, una tribù, un’etnia. Pensare che la sola razionalità possa vincere questo prepotente sentimento è illusorio. Chi ama il potere è tendenzialmente autarchico; tollera il servo, non il collaboratore. Vive la collaborazione come una diminuzione di sé. Ciò che è materiale e ciò che è esteriore è tutto per lui. Ma se gli toccasse di servire, allora sarebbe servile.  Certo, si può pensare che l’estrema necessità potrebbe vincere questo sentimento, ma ben difficilmente due estreme necessità s’incontrano al medesimo tempo. Ecco perché allora al fondo di ogni disponibilità ad un accordo bisogna che vi sia un riconoscimento implicito della dignità della persona.

Se conveniamo per comodità nel restringere il significato di liberalismo ad una teoria o una prassi economica, esso pur tuttavia rimane solo l’esito materiale quantitativamente  più  visibile in superficie di processi antropologici che si perdono nel buio della storia, e dai quali non può essere disgiunto.  Ogniqualvolta l’uomo, nel suo processo di emancipazione individuale millenario,  ha rotto le catene che lo tenevano avvolto in un cerchio chiuso, liberandosi via via dalla tutela (e dall’oppressione)  del clan, della tribù, della corporazione, della classe, della razza  e della nazione, egli ha parimenti segnato il superamento nel campo economico di autarchie sempre più grandi e complesse. E’ implicito  in ognuno di questi passaggi, sia pure in  forma primitiva, una vittoria contingente del Diritto Privato sul Diritto Pubblico della superata ristretta entità, fino a quando quest’ultimo non si rimodelli su un ambito allargato. Il sentimento societario è il risultato della crescente libertà dell’uomo e dei suoi bisogni che meglio può soddisfare con l’attiva collaborazione di altri uomini liberi al di fuori della cerchia autarchica. Di qui i commerci,  e la divisione del lavoro. Il liberalismo quindi non è una filosofia prettamente anglosassone. E’ piuttosto una prassi connaturata a quel mondo che nella nostra era storica ha raggiunto il grado più elevato del processo di liberazione individuale, come fu nella storia a suo tempo per la Grecia e poi per Roma e poi ancora nel Medioevo per i Comuni italiani  e in primis per la Repubblica di Venezia.

Il diritto naturale diviene però un problema quando lo si vuole far uscire dall’originario decalogo, che non è una costituzione, e nemmeno un preventivo inquadramento dell’attività legislativa, ma è una fonte vivificatrice di natura morale che non deve mai spegnersi all’interno di una comunità. Se il diritto naturale viene ampliato e codificato arbitrariamente fino a modellare in profondità una società (tipico escamotage del dispotismo totalitario moderno) allora vi sono due conseguenze: esso perde la sua natura morale e problematica (e in pratica nega se stesso), e getta le fondamenta di una società illiberale caratterizzata dalla menzogna e dalla delazione generalizzata. Mentre l’esito, a lungo termine, delle soluzioni di chi nega il diritto naturale e propugna la neutralità della legge, o di chi crede fideisticamente al costituzionalismo o nell’astrattezza di impeccabili procedure formali, è una società incanalata verso un fariseismo di massa che riposa la propria coscienza nel solco accogliente della legge senza più distinguerla dalla  morale. Le filosofie libertarie, che riprendono la dottrina del diritto naturale, non possono però limitarsi a vaghi assiomi di non aggressione, perché anch’essi trovano radice nel non uccidere, come insegna Gesù: “Avete inteso che fu detto dagli antichi: «Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio». Ma io vi dico: chiunque si adira col proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio”. Rimane il fatto che però, in una società libera, dove tutto si tiene, è la pubblica opinione, (la pubblica opinione e i costumi di un popolo, come insegna Tocqueville), il vero baluardo contro le derive della legge. Una pubblica opinione forte (e in una società libera l’opinione pubblica è sempre forte) può rimediare ai guasti di una legislazione pessima, che al contrario può esercitare disastrosamente i suoi perniciosi effetti dove essa manchi. Questo lo dico contro quell’idolatria della legge e delle sue virtù taumaturgiche tipica dei paesi di debole tradizione liberale. Come ho già scritto qui:

Chi vuole cacciare nel privato religione e morale, con ciò rinnegando uno dei tratti fondanti e ineludibili della liberaldemocrazia, la pubblicità, in realtà consegna al diritto positivo l’esclusiva della morale, e fonda uno stato etico per rinuncia al pubblico dibattito sulle questioni etiche, portando passo dopo passo la società ad una sorta di atrofizzazione morale foriera di esiti disastrosi. E invece proprio nella liberaldemocrazia il dibattito sulle questioni etiche dev’essere aperto e vasto in modo direttamente proporzionale a quel processo di allontanamento del diritto positivo dalla rigidità etica chiamato tolleranza. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici.

(A questo riguardo, dobbiamo però notare che nel nostro paese – il paese dei criptogiacobini metamorfizzati in relativisti alla Zagrebelsky che caratteristicamente, però, vogliono tuttavia portare avanti la pratica dell’indottrinamento debole e insegnarci la democrazia – non siamo al secondo punto, ma piuttosto, purtroppo, ancora al primo. Stiamo ancora vivendo l’incubo di una società disegnata dai sogni social-catto-comunisti-millenaristici, detti democratici, che l’attuale compagine governativa incarna. Onde per cui è bene, non mi stancherò di ripeterlo, che ora i liberali di tutte le patrie culturali facciano causa comune contro questa sinistra e non sparpaglino le loro forze: certo mondo radical-libertario-riformatore, ad esempio, che non brilla per senso dell’umorismo, prenda a modello quel grande storico e grande scrittore liberale inglese, ma impregnato di scetticismo scozzese alla Hume,  l’anticristiano Gibbon, ammiratissimo da Winston Churchill che ne adottò lo stile magniloquente e oratoriale,  soffuso d’ironia  e pronto alla battuta. Quando Gibbon lesse le Reflections on the Revolution in France, il manifesto conservatore di Burke, scrisse: “Ammiro la sua eloquenza, approvo la sua politica, adoro il suo spirito cavalleresco e posso perdonargli anche la sua superstizione”.)

Ma quale relazione passa allora tra il decalogo e la legislazione positiva? Ne ho già parlato qui e qui. Voglio sottolineare comunque un grosso fraintendimento concernente il concetto di Rivelazione Divina. Essa viene comunemente sentita solo come illuminazione, con ciò creando l’impressione, falsa, di un mondo che solo grazie all’intervento diretto di Dio nelle cose terrene riesce a sollevarsi dal suo stato di abbruttimento  morale. Ma in realtà, per il Cristianesimo, lo spirito di verità percorre la terra dal giorno della creazione. Il carattere fondamentale della Rivelazione è che essa è una risposta alle ansie dell’uomo che lo spirito di verità e di ragione ha risvegliato. Ad esempio per quanto riguarda l’Antico Testamento si può dire che il decalogo fosse già stato anticipato, quasi alla lettera, dal Capitolo CXXV del Libro dei Morti, specie nella Confessione Negativa. La differenza fondamentale  è che questa volta è Dio stesso che si presenta: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, da una casa di schiavitù. Non avrai altri dei all’infuori di me” (Esodo, 20). Similmente, anche se questo può scandalizzare, ma a torto, stoici ed epicurei avevano già elaborato concetti che sarebbero poi stati espressi da Gesù, in particolare quelli concernenti la ricchezza ed i beni materiali. E questa intima corrispondenza tra diritto naturale e decalogo morale è alla base anche della difesa della proprietà privata da parte della Chiesa Cattolica, così come è stata espressa nel 1891 nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, che forse Ludwig Von Mises non ha mai letto***:

La proprietà privata è di diritto naturale

6. Ciò riesce più evidente se si penetra maggiormente nell’umana natura. Per la sterminata ampiezza del suo conoscimento, che abbraccia, oltre il presente, anche l’avvenire, e per la sua libertà, l’uomo sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all’uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri. Giacché i bisogni dell’uomo hanno, per così dire, una vicenda di perpetui ritorni e, soddisfatti oggi, rinascono domani. Pertanto la natura deve aver dato all’uomo il diritto a beni stabili e perenni, proporzionati alla perennità del soccorso di cui egli abbisogna, beni che può somministrargli solamente la terra, con la sua inesauribile fecondità. Non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso.

