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Fumo
La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.
Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.
Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.
Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.
Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (31)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
GIANFRANCO FINI 18/07/2011
Chiamato in causa, il leader della destra lunare scrive ai filibustieri del Fatto Quotidiano, col distacco garbato e inappuntabile dello sciocco all’ultimo stadio, per dire che condivide l’appello della gazzetta montagnarda sui tagli ai costi della politica; appello che si conclude con una contegnosa minaccia, com’è costume dei tagliatori di teste all’ingrosso e col codice penale in mano: “Ciò consentirà anche di identificare e salvare quella parte di Parlamento che si adopera per contribuire al bene del Paese e non alla propria vita privata.” Il brutto è che il presidente della Camera risponda ai ricatti. Ma il bello è che lui creda alla propria salvezza.
DER SPIEGEL 19/07/2011
Il settimanale dei crucchi intelligenti – è un ossimoro: i soli tedeschi buoni sono quelli stupidi, quelli che non filosofeggiano, quelli che con la loro inarrivabile applicazione hanno riscattato per secoli i disastri delle loro seriosissime teste matte – dedica la sua copertina al Belpaese. Stimandosi acuti, i meglio tedeschi non si applicano: non stupisce che le buschino regolarmente dal genio italico, che è lazzarone, ma autentico. Questo è un esempio di sana e solida stolidità teutonica. Il titolo in copertina? “Ciao Bella!” Il sottotitolo? “Il declino del paese più bello del mondo.” Un Berlusca sorridente, vestito da gondoliere, governa col remo la zattera Italia che si stacca dall’Europa; dalle acque del Tirreno emerge, tette al vento, la sirena mora; dalle onde dell’Adriatico, tette spiaggiate appena sopra il Gargano, la sirena bionda; al centro della zattera spunta il piatto di spaghetti con pistola che da decenni & decenni & decenni & decenni è l’orgoglio della loro creatività. La storia insegna che l’inestirpabile pratica di questo luogocomunismo – ricambiato volentieri dal sottoscritto, come si vede – è quasi una garanzia d’immortalità per chi ne è colpito. In più l’effetto complessivo di questa copertina invece che caricaturale e maligno è involontariamente simpatico e accattivante: io, se fossi la Brambilla, ci darei un’occhiata. Sul serio.
FAMIGLIA CRISTIANA 20/07/2011
Per il settimanale dei cattolici ossequiosamente civili e democratici il mezzo miracolo della manovra rivela che da una parte c’è il “Palazzo”, la “Casta”, e dall’altra il “Paese”. E’ una manovra che salva le “caste” e aumenta le disuguaglianze. E’ “macelleria sociale”. E’ una manovra che agevola le “rendite finanziarie parassitarie e rapaci”. Caspita! Che strepitosa adesione al catechismo dei benpensanti! Non una parola fuori posto: manca solo il “crucifige”.
ALBERTO TEDESCO 21/07/2011
Il senatore PD aveva chiesto ai propri colleghi di Palazzo Madama un voto palese e favorevole alla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Bari nei suoi confronti. Lui ci avrebbe aggiunto il suo. Per arrivare rapidamente al processo. Così la procura di non avrebbe avuto alibi. Fin qui sembrava una vicenda da piccolo mondo comunista. Lo dico per i cretini che magari pensavano a un gesto di apprezzabile responsabilità. Per quelli ancora più cretini preciso che in ogni caso il gesto di apprezzabile responsabilità sarebbe stato irresponsabile. Incassato con molta soddisfazione il piuttosto prevedibile voto segreto e sfavorevole del Senato, ha deciso di non dimettersi. “Non faccio il dimissionario per professione” ha detto serafico, dopo che un pirla, il senatore leghista Monti, gli aveva chiesto sbalordito “di essere un uomo”. Il senatore Tedesco, infatti, come ritiene suo preciso dovere piegarsi alle legittime richieste dei magistrati, così ritiene suo preciso dovere piegarsi alle legittime decisioni del parlamento. Il rispetto delle istituzioni e della legge, prima di tutto! Adesso glielo spiegherà pure alla Finocchiaro, l’infinocchiatore.
GIULIANO PISAPIA 22/07/2011
Per il neo sindaco di Milano Carlo Giuliani “era un ragazzo che sognava un futuro migliore per il nostro Paese e per il mondo, cui sentiva di appartenere e che desiderava più giusto, più libero, più democratico”. Dev’essere dura per un sacerdote pronunciare l’omelia al funerale di un disgraziato, di una testa matta, di uno che aveva l’abitudine di cacciarsi nei guai: gli tocca volare alto, fare appello alla sapienza di Colui che solo sa scrutare nei cuori degli uomini, e, come una marea che sale cheta su un paesaggio aspro, coprire il tutto con le parole dell’umana pietà. Pisapia invece vola basso. Riesce a rifilarci un frivolissimo “democratico”. E ci prende pure per il culo.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (21)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
MARCO MÜLLER 09/05/2011
Su proposta del direttore della Mostra del Cinema di Venezia è stato attribuito a Marco Bellocchio il Leone d’Oro alla carriera. Per Müller, infatti, seguire il suo cinema “ti porta, in ogni suo nuovo film, sempre verso altre destinazioni da quelle che ci sembrava di aver raggiunto e scoperto. Camminatore instancabile, traghettatore di idee, esploratore del confine instabile tra se stesso, il cinema e la storia, ha utilizzato come mappa, per orientarsi, il mondo che comincia oltre i confini della realtà visibile.” Dovete capirli, cari giovanotti, i due Marco: quarant’anni fa erano tutti e due maoisti, e la figura del Grande Timoniere mai hanno scordata.
GIANFRANCO FINI 10/05/2011
Folgorato dall’esempio del suo geniale braccio destro, lo scoppiettante & infallibile Italo te-la-faccio-vedere-io Bocchino, il leader di FLI si è dato alle profezie. “Berlusconi” ha sentenziato “non sarà mai presidente della Repubblica, semplicemente perché non controllerà la maggioranza del prossimo Parlamento”. Una vera e propria mazzata. Una campana che suona a morto. Quindi non voglio infierire con te, caro popolo di sinistra.
UN TERREMOTO A ROMA 11/05/2011
No, non è che la profezia fosse sbagliata. E’ che appena messo piede nella Città Eterna si è reso conto che non valeva neanche la pena di buttarla giù: i romani sono irriformabili. Nun ce prova manco er papa.
BERNARDO BERTOLUCCI 12/05/2011
Premiato a Cannes con una Palma d’oro alla carriera, con quel tocco originale, sorprendente e ardimentoso che gli artisti di casa nostra mostrano sempre in simili occorrenze, ha pensato bene di dedicarla agli italiani “che sanno ancora resistere, criticare, indignarsi per lo stato di tremenda anestesia in cui versa il nostro paese, addormentato quotidianamente dalle televisioni”. Se stasera non riuscite a prendere sonno, invece di guardare la televisione, provate a recitare la formula bertolucciana una decina di volte: già alla terza sarete storditi dagli echi di propositi simili mille volte silenziosamente arenatisi nel condotto uditivo del vostro orecchio; alla quinta questo coro bisbigliante sarà padrone della vostra volontà; alla decima dormirete come sassi.
