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Fumo
La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.
Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.
Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.
Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.
Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.
La lezione di Moro e quella di Scalfari
Nel suo ultimo articolo su Repubblica Eugenio Scalfari racconta di un colloquio avuto con Aldo Moro il 18 febbraio 1978, quindi poco prima che quest’ultimo fosse rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. In quell’occasione il presidente della Democrazia Cristiana avrebbe detto:
Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l’interesse che li motiva. Se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l’interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di “tenere” da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell’emergenza si aprirà quella dell’alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi.
Io non credo affatto che queste fossero le esatte parole di Moro. Può darsi che rispecchino in parte il suo pensiero. Ma così schiette e ben allineate al pensiero scalfariano sembrano piuttosto le parole di un prigioniero che la Sindrome di Stoccolma ha ridotto al punto tale da servire da ventriloquo a chi lo tiranneggia. Inoltre esse in realtà costituiscono un mosaico di frasi estrapolate dalla lunga intervista che Repubblica pubblicò solo il 14 ottobre 1978, ossia cinque mesi dopo la morte di Moro, quando il presidente DC non poteva né smentire né confermare. Ed inoltre ancora, da quella intervista è chiaro come per Moro la necessità della “solidarietà nazionale” nascesse più dalle insufficienze democratiche del PCI che dai demeriti della DC: il PCI era un partito che le forze di maggioranza dovevano “adottare” per sottoporlo ad un tirocinio democratico, alla fine del quale a presidiare la sinistra italiana sarebbe stato un partito “costituzionale”; dopodiché, compatibilmente con la situazione internazionale (eravamo ancora al tempo della guerra fredda), anche in Italia avremmo potuto avere, finalmente, un quadro politico normale nel quale l’alternanza politica alla guida del governo sarebbe stata libera da ogni aspetto traumatico. L’anomalia comunista poteva portare invece il paese al disastro, e i governanti da questo disastro sarebbero stati inghiottiti: ecco dunque l’interesse “egoistico” della DC a far sì che si formasse in Italia un’opposizione, diremmo oggi, “non antagonista”. Era una specie di disegno giolittiano applicato ai comunisti di fine secolo e non più ai socialisti d’inizio secolo. Ma, per altri versi, anche così scalfarianamente confezionato è un discorsetto illuminante, perché fa vedere, a coloro che intonando le fruste litanie antiberlusconiane s’immaginano di dare voce alla dissidenza democratica in Italia, come il nostro paese, Berlusconi o non Berlusconi, sia sempre sull’orlo dello sfascio, che chi governa – e non è di sinistra – sia sempre posto davanti ad una scelta responsabile quanto obbligata, che è quella di non ignorare il malcontento, di non esercitare “unilateralmente” il proprio legittimo potere, pena la radicalizzazione dello scontro e la disgregazione del paese. Scalfari lo tira fuori per applicarlo alla situazione attuale, ma così facendo così contraddice uno dei dogmi capricciosi della propaganda progressista: la pretesa “anomalia” berlusconiana. E dimostra invece come la costante anomalia della nostra vita politica, ivi compreso l’immancabile appello alla parte “migliore e più consapevole” della classe politica a destra del partitone di sinistra, stia in una certa visione distorta, pervicacemente coltivata, della nostra storia neanche più tanto recente. La verità è che non usciremo mai dalla vera emergenza, che non arriveremo mai non tanto a quella baggianata insulsa della “democrazia compiuta”, ma piuttosto ad una prosaica normalità occidentale, fino a quando a sinistra la lotta politica si farà tirando il sasso e nascondendo la mano, nel modo già descritto due anni fa dal sottoscritto:
… se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (…) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.
Il popolo ritorna sovrano, ogni tanto
In fondo basta poco per riconciliarsi col popolo e con la democrazia plebiscitaria, e per dimenticare quelle leggi, quelle norme, quegli articoli, quelle pandette, quei codici e quei codicilli con i quali si aveva amoreggiato fino all’altro ieri, e dei quali ci si era serviti per bacchettare con maniacale puntualità le intemperanze del “populismo” fondato sul voto. Basta molto poco. Per esempio: vincere una tornata di elezioni amministrative. “Soffia il vento del popolo sovrano” ammonisce Eugenio Scalfari, che i venti studia da settant’anni. E’ davvero commovente il furore col quale la più formidabile delle bigotte stagionate dal suo aristocratico salotto repubblicano lancia la clava della volontà popolare contro Berlusconi e i suoi servi, sordi ad ogni lezione. Questi zotici che non vogliono capire! Che razza maledetta! Ma per il resto che bella, bellissima politica! Quale autentica partecipazione! Che genuino entusiasmo! La politica con la P maiuscola: “una lettura oggettiva dei fatti” – quando mai la lettura di questo Solone non è stata “oggettiva”? – “che non può piacere ai molti Soloni da strapazzo”. Rimesso insomma nel fodero – per un attimo, s’intende – il fioretto della democrazia formale, il quale nelle mani sapienti dei druidi del battaglione Zagrebelsky non avrebbe lasciato neanche un’unghia di terreno su cui muoversi e un filo d’aria per respirare ai reprobi della destra populista, torna il auge il vecchio cannone della democrazia sostanziale, più adatto a fare piazza pulita senza tante cerimonie. Ma sempre sotto la bandiera dello stesso sdegno moralistico.
Cosicché se fra una settimana la partecipazione ai referendum dovesse superare il 50% degli aventi diritto, e il “sì” dovesse logicamente imporsi, per Berlusconi e i suoi accoliti rimanere aggrappati al potere sarebbe una dimostrazione di pervicacia quasi criminale. Certamente irresponsabile. Potrebbero farlo? Sì, ma solo “tecnicamente”, risponde il nostro, con villana trascuratezza per quel rispetto delle regole che quelli della sua banda, rompendo non poco i marroni, c’insegnano di non nominare mai invano. Ma tant’è. Sembra che l’Italia sia ridiventata improvvisamente saggia; che di guide non ci sia più bisogno; che il berlusconismo come malattia dello spirito italico, come succedaneo del fascismo, non abbia più un futuro, nemmeno dopo Berlusconi.
Ed è vero, perché il berlusconismo come filosofia politica non esiste. Il berlusconismo fondamentalmente è un’idea e un’avventura. L’idea di riunire in un grande contenitore, e di plasmarle col tempo in unità, le diverse anime del conservatorismo politico italiano, nordista e sudista, cattolico e non cattolico, liberale e meno liberale, insomma di fondare quello che la DC non accettò mai di diventare per paura dei dogmi della vulgata resistenziale, che la pietrificarono. In questo il berlusconismo rispose ad un’esigenza perfettamente naturale dell’elettorato italiano, non limitandosi a riempire semplicemente un vuoto. Quest’idea sopravvivrà a Berlusconi. Un’avventura, perché il suo movimento nacque in circostanze eccezionali, ed ebbe fortissima l’impronta di una scommessa personale contro tutti i centri di potere grossi ed intermedi lasciati in piedi dal ciclone selettivo di Mani Pulite. Una scommessa vinta che intimidì perfino coloro che poi gli rimasero accanto nella sua ormai ventennale vita politica. L’ “autocratismo” berlusconiano è una prassi che procede per forza d’inerzia da questo big bang iniziale, ma non ha natura maligna e sta morendo lentamente di morte naturale. E la sua creatura, sebbene forgiata ancora solo per metà, ha ormai messo radici in questi due decenni di “resistenza”. Chi per impazienza od opportunismo se ne è staccato è stato prima o dopo inghiottito dal leviatano politicamente corretto, tanto che neanche il Tabacci “liberista” che oggi si mette al servizio di Pisapia fa ormai più notizia.
Se ne accorgerà anche il nostro Eugenio, un giorno, che l’improntitudine dei “servi liberi e forti” con la quale i sostenitori del caimano fanno il verso alla triste retorica imperante, che ha nel quotidiano da lui fondato il centro nevralgico, è un segnale di forza e di consapevolezza. Ma quel giorno, state sicuri, la sovranità del popolo somiglierà di nuovo ad una sconcezza, e il berlusconismo del dopo-Berlusconi sarà l’ennesima variante dell’eterno fascismo, da ingabbiare a termini di legge.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (12)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
FABRIZIO CORONA 07/03/2011
Tormentato nell’animo, il fotografo chiede scusa alla madre di Sarah Scazzi per essersi introdotto come un ladro in casa sua, aver violato la sua intimità e il suo dolore di mamma. E lo fa dando del tu alla signora.
ROBERTO SAVIANO 08/03/2011
Sempre lui. Non vive più da cinque anni. Per forza: ha accettato di diventare Roberto Saviano. Se vai incontro al mondo, se non ti schermisci dagli omaggi del mondo, il mondo ti fa suo schiavo. Anche quando ti offre il ruolo di Messia, e di Artista Sommo, nel quale il nostro continua a recitare con beato sprezzo del ridicolo. Ora rimpiange una vita normale, con un minimo di libertà. Ma fa parte della parte: gli uomini, se lo vogliono, il minimo di libertà se lo prendono.
GIORGIO NAPOLITANO 09/03/2011
Che dice basta all’immagine della donna oggetto. La donna “oggetto” è figlia della libertà, e della democrazia, non di Berlusconi, come credono i coglioni. O i disperati. E’ figlia della volgarità della libertà dei costumi e della volgarità della democrazia reale. Volete la bella democrazia? Allora uccidetela. Non volete le immagini della donna oggetto? Allora cancellate l’immagine della donna dalla faccia della terra. Predicate l’iconoclastia contro le curve di Eva come fecero un tempo i bizantini e i puritani protestanti e come fanno ancor oggi gli islamici contro i profili dei santi. Cercate invece dove non se ne vede una, di donna: lì troverete la vera donna oggetto, infallibilmente. Volete la donna perfettamente emancipata? Prendetela allora com’è: o forse pensavate che il tasso di stronzaggine della femmina fosse diverso da quello del maschio? Intanto, nonostante l’immane zavorra del cretinismo progressista, il progresso fa progressi pure in Italia. Al solito modo, quello becero e verace: si organizzerà infatti nel Veneto molto cattolico e molto peccatore il primo concorso per Miss Marocco in Italia, con finale a Jesolo previa selezione delle sventole magrebine nelle discoteche della Serenissima. Della partita saranno un’imprenditrice marocchina, un giornalista egiziano di una TV locale, e madrina dell’iniziativa è Raja’a Afroud, che nella trasmissione “Uomini e Donne” faceva, leggo, la “corteggiatrice di tronisti”: un’incombenza talmente cretina che solo la democrazia può contemplare. Incoraggiante.
I PADRONI DELLA COSTITUZIONE 10/03/2011
“La Costituzione siamo noi”. L’avevamo capito da un pezzo. La Costituzione è cosa loro, mica cosa nostra. Scoprendo in ritardo che la democrazia è un gran brutto affare, e che la stupidità del volgo ha un limite, superato il quale anche il bifolco più acclarato comincia ad avere qualche sospettuccio, e sentendosi perciò franare il terreno sotto i piedi, la nomenklatura dei paparini e dei figliocci di papà ha deciso di proclamare incostituzionale tutto ciò che non le aggrada. E così sabato i nuovi partigiani marceranno su Roma, a difesa della Costituzione, cioè dei privilegi della loro casta, agitando per la via la sacra costituzione esattamente come i più attempati di loro quarant’anni fa agitavano in faccia ai borghesi piccoli piccoli il libretto rosso dei pensieri di Mao. Il solito gregge che pascola per le piazze uguale a se stesso da mezzo secolo. Certo che per credere che il popolo si faccia ancora impressionare da queste corbellerie, bisogna proprio essere duri di comprendonio o essere convinti dell’esistenza di una sub-umanità non suscettibile di miglioramenti. E sì che la Costituzione non fa distinzione di razze.
EUGENIO SCALFARI 11/03/2011
Volendo épater le bourgeois, ma sparando uno sproposito grande come una megavilla berlusconiana, dice ora che la concezione di Berlusconi della Costituzione è quella sputata dei giacobini, dei Robespierre e dei Saint-Just. La scodinzolante e deferente società civile resterà a bocca aperta, ma sarà incapace di ridere in faccia a questo compunto saltimbanco del pensiero; e di capire cosa significa veramente la stravagante uscita scalfariana. Il significato, già anticipatovi dagli osservatori più attenti e profondi e lungimiranti e magniloquenti e piacevoli delle cose italiane, che voi tutti conoscete, è questo: il grandioso riassestamento culturale che sta portando l’Italia alla normalità – in Europa, in Europa, pollastrelli! – continua; “comunista” è diventato già da un bel pezzo un appellativo pochissimo lusinghiero a destra ed anche a manca; ed ora, grazie soprattutto ad alcuni pionieri che da qualche anno parlano schiettamente sotto il fuoco delle ingiurie, anche “giacobino” sta prendendo la stessa strada; il perno di questo rivolgimento è il Berlusca. E così già da un bel pezzo molti belli spiriti gli danno del comunista; e così ora Colui che Traccia la Strada a sinistra gli dà del giacobino: per Berlusconi è una doppia vittoria; per la vulgata democratica fu comunista una doppia sconfitta.
E’ la democrazia, bellezze!
E allora. Pronti? State ben saldi sulla vostra seggiola e non cominciate subito a fare smorfie come donnicciole bigotte – laiche, s’intende – che vi spiego il significato di questa patetica sollevazione generale contro le magnifiche imprese dei cani da riporto (grazie Eugenio, grazie Concita: sempre impeccabili, gli amici dell’umanità e della democrazia); dei cani da riporto Feltri e Belpietro, dicevo; e del fratello brutto di Nosferatu, il simpatico Sallusti; e del rompiballe Porro, che è un ridente mattacchione e per questo fa infallibilmente imbestialire quegli immusoniti e noiosissimi rompiballe che vanno in giro col patentino rilasciato dalla società civile. Il significato storico, mica quello delle cronachette, ché qui si vola alto, come sempre. Un significato scandaloso, che è questo: la democrazia, a lungo andare, ha spiacevoli conseguenze democratiche. Spiacevoli. Succede infatti che ai profeti della democrazia – che sono sempre in malafede appunto perché profeti – la democrazia piaccia finché le masse sono manovrabili: passive sotto di loro come lo erano sotto il Re. Di esse si servono per scalare i vertici del potere. Ne risulta che la democrazia, per costoro, è bella finché il popolo non è maturo per la democrazia. Ma quando i piccoli popoli eletti, militanti, piazzaioli e firmaioli non riescono più ad intimidire quello grande, quest’ultimo comincia a somigliare per davvero ad una somma d’individui pensanti. E quindi lo temono, l’hanno in dispetto, e sentenziano che la democrazia è “malata”, e cominciano a parlare di “regole”: i codici, di cui loro sono i custodi e gli interpreti, diventano allora il surrogato di una truppa popolare che si è democraticamente squagliata.
Mai la democrazia è stata così bene come adesso nel mondo euro-americano, Russia e America Latina comprese, se guardiamo le cose in termini relativi e con un occhio alla storia, ed anche se il pericolo è sempre latente, mai è stata così bene al riparo dalla minaccia delle ideologie totalizzanti; eppure, per questi damerini dalla lingua velenosa oggi la democrazia è malata. Cosa c’è? Puzza? E’ volgare? Beh, il fetore è quello che le è proprio, e certifica del suo buono stato di salute. Avete voluto la libertà del volgo? E adesso ne sentite l’olezzo solo perché non vi ubbidisce a bacchetta e non resta con la bocca aperta? Perché ha gusti non proprio eccelsi e vi fa marameo se infantilmente vi vendicate trattandolo da zombie e cianciando di forme subliminali di totalitarismo? Scoprite l’acqua calda con decenni e secoli di ritardo e riuscite solo ad incartare il vostro malessere, nel caso foste onesti, e il vostro disappunto, nel caso non lo foste, con quella sociologia verbosa ma pop che oggi impera nelle librerie, e che non vale spesso le lapidarie osservazioni di scrittori del passato. Un poeta “reazionario” come Pound disse di un suo pan-democratico collega:
E Walt Whitman era l’America. Era l’America con la sua crudezza e il suo fetore enorme. E la cavità nella roccia che rimanda l’eco del suo tempo. Egli cantò l’era cruciale dell’America, egli è stato la voce trionfante. E disgustosa. Orribilmente nauseante.
Uno scrittore “liberale” della Francia della Restaurazione, un “sinistrorso” nostalgico dell’Impero, come Stendhal, seppe odiarla ancor prima di vederla, la “vera” democrazia, e scrisse nelle pagine iniziali de “Il rosso e il nero”:
In realtà, codesti saggi [i saggi e i moderati della Franca Contea] esercitano il dispotismo più noioso. Ed è appunto questo dispotismo – triste parola – che rende insopportabile il soggiorno nelle piccole città a chi è vissuto in quella grande repubblica che è Parigi. La tirannia dell’opinione pubblica (e quale opinione!) è altrettanto cretina nelle piccole città della Francia che negli Stati Uniti d’America.
In tempi di democrazia, quando conta il numero, nella repubblica delle lettere e dei media le cose vanno ancor più velocemente che in politica. Anzi, le precedono, visto che qui non si vota con regolari elezioni, e le parrocchiette mafiose, surrogato senza nobiltà, senza storia e senza tradizione di un mondo aristocratico che si vorrebbe perpetuare sotto mentite spoglie, si formano spontaneamente più per impressionare e intimidire che per fare la conta. A metà del diciottesimo secolo, quando la tempesta si stava formando, Voltaire scriveva:
Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento.
Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!
Nell’Italia del dopoguerra, un passo alla volta, una dispotica repubblica di questo genere si è radicata nel campo della cultura, dei media e soprattutto della carta stampata; e nella società in genere, senza peraltro trionfare nell’arena democratica per eccellenza, quella politica, dove i voti non si pesano, purtroppo, ma si contano. E un passo alla volta, proprio perché la democrazia ha resistito alle pulsioni radicaleggianti che ci hanno regalato nel passato, succedendo l’uno all’altro, prima il fascismo e poi il più grande partito comunista d’occidente, anche grazie ai democristiani, eh sì!, a Craxi, eh sì!, e soprattutto al Berlusca, ma certo!!!, il campo conservatore, popolato da cani sciolti refrattari allo spirito gregario che domina spesso a sinistra, si è riorganizzato, ed ha cominciato a ribattere colpo su colpo. I più tremebondi fra i moderati oggi sfoggiano con orgoglio il loro “terzismo” in questa guerra. Ma in realtà i “terzisti” sono di due tipi: il primo è quello che vegeta in una grande stampa che per decenni è andata a rimorchio della vulgata progressista, finendone perfettamente addomesticata, e che solo la forza del fenomeno Berlusconi è riuscita a strappare dalla sua paurosa passività; il secondo tipo è quello che dopo aver militato nel campo berlusconiano, deluso nella sua ambizione o per motivi più nobili, ha cominciato a flirtare con le sciocchezze politicamente corrette, ricevendone in cambio bacini e considerazione, ed è ormai sulla bocca del Leviatano. Di “terzisti” con le palle non ne vedo molti in giro.
E così, cari miei, arrendetevi all’evidenza: la sollevazione contro i cani da riporto è la rivolta reazionaria di chi campa grazie a rendite e monopoli, dossieraggi e killeraggi compresi. E l’alacrità dei cani da riporto è segno che oggi la democrazia, in Italia, è più forte.
[pubblicato su Giornalettismo.com]
Update del 13/10/2010: Un “terzista con le palle” (naturalmente io – politicamente – resto “berlusconiano”) come Oscar Giannino su Chicago Blog esprime la sua opinione sul caso. Il suo post è stato pubblicato ieri l’altro, come il mio su Giornalettismo.com, ma solo ora l’ho letto. Nella parte che ho evidenziato in neretto, ha il “coraggio” di scrivere una banale verità che ho anch’io esposto nel mio articolo. E’ una questione che nasce da lontano, dice, ed è verissimo. Io mi spingo ancora più in là in questa “lontananza”. E a differenza sua, vedo soprattutto il significato positivo del “muscolarismo” di questa risposta. Senza Berlusconi non ci sarebbe stato il “terzismo”, ma neanche il “dualismo”, cari Folli, De Bortoli, Sorgi e compagnia cantante.
Prima domanda? A mio giudizio, per quanto so di lui e di legge italiana, è Nicola Porro un ricattatore o più precisamente un potenziale attore di violenza privata, il delitto per cui è indagato? No, assolutamente no. Lo sono Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri? In termini di codice penale, la mia risposta è altrettanto ferma, è e resta: assolutamente no. Per loro due, che hanno la responsabilità della direzione e della direzione editoriale del Giornale, la questione è diversa. Non riguarda la legge. Ma il giornalismo muscolare che perseguono e realizzano: con ottimi risultati in termini di lettori, va detto. Io ho avuto occasione anche su queste colonne di criticare ciò che alla fine questo giornalismo muscolare alimenta nel dibattito pubblico italiano. Ma è questione che nasce da lontano: perché è stata la risposta che a un certo punto ha iniziato a organizzarsi rispetto a quello della sinistra, rappresentando Silvio Berlusconi il male assoluto per alcuni, e il minore dei mali per gli altri. La questione per loro è l’effetto del muscolarismo in un’Italia politicamente tribale: ma ricade in pieno nella libertà di stampa, e le mie sono critiche non penali ma di opportunità, perché penso che ne venga talora e spesso più male che bene.
Brutto, sporco e vandeano
Quanti anni ha Eugenio Scalfari? Tanti, e inutili: è penoso vedere un vecchio cui una lunga vita non ha allargato il cuore né la mente, un vecchio imbalsamato nella gelida frivolezza che tanto s’addice alla razza superiore dei sapienti servitori dello spirito dei tempi. Giovanotto fascista, fu comunista per un bel po’ di anni. Quando cominciò a sentire puzza di cadavere, divenne radical-socialista. Da molto tempo sdottoreggia di liberalismo, però nella più pura versione azionista. Da quasi settant’anni ormai, additare al popolo la banda dei malfattori è l’occupazione costante del suo talento. E’ un esercizio che richiede qualche destrezza lessicale, ma il più bieco opportunismo basta e avanza per evitare costosi infortuni. Dare dell’ebreo a qualcuno, per esempio, oggi non è più di moda, dopo la Shoah; dargli del kulako oramai è sconveniente anche tra i vetero-marxisti, dopo l’Holodomor; ma dargli del vandeano è ancora abbastanza chic, solo perché agli occhi dell’opinione pubblica la Vandea non è – ancora – ufficialmente associata all’idea del crimine all’ingrosso pianificato, all’orrore freddo delle “soluzioni finali”. Moralista senza morale, Scalfari è rimasto il vecchio e tranquillo giacobino di sempre, per cui non si fa il minimo scrupolo di usarlo:
Ho scritto domenica scorsa che la Lega somiglia per molti aspetti ad una Vandea. Questo delle banche è un elemento qualificante di una concezione vandeana dell’economia. Anche la Chiesa di papa Ratzinger sta assumendo aspetti vandeani e per questo è aumentata la sua attenzione (ricambiata) verso la Lega. Ma qui il discorso è più complesso e ne parleremo una prossima volta. (La Repubblica, 18 aprile 2010)
Ai suoi ammiratori perciò proponiamo le due seguenti e crediamo gustose letture sulle gloriose imprese dei civili estirpatori della mala genia vandeana.
Dal canto loro i giacobini vollero fare la guerra in Vandea. Si sa bene con quali risultati, e il modo in cui i loro generali, Léchelle, Rossignol, Ronsin e “gli eroi da 500 lire” furono rinviati, la falce alle reni, alle loro tribune e ai loro club dai contadini di La Rochejaquelein. Si dovettero chiamare i veri soldati, quelli di Mayence. Ciascuno dei due patriottismi se lo diede per inteso e rimase da quel momento nella propria sfera. Uno fece la guerra ai nemici della Francia, come d’abitudine. L’altro inventò una guerra speciale, la guerra ai nemici dell’umanità, una guerra senza precedenti. E’ una guerra che ha le sue armi, le picche; i suoi combattimenti, le giornate (rivoluzionarie); i suoi campi di battaglia, le prigioni; il suo corpo speciale, l’esercito rivoluzionario; i suoi avversari, i “nemici di dentro”, il fanatismo, il moderatismo, il federalismo, il dispotismo, e altri mostri in “ismo”. E’ quella che si chiama “la guerra della libertà”, “la guerra alla guerra”, quella che deve fondare la pace e la felicità universali. Sarà l’ultima e la definitiva: “Se il sangue cola ancora” dice Billaud, “almeno esso servirà per l’ultima volta a sigillare per sempre i diritti dell’umanità. E’ l’ultimo sacrificio sanguinoso di cui essa dovrà gemere, visto che viene offerto per assicurare il ritorno in terra dell’apprezzamento degli uomini, della stima che essi si devono e della fiducia che essa ispira… e dell’armonia civile che lega strettamente tutti i cittadini con il fascino di una così bella esistenza.” Sarebbe certo assai interessante studiare da vicino questa guerra nuova, giacché essa è la sola del suo tipo, e visto che soltanto in quest’epoca si vede all’opera, al naturale, quel patriottismo umanitario che ai nostri giorni [Cochin scrive all’inizio del ‘900 N.d.Z.] si mostra solo in marsina da conferenziere, dietro un tavolo verde e un bicchiere d’acqua zuccherata. Segnaliamone soltanto il tratto caratteristico, la ferocia. Bisognava aspettarselo. Si può risparmiare un nemico del proprio paese, del proprio partito. Ma che fare di quelli del genere umano se non distruggerli? Distruggere è il termine, con tutti i mezzi: “Si tratta meno di punirli che di annientarli”, dice Couthon. “Non bisogna deportare nessuno, bisogna distruggere tutti i cospiratori“ dice Collot. In una guerra simile non c’è nessuna legge, né di giustizia, né di amore, né di pietà. Riconoscerne una, vuol dire “uccidere giuridicamente la patria e l’umanità”. “Cosa c’è in comune,” dice Robespierre, “fra la libertà e il dispotismo, fra il crimine e la virtù? Si può ancora capire che i soldati che combattono per i despoti abbiano dato la mano ai soldati vinti per tornare poi all’ospedale: ma che un uomo libero si accordi con un tiranno o col suo satellite, che il coraggio venga a patti con la vigliaccheria, e la virtù col crimine, ecco ciò che non si comprende, che è impossibile […] ci vuole distanza tra i soldati della libertà e gli schiavi della tirannia” E’ per segnare questa distanza che si decreta che i prigionieri siano fucilati. La nuova guerra, dice un oratore giacobino, è una guerra della nazione contro dei “briganti”. Ecco il termine che resterà a designare i nemici dell’umanità; in senso proprio, non si tratta di uomini. Li si tratta di conseguenza. Di qui vengono le ingiurie grossolane contro i nemici, così incredibili per dei veri soldati eppure naturali in questo caso. La nuova guerra è brutale per istinto più che per principio. Essa erige a principio l’indegnità dell’avversario, come l’onore antico supponeva il suo valore. I nemici sono dei “mostri”, degli “animali feroci che cercano di divorare il genere umano”. Pitt [primo ministro britannico N.d.Z.] viene dichiarato “nemico dell’umanità”. Di qui il disprezzo del diritto delle genti, i massacri di parlamentari e di prigionieri di guerra. Di qui, soprattutto, le distruzioni di uomini, di donne, persino di bambini, come i bambini di Bicêtre nel settembre 1792, o i 300 piccoli sventurati del deposito di Nantes. L’orrore ci impedisce in genere di avvertirne la stranezza. Si erano viste nel passato sommosse di contadini, massacri perpetrati nel fuoco dell’assalto, crudeltà di proconsoli. Solo allora si vedono piccoli gruppi di uomini, come le autorità repubblicane e i club patriottici, tanto abituati all’assassinio da praticarlo a freddo per mesi, all’ingrosso e al dettaglio, come un’operazione. Eppure non si tratta di folli né di bruti, almeno non in tutti i casi. Si tratta spesso di piccoli borghesi terribilmente simili agli altri. Ma il loro addestramento li ha trasformati in modo incredibile. I puri – sono una ventina, oltre alle 80 picche della “armée Marat” – è gente capace di spogliare 100 giovani donne o ragazze dai sedici ai trent’anni, molte delle quali incinte, molte col bambino al seno, legarle nude alle famose barche, e poi, una volta aperte le valvole, guardarle mentre affondano lentamente, tagliando a colpi di spada le mani supplicanti che escono dai portelli. A Nantes vengono fucilati da 150 a 200 contadini vandeani al giorno, dice tranquillamente Carrier. Ne vengono annegati fino a 800 alla volta. A Lione, i patrioti dovettero rinunciare alle mitragliate perché i dragoni incaricati di sciabolare i sopravvissuti si ammutinarono per disgusto, e i morti venivano buttai nel Rodano per mancanza di gente che li seppellisse, e gli abitanti dei dintorni del fiume si lamentavano dell’infezione: nella prima settimana c’erano già 150 cadaveri sulla ghiaia di Ivours. La stessa protesta si registra ad Arras, dove il sangue della ghigliottina infetta il quartiere. Il generale Turreau, in Vandea, dà l’ordine di “passare alla baionetta uomini, donne e bambini e di incendiare tutto”. Questa è l’opera del patriottismo umanitario. Queste orge di sangue ci rivoltano perché le giudichiamo come dei comuni patrioti. E abbiamo torto. Un umanitario potrebbe risponderti che sono legittime. La guerra umanitaria è la sola che uccida per uccidere, essa ne ha il diritto ed è proprio in ciò che si distingue dalla guerra nazionale. “Colpisci senza pietà, cittadino” dice ad un giovane soldato il presidente dei giacobini “colpisci tutto ciò che ha a che fare con la monarchia. Non deporre il tuo fucile se non sulla tomba di tutti i nostri nemici – è il consiglio dell’umanità” E’ per “umanità” che Marat reclama 260.000 teste. “Che mi importa di essere chiamato bevitore si sangue!” grida Danton, “ebbene beviamo il sangue dei nemici dell’umanità, se è necessario!” Cattier scrive alla Convenzione che “la disfatta dei briganti è così completa che essi arrivano a centinaia ai nostri avamposti. Ho deciso di farli fucilare. Ne vengono altrettanti da Angers, gli assegno la stessa sorte e invito Francastel a fare altrettanto…” Non è orribile? Immaginiamo le grida di Jaurès [politico socialista francese ai tempi di Cochin, N.d.Z.] alla lettura di un simile lettera del generale d’Amade. Eppure la Convenzione applaude e fa stampare la lettera. E Jaurès non grida di indignazione, che io sappia, nella sua “Storia socialista”. La conclusione di Carrier ci dice perché: “E’ per principio di umanità che io purgo la terra della libertà da questi mostri.” Ecco la risposta. La Convenzione, Carrier e Jaurès hanno ragione: il generale d’Amade non può fare nulla di simile, giacché si batte soltanto per la Francia, Carrier è umanitario, ghigliottina, fucila ed annega per il genere umano, per la virtù; per la felicità universale, per il popolo in sé. Entrambi sono nel loro ruolo. Dobbiamo dunque aver cura di distinguere due patriottismi, quello umanitario o sociale, e quello nazionale. Il primo riconoscibile per la sua crudeltà, il secondo per la sua devozione. Confonderli vorrebbe dire ingiuriare il secondo, che non massacra, e far torto al primo, che ha il diritto di massacrare. Essi erano per caso alleati nel 1793, si sono opposti per principio in ogni epoca. [doveva ancora nascere il nazifascismo, ai tempi di Cochin, che era un intelligente, ed eroico “reazionario”: qui sta la sua inferiorità nei confronti di Tocqueville N.d.Z.] (Augustin Cochin, Lo spirito del giacobinismo)
Per arrivare alle fonti dell’ideologia rivoluzionaria, lo studio del linguaggio non è più la sola via, ma una fra le più sicure. Noi ricercavamo le origini intellettuali dello sterminio dei vandeani. Ci è parso quindi logico prestare una certa attenzione al linguaggio degli sterminatori e più precisamente al modo di qualificare le loro vittime. Abbiamo tratto questi epiteti dai rapporti dei membri del Consiglio esecutivo provvisorio e del Comitato di salute pubblica, da lettere, rapporti, ordini e proclami dei rappresentanti in missione, degli amministratori e generali repubblicani. Ecco l’elenco: «campagnoli feroci», «briganti», «briganti fanatici», «scellerati della Vandea», «tigri assetate di sangue francese», «orda», «orda di schiavi», «banda scellerata», «miserabile esercito di briganti», «accozzaglia insensata e feroce», «barbari», «aristocratici», «razza ribelle», «razza di briganti», «razza abominevole infatuata di monarchismo e superstizione», «mostri», «mostri fanatizzati, affamati di sangue e massacro». La litania termina qui. Si possono contare altre espressioni, ma non sono che varianti. Il repertorio è povero, le medesime parole si ripresentano incessantemente e l’intenzione e sempre la stessa: esecrare il male assoluto. Si vede che qui siamo in un’altra sfera di linguaggio, quello della «lingua inversa», la lingua che divide anziché riunire, in breve, quella dell’ideologia. L’umanità reale è abolita, le parole e i concetti sostituiscono le persone. Certo, la Rivoluzione ha arricchito questo linguaggio, ma il merito di averlo inventato spetta ai filosofi dei Lumi. Le parole del nostro elenco non sono tutte frutto dell’Illuminismo; ma si riferiscono tutte alla filosofia dei Lumi. Le considereremo successivamente. Prendiamo innanzitutto «campagnoli feroci», «fanatici», «briganti», «barbari» e «orda». «Razza» e «mostri» saranno analizzati più oltre. I vandeani sono definiti «campagnoli» come se appartenessero tutti a questo ceto sociale e il vocabolo e infuso di senso peggiorativo. Questi «campagnoli» sono reputati «feroci», «rozzi» e abbrutiti da una lunga schiavitù: «l’abitudine alla schiavitù» li «rende ancora insensibili ai vantaggi della libertà». Chi dice «contadino» dice anche «fanatismo» e il «fanatismo delle campagne» è sempre presentato come uno fra i fattori essenziali della rivolta. Ora, questa immagine del campagnolo feroce, fanatico e insensibile, corrisponde puntualmente all’interpretazione illuminista della gente di campagna. «Per ‘selvaggi’ intendete dunque» chiede Voltaire, «dei primitivi che vivono in capanne con le loro donne e qualche animale… parlando un gergo incomprensibile nelle città, con poche idee di conseguenza poche espressioni… che in determinati giorni si raccolgono in una specie di fienile per celebrare riti di cui non capiscono nulla…? Bisogna convenire che i popoli del Canada e i cafri che ci siamo compiaciuti di chiamare selvaggi sono infinitamente superiori ai nostri.» Buffon condivide lo stesso giudizio squalificante: «… persino da noi», scrive, «i campagnoli sono pin brutti dei cittadini». Lo stesso Buffon tenderebbe a considerare i campagnoli «una varietà della specie umana», «varietà» non sempre degenerata, ma che lo è in grado elevato nei paesi poveri. Se «fanatico» e «fanatismo» sono spesso abbinati a «contadini», l’impiego è molto pin esteso. «Fanatico» è persino uno fra gli epiteti più spesso lanciati contro i vandeani. È noto che cos’è un fanatico nel linguaggio della filosofia: un pazzo e inoltre estremamente pericoloso. «Oggi s’intende per fanatismo», scrive Voltaire, «una follia religiosa cupa e crudele, un fanatismo sta alla superstizione come il contagio alla malattia.» I fanatici, sempre secondo Voltaire, sono fomentatori di guerra civile. Nell’Henriade si leggono questi versi a proposito delle guerre di religione: “I tanti mali di cui la Francia è offesa/Hanno ahinoi la loro fonte in chiesa:/È la religione il cui zelo inumano/ Pone a tutti i francesi le armi in mano.” Quando i rappresentanti Richard e Choudieu accusano i vandeani di voler «assassinare la patria in nome del fanatismo» non fanno un discorso diverso. Tuttavia, l’appellativo più frequente è quello di «briganti». Non appare immediatamente, e a nostra conoscenza il primo a usarlo è il direttore della fonderia di Indret, in una lettera del 17 marzo 1793: «Stamane», scrive questo funzionario, «sono stato informato di un raduno di briganti». Nella seconda quindicina di marzo si parla di «briganti», ma ancor più sovente di «ribelli» e «cospiratori». Solo a partire dal mese successivo l’impiego diviene più frequente e sistematico. Il 2 aprile, Lebrun, presidente del Consiglio esecutivo provvisorio, ondina «una marcia concentrata per ripulire il paese infestato