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il blog di Massimo Zamarion

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (69)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

 

ROBERTO MARONI 09/04/20122

Lo stadio barbarico della politica, nel quale la politica nega se stessa, è quello della lotta tra bene e male, tra virtù e corruzione. Gli italiani hanno imparato a scappellarsi servilmente davanti a questa idiozia che ha assunto il nome altisonante di “questione morale” e che nasconde il più fetido spirito di fazione. Decenni di questione morale e decenni di mani pulite hanno iniettato un veleno paralizzante nella politica italiana. E sui costumi pubblici non hanno sortito alcun effetto benefico, com’è logico, quando si vive dentro la campana di vetro della menzogna. Ma c’è sempre il genio pronto a ripercorrere la stessa strada, e a ripetere, come un pappagallo, le stesse parole: pulizia, pulizia, pulizia…

 

LA REPUBBLICA 10/04/20122

Chi si sottopone, per una sua qualche ragione, davvero insondabile, al quasi quotidiano supplizio di seguire questa rubrica, ricorderà forse che giorni fa l’Unità.it credette suo preciso dovere onorare la memoria del defunto scrittore Tabucchi tirando fuori dall’archivio un suo raccontino, piuttosto bruttino, e piuttosto cretino, dedicato all’incubo Berlusconi. Talmente appassionata, infatti, era la sua coscienza civile, che lo scrittore si sognava di Silvio anche di notte, con ciò dimostrando che il sonno della ragione genera effettivamente mostri. Ieri è morta Miriam Mafai, tutta una vita dentro la sinistra italiana. La Repubblica.it piange la sua Miriam, e sull’esempio di quanto fatto dal quotidiano fondato da Antonio Gramsci, crede suo preciso dovere onorare la memoria della «ragazza rossa» tirando fuori dall’archivio «l’invettiva contro Silvio Berlusconi dopo gli insulti ai gay». L’ineffabile Silvio, ricorderete (senza essere per forza sventurati lettori di questa rubrica), aveva colpito ancora con quel candore conviviale un po’ imbecille ma molto simpatico che è il lato migliore del suo carattere. «Meglio essere appassionati di belle ragazze che gay», aveva detto nei giorni dell’uragano Bunga Bunga. Apriti cielo: non uno che gli rispose con spirito. Nemmeno Miriam, la ragazza rossa, che accusò il povero Silvio di «aver trasformato una sede pubblica in un luogo di grotteschi festini» quando invece fu forse uno sciame di donne pubbliche ad invadere una casa privata, ma di insulti ai gay non parlò affatto, non dimentica, probabilmente, che il suo compagno Giancarlo Pajetta, il ragazzo rosso, da bravo comunista ruspante dalla lingua salace, quelli lì li chiamava senz’altro «finocchi», e nel partito non li voleva vedere. Ma tant’è, la sinistra, illustrandoli con queste ridicole imprese, dimostra di non prendere sul serio i suoi più illustri figli, veri o presunti tali, nemmeno nel momento della loro dipartita e di volerli usare come artiglieria fino all’ultimo.

 

EMMA MARCEGAGLIA 11/04/2012

Dopo centinaia di giorni da pecorella, eccone uno da leonessa. Per uscire di scena in bellezza la presidentessa di Confindustria ha tirato fuori un ruggito: «il taglio della spesa pubblica deve esserci», ha detto. Ma non solo: «prima serve una riduzione della pressione fiscale su lavoratori e imprese. Penso che il governo si debba porre il problema serio di abbassare le tasse». Il problema è serio, indubbiamente. E’ per questo che ad occuparsene, per la parte che gli compete, sarà il suo successore: camerata Squinzi! Armiamoci! E parti.

 

IL QUINTO CONTO ENERGIA 12/04/2012

Il governo ha varato il Quinto conto energia, quello relativo agli incentivi per l’energia fotovoltaica, e anche il restante salato conto degli incentivi alle altre energie rinnovabili. Le mire del governo sono ambiziose: «programmare una crescita dell’energia rinnovabile più equilibrata che, oltre a garantire il superamento degli obiettivi comunitari al 2020 (dal 26% a circa il 35% nel settore elettrico), consenta di stabilizzare l’incidenza degli incentivi sulla bolletta elettrica». Il Quinto conto energia è già un bel traguardo, ed è un appellativo che incede con una certa sua sovietica monumentalità sul largo viale dell’Energia Verde; la Programmazione della Crescita non gli sfigura a fianco; il Grande Balