Posts Tagged ‘Giustizia’
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (124)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
MARIA CHIARA CARROZZA 29/04/2013 Ecco cosa significa essere un ministro nuovo di zecca: non fare neanche in tempo ad aprire la bocca, ed essere subito impallinato da un qualche oscuro opinionista a caccia di facili prede. E tra le voci di questi frustrati scribacchini poteva forse mancare quella famigerata del sottoscritto? Certo che no. Intervistata dall’Unità ed interrogata sulle linee-guida del suo operato al ministero dell’Istruzione e dell’Università, la signora Carrozza, prima di esporle, ha voluto precisare con zelo repubblicano che «La mia guida sono i principi della Costituzione, per nulla invecchiati.» Urca. Questa nostra Costituzione è propria una bomba: tutto previde e giammai fallò. Da un po’ di tempo la Carta è diventata oggetto di culto da parte di una setta potente che è meglio per voi non spernacchiare. Meglio ancora se vi acconciate a pagarle un piccolo tributo, venerando la reliquia. Cioè, non la reliquia, ma il suo spirito vivificatore, cui forse un giorno si attribuiranno poteri taumaturgici. Intanto però questa religione di serie B ha già sparso in giro un bel po’ di fideismo. Massimamente tra gli intellettuali e i pozzi di scienza, come si vede.
ANDREA COLLETTI 30/04/2013 Lungi dal rappresentare qualcosa di nuovo e originale, i militanti del Movimento 5 Stelle sono la quintessenza rumorosa, tetragona e un po’ ingenua del bigottismo di sinistra. Vecchie comari rimbambite travestite da ragazzotti. Che pena. Prendete questo bel tomo, Andrea Colletti. Nel suo intervento alla Camera ha detto: «Questo Governo odora di democristianità. Odora di intrecci di comitati d’affari quali CL e Compagnia delle Opere. Visto il Ministro dell’Interno che ha scelto, o che è stato obbligato a scegliere, possiamo ben dire che questo sembra il Governo della trattativa Stato-Mafia. Del bavaglio alla magistratura ed alle opposizioni politiche. Questo, siamo sicuri, sarà il Governo del salvacondotto giudiziario a Silvio Berlusconi.» Democristianità, Intrecci, Comitati, Affari, Trattativa, Bavaglio, Salvacondotto: chissà come si sarà sentito dopo aver schierato in poche frasi tutti questi cavalli di battaglia! Un Partigiano della Legalità, come minimo. Poveretto. Costui probabilmente ritiene di aver fatto qualcosa di rivoluzionario, di aver detto l’indicibile per il bene della patria. E tutto questo dopo aver sciorinato come un bravo pappagallo un trito campionario di quel cospirazionismo esoterico che fa da decenni la felicità onanistica dei lettori de “La Repubblica”, e da qualche tempo di quelli della roba forte de “Il Fatto Quotidiano”. Perché anche l’antifascismo ha il suo Codice Da Vinci. Anzi, ne ha tutta una biblioteca.
IL PERDONISMO 01/05/2013 Non ho capito se i famigliari del carabiniere Giuseppe Giangrande abbiano risposto a una domanda esplicita dei giornalisti, oppure se abbiano obbedito a una specie di osceno e stupido adempimento burocratico che il circo mediatico ha ormai tacitamente imposto a chi ha appena visto un figlio, un genitore, un fratello o una sorella cadere vittima della furia omicida. Fatto sta che anche loro hanno dovuto decidere sul momento, col cuore in gola, davanti a dei petulanti tirapiedi, ambasciatori di un pubblico ferocemente avido di futili emozioni, se «perdonare» o «non perdonare» il malfattore. Siccome il buon gusto e il rispetto dovuto ai sentimenti più sacri impongono che a questo Cristianesimo da Reality Show si metta fine al più presto, propongo agli sventurati prossimi venturi questa risposta standard, da imparare a memoria: «Sì, noi perdoniamo. Perdonare è il dovere di ogni bravo cristiano. Perdonare vuol dire non rispondere al male col male, e lasciare la porta aperta a un sincero pentimento. Se i lunghi, lunghissimi, interminabili e penosissimi anni di galera, che ora inevitabilmente attendono lo sciagurato che ci ha così duramente colpiti, saranno utili alla salvezza dell’anima sua, in obbedienza ai disegni sapienti e misteriosi di una Provvidenza sempre misericordiosa, noi sapremo essere lieti per lui e con lui, e sapremo impetrare, nella maturità dei tempi, se saremo ancor vivi, la clemenza della giustizia umana. Il pentimento sincero è come una conversione. E’ una cosa rara. Ma non vogliamo rinunciare a questa ineffabile speranza». Naturalmente questa è la versione lunga. Per il popolo la condenserò in una formuletta assai più sintetica.
BELEN RODRIGUEZ 02/05/2013 Non è mai stato un bello spettacolo tutta questa gente famosa ansiosa di farsi ricevere in Vaticano dal Papa. Gente che quando poi il grande giorno arriva, chissà dopo quante e assai poco eleganti sollecitazioni, eccola lì sorridente e timorata con tutta la famigliola e magari anche con un regalino al seguito, gingillo che il Santo Padre rigirerà fra le mani per la prima e ultima volta in quest’unica occasione. Scene strazianti di vita piccolissimo borghese. E comunque, si capisce, un grande traguardo per loro e per la loro casata del kaiser. Non poteva sfuggire a questa mania Belen Rodriguez, che i traguardi in Italia ormai li ha tagliati tutti. La neo-mamma ha confessato al settimanale “Oggi” il suo desiderio di «partecipare ad una pubblica udienza del Papa. Mi piacerebbe tanto far benedire Santiago dal Papa, argentino come me». Insomma, ha dato inizio alle grandi manovre diplomatiche, così, alla luce del sole, tirando da lontano Papa Francisco per la manica dell’abito talare. Mi verrebbe di chiamarla un esempio di spudoratezza mezza arrogante e mezza ingenua. Ma non sono poi tanto sicuro. Andare vittoriosamente così dritti allo scopo, con grande scandalo dei maschi, è tipico del genio femminile, e anche il Vangelo lo testimonia.
IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego.
[MIO COMMENTO: Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d'attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, è una questiona se vi acconciate a pagarle un o. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.
ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.
[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]
HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.
LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.
DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.
[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l'appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa - a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall'inizio dopo l'errore fatale dell'attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell'uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli "affari" e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (113)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
L’INTERCETTAZIONE TELEFONICA 11/02/2013 Nel nostro particolarissimo paese questa svergognata non solo ha ormai una sua propria personalità, ma di questa ha anche i disturbi. Perciò, come il pacifista viene preso da furore e indignazione al cospetto di certe guerre, mentre non lo puoi svegliare nemmeno col cannone quando si scannano spietatamente in altre; così l’intercettazione telefonica cade preda di un protagonismo incontrollabile quando la nostra impareggiabile magistratura bracca le cricche dei berlusconiani, mentre è più discreta di una monaca di clausura quando la nostra specchiatissima magistratura indaga laboriosa e riservata sui pasticci combinati dai compari della sinistra. Da quando è scoppiato il bubbone del Monte dei Paschi, ad esempio, non una che si sia offerta di titillare i nostri ormai drogati orecchi. E non ci manca tanto quella che inchioda l’indagato alle sue responsabilità, ma quella che lo inchioda al suo sordido, meschino, volgare e ordinario quotidiano, alle donnine soprattutto, condimento indispensabile ed eterno di ogni scandalo. Ma per fortuna è spuntata la pista Verdini, e con essa la traccia di alcune telefonate fatte dal brutto ceffo pidiellino al condottiero del Monte. Anche se non sembra roba forte, voglio credere che non se la terranno tutta per loro.
IL FINANCIAL TIMES 12/02/2013 L’antiberlusconismo è una malattia subdola. Se non siete di sinistra, comincia di solito con qualche distinguo o con qualche alzata di sopracciglio. Lì vi dovete fermare, perché sennò il virus vi devasterà. Lo prova il fatto che l’epidemia ha da tempo varcato con successo le Alpi. Sono lustri, per esempio, che le gazzette della grande finanza anglosassone ci dicono che Mr. Berlusconi is unfit to lead Italy. Ma col tempo i toni sono cambiati da così a così. Con la sua inesplicabile e beffarda resistenza il celodurismo carnevalesco del Cavaliere è riuscito a sgretolare anche la rinomata compostezza britannica. Prendete il titolo dell’ultimo editoriale del Financial Times: “L’Italia dovrebbe solo dire no a Silvio”. Non solo suona ruvidamente paternalista, ma in quel confidenziale “Silvio” non vi sembra forse di notare la progressione di una patologia mediatica tipicamente italiota, e starei per dire berlusconiana? E non vi sembra di cattivo gusto che il bollettino del capitalismo corretto in omaggio a Silvio ripeschi una parola come “plutocrate”, che signoreggiava nella propaganda dei regimi totalitari? E non vi pare che certi moniti come questo: “Gli investitori sarebbero molto ostili a comprare debito italiano, e ciò costituirebbe una minaccia per la sostenibilità finanziaria”, somiglino nello stile ai consigli dei bravi di manzoniana memoria o a quelli dei picciotti? Tutta roba italianissima?
FABIO FAZIO 13/02/2013 Fabio era contento, ieri, di essere a Sanremo. A dimostrazione che lo sciocchino dal bolscevismo non è del tutto guarito, nonostante i sorrisetti di sufficienza, il conduttore ha esordito con un pippone introduttivo a edificazione del popolo: «Il festival è un evento popolare, ma popolare non vuol dire facile né volgare né di bassa qualità», ha spiegato. Il popolo, fin lì ignorante, avrà apprezzato. Poi ha rivelato, sempre al popolo, che quest’anno cade il bicentenario della nascita di Verdi, il quale scrisse alcune delle pagine più popolari della musica. E infine con un «Viva Verdi!», ha dato il segnale all’orchestra di attaccare il “Va pensiero”: una velata misura di profilassi patriottica-costituzionale, degna forse delle defunte democrazie popolari o dei defunti stati corporativi, che però, nella pur sbrindellata democrazia italica, somiglia più a una excusatio non petita. Di solito un evento «popolare», una volta accesa la miccia, va avanti per conto suo senza neanche sognarsi di presentare un certificato d’idoneità artistica o di buona condotta civile o di mostrare i quarti di nobiltà. Per decenni il Festival di Sanremo è stato una semplice e spensierata boiata pazzesca. Adesso che i damerini della società civile, martirio dopo martirio, si sono mangiati pure il Festival, oltre al supplizio di essere inseguiti dagli echi della boiata pazzesca, rischiamo pure il «dibattito» sul perché la boiata pazzesca sia divenuta improvvisamente degna di loro. Poveri cretini.
IL MAGISTRATO FILOSOFO 14/02/2013 Per il Gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, l’ipotizzata consuetudine al pagamento di tangenti dell’AgustaWestland costituirebbe una «filosofia aziendale». E, sempre nell’ambito dell’inchiesta Finmeccanica, scrive che i vertici del gruppo avrebbero cercato di manomettere le prove, o per usare il suo stesso astruso linguaggio, si sarebbero «attivati nel porre in essere condotte di sovvertimento della genuinità delle prove». Condotte di sovvertimento, perbacco! Siamo forse maliziosi se pensiamo che con queste ridondanti sfumature moralistiche il magistrato voglia suggerirci che dietro la pratica della corruzione c’è una certa qual censurabile indegnità morale che in questi tempi calamitosi alberga in una certa umanità antropologicamente ben definita? E sbagliamo proprio di grosso se pensiamo invece che dietro questo vernacolo ci sia una certa qual magistratura, anch’essa antropologicamente ben definita, che si è messa in testa di moralizzare la nazione?
LA LOTTA ALLA CORRUZIONE 15/02/2013 Per il nuovo segretario del Partito Comunista Cinese la lotta alla corruzione è una priorità assoluta. E già se ne vedono i segni. Il Quotidiano del Popolo, per esempio, ha messo all’indice la festa degli innamorati. Sembra che a San Valentino certi membri del partito perdano la testa e spendano fortune in regalini per le loro mantenute. Sul quotidiano è apparsa anche una lista con nomi e cognomi dei funzionari coinvolti, compresi, guarda caso, tre pezzi grossi già caduti in disgrazia durante l’ultima purga. Cose cinesi. La lotta alla corruzione, come la corruzione, trionfa infatti soprattutto in quei paesi dove l’universalismo occidentale è penetrato brutalmente portandovi lo stato “moderno” ma non la libertà. La lotta alla corruzione è spesso l’unico programma politico dove la politica non esiste, ma esiste solamente il potere politico. Nei paesi dove la politica esiste, come l’Italia, è il programma politico di chi vuole risolutamente uccidere la politica. Oppure è l’ultima risorsa del politico incapace, l’opzione fallimentare di chi non ha la più pallida idea di come far crescere il senso civico della nazione, la scorciatoia che sta a quest’ultimo come il ricorso al debito pubblico sta alla crescita economica. Mettili insieme, e avrai il più fetido dei populismi.
Servizi giornalistici deviati
Nessuna sorpresa. Oggi come ieri. Ieri come l’altro ieri, e come ormai mezzo secolo fa. Orde di lanzichenecchi di sinistra in piazza a fare il bello e il cattivo tempo, e poi a finire sotto inchiesta sono i poliziotti, colpevoli, signora mia, di qualche lacrimogeno erratico, o di qualche manganellata ingiustificata. Insomma, il più delle volte, le sbavature fisiologiche di ogni intervento massiccio a difesa dell’ordine pubblico, in tutto il civile e democratico mondo reale. Ma poi si mette in moto la macchina del fango, quella vera. E gli specialisti del depistaggio, quelli veri. Spezzoni di video, qualche istantanea, ossessivamente rilanciati dai media, ed ecco che le vittime vengono trasformate in carnefici, come da programma. Infatti sapevamo che sarebbe finita così sin dal giorno innanzi. Grazie alla complicità dei giornali di sinistra, e alla viltà dei giornaloni. Questi parolai della democrazia. Questi cultori della legalità del piffero. D’altronde l’Italia è il paese del «massacro della Diaz», l’unico «massacro» della storia dell’umanità, da Adamo in poi, a non aver fatto neanche un morto. Di questa barzelletta in Italia non ride nessun comico. Perché la Notte della Democrazia è un capitolo fondamentale della Storia Deviata, il Libro Sacro della sinistra italiana.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (97)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
MARCO RAMAZZOTTI STOCKEL 22/10/2012 Tutto è andato a meraviglia, esattissimamente come previsto. La nave Estelle, con a bordo una ventina di attivisti filo-palestinesi, compresi parlamentari di diversi paesi europei, era diretta a Gaza, con l’intenzione di sfidare – pacificamente, va da sé – il blocco navale imposto da Israele. Fra di essi un italiano, di nome Marco Ramazzotti Stockel. Come da programma, il veliero di Freedom Flotilla è stato intercettato dalla marina militare israeliana e scortato al porto di Ashdod. Qualcuno degli attivisti più rumorosi è stato ammanettato, e, a detta di Stockel, «da parte dei militari c’è stata anche un po’ di cattiveria perché gli israeliani hanno usato, in modo brutale, anche pistole elettriche». Anche in questo il programma è stato perfettamente rispettato: brutalità, ma solo un po’. Il minimo sindacale, giusto per ravvivare il dramma. Grazie ai buoni uffici dell’ambasciata il nostro attivista ha evitato di passare la notte in un luogo di detenzione. Il giorno dopo è stato espulso da Israele, trasportato a Tel Aviv e imbarcato in un aereo che l’ha riportato sano e salvo in Italia, dopo un felice atterraggio all’aeroporto di Fiumicino. Appena sbarcato Ramazzotti Stockel ha detto: «Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo politico, che era quello di parlare e far parlare della situazione di Gaza e della Palestina, perché Gaza e Palestina sono centri di tensione internazionale gravissima per tutta l’Europa e l’Italia». Insomma, è andato tutto benone. Lagne comprese.
LA CORRUZIONE PERCEPITA 23/10/2012 Non bastava quella vissuta sulla propria pelle. Adesso i media hanno deciso di rovinarci la giornata pure con la corruzione «percepita», quella che ti mette di cattivo umore solo ad annusarla da lontano. La corruzione percepita si misura grazie a tre indici: l’indice di percezione della corruzione, «ottenuto sulla base di varie interviste/ricerche somministrate ad esperti del mondo degli affari e a prestigiose istituzioni»; l’indice di propensione alla corruzione, basato su interviste «condotte tra dirigenti senior di aziende nazionali e multinazionali, ma anche tra dirigenti e responsabili finanziari, camere di commercio, banche commerciali nazionali e straniere e studi legali commerciali»; e il barometro di percezione della corruzione, un sondaggio che «si rivolge direttamente ai cittadini, indagando sulla loro percezione della diffusione della corruzione nei vari settori». I parametri sembrano invero piuttosto fumosi, non lontani da quelli ormai leggendari che misurano la qualità della vita nelle classifiche de Il Sole 24 Ore, ma sono i criteri di Transparency International, che se siete del partito degli onesti non potete discutere. La corruzione percepita sembra fatta apposta per un paese sull’orlo di una crisi di nervi qual è il nostro. Il partito degli onesti ci ha lavorato ai fianchi per tanti di quei decenni che ormai non ci fidiamo più di nessuno. Siamo così precipitati nella classifica dell’onestà percepita al sessantanovesimo posto, insieme a Ghana e Macedonia, che presto lasceremo al loro mediocre destino di piccole nazioni per sprofondare ancor più nell’Abisso della Corruzione Percepita. Là dove su ogni nostra azione calerà l’ombra del sospetto, ma saremo contenti di far ridere il mondo. Sempre che un provvidenziale terremoto, colpevolmente imprevisto, non ci seppellisca prima tutti.
ROBERTO BENIGNI 24/10/2012 Il predicozzo di Saviano, il predicozzo di Celentano, il predicozzo di Benigni: ma non sarà questa la TV di regime, quella che non avevamo in realtà mai conosciuto? L’evento annunciato, l’osanna preriscaldato, il pubblico precettato, il trionfo assicurato, la qualità risibile: gli ingredienti ci sono tutti. Ci beccheremo dunque anche la seratona dedicata alla Costituzione. Il rito democratico officiato dal ridanciano Benigni avrà per titolo «La più bella del mondo», giusto per vestire di innocente, matta, fanciullesca magnanimità quella che sembra un’intimidazione agli infedeli e ai poco entusiasti. Perché costui è irregolare ed allineatissimo da sempre. Ma ormai ci vedo qualcosa di patologico.
CORRADO CLINI 25/10/2012 Decenni di propagandata (e fasulla) cultura della legalità e qual è l’unico risultato certo ottenuto? Il fariseismo di massa, la professione d’innocenza di popolo, il sistematico «noi buoni» espresso a tutti i livelli, da quello rionale a quello nazionale, contro le «cricche». Qualsiasi cosa succeda c’è sempre qualcuno che necessariamente è colpevole. Prendete il terremoto dell’Aquila. Ma sì, continuiamo a prenderci in giro con la storiella del mancato allerta o delle eccessive rassicurazioni da parte degli scienziati. Che in realtà non avevano escluso nulla. In quei giorni la verità la sapevano gli abruzzesi e la sapevano gli italiani: non c’era nessuna certezza, né che si verificasse la grande scossa, né quando, né dove. L’unico che si azzardò a profetare fu Giuliani che indicò senz’altro Sulmona, e senza fallo nel giorno sbagliato. Bisognava forse far sfollare la popolazione fino a tempo indeterminato? E poi quale popolazione? E dove? E allora dove trovare la colpa? Nei politici, nei tecnici, nei progettisti, nei costruttori, nelle leggi mai fatte, e in quelle mai fatte rispettare? No, salvo casi specifici e documentati. La quasi totalità degli edifici italiani non è costruita con criteri antisismici. Molti di questi sono vetusti, isolati nelle campagne o fittamente addossati l’uno sull’altro nei centri storici di paesetti e città. Chi li abita convive fatalisticamente, specie in certe aree, col rischio di conseguenze catastrofiche in caso di terremoto. E’ una colpa? No. Ciascuno di noi lo fa quotidianamente, in piccola o grande misura, con altri tipi di rischi. E’ la condizione umana. E che dovrebbe fare il proprietario di uno di questi edifici? Comprarsi una casa fatta coi giusti criteri? Costruirsela? Ristrutturare la propria abitazione adeguandola alle norme vigenti? E dove trova i soldi? Gliela fa lo stato, visto che ci sarà di sicuro qualche imbecille già pronto a parlare di diritto alla «casa antisismica»? Ma va’… Stiamo vivendo un lunghissimo periodo di transizione che urta contro resistenze culturali e problemi di costi. Invece di guardare avanti, e di vedere nei problemi come questi anche le opportunità, continuiamo a farci male per spirito di fazione. Così gli esperti della Commissione Grandi Rischi sono stati condannati. Qualche politico locale è riuscito a proclamare che «giustizia è fatta!». Il mondo ci ha riso dietro. Spesso con un certo disprezzo. «Il paese di Galileo», questo lo stigma, anche se gli inquisitori questa volta avevano deciso nel nome del civismo e del progresso democratico, che non tollera imperfezioni e zone d’ombra. E il ministro dell’Ambiente, nel lodevole tentativo di difendere la Commissione, non ha trovato di meglio che andar dietro allo straniero. Anche lui a cianciare di Galileo. Robe da matti.
RISPOSTA AI COMMENTI. Cavilli e pretesti. Pretesti e cavilli. Non sarebbe neanche intelligente parlarne. Uno si fermerebbe prima. Dire che non sono colpevoli di non aver previsto, dire che non sono colpevoli di non aver dato l’allarme, perché in effetti i terremoti non si possono prevedere, ma che sono colpevoli di aver ubbidito ai politici nel dare un tono rassicurante alle loro osservazioni in ogni caso “non conclusive”, in un contesto semi-isterico nel quale altri profetizzavano date e luoghi sbagliati, è un esercizio da sofisti. Se avessero fatto il contrario? Se avessero dato un tono drammatico alle loro osservazioni in ogni caso “non conclusive” cosa ne sarebbe nato? Polemiche perché non si faceva niente? Polemiche perché si lasciava la popolazione a se stessa, senza nessuna direttiva precisa? e via di seguito… Ripeto che la verità la sapevamo tutti. Sapevamo di non sapere. Rido poi in faccia a quella magistratura e a quegli assatanati che cercano la verità nelle pieghe più riposte e sbrindellate della nostra sbrindellata quotidianità, nelle mezze frasi intercettate al telefono e equivocate di proposito, come “l’operazione mediatica” contestata a Bertolaso. Era appunto un’operazione mediatica, un’operazione di confronto coi media e con la popolazione, ma non voleva dire che fosse dolosa e menzognera. Lascio queste miserie alle passioni degli inquisitori e ai feticisti del diritto…
VITTORIO FELTRI 26/10/2012 Quello che mi fa specie in molti dei giornalisti che fino all’ultimo hanno seguito con simpatia le mirabolanti avventure politiche del Cavaliere di Arcore è il fatto che in realtà costoro non l’abbiano in fondo mai ben capito. Negli ultimi due anni, per esempio, Berlusconi ha fatto sistematicamente il contrario di quanto da loro sperato, auspicato o previsto: non ne hanno imbroccata una. Per loro Berlusconi è stato prima un generoso moschettiere della politica, un giocoso e sorridente rivoluzionario, e poi magari la triste ed impotente caricatura di quel moschettiere e di quel rivoluzionario. Per molti versi lo stesso mezzo Berlusconi dipinto dai suoi nemici, ma visto in luce positiva. Non hanno mai perfettamente inteso la razionalità di fondo dell’agire politico di un uomo che ha sempre cercato di unire, tenere insieme e costruire, salvo poi essere accusato di dividere gli italiani o di cacciare qualcuno che essere cacciato voleva. Ultimo a combattere per la sopravvivenza del suo governo, il Caimano, che non è mai stato vendicativo ed ha la vista lunga, è stato il primo, dopo le dimissioni, a promettere lealtà e collaborazione al governo dei tecnici. Ed oggi è Bersani a dire che le possibilità di un Monti-bis sono zero. E’ legittimo. Ma è la sconfitta di tutto coloro che a fondamento del “montismo” mettevano la scomparsa del berlusconismo, della sua creatura politica e della sua piattaforma politica di centrodestra; alla quale ultima, necessariamente, i “montiani” ora dovranno fare appello. Tutte le altre alternative sono finite mestamente nel cesso. L’addio del Cavaliere arriva dunque nell’ora più giusta. Non è una balla o uno scherzo. A non crederci troppo, a dubitare ancora, è invece Vittorio Feltri, che vuole comunque esprimere al Cavaliere il suo eterno ringraziamento per la vittoria del 1994, «quando la sinistra marciava spedita verso la vittoria elettorale, favorita dall’assenza del pentapartito (eliminato dalle inchieste giudiziarie)», e Silvio «si improvvisò politico, mise in piedi un partito di plastica nel giro di due mesi e risparmiò all’Italia un bagno tardocomunista.» Il partito di plastica! Eccolo qui, lo stesso mezzo Berlusconi sopramenzionato, quello dipinto dai nemici, ma visto in luce positiva.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (64)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
GIUSEPPE MUSSARI 05/03/2012 Cavolata tira cavolata. E’ Raffaele Bonanni ad aprire le danze invocando una legge (ti pareva se non ci voleva una legge!) che «fissi» il ruolo sociale delle banche. Già m’immagino una nuova branca dello stato sociale, finanziato dai risparmi invece che dalle imposte, e guidato da criteri decisi in alto da un’Authority ad hoc (ti pareva se non ci voleva un’Authority!), e decisi in basso dagli amici degli amici. Voi vi sentireste tranquilli a lasciare i vostri risparmi in una banca del genere? Se avete l’animo del postulante, la faccia tosta dell’intrigante, la tessera del partito o quella del sindacato, forse sì. Gli risponde il presidente dell’Abi, mettendo in chiaro che le banche non sono un servizio pubblico, ma sono imprese ed hanno il diritto/dovere di fare profitti. Esagerato. Le banche intermediano il risparmio. I profitti dovrebbero essere il riflesso di quest’attività di intermediazione. In teoria, in un periodo di vacche magrissime, un modestissimo profitto potrebbe essere il risultato di un’eccellente attività di intermediazione del risparmio. Ma se le banche devono fare profitti ad ogni costo, se per farlo si mettono a giocare in proprio con ardite operazioni finanziarie, e corrono dietro alle fette di mercato e alle nevrosi degli analisti assecondando l’economia delle bolle; e sono tanto fissate con la «crescita» da lanciarsi in acquisizioni pazze pur di non farsi mangiare un giorno da un pesce più grosso, come accadde per esempio al Monte dei Paschi di Siena quando il generale Mussari lo guidò alla conquista a carissimo prezzo di Antonveneta, impresa dalla quale il colosso senese non si è più rialzato; be’, allora direi che il diritto/dovere di fare profitti è la quintessenza del capitalismo alle vongole.
ROMANO PRODI 06/03/2012 Solo tre mesi fa, miracoli dell’antiberlusconismo, ci sentivamo tutti una razza nuova, insofferente alle vecchie liturgie, ai linguaggi cifrati della politica, ai tempi biblici dei tavoli di discussione, ai salamelecchi perditempo, impaziente di uscire vittoriosa dal pantano dell’immobilismo. Ora siamo tutti tornati a cuccia. Fiutata l’aria è rispuntata come il sole al mattino la faccia di mortadella col ditino alzato e l’occhio sgranato di sempre a certificare che la ricreazione è finita: «È giunto il momento» ha detto, «in cui il governo si deve assumere la responsabilità di ricercare con Fiat e sindacati una strada comune per ricostruire una presenza italiana forte e concorrenziale nel settore dell’automobile.» Il governo. Con la Fiat. Coi sindacati. Una strada «comune». E una presenza «forte». Forte: l’aggettivo vago ma baldanzoso che ha segnato l’era dell’aria fritta.
MUSTAFA ABDEL JALIL 07/03/2012 E’ nato a Bengasi un Consiglio provvisorio della Cirenaica. Il presidente del Consiglio nazionale transitorio libico, Mustafa Abdel Jalil, ha parlato da Tripoli di complotto internazionale: “E’ l’inizio di una cospirazione contro il Paese. E’ una vicenda molto pericolosa che minaccia l’unità nazionale e che può condurre ad una Libia divisa e non-democratica”. La faccenda promette faville. Ora si attende lo sbarco di Bernard-Henri Lévy. Ma dove? A Tripoli o a Bengasi?
LEOLUCA ORLANDO & FABRIZIO FERRANDELLI 08/03/2012 L’outsider Ferrandelli, ex capogruppo dell’Italia dei Valori in Consiglio comunale a Palermo, vince a sorpresa le primarie del centrosinistra nel capoluogo siciliano. Leoluca è verde di rabbia e vuol far saltare tutto. Con lo stile da galantuomo che lo ha sempre contraddistinto punta il dito: abbiamo migliaia di denunce, dice, e ci sono stati episodi che provano che certi elettori sono stati pagati; e anche se le irregolarità vanno accertate, continua, «l’inquinamento politico» resta in ogni caso; sono primarie inquinate e drogate, conclude. Il bello è che il povero Ferrandelli alla vigilia delle elezioni denunciava una manovra subdola del Pid di Saverio Romano a favore della peraltro ignara Borsellino: di questi retroscena, diceva, la mia segretaria ha prove certe e dimostrabili; dal canto nostro, concludeva, vigileremo contro ogni forma di «inquinamento» del voto. Ora che è accusato di «inquinamento» Ferrandelli parla di «metodo Boffo». No, caro Ferrandelli: è il vostro metodo.
LA TRATTATIVA 09/03/2012 Alzi la mano chi ci ha capito qualcosa. Certi nostri magistrati antimafia sono come le Sibille Cumane e le Pizie del mondo antico: alludono, adombrano, suggeriscono, insinuano, evocano con ieratica gravità. E’ tutto fumo, ma col peso specifico delle certezze metafisiche. Essi infatti officiano un culto misterico sui misteri di stato che è la seconda religione del nostro paese dopo il cristianesimo di confessione cattolica. Essendo misteriosa è una fede che non ha paura di contraddirsi, perché sotto un mistero c’è sempre un altro provvidenziale mistero. Venerate verità processuali vengono così buttate nel bidone della spazzatura insieme a pentiti ingaggiati un tempo dagli stessi aruspici come manovalanza oracolare: depistaggi!, sentenziano oggi coloro che ieri davano del depistatore al miscredente che quelle verità e quei bulletti spernacchiava. Ma per fortuna ora hanno una certezza. Ve la scrivo col “c” maiuscolo – ecco qua: Certezza – così capite che si tratta di un’altra insondabile divinità entrata nel Pantheon Misterico al posto di quella decaduta, il Papello. La Trattativa, invece, è ancora ben salda al suo posto.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (55)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
GIORGIO NAPOLITANO 02/01/2012 Non solo ha avuto il coraggio di dire che «l’Italia può e ce la deve fare» – l’avrei lasciato stare – ma anche che il 2012 può essere l’occasione per «un nuovo balzo in avanti». Di «vecchi» balzi in avanti ne ricordo solo uno: quello «Grande» di Mao, che ridusse alla fame i cinesi, quelli sopravvissuti al balzo. Sarà pure cadavere, ma questo comunismo scalcia ancora: occhio a dove mettete i piedi.
IL MERCATO DELL’AUTO 03/01/2012 Che va a picco e ritorna ai livelli del 1996. E ben gli sta! La tua macchinetta andava benone ma tu dovevi cambiarla per forza. A forza di incentivi. E per la salvezza del pianeta! Per l’occupazione! Per l’industria! Per distinguerti! Per omologarti! Sennò passavi per un brigante, per un boicottatore dello sviluppo! Solo perché i tuoi sudati soldi li risparmiavi! O li impiegavi con più buon senso! Ed erano tutti d’accordo come perfetti imbecilli, in questo stupro di gruppo del «libero mercato», costruttori, governi, partiti, sindacati, giornali, banche: quelli che oggi ci chiedono «sacrifici». Sono i miracoli della «coesione».
LA PROCURA DI ROMA 04/01/2012 Al cui occhio penetrante nulla sfugge! Per i segugi dell’Urbe i compagni di merende della P3 formavano una cricca impegnata “a realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenza privata”. Una serie indeterminata? Forse perché nemmeno loro sapevano che cavolo volevano fare? O forse perché, in attesa di combinare qualcosa, non ponevano limiti alla fantasia? Una cricca, comunque, secondo i procuratori, “caratterizzata dalla segretezza degli scopi”? Segretezza a prova di bomba, vista la nettezza degli scopi. Una cricca “volta a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale, nonché apparati della pubblica amministrazione dello stato e degli enti locali”. Vaste programme, ma il minimo per il millantatore gloriosus italicus: sì, ma a quale scopo? Per approfittare “delle conoscenze così realizzate per acquisire informazioni riservate, influire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate dai membri dell’associazione”. Adesso è tutto chiaro: i quattro amici al bar, una volta influito sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, potevano riapprofittare delle conoscenze così realizzate per riacquisire informazione riservate, e così riinfluire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, e poi approfittare di nuovo delle conoscenza così realizzate per acquisire nuove informazioni riservate, e così via, via, via, via! Ad allargare all’infinito il cerchio della loro potenza! Sì, ma a quale scopo? Lo so io! Sì, so io qual è lo scopo! Scopo nobilissimo e poetico, che darà lustro all’Italia: costruire eroicamente la grandiosa epopea del maneggione, del nostro Čičikov nazionale, accaparratore non già di anime morte, ma di segreti di Pulcinella.
BEPPE GRILLO 05/01/2012 Per lo scalmanato martello ligure questi nostri politici italioti hanno veramente alzato un po’ troppo la cresta. Ma chi credono di essere? “Se Mussolini aveva sempre ragione” ha sbottato indignato, “loro ne hanno ancora di più.” Mentre dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, santa madonna, che il più bravo di tutti, il vero fuoriclasse, è lui e solo lui.
EQUITALIA 06/01/2012 Non tanto tempo fa si chiamava ancora Riscossione S.p.A., una denominazione che quantomeno aveva il pregio incoraggiante della chiarezza. Poi, per voler sfoggiare un levigato giustizialismo; per voler strizzar l’occhio equo e solidale al cittadino democratico e piazzaiolo; per correr dietro alle mode e al politicamente corretto; insomma, per piegarsi furbescamente al populismo dalle buone maniere, quello più pericoloso e velenoso, ha cambiato etichetta. Non avendo abbastanza la schiena diritta per resistere al vento dell’egalitarismo degli invasati anti-casta, ha seminato un po’ di vento anch’essa, dando una mano a costruire la trappola d’odio in cui ci siamo cacciati. Ed adesso raccoglie un po’ di tempesta. Troppa o troppo poca? In misura equa o non equa? Io non me ne curo. Io non c’entro. Io non mi sono piegato davanti all’idolo dell’equità. Quella baldracca. Son cose da servi. E da lacchè.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (49)
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FIORELLO 21/11/2011 Grandi schermaglie su Twitter. A Sabina Guzzanti che trova “noiosissimo” il nuovo programma di Fiorello su Rai1, premiato al suo debutto da un’audience di dieci milioni di spettatori, lo showman risponde così: “Ciao rosiconaaaaa!!! Pensa che una volta mi facevi ridere adesso mi fai tristezza!” E che razza di risposta è? Significa forse che trovava Sabina divertente finché non gli ha dato del noioso? E che adesso si è convertito sulla via di Damasco vittima di un qualche incidente misterioso che l’ha illuminato? E vi pare forse da gentiluomo rinfacciare ad una signora il proprio successo dando per scontato che ella sia mossa dall’invidia? Dalla bassa invidia per quella roba da cafoni che è la soverchia preoccupazione per i dati dell’audience? No, caro Fiorello, non sei divertente. E non è affatto una cosa da uomini. Io non la farei mai. Ci tengo al mio sex appeal.
IL TRIBUNALE DI MILANO 22/11/2011 La quinta sezione del sullodato tribunale in base all’articolo tal dei tali della più recente e più creativamente interpretabile giurisprudenza, di cui non m’importa ovviamente un fico secco, ha deciso che tutte le trenta e passa ragazze che hanno presumibilmente allietato le serate berlusconiane alla reggia di Arcore sono da considerarsi parti offese: il che vuol dire che le signorine sono gentilmente ma fermamente pregate di considerarsi parti offese. Nel mondo volgare e ottuso, alla donna di facili costumi, sempre che lo sia, il peggio che possa capitare, di norma, è di beccarsi la qualifica grossolana e sbrigativa di puttana. Ci vuole invece tutto lo zelo dell’umanitarismo progressista per considerarla pure una minorata.
ANGELA MERKEL 23/11/2011 La cancelliera ha mandato un messaggio di auguri al vincitore delle elezioni spagnole, Mariano Rajoy, invitandolo nel contempo a “mettere in atto rapidamente le riforme necessarie in questo periodo difficile per la Spagna e per l’Europa.” Visto che c’era, poteva elencargliele lei, queste riforme necessarie, una per una, con precisione teutonica e con qualche numeretto. Tanto ormai non è più tempo di salamelecchi. Qui siamo tutti da riformare, la Spagna che passava fino all’altro ieri per riformatissima è da riformare dalle fondamenta, l’Italia è sempre stata una nazione da riformatorio, l’Europa tutta dovrebbe essere un gigantesco riformatorio, ma nessuno che faccia la prima mossa. Perché non cominciare allora con una bella riforma delle strategie di comunicazione dei leader politici? Tanto per vedere chiaro nell’inferno prossimo venturo, e metterci il cuore in pace. Chissà, magari pensavamo peggio.
I LIBERAL DEL PD 24/11/2011 I “liberal” del Pd hanno chiesto al responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, di dimettersi per aver criticato troppo seccamente le richieste fatte dall’Unione Europea all’Italia. Nel partito hanno sbuffato tutti, come si fa coi bambini. Questi signori sono il prodotto di un doppio conformismo: la loro formazione, la loro cultura, li porta a sposare un prudentissimo moderatismo in punta di fioretto; la stessa prudenza li porta ad intrupparsi politicamente a sinistra, visto che a destra c’è solo il demonio. Così irrisolti, servono da prezioso mobilio alla politica: fanno bella figura, e fanno fare bella figura. Quando si prendono sul serio, nessuno li prende sul serio.
