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Bersani il populista
«Proprio perché Monti può essere ancora utile, sarebbe meglio che restasse fuori dalla contesa», ha detto l’altro giorno Bersani. Non è la prima volta che nei confronti di Monti usa un linguaggio da bulletto, da padrone che non deve alzare la voce per farsi obbedire, un linguaggio da bolscevico insomma, ma chissà perché Monti non se ne adonta mai, né la grande stampa censura il segretario PD, come invece fa con implacabile e farisaica seriosità coi cialtroni di «destra» quando mettono il Salvatore in questione. Eppure mai come nell’anno del Monte Bersani (e i suoi luogotenenti) e Berlusconi sono apparsi così vicini sui temi della politica economica e dell’Europa. Infatti penso che il grande Silvio – al quale in questo momento difficile voglio ribadire un sostegno degno di uno che appartiene con pieno merito alla nobile schiatta dei suoi servi e lacchè – penso che il magnifico Silvio, dunque, su queste materie abbia detto un sacco di corbellerie. Comunque, leggete sotto e trovate un po’ la differenza:
«Adesso bisogna che l’Europa agisca collettivamente: l’Italia non affonderà l’Europa, ma sia chiaro che l’Europa di Merkel e Sarkozy non può farci affondare tutti». Lo dice Pier Luigi Bersani a Sky Tg24. «Noi dobbiamo avere una posizione nazionale in Europa e dire che noi siamo pronti a fare riforme, andremo avanti nel cambiamento, ma noi manovre non ne facciamo più perché non si può chiedere di più a un Paese che raggiunge il 5 per cento di avanzo primario l’anno». (www.adnkronos.com/ign 3 gennaio 2012)
«Di questo passo, quindi, rischia perfino la Germania. Si dia qualche regolata, allora, in modo tale che, quando si arriva ai vertici, si arrivi a qualche decisione». Trilaterale Monti, Merkel, Sarkozy; Eurogruppo; Consiglio europeo. Di qui alla fine di gennaio sono molte le occasioni per “stringere”. E Berlino «deve mollare, deve dare una mano a fare girare un po’ d’economia se non vuole che vada sotto anche lei». E deve sconfiggere quel pregiudizio che circola nella sua opinione pubblica. «Loro che con l’euro altroché se ci hanno guadagnato; sono convinti invece che ci hanno rimesso», commenta Bersani. (www.unità.it, 8 gennaio 2012)
Pier Luigi Bersani cosa vorrebbe che il premier Monti dicesse ad Angela Merkel, in visita a Roma? «Con la diplomazia e con il buon inglese del nostro presidente del consiglio vorrei che si lanciasse un messaggio garbato ma comprensibile: condividiamo un’esigenza di rigore ma se facciamo solo rigore andiamo contro un muro. Direi alla Merkel che l’idea che ognuno si salva da solo non è vera, non è stata vera neanche per la Germania perché l’euro nacque dal dopo Muro, in un patto non solo economico ma strategico e politico. Quel patto prevedeva l’unificazione e la moneta comune, per noi il patto è ancora quello» (www.unita.it, 16 febbraio 2012)
«Non so quanto ci sia di tattico, certo è una posizione negativa quella della cancelliera Merkel sugli eurobond. Non sono i soli strumenti a disposizione ma serve uno strumento per mutualizzare il debito altrimenti difficilmente possiamo affrontare il futuro». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, a margine della scuola di formazione politica del Pd. «La posizione della Merkel non è quella dell’Spd e mi auguro che dal Governo italiano arrivi una parola forte perché se continuiamo così sono guai». (www.unita.it 11 maggio 2012)
«Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli che ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare. (…) È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro. (…) Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.» (www.huffingtonpost.it, intervista a Stefano Fassina, 10 dicembre 2012)
Attenti al mantra della crescita
Il mantra della crescita è oggi intonato da tutti per un semplice motivo: non dice tutto e quindi non impegna. L’insistenza sulla “crescita” è stato uno dei motivi che ha accompagnato il sorgere del baraccone delle bolle prima del collasso strutturale che sta travolgendo l’economia dei paesi occidentali e del Giappone. Se fosse vero che la crescita «del Pil» è tutto, com’è possibile che gli Stati Uniti, che per anni e anni vedevano il Pil aumentare al ritmo per noi frustrante e quasi arcano del tre o del quattro per cento, si trovino ora in una situazione molto “italiana”, tra stagnazione, disoccupazione al 10% e debito pubblico al 100% del Pil? E’ inutile dolersi di una resa dei conti che prima o dopo doveva metter fine all’inganno di una crescita malata, fondata su debiti “privati” sui quali però in qualche modo gli stati apponevano la loro firma, tanto che alla fine della commedia li hanno fatti propri, incrementando a dismisura i debiti pubblici. Il “capitalismo selvaggio”, che è la libera economia orbata dalla mano politica dei suoi freni naturali, e la “finanziarizzazione” dell’economia nascono sotto l’ala dello stato: una decente economia “di mercato” avrebbe segnalato i guasti molto prima e molto prima avrebbe spento la potenza di fuoco degli “speculatori”. Non è stato, quello di questi anni, il fallimento dell’economia “di mercato”: solo la forza dello stato può promuovere e farsi garante di una condotta antieconomica, generalizzata e continuata, nei suoi fondamenti: o attraverso la spesa pubblica e il welfare, o attraverso una politica monetaria “ideologicamente” espansiva delle banche centrali. Lo stanco Occidente, invece di scegliere la stretta via della rettitudine e del buon senso che porta alla formazione del risparmio e del capitale, da una parte – chi più chi meno – ha continuato a percorrere, con più accortezza ma sempre più affannosamente, la larga via dello stato assistenziale; dall’altra – chi più chi meno – ha optato per la larga via del denaro a costo zero per tutti, e questa corsa all’El Dorado è stata fatta passare per “liberalismo” economico, quando invece era sempre la mano paternalista dello stato ad affidare al “consumatore”, facendosi garante di tale scempiaggine, il compito di “far girare l’economia” come un criceto nella ruota: ossia di smettere di risparmiare per indebitarsi per case, automobili e vacanze, per divorare a più non posso beni di consumo; insomma per buttare via tutti i soldi nella spesa improduttiva. Un ciclo infernale di stimoli ed incentivi, incentivi e stimoli, che ha sostituito il naturale funzionamento dell’economia.
In questo contesto si capisce perché l’Italia, in mancanza di strenue virtù e ferree volontà, non cresca da vent’anni: con un debito al 120% del Pil aveva esaurito le cartucce per tutti i trucchi. Ed ora, non solo per essa, è giunto il momento di far sul serio. L’Italia ha una fortuna che si è meritata grazie al demerito degli altri: il mostro del suo debito pubblico è ormai accompagnato da mostricciatoli che ingrandiscono a vista d’occhio e che non la fanno sentire più sola nella vergogna. E “l’atterraggio” italiano delle economie dei paesi occidentali non è stato ancora completato. Persino nella pimpante Germania il debito pubblico ha superato da tempo a grandi passi la soglia dell’ottanta per cento del Pil, e se è comprensibile che i contribuenti tedeschi non ne vogliano proprio sapere di “salvare” la Grecia, sarebbe ancor meglio che questa loro ostentata mezza virtù diventasse una virtù tutta intera e si accollassero in esclusiva l’onere e l’onore di salvare gli istituti di credito tedeschi impelagati nel paese mediterraneo. A ben guardare anche il paese dei crucchi non gode di una salute di ferro. Non saranno gli annunci drammatici a “salvare” l’Italia dal fuoco della “speculazione” e dal naufragio solitario. Sarà un quadro complessivo di debolezza uniforme che s’imporrà agli occhi di tutti, speculatori compresi.
Il dramma di questi giorni ha anche il suo lato comico. Dalle parti sociali, da mezzo secolo patrocinatrici della mummificazione italica, che chiedono al governo una scossa riformatrice senza dire una sola parola su dove far scorrere il sangue, oltre che su quegli scandalosi costi della politica che nel bilancio della nazione non contano un piffero, o su quelle inutili province sulla sorte dei cui dipendenti si tace però religiosamente; al nostro inimitabile Berlusca, che convocato con urgenza per via telefonica al tavolo dei grandi d’Europa, convoca immantinente il popolo italiano in televisione, per dirgli di aver convocato con urgenza per via telefonica i grandi d’Europa allo scopo di spronarli a darsi una mossa e per comunicare a quei posapiano la decisione del governo italiano di anticipare il pareggio di bilancio al 2013, la sua volontà di modificare la Costituzione in materia di liberalizzazioni e sull’obbligo del pareggio del bilancio – sacro come i vincoli di Maastricht su cui tutta l’Europa giurò, suppongo – e di mettere mano alla normativa vigente sul mercato del lavoro; alla Camusso e ai tribuni dell’opposizione che al solo sentire questi propositi d’intenti ancor vaghi sono venuti i capelli dritti in testa nel timore che il Berlusca nella disperazione possa far sul serio: un’altra dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che dai guai l’Italia può uscire solo con questa maggioranza, piaccia o non piaccia – l’opposizione non avrebbe nemmeno, tremontianamente, “tenuto duro” – senza contare il valore aggiunto, altissimo, essenziale, di un processo democratico non violentato da colpi di mano.
Che nel breve-medio termine la spinta dovuta a liberalizzazioni, dismissioni del patrimonio pubblico, tagli prudenti ma progressivi della tassazione, innalzamento dell’età pensionabile, possa contrastare con successo gli effetti recessivi della necessaria e benedetta minor propensione delle famiglie ai consumi, dei tagli allo stato sociale e alla pletora dell’impiego pubblico, riuscendo nel contempo a rosicchiare qualcosa al monte del debito pubblico, mi sembra arduo. Il sentiero è stretto e andrà percorso con costanza. In un quadro simile un modesto segno + agli effetti puramente contabili del Pil sarebbe già una vittoria: sarebbe tutta roba autentica.