LA GUERRA UMANITARIA 13/05/2011
Ma mi si giudica erroneamente se il mio amore per la pace e la mia pazienza sono confusi con la debolezza o la codardia. Io, perciò, la scorsa notte ho deciso e ho informato il governo britannico che in queste circostanze non posso trovare più alcuna buona volontà da parte del governo polacco per condurre negoziazioni serie con noi. Queste proposte di mediazione sono fallite perché nel frattempo, prima di tutto, venne come risposta l’improvvisa mobilitazione generale polacca, seguita da diverse atrocità polacche. Queste furono ripetute di nuovo la notte scorsa. Recentemente, in una sola notte ci furono ventuno incidenti di frontiera; la notte scorsa quattordici dei quali tre furono piuttosto seri. Mi sono risolto dunque a parlare alla Polonia nella stessa lingua che la Polonia nei mesi passati ha usato con noi. (…) Sono determinato a risolvere la questione di Danzica; la questione del Corridoio; e far vedere che un cambiamento è stato fatto nelle relazioni tra Germania e Polonia che assicurerà una coesistenza pacifica. In questo, sono risoluto a continuare a lottare fino a che o l’attuale governo polacco sarà disposto ad eseguire questo cambiamento o finché un altro governo polacco sarà pronto a farlo. Sono determinato a rimuovere dalle frontiere tedesche l’elemento di incertezza, l’atmosfera eterna di condizioni che assomigliano a una guerra civile. Mostrerò loro che a Oriente, sulla frontiera, esiste una pace precisamente simile a quella presente sulle altre nostre frontiere. In questo, prenderò le misure necessarie per far sì che esse non contraddicano le proposte da me già rese note nel Reichstag stesso al resto del mondo: e cioè che non guerreggerò contro donne e bambini. Ho ordinato alla mia aeronautica militare di limitarsi a attacchi su obiettivi militari. Se, comunque, il nemico pensa che potrà avere carta bianca da parte sua per combattere con altri metodi, riceverà una risposta che lo ammutolirà. (Adolf Hitler, discorso al Reichstag all’indomani dell’invasione della Polonia)
LETIZIA MORATTI 15/05/2011
Poteva con giustezza mirare al tallone d’Achille di Pisapia, ma, si sa, quando si è al fronte, e non al quartier generale, dove di disquisisce amabilmente al riparo dalle pallottole, è facile perdere la testa. Quindi ha voluto sparare col cannone. Sparare va benone. Andava fatto. Ma una freccetta ben indirizzata avrebbe scavato, scavato fino ad azzoppare l’avversario. La palla di cannone ha fatto un polverone e offuscato una verità che accortamente maneggiata stava tra le sue armi. Con un termine oggi pressoché dimenticato, questa goffaggine era nota nel gergo dei commentatori politici di un tempo come “lassinata”, dal nome di un oscuro candidato al consiglio comunale di Milano nella stessa lista dell’allora sindaco, che correva per la rielezione; un povero disgraziato che desiderando ardentemente essere mazziato tappezzò la capitale lombarda di grossolani ed equivoci manifesti contro certa magistratura che prima l’aveva fatto cornuto. Il sindaco, furibondo, che alle buone e democratiche maniere ci teneva, lo fulminò con uno stentoreo “o io o lui” che fece rumore, solo per essere lui stesso folgorato, ed ammaestrato, dal successo popolare dell’infame Lassini.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (10)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
GIANFRANCO FINI 21/02/2011
La destra decente d’antan si chiamava sinistra democristiana. Certificato di decenza rilasciato dai soliti banditi saputelli della Meglio Italia, molti dei quali allora erano orgogliosi comunisti, mentre tu, borghese piccolo piccolo, non sei cambiato affatto: verme fosti, verme sei. Ma almeno i democristiani addomesticati in un certo qual particolar e demenzial lor modo erano dei furbacchioni. Capivano i loro tempi. Senza il becco di un elettore si mangiarono la spaurita balena bianca. Che poi offrirono in pasto ai loro protettori. Per dirla con Churchill, furono concilianti col coccodrillo comunista nella speranza di farsi mangiare per ultimi. Così avvenne. Mangiati e digeriti. E basta sentir parlare un Franceschini per capire che ormai siamo alla peristalsi. Costui invece è un allocco a tutto tondo. Si farà inghiottire dalla sinistra senza neanche aver preso la bacchetta del comando per un giorno a destra. Non ha capito che i tempi sono cambiati. Che per il Berlusca, i berluscones e i berluschini la Sindrome di Stoccolma al massimo può essere una dipendenza da bunga bunga con sventole vichinghe. Intanto avvisate Casini.
ROBERTO VECCHIONI 22/02/2011
Il festival di Sanremo è un evento. E un evento cui nulla si chiede tranne che di essere il posto dove ci s’incontra. Idealmente o in carne ed ossa. E lì s’incontra un bello spicchio di nazione. Per il resto è noto: è una solennissima cagata. Non volendo soffrire, l’evito da quando son nato. Resto aperto a tutto – anche la discomusic ci diede qualche capolavoro – ma ho l’orecchietto delicato. In questo una volta facevo comunella coi fanatici della meglio gioventù. Solo che per loro il festival era un obbrobrio commerciale, un luogo di perdizione, un cedimento al capitale, all’establishment e all’ignoranza crassa. Parteciparvi, una vergogna. Una macchia indelebile. Un tradimento. Vedo che ora ci vanno. Ci portano, senza paura di insozzarlo, pure Gramsci. E lo vincono pure. Cor televoto der popolo bbrutto. Senza tanti problemi. Manca solo una lacrimuccia sul viso, dalla quale capiremmo molte cose. Bentornati fra i bifolchi. Anche se col solito stile: da padroni. E’ una cosa che scalda il cuore. Adesso smettetela con Berlusconi.
(P.S. Ai commentatori, che cadevano delle nuvole, ho risposto così: “Brutta cosa il vizio della smemoria. Ma io ricordo. Sporadicissime apparizioni al Festival dei musicisti engagé, i soli benedetti dai benpensanti di sinistra, ve ne sono state. Pure Vecchioni fece un’apparizione una quarantina d’anni fa ormai. Ma vi andavano con l’aria di dire: sono qui per fare opera di testimonianza, per dire che c’è un’altra musica, non c’entro nulla io con le Ive Zanicchi, la mia è “resistenza”. All’epoca Hollywood era il tempio della prostituzione commerciale, e gli Oscar premi da burletta; e anche il Nobel puzzava un pochettino. Mica che sbagliassero del tutto. Anzi. Però come rompevano i coglioni, sempre loro, e che aria di sufficienza, e che universale disprezzo! Oggi invece una vittoria a Sanremo può diventare prestigiosa, e perfino democratica. Che mezze seghe, mio Dio.”)