dai briganti». Il 15 aprile, Villers e Fouché rivolgendosi agli «abitanti delle campagne» denunciano i «briganti» che li hanno «sedotti». Da quel momento il termine è ufficializzato: per la Repubblica, i vandeani non saranno altro che «briganti». Indicarli con questa parola denigratrice, sinonimo di ladro e assassino, che ricorda la «Grande Paura», è certamente un modo per coprirli d’infamia e mobilitare contro di loro l’opinione pubblica. Ma vi e forse anche un sottinteso filosofico, che comunque non va scartato a priori. Poiché col termine «briganti» si vuol ricordare ai vandeani la loro condizione di esclusi dalla città. Infatti, i rivoltosi devono sapere che non sono più cittadini a tutti gli effetti, poiché si sono posti contro la legge: «..qualsiasi malfattore che infrange il diritto sociale», scrive Jean-Jacques Rousseau, «diviene per questo un ribelle e traditore della patria. Cessa di farne parte avendo violato le sue leggi». D’altro canto, i vandeani non sono i soli fuorilegge; tutti i sospetti lo saranno. Lo è stato lo stesso re: «Luigi ha combattuto il popolo», aveva dichiarato Saint-Just dalla tribuna della Convenzione il 13 novembre 1792. «È uno straniero… poiché appena un uomo è colpevole, esce dalla città». E si richiede un tribunale speciale. I vandeani sono criminali dello stesso tipo del re, ecco perché è giusto considerarli esclusi, «briganti». In un rapporto del 15 brumaio, anno II, (5 novembre 1793), Barère, il miglior teorico della repressione, abbina le due espressioni «orda di briganti» e «uomini indegni di chiamarsi francesi». Accostamento significativo: «brigante» in bocca a Barère, indica bene il colpevole di un crimine contro la società, il crimine antisociale di Rousseau, l’emarginato, l’indegno nazionale. «Barbaro» va nella stessa direzione. «Invasione dei barbari», è così che nel giugno 1793 i «patrioti» dei club di Nantes qualificano l’esercito cattolico e realista in marcia verso la loro città. Nutriti di storia antica, considerandosi greci minacciati da medi e persiani, attribuiscono così al termine «barbaro» il significato antico di straniero alla città, straniero rispetto al mondo dell’ondine e della nazionalità. Ma perché questo «barbaro» non potrebbe anche essere l’escluso dalla filosofia? I «patrioti» di Nantes non parlano forse dei vandeani come Saint-Just del re prima di consegnarlo al boia? «Luigi ha combattuto il popolo», aveva detto, «è un barbaro, uno straniero prigioniero di guerra.» Se il re era un barbaro, i vandeani pure. Essendosi schierati con il barbaro si erano imbarbariti. Opponendosi alla libertà in nome del re, si sono autocondannati all’oscurità del disordine e dell’irrazionalità. Il loro esercito non è degno di questo nome, è una «banda», un’«orda», un’«accozzaglia». La barbarie dilaga, e quale barbarie! La vista di questi selvaggi e agghiacciante; la loro sola presenza fisica insozza tutto ciò che tocca. Crétineau-Joly racconta che nel momento in cui «i vandeani rinunciano all’assedio di Angers, i difensori della città indissero una processione lustrale… e bruciarono l’incenso della patria per purificare i muri dalla lordura dei realisti». Cerimonia sorprendente. Si trattò di una riesumazione dei riti romani della lustratio e procuratio oppure di un’imitazione della liturgia cattolica della riconciliazione delle chiese? La seconda interpretazione è plausibile quanto la prima. La città rivoluzionaria non è forse un tempio? Non esiste in Francia dal 1790 una religione civica, quella stessa definita da Rousseau nel Contratto Sociale, con il suo Stato-Chiesa e la sua divinità, la Legge? Il rinnegato di una tale religione non e meno nocivo dell’eretico nelle religioni rivelate: come il contatto con l’eretico profana il santuario, quello del «barbaro» vandeano imbratta i bastioni della città. Nel linguaggio rivoluzionario, il significato delle parole non ne esaurisce tutto il valore. Le parole rivoluzionarie sono in funzione dell’azione; definiscono il male, ma prescrivono anche il trattamento radicale che deve essergli riservato. Dire «fanatici», «briganti», «barbari» significa esprimere il male assoluto, ma anche, per coloro che vengono così identificati, essere oggetto d’intolleranza, disprezzo e monte. Intolleranza: Nessuna tolleranza per i vandeani. Poiché secondo il precetto filosofico non è possibile tollerare il fanatismo. Scrive Voltaire: «Occorre non essere fanatici per meritare la tolleranza». Per Jean-Jacques Rousseau, il fanatismo deve essere proscritto: «Chiunque osi dire: “Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza”, deve esser cacciato dallo Stato». Disprezzo: perché secondo la morale «illuminata» chiunque è subumano a causa del suo fanatismo, dell’insensibilità ai Lumi, dell’aspetto ributtante e della volgarità merita il dispregio. Voltaine ha chiaramente mostrato la via di tale disprezzo. Per lui, molte specie umane, fra cui lapponi, ottentotti, neri in generale, contadini francesi ed ebrei sono disprezzabili. Non solo inferiori, ma anche disprezzabili e disprezzabili perché inferiori. Scrive, per esempio, a proposito degli ebrei: «… non troverete in essi che un popolo ignorante e barbaro, che da tempo immemorabile accoppia la più sordida avarizia alla più detestabile superstizione e l’odio insopprimibile per i popoli che lo tollerano e lo arricchiscono» Ma Voltaire è ben lontano dall’essere il solo. Questo tono di superiorità sdegnosa e malevola è quello di tutta la «filosofia» nei riguardi delle varietà umane giudicate inferiori. Per esempio, Buffon definisce i lapponi «popolo abietto» e disprezzabile e l’abate Prévost, riferendo sulla rivista Pour et Contre su una rivolta di schiavi neri nell’isola di Antigua, scrive: «Una massa di miserabili che di umano ha solo l’apparenza, non meriterebbe maggior attenzione del fastidio causato dalle rane o dalle mosche, se la forza e l’odio che dimostrano, più temibili del loro intelletto e ragione, non costringessero a prendere maggiori precauzioni per difendersene». È la scuola del disprezzo. Il torrente d’insulti rovesciato sui vandeani dimostra il grande profitto che i «patrioti» hanno saputo trarre dalla lezione. È vero che sin dall’inizio della Rivoluzione i club e le società patriottiche avevano dato il cambio, in questo come in molti altri campi, alla «filosofia». Per esempio, nella Société de 1789, Condoncet e André Chénier, uno dopo l’altro, avevano elaborato la dottrina del disprezzo rivoluzionario, figlio del disprezzo filosofico. Nel 1790, fornendo nel quadro di questa società un Ammonimento al popolo francese sui suoi veri nemici, Chénier aveva concluso in questi termini: «Così sapremo a quali uomini dobbiamo i mali passati e presenti e noi li puniremo con un ripudio eterno e un disprezzo inestinguibile». Comunque, il male vandeano richiede altri rimedi. Questo male è così profondo che né l’intolleranza né il disprezzo sarebbero sufficienti per estirparlo. La cura completa, quella della «medicina politica», comprende obbligatoriamente lo sterminio: «Il Comitato», dice Barère, «ha preso misure tendenti a sterminare questa razza ribelle dei vandeani… A Mortagne, a Cholet, a Chemillé la medicina politica deve impiegane gli stessi mezzi e le stesse medicine». Medicina politica, in conformità alla politica filosofica. Abbiamo visto come, e in quali termini, nel Contratto Sociale, Rousseau segnalava al criminale sociale la sua condizione di emarginato dalla città. Leggiamo ora il passaggio che segue, in cui, avendolo dichiarato fuorilegge, lo condanna a morte: «Qualsiasi malfattore che infrange il diritto sociale… diventa… traditore della patria. Cessa di esserne membro violando le sue leggi e gli fa persino guerra. L’integrità dello Stato è incompatibile con la sua, occorre che uno dei due perisca… non è più membro dello Stato. Essendosi riconosciuto come tale… dovrà essere eliminato con l’esilio… o con la morte, come nemico pubblico; poiché un tale nemico non è una entità morale, e un uomo, e il diritto di guerra impone di uccidere il vinto». Vi sarebbe molto da dire su questo testo. Ci soffermeremo qui sulle due espressioni «diritto di guerra» e «nemico pubblico». Qual è il diritto di guerra invocate da Rousseau? Qual è il diritto di guerra che consente di uccidere il vinto? Non è certo il diritto delle genti formulate dalla scolastica medioevale e dai filosofi di Salamanca. Non è più il diritto secondo Grozio, malgrado questo autore si mostri più permissivo dei teologici scolastici. È piuttosto la legge inesorabile delle guerre antiche. Quanto all’espressione «nemico pubblico», Rousseau intende evidentemente il nemico imperdonabile, irriconciliabile, nei cui riguardi è persino inconcepibile pensare di riconoscerne i diritti, tanto che la sola soluzione è ucciderlo. La logica di Rousseau è la logica dell’esclusione che conduce allo sterminio. È la logica del Terrore, la logica della Rivoluzione nella sua totalità. E non si creda che si sia atteso il Terrore per formularla. Almeno tre volte, dal 1789, è stata esplicitamente invocata al fine d’indicare al furore popolare i nemici da eliminare. La prima volta nel 1790, quando Condorcet e André Chénier dopo di lui hanno definito «l’insurrezione contro una legge» come «crimine contro lo Stato»: «Quando la Costituzione», ha detto Chénier, «fornisce uno strumento legale per riformare «una legge che l’esperienza ha dimostrate carente, l’insurrezione contro una legge è il delitto più grande di cui un cittadino possa macchiarsi; in questo mode disgrega la società per quanto è nelle sue possibilità. Questo è il vero crimine di lesa nazione». La seconda volta, nel 1791 e 1792, quando i religiosi refrattari sono stati definiti criminali indegni e destinati dapprima all’esilio, poi alla morte: «Ah», esclamò nel febbraio 1791 un membro del club giacobino di Lorient, «chiunque rifiuti questa pubblica testimonianza di attaccamento alla patria [il giuramento civico] sia considerato indegno dell’esistenza che ha ricevute nel suo seno». La terza volta, infine, il 13 novembre 1792, quando Saint-Just, avendo negato al re la qualifica di cittadino, insisté perché fosse trattato come nemico: «Cittadini, il tribunale che deve giudicare Luigi non è un tribunale ordinario…» Il terrore preesisteva al Terrore. Il sistema di pensiero che giustificava l’emarginazione e, di conseguenza, lo sterminio, è stato messo in atto dal 1789 contro gli avversari reali o presunti della Rivoluzione e questo sistema funzionava seconde la logica del Contratto Sociale. Molto prima della rivolta vandeana aveva fatto le sue prove. D’altra parte, uccidere i vandeani ribelli era più facile da giustificare del massacro dei preti e dell’esecuzione del re. Ma perché tutti i vandeani? Perché tutta la popolazione di questa regione? A prima vista su questo punto sorgono le difficoltà. La logica di Rousseau dell’esclusione a causa di delitti contro la società spiega perfettamente perché si uccidevano i ribelli presi con le armi in mano. Non spiega però perché si uccidessero anche le loro mogli e i bambini. Ma erano proprio questi che si volevano uccidere e così fu fatto. «Occorre», ordinava Turreau, «sterminare tutti gli uomini che hanno preso le armi e con essi i padri, le mogli, le sorelle e i figli.» Si presenta quindi l’interrogativo del perché sopprimere anche gli innocenti. Semplicemente per la ragione che innocenti non erano. Menzionando «il numero incredibile di donne, bambini… che seguono l’esercito vandeano, il rappresentante Laplanche qualificava questa gente «folla d’individui colpevoli». Tutti erano imputabili di colpevolezza collettiva, di una colpevolezza popolare o piuttosto di razza. Ricordiamoci la litania: «razza ribelle», «razza di briganti», «razza abominevole». Razza, nel linguaggio dei Lumi, significava «varietà della specie umana». Abbiamo visto che agli occhi dei filosofi queste varietà e razze, come i lapponi o i neri, erano ritenute inferiori. Per esempio, così si esprime Buffon sui lapponi: «Sembra si tratti di una specie particolare i cui individui sono tutti minorati… sono in maggioranza idolatri e assai superstiziosi». Unitamente alla bruttezza fisica, la superstizione è considerata dalla maggioranza di questi autori come uno fra i criteri principali dell’inferiorità razziale. Cosicché i francesi «illuminati» della fine dell’Ancien Régime tendono a classificare in una specie di subumanità le popolazioni, anche europee, la cui confermazione fisica non corrisponde ai canoni parigini della bellezza e dell’eleganza e le cui pratiche religiose indicano una fervida devozione. Significativo a queste proposito il modo in cui gli ufficiali francesi del corpo di spedizione del 1769 parlavano dei corsi: «Il carattere di questo popolo», scriveva per esempio il cavaliere di Mautort, «è diffidente e chiuso… I preti, e soprattutto i monaci, hanno sempre avuto grande influenza su questa gente