Guerra per futili motivi
Sui disordini in Bahrein è calato il silenzio: se si torna a parlare dell’arcipelago è solo a proposito di Formula Uno, o per il fatto che il principe ereditario Salman, molto afflitto, non ha potuto esibire la sua augusta presenza alle nozze dei suoi amici Kate e William. In fondo è comprensibile: il Bahrein è un castelletto in mezzo al petrolio dove tra famiglia regnante, famigli e sudditi si arriva appena ad un milione di abitanti; roccaforte islamico-tradizionalista, è però considerato un avamposto occidentale, vista la sua politica estera dominata dai timori nei confronti dell’ingombrante vicino iraniano, la cui influenza sulla maggioranza sciita in Bahrein non si sa bene ancora quale ruolo abbia giocato nelle insorgenze “democratiche” dei mesi scorsi; senza contare, infine, che il Bahrein ospita una base navale statunitense. Anche sui tumulti nello Yemen è calato il silenzio: le schermaglie sanguinose tra i filo-governativi e le opposizioni tuttavia proseguono senza che si arrivi ad un accordo per la gestione della transizione dal regime del presidente Saleh ad uno più “democratico”. Allo Yemen son rimaste solo le gocce di tutto il petrolio che ha inondato il sottosuolo dei paesi del golfo. Paese arcaico, ricco di pittoresche vestigia storiche, non è però né uno staterello né un deserto di sabbia: è grande come la Francia e conta la bellezza di una trentina di milioni di abitanti. Essendo poverissimi, infatti, gli yemeniti si moltiplicano come conigli, detto con tutto il rispetto dovuto ai popoli gagliardi. Ed il paese gode anche di una posizione geografica interessantissima, posto com’è all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, là dove la penisola arabica quasi si tocca con il Corno d’Africa, e il golfo di Aden apre la via verso l’Asia profonda. Non è invece calato il silenzio sui fermenti democratici che stanno scuotendo la Siria, dove il numero delle vittime della repressione del regime di Bashar El Assad sta ormai avvinandosi al migliaio. In compenso, a parte le chiacchiere, nessuno si muove per fermare il bagno di sangue. Il tutto mentre in Egitto la rivoluzione “democratica” comincia davvero a mostrare il suo lato sinistro, se il ministro della giustizia apre alla possibilità di una condanna a morte per quel Hosni Mubarak che per gli standard medio-orientali è stato niente di più che un moderato autocrate, e per l’Occidente e Israele un interlocutore ragionevole, se non provvidenziale.
Su questi fronti, tutti delicati, l’Europa e gli Stati Uniti fondamentalmente sono stati a guardare, vuoi per prudenza, per saggezza, o per viltà. Mentre hanno finito per infognarsi in una guerricciola personale e poco decorosa contro Gheddafi. Il motivo non è difficile da individuare: il Raìs ha pagato i lunghi anni del suo progressivo – e fruttuoso, da ambo le parti – armistizio con l’Occidente con l’isolamento nel mondo arabo, in quello “moderato” a causa del passato, in quello “estremista” a causa del presente. Toccato in maniera non troppo profonda dalle rivendicazioni democratiche, il regime libico è stato considerato una preda facile – in parte per la sua forza intrinseca, in parte perché l’isolamento del regime limitava la potenzialità destabilizzante sullo scacchiere internazionale di un intervento militare occidentale – da chi voleva regolare qualche conto, sfoggiare un bel trofeo in casa propria ed estendere la sua influenza nella regione. Un peccato di gola, travestito da ragioni umanitarie. A mettere in risalto l’imprudenza e la faciloneria con sui ci si è imbarcati in quest’impresa basta pensare alle plateali contraddizioni della propaganda messa in atto per giustificare l’intervento: da una parte la retorica piagnona sullo “sterminatore del proprio popolo”, intonata senza che le piazze facessero in tempo a tingersi di sangue, e dall’altra l’immediato, simpatetico ma ingenuo utilizzo delle parole “insorti” e “ribelli”, mai usate nel caso delle altre insorgenze “democratiche”; parole che fanno parte della tipica terminologia bellica, alla quale non si vede perché il regime di Gheddafi non dovesse rispondere a tono.
Il colpaccio non è riuscito. Com’era prevedibile, neanche l’applicazione in termini super-estensivi della no-fly zone ha sbloccato la situazione dal punto di vista militare. La guerra di Libia si sta trasformando allora in una caccia all’uomo, nel nome dei diritti umani. E’ una verità che Vittorio Feltri ha sparato sulla prima pagina di Libero con un titolo ad effetto: “Uccidetelo e che sia finita”; che non si capisce dove sia scioccante visto che sintetizza in maniera brutale il non detto di certe surreali analisi, nel tono soprattutto, apparse ultimamente sui grandi quotidiani della penisola. Comunque vada a finire, sarà una pagina nera.
Anche perché non è affatto detto che vada a finire in “gloria”: l’insofferenza russa cresce ogni giorno di più. Il ministero degli esteri ha fatto sapere che gli attacchi della NATO costituiscono un uso della forza “sproporzionato”, eccedente il mandato dell’ONU, tanto da far nascere ragionevoli sospetti che essi siano mirati alla “distruzione” del leader libico e della sua famiglia; ed ha ripetuto che la Russia chiede un immediato cessate il fuoco in vista di una soluzione politica del conflitto. Qui sta l’inghippo non previsto: l’irrompere nella vicenda di potenti terzi incomodi.
La meglio politica estera. Quella di Berlusconi.
Con il crollo del paradiso sovietico molti avevano profetizzato l’obsolescenza della NATO e l’avvento di un mondo multipolare nel quale ogni stato si sarebbe mosso in base ai propri “interessi”. Quest’idea è figlia di un troppo compiaciuto realismo, sia da parte dei protagonisti della politica estera sia da parte degli osservatori: è quindi errata ed in ultima analisi superficiale.
Il nichilismo della politica degli “interessi” è ottuso. Il mondo non si misura solo con grandezze territoriali, demografiche o economiche. Esso poggia su fondamenta sotterranee, non eterne ma profonde, di ordine culturale e religioso, che in qualche modo lo strutturano. In questo quadro, la Russia non è propriamente l’Europa, ma rimane una proiezione slava dell’Europa cristiana, come le Americhe ne sono una proiezione latina ed anglosassone.
Con il crollo del paradiso sovietico molti altri per converso avevano profetizzato per l’Onu un ruolo accresciuto di arbitrato mondiale, preludio ad una democrazia universale one country/one vote. Quest’idea è figlia di un’idea messianica della democrazia, una versione aggiornata del sol dell’avvenire, fondamentalmente materialista, che rifiuta la storia e non rispetta le dimensioni spaziali e temporali sotto la cui schiavitù l’uomo è condannato a vivere su questa terra. Di essa si abbeverano gli infiniti cretini della “democrazia compiuta”, ben conosciuti nel nostro paese.
Il nichilismo dell’ideologia democratica è ottuso. Da quando l’etichetta comunista le si è scollata malinconicamente di dosso, la Russia è divenuta il catalizzatore di tutti gli strali dell’intellighenzia progressista, e anche di quelli dell’intellighenzia neocon con un passato rosseggiante, segno della resistenza di certe malattie. Costoro, che dormivano della grossa ai tempi degli arcipelaghi gulag, ora non perdonano niente alla Russia di Putin, che trovano troppo autoritaria per i loro gusti salottieri: sai che scoperta, in un immenso impero mezzo spopolato, con gli occhi a San Pietroburgo e i piedi a Sachalin e nella Kamčatka, un bestione che viene da secoli di zarismo e settant’anni di comunismo cui tenere le briglie.
Ragion per cui, in barba a questi due opposti estremismi, l’ “Occidente”, inteso non come entità metafisica ma come realtà spazio-temporale cangiante, vivente e strutturante, non è “sparito”. Ma se la linea di confine che lo delimitava tagliando in due l’Europa è fortunatamente scomparsa, essa non si è spostata sui confini russo-baltici, russo-polacchi, russo-ucraini o russo-georgiani; il nuovo limes sta piuttosto sulle rive siberiane dell’Amur, a sud del quale agisce la forza fenomenale e potenzialmente destabilizzante di miliardi di asiatici che escono dalla povertà, che assumerà ben presto le forme dell’aggressività politica, se quest’ultima farà da cassa di compensazione degli squilibri interni. Questo spiega perché, nonostante le paure di ieri contro l’Unione Sovietica e quelle ataviche contro l’Impero Russo degli ex paesi dell’Est, l’isterica insistenza per l’inutile, al momento, entrata nella Nato di Ucraina e Georgia, il coccolato avventurismo dei Saakashvili, e il retaggio delle diffidenze antirusse e antiamericane, l’avvicinamento e la collaborazione russo-americana-europea stia nella stessa forza delle cose, come indicano gli ultimi sviluppi della politica internazionale. Toccherà a Washington leggere con attenzione questo sviluppo e assumerne la naturale leadership. A lungo andare lo farà, col tacito consenso persino della Russia putiniana.
E’ un merito del nostro Caimano aver letto prima di altri dentro questa dinamica mondiale. Con l’ampio credito guadagnatosi per anni a Washington con l’eloquenza dei fatti si è pagato la disinvoltura delle sue pacche sulle spalle con Putin, Medvedev e il beduino nostro vicino. E’ riuscito a fare i nostri “interessi” rimanendo nel quadro delle alleanze strategiche. In breve, ha dato all’Italia una politica estera. E nonostante i malumori l’ha avuta vinta, a riprova che essa si fonda sui fatti, non sul gossip dei rappresentanti diplomatici. Il bizantinismo della politica estera italiana era piuttosto quello di Andreotti: per la società civile, specie per quella dei lettori di Repubblica, e in buona parte proprio per quella politica estera, era un vero beniamino negli anni ottanta, l’unico che si salvava nelle compagini governative craxiane. Ma questo, more solito, e triste, l’hanno puntualmente sbianchettato dalla loro coscienza repubblicana.
L’equivoco ucraino
La delusione intrisa di rassegnazione manifestata in Occidente per la vittoria di Viktor Yanukovich nelle elezioni presidenziali in Ucraina è eccessiva. Come eccessivo fu l’entusiasmo che accompagnò qualche anno fa la Rivoluzione Arancione che portò al potere la coalizione del filo-occidentale Yushchenko. Derivano ambedue dall’errata percezione della realtà ucraina e dall’immagine che di essa i media in tutti questi anni hanno veicolato nell’opinione pubblica. L’Ucraina non è uno dei tanti stati dell’Europa Orientale, dalla secolare storia nazionale, che si sono sottratti dopo quarant’anni alla cattività sovietica; non è neanche paragonabile a quei piccoli stati baltici o caucasici, non slavi e dal profilo etnoculturale ben differente, caduti quasi senza soluzione di continuità nel passato nelle grinfie dell’enorme orso prima zarista e poi comunista. L’indipendenza ucraina, così come quella bielorussa, fu possibile soltanto a causa dello stato di debolezza quasi mortale in cui versava la Russia nel momento del disfacimento dell’Unione Sovietica. Perso senza troppe lacrime il pancione turco-asiatico mai veramente russificato, persi gli stati baltici e quelli caucasici più importanti, è assai improbabile però che la Russia appena un po’ meno malferma sulle gambe di qualche anno dopo avrebbe accettato la separazione dalle due nazioni “sorelle” senza quasi muovere un dito. D’altra parte, se la Bielorussia del caudillo slavo Lukashenko non ha mai fatto mostra di voler far parte del consesso politico europeo, anche l’europeismo ostentato da una parte della classe politica ucraina, incoraggiato abbastanza incoscientemente dalla retorica “democratica” occidentale, si è dimostrato una forzatura storica.
L’Ucraina fu la culla della civiltà russa: la Rus’ di Kiev. Più di mille anni fa Kiev era una delle tante fortezze che i Variaghi (i Vichinghi che rivolsero la loro attenzione verso Est: quelli che si diressero a Ovest diventarono i “Normanni”) usavano nelle loro imprese commerciali e piratesche lungo la via d’acqua reticolare, formata dai grandi fiumi della Russia europea, che metteva in comunicazione la regione baltico-orientale coi territori dell’Impero Bizantino. Furono anche degli apprezzatissimi mercenari: la “Guardia Variaga” divenne di lì a poco un corpo di pretoriani al servizio dell’Imperatore bizantino. Sembra – sembra – che fossero chiamati Rus’ dalle genti slave; e il fatto sarebbe confermato dagli Arabi, che chiamavano appunto “russi” le genti del nord – ma non è detto che fossero scandinave – con le quali venivano a contatto. (Si è fatta l’ipotesi che il diffusissimo e tipicamente meridionale cognome “Russo” sia legato al fatto che gli Arabi riconoscessero nei Normanni che li scacciarono dalla Sicilia i “russi” di cui sopra). Il nucleo dello stato russo fu dunque fondato da un’aristocrazia di ceppo germanico, che comunque ben presto si sciolse nell’elemento slavo. Da Constantinopoli arrivò la religione ortodossa e dalla cultura bizantina la nuova civiltà russa ricevette nelle arti figurative e nell’architettura un’impronta mai veramente abbandonata. Devastata dalle invasioni mongole, caduta sotto l’influenza polacco-lituana, l’Ucraina è stata poi per secoli parte integrante dell’Impero Russo, pur conservando quei tratti caratteristici che fanno d’altra parte da sfondo a tante opere della letteratura e della musica propriamente “russa”. Un “padre” della letteratura russa come Gogol’ era ucraino; fu molto legato alla sua terra, cui dedicò ricerche storiografiche, e molti dei suoi racconti. Compositori come Tchaikovsky o Rimski Korsakov vi ambientarono alcune delle loro opere liriche. La lingua ucraina, certo anche per ragioni non nobilissime (nel 1863 si arrivò a proibirne l’uso nella stampa), fu comunemente detta “piccolo russo”, per distinguerla dal “grande russo”, ossia il russo propriamente detto, e dal “russo bianco”, ossia il bielorusso. Tutto questo senza contare che oggi è russofono circa un terzo della popolazione, concentrato nelle zone ad est del Dnjepr, il grande fiume che divide in due il paese, e in Crimea.
Forse ai grandi strateghi moderni della politica internazionale, che dimostrano tanta fiducia nei poteri taumaturgici della democrazia, superiore forse anche a quella degli antichi per i miracoli del dispotismo, un po’ di cultura non farebbe male. Dopo che l’Europa ha potuto ritrovare e consolidare i suoi confini per così dire naturali, non è stata una grande idea concentrare le tensioni, e con così scarsa sensibilità, su un fronte, quello russo-europeo, che in un quadro mondiale segnato dalle convulsioni islamiche e dall’emergere di nuove potenze dalla demografia a nove zeri, extra-europee ed extra-occidentali, rischia di diventare secondario se non obsoleto. Tanto per dire, la Russia attuale, la cui consistenza territoriale quasi sgomenta, ha più o meno gli stessi abitanti del Bangla Desh, di cui è 120 volte più grande. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla semifallimentare politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso solo per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. E così l’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte, trionfando senza nemmeno troppo forzare. Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il solo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi. La vittoria di Yanukovich è anche la punizione di questo velleitarismo. Ma non è una tragedia.
Piccole Jugoslavie crescono (di numero) (2)
[A circa un anno di distanza dalla prima, ecco una seconda puntata di considerazioni sul futuro della ex-Jugoslavia. Come per la prima non c'è niente di preordinato: ho solo assemblato i miei commenti ad un articolo apparso sul sito Libertiamo.it, qualche mese fa ormai, che fra l'altro rieccheggiano quanto già scritto in precedenza.]
Se il caos post-jugoslavo è grande, la sostanza del problema non è difficile da identificare, anche se purtroppo non così la soluzione. Il problema è che, riconosciute Slovenia a Croazia, messe a tacere le armi, sconfitto il regime di Milosevic, la comunità internazionale se ne è lavate elegantemente le mani, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia e poi il Kosovo, in omaggio alla retorica democratica-illuministica, niente altro che quattro piccole Jugoslavie; le quali, essendo stavolta dotate di un certificato “democratico” con tutti i timbri e le firme al loro posto, avrebbero dovuto misteriosamente superare in bellezza ogni problema derivante dalle minoranze o dalle differenze etnico-linguistico-religiose. Il congelamento della situazione avrebbe dovuto invece servire per cominciare a “trattare” veramente, il che significa niente altro che parlare di spartizioni territoriali, allo scopo di creare entità statali sufficientemente omogenee. Il lavoro “sporco” purtroppo l’aveva già fatto in parte la guerra. La Bosnia, coi suoi Serbi, Croati e “Bosgnacchi” è veramente una Jugoslavia in miniatura e il suo destino simile. Questi popoli, insieme coi Montenegrini, nonostante le numerosi varianti e gli alfabeti a volte diversi, parlano al 95% la stessa lingua: o si fondono definitivamente o si dividono lungo linee di confine ragionevoli e solide. Siccome la fusione allo stato attuale sembra una chimera, l’unica soluzione realistica è questa: unione della Erzegovina croata e della Bosnia “bosgnacca” con la Croazia; unione della Repubblica Srpska, del Montenegro e di una piccola parte del Kosovo con la Serbia. Grande Serbia e Grande Croazia? In parte sì, ma teniamo conto che parliamo sempre di stati che territorialmente e soprattutto demograficamente resteranno piuttosto piccoli. La Croazia avrebbe il problema di una minoranza “musulmana” (metto tra virgolette perché si tratta pur sempre di una entità culturale profondamente europeizzata); d’altro canto queste acquisizioni territoriali darebbero maggior “corpo” all’attuale sbrindellatissima geografia croata. Il Montenegro oltre ad avere appena 600.000 abitanti, come una provincia italiana, è abitato da gente che in gran parte è difficilmente distinguibile da quella serba. Uno stato “musulmano” in Bosnia oltre che “pericoloso”, sarebbe pure quello ridicolmente piccolo. La Macedonia (due milioni di abitanti) è divisa tra macedoni (che parlano una lingua “bulgara”) e albanesi che abitano i territori vicini al confine con l’Albania. Io non vedo altra soluzione, anche qui, che la spartizione territoriale in cui una piccola parte del territorio si riunisce all’Albania e il resto si riunisce alla Bulgaria. Lo spauracchio della Grande Albania (Albania, parte del Kosovo, parte della Macedonia) fa ridere, vista la consistenza territoriale e demografica complessiva. La soluzione avrebbe anche l’avallo della Grecia che per questioni culturali di Macedonie fuori dai confini ellenici non vuole sentire parlare: la “Macedonia slava”, pur mantenendo il nome, diverrebbe una regione bulgara. Quando si segnano dei confini territoriali comprendenti aree etnicamente diversificate, specie nell’era moderna, dominata dalle pesantissime e pervasive infrastrutture burocratiche degli stati nazionali, si arriva spesso alla guerra civile oppure piano piano le etnie meno numerose tendono a scomparire o essere marginalizzate, diventando veramente delle “minoranze”. La Svizzera o il Belgio sono eccezioni; e tuttavia, anche oggi, nel cuore dell’Europa occidentale e democratica, in Belgio, i problemi etnico-linguistici sono tutt’altro che superati; anzi, stanno peggiorando a vista d’occhio. Lei, che dal nome suppongo essere di etnia ungherese (è antipatico usare sempre questa parola, etnia, lo so) [in realtà il cognome magiaro dell'Autrice dell'articolo è quello da sposata] dovrebbe saperlo. Ancora un secolo fa la Transilvania era mezzo ungherese. Città oggi site in Romania, non molto lontano dal confine dell’attuale Ungheria, come Arad, Oradea, Satu Mare, in parte la stessa Timisoara, erano importanti realtà urbane magiare abitate in gran parte da magiari. Oggi sono quasi completamente romene. Lo so che soluzioni del genere potrebbero dare la stura ad un mare di rivendicazioni in giro per il mondo. In primo luogo penso alla Moldavia, dove d’altro canto la sua riunione con la Romania e la secessione dei territori slavi oltre il Dnjestr è solo questione di tempo. Ma se non sarà la diplomazia internazionale a prendere in mano le cose, naturalmente con la sapienza e il tatto necessario, senza aver l’aria d’imporre dall’esterno, piuttosto facendo pressione sulle parti interessate, ed avendo chiaro in mente il disegno finale a lungo termine, non per questo le ferite aperte del sud-est europeo guariranno da sole per miracolo. Molto più probabilmente succederà il contrario. (Zamax, 26 ottobre 2009, 18:48)
E’ ovvio che il quadro da me tracciato è sommario e schematico. Da molte parti, e certamente da parte dei “nazionalisti” bulgari, il macedone è considerato né più né meno che un dialetto bulgaro. Che i macedoni rifiutino di essere assimilati sia dai bulgari sia dai serbi, lo posso capire. E posso capire che il dilemma abbia sua tragicità. Tuttavia, nel mondo reale dove tutto è relativo e per quanto riguarda confini e patrie non c’è in realtà niente di sacro e assoluto, prima o dopo bisogna pur decidere. Se da una parte l’arbitrio della forza è inaccettabile, dall’altra parte sotto le spoglie della “molta prudenza e della professionalità” non si nasconde magari il desiderio di alimentare fino al parossismo il culto della propria identità? E non conduce questa “molta prudenza e professionalità” alla fine ad un perfetto immobilismo? In base a questa logica in Italia dovremmo avere almeno una decina di stati. Lo dice uno che è veneto e parla ogni giorno dialetto. (Zamax. 27 ottobre 2009, 13:20)
Faccio poi notare che la Macedonia attualmente è un piccolo stato di appena due milioni di abitanti. Si potrebbe dire che la Slovenia ha una consistenza simile. Ma quest’ultima è una nazione omogenea, ben caratterizzata, con solo una piccola questione di confine con la Croazia pendente. In Macedonia su due milioni di persone, mezzo milione circa è albanese. Più altre piccole minoranze. La comunità internazionale ha creduto suo dovere benedire questo stato di cose che somiglia molto ad una bomba ad orologeria. Io non lo trovo ragionevole. Non sono pregiudizialmente contro ad uno stato macedone, pur non avendo simpatie per gli stati esageratamente mignon. Questa “Macedonia” mi sembra una follia. (Zamax, 27 ottobre 2009, 13:59)
(@ Branko) Lei è macedone e ha il suo amor proprio ed è ottimista. Non è la prima volta che sento dire che la diversità etnica, culturale, linguistica (”originaria” per così dire, non dovuta a fenomeni di immigrazione come nel mondo occidentale) è un tratto caratteristico e fondante (è questo, se ben capisco, che vuol dire) di una certa comunità. Che noi allevati da secoli all’idea degli stati nazionali non saremmo bene in grado di concepire. Ne ho sentito parlare anche a proposito della Bosnia. Ho letto pure i romanzi di Ivo Andrić che sono eloquenti al riguardo. E’ una cosa che avevo presente. E’ per questo che ho scritto: “Quando si segnano dei confini territoriali comprendenti aree etnicamente diversificate, specie nell’era moderna, dominata dalle pesantissime e pervasive infrastrutture burocratiche degli stati nazionali, si arriva spesso alla guerra civile oppure piano piano le etnie meno numerose tendono a scomparire o essere marginalizzate, diventando veramente delle “minoranze”. E’ sicuro che la “democrazia moderna” sia tanto elastica e favorevole alla compresenza di tante etnie e lingue differenti? L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. E quindi ha bisogno di classificare e identificare bene l’individuo. E magari poi è proprio in base a questa classificazione, a questa involontaria irreggimentazione, che le istanze democratiche cercano di farsi largo. In tempi di aristocrazia c’era sicuramente in generale meno libertà per l’inviduo, ma le maglie dello stato erano molto più larghe ed elastiche per i gruppi: popolazioni diverse convivevano abbastanza facilmente. L’Impero Asburgico ha cominciato a crollare proprio con l’avvento della democrazia. L’India descritta da Kipling era un mosaico incredibile di popoli, lingue e religioni differenti che proprio nell’informalità di uno stato “primitivo”, per così dire, trovavano un misterioso equilibrio. E’ con l’occidentalizzazione e la democrazia che l’India ha conosciuto feroci spaccature, che si è divisa nell’India propriamente detta, nel Pakistan, nel Bangla Desh e in Ceylon. Senza voler fare l’uccello del malaugurio per la sua patria, mi permetta però di essere pessimista relativamente alla stabilità di una Macedonia come quella attuale. (Zamax, 27 ottobre 2009, 20:11)
(@ Branko) Riassumendo e poi chiudo:
1) La Macedonia ha problemi con la Bulgaria che non ne riconosce ufficialmente la lingua (La Bulgaria fu, mi pare, il primo o tra i primi paesi a riconoscere l’indipendenza della Macedonia; naturalmente col desiderio segreto di annetterla in seguito).