ELSA FORNERO 25/11/2011 Il nuovo governo Monti è figlio di un passo indietro. Sarà per questo, forse, che un governo tecnico destinato a bruciare le tappe si rivela ogni giorno di più un compassato ma ostinato marciatore a ritroso. Prendete la ministra del Welfare. Ha parlato finalmente: di “rigore ed equità”, di azioni “improntate a sobrietà”, di “crescita delle prospettive delle giovani generazioni” e di tutte le altre bubbole soporifere già proferite con sostenuta dignità dai suoi scattanti colleghi. Sullo spinoso caso Fiat è arrivata a dire, convergendo magistralmente ma parallelamente sul punto, che “il governo segue la vicenda ed è pronto a costruire contributi costruttivi alla vicenda”. Un discorso costruttivo, direi. Raramente si sono visti dei novellini della politica calarsi con così straordinaria prontezza nei panni di ministri. Ma la ministra, oltre alla minestra riscaldata, e a differenza dei colleghi, ha saputo tirar fuori l’asso nella manica che ha sbalordito l’uditorio, e crediamo pure Corrado Passera, che si è morso le labbra per l’invidia: “la riforma delle pensioni” ha detto “è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati”. Un’altra settimana e questi fulmini di guerra scopriranno che pure l’accelerazione non è che sia proprio del tutto indispensabile. Si passerà dalla compostezza all’ibernazione: allora tutto sarà perfetto. Mancherà solo Berlusconi, e tutto sarà più triste.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (39)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
L’ANELLO MANCANTE 12/08/2011 Hurra! Gli scienziati hanno trovato finalmente l’anello mancante! Quello vero. Questa volta ne sono certi. L’Australopithecus Sediba ritrovato in Sudafrica combina infatti le caratteristiche dell’Australopithecus comune, l’ex anello mancante, e quelle dell’Homo più grezzo. Beh, vivissimi complimenti allo scimmiotto, o all’umanoide. Se li merita, e si goda serenamente la corona. E sappia che io non lo disprezzerò, quando, fra non molto, sarà detronizzato.
PIER LUIGI BERSANI 13/08/2011 Il segretario dei democratici va alla conquista dell’Europa con un obbiettivo ambizioso: promuovere e fissare “una piattaforma comune dei progressisti che rilanci il sogno europeo”. In merito ha già avuto contatti a Bruxelles con il leader laburista Ed Milliband e a Torino con Martine Aubry, figlia di Jacques Delors (appunto maschilista: lo scrivo appunto per vedere l’effetto che fa) e segretaria (nel senso di boss: vedi appunto precedente) del partito socialista francese. Nei prossimi giorni ne parlerà a Berlino col leader dei socialdemocratici tedeschi, Sigmar Gabriel. E in ottobre con François Hollande, destinato ad essere con tutta probabilità lo sfidante socialista di Sarkozy alle prossime presidenziali francesi, non si sa bene se per vendicare la sconfitta della sua ex-compagna Ségolène Royal alle ultime, o se per vendicarsi perfidamente, e temerariamente, di lei. Comunque tutti pezzi grossi. Tutti socialisti, socialdemocratici, laburisti. Tutte persone eccellenti. Infatti l’unico socialista cattivo è quello morto: l’italiano.
PIER LUIGI BERSANI (seconda versione per l’inossidabile gregge di sinistra, che della prima non ha capito nulla) Per il segretario del PD sono giorni di attivismo politico anche in chiave europea. L’obbiettivo è ambizioso: promuovere e fissare “una piattaforma comune dei progressisti che rilanci il sogno europeo”. Bersani ne ha già parlato tempo addietro con Ed Milliband, leader dei laburisti britannici, e con Martine Aubry, segretario del partito socialista francese. Nelle prossime settimane avrà l’occasione di parlarne con Sigmar Gabriel, leader della SPD, e con François Hollande, probabile sfidante socialista di Sarkozy alle prossime presidenziali francesi. Tutti socialisti, socialdemocratici, laburisti. Vogliamo allora proporre all’inossidabile gregge di sinistra e allo stesso Bersani la seguente riflessione: possibile che di tutti i socialisti del mondo i soli brutti, sporchi e cattivi fossero quelli italiani? Quale straordinaria curiosità statistica!
LE OLGETTINE DELLA MAGISTRATURA 14/08/2011 Berlusconi è assediato da orde di baldracche e da orde di procuratori della repubblica. Le prime, moralmente meno riprovevoli, sono in cerca di pubblicità e di facilitazioni in carriera. I secondi pure.
LA PISTOLA NON FUMANTE 15/08/2011 Si ripete per la millesima volta lo squallido copione l’Italia dei sicofanti, che va sotto il nome dell’Italia della legalità: arriva sui giornali la trascrizione integrale della chiacchierata telefonica tra il Caimano e il profugo in Bulgaria. Il primo parla in privato col supposto compagno di merende, sospettato ricattatore del primo, ma non ancora latitante Lavitola, e gli dice: “…non facevo riferimento tuttavia alle cose che ho successivamente letto che non esistono quindi sono… …sono tutte cose che non esistono e su cui io scagionerò naturalmente tutti.” Lavitola risponde: “E’ per questo voglio di’… quello tutto …cioè voglio di’… questo è un parto di pura fantasia perché oltretutto…” E Berlusconi: “Sì io non so quali sono le vostre affermazioni tra di voi che non conosco…” Lavitola: “Ma nean… ma non credo che ci sia nessun tipo di affermazione.” Guarda guarda, il Berlusca in una conversazione privata dice esattamente quello che dice in pubblico: “sono cose che non esistono.” Troppo bravo. E non va bene. E’ per questo che lo vogliono sentire.
SERENA DANDINI 16/08/2011 Non ci posso credere: finalmente il Consiglio d’Amministrazione della RAI ha buttato il cuore oltre l’ostacolo e con una decisione che definirei – senza voler esagerare – coraggiosa, anticonformista, intrepida, impavida, rivoluzionaria, formidabile, straordinaria, insperata & tremendamente trasgressiva – non sentite le urla della casta democratica? – ha spento le luci dell’ebete salottino di “Parla con me”. Il solo valore di “Parla con me” era quello aggiunto: quello politico, un antiberlusconismo ammodo e ridanciano, per mancanza di vis comica. La conduttrice ha parlato di “occupazione politica”. Spiegazione ineccepibile. Ma direi meglio: okkupazione politica. La sua.
Bassezza e miseria della «cultura della legalità»
Che la nostra magistratura sia la più ambiziosa del mondo è cosa ormai di cui nessun essere ragionevole può dubitare. Di un colpo di classe come quello dell’altro ieri, per esempio, non si trova traccia nella storia, almeno dai tempi della repubblica romana, quella prima di Cristo, quando ogni tanto arrivava la resa dei conti per gli aruspici etruschi: i componenti della Commissione Grandi Rischi sono stati infatti rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio plurimo colposo per non aver dato, due anni fa, l’allarme sull’incombente sisma che stava minacciando L’Aquila. In pratica per non aver previsto con precisione il dove, il come, il quando il terremoto avrebbe colpito: sennò come avrebbero potuto dire ad un ben determinato spicchio di popolazione quand’era il momento esatto di andar via? Giacché non sarebbe stato affatto democratico tener fuori di casa un mucchio di gente per mesi e mesi, e magari anni, in attesa di Godot; il quale prolungato procurato allarme, d’altra parte, sconvolgendo la vita di tante persone, non avrebbe potuto configurarsi col senno di poi che come un crimine contro l’umanità, nell’opinione della nostra stessa democraticissima e consapevole magistratura. Ma intanto consoliamoci col fatto che l’esecutore materiale di questo misfatto, il terremoto, ed i suoi complici, gli esperti sopramenzionati, sono stati inchiodati alle loro responsabilità. Per il terzo livello e il mandante, Dio, si vedranno i tempi e i modi, ma non pensino quei furfantelli di farla franca.
Questa farsa sta sullo sfondo di due tragedie: la prima, il terremoto; la seconda, quell’Italia che di questa farsa non ride, e anche quell’Italia che ne ride, ma ne spiega il motivo, con un riflesso illuministico da astratti educatori del popolo che di liberale non ha proprio un bel nulla, con la “mancanza di cultura scientifica” che ci flagella, come se il semplice buon senso dell’uomo che ragiona orgogliosamente con la propria testa non fosse sufficiente per orientarsi nella vicenda. L’Italia che oggi non ride ritiene naturale che la magistratura intervenga su tutto, che non lasci spazio all’imponderabile e all’errore. La “cultura della legalità”, fonte alla quale si abbevera, non è altro che il prodotto di un messianismo che nel novecento, in obbedienza ai tempi, fu soprattutto fascio-comunista. Il messianismo non dà luogo a nessuna politica, se con politica intendiamo “l’arte” per natura imperfetta “di governare la città”, dai livelli più alti a quelli più bassi della sua organizzazione, fino ai più elementari doveri del semplice cittadino, perché esso prevede solo l’intronizzazione delle perfette guide di una società perfetta: passati a miglior vita i paradisi fascio-comunisti, in questa sua ultima versione “legalitaria” solo ciò che è “giusto” può essere tollerato. E’ normale allora che la democrazia e la legge vengano a coincidere; e che ogni atto debba passare lo scrutinio dei giudici; e che ogni atto di ogni attività, anche lecita, debba venir classificato come giusto o ingiusto; e quindi dal punto di vista della legge positiva come lecito o illecito. Come può la “democrazia compiuta” permettere che vi siano dei buchi o delle falle in questo schema? Ma come può una “democrazia reale” anche solo vivere, e quale spazio ci può essere per le libertà civiche, se non c’è spazio per l’errore, l’imperfezione o la semplice impotenza?
E se anche sfuggiste al giudizio sulla bontà dei vostri atti, non potreste sfuggire al groviglio tropicale di regole che vi cresce attorno. I sofisti che adorano la democrazia e la giustizia saranno pronti a dirvi che loro non conculcano alcuna libertà e non impongono alcun credo, perché loro li rispettano tutti: ma state tranquilli, ai loro occhi penetranti prima o dopo peccherete nelle procedure, perché il loro catechismo è sterminato e sempre aggiornabile, e sarà come se aveste violato uno dei dieci comandamenti del loro Credo, il cui Dio però ha la brutta abitudine di giudicare hic et nunc. Il “populismo democratico” del quale vi accusano è propriamente il loro, visto che la “giustizia” è sempre stata la bandiera sventolata dai demagoghi, prima di metter mano alla mannaia. Per ora siete accusati solo di essere dei spregiatori delle regole, per quanta attenzione facciate a dove mettete i piedi. Perché per ora la “cultura della legalità” è solo un profilattico antidemocratico. Per questo trova tanti appoggi nei vecchi arnesi insulsi dell’establishment. Dovesse trionfare, farebbe piazza pulita, senza tante cerimonie, pure di loro.
Recitare stanca
Che siano stati un milione, o quarantatremila, a scendere in piazza in difesa prima di tutto della costituzione, ma anche, visto che c’erano, della giustizia e della scuola, non cambia molto. Il vero effetto tsunami l’abbiamo visto solo in televisione. Le ondate di popolo che con regolare stanchezza sommergono le piazze italiane si sono ritirate lasciando nell’indifferenza un paese oramai abituato a questi riti. Perché in effetti di riti si tratta, rinnovati quel tanto che basta – per esempio col bianco, il rosso e il verde – per riattizzare il fuoco nel cuore degli epigoni di una fede che sta per passare a miglior vita con un quarto di secolo di ritardo. E perché in effetti di una fede si tratta, la fede “in un paese diverso”. La vedo riaffermata, e quasi mi viene incontro, in un manifesto appiccicato alla vetrina della Libreria Feltrinelli di Treviso dove spicca la faccia ieratica di uno dei suoi profeti che con occhi di fuoco ha già inquadrato lo sghignazzante infedele.
Come gli adepti di una religione, infatti, costoro non hanno patria. Sono in esilio. Aspettano la Terra Promessa. Per molto tempo questa non fu neanche una Nuova Italia, ma un Mondo Nuovo. Bastonati dalle dure lezioni della storia, hanno perimetrato con più umiltà il paradiso dei loro sogni fino a farlo coincidere col cortile di casa. Hanno dovuto perciò riprendere in mano una bandiera che avevano sempre fatto mostra di disprezzare, ma solo per sbatterla in testa a coloro che con quella avevano mantenuto un rapporto normale; poi hanno ripreso a cantare l’inno nazionale ma solo per scoreggiarlo in faccia a coloro che l’avevano accettato pur nella strombettante bruttezza. Ed infine, visto che il fondamentalismo è l’ultimo stadio di una religione che muore nell’incapacità di superare l’orizzonte terrestre, si sono dotati di un Libro e di una Spada: la Costituzione e la Giustizia.
Farebbero perfino tenerezza, se non fosse che questa commedia è servita loro per appropriarsi un passo alla volta di un paese con la logica del racket, alternando le lusinghe alle minacce. Questo spiega il fatto, apparentemente contraddittorio, che oggi, quando si viene al dunque, essi siano i più strenui difensori dello status quo: di come questa repubblica si sia venuta articolando, e di come essa abbia sedimentato sacche di potere e rendite di posizione nei tanto disprezzati sessant’anni di “regime”. Stranieri in patria, sono comodissimamente sistemati, e spesso la fanno da padroni. Il “paese diverso” da loro concupito non sarebbe altro che l’ufficializzazione di questa progressiva okkupazione. Se non fosse così nemmeno si capirebbero la libertà e la spudoratezza, tipiche di chi si sente con le spalle copertissime, con le quali i maîtres à penser del patriottismo costituzionale offrono ai media le loro ridicole acrobazie lessicali. Sentite Zagrebelsky, sceso in piazza a Torino:
Ci sono momenti di aggregazione sociale in difesa delle buone regole della vita democratica. Credo che oggi sia uno di questi. Siamo di fronte a un rovesciamento della base democratica. La democrazia deve tornare a camminare sulle sue gambe: sostenuta dal basso. Non un potere populista che procede dall’alto. [La Costituzione] basta leggerla. È il testo che dà ai cittadini il diritto di contare in politica ed esclude il potere per acclamazione.
Il potere per acclamazione, o un suo simulacro, tipo il tirannicidio per acclamazione, mascherato da qualche levigato espediente legale, è proprio quello che costoro cercano nelle piazze, e proprio perché il sostegno dal basso è venuto meno. Sono loro che sperano nel rovesciamento della base democratica. E’ loro quel populismo che cerca di egemonizzare manu militari le piazze, grazie al militantismo dei fedeli, per imporsi poi ad un popolo intimidito. Che però è sempre meno intimidito, proprio perché è più consapevolmente democratico. Si arrendano. E l’Italia tornerà alla normalità.