superstiziosa, abusando spesso del loro potere per armare la loro mano… Quando si parla delle donne di queste paese non ci si può servire dell’espressione abituale ‘il bel sesso’, poiché generalmente sono assai brutte». Esisteva già dunque la subumanità corsa. Ecco quindi un’altra «varietà» inferiore, i vandeani, «razza abominevole». Era una varietà della specie che si voleva uccidere, una razza. Non erano individui, né tanto meno un determinato popolo. Il termine «Vandea» con cui si sarebbe indicata sempre più frequentemente questa massa di uomini, a partire dall’estate del 1793, non doveva più dare adito a illusioni. Certo, si parlò di sterminare la Vandea: «Schiacciate totalmente questa orribile Vandea», scrisse a Dembarrère il Comitato di salute pubblica. Ma la Vandea, nel linguaggio rivoluzionario, non indicava un popolo con la sua storia e una propria personalità. In questo discorso non era che il campione estremamente rappresentativo di una razza inferiore di uomini superstiziosi e fanatici, stupidi esseri incapaci di riconoscere i benefici della libertà. Questa subumanità la s’incontrava ovunque sul territorio della Repubblica, ma era particolarmente numerosa in queste zone occidentali, dov’era concentrata tutta una popolazione di fanatici. Questa «razza abominevole» la natura avrebbe potuto anche produrla altrove, solo il caso ha voluto farla nascere qui. Le era state date il nome di Vandea, perché occorreva pure chiamarla in qualche modo e perché un gran numero di quegli esseri inferiori abitava un dipartimento con quel nome. Ma non era il nome di un popolo, bensì l’etichetta di una cattiva varietà da cui occorreva ripulire il suolo della patria. Cattiva e mostruosa. Occorreva sbarazzarsene in nome della «medicina politica», poiché quella mostruosità presentava i pericoli di un tumore maligno, da estirpare a qualunque costo. «È per un principio d’umanità», scrive Carrière, «che purgo la terra della libertà da questi mostri.» La purga di Carrière ricorda il rito romano della procuratio, con cui si eliminavano le tracce dei prodigi, compresi i mostri. Per esempio, gli ermafroditi venivano annegati. Ma i mostri del proconsole di Nantes erano quelli dell’antropologia dell’Illuminismo: persone volgari, selvatiche, insensibili e fanatiche. I vandeani erano esclusi così non solo dalla città ma dall’umanità stessa. Si diceva purgare, ma anche «annientare». I termini «annientare» e «annientamento» tornano incessantemente sotto la penna dei terroristi. La frase di Couthon a proposito dei sospetti — «Non si tratta tanto di punirli quanto di annientarli» — ne chiarisce il senso. In effetti si puniscono solo i colpevoli ed è veramente colpevole chi è responsabile. Ora, dato che la maggior parte dei filosofi dell’Illuminismo negava il libero arbitrio — «La libertà», dice Voltaire, «è in effetti una chimera assurda» — respingeva pertanto qualsiasi responsabilità personale. Come scrive Diderot: «Nessuno è personalmente responsabile del male che si commette». La colpevolezza vandeana era essenzialmente generica, e non implicava responsabilità personale. Punire gli individui chiamati vandeani non avrebbe quindi avuto senso. Per contro, aveva senso, anzi era necessario, l’annientamento di quell’umanità viziosa e mostruosa, oltraggio alla natura e suo disonore. Annientare significava risanare. Tuttavia, il carattere punitivo non è completamente cancellato. Avviene a volte che il discorso rivoluzionario leghi l’annientamento alla colpa. Per esempio, in questa frase: «La Vandea dev’essere annientata, perché ha osato dubitare dei benefici della Libertà». Allo stesso modo in cui la disperazione conduce all’inferno, il dubbio riguardo ai diritti dell’uomo richiede la distruzione completa. L’annientamento rivoluzionario, contraffazione della dannazione… È forse anche un modo di vendicarsi di Dio, di quel Dio creatore che ha tratto tutto dal nulla. Ci si vendicherà di Lui riportando tutto nel nulla. Il termine ha pertanto il suo senso originario: annientare non è sole distruggere, è votare tutte le cose al nulla, significa proclamare contemporaneamente che dopo la monte non vi e nulla. Al tribunale rivoluzionario che lo interroga sul suo domicilio Danton rispende: «La mia dimora sarà presto nel nulla». Lo sterminio ridurrà nel nulla la Vandea. Si verificheranno così le parole di Voltaire: “Dal nulla tutto sembra provenire. Nel nulla tutto ripiomba.” Si noterà che i nostri testi parlano sempre di «annientare» — o «distruggere» o «sterminare» — mai d’immolare. Anche gli uccisori hanno divinità di cui praticano il culto, le più venerate fra queste sono la Libertà e la Ragione. Ma bisogna credere che si tratti di divinità astratte e senza esigenze. Non sembra che richiedano sacrifici. Hanno sete solo del nulla. Sono divinità del nulla. Rispetto a questa apparenza di religione, la fede dei vandeani costituisce un contrasto straordinario. All’inanità di queste divinità rivoluzionarie oppongono la pienezza del Dio dei cristiani, alla disperazione del nulla la speranza di una vita eterna. In una tesi recente si e dimostrato questo desiderio del Cielo che animava la loro spiritualità, desiderio testimoniato più che da qualsiasi altro testo dalla strofa seguente della Marsigliese dei Bianchi: “Questa morte di cui ci minacciano/ Sarà la fine dei nostri mali./Quando saremo di fronte a Dio,/ La sua mano benedirà le nostre opere.” Esiste una logica dello sterminio e se ne possono discernere chiaramente le origini, rintracciabili essenzialmente nella filosofia illuminista, ma probabilmente anche, in minima parte, nei costumi e riti del paganesimo antico. Per completezza si sarebbe dovuto risalire alle fonti della filosofia dei Lumi, ossia al pensiero di Spinoza, alla corrente libertina e naturalista. Ma il quadro limitato di questo studio non consentiva di introdurre queste ricerche. Per quanto riguarda il filo conduttore che lega l’Illuminismo allo sterminio, pensiamo che non si tratti di un’ipotesi di ricerca ma di una quasi certezza… Ci verrà obiettato che esistono diverse letture dell’Illuminismo; forse, ma occorre comunque iniziare dalla prima, quella che consiste semplicemente nel prendere conoscenza degli autori nelle versioni integrali delle loro opere. Come interpretare ciò che non si conosce? Non si potrebbe d’altronde ridurre tutte alla logica. Nessuna logica, per quanto forte, è onnipotente. Nessuna è necessariamente efficace. La logica delle sterminio non spiega tutta la tragedia. In particolare non spiega perché tanti uomini hanno accettato di asservirsi, perché sono divenuti massacratori e per quale motivo si sono comportati così selvaggiamente… Una cosa, sarete d’accordo, è assuefarsi all’idea di uccidere, un’altra è uccidere e un’altra ancora farlo con tanta crudeltà come si è visto in Vandea — donne arse nei forni, bambini fatti a pezzi. La logica spiega il consenso concettuale, non quello reale. Dice come si sia indetti a uccidere, non perché si uccide. Solo in virtù di ordini ricevuti? Con l’allenamento alla follia omicida e attraverso la liberazione del male insito nell’uomo? Tutto questo va prese in considerazione, ma occorre aggiungervi il disprezzo. Si uccidono i vandeani perché si disprezzano, ma soprattutto poiché, per loro tramite, si dispregia l’uomo stesso. Cos’è infatti l’uomo per la filosofia dei Lumi? Nient’altro che una componente della natura, interamente soggetta alle leggi fisiche che governano l’universo e totalmente priva di libertà: «Tutti i suoi movimenti», scrive d’Holbach, «non sono null’altro che spontanei… dal momento in cui nasce fino a quando muore, è continuamente modificato da cause che, suo malgrado, influiscono sui suo meccanismi e dispongono della sua condotta». Unicamente un aggregato di bisogni e di appetiti: «Dico innanzitutto», scrive Morelly, «che la vera libertà politica dell’uomo consiste nel godere, senza ostacoli e timori, di tutto quanto può soddisfare i suoi appetiti naturali». Nient’altro che una macchina, che solo il suo funzionamento lo distingue dal rimanente dell’universo: “L’uomo è una macchina», afferma La Mettrie, «e in tutto l’universo non esiste che una sola sostanza, diversamente modificata» Nient’altro, infine che un animale, la cui superiorità rispetto agli altri è data dall’istruzione: «È solo l’educazione che fa gli uomini; esiste solo ciò che essa vuole» (Philipon de la Madeleine). Allora, se l’uomo non è che questa pochezza, come rispettarlo? Nel migliore dei casi lo s’ignora e diventa facile ucciderlo. Se non è altro che questo essere in preda ai bisogni e ai godimenti, come non disprezzarlo? È dunque qui la molla segreta di quella frenesia che s’impadronisce dei massacratori, di quella follia morbosa che li spinge a voler cambiare la Vandea in cimitero. È stato dimostrato che un disprezzo troppo spinto di se stessi produce irrazionalità. «Non bisogna», osserva giudiziosamente Bossuet, «permettere all’uomo di disprezzarsi totalmente, per evitare che credendo con i pagani che la nostra vita non sia altro che un gioco regolato dal caso, si comporti senza regole e senza ritegno, alla mercé dei suoi ciechi desideri.» Le sterminio furioso dei vandeani significa la rivincita della morte. Gli spiriti illuminati avevano voluto negarla — «Questo nemico non è nulla», aveva scritte il cavaliere di Jaucourt — ma riducendo l’uomo a un frammento di materia, ne avevano inconsciamente preparato il ritorno. Non diremo il suo trionfo. Lo storico deve tener conto anche della fede dei vandeani e questi non hanno riconosciuto il trionfo della Morte, ma il trionfo della Croce, che è in effetti morte, ma una morte che si apre alla vita. (Jean De Viguerie, in AA. VV., La Vandea)
La meglio democrazia
Non ho mai fatto della democrazia il mio vitello d’oro. Quindi non mi scandalizzo se a qualcuno puzza questo barbaro condominio politico che la modernità impone a belli e brutti, a colti e bruti, e perfino a maschi e femmine. E trans. Con l’articolo maschile o femminile. Gradirei, però, che coloro che da qualche tempo arricciano il naso di fronte al pargolo, a quanto pare mostruoso, generato da questo coito universale, cominciassero a parlar schietto e non deviassero il corso della ragione, per spiegar le magagne, verso le zone pericolose dell’antropologia e magari della genetica. Non lo possono fare; parlar schietto, voglio dire; avendola adorata, la democrazia; e fatta adorare al popolo.
La democrazia per funzionare e per essere salda ha bisogno di una vasta logistica materiale ed immateriale, creata ed intessuta pezzo per pezzo per lunghissima pezza nella società. Si può anzi dire che prima di diventare forma di una società, essa debba vivere nei costumi di un popolo. In quell’auspicabile e raro caso la democrazia trionfa attraverso una rivoluzione incruenta che altro non fa che ratificare e ordinare i cambiamenti prima sotterranei e poi sempre più manifesti che insensibilmente ma profondamente hanno attraversato per secoli la società. Non è un caso, per restare in un contesto europeo, che proprio là dove questa metamorfosi dallo stato aristocratico a quello democratico è avvenuta senza troppe scosse telluriche, come in Gran Bretagna, la “forma” democratica conviva ancora con re, regine, pari e parrucche; mentre là dove la democrazia ha trionfato violentemente dentro un corpo acerbo, come in Francia e poi nel continente, la sua carica universalistica abbia annichilito ogni vestigia del passato. E in ogni caso l’avanzata tumultuosa della democrazia moderna è stata caratterizzata fin quasi all’altro ieri dal lungo tirocinio del suffragio ristretto, che ritagliava, per intima necessità in tempi ufficialmente non aristocratici ma nei costumi non ancora interamente democratici – come provano abbondantemente i collassi novecenteschi – aristocrazie di fatto nel corpo della nazione, col nome fittizio di “classi dirigenti”. E non è un caso, però, che proprio nell’Europa continentale, e più largamente nell’Occidente non anglosassone – e massime disgraziatamente in Italia, sembrerebbe – una volta portato a termine questo infinito apprendistato, anche in tempi di suffragio universale rifiorisca periodicamente il mito delle “classi dirigenti”. Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” nel nostro paese, se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini? Beninteso, nel nome della democrazia? Dai montagnardi che sognano un Comitato di Salute Pubblica a “controllo della legalità”; al Partito della Società Civile che mira a guidare, intimidendolo, il paese in forza di qualche centinaio di migliaia di firme di gente “qualificata”; ai vecchi arnesi di una spompata aristocrazia di denari che vorrebbe arruffianarsi anche l’Italia Futura facendo l’occhiolino al politicamente corretto; ai liberali di molta illiberale intransigenza e poco giudizio che oramai sperano solo in un agente esogeno sul quale saltare in groppa?