2) La Macedonia ha problemi con la Grecia che non ne riconosce il nome (pretesa – quella greca – a dire il vero quasi insostenibile).
3) La Macedonia ha problemi con l’Albania che non perde l’occasione di mettere il naso nei suoi affari interni (vedi il caso della “Nuova Enciclopedia Macedone” che ha inviperito alcuni settori dell’opinione pubblica albanese di Macedonia).
4) La Macedonia è pervenuta recentemente ad un accordo sui confini col Kosovo (guarda caso sempre lì casca l’asino) che ha mandato su tutte le furie la Serbia.
Le faccio solo una domanda:
Se per il milione e mezzo (e forse meno) di macedoni “veri e propri” (tanto per essere precisi, per distinguerli dai “cittadini” macedoni, non perché sono fissato con le etnie) “diventare” bulgari risulta una violenza troppo grande fatta alla loro storia e identità, non sarà meglio e più saggio, vista la natura degli stati moderni, amputarsi volontariamente di una parte di territorio allo scopo di costruire uno stato più piccolo ma più saldo? (Zamax, 27 ottobre 2009, 21:34)
E i minareti caddero in testa ai maîtres à penser
“La meglio democrazia” era il titolo del mio ultimo articolo su Giornalettismo.com. Denunciavo il fatto che proprio ora che, dopo il lunghissimo tirocinio del suffragio ristretto e i collassi totalitari del secolo scorso, il suffragio universale dimostra di aver raggiunto nei paesi occidentali una maturità sufficiente per sottrarsi non solo al giogo delle ideologie novecentesche, ma anche a quello dei decaloghi dispensati dai moderni chierici della democrazia, in certi, vasti, ambienti che si piccano di essere, più e meglio degli altri, democratici, liberali e progressisti – in realtà nient’altro che una ben stagionata nomenklatura – cresca oramai neanche tanto nascosta l’insofferenza per il voto popolare. E concludevo il ragionamento con questa domanda retorica: “Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” [nel nostro paese] se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini?”
Di questa deriva, le reazioni generalizzate al sorprendente – leggasi “scontatissimo” – risultato del referendum svizzero sui minareti costituiscono un’ulteriore manifestazione. E’ accaduto semplicemente che una popolazione tiranneggiata dai dogmi arbitrari di una democrazia scaduta ad ideologia, messa con le spalle al muro e ancora troppo intimidita per parlare apertamente, nel segreto dell’urna si sia sgravata delle proprie ansie e preoccupazioni. Orbi del buon senso proprio anche ai cafoni, che arrivano a comprendere termini come gradualità, selezione, maturazione, per i furieri della Caserma Democratica la società è come un’oca da foie gras da ingozzare impietosamente senza curarsi minimamente delle sue capacità di assimilazione e dei suoi gusti. Già! Si voleva che all’uomo della strada, per l’intellighenzia democratica una vera e propria cavia da laboratorio da “testare” in lungo ed in largo per saggiarne il grado di civiltà, secondo i canoni da essa stabiliti naturalmente, fino a farla gridare dal dolore, che è esattamente ciò che è successo nel paese del cioccolato al latte; si voleva dunque che all’uomo della strada elvetico non importasse un fico secco veder crescere i campanili islamici tra le verdi valli di questo angolo della vecchia Europa. Invece perfino i discendenti quasi scristianizzati dei Lanzichenecchi a questa prospettiva si sono sentiti toccati nella carne viva, come e peggio dei Padani; all’esultanza dei quali non basta rispondere, come hanno fatto le testoline progressiste delle nostre gazzette, con fatui giochi di parole volti ad irridere le pulsioni anti-elitarie di un volgo che si suppone berlusconiano, ma non lo è: basti vedere, ad esempio, la marea di commenti che ha sommerso quest’articolo del quotidiano francese Le Figaro.
Avviene anche per la democrazia e il liberalismo, quando si riducono ad ideologia, ciò che è proprio delle ideologie: l’uomo viene rapito d’ufficio alla propria storia, e al suo posto viene messo l’uomo nuovo, senza passato, senza futuro, perché perfetto nell’eterno presente di una perfetta società. E dall’altra parte, ai nuovi arrivati nel Primo Mondo da lande lontane e da altre storie, in obbedienza alla stessa ideologia si insegna una cultura astratta dei diritti, eccedenti la sfera di quelli inalienabili, che genera individui lamentosi, arroganti, suscettibili, senza pazienza, senza perseveranza. Contrariamente a quanto espresso anche da esponenti cattolici, in merito al diritto delle religioni alla pubblica visibilità, non vi è un parallelismo consequenziale tra la questione dei minareti e quella dei crocifissi nelle scuole. Né la costruzione di minareti né la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche costituiscono di per se stessi dei diritti inalienabili, né costituiscono un’offesa a questi ultimi; e come l’assenza dei minareti a fianco delle moschee non impedisce la libertà della pratica religiosa ai musulmani, così la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche nulla impone a chi le frequenta.
E detto tra parentesi, se nel primo caso si insistesse nel dire il contrario, e cioè che la presenza dei minareti è “essenziale” alla pratica della religione musulmana, ciò sarebbe piuttosto rivelatore della “natura” dell’Islam per noi occidentali che, non lo si sottolineerà mai abbastanza, abbiamo assimilato un concetto di religione mutuato dalla “natura” del Cristianesimo. Non solo, noi parliamo “cristiano”, senza rendercene conto. Invisibili a noi stessi, siamo visibilissimi ai “Gentili” della modernità. Più di quarant’anni fa lo scrittore anglo-indiano V.S. Naipaul scriveva in An area of darkness, a riguardo di un problema d’igiene caratteristico della penisola indiana, la “casual defecation”:
Sanitation was linked to caste, caste to callousness, inefficiency and a hopelessly divided country, division to weakness, weakness to foreign rule. This is what Gandhi saw, and no one purely of India could have seen it. It needed the straight simple vision of the West; and it is revealing to find, just after his return from South Africa, how Gandhi speaks Christian, Western simplicities with a new, discovering fervour…
Anche se il divieto “costituzionale” alla costruzione di minareti introdotto su scala nazionale dall’esito referendario è in sé un passo draconiano e non auspicabile, reso però quasi inevitabile dall’insensibilità, se non della complicità, dell’establishment benpensante per le derive di quella cultura astratta dei diritti sopramenzionata, che spaventa la popolazione autoctona e di cui si fanno forti le frange militanti degli islamici in terra europea, non è tuttavia vero il contrario: e cioè che nella costituzione ve ne sia un diritto implicito. L’opportunità, o l’inopportunità, di permettere la costruzione dei minareti o l’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche va giudicata su un piano che non è quello dei valori assoluti. E su questo piano, ad esempio, è ovvio a tutti, tranne che alla casta degli intelligenti, che una chiesa ortodossa non ha da noi, oggi, lo stesso impatto di una moschea. E’ un fatto che deve essere preso in considerazione da chi governa ed accettato da chi venuto da fuori ne subisce le conseguenze, senza strillare di fantomatici diritti calpestati, fin tanto che i suoi diritti inalienabili sono rispettati.
Non dovrebbe essere un punto fermo nel pensiero di chi ha a cuore la libertà, dal punto di vista dell’evoluzione della società e della legge positiva, dell’uomo vivente nella schiavitù del tempo e dello spazio, ossia nella storia, sulla scorta delle riflessioni di Hayek e di altri prima di lui, l’attenzione, il rispetto – non l’idolatria – per la segreta sapienza, così invisa ai pianificatori, di leggi e costumi che tanto a lungo e validamente sotto le bandiere della “tradizione” hanno informato l’edificio sociale, laddove per gli ideologi democratici il nuovo dovrebbe essere accettato senza neanche passare per l’apprendistato? Non dovrebbe costituire questa ragionata prudenza l’aspetto conservatore del suo pensiero, laddove però il riconoscimento di un motore interno al consorzio umano che lo guida irresistibilmente verso l’uguaglianza dei diritti e le libertà individuali ne costituisce l’aspetto propriamente liberale? E il risultato in equilibrio di queste due forze, in cui il nuovo s’innesta nel vecchio, non dovrebbe costituire quella linea di tendenza, in realtà impercettibilmente sempre cangiante, che noi chiamiamo imperfettamente “identità”, in quanto non troppo dolorosamente cangiante?
E sei noi riconosciamo questa ineluttabilità nei destini dell’umanità, non vuol forse dire che noi riconosciamo una verità propria all’uomo, con un suo corollario etico? E che il riconoscimento di questo decalogo costituisce il nostro conservatorismo dal punto di vista morale? E che l’opportuna scissione fra legge positiva e legge morale, nel quadro di una progressiva depenalizzazione, quando le condizioni della società lo possano permettere, e in armonia con un Dio che vuole uomini liberi, costituisce il nostro liberalismo dal punto di vista morale? All’accettazione di una società imperfetta; alla rinuncia al sogno di una società perfetta; alla rinuncia alla cultura dei diritti hic et nunc non sono sufficienti i nutrimenti terrestri: servono nutrimenti ultraterreni. Non basta la libertà civile, serve la libertà interiore, quella che basta a se stessa. La chiarezza del Cristianesimo su questo punto sarà pietra d’inciampo anche per l’Islam. Fra non molto.