ROSY BINDI 23/02/2011
Secondo la presidentessa – non è un’offesa, presidente, è un omaggio alla verità! – secondo dunque la presidentessa del Partito Democratico il popolo italiano – ossia il tribunale riservato agli iscritti alla potente Loggia SC, che sta per Società Civile, mai indagata per misteriosi motivi dalla nostra magistratura – il popolo italiano, dicevo, ha già giudicato Berlusconi colpevole. Non di reati, nooooo, ma “di aver calpestato il principio della dignità delle istituzioni e di aver ferito il comune senso morale”. Nota bene: 1) il popolo che sentenzia; 2) il comune senso morale. E poi ti bacchettano le mani se mandi all’inferno i cattocomunisti! Cristianamente dico: meglio Ruby. Che Rosy. Per la prima c’è ancora qualche speranza.
MICROMEGA 24/02/2011
Dalla trincea montagnarda, e con tonante lessico robespierriano, i soliti esaltati onusti d’onori – a causa delle assai proficue persecuzioni di regime – in nome della legittima difesa repubblicana, contro il crescendo di eversione anticostituzionale e il conclamato dispotismo proprietario rappresentato dal Caimano, e per ottenere le sacrosante elezioni anticipate, schifate fino all’altro ieri, propongono a tutta l’opposizione – essendo la maggioranza parlamentare all’altezza del miglior amico dell’uomo in quanto a obbedienza, e a tutto il resto, dalla lingua sporgente alla coda – il blocco sistematico e permanente del Parlamento con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione. Con tutti i mezzi che la legge…? Ma c’è bisogno di dirlo? Come potremmo mai dubitare della correttezza dei cultori della legalità? Nervosetti? Siamo all’ultima spiaggia? Siamo lì lì per saltare il fosso? In fondo l’emergenza è l’emergenza, o no?
ROMANO PRODI 25/02/2011
Quello della seriosità al governo, ricordate? L’eco di letture serali kantiane doveva ancora arrivare, ma già balzava all’occhio la macroscopica differenza tra l’homo prodianus e l’homo berlusconianus. Ora il Professore è tornato. Questa volta gl’irregolari spifferi che gli escon solennemente di bocca annunciano effettivamente nuove di un certo momento. Pare che l’evidenza scientifica sia stata raggiunta: la differenza è an-tro-po-lo-gi-ca. Esattamente come molti sospettavano. Ma infatti, parliamoci chiaro, non lo vedete un po’ strano, Romano?
Così Feltri e Belpietro fanno un favore a Fini
Se invece di ripetere compulsivamente come un pappagallo la storia dei servi e dei lecchini il solito ebete di sinistra trovasse una volta tanto la forza di guardare alle vicende della politica con un minimo di tranquillità, e se il solito opinionista del Corriere o della Stampa si scuotesse dalla triste circospezione di chi è abituato ad andare al rimorchio da decenni, l’uno e l’altro si renderebbero conto che sia Libero che il Giornale nell’ultimo anno hanno ciccato clamorosamente il bersaglio sulle strategie politiche del presunto boss. Segno che gli ordini non arrivavano. Fin dall’inizio della crisi con Fini l’evidente disegno di Berlusconi era di resistere, resistere, resistere, puntando al pancione centrista del parlamento, fiducioso che prima del PDL a dividersi sarebbero stati FLI, l’UDC e l’abbondante minutaglia di contorno in cerca d’autore e di un futuro, in modo da rendere, fiducia o non fiducia, impraticabile nei fatti l’ipotesi di un governo tecnico o di maggioranze alternative in un parlamento così nettamente e chiaramente diviso. Il disegno segreto, nella più auspicabile delle soluzioni, era quello di evitare anche le elezioni, con l’intento di allargare la maggioranza sulla scia vittoriosa di una mozione di sfiducia respinta e di evitare così il rischio di essere azzoppato definitivamente con un vittoria incompleta nella sfida del voto, tenendo a bada nello stesso tempo le velleità leghiste.
Di tutto questo Feltri e Belpietro non hanno capito un bel nulla. Puntavano furiosamente solo alle elezioni. Tanto che il Giornale arrivò a fare titoloni sullo “sfascio” della maggioranza. Ed ora che il Berlusca cominciava ad assaporare il trionfo completo su tutta la linea, a godere del riflusso dolce che un passettino alla volta andava a rimpolpare i numeri della sua maggioranza, sarà per via del clima natalizio o forse perché qualcuno ha bevuto troppo, o forse per festeggiare col botto il ricomporsi della formidabile coppia e la nascita abbastanza demenziale del “Fatto Quotidiano di destra”, a Libero hanno pensato bene di confezionare uno strepitoso pacco regalo a Fini. Che mezzo morto, è rinato, e ancora incredulo per la felicità ha festeggiato pure lui con una raffica di querele. Tanto che Bocchino s’è miracolosamente svegliato dal K.O. della fallita mozione di sfiducia. Tanto che FLI ch’era allo sbando potrebbe perfino ricompattarsi. Ma il colmo di questa fesseria è che per la legione dei fessi è già pronta, ornata da una ricca ghirlanda di metodi Boffo e martirologi, la leggenda del mandante di Arcore. Che invece è furioso, e in questo momento strozzerebbe volentieri qualcuno con le sue mani.
Berlusconi conserva la maglia rosa
A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.
Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.
Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.
Otto lunghi giorni
Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.
Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.
Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.
In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:
Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.
Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.
Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.
Caro Berlusconi, take it easy
Caro Berlusconi, fra tutti i tuoi consiglieri della carta stampata e dei media in generale ho il fondato sospetto di essere fra i meno conosciuti, anche se non dispero. Così va il mondo: non sono sorpreso, e non mi lamento. Tuttavia è mia ferma opinione che dovresti ascoltare me, non i Feltri o i Ferrara, tuoi valorosi scudieri, provvisti di ottime e provate qualità, che riassumono nella loro posizione di fronte al caso Fini quella di molti dei tuoi amici. Però: pessimi politici. Il genio politico va esercitato con parsimonia: non è genio se abbisogna di eclatanti imprese in continuazione. Quello è circo per animali a sangue troppo caldo. L’azione politica riesce tanto più energica, precisa e puntuale, quanto più si tempra nella pazienza. Disgraziatamente i due strateghi sopramenzionati, nonostante tutti i loro meriti acquisiti, che non voglio assolutamente minimizzare, tanto meno dopo averli spediti per un giorno dietro la lavagna, restano due personalità intemperanti che al gran gesto inconsulto non sanno rinunciare: l’uno vorrebbe scendere al piano e muovere senz’altro battaglia, l’altro vorrebbe o forse voleva che ti sbaciucchiassi magnanimamente con Fini, e che per il bene dell’Italia in qualche nuova Teano vi deste la mano. Invece, caro Silvio, battere i pugni sul tavolo per andare alle elezioni – elezioni che potrai sì vincere, rischiando però di restare azzoppato per sempre e senza possibilità di tornare indietro – è una forzatura. Richiedere un “patto di legislatura” è un’altra forzatura. Non è nel tuo interesse precipitare le cose. Al momento sono due inutili e non richieste sciocchezze. Infatti Fini Cuor di Leone ha preso la palla al balzo e il patto di legislatura te l’ha riproposto lui, a patto che ti togli dalle scatole. Che ti suicidi.