E’ tutto un gran sospirare, un gran sbuffare spazientito contro questa umanità maledetta che misteriosamente popola la nostra penisola. Uno scherzo di natura che nemmeno l’acribia dello storico ormai riesce a giustificare. Curioso che gente che pratica con generoso esibizionismo la religione della razionalità e che agita ogni santo giorno in faccia al volgo la retorica “dei fatti e dei numeri” arrivi poi a tali astrochiromantiche conclusioni. Non c’è proprio speranza. Un deserto mai visto, nel tempo e nello spazio. Di questo dotto e tranquillo isterismo, dello stesso livello scientifico dei trattati sul buon tempo antico, che farà sorridere qualcuno fra qualche anno e moltissimi fra qualche decennio, nei giorni scorsi abbiamo avuto illustri esempi. Per Giovanni Sartori, firma del Corriere della Sera, dal crollo delle ideologie è stata purtroppo travolta anche quella tensione ideale che vivifica la democrazia, e la insana e sfibrante bonaccia che oggi paralizzerebbe moralmente l’Italia ne sarebbe testimone. Per la sacerdotessa della Stampa, Barbara Spinelli, che vorrebbe ipnotizzarci con le spire suggestive delle citazioni colte intrecciate con quelle allusive dei riferimenti ai fatti di cronaca, viviamo tempi particolari, e particolarmente da noi, chiaro; momenti che secernono veleni. Il peggio di sé non poteva darlo che l’inevitabile Eugenio Scalfari, che su Repubblica, portandosi dietro quale pezza d’appoggio un’opera di Diderot – se non l’avete capito uno dei precursori del suo genio – s’imbarca in un microsaggio di sbrigativa sociologia razzial-progressista, in stile diciamo giorgiobocchesco, sulla natura della truppa berlusconiana. Così parla l’oracolo, prima di accennare ad alcuni casi individuali particolarmente disgraziati, come “l’Alano da riporto” Belpietro (un cane grosso e minaccioso, sembra di capire, senza la maestà e la nobiltà di un cane di razza: divertente, se fossi il direttore di Libero mi farei incidere questa lusinghiera definizione come esergo su un medaglione sotto il proprio profilo, come un imperatore romano):
“A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] delineato da Diderot sta diventando al giorno d’oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l’uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile. Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità.(…) Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull’attimo d’un presente fuggitivo senza proiezioni verso l’avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell’elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d’un pragmatismo diventato a sua volta ideologico. Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici [mio neretto, N.d.Z]. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] è diventato moltitudine.”
Senza voler essere troppo indulgenti verso il miserabile consesso della schiatta italica, direi però che è il momento di darsi una calmata. Se la conditio sine qua non per essere ammessi nella cerchia delle persone equilibrate e raziocinanti è di riconoscere che in Italia siamo alle soglie di una dittatura, o quasi – la qual cosa fa ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle – è chiaro come la paranoia antiberlusconiana, che è il riflesso della cattiva coscienza della meglio Italia, arrivi a scambiare per sintomi mortali ed eccezionali cose vecchie come il mondo. Anch’io nel mio ragionamento mi porto dietro una pezza d’appoggio. In una lettera a Louis de Kergolay del 25 ottobre 1842, Alexis de Tocqueville, sempre lui (e che ci possiamo fare se vide meglio degli altri?), scriveva:
Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.
Ilvo Diamanti e la grande scoperta del neo-anticomunismo
Nato in quel di Cuneo, nel profondo Nord-Ovest italiano, il professor Ilvo Diamanti è però veneto fin dalla giovinezza, come testimonia senza tema di smentite quella parlata piatta ed incolore – come la pianura padana inghiottita dalla nebbia – propria di noi del Nord-Est quando ci avventuriamo perigliosamente nell’idioma ufficiale della nazione, dimenticandoci però di mettere in movimento l’apparato mascellare con l’energia e la vivacità connaturata non solo ai Terroni, ma a tutti coloro nati al di sotto della Linea Gotica. Infatti, da un punto di visto fonetico, più che grammaticale o lessicale, l’Italia – per parafrasare Cesare in tempi di presunto Cesarismo, così siete contenti – est omnis divisa in partes tres: la zona dei dialetti centro-meridionali, quella dei dialetti gallo-italici, e quella dei dialetti veneti. Ma mentre agli idiomi di Lombardi, Emiliano-Romagnoli, Piemontesi e Liguri, i secoli di dominazione prima etrusca e poi di quelle notorie teste calde dell’antichità che furono i Celti hanno conferito qualche grintosa asprezza, atta a caricare a molla, trattenendo il respiro, pur senza molta grazia, e stentatamente, l’energia che poi si libera elastica in vetta ai quei raddoppiamenti sintattici e a quelle doppie consonanti che costituiscono un fenomeno tipico e quasi unico della lingua italiana (foneticamente centro-meridionale); a noi Veneti invitti, e in parte ai Bresciani e ai Bergamaschi che abbiamo infettato ai tempi delle Serenissima, è rimasta intatta nei muscoli facciali l’impostazione atavica, sì che fuor del domestico recinto della dolce favella locale la nostra parlata ha accenti lamentosi da cane bastonato, simili in maniera preoccupante a quelli dei selvaggi abitatori delle grandi pianure slave.
Fatto sta che con queste premesse Diamanti è indubbiamente veneto. Fin qui nulla di male. Se non fosse che il professore è di sinistra. Essere di sinistra in Italia non è certo una bella cosa: in una landa saluberrima come quella veneta è un peccato mortale. Proprio per questo il socio-politologo è stato adocchiato e poi adottato dai boss della cultura dominante italica – per i quali l’unico veneto buono è quello di sinistra – in qualità di interprete unico del famigerato Nord-Est. Avendo dato buona prova di sé è stato promosso anni fa da Repubblica a strizzacervelli dell’intera nazione; e da allora, un po’ alla volta, Ilvo Diamanti ha cominciato a mollare gli ormeggi che lo ancoravano ad una circospetta prudenza professorale: ora è un estremista, un scalfariano fatto e finito, con un suo stile personalissimo che il successo, potentissimo conservante, ha ibernato. Più che uno stile. Un marchio di fabbrica. Una scrittura minimalistica. All’estremo. A scatti. Sentenziosa. Un’architettura verbale senza curve. Né modanature. Che ha rimesso nel ricovero degli attrezzi virgole e punti e virgola. E subordinate. E avverbi. Ma non ortodossa fino alla patologia. Ogni tanto il lusso di una virgola. O i due punti. O qualche avverbio. Qualche.
Da scalfariano Diamanti traduce in sociopolitichese per i fanatici lettori di Repubblica le intuizioni tanto feconde quanto contraddittorie del decano dei giacobini della carta stampata, la cui gran testa vegliarda ultimamente si gingilla con un’idea assai strampalata, quindi genuinamente sua: le tragiche ideologie che hanno insanguinato il novecento – da lui conosciute a menadito essendosi fidanzato ai tempi belli con l’una e con l’altra, ed avendole abbandonate con perfetto tempismo nel momento del loro crepuscolo – hanno tirato le cuoia grazie a Dio in tutto l’orbe civilizzato tranne che in Italia, dove sopravvivono nel “berlusconismo”. E’ probabile che con questa idea, che è la sua ultima ideologia, Eugenio Scalfari scenderà nella tomba con l’animo pacificato dalla certezza che il travaglio filosofico di una vita avrà trovato finalmente il suo consolante approdo, e la sua gloria imperitura, nell’aver strappato la maschera dalla faccia del male in persona. Il compito di Diamanti era dunque di trovare nella sua personale tassonomia sociopolitica un posto a questa moderna piaga d’Egitto; un nome che nobilitasse da un punto di vista accademico il parto del genio scalfariano. Eccolo: neo-anticomunismo. “L’anticomunismo senza il comunismo”. Con un suo muro: il “muro di Arcore che ha sostituito quello di Berlino.” A est del quale “si stende la terra del neo-comunismo.” In questo quadro i ministri del governo Berlusconi diventano i cani da guardia della nuova ideologia, cui non mancano parole d’ordine da ringhiare contro l’area di riferimento della sinistra: così si spiegano le intemerate contro i “fannulloni” dell’amministrazione pubblica del botolo Brunetta, quelle contro i “baroni” della scuola della maestrina Mariastella Gelmini, quelle contro i sindacati “politicizzati a prescindere” del craxiano Sacconi, quelle contro gli “intellettuali” dei laboriosi popolani della Lega e perfino del Cherubino di Berlusconi, l’insospettabile Bondi. Uff! L’ho già detto: queste sciocchezze sono le urla scomposte di gente dalla pelle delicatissima, abituata da lungi decenni solo a darle con grande comodità e sufficienza, in difficoltà al primo cazzotto delle vittime designate.
In una cosa sola Diamanti ha ragione: il Muro esiste ancora. Da quando, verso la metà degli anni settanta, il muro del comunismo ha cominciato a sbriciolarsi, la sinistra italiana ha provveduto pazientemente a ricostruirne un altro, pietra su pietra. Vampirizzando il vecchio spirito azionista che ha riempito il vuoto lasciato dal crollo del marxismo, al muro che sanciva la “diversità” dei comunisti, garanzia di democraticità contro gli impulsi fascisti della società italiana, si è sostituito il “muro della legalità” che divide gli onesti dai disonesti. Di qua i difensori della Costituzione, di là i Fuorilegge, da incasellare a viva forza nello schema preordinato, anche a colpi di barbarie giuridiche come i “concorsi esterni”. Nella sua ingenuità l’ultimo appello di Saviano ai Giusti, col suo richiamo al “diritto”, risponde perfettamente all’unica vera “ideologia” rimasta. Non c’è da stupirsi se quel popolo sano che per disperazione votò turandosi il naso per più di mezzo secolo ancora non si fidi. E se usa impropriamente la parola “comunismo” non rimproveriamolo: non è mica composto di professori.
Tra realtà e rivoluzione
Infrantosi col collasso politico e sociale succeduto alla fine della prima guerra mondiale il graduale processo d’inserimento del movimento socialista nella vita parlamentare italiana, il massimalismo che ne è seguito ha generato le due forme antidemocratiche e antiliberali del socialismo nazionale – ossia il fascismo – e del socialismo internazionalista – ossia il comunismo. Il paese cedette al primo fino alla sua caduta con la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Da allora il massimalismo si colorò, quasi unicamente, di rosso. Con il crollo del comunismo in Europa, privo di un progetto politico di un qualsiasi colore, il massimalismo si è ridotto alla pratica del giacobinismo, ossia alla pura delegittimazione dell’avversario con argomenti extrapolitici, o almeno quelli non compresi nel normale perimetro del dibattito politico delle democrazie liberali. Ciò spiega come oggi sia possibile il confluire in una stessa area politica – nominalmente di sinistra – di uomini d’ordine come Di Pietro o Travaglio. Le elezioni politiche del 2008, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi, sono da considerarsi storiche. Hanno segnato la fine per il massimalismo di ogni reale prospettiva di potere, in quanto quell’Italia di mezzo rappresentativa di conservative oligarchie economiche, e quindi interessata a tenere in basso la marea montante delle classi economicamente più dinamiche del paese alle quali il self-made man Berlusconi dava voce politica, e quindi potenziale alleata della sinistra in un disegno di conservazione, anche perché intimorita dalle conseguenze che una fine traumatica del Cavaliere avrebbe per essa significato se gli si fosse legata in qualche modo esplicitamente; quell’Italia di mezzo dunque ha riposto nel cassetto il sogno di archiviare il Cavaliere come un’anomalia della storia italiana e di accettarne la realtà politica. Ciò è testimoniato dal netto cambio di rotta attuato dai grandi giornali del Nord, il Corriere della Sera, La Stampa e il Sole24Ore all’indomani delle elezioni. Ciò è testimoniato dalla vicenda del salvataggio di Alitalia, faccenda invero ben poco onorevole da un punto di vista di cultura economica ma assai significativa dal punto di vista politico, in quanto ha concretamente simboleggiato la nuova epoca di collaborazione, o per meglio dire l’armistizio, tra la realtà politica della Casa delle Libertà e i cosiddetti ex poteri forti, il cui indebolimento e il cui venire a patti costituiscono non l’inizio del regime berlusconiano, ma al contrario una democratizzazione dei poteri reali nel paese.
La neutralizzazione del massimalismo pone finalmente la base per la pacificazione e la normalizzazione liberaldemocratica del paese, e la reale conclusione di un infinito dopoguerra. L’ultima arma in mano alla fazione antidemocratica, esaurito ogni altro argomento e maneggiata ben s’intende nel nome della democrazia, alla bisogna sostanziale, è la retorica legata al rispetto della legalità, nel campo privato, pubblico e costituzionale, mantenendo, con quest’ultimo ambito, la possibilità di accusare di “fascismo” l’avversario politico. La lotta per la “legalità” non è perciò disinteressata, ma è strumentale ad una visione palingenetica dei cambiamenti politici, destinata però nei momenti cruciali a venir respinta dalla nazione per istinto di autoconservazione. Questa particolare fisiologia dei processi democratici, in un paese che riesce ancora a produrre gli anticorpi necessari, fu bene illustrata in una paginetta di Alexis de Tocqueville:
La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)
Lo abbiamo visto anche in questi giorni. L’improvvido appello allo straniero di Di Pietro è stato il catalizzatore di un rigetto generalizzato dell’approccio distruttivo della fazione giacobina: giornalisti e personalità sempre critiche nei confronti di Berlusconi hanno fatto muro in sua difesa, senza dirlo esplicitamente, nei giorni del G8 italiano: Sergio Romano, Gian Antonio Stella, Stefano Folli e altri. Fra questi, Piero Ostellino, che ha attaccato direttamente e duramente Di Pietro, ma con dovizia di argomenti, e con pacatezza. Gli ha risposto assai sgradevolmente invece D’Avanzo, alfiere di Largo Fochetti di una delle tante “vere opposizioni” della sbrindellata e sempre più minoritaria sinistra; siamo nel 2009, ma al suo interno, in Italia, c’è sempre un’opposizione più “vera” della tua che ti manda all’opposizione, e quindi nel campo dei collaborazionisti, e quindi nel gregge dei “servi e dei lacchè”:
Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute.
Niente di nuovo; oggi possiamo perfin sorridere, ma in altri anni con certi marchi d’infamia addosso non avrei passeggiato tanto tranquillo per strada. Tuttavia la fazione massimalista, la grande falange politicamente corretta che è stata il vero modello del tribalismo della società italiana, pur essendo ormai un ramo politicamente secco, è ancora assai vasta. Non ci si sveste di un abito mentale indossato per tanto tempo nel giro di un mattino, prova ne sia la surreale chiamata in causa della “questione morale”, come arma politica tutta interna, in merito alla vicenda dello stupratore seriale di Roma, da parte del candidato apparentemente più “laico” e meno politicizzato alla segreteria del PD, Ignazio Marino. Insomma, gran confusione sotto il cielo di una sinistra tra realtà e rivoluzione. Non necessariamente negativa. Al contrario. Nell’ultimo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari prima non ha rinunciato al vecchio vizio di trasformare gli aggrediti in aggressori e viceversa, e di dipingere il primo ministro come un duro autocrate:
Berlusconi avrebbe potuto esercitare una piccola parte da statista associando al successo l’opposizione che ha accettato la tregua chiesta da Napolitano. Ma nemmeno questo ha fatto. Ha continuato ad attaccarla tutti i giorni, chiamandola “opposizione-cadavere, comunista, faziosa”. Poi, una volta chiuso il sipario sul G8 dell’Aquila, è andato ancora più in là: si sta rimangiando l’impegno preso anche in suo nome dal ministro Alfano con il Quirinale circa una pausa nella legge sulle intercettazioni; ha ripetuto che non ha intenzione di trattare alcunché con l’opposizione; ha maltrattato i suoi dissidenti interni; ha richiamato all’ordine perfino la Lega. “Ora dev’esser chiaro a tutti che sono io che comando” ha detto ieri. L’ora della carota è passata e si ricomincia col bastone.
ma poi ha concluso l’articolo con parole che, pur criticissime, sanno quasi di resa ad una ragionevolezza in piena contraddizione con il mito di un dittatore e di un paese incamminato verso la dittatura veicolato dal suo stesso quotidiano:
Dal canto nostro, poiché è di noi che si parla, le nostre riserve e le nostre critiche non cesseranno se non altro per indurre il premier scapestrato a cambiare definitivamente comportamenti pubblici e privati che sono l’esatto contrario da quelli ai quali un capo di governo dovrebbe attenersi. Continueremo dunque a pubblicare notizie di fatti come è compito di ogni giornale, ma non speriamo e non ci illudiamo di vedere effetti vistosi. Salvo quello di vedere il premier far bene il mestiere dell’anfitrione, ma di questo eravamo certi. Purtroppo non è di questo che ha bisogno il nostro Paese.
L’isolamento de La Repubblica
La sera di qualche giorno fa, guardando la televisione, m’imbattei sul canale Rai Storia del digitale terrestre in una vecchia intervista dei primi anni ’80 fatta da Minoli a Berlinguer. Il santino democratico mi parve ancor più mediocre e antropologicamente comunista del solito mentre recitava, accompagnandolo con la barriera impenetrabile di due occhi spenti, qualche verso della triste litania della democrazia incompiuta e della questione morale. Dopodiché, con un salto di un quarto di secolo, sbucava fuori dal video un Alfredo Reichlin quasi commosso che con tanto di occhioni e calde parole sgorgate dal povero cuoricino suo rosso perorava l’attualità e il valore profetico delle parole di Berlinguer. “Sembrano parole dei nostri giorni, e invece sono passati quasi trent’anni. Lui aveva capito tutto.” Questo disse, più o meno.
Ah sì, somaro? Ah sì? E come mai? Non c’era mica il Berlusca allora. C’era stata e c’era ancora la brutta razza democristiana, per natura infingarda e faccendiera. Essa costituiva già un “regime”, pur se sberciato dalle pallottole brigatiste e dalle prime vittime della questione morale, come il poi riabilitato presidente della repubblica Leone, il primo trofeo della caccia grossa avviata dal partito de La Repubblica. Ma Craxi non era ancora l’uomo nero e il capo della Banda Bassotti, tutt’al più in quegli anni nel suo cammino verso la depravazione aveva raggiunto solo il grado “decisionista”, ossia di fascista in pectore nel vocabolario untuoso delle gazzette democratiche, anche se non mi ricordo se nei giornali lo avessero già equipaggiato di ben lucidati stivaloni. L’eterno Andreotti non era ancora Belzebù, né il referente della mafia, anzi di lì a qualche tempo e per qualche anno – ma questo adesso l’hanno sbianchettato dalla loro vulgata, nessuno se lo ricorda e nessuno lo vuole ricordare – specie nella veste di ministro degli esteri dei governi Craxi, giocando abilmente e miserabilmente di sponda col PCI, fu il chouchou del gregge benpensante di sinistra; era l’unico a salvarsi dei barbari al governo lo zietto Giulio.
Osservando Alfredo Reichlin ho capito che a sinistra per rimettersi al passo con la verità storica e il più elementare buon senso devono fare una bella e semplice rivoluzione copernicana nella loro testa. Io suggerirei loro di prendersela l’un l’altro con le due mani ruotandola con ferma delicatezza di 180 gradi: finalmente cadranno loro le scaglie dagli occhi; e anche per loro, come per il resto del genere umano, uno più uno farà due. Reichlin infatti con plastica evidenza mostrava di non aver capito assolutamente una mazza: la continuità da lui ravvisata nell’Italia di ieri e quella d’oggi non era affatto quel male oscuro variamente nomato che a detta dei sacerdoti dell’emergenza democratica ci perseguita dal dopoguerra; la continuità e la vera anomalia è quella forma di paranoia di massa da cui è affetta la sinistra italiana e che mutatis mutandis – a destra e in casa propria – la costringe a parlare lo stesso linguaggio di sempre.
Con la morte di Berlinguer il partito de La Repubblica rimase il vero padrone della sinistra italiana e ne dettò la linea. Se il politico sardo e Scalfari presero in mano la bandiera della questione morale come succedaneo giacobino alla perdita di credibilità del mito del civismo democratico connaturato alla sinistra italiana e imposto all’opinione pubblica dalla propaganda del PCI, ciò costituì una via di fuga necessaria alla crisi del comunismo mondiale. Vi fu quindi anche una rivalità sotterranea fra i due personaggi che esplose con fragore quando Scalfari scrisse sarcastico sulla prima pagina de La Repubblica che Berlinguer non era “la Madonna”.
Come ho già scritto questa strategia ha una sola via d’uscita vittoriosa: la rivoluzione. Sul giacobinismo quasi un secolo fa Augustin Cochin scriveva:
“Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perché dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima.”
Ed infatti il trentennio scalfariano ha condotto la sinistra al vuoto di questi giorni; ha prodotto dei replicanti sgraziati in Di Pietro e in Grillo; ha azzerato una tradizione cacciando nell’angolo del veterocomunismo una parte non trascurabile dell’elettorato di sinistra allergico a camaleontici nichilismi; costringe sia i nostalgici del “partito” della fazione D’Alemiana sia i giovani-vecchi nuovisti patrocinatori della tabula rasa a dar prova di legittimità democratica nell’ubbidire ad un vecchissimo decalogo oggi antiberlusconiano. E nell’assenza di un messaggio politico costruttivo riduce progressivamente la base del consenso.
Oggi le grida de La Repubblica somigliano sempre più a quelle dei girotondini che a quelle di una setta potente. L’ultima “spallata” di questa guerra di trincea trentennale ha trovato risposte insolitamente schiette da parte delle vittime predestinate. Non è nervosismo, come ha scritto un illustre commentatore politico della penisola. E’ la fine delle paure, che consente perfino al mite Biondi di prendere il toro per le corna e replicare oggi l’attacco frontale di qualche giorno fa; che consente a Minzolini di sopravvivere con disinvoltura alla sua disinvoltura; che consente al Giornale di sparare vagonate di contromerda dall’altra parte del fronte; che spinge i grandi giornali del nord ad attenersi ad una linea di prudenza in merito alle eventuali conseguenze politiche delle donnesche imprese del premier, nella quale il bene della stabilità politica fa premio su qualsiasi altra considerazione; che rende agevole al popolo cattolico, nonostante il dibattito interno, sfuggire alla seduzione di forme moralistiche dello Spirito del Mondo.
Oggi, tra i grandi giornali, La Repubblica è sola, a torto o a ragione e con l’esemplare asprezza dei toni usati da Scalfari o Boeri, nel non dare un parere favorevole sulla manovrina varata dal governo Berlusconi. Nel frattempo la forza delle cose fa sì che a sinistra faccia capolino la candidatura alla segreteria del PD di Chiamparino, esiziale in caso di successo per la consorteria de La Repubblica, una delle poche voci autenticamente socialdemocratiche della sinistra, uno che parla di laicità e di sicurezza, che non si vergogna del suo passato comunista ma che è alieno dall’antiberlusconismo. E a ben vedere l’unico successo conseguito da La Repubblica è il riverbero grottesco della sua campagna estiva nei coccodrilli sul nostro duce apparsi in questi giorni sui sempre autorevoli giornali stranieri.
Contrordine compagni: turatevi il naso!
Sappiamo bene che arrivarci con due o tre decenni di ritardo è un geloso privilegio dell’intellighenzia di sinistra. Singolarmente refrattaria, per nobiltà di lignaggio, alle più palpabili evidenze, non ha mai voluto riconoscere alcun merito alla saggezza popolare, che non fosse quello di obbedire pedissequamente al verbo della casta degli imbroglioni della democrazia. Ci voleva l’ottimo Eugenio Scalfari per riabilitare la plebe destrorsa che per lustri e decenni si turò il naso votando DC. Tutta brava gente che aveva ed ebbe mille volte ragione, ed in cambio ne ricevette solo disprezzo. Ora che a giudizio dell’infallibile sciamano della tribù laica & democratica siamo alla vigilia di un nuovo 1922; ora che finalmente dopo quasi un ventennio di maldestri tentativi pure un povero pagliaccio come Berlusconi sta per diventare un dittatore fatto e finito; ora dunque non bisogna assolutamente ripetere l’errore di popolari e socialisti di allora, quando, stupidamente attaccati alla propria purezza identitaria, rifiutarono di far fronte comune contro la barbarie mussoliniana.
Apprendiamo allora dal prefetto della fede democratica che “Le persone politicamente mature” – così sono rinominati i cittadini responsabili e non più fessacchiotti che mentre con una mano vergano il proprio voto sulla scheda elettorale, con l’indice e il pollice dell’altra stringono la punta del loro delicato nasino -
“sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo.”
A noi popolani della libertà in fondo fa piacere che pure a sinistra si cominci a ragionare come normali esseri umani, ma fossi una pecorella del loro gregge drizzerei gli orecchi con particolare attenzione all’avvertimento lanciato dalla Pravda di Largo Fochetti. Chi non s’adeguasse infatti alle direttive del partito de La Repubblica sarebbe oggettivamente colpevole di frazionismo, di collaborazionismo col nemico e, in ultima analisi, un nemico del popolo; un atteggiamento solo nel migliore dei casi spiegabile con qualche forma subdola di turba mentale (con tutte le ovvie conseguenze del caso) giacché
“Aldo Schiavone ha scritto ieri che la polverizzazione del voto è frutto di un narcisismo patologico: per dimostrare la nobiltà e la purezza della propria scelta si getta nel secchio dei rifiuti la sovranità popolare.”