La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (2)
Le Americhe non sono altro che una grande proiezione dell’Europa Occidentale: gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi e in piccola parte, i francesi, hanno potuto colonizzarle e popolarle in grandi distese uniformi; così come la Russia è la grande proiezione slava dell’Europa Orientale. Bloccati geograficamente nel mezzo dell’Europa continentale settentrionale e meridionale, travagliati dalle vicende del Sacro Romano Impero, arrivati tardi all’unità nazionale, tedeschi e italiani a questa Grande Europa figlia dell’Europa non hanno potuto contribuire altro che con l’immigrazione e con un’indiretta influenza culturale, e ciò non cambia anche se la scoperta e l’esplorazione delle Americhe è legata, fra gli altri, ai nomi di Colombo, di Vespucci, di Verrazzano, di Giovanni e Sebastiano Caboto. La dinamica di questo sviluppo ha comportato un effetto collaterale imprevisto: gli abitanti del Nuovo Mondo, che si sono spartiti lotti ben squadrati di continente, hanno perso la sensibilità per riuscire a penetrare nell’intrico etnogeografico europeo che, benché vecchio, ancor oggi, nel 2008, è lungi dall’aver sciolto tutti i suoi nodi.
Questa insensibilità culturale, accompagnata dall’indefettibile ottimismo democratico degli Americani, che diventa puro e semplice fideismo in quegli Europei reduci da ideologie marxisteggianti che della democrazia hanno un concetto puramente formale-istituzionale, e quasi metafisico; accompagnata dall’ignavia e dalla mancanza di coraggio degli stessi Europei; accompagnata dalla voglia di fare presto e di scrollarsi di dosso una bruttissima gatta da pelare; ha prodotto l’attuale pasticcio post-jugoslavo, una caterva demenziale di stati di nuova fattura (eccetto Slovenia e Croazia), repliche in miniatura di quella stessa Slavia del Sud dalla quale si sono emancipati, nella segreta speranza che la cornice democratica e l’imprimatur della comunità internazionale bastassero da soli a far sì che la realtà si acconciasse alla forma, e non il contrario. Come scrissi qualche tempo fa:
Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo [...] una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”.
Il modello di uniformità amministrativa imposto da Napoleone nel suo Impero continentale se trovò grandissima resistenza nei popoli sottomessi, che si sentirono a giusto titolo violentati, fu però preso ad esempio da quegli stessi popoli nel momento della loro rinascita nazionale. Ma anche laddove la statolatria non prenda piede, ricordiamoci sempre che la democrazia ha in ogni caso una sua ingombrante logistica che condiziona pesantemente l’organizzazione dello stato. I tempi di democrazia non sono stati affatto facili per le minoranze etniche, sopravvissute invece all’organizzazione feudale della società. La caduta del muro di Berlino, e non poteva essere altrimenti, ha rimesso in moto processi rimasti per lungo tempo artificiosamente congelati di sistemazione geopolitica del continente europeo: la riunificazione tedesca, la ricostituzione degli stati dell’Europa Orientale seguita al disfacimento dell’Unione Sovietica e la dissoluzione jugoslava ne sono stati i momenti salienti.
Con l’ultima infornata di paesi europei nella NATO del 2004, quando entrarono Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia, si è voluto consacrare una realtà politica più che una realtà militare, sperando – ragionevolmente – che a nessuno venisse in mente di voler vedere le carte. Tutto ciò era giusto e comprensibile: si trattava di guadagnare terreno approfittando della risacca russa. Ma oggi non esiste più alcun Impero Russo. La Russia attuale alla luce di equilibrate considerazioni storiche, alla luce del buon senso, e non in base a concezioni sacrali-metafisiche in ordine all’essenza dello Stato-Nazione, è sostanzialmente tutta dentro il suo alveo naturale, fatte salve alcune propaggini del tragico puzzle caucasico, che però rappresentano una porzione infinitesimale del suo territorio. Ed è difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di grandeur affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di autoconservazione del popolo russo. Quella di Putin non è la versione russa del Terzo Reich, ma per il momento piuttosto la versione assai ruvida di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la grandeur francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò nei fatti alla pax americana.
Putin non è un pazzo imbevuto di letture parafilosofiche sui destini di Santa Madre Russia. A Mosca sanno benissimo che staccare la spina energetica farebbe molto male all’Europa, ma sarebbe letale per la poco diversificata economia russa. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare ora nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla pseudotaumaturgica politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, anche per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. L’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte: e l’Occidente non aveva in mano che una misera doppia coppia.
Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il suo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi.
Cari amici del partito filoamericano, nelle cui fila milito da bravo soldatino fin dal raggiungimento dell’età della ragione, lo spirito di Monaco più che sull’Europa stavolta aleggia in troppe bocche – molte delle quali non esattamente conosciute per l’indomito coraggio – per essere una scomoda verità. L’Occidente ha bisogno di assorbire la Russia, con fermezza ma con accortezza, perché è un giocattolone assai delicato. E ne ha bisogno perché la vera grande incognita di questo secolo sono gli sviluppi sociali e politici derivanti dall’improvvisa e inevitabilmente traumatica – se ragioniamo in termini epocali – crescita economica di almeno tre miliardi di asiatici. Il Giappone e la Corea del Sud si sono sviluppati enormemente nel quadro bloccato della Guerra Fredda, e quindi sono stati costretti a metabolizzare al proprio interno, volenti o non volenti, i problemi derivanti dalla loro crescita. Ma oggi non è più così. La pax americana è quindi necessaria, ma gli Stati Uniti semplicemente non hanno i mezzi per gestirla da soli; dovranno cogestirla prima con gli Europei e poi, auspicabilmente, con gli altri nuovi alleati, pur mantenendone la naturale leadership. Una Russia troppo indebolita potrebbe collassare di nuovo, e sarebbe una sciagura per tutto l’Occidente.
Per dirla con l’autore del De Bello Gallico: Russia est omnis divisa in partes quatuor. Da occidente ad oriente rispettivamente: 1) la Russia cosiddetta europea delimitata ad est dalla catena montuosa degli Urali che attraversa il paese in senso nord-sud; 2) la Siberia Occidentale, o bassopiano siberiano, dominato dalla grandiosa pianura alluvionale dell’Ob’, che giunge fino al fiume Jenissej; 3) dove inizia la Siberia Centrale, o altopiano siberiano, caratterizzato da scarsi rilievi, che giunge fino al fiume Lena; 4) da dove si diparte la più accidentata Siberia Orientale che arriva fino al Pacifico. La Siberia costituisce dunque tre quarti del suolo russo, ma meno di un terzo degli abitanti, circa 40 milioni per 13 milioni di kmq, per una densità di appena 3 abitanti per kmq; il Far East russo è ancora un’enorme distesa spopolata, una frontiera tenuta insieme da una rete a maglie larghissime di avamposti della civiltà – in senso lato – europea-occidentale, o di quella Grande Europa figlia dell’Europa alla quale accennavo all’inizio: vogliamo regalarla ai cinesi, ai quali basterebbe spedirvi 1/20 della propria popolazione per colonizzarla e ridurre in minoranza i russi e tutte le altre etnie presenti?
La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (1)
He sat, in defiance of municipal orders, astride the gun Zam-Zammah on her brick platform opposite the old Ajaib-Gher – the Wonder House, as the natives call the Lahore Museum. Who hold Zam-Zammah, that “fire-breathing dragon”, hold the Punjab; for the great green-bronze piece is always first of the conqueror’s loot.
Se ne stava, a dispetto dei regolamenti municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah posto sulla sua piattaforma di mattoni di faccia all’antica Ajaib-Gher, la Casa delle Meraviglie, come gl’indigeni chiamano il Museo di Lahore. Chi tenga Zam-zammah, il “drago dal fiato di fuoco”, tiene il Punjab; perché quel gran pezzo di bronzo verde è sempre il primo bottino del conquistatore.
Questo è l’incipit di Kim, capolavoro di Rudyard Kipling, dal nome del ragazzino attraverso i cui occhi l’India magmatica e pittoresca, brulicante di colori e uomini, fiabesca e realistica insieme, si presentò al grande pubblico dei lettori all’inizio del secolo scorso. Il grand tour indiano partiva dunque da Lahore: ma cosa avrebbe mai pensato lo scrittore britannico se qualche santone gli avesse predetto che molto meno di un secolo dopo Lahore sarebbe stata una città di uno stato chiamato misteriosamente “Pakistan” (“il paese dei puri”) e non dell’India? Come avrebbe potuto supporre che il Raj si sarebbe col tempo spezzettato in quattro unità, l’India attuale, il Pakistan, il Bangla Desh e lo Sri Lanka? Una risposta sta in parte, ma una parte importante, negli stessi occhi di Kim. Cresciuto come un animaletto nel ventre della società indostana, del sangue britannico – occidentale – ha però conservato l’istinto classificatore, ordinatore: i personaggi, le etnie, le caste si fanno avanti con nettezza di contorni, in una magnifica, colorata ed eppur viva cristallizzazione.
Il personaggio centrale, Kim, è un orfano che, al pari di un camaleonte, è in grado di assumere qualsiasi identità, ma che nel corso della vicenda si dimostra un vero britannico. Mentre è in viaggio sulla Grand Trunk Road, Kim dà corpo alla fantasia coloniale inglese dell’osservatore onnisciente, il solo in grado di conoscere tutti gli abitanti del paese. (Storia dell’India moderna, Barbara D. Metcalf, Thomas R. Metcalf)
I britannici, anche quei governanti liberali benintenzionati di stampo illuminista che nell’ottocento presero a cuore le sorti del continente indiano, non potevano rendersi conto che impiantare la civiltà occidentale e soprattutto qualcosa di simile alla democrazia, con la pervasività burocratica figlia del suo afflato universalistico, con la pesantezza delle infrastrutture amministrative di uno stato moderno, o peggio ancora nazionale, voleva dire irrigidire e codificare quelle differenze di casta, di religione, di lingua che proprio invece nell’informalità magmatica della società indiana potevano bene o male convivere. A meno di fare tabula rasa con la violenza annichilatrice dei giacobini, stabilire diritti e doveri significava identificare l’individuo, in base a etnia, religione, casta; significava creare delle lingue amministrative e ufficiali. Inoltre, nel segno dell’influenza occidentale nacquero col tempo associazioni culturali, di stampo religioso/linguistico e poi politico che erano un segno di progresso ma che acuirono le divisioni. Al momento dell’indipendenza nel 1947 il paese si spaccò tra indù e musulmani, con una tragica scia di trasmigrazioni da una parte e dall’altra di milioni di persone: i musulmani fondarono i due Pakistan, quello occidentale di lingua ufficiale urdu, e quello orientale di lingua ufficiale bengali, poi indipendente col nome di Bangla Desh; gli induisti ebbero tutto il resto tranne l’isola di Ceylon, dal 1972 Sri Lanka, popolata in gran parte da singalesi di religione buddista. Il tentativo di imporre l’hindi come lingua unitaria dell’India è invece fallito, soprattutto per l’opposizione dei duecento e passa milioni di abitanti del sud-est che, benché induisti, parlano lingue dravidiche, cioè non indoeuropee. Anche la minoranza Tamil dello Sri Lanka è di lingua dravidica.