E perché lo vogliono? Perché in cuor loro hanno moltissimi dubbi sul fatto di poter farti fuori con le loro sole forze. Nell’antichità, prima di dar battaglia, o di minacciarla, gli eserciti cercavano spesso di trovar posizione vantaggiosa in modeste alture dai dolci pendii. Rifletti: su quell’altura oggi ci sei tu, c’è il governo, c’è una maggioranza parlamentare. Perché dovresti scendere al piano? Sono i tuoi avversari che devono muoversi e sconfiggerti. Non possono pretendere che tu faccia il lavoro per loro, e so che non sei così scemo da farlo: non sei della guasta partita dei democristiani plagiati dalla sinistra. Ora Fini minaccia che se non ti dimetti, e s’intende anche per il tuo bene, FLI uscirà dal governo. Caro Silvio, e allora? Sono parole, e can che abbaia spesso non morde: uscire dal governo significa staccare la spina? Per staccare la spina bisogna non solo volerlo, ma anche a poterlo, e fra questo e quello c’è di mezzo il mare. Per dirla col filosofo Trap, è assai rischioso dire gatto finché non ce l’hai nel sacco, cosa spesso trascurata dallo sventato isterismo italico, che pecca alternativamente di ottimismo e pessimismo: bisogna che tutti seguano l’indicazione, dentro ma anche fuori di FLI, nel pancione centrista del parlamento. E se si varca il Rubicone bisogna farlo con tutto l’esercito, e Fini, che non è Cesare – anzi è uno che adesso che s’è civilizzato rimpiange senza raccapriccio lo stile sepolcrale dei Moro, dei Berlinguer e dei La Malfa – rischia di portarsi dietro la truppa degli esaltati e scarsissime salmerie. E se non lo si varca, si rischia che gli esaltati se ne vadano per conto loro. A sinistra aspettano di sapere cosa Fini farà da grande? Bene Silvio, facciamolo anche noi, mica abbiamo fretta. Non lo vedi Silvio – e te lo dico io perché le gazzette dormiranno – non lo vedi com’è ridicola la formula dell’ultimatum finiano? “Deve essere lui a rassegnare le dimissioni” sennò “saranno gli italiani a staccare la spina”. Capito? Se non lo farai tu in prima battuta, saranno gli italiani a doverlo fare, mica gl’irresistibili legionari di Fini, e le truppe cammellate casiniane. Che è una bella dichiarazione d’impotenza. Be’, caro Silvio, invece di dimetterci solo per fare un piacere alle mezze calzette della Meglio Italia, noi aspetteremo il momento quando saranno gli italiani a staccare la spina, quando verrà il loro momento di esprimersi col voto, se ci sarà la necessità di andare al voto.
Caro Silvio, la reazione compatta e ordinata del PDL mi conforta. Ciò dimostra agli sciocchi, in primis a Galli Della Loggia, che il partito fondato da Berlusconi non è la DC, o almeno quel fantasma al quale si era ridotta la balena bianca negli anni settanta e ottanta: un partito cui la linfa vitale era stata succhiata un po’ alla volta fino all’ultima goccia, a forza di guardare a sinistra. Il vero partito di plastica. Fin qui tutto bene. Però, caro Berlusca, ti faccio notare un’altra cosa, che tu già sai, a differenza di qualcuno che ti sta intorno, un po’ troppo nervoso, ma che io ti ripeto così che ti rafforzi nella tua giusta intuizione. Gira una balla, figlia dei desideri e dell’impotenza, che a forza di ripeterla si prende anche nel nostro accampamento per vera: e cioè che senza un riallineamento di Fini la legislatura sia condannata alla paralisi. Chi l’ha detto? Io dico che invece può darsi benissimo, ma proprio benissimo, che nei prossimi mesi attorno a te si sedimenti una maggioranza per un decimo nuova, bastante e avanzante; composto questo decimo da qualche volenteroso transfuga fulminato dal senso di responsabilità, ovvio; per il bene dell’Italia, ovvio; in un momento come questo poi, ovvio. E’ una guerra di nervi? Teniamoli saldi. Take it easy.
Elezioni anticipate? Improbabili, anche in primavera
Perfino qualcuno che normalmente fatica ad uscire dal repertorio di frasi fatte in uso al gregge di sinistra se n’è finalmente accorto: sul come risolvere il caso FLI e sull’eventualità di elezioni anticipate i servi e i pennivendoli di Berlusconi tirano da una parte, il capo tira dall’altra. Quasi tutti, tranne pochi coraggiosi fedelissimi alla linea occulta: tra i quali io. Ai primi, specie agli spiriti bollenti come Sallusti, braccio destro di Feltri, che tanto ha lavorato per il redde rationem tra il fondatore di fatto e il cofondatore per grazia ricevuta, non è affatto andato giù il Silvio democristiano di questi ultimi giorni, e vorrebbero senz’altro spacciare gli avversari una volta per tutte alla giostra cavalleresca delle elezioni. Quella sarebbe di norma la “bella politica” della destra che non si è guastata il cervello coi ghirigori impalpabili ma velenosi della “bella politica” democratica. Che lasciamo volentieri ai Bocchino e ai Granata. Ma il Berlusca, se è spericolato come un fanciullo nel dire sciocchezze poco istituzionali, e nel dispensare sorridente e universale ottimismo, nella politica vera è diffidente come un gatto e furbo come un beduino, come ha intuito un esperto quale Gheddafi fin dal primo minuto del suo incontro col nostro capo. E, portando rispetto alla verità e mostrando un po’ di eretico coraggio, cerchiamo di non parlare sempre male in toto della democristianità: per esempio di quel misto di sangue freddo e prudenza che è frutto di una saggezza antica, seppure intrisa di pessimismo e senza prospettive, e quindi senza grandezza, ma che all’uomo politico non deve essere del tutto sconosciuta, quando si tratta di resistere agli assedi, confidando nella volubilità degli uomini e nell’opera del tempo. Ora come ora, in caso di elezioni anticipate, i rischi di trovarsi con un Senato azzoppato e senza una chiara maggioranza sono altissimi. I leghisti più irriflessivi scommettono con facile ottimismo in una facile vittoria solo perché per loro il premio sarebbe ultragratificante. O perché in caso di mezza vittoria o mezza sconfitta potrebbero consolarsi – forse, io non ci spererei troppo – con l’esclusiva del sentimento nordista. La differenza con la situazione attuale è che in quel caso l’instabilità avrebbe il crisma dell’ufficialità e per il Berlusca il passo d’addio sarebbe quasi inevitabile. I risultati del voto di fiducia – non leggete le solite gazzette italiche – lo hanno incoraggiato. Ed egli ne ha avuto conferma proprio dalla mal dissimulata delusione di un certo mondo leghista mosso da miopi appetiti, troppo scopertamente frettoloso nel condannare un risultato in realtà assai meno negativo di quanto si aspettassero i partigiani delle elezioni anticipate qui ed ora. Che i Bossi e i Maroni se ne facciano interpreti non deve ingannare: devono tener buona la ciurma, ma, volenti o nolenti, sanno benissimo di stare nella stessa barca del presidente del consiglio.