Puttane e mantenute
ALL’ATTENZIONE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO
OGGETTO: LINGUA ITALIANA E SIGNIFICATO DELLE PAROLE
Ma secondo voi, se il Berlusca dà alla bella e bonissima Ruby – che ormai mi sta diventando dannatamente simpatica – 50.000 € (diconsi cinquantamilaeuro/00!!!) e poi le offre anche un appartamento di lusso con cinque anni di affitto pagati (almeno da quel che racconta Ruby, ossia il pubblico confessionale di Repubblica) e solo in quel momento viene a sapere dalla ventiquattrenne che non è ancora diciottenne, questo sarebbe “pagare” una prostituta? Se tutto questo fosse vero, e se in più il Caimano avesse copulato con la marocchina - sempre che ce la facesse, a meno che non si accontentasse di qualcos’altro, sul quale sorvolo, che non son affari miei, e non voglio rovinarmi la giornata con fantasie raccapriccianti - Ruby, come le altre, sarebbe al massimo una “mantenuta”.
Ce l’aveva anche Cavour. Lo statista. Roba che Sergio Romano si sogna di notte. Il grande liberale tutto d’un pezzo. Mica il puttaniere del giorno d’oggi. Lui ne aveva ormai cinquanta, di anni. Lei metà. Era una ballerina. Una velina insomma. Avete presente certe sfolgoranti eroine dei romanzi balzachiani di quella stessa epoca? Pressappoco ballerine pure quelle, le Florine, le Esther? Mantenute da banchieri, uomini d’affari e uomini politici? Se siete di destra, può darsi di sì. Se siete di sinistra è improbabilissimo, perché lì regna sovrana l’ignoranza vera. La mantenuta di Cavour era pure sposata. Il suo maritino, impresario teatrale, ebbe dei guai, non si sa come. Conti e conticini. Cavour glieli rimise a posto. Ma da quel momento la sposina dell’impresario, senza l’impresario, visse in una casetta tranquilla di Torino, messale a disposizione dal Conte, dove ogni sera Camillo andava a ricaricare le batterie. Non sappiamo però cosa sarebbe successo se Cavour fosse stato ricco come Rothschild.
Nulla nasce dal nulla
Fa abbastanza spavento rendersi conto che ormai in Italia c’è una generazione che ha conosciuto solo la politica “sub judice”, nel più piano senso del termine. Lo era anche in passato, naturalmente, perché nulla nasce dal nulla; e riguardava una ben definita parte dello spettro politico, naturalmente. Ma non si passava continuamente per le aule dei tribunali: il tribunale era quello del popolo, anche allora quello che invadeva le piazze, non certo il corpo elettorale; e le scomuniche che venivano lanciate dal mondo della stessa politica, della cultura e dei media erano condanne di tipo politico, filosofico, culturale: l’aggettivo “fascista” ne riassumeva l’intima rozzezza. In questo, apparentemente, l’Italia si differenziava dagli altri paesi europeo-occidentali solo per il radicalismo, perché né il sessantotto né gli anni di piombo furono sconosciuti oltralpe. Paradossalmente, è proprio con il crollo del comunismo, già a cominciare dagli anni settanta, che l’anomalia tutta italiana del “fattore K” si è fatta riconoscere in tutta la sua profondità.
Il mondo della politica, se non può essere, ovviamente, sordo ad un senso di giustizia, non è però il campo dove “di regola” si battono il giusto e l’ingiusto. Al contrario, di norma è un’arena recintata dove legalmente si compongono interessi divergenti, o dove legalmente certi interessi trionfano sugli altri, o dove legalmente certi poteri di indirizzo di governo vengono esercitati. Lo è sempre stata, anche quando i regimi erano assoluti, o quando l’aristocrazia formava un corpo intermedio tra il re e la plebe. Con la democrazia la sua natura non è mutata. Non erano “ingiusti” i regimi del tempo che fu, non è “giusta” la democrazia dei tempi moderni. Laddove l’evoluzione democratica si è potuta sviluppare, più o meno, senza soluzione di continuità, il trapasso dal regime aristocratico a quello democratico non è stato registrato con nessun atto di nascita. Non a caso il Regno Unito ancor oggi è un “regno”, è il paese della Camera dei Pari ed è senza Costituzione.
Alla base del suo funzionamento vi è il riconoscimento dell’avversario politico. Come avversario e non come nemico. Il concetto è estraneo alla tradizione marxista. In questi giorni si è aperta la mostra “Avanti popolo” su settant’anni di storia del PCI. Ha detto Alfredo Reichlin: “Sappiamo benissimo che quella del PCI è storia conclusa e irripetibile. Ma è una storia non separabile dalla storia nazionale e che quindi – nel bene o nel male – pesa sulla storia del Paese”. Intanto non è una storia, ma è un tragedia: bene o male, si potrebbe dire lo stesso del fascismo. Ma soprattutto, ahinoi, non è conclusa. Negli anni venti del secolo scorso, con la fine della prima guerra mondiale, non collassò solo l’Italia “liberale”. Con essa, parallelamente, crollò anche quel movimento socialista che faticosamente si stava arrendendo alla logica della democrazia parlamentare. Molti suoi figli abbandonarono la fiducia in questa pratica “borghese” e “decadente” e optarono per soluzioni extraparlamentari “nazionali” o “internazionali”: il fascismo e il comunismo.
Nel dopoguerra il PCI fece propria un’idea messianica di democrazia, dove la fede nel sol dell’avvenire veniva riadattata al giogo imposto dalla guerra fredda. Ma continuò a non riconoscere l’avversario politico come avversario: era un usurpatore in una democrazia apparente, incompleta ed a sovranità limitata, cui i comunisti si “arrendevano” solo per senso di responsabilità. Quella “vera” era ancora da venire. Era appunto una democrazia “incompiuta”, come continuano a dire molti sciagurati che oggigiorno, vanità delle vanità, si dicono perfino liberali. Finita la copertura culturale e filosofica del marxismo, che la legittimava, ne costituiva il prestigio, e teneva vivo un senso d’appartenenza fra i suoi, la sinistra italiana si ritrovò nuda. Per non soccombere, fece di necessita virtù, e nel giro di un decennio i “fascisti” di prima divennero tutti furfantelli, codice penale alla mano: alle scomuniche e alle condanne politiche dovevano succedere le scomuniche e le condanne dei tribunali veri e propri. E così è stato. L’invasività della magistratura italiana non è solo un problema tecnico: se le riformicchie timide e concertate, o peggio ancora quelle “ad personam”, non risolveranno niente, è però illusorio pensare che una riforma profonda da sola basterebbe ad arginare il male. La magistratura è anch’essa un pezzo d’Italia. Anche per certi magistrati oggi la politica è solo giustizia e l’esercizio della giustizia è diventata l’unica politica. Per questo intervengono su tutto. Invocare ogni santo giorno e su qualsiasi questione la Costituzione, oggi, equivale a togliere alla politica tutte le sue prerogative, e arrogarsi il potere di decidere su tutto.
La caccia grossa al Berlusca è figlia di questa storia. Attraversate varie fasi, e raschiato ormai tutto il fondo del barile, da due anni a questa parte s’incentra sulle vicende d’alcova, vere e presunte. Non c’è niente di nuovo. Anzi, segnala che la parabola giustizialista ha compiuto tutto il suo corso, ed è ritornata alle origini, quando l’apparizione delle rivendicazioni “democratiche” nel continente dopo la lenta maturazione anglosassone, in una politica non ancora strutturata in partiti, coincise con l’esplosione della produzione di libelli, spesso a sfondo sessuale. Ammesso e non concesso che i cacciatori riescano finalmente a tagliare la testa al Berlusca, alla fine si ritroveranno in mano la testa e niente altro. Anche in politica nulla nasce dal nulla e il nulla genera il nulla. Una setta può solo distruggere, ma non può mai strappare il consenso di un corpo elettorale non del tutto intimidito. A Berlusconi succederebbe un altro Berlusconi, diversissimo dal primo, con altre “tare” ben presto messe nel mirino dagli eterni sconfitti.
Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio
Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:
Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…
Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!
Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.