Tutto ciò mi è venuto in mente in questi giorni segnati dall’acutizzarsi delle tensioni russo-georgiane nel constatare il dispiegamento generalizzato, da entrambe le parti ma anche nel mondo mediatico e diplomatico, dell’armamentario retorico di frasi fatte di quella che si potrebbe chiamare l’ideologia democratica: integrità territoriale, sovranità, autodeterminazione dei popoli, intangibilità dei confini – cose che, nei fatti, sono spesso in contraddizione fra di loro – e poi, inevitabilmente, accuse reciproche di genocidio e di crimini contro l’umanità. Questi slogan non fanno altro che togliere alla diplomazia ogni potere contrattuale e a chiuderla in un vicolo cieco. Nel caso in questione, voglio dire, chi ha paura del bullismo putiniano e di una nuova politica di potenza della Russia – e la vuole smascherare – non può dire delle mezze verità che alla fine alimentano il vittimismo e il nazionalismo dei russi. Il rischio è quello di replicare su scala mondiale il pasticcio ex-jugoslavo e di fare della Russia un’enorme Serbia. Nei Balcani, dopo l’inevitabile e relativamente poco problematico riconoscimento di Croazia e Slovenia, vista l’omogeneità etnolinguistica dei due nuovi paesi, e dopo la sconfitta militare serba, una volta messe a tacere le armi, l’Occidente, per sbrogliarsi dai pasticci, scelse la scorciatoia di affrettati riconoscimenti internazionali, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia ed infine il Kosovo niente altro che quattro piccole e destabilizzanti Jugoslavie. Quando si parla di intangibilità dei confini, bisogna intendersi: se la cosa significa che semplicemente essi non possono essere modificati unilateralmente è un conto, se invece significa che ogni discussione sui confini ed ogni eventuale e concordata loro modifica è interdetta, allora si è fuori della realtà; e paradossalmente in questo feticismo territoriale il messianismo dell’ideologia democratica e il bullismo nazionalista si danno la mano.
Chi auspica allora una politica di fermezza nei confronti di una Russia neozarista – e io sono tra questi – deve contemperarla con la giustizia, e deve cercare almeno un po’ di mettersi nei panni dei governanti e della gente russa. Se le preoccupazioni, il nervosismo e l’intransigenza dei baltici e dei polacchi sono comprensibili, visto che hanno sempre sentito sul collo il fiato del gigante russo, senza parlare dei periodi di occupazione, non si può tuttavia fare di ogni erba un fascio e considerare alla stessa stregua tutti i territori fuoriusciti dall’impero russo e sovietico. La Russia, ad esempio, non può rivendicare nulla nei confronti dei paesi baltici: le forti minoranze russe sono frutto di un peccato originale – i tentativi di russificazione del periodo sovietico – solo ad essa addebitabile.
Ma assai diverso è il caso dell’Ucraina. Non solo un 30 per cento dei circa cinquanta milioni degli abitanti – concentrato nell’est del paese – è russofono (la lingua russa era anche detta “grande russo” per distinguerla dal “piccolo russo”, ossia la lingua ucraina); ma la stessa Rus’ di Kiev costituì, più di mille anni fa, il nucleo iniziale dello stato russo: li si ebbero le prime espressioni di letteratura russa, lì prese forma, sotto l’influenza di Costantinopoli, la chiesa ortodossa russa. Ucraino era Gogol’, e ucraina è l’ambientazione di parte delle sue opere. In occasione della recente morte di Solzhenitsyn qualcuno con sbrigativa ingenerosità – verso un uomo che la sua battaglia l’ha combattuta, eccome – ha accusato lo scrittore russo di non aver capito l’Occidente. E’ vero, Solzhenitsyn era un rappresentante di quel tenace pensiero conservatore-reazionario slavofilo che guardava alla sua patria come una fonte salvifica di spiritualità per l’Occidente materialista, ma non lo era alla maniera volgare ed aggressiva dei nazionalisti imperialisti. Sognava la riunione di Russia, Bielorussia ed Ucraina ma non gl’importava niente dei paesi baltici, del Caucaso, o dei nuovi paesi dell’ex pancione turco-asiatico dell’Unione Sovietica. A distanza di più di 130 anni avrebbe potuto sottoscrivere, credo, le parole scritte da Dostoevskij in una lettera spedita nel 1873 al granduca Aleksandr Aleksandrovič, il futuro zar Alessandro III, insieme ad una copia del romanzo I Demoni:
[...] Penso che esso sia una diretta conseguenza dell’enorme frattura che si è prodotta fra tutta la nostra formazione intellettuale e le basi primitive e originali della vita russa. Perfino i più illuminati fra gli esponenti della nostra civiltà pseudo-europea sono da tempo convinti come sia assolutamente delittuoso, per noi russi, pensare alla nostra originalità. E la cosa è tanto più temibile in quanto essi hanno perfettamente ragione, poiché, dall’istante in cui, con orgoglio, ci siamo definiti europei, abbiamo rinunciato ad essere russi. Turbati e sbigottiti dalla distanza che ci separa dall’Europa, sul piano dello sviluppo intellettuale e scientifico, abbiamo dimenticato che, nell’intimo dell’animo russo e nelle sue aspirazioni, portiamo in noi, in quanto russi e sempre che la nostra civiltà possa rimanere originale, la facoltà di recare forse al mondo una nuova luce. Abbiamo dimenticato, nell’ebbrezza della nostra umiliazione, questa immutabile legge storica, e cioè che senza l’orgoglio del nostro significato mondiale, in quanto nazione, mai potremo essere una grande nazione né lasciare dopo di noi un sia pur lieve apporto originale al bene dell’umanità. Abbiamo dimenticato che tutte le grandi nazioni hanno manifestato le loro immense forze proprio perché erano così “orgogliose” di se stesse, e che hanno dato il loro contributo al mondo, che gli hanno recato ognuna non fosse altro che un raggio di luce, proprio perché sono rimaste fieramente, fermamente, e sempre “con orgoglio”, se stesse. [...]
Dostoevskij aveva torto, perché non c’era arte, tecnica o scienza – tranne la pittura forse – che la Russia non avesse sviluppato, alla propria maniera, grazie al contatto con l’Europa, non solo da quando Pietro il Grande decise con metodi terribili da satrapo asiatico d’occidentalizzare il paese, ma fin da quando Ivan III chiamò a Mosca verso il 1500 architetti italiani a sovrintendere ai lavori per la costruzione delle cattedrali del Cremlino e per il rifacimento di torri e mura della cittadella fortificata sulla Moscova. Ma aveva anche sufficiente sensibilità per capire che la Russia era nel fondo un bestione delicato ed insicuro, e quindi spesso aggressivo, un colosso d’argilla bisognoso di camminare col proprio passo, e che invece il trauma di questo incontro con l’Europa stava portando al collasso; cosa che sfuggiva sia ai liberali salottieri, sia agli idealisti rivoluzionari, sideralmente lontani dal popolo tanto quanto i primi. Gli artisti che, a mio avviso e per quello che so, vissero con più equilibrio e con più acume questo dualismo all’interno della cultura russa furono nell’ottocento lo scrittore Ivan Turgenev, e nel novecento il compositore Igor Stravinskij, dalle cui “Cronache della mia vita” uscite negli anni trenta, traggo questo gustoso quadretto della temperie culturale pietroburghese della sua giovinezza:
Il solo ambiente in cui trovavo allora incoraggiamento alle mie ambizioni nascenti era la famiglia dello zio Jelatcitc, cognato di mia madre; lui e i suoi figli erano ferventi appassionati di musica, con una decisa tendenza a sostenere quella d’avanguardia o considerata tale all’epoca. Lo zio apparteneva a quella classe sociale, preponderante allora a Pietroburgo, costituita da proprietari terrieri molto ricchi, da funzionari più o meno alti, da magistrati, da avvocati e via dicendo. Tutto questo mondo si piccava di liberalismo, esaltava il progresso e si credeva tenuto a professare opinioni cosiddette avanzate sia in politica che in arte e in tutti gli altri campi della vita sociale. Da tutto questo si capisce quale fosse la mentalità dominante. Era lo spirito di fronda contro un governo “tirannico”, l’ateismo d’obbligo, l’affermazione un po’ ardita dei “diritti dell’uomo”, il culto della scienza materialistica e, al tempo stesso, l’ammirazione per Tolstoj e per il suo dilettantismo cristianeggiante.
Uscita dai settant’anni della glaciazione comunista, la Russia che ha riannodato i legami sempre intrisi di un sentimento di odio-amore con l’Europa e l’Occidente, è ancor oggi un enorme territorio relativamente spopolato. Coi suoi 17 milioni circa di kmq e i suoi circa 150 milioni di abitanti, la Russia è un paese grande il doppio della Cina e con 1/9 appena della sua popolazione; è un paese grande il doppio degli Stati Uniti e con metà della sua popolazione; grande il doppio del Brasile e con ¾ della sua popolazione; grande più di cinque volte l’India e con 1/7 della sua popolazione; grande quasi 50 volte il Giappone ma con una popolazione di poco superiore; grande 120 volte il formicaio del Bangla Desh e con la stessa popolazione! Malgrado le immense risorse naturali, e stante la sua relativa arretratezza economica, non è un paese che si possa permettere di giocare in solitario la partita geostrategica mondiale. Di fronte alle incognite della crescita asiatica, considerando l’impressionante base demografica dalla quale procede, il destino migliore della Russia è quello di farsi cooptare, al pari dell’Europa, nella pax americana. Ma per farlo ha bisogno di tempo e di salvare le apparenze e l’orgoglio nazionale. Sta all’Occidente tenerla a bada, avere pazienza e duttilità, con fermezza ma senza isterismi, e non cacciarsi in inutili avventurismi.
Piccole Jugoslavie crescono (di numero) (1)
Nel blog di Mario Sechi, qui e qui, ho partecipato ad un’interessante discussione a tre (io, Zagazig e un certo Rifat Lica, albanese o kosovaro) sulla recente indipendenza del Kosovo. Assai scorrettamente e credendomi evidentemente il più intelligente di tutti, ho raccolto in un post i miei interventi.
Questi sono i frutti purtroppo di una pedissequa IDEOLOGIA democratica, che fa le cose sempre a metà, e per sbrogliarsi dagli impicci s’inventa nuovi stati a go-go. Già ci siamo inventati la Bosnia come stato, che per darsi un’anima ha finito per islamizzarsi: quando invece il territorio culturalmente è sempre stato diviso tra una fascia a ridosso della Dalmazia (l’Erzegovina) croata e cattolica, e il resto abitato da serbi ortodossi e (una volta) tiepidissimi musulmani. Poi abbiamo dato via libera ad uno stato della consistenza demografica di una provincia italiana (600.000 abitanti), il Montenegro, i cui abitanti parlano e scrivono in serbo e sono ortodossi. Non parliamo della piccola Macedonia, anch’essa divisa tra una fascia a ridosso dell’Albania di etnia albanese e il resto della popolazione che parla il macedone, cioè un dialetto bulgaro (con la Bulgaria confina infatti ad Est). L’ipocrisia è tale è che adesso c’inventiamo lo stato kosovaro: coerenza vorrebbe almeno che il Kosovo passasse all’Albania e buonanotte.