7. L’aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli. La terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essi. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell’esercitare un’arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra e in essi viene commutata. Ed è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura. Il necessario al mantenimento e al perfezionamento della vita umana la terra ce lo somministra largamente, ma ce lo somministra a questa condizione, che l’uomo la coltivi e le sia largo di provvide cure. Ora, posto che a conseguire i beni della natura l’uomo impieghi l’industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua personalità, sicché giustamente può tenerla per sua ed imporre agli altri l’obbligo di rispettarla.

La proprietà privata sancita dalle leggi umane e divine

8. Così evidenti sono tali ragioni, che non si sa capire come abbiano potuto trovar contraddizioni presso alcuni, i quali, rinfrescando vecchie utopie, concedono bensì all’uomo l’uso del suolo e dei vari frutti dei campi, ma del suolo ove egli ha fabbricato e del campo che ha coltivato gli negano la proprietà. Non si accorgono costoro che in questa maniera vengono a defraudare l’uomo degli effetti del suo lavoro. Giacché il campo dissodato dalla mano e dall’arte del coltivato non è più quello di prima, da silvestre è divenuto fruttifero, da sterile ferace. Questi miglioramenti prendono talmente corpo in quel terreno che la maggior parte di essi ne sono inseparabili. Ora, che giustizia sarebbe questa, che un altro il quale non ha lavorato subentrasse a goderne i frutti? Come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora. A ragione pertanto il genere umano, senza affatto curarsi dei pochi contraddittori e con l’occhio fisso alla legge di natura, trova in questa legge medesima il fondamento della divisione dei beni; e riconoscendo che la proprietà privata è sommamente consona alla natura dell’uomo e alla pacifica convivenza sociale, l’ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli. E le leggi civili che, quando sono giuste, derivano la propria autorità ed efficacia dalla stessa legge naturale, confermano tale diritto e lo assicurano con la pubblica forza. Né manca il suggello della legge divina, la quale vieta strettissimamente perfino il desiderio della roba altrui: Non desiderare la moglie del prossimo tuo: non la casa, non il podere, non la serva, non il bue, non l’asino, non alcuna cosa di tutte quelle che a lui appartengono.

In ultima analisi, quello che sostengo è che non vi può essere alcuna definitiva soluzione tecnica ai problemi concernenti la democrazia e le libertà individuali. E’ anzi una pericolosa illusione indulgere in simili propositi. E questa consapevolezza dovrebbe essere  in realtà il primo dei rimedi e delle precauzioni.  Avviene nella società quanto capita normalmente alla singola persona: la tentazione di fuggire alla sofferenza spirituale connaturata all’esistenza umana crea l’illusione di poter trovare una formula magica e indolore di pratiche regole di comportamento.

*** Update del 26/09/2007: mi accorgo ora che nell’opera già menzionata (Socialismo, ecc.) Ludwig Von Mises cita in una nota a piè di pagina (Parte seconda, capitolo XV) l’enciclica Rerum Novarum:

Nelle pagine precedenti abbiamo sempre parlato della chiesa in generale, senza considerare la differenza tra le varie confessioni. Questo è perfettamente legittimo. L’evoluzione verso il socialismo è comune a tutte le confessioni. Nel 1891, nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, il cattolicesimo ha riconosciuto che la proprietà privata dipende dal diritto naturale; ma simultaneamente la chiesa ha posto una serie di principi etici fondamentali per la distribuzione dei redditi, che non possono essere messi in pratica che in un socialismo di Stato. Sulla stessa base si pone l’enciclica di Pio XI Quadragesimo anno del 1931. Nel protestantesimo tedesco l’idea del socialismo cristiano è così intimamente legata col socialismo di Stato, che diviene difficile distinguerli.

Propositi, quelli sulla dottrina sociale della Chiesa Cattolica,  che ovviamente non mi trovano d’accordo. Ma sull’atteggiamento di Mises verso il Cristianesimo penso di ritornare prossimamente con più agio.

Written by Zamax

August 17, 2007 at 13:31