Il Cavaliere non ci pensa nemmeno dopo morto a recuperare i Fini e i Casini. Non ci crede e non lo vuole, dopo le torture che gli hanno inflitto. Casomai potrebbe accogliere nel suo accampamento il Rutelli, vista la sua promettente traiettoria politica, cui manca solo un passo per completare il percorso di tutto l’arco costituzionale: difficile, ma a caval donato non si guarda in bocca, figuriamoci al marito della Palombelli. Il Cavaliere sa che nel bel mezzo della Camera dei Deputati tra FLI, UDC, API, MPA e minutaglia varia c’è un tesorone di una novantina di parlamentari non proprio bolscevichi in cerca d’autore e di un futuro. Gliene servono una ventina per avere la maggioranza assoluta, e diciamo una trentina per veleggiare tranquillo tranquillo. Sette-otto gli si sono già affezionati parecchio in occasione del voto di fiducia. Il Cavaliere minaccia, pure lui, le elezioni, ma non le vuole affatto (se non come extrema ratio). Esattamente come Fini, che spera col ricatto dell’indispensabilità numerica di FLI d’inchiodare Berlusconi e il PDL ad un immobilismo autodistruttivo, in attesa magari dell’intervento della cavalleria giudiziaria. Il Cavaliere scommette invece che il tempo logorerà l’UDC e porterà alla luce nei momenti decisivi l’assoluta eterogeneità del gruppo finiano, come d’altronde si è già visto col voto negativo alla fiducia espresso dall’esaltato capo dell’ala giustizialista di FLI, il patriota repubblicano Fabio Granata. Fini pensa che le parole taglienti, calme e risolute che gli escono volentieri di bocca bastino a soggiogare il prossimo ma non è mai stato un cuor di leone; in questo assomiglia molto al comunista freddo D’Alema: non sono combattenti, nel fuoco dello scontro ravvicinato e risolutivo non li ritroverai mai. Nel frattempo il Cavaliere cercherà di coagulare intorno a sé, al di fuori dell’arena politica, un partito di responsabilità nazionale che farà il verso al nuovo CLN periodicamente evocato dalla sinistra, e che metterà idealmente insieme i Marchionne e i Bonanni. E’ una strategia che ha ragionevoli probabilità di riuscita. E’ la strategia studiata per sfuggire all’assedio dei nemici. E degli amici.
E già, la dignità!
E’ tutto divertente. Molto divertente. Ci sono quelli che tifano per; quelli che tifano contro; quelli che come Ezio Mauro, flemmatico chief executive officer dei pirati della corazzata Repubblica, emettono concisi, freddi, e allarmati bollettini di guerra sullo stato dei dossieraggi e killeraggi contro l’alta carica istituzionale oggi occupata da Fini; ci son quelli, più ridicoli, che come i Battista e i Romano, ufficiali di lungo corso della corazzata Corriere, fanno boccuccia e osservano sgomenti ed allibiti insieme con l’opinione pubblica l’irresistibile pochade che va in scena attorno all’appartamento monegasco ora da tutti rinnegato, neanche fosse proprio quella disponibilissima e popolarissima bella di giorno che perfino tu e Lapo ed io…
Io non ci ho capito niente, perché non me ne sono minimamente interessato, alla trama voglio dire: dopo decenni e decenni e decenni di dossieraggi e killeraggi da parte dei soliti noti che oggi tremano compunti per le sorti della democrazia, le paginate dedicate agli affaires politico-giudiziari mi fanno lo stesso effetto dei volantini pubblicitari nella cassetta della posta. Mi restano in testa con contorni onirici solo le figure dei protagonisti che via via entrano in una rappresentazione in cui la forma e il contorno avvincono e spiegano più del contenuto: l’alto presidente della Camera, rigido come un baccalà, l’eloquio secco che non ammette repliche, uguale a se stesso, immaginiamo, dalla camera dei deputati alla sala da pranzo, dalla sala da pranzo alla camera da letto; la gattina flessuosa e sottile dai boccoli biondi e dalla grande bocca che gli sta – magnificamente, dobbiamo dire – al fianco, il cui sovrabbondante sex appeal rimedia quasi ai guasti della di lui freddezza; il di lei fratello belloccio e viveur, gaglioffo non sappiamo; un bestione ruspante come Gaucci, uscito vittorioso dalle battaglie con tutti i cinghiali dell’Appennino, colpito e affondato come da copione nell’ebbrezza della gloria dalla volpina femminilità di una zazzera bionda, che ora furioso come l’accecato Polifemo scaglia anatemi da qualche suo maniero campagnolo o caraibico; e la testa dell’avvocatino che spunta timida da dietro le quinte con un “posso?” affettato e gravido di promesse poteva mancare? Certo che no: Renato di nome, Ellero di cognome. Ellero quello lì? Ellero quello lì. Ah, ma non malignate troppo sul suo ziz-zagante percorso politico di ex senatore leghista, ex berlusconiano, ora fan di Grillo e sostenitore dei comitati “No Dal Molin”: un avvocato, le cause, non le sposa mica. (E’ una battuta, avvocato, una battuta!)
Non sono riuscito a sciropparmi il video del discorso di Fini. Non ho fatto nemmeno lo sforzo: tanto ci sono anime eroiche, ancor giovani ed ignare, che sacrificano un po’ degli anni migliori della loro vita per farne il riassunto nel web. Avrà volato alto, senza dubbio, anche perché sennò sarebbe apparsa troppo come una difesa, e su quel piano giustamente non doveva scendere. Quando si è attaccati da destra ci si sente meno soli, in Italia, nonostante il regime, e quindi si ragiona di più. Ma tutto ciò è tedioso, ripetitivo. Io cerco l’intrattenimento vero. E’ più dilettevole ed istruttivo registrare da lontano lo scandalo dei grandi professionisti dello sputtanamento democratico e consapevole, gente che in trenta e passa anni ha azzoppato un sacco di pesci piccoli e grossi, perfino istituzionali, perfino innocenti; e la vasta platea dei loro lettori, adusa a sparare sulla Croce Rossa, che a comando scatta indignata contro i pallidi imitatori dei loro predicatori, i Feltri e i Belpietro, fior di gentiluomini al confronto di quelli, e per questo conseguentemente chiamati sgherri.
Ma i più divertenti di tutti sono quelli che oggi si preoccupano della “spirale di imbarbarimento della vita politica”, di una “soglia della decenza” che è stata superata, firme di un quotidiano che dei duri e puri della pratica quotidiana del dossieraggio è andato per viltà e per calcolo a rimorchio, tanto che da tempo si è assicurate le prestazioni di una specialista del grossolano genere gossip + servizi deviati, che oggi va per la maggiore tra i sinistrati della penisola, come la mitica e seriosissima Sarzanini. (Contenta lei. Io non so veramente che ambizione sia. Ma non ha visto a quali abissi di cupezza si è ridotto il D’Avanzo dopo una vita in trincea a difesa della democrazia?)
Oggi costoro arricciano un nasino sorprendentemente delicato, il cui olfatto si è fatto improvvisamente finissimo, dopo aver fatto cilecca anche quando le bombette puzzolenti partivano dalle stanze dei loro colleghi di via Solferino, solo perché la geografia dell’ennesimo bordello politico-giudiziario è un affare tutto interno alla destra. Ecco allora che questi essere di solito miti e pacati, insomma queste pappamolle di tutti i giorni, ritrovano il coraggio per vivere un giorno da leoni e chiedono a tutti, con animo vibrante, di “riacquistare un profilo di dignità”. Orpo.
La storia deviata
Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.
L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.
La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.
Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:
Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.
Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.
La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.
La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.
La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.
Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.
Il peccato di Fini
Volete sapere qual è il vero peccato di Fini? Quello che il popolo verace della libertà prima ancora che con un abbozzo di ragionamento con la perspicacia dell’istinto proprio non gli perdona? Se pensate alle sue posizioni in tema di diritti civili o di immigrazione, e il molesto puntiglio da banderillero con cui le sventola in faccia al toro Berlusconi, sbagliate. Ma andiamo con ordine.
Senza che si abbia notizia di una qualche sua folgorazione sulla via di Damasco, del resto innaturale per un animale a sangue freddo come l’attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini nell’arco di tre lustri e mezzo, un passetto alla volta, tranquillo tranquillo, ha eseguito una sbalorditiva inversione ad U nella sua traiettoria politico-filosofica: da un inamidato e composto lepenismo arcicomunitarista è passato ad un inamidato liberalismo politicamente ultracorretto, che per molto tempo ha fatto sbuffare non poco i suoi, tutta gente sanguigna che una volta andata in bestia in via definitiva ha trovato in Berlusconi quell’animale a sangue caldo e quel capo generoso di pacche sulle spalle da sempre inconsciamente sognato; insomma, il cameratismo del Partito dell’Amore in tutto il suo splendore agonistico.
Non crediamo di essere poi troppo maligni nello supporre che nel momento stesso in cui gli entusiasti elettori del nuovo partitone di centrodestra stavano decidendo nei gazebo di battezzarlo disgraziatamente Popolo della Libertà invece che Partito della Libertà – sono gli inconvenienti della democrazia questi gusti sciagurati – Fini in cuor suo invece meditasse già di rifarsi del blitz napoleonico che gli aveva sottratto la sua creatura, un colpo gobbo meglio noto nell’angolo più riposto della sua memoria come l’Anschluss del Predellino. Ciò ha accelerato il corso della sua parabola politica. Da allora ha cominciato con determinazione a costruirsi una sua zona d’influenza nel partito come capo ufficioso della componente laico-liberale, per dir così, del PdL. Spazio ce ne sarebbe, e anche legittimo. In Italia un partito liberale manca e la componente laico-socialista ex italoforzuta è robusta soprattutto nei quadri della formazione berlusconiana più che nell’elettorato; una forza non in grado di rivoluzionare gli equilibri interni del partito “conservatore” italiano, ma di influenzarne e mitigarne gli indirizzi.
Sennonché anche per recitare questa parte, e senza nemmeno entrare nella questione del ruolo istituzionale di Fini, bisognerebbe dimostrare coerenza e lealtà. Se si parla di riforme in campo economico, ad esempio, e specialmente in questi tempi di panico “antimercatista”, non si possono far circolare bei pensierini di stampo quasi ultraliberista e poi, calma e gesso, concionare di condivisioni e concertazioni, come se scornarsi con Tremonti su queste cose poi non volesse dire far fischiare le pallottole con Epifani.
Ma tutto questo sarebbe secondario e perfino fisiologico in un grande partito di massa se non fosse che Fini e i “finiani” di più stretta osservanza hanno commesso un errore – un peccato – dal quale difficilmente si torna indietro: hanno cominciato a parlare il linguaggio dell’opposizione e dell’antiberlusconismo. La cosa ha un precedente illustre: la sinistra democristiana, una confraternita di uomini politici che la forza d’intimidazione della propaganda del PCI riuscì letteralmente a creare nel seno della Balena Bianca. Essi costituivano gli accettabili, decenti e imposti mediatori tra le sedicenti forze di garanzia della vita democratica in Italia, i comunisti, e le forze al governo sempre proclivi a latenti tentazioni autoritarie, fasciste, e dall’arrivo della stagione della “questione morale” in poi, anche alla corruzione. Forti di questa rendita di posizione, i democristiani di sinistra acquistarono col tempo un potere di corrente spropositato nel loro partito, un potere che non aveva nessuna relazione con l’esiguo, se non invisibile, peso degli elettori democristiani “di sinistra”. Graziati da Mani Pulite, furono infatti condannati e fatti sparire dal voto del popolo ex-democristiano.
Le battaglie culturali prima ancora che politiche si cominciano a perdere quando si comincia ad usare il linguaggio del nemico, le sue parole e i suoi aggettivi, che sottendono ideologie e vulgate ben determinate. Molto più della fastidiosa – nei modi – ma tutto sommato legittima guerriglia sui temi principali della contesa politica, è stata l’adozione di parole come “dittatura”, “partito di plastica”, o l’adeguarsi alla retorica della “legalità”, facendo finta di non sapere cosa tutto questo implicasse, a suggellare un vero e proprio passaggio del Rubicone da parte delle avanguardie finiane. E infatti al vecchio comunista sempre sonnecchiante in D’Alema è scattato immediatamente un riflesso pavloviano, benedicendo in Fini “l’interlocutore importante”. Un avviso fragoroso, se dirittamente inteso, per Fini. Prima che sia troppo tardi.