Il puzzle ex-jugoslavo e più in generale quello balcanico non ha soluzioni indolori. O si decide di mantenere inalterati i confini, oppure si procede ad una spartizione controllata del territorio, che tenga conto della demografia e della storia. Altrimenti le “pulizie etniche” saranno loro che continueranno a farle. (Zamax on February 17th, 2008 13:54)
Rifat Lica, parliamoci chiaro. L’indipendenza del Kosovo è solo il prologo all’unione con l’Albania. Nulla di strano. E’ naturale. Anzi, almeno in linea teorica, io sarei pure favorevole alla temuta – dai vicini – Grande Albania, cioè la riunione sotto lo stesso tetto degli Albanesi della …Shqiperia vera e propria, del Kosovo, della Crna Gora, e della Macedonia. Ma senza neanche prendere in considerazione i rapporti internazionali e l’effetto domino che la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo potrebbe scatenare, allora almeno bisognerebbe lasciare quella fetta di territorio nel nord del Kosovo dove si concentra la minoranza serba passare alla Serbia, o no? (Zamax on February 19th, 2008 14:25)
Caro il mio Schipetaro d’adozione, o d’elezione, a quel che so io gli Albanesi già si suddividono tra nordisti e sudisti, tra gheghi e toschi. Non mi dica che l’aggiunta dei (gheghi) kosovari costituirebbe un terremoto culturale. Io l’altro giorno in piazza a Treviso ho visto centinaia di immigrati kosovari e albanesi agitare solo un mare di bandiere albanesi. E poi guardi un po’ cosa sono riusciti a combinare quei disgraziati di italiani, se oggi ci troviamo tutti qui riuniti: io, che sono germogliato nell’entroterra bifolco & campagnolo della Serenissima sotto lo sguardo schifato delle Alpi, lei che è stato eruttato dalla bocca generosa e proletaria del Vesuvio, e il nostro ospite [Mario Sechi, N.d.Z.] che arriva addirittura dalla Sardegna, l’isola incorreggibile che nei secoli dei secoli è rimasta sempre ostinatamente in mezzo al Mare Nostrum, a distanza di sicurezza dai lidi iberici, gallici, italici e africani.
Hai visto la nuova bandiera del Kosovo? Sfondo blu con profilo giallo della nazione sormontato da sei stelle bianche con riferimento alle sei comunità etniche presenti in Kosovo: albanesi, serbi, turchi, rom, bosniaci, gorani. Sei comunità come le sei repubbliche dell’ex federazione jugoslava: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia, Macedonia. Non per voler portare sfiga… (Zamax on February 21st, 2008 20:50)
Zag, tu dici nel precedente commento al post “Kosovo indipendente” che: “Le sei stelle di Dardhania esprimono un qualcosa che in Italia sembra inconcepibile perché tutti sono abituati ad avere come punto di riferimento gli scontri etnici che hanno caratterizzato la storia recente delle regioni balcaniche slave ma questi non sono slavi e hanno un altro modo di vivere.” Ti faccio notare che tre delle sei etnie del Kosovo sono slave: serbi, bosniaci (presumo “bosgnacchi” slavi musulmani), gorani (gli “highlanders” del Kosovo, da “gora” parola slava che significa “montagna”). Ma in ogni caso qui non stiamo parlando di una questione tra albanesi, non stiamo parlando nemmeno dell’islamismo sui generis delle popolazioni balcaniche. Anch’io ho scritto nel mio commento dei “tiepidissimi” – una volta – musulmani bosniaci. Per capire quel mondo particolare noi abbiamo per fortuna i romanzi di un grandissimo scrittore bosniaco quale Ivo Andrić, stupendi affreschi storici come “La cronaca di Travnik” e “Il ponte sulla Drina”. In sé l’Illirismo, il sogno ottocentesco di riunire gli Slavi del Sud, (in questa accezione la parola certo non piacerà agli Albanesi), non era del tutto irrazionale, se almeno fosse stato limitato ai Serbi, Croati, Bosniaci e Montenegrini, popoli che parlano in pratica la stessa lingua (tempo addietro si parlava di lingua “serbocroata”) che la storia e la religione hanno divisi. Con la crisi e le guerre degli anni ’90 il riconoscimento di Croazia e Slovenia divenne inevitabile: ma si trattava di paesi ben caratterizzati culturalmente, e con popolazioni omogenee. In altre parti d’Europa i nuovi stati o erano frutto di separazione consensuale, come quella tra Cechi e Slovacchi, oppure traevano la loro legittimità dalla storia, come i paesi Baltici, nonostante forti minoranze slave in Estonia e soprattutto in Lettonia, dovute ai tentativi di russificazione ai tempi dell’Unione Sovietica. Ad ogni modo un’unica via per orientarsi in questa grandiosa ricomposizione geografica dell’Europa non c’è. E ci vuole invece molto buon senso e pragmatismo. Per esempio: dal punto di vista storico l’attuale Polonia è irrazionale, spostata com’è tutta verso ovest, per volere dei sovietici alla fine della seconda guerra mondiale. In più dal punto di vista demografico è stato luogo di brutali genocidi (ebrei) e emigrazioni di massa. Questa somma di arbitri criminali fa sì che oggi la Polonia sia uno stato etnicamente e culturalmente omogeneo e fra non molto una media potenza europea. Dovremmo allora rimettere in questione i confini per un senso astratto di giustizia?
Ma dopo il riconoscimento di Croazia e Slovenia cosa restava della ex-Jugoslavia: un’entità abbastanza uniforme come la Serbia (nonostante la presenza di una minoranza ungherese nella Voivodina) e poi? Un mosaico informe di genti popolava la Bosnia, il Montenegro, la Macedonia e il Kosovo. Anzi l’attuale Bosnia-Erzegovina, “grazie” purtroppo alle reciproche pulizie etniche ha ora una geografia etnica più definita. In fin dei conti lo stesso “comodo” sentimento di riluttanza – ai limiti della viltà – soprattutto europeo ma anche americano ad intervenire nel ginepraio bosniaco che ritardò per tanto tempo l’intervento militare decisivo della Nato, è quello stesso che informò l’affrettato riconoscimento della Bosnia come Stato indipendente. Come prima si distoglieva lo sguardo dal problema umanitario (anche per non irritare Mosca) – nonostante il martirio di Vukovar in Croazia e fino ai massacri di Srebrenica in Bosnia – poi, nella fase di ricostruzione, si pensò di risolverlo magicamente con la panacea dell’indipendenza, come se i bosniaci – dopo essersi scannati a vicenda – fossero degli svizzeri che avessero sviluppato un sentimento patrio più forte delle loro rispettive origini culturali-religiose!
Come riportato dall’ “Occidentale”:
Anne Applebaum del Washington Post ci dice che: “Ma all’origine di tutto ci sono le colpe di Milosevic”: vero, e questo lo dico anch’io che m’infuriavo quando alla RAI – per anni! – parlavano degli interventi di “interposizione” dell’Armata Popolare Jugoslava neanche fosse stata TV Beograd!
Ma questo giustifica i pasticci che stiamo combinando nei balcani? Non è la stessa leggerezza con la quale gli europei guardavano distratti alle strafottenti performances nazionalistiche panserbe dell’ex comunista Milosevic a Kosovo Polje all’inizio degli anni ’90 [correggo: 1989, l'anno del 600° anniversario della fatale battaglia coi Turchi N.d.Z.]? Siccome lo “scioglimento” di questi problemi in una Unione Europea delle Meraviglie è ancora un sogno lontano, che bisogno c’era di irrigidire una situazione magmatica ed in divenire con questa serie cervellotica di nuovi stati? (Zamax on February 22nd, 2008 23:04)
Qui non si tratta di riconoscere o meno il dramma dei kosovari o di rendere o no ai kosovari quello è che loro. Oramai pian pianino anche gli Europei in seguito ai tragici avvenimenti del decennio scorso si stanno familiarizzando con la storia dei Balcani. Qui si tratta di porre mano da parte della comunità internazionale ma in primis dell’Europa con lungimiranza al costosissimo cantiere dell’ex-Jugoslavia. Gli stati “nazionali” (fino a che l’evoluzione storica – magari anche con l’aiuto della tecnologia – non renderà possibile altre soluzioni) sono strutture rigide, non solo per questioni culturali, ma anche per mere questioni logistiche; non basta dire che nel XXI secolo siamo tutti bravi e tolleranti: si pensi alle grosse difficoltà anche solo organizzative degli stati bilinguistici o plurilinguistici. E dovrebbe far pensare il fatto che negli ultimi anni, a seguito del massiccio afflusso di “hispanics”, la questione dell’inglese come “lingua ufficiale” sia venuta prepotentemente a galla negli Stati Uniti (lo so anch’io, Zag, che il Kosovo è un territorio piuttosto omogeneo, e che l’unica minoranza che conta veramente è quella serba: ma conta, eccome, purtroppo). Si pensi come in un quadro idilliaco e ideale come la Ricca & Democratica Europa Occidentale assistiamo all’approfondirsi delle divisioni tra Fiamminghi e Valloni in Belgio; e ai continui microconflitti sotterranei tra la comunità italiana e quella germanica nell’Alto Adige-Sud Tirol pur ricoperto di quattrini. Senza neanche parlare del problema basco o nord-irlandese.
Indipendenze astrattamente “giuste” e “riparatrici” che non tengano conto di questi fattori sono foriere di nuovi problemi. Sono edifici con deficienze strutturali. Pacchi dono con bombe ad orologeria incorporate.
Le considerazioni di Gabriele Cazzulini su Ragionpolitica.it sono condivisibili, ma per molto tempo ancora resteranno “filosofia”.
Io non sono un fan della scuola “realista” nelle questioni di politica internazionale perché spesso scade in un dogmatismo opposto, che ricorda il guicciardiniano “particulare” e che porta a visioni di corto respiro. Però l’astratta ideologia “democraticamente corretta” – e pedagogicamente pericolosa – che informa per una volta insieme sia l’ONU sia l’Occidente, da una parte spinge per l’autodeterminazione dei popoli, dall’altra pretende che queste entità di nuovo conio – spesso nuove alla “democrazia” come “cervo venuto fuori di foresta”, per dirla alla Vujadin Boškov – di punto in bianco si adeguino a standards ideali di tolleranza e multiculturalità.