E per essere ancor più chiari cari scribacchini, artisti, filosofi e “anime belle” tutte, sappiate che oggi sono finite le vacanze, perché se è vero che
“l’analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra” il flagello purtroppo “non risparmia la sinistra.”
Anzi,
“per certi aspetti a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti.”
Capito cari compagni di viaggio o utili idioti che dir si voglia? Ecco una bella, classica e vivente lezione di mentalità comunista in pieno XXI secolo, la vera e grande anomalia italiana, tanto grande che a chiamarla ancora col suo nome s’alzano a sproposito torme di sopraccigli – non certo il mio né quello di tutte le persone sagge che non si fanno minimamente impressionare dagli schiamazzi delle gazzette della penisola – e tanto connaturata alla vostra fazione per cui voi manco ve ne accorgete, neanche ora che come da perfetta logica di partito, mille volte tristemente replicata nella storia miserabile dei trinariciuti, vi si accomuna nell’analfabetismo politico con i furfanti della destra. Perché, ça va sans dire, il male non può essere che geneticamente di destra. Sarebbe perfino spassoso, e antropologicamente interessante, se voi non continuaste a dormire il sonno degli ebeti, osservare questo vecchio e incorreggibile trombone, il nostro, o meglio il vostro vero Mikhail Suslov da ormai quattro decenni, scrivere panzane così irrimediabilmente plateali e oscene da condannare allo scherno chiunque ne fosse l’autore, se non fossero buttate giù da vero maestro della menzogna con la più distaccata e ipnotizzante serietà.
Nonostante la veneranda età, e col conforto, s’intende, di un parere medico qualificato, io sono del parere che tirare la barbetta e mollare qualche sonoro ceffone a mo’ d’esempio al più grande e sistematico divulgatore dell’antipolitica del dopoguerra sarebbe cosa assai utile all’educazione dei nostri concittadini. Io credo che in un quadro di civiltà certe provocazioni come questa:
“Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all’ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo.”
dovrebbero essere punite mandando l’asino dietro la lavagna. Scriveva un intelligente ed eroico reazionario come Augustin Cochin, all’inizio del secolo scorso:
“…un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alembert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata.”
Il gran maestro di cerimonie della setta de La Repubblica, il Grande Vecchio di questa generale opera di diffamazione della politica italiana, dai clerico-fascisti, corrotti e golpisti democristiani, ai ladri socialisti, ai corrotti, ladri e mafiosi berlusconiani, dall’epoca del centrosinistra in poi è stato proprio lui, il nostro immarcescibile Eugenio. Ha costretto l’Italia moderata alla scelta obbligata del primum vivere, ha ostacolato ogni modernizzazione del confronto politico, ha creato i suoi figli degeneri, dal celodurismo giustizialista dei dipietrini, allo sgangherato sanculottismo dei grillini, sui quali ora, come da copione, aleggia sinistramente l’accusa di trozkismo.
Che tristezza Eugenio!
Certe volte gli uomini hanno fantasie sorprendenti. Quel cochon di Mitterand (la cochonnerie era in verità il suo più grande talento) disse in un momento di felicità creativa che Margaret Thatcher aveva “le labbra di Marilyn Monroe e gli occhi di Caligola”. Non aveva neanche tutti i torti: ma solo uno specialista poteva avere il sangue freddo di isolare l’unica cosa attraente della Dama di Ferro. Non so se a questo punto la fantasia finì lì, o ebbe l’ardire di andare ben oltre i limiti dell’entente cordiale franco-britannica. E’ un segreto di stato, religiosamente custodito, un affare di primissima importanza, foriero di possibili conseguenze telluriche nei rapporti internazionali. Chissà cosa avrebbe detto Eugenio Scalfari se a pronunciare il bon mot di Tonton fosse stato il nostro bullo Berlusconi! Lo dico perché nella sua predicuzza domenicale non ha potuto fare a meno di rifilarci la cupezza esibita e frivola del laico tutto d’un pezzo quando parla di etica, fino ad invocare lo spirito di Pietro Scoppola. Per la chiesa di Eugenio, infatti, l’unico cattolico buono è quello triste come la morte:
Resta da parlare dei cattolici, della Chiesa e delle reazioni che questa vicenda ha suscitato. Se fosse ancora tra noi Pietro Scoppola intervenire su questo tema gli spetterebbe di diritto: si tratta di etica, un valore che coinvolge in modi diversi ma egualmente intensi sia il pensiero laico sia il mondo cattolico, con in più per quest’ultimo che l’etica è strettamente intrecciata al sentimento religioso e quindi impedisce il cinismo dell’indifferenza o almeno così dovrebbe.
Io li vedo strani, questi moralisti della religione laica. E spaventosamente frigidi anche quando si danno arie da volterriani. Moralità e felicità viaggiano su due piani distinti per costoro, come l’anima e il corpo, disperatamente. Avete presente i tipi lugubri alla Corrado Augias? Tengono salotto con l’aria da gelidi censori in quella sorta di Sinedri televisivi che sono i loro programmi, dove non vola una mosca, dove dopo un po’ viene meno perfino il respiro, e vi assale un bisogno insopprimibile di ruttare o scoreggiare, giusto per creare condizioni ambientali più favorevoli alla vita dell’uomo. Non vi corre un brivido giù per la schiena, quando loro e i loro inappuntabili ospiti, in obbedienza alle convenienze, non certo alla natura, per combattere la temperatura polare emanata dai loro augusti discorsi, si schermiscono con qualche sorrisetto?
Ma mandiamoli pure a quel paese, questi spaventapasseri tristi come la fame; e col conforto del nostro saggio amico, tanto per accompagnare il gesto con un tocco di kultura:
Io sono affatto esente da questo stato d’animo [la tristezza], e non l’amo e non ne faccio conto, sebbene ci sia messi ad onorarlo di particolare favore, come cosa assai pregevole. Se ne vestono la saggezza, la virtù, la coscienza: ornamento sciocco e mostruoso. Gli Italiani hanno più propriamente battezzato col suo nome la cattiveria, E’ infatti una qualità sempre dannosa, sempre folle, e, come qualità vile e bassa, gli Stoici la vogliono lontana dai saggi. (Michel de Montaigne, Saggi, Libro I, Capitolo II, Della Tristezza)
Oggettivamente
Segno dei tempi, ma saranno tempi dal fiato corto, torna “oggettivamente”, l’avverbio cult di una generazione di estremisti rossi, che negli anni settanta serviva immancabilmente a far quadrare il cerchio delle argomentazioni accusatorie negli avvisi pubblici di garanzia spediti dalla propaganda progressista ai segnati d’infamia, ossia a marchiare la selvaggina riservata alle doppiette dei brigatisti. A riportarla in auge – ufficialmente – non poteva essere che barbapapà Eugenio Scalfari, nel pieno di un attacco di giorgiobocchismo, la gotta dei Republicones di età veneranda, laici Mosè che ormai disperano di vedere la terra promessa liberata dai Berluscones. Strano e mostruoso vedere dei vecchi andare così grevemente per le spicce, proprio quando un corpo stagionatissimo ma non guasto nell’animo già dovrebbe pregustare la tonificante levità del suo posticino tra le nuvolette della patria celeste. Eccoti invece questa madeleine proustiana dal puzzo di ciclostile per i sopravvissuti degli anni formidabili:
Le parole del governo alimentano la loro rabbia. Il decreto dei tagli è offensivo. La Gelmini è oggettivamente offensiva. Maroni, che proclama denunce, è oggettivamente offensivo dove l’avverbio serve a sottolineare la stupidità dei comportamenti di fronte alla serietà dei problemi.
Avrebbe potuto scrivere in italiano: “stupidi e incapaci”. Invece no: “offensivo” serve a convogliare nel volgo l’idea dell’arbitrarietà e della violenza consapevole, in una parola “fascista”. Anche se Mariastella è talmente scema da non arrivarci, la sua è una stupidità colpevole, meritevole del patibolo mediatico. Per ora. Oggettivamente. (Sinceramente, a puro titolo personale e da un puro punto di vista estetico, penso che vedere il tenero collo del ministro offerto al boia, la graziosa testolina spiccata di netto, tra le grida belluine dei pantofolai democratici della nostra penisola, sarebbe estremamente accattivante: un quadretto che illustrerebbe per secoli le future Storie d’Italia. Senza contare l’indotto religioso generato da una Santa Mariastella Decollata così sexy, e il dono fecondo all’Arte di un soggetto imperituro, un San Sebastiano per incalliti eterosessuali.)
Ho già scritto una volta, e forse più d’una volta, che la sinistra italiana se vuole rinascere deve morire. Lo ripeto. E’ inutile cambiar nome se non si scende dal piedistallo giacobino. Se oggi Berlusconi “regna” la colpa è di questi enciclopedisti inaciditi, che hanno dichiarato una guerra ideologica ad un avversario politico, nel solco di una vecchia tradizione che però nel passato colpiva più subdolamente, rappresentandolo apertamente come un’anomalia da espellere dal corpo della nazione. Divenuto un outsider Berlusconi non poteva che vincere o essere distrutto. E’ anche per questo che il partito del Corriere della Sera per tre lustri gli ha preferito la sinistra, conscio che un appoggio dato all’outsider, nel caso di una sua sconfitta, avrebbe comportato la distruzione dei suoi sodali. Ma con le ultime elezioni Berlusconi ha vinto la guerra, quale che sia il suo futuro. E dalle parti di via Solferino hanno preso atto.
Oggi la sinistra ha perso il suo potere d’intimidazione sull’establishment economico-finanziario e si ritrova prigioniera di un radicalismo di massa minoritario e senza speranze. Le intemperanze verbali di Veltroni negli ultimi giorni, tratte a piene mani dal solito Corano antifascista, significano che essa è incapace di uscire dalla sua natura settaria, e che inconsapevolmente ha raccolto tutte le sue forze per chiudere la sua storia con uno spettacolare quanto voluttuoso naufragio.
Il Suslov del Partito Democratico
Al solito lungo e sciatto, l’ultimo editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica dimostra come, al di là delle cosmesi lessicali, lo spirito del giacobinismo pervada ancora profondamente la cultura della sinistra italiana. Verso la fine si lascia andare a considerazioni il cui tono intimidatorio ricorda i momenti più gloriosi della Pravda di Suslov:
Sono stupefatto delle reazioni scomposte del direttore di “Liberazione” e di Rossana Rossanda sul “Manifesto” contro il decreto e contro il sindaco di Roma che l’ha chiesto con doverosa perentorietà. “Fa schifo, è un documento fascista” ha scritto Rossanda. E Sansonetti: “Con la destra fascista sono disposto a discutere, con Veltroni no”. Queste non sono legittime e motivate manifestazioni di dissenso, ma insulti emotivi che derivano da una totale misconoscenza della situazione e dei pericoli gravi che essa comporta. [...] Vedremo alla prova come si comporteranno le forze politiche. Quelle di sinistra estrema e quelle dell’opposizione. Hanno esordito tutte e due male. L’opposizione ha addirittura aizzato lo squadrismo anche attraverso i titoli e i testi dei giornali berlusconiani. Non si comportano così le persone che hanno a cuore gli interessi del paese, specie se rivestono incarichi pubblici rappresentativi. Hanno tempo e occasione per ravvedersi e ci auguriamo vivamente che lo facciano.
Se si tiene in mente il titolo di questo editoriale, “Delinquenti o squadristi, tolleranza zero”, abbiamo qui un perfetto esempio della mentalità dell’uomo di Partito, quando questo coincida con lo Stato e con il Potere. Infatti non diversamente hanno parlato, a loro tempo, i Prefetti della Fede Marxista di quei partiti comunisti che nel secolo passato distinguevano fra un nemico esterno, i fascisti, e un nemico interno, i “frazionisti”, molto spesso “trozkisti”; questi ultimi, naturalmente, “oggettivamente” colpevoli di collaborazione col nemico. E in più in questo caso i primi, i fascisti berlusconiani, “oggettivamente” mandanti degli squadristi, e i secondi “oggettivamente” complici dei delinquenti. Nel mezzo stanno il Partito, oggi quello “Democratico”, e il suo Leader senza macchia, ai quali non si può rimproverare alcuna mancanza. Così, per il Profeta della sinistra democratica italiana, nel XXI secolo, se la realtà è brutta, è colpa ancora una volta di oscuri Sabotatori. I quali non si illudano: non sfuggiranno agli artigli della giustizia rivoluzionaria, e democratica.