La sinistra italiana e il sogno di una sinistra pidiellina
C’era una volta la sinistra democristiana. Anche se non c’era nessun elettorato democristiano di sinistra. Al massimo esisteva l’elettorato democristiano statalista, nella versione però conservatrice e tradizionalista. La sinistra democristiana era composta unicamente di animali politici, più propriamente gli uccelli da voliera di quella variegata fauna. Non a caso provenivano soprattutto dalle regioni rosse della dhimmitudine democristiana: i Fanfani, i Gronchi, i La Pira di ieri erano toscani, come la Rosy Bindi dei giorni nostri; i Dossetti e gli Zaccagnini di ieri erano emiliano-romagnoli come i Prodi, i Castagnetti e i Franceschini di oggi. La loro statura politica si basava sul credito concesso loro generosamente dalla sinistra tout-court, quella comunista, che poi spendevano per allargare il loro potere a destra. Nel dopoguerra e fino ai giorni nostri la sinistra in Italia ha interpretato il ruolo del furfante in una storia la cui vera protagonista è stata una grandiosa sindrome di Stoccolma. Usando con modulata sapienza, come ganasce di una tenaglia, una piazza minacciosa e una formidabile macchina propagandista annidata nei giornali e nel mondo intellettuale, la sinistra è arrivata a surrogare in parte, ma con grande efficacia, la mancanza di consenso elettorale quale motore della crescita del suo potere reale nel paese, in tutti i settori originariamente non presidiati. Con questa forza d’intimidazione ha letteralmente creato, essa, la sinistra democristiana. Ossia gli accettabili, decenti e imposti mediatori tra le sedicenti forze di garanzia della vita democratica in Italia, i comunisti, e le forze al governo sempre proclivi a latenti tentazioni autoritarie, fasciste, e dall’arrivo della stagione della “questione morale” in poi, anche alla corruzione. Forti di questa rendita di posizione, i democristiani di sinistra acquistarono col tempo un potere di corrente spropositato nel loro partito, un potere che non aveva nessuna relazione con l’esiguo, se non invisibile, peso degli elettori democristiani “di sinistra”. Con la morte di De Gasperi, cominciò la lunga stagione della progressiva affermazione del centro-sinistra in Italia, che ricevette un decisivo impulso dalla caduta del governo del “fascista” Tambroni e dai fatti di Genova. Il “compromesso storico” berlingueriano, in un paese stremato dalla violenza di un estremismo in grandissima maggioranza rosso, alimentato a forza dalla sinistra con la sfrontatezza di un doppio gioco che consisteva nel far girare al massimo il motore della propaganda “antifascista” per poi porsi virtuosamente dalla parte della massima e più gelida “fermezza” quando la frittata era stata fatta, doveva essere il trionfo di questa strategia intimidatoria. Poi arrivò Craxi. Poi il crollo del Muro. Poi la salvezza, per i rossi, di Mani Pulite. E l’eliminazione dei socialisti, dei democristiani, non di sinistra, dei liberali, dei socialdemocratici e dei repubblicani. Poi arrivò Berlusconi. Ma la sinistra italiana, che mai ha fatto onestamente i conti con la storia, nonostante i cambi continui di nome, dal settarismo comunista non è mai completamente uscita, bloccando l’Italia, a destra e a sinistra. Ancor oggi continua a coltivare, a benedire, e circoscrivere un’area di legittimità nel campo avversario. Oggi è il turno dei quartieri Finiani. Ma i tempi sono cambiati.
Schifosi italiani
La Caritas sventola come un bollettino di vittoria il nuovo rapporto sull’immigrazione e i dati in esso contenuti: gli immigrati regolari sono 4.330.000, il 7,2% dei residenti. Ma circa 300 mila sono stati regolarizzati lo scorso mese. E quindi la percentuale sale al 7,7%. Siamo un paese di Serie A finalmente! Siamo sopra la media europea! E stiamo parlando solo di regolari. Ci stiamo avvicinando pure alla meravigliosamente democratica Spagna coi suoi poco più di 5.000.000 di immigrati regolari, di cui però una quota rilevantissima è costituita da latinoamericani di lingua spagnola, e alcuni come uruguayani o argentini differiscono dagli iberici in gran parte solo per l’accento; e anche alla Germania, che però conta ottanta milioni di abitanti, venti più dell’Italia, coi suoi 7.000.000. E allora, tutto bene? L’Italia non è più il paese delle cacce grosse al negro e all’abbronzato? Col piffero. Ci vorrebbe coraggio e schiena diritta per omaggiare sia pure di un piccolo “grazie” – di un buffetto, di una strizzatina d’occhio – le plebi dell’Italia berlusconiana: doti che evidentemente mancano a Mons. Schettino, presidente della Commissione episcopale immigrazione e migrantes, e a un Gianfranco Fini sempre più compreso del suo ruolo di scolaretto democraticamente perfetto. Invece…
Secondo il presidente della commissione migrantes, tra l’altro, i dati del nuovo Dossier Caritas ridimensionano l’allarme criminalità legato agli immigrati ed al contempo sembrano far “vacillare anche il cliché degli italiani brava gente a seguito dei ricorrenti atti di razzismo e intolleranza nei confronti degli immigrati”. Per questo, conclude monsignor Schettino, “bisogna cambiare e favorire condizioni di vita più serene per noi stessi e per gli immigrati” e “favorire un loro inserimento nella società”. Un processo che comporta diritti e doveri, sostiene la Cei, ma che può passare anche attraverso le regolarizzazioni per chi lavora, la concessione della cittadinanza e maggiori aperture sul voto amministrativo. Sulla scia della Cei, anche Gianfranco Fini ritiene che l’ignoranza e il pregiudizio siano i primi ostacoli da superare: ”In Italia non c’è razzismo ma tanta xenofobia che è l’anticamera del razzismo. E xenofobia – ha detto il presidente della Camera alla presentazione del rapporto Caritas – significa paura dello straniero. Intanto c’è molta ignoranza e su questo serve un impegno stringente delle istituzioni. In più non tutte le cosiddette agenzie educative, come la scuola, le istituzioni o i giornali, hanno rivolto ai giovani l’invito a riflettere. Per questo il primo impegno delle istituzioni è di contrastare il pregiudizio che è l’anticamera dell’ignoranza e della ripulsa”. (La Repubblica.it)
Ma ragazzi, parlo a voi, Mons. Schettino e Gianfranco Fini, una lisciatina di pelo piccola piccola – giusto per un briciolo d’umanità – a quella bestia ignorante dell’homo italicus non potete proprio farla? Vi fa proprio schifo? E poi ci si sorprende se quest’ultimo si sceglie il padrone che lo bastona di meno! Mah…
Alea iacta est
Innanzitutto un rimpianto. Per il fatto che la CDL non abbia saputo attendere con pazienza il momento della vittoria. La sinistra era un cittadella assediata da prendere per fame. Il partito dell’immobilismo che il governo Prodi incarnava era sceso al livello più basso di popolarità che la storia recente d’Italia ricordi. Il cicaleccio sulle miracolose riforme elettorali e istituzionali, le poderose offensive mediatiche contro tutta la casta politica, le leggende metropolitane sui liberismi di sinistra, che istituzioni, politici e giornali ci riservavano ogni santo giorno, servivano solo a stendere un velo semiassolutorio sull’impotenza dell’attuale maggioranza. Era solo questione di tempo. Se l’azione del governo fosse continuata non al riparo della cortina fumogena del dibattito sulle riforme ma sotto i riflettori dell’opinione pubblica, anche il celebrato nuovo segretario del novissimo partito democratico sempre della sinistra si sarebbe dovuto esporre e fatalmente sarebbe stato coinvolto nel pantano del governo Prodi. La strategia berlusconiana era giusta: nessuna mano tesa alla sinistra. Prima o dopo il redde rationem sarebbe arrivato. La gente stava constatando palpabilmente la differenza sostanziale tra il cammino difficoltoso ma sensato del governo Berlusconi e l’arroccamento delle forze conservative del paese che il governo Prodi rappresenta e di cui Romano Prodi è il sensale. E l’operazione di smarcamento dall’esecutivo attuata clamorosamente dalla Confindustria montezemoliana , e con più tatto dal PD veltroniano, avrebbe rivelato sempre più il suo carattere opportunitisco, vista la contrarietà a nuove elezioni.