Io dico che al momento attuale noi ci troviamo nell’ex Jugoslavia in questa situazione: una situazione definita in Slovenia, Croazia e Serbia; una Bosnia divisa a metà (anche se in un modo geograficamente assai eccentrico) tra la Federazione croata-musulmana e la Republika Srpska; una Macedonia culturalmente bulgara con una forte minoranza albanese stazionante nelle zone di confine con Albania e Kosovo; un Kosovo con la minoranza serba concentrata nel nord del paese; un Montenegro dove circa la metà della popolazione è “montenegrina doc”, il 30% serba e un 15% albanese, e dove si parla serbo. Tra Bosnia, Kosovo, Macedonia e Montenegro, in tutto meno di 10 milioni di abitanti. Una situazione estremamente fluida che solo un sognatore può credere stabilizzata. L’Europa avrebbe dovuto prendere il toro per le corna, una volta spento l’eco delle armi, e lavorare ai fianchi tutte le parti in causa, comprese Bulgaria e Grecia (che non accetta il nome “Macedonia” per il piccolo stato slavo, rivendicandolo interamente alla sua storia) per una razionalizzazione condivisa (per dirla, ahinoi, alla Prodi & Veltroni) e certo difficile dei confini. Perché le trattative funzionano quando si ha qualcosa di concreto da offrire che non siano vaghe promesse di rispetto dei diritti. La creazione “ufficiale” di quattro piccole benintenzionate Jugoslavie ha reso tutto più complicato.
Post Scriptum: anche se la cosa ora sembra impossibile, io sono dell’opinione che in quadro di stabile pacificazione, a lungo – ma proprio a lungo – andare le pulsioni sotterranee per un’unione dei popoli di lingua serbo-croata in senso lato riemergeranno in superficie. (Zamax on February 24th, 2008 19:52)
Update: L’errore è stato quello di aver considerato gli etnonazionalismi con un’ottica eurocentrica. Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo, come ho già detto in un commento qualche giorno fa, una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”. Muller nel suo articolo dimentica che gli Stati Uniti sono sì un paese multietnico, basato però su un’unica piattaforma culturale (almeno nei suoi tratti fondamentali) e linguistica. (Zamax on February 28th, 2008 15:21)
Opposte visioni: Marco Cavallotti sul Legno Storto e Andrea Gilli su Epistemes
Euroveltronismi
È ancora lontana la decisione sulla collocazione del Pd al Parlamento europeo. Lo ha detto ieri a Bruxelles il segretario Walter Veltroni, precisando che fino alle elezioni europee del 2009 ciascun parlamentare del nuovo partito in cui sono confluiti Ds e Margherita manterrà l’attuale collocazione, distribuita fra socialisti e liberali. Dopo si deciderà. La componente cattolica del Pd infatti, che fa parte dei liberali europei, non accetta di confluire in un gruppo socialista non riformato. Di qui la richiesta di Veltroni di «costruire insieme questo incontro». Ma le affermazioni del sindaco di Roma, che al Parlamento europeo ha incontrato i gruppi dei socialisti e dei liberali, non sono state apprezzate dal Pse che chiede più chiarezza. Decisa la replica del capogruppo dei socialisti al Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz: «Sono disposto ad aprire il nostro gruppo, ma ho fatto già tutto quanto potevo. Ora sta a voi decidere dove volete andare». (Il Giornale, 6 dicembre 2007)
Le acrobazie dialettiche di Veltroni, davanti alle quali ci si scappella nel paese dei furbi e degli utili idioti, ché le due cose s’accompagnano e spesso s’identificano, al loro debutto fuor della corona delle Alpi cominciano già a far girare vorticosamente le sfere dei trogloditi europei. La commedia degli equivoci ebbe un gustoso prologo qualche mese fa – vado a memoria – quando, ad un’adunata della nuova sinistra italiana, un pezzo grosso dei socialisti europei mancò poco che stramazzasse al suolo senza più respiro per la mancanza di qualsiasi bandiera cremisi. Non si rese conto, poveretto, ch’egli non doveva vergognarsi d’un passato comunista; non si rese conto che post-comunisti + utili-idioti non riescono in Italia nemmeno a essere decentemente socialdemocratici tanto rimangono tardo-giacobini; che ogni riferimento, anche indiretto, nel nome e nel simbolo, al socialismo italiano e al cinghialone sepolto in Africa, doveva essere accuratamente & democraticamente evitato nella Repubblica Popolare Italiana.
Europa-USA: l’inevitabile alleanza
In terra francese, la glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, come i legami tra la rivoluzione francese, e quindi tra la natura del moderno stato francese e dei suoi replicanti continentali, e il comunismo, e più in generale i totalitarismi, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, si ebbe agio di vedere la significativa prospettiva storica di quel boulevard che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. La retorica laicista dell’esprit républicain, che politicamente signoreggiava incontrastata a destra e a manca nell’Hexagone, si trovò improvvisamente con un fianco scoperto; il varco pericoloso attraverso il quale le vecchie verità che già nell’Ottocento Taine e Tocqueville avevano rivelato nelle loro opere, ribadite all’inizio nel secolo scorso da un geniale ed eroico reazionario come Augustin Cochin, e infine assurte al rango di dignità accademica con i lavori revisionisti di Furet o di Chaunu, potevano finalmente acquisire un inedito peso politico. Ricondotti per così dire all’origine, ritornavano a galla gli antagonismi tra la statolatria gallica e il liberalismo anglosassone, che la lunga emergenza dei pericoli totalitaristi aveva sopito. Che il crollo del comunismo potesse risolversi in una destabilizzante messa in discussione dei principi stessi della République del 14 luglio, tutto ciò venne istintivamente percepito dalla classe politica francese. Ecco allora che lo sganciamento progressivo dall’atlantismo, oltre che obbedire agli istinti profondi della Francia più retriva, diventava il modo per non fare i conti col passato: un problema interno, per l’ennesima volta, veniva dirottato fuori dei propri confini. Con un corollario di campi di propaganda politica di facile aratura intellettuale: la difesa delle conquiste sociali, un nuovo dinamismo nei territori della francophonie africana, le strizzate d’occhio all’antioccidentalismo no-global acrobaticamente accompagnate da forme pseudovirtuose di protezionismo economico. Il socialgollismo di Chirac e De Villepin aveva una nuova parola d’ordine: l’Europe c’est moi. L’Europa villica degli ex paesi comunisti e i leader più consapevoli dell’atlantismo europeo speronarono questo primo tentativo, mentre l’Europa seriosa degli apparati si limitò ad un timidissimo rifiuto, con un progetto costituzionale che pure andava fin troppo incontro alle pulsioni antiliberali dei transalpini; e i francesi, con gran gaudio dei liberali, rifiutarono l’Europa.
Tutto questo mestare nel torbido, sempre latente nel mondo intellettuale e ora senza più freni inibitori anche nei corridoi della diplomazia in forza dell’avallo datogli dalla pianificata attitudine dal governo francese (alla faccia di chi parlava delle gaffes di Chirac), ha notevolmente alimentato il risorgere di sentimenti antiamericani anche in ambienti culturali e politici di dichiarato moderatismo. La carta dell’obsolescenza dell’alleanza atlantica giocata dapprima come ballon d’essai e poi sempre più scopertamente nel nome della riscoperta del sentimento identitario europeo, anche dalla sinistra originariamente e storicamente antieuropeista, doveva servire a dare dignità all’involuzione isolazionista e statalista dello stanco continente. L’antiamericanismo come collante negativo europeo trovò l’occasione per uscire ufficialmente allo scoperto con la guerra in Irak, appoggiandosi ad opinioni pubbliche narcotizzate da mezzo secolo di politiche estere dalle quali l’elemento bellico era stato rimosso, in quanto fornito per tacita intesa dagli USA, le cui forze militari hanno costituito a tutti gli effetti anche il braccio armato europeo nella lunga serie di guerre e guerricciole, combattute quasi sempre dentro il quadro della guerra fredda, che hanno insanguinato il mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale. La campana di vetro sotto la quale l’europeo ha vissuto pacificamente per sessant’anni è stato il risultato non della consapevolezza dell’inutilità dell’impegno bellico di cui si straparla ipocritamente nel nostro continente, ma dall’essere, in virtù della contrapposizione democrazia-comunismo e della deterrenza nucleare, l’occhio del ciclone pacifico attorno al quale ruotavano più o meno vorticosamente i venti di guerra nel resto del mondo. Come per un’arto da lungo tempo inutilizzato e in pericolo di atrofizzazione, i primi passi dell’opzione militare chiestaci ora apertamente e senza infingimenti lessicali dagli Stati Uniti – una specie di invito alla piena maturità dopo la lunga rieducazione democratica del dopoguerra, ma anche un’occasione, se le prefiche della sovranità limitata non avessero i paraocchi, di cogestione della pax americana – hanno provocato dolori lancinanti. Su questo trauma culturale contano coloro, e in primo luogo i reduci del marxismo, che vogliono trasformare l’Europa in una sorta d’Impero d’Oriente, dividendo il campo occidentale. Ma questa sindrome bizantina è strategicamente cieca e altro non porterà, nel miglior dei casi, che ad una lunga e dorata decadenza. E tuttavia questa volta Bisanzio non finirà, come nel passato, in bocca ai Turchi, cioè all’Islam, come qualcuno potrebbe credere: nel suo sfolgorio, il terrorismo globale dell’estremismo islamico è l’epifania di una malattia mortale che sta portando la civiltà fondata da Maometto alla tomba. No: il pericolo è un altro.
Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Una sorta di replica, su scala mondiale questa volta, di quello che significò nel continente europeo – Russia compresa – per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia e dello sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale; fenomeno contraddistinto da tendenze antireligiose, conati rivoluzionari, plebisciti, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo della democrazia e della libertà accelerato da fattori esterni, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività dell’apparato amministrativo. Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi, senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano. Dal collasso liberale che ne seguì, nel XX secolo, avremmo dovuto apprendere che un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica - che permetta di bruciare le proprie energie in un lavorio di continuo aggiustamento degli equilibri interni e di governo della richiesta crescente di libertà individuale - è fatalmente tentato da una politica di potenza, non solo strettamente militare, quando è squassato da rivolgimenti interni. Pensiamo solo alla Cina e ai problemi derivanti dalla proletarizzazione di decine, se non centinaia, di milioni di contadini inurbati, e da quelli derivanti da un progresso economico che non s’accompagna al miglioramento dei diritti dell’individuo. Chi ci rassicura che un regime disperato non faccia la sciocchezza di tentare di risolverli, atteggiandosi a vittima, con la sbornia nazionalistica della conquista di Taiwan? Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Il Brasile, grande territorialmente come gli Stati Uniti e con una popolazione equivalente a 2/3 di quella del gemello nordamericano, non può dirsi ancora una democrazia stabile. La Russia semidemocratica e neozarista ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale. E qui finisce l’Occidente cristiano in senso lato. E quindi solo in Europa e negli USA – col contorno del Canada, del Giappone, dell’Australia e della Nuova Zelanda - ci potranno essere condizioni riunite e stabili di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio e a sconsigliare avventure. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà, ben prima degli Stati Uniti, vittima dell’instabilità mondiale.