Finora è stata proprio l’attitudine tiepida degli alleati, dovuta non solo all’ambizione personale ma anche al loro profilo psicologico di insiders della politica italiana, a costringere l’outsider Berlusconi a tener vivo il sentimento unitario del popolo del centrodestra con dichiarazioni ad effetto; ma ora che i poco combattivi generali dell’armata berlusconiana si sono abboccati col nemico, è stato giocoforza per Berlusconi passare il Rubicone, buttando sul tavolo della partita per la conquista del potere politico nel nostro paese tutto il peso di una leadership carismatica che va ben oltre i limiti di Forza Italia e scommette sulla sovranità limitata di Fini e Casini sui rispettivi partiti e soprattutto sugli elettori di AN e UDC. Ci sono voluti quindici anni, ma ora siamo davvero all’uno contro tutti, e quel che è certo è che in vista della battaglia finale Giulio Cesare Berlusconi potrà contare sul grosso delle sue legioni. Grazie all’effetto drammatico di questa ridiscesa in campo, che ha messo sotto pressione i capi tribù alleati costretti ora a scegliere tra la sottomissione a Berlusconi e il rischio di perdere i propri eserciti, qualche nervosismo comincia a serpeggiare anche nell’Urbe dove l’immagine edulcorata dell’amor et deliciae generis humanis del XXI secolo rischia col tempo di sovrapporsi insensibilmente passo dopo passo a quella del grigio Prodi quale garante dello status quo. Cambiata la situazione, Berlusconi, rimangiandosi con disinvoltura e decisione un bel po’ di parole spese in passato a favore del sistema elettorale maggioritario e facendo un po’ il verso alle giravolte di Veltroni, allo scopo di stanarlo ha offerto la sua disponibilità a discutere su una legge elettorale proporzionale non machiavellica che ci porti fuori da questo bipolarismo: da questo, non dal bipolarismo tout-court. E poi si vada alle elezioni.
E apriamo una parentesi. L’Italia, com’è noto, è il paese delle parole in libertà. Se si guardasse semplicemente al significato letterale delle parole, si scoprirebbe ben presto che i discorsi che si fanno sono al novantanovepercento senza senso. Tanto per dirne una: neanche l’attuale sistema elettorale è maggioritario, bensì proporzionale con premio di maggioranza su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato. Nel voto per la Camera dei Deputati in pratica l’attuale sistema ha trasformato l’Italia in un unico collegio elettorale uninominale maggioritario nel quale si elegge solo un leader, per di più azzoppato, che si porta dietro una foltissima cordata di compagni con salmerie al seguito. Un sistema siffatto non ha assolutamente niente a che fare con lo spirito del sistema maggioritario, che vuole che tutti gli eletti vincano la loro personale battaglia. Sia col lambiccatissimo meccanismo fifty-fifty messo a punto dai professorini di Veltroni, sia con l’assai più chiara e schietta legge elettorale partorita da un eventuale successo del referendum Guzzetta, rimarremmo fondamentalmente sempre nell’ambito culturale del sistema proporzionale, corretto, o meglio, alterato più o meno drasticamente in modo da limitare la frammentazione partitica e premiare le formazioni più forti. Ma non è piuttosto illusorio e frutto di un residuo di mentalità costruttivista pensare di risolvere mediante espedienti tecnici problemi culturali che ci portiamo dietro dalla fine della seconda guerra mondiale?
Se intendiamo per bipolarismo la presenza in un paese di due grosse formazioni di diversa ispirazione politica, diciamo a spanne – e all’europea – socialdemocratica e liberale, ma entrambe saldamente democratiche e quindi entrambe opzioni di governo praticabili, possiamo vedere che ciò si realizza nel continente europeo indipendentemente dai diversissimi sistemi elettorali dei singoli stati. Senza neanche parlare della vecchia e ricca Europa occidentale – e annotando tra parentesi come anche nelle nazioni di più recente tradizione democratica di quella stessa vecchia Europa, vale a dire la Spagna (Partito Popolare e Partito Socialista), il Portogallo (Partito Socialdemocratico, conservatore a dispetto del nome, e Partito Socialista) e la Grecia (Nuova Democrazia e Partito Socialista) lo schema classico bipolare si è rapidamente realizzato – noi ci accorgiamo che pure lo sviluppo dell’Europa una volta chiamata dell’Est testimonia questo fenomeno.
In Italia il bipolarismo era virtuale e continuerà ad essere virtuale fin quando gli eredi non pentiti del comunismo continueranno a essere parte integrante e imprescindibile della sinistra italiana. Per il momento, qualunque sia il sistema elettorale scelto, esso non impedirà la formazione di una robusta minoranza veterocomunista, una Izquierda Unida numericamente necessaria alla sinistra per poter aspirare al governo. E’ ovvio che la formazione di un sedicente centro formato dai vari Montezemolo, Casini, Pezzotta, Mastella, Monti ecc., sostenuto dalle corazzate della grande stampa ma esso stesso espressione di nomenklature economico-finanziarie, non potrà che essere strategicamente propedeutico alla ricomposizione di una sinistra sgravata infine della zavorra massimalista; e nel migliore dei casi non potrà che nascere da questa simbiosi un allargato partito democratico ispirato ad un aggiornato, riverniciato statalismo. Che Veltroni può ragionevolmente sperare di guidare al prossimo appuntamento col voto. Nel frattempo però gli scontenti e i disillusi andranno ad ingrossare le file dell’outsider Berlusconi mentre la prolungata agonia del governo Prodi, che il segretario del Partito Democratico dovrà per forza sostenere fino a che i tempi saranno giudicati maturi, finirà per gettare un’ombra di vecchiezza – e di verità – sull’uomo nuovo della sinistra.
Quand’anche con la consumazione del matrimonio col centro dei salotti buoni Veltroni riuscisse a liberarsi dei comunisti di nome – perché l’anima dei comunisti di fatto resiste alla grande anche nel neonato PD, come dimostra la rinnovellata e tempestiva corresponsione d’amorosi sensi tra la magistratura milanese e il foglio principe dei giacobini italiani – egli rimarrebbe pur sempre lo splendido cerimoniere di un’alleanza tra poteri consolidati attorno ai quali gravitano vaste clientele e burocrazie, mentre Berlusconi scenderebbe dalle Gallie a capo di una moltitudine di popolo minuto confuso, arruffone e magari volgare, che però da una rivoluzione liberale avrebbe molto meno da perdere.
Ora che la pianura di Farsalo comincia a distinguersi all’orizzonte, resisteranno i nostri liberali mangiapreti & clericali alla sempiterna tentazione di rinchiudersi nelle loro chiesuole e riusciranno finalmente a solidarizzare pragmaticamente in una massa critica significativa ed influente all’interno dell’unico schieramento che abbia un futuro?
(Ciò detto, naturalmente io duemila anni fa sarei stato, nonostante tutto, dalla parte della vecchia e corrotta aristocrazia senatoria repubblicana.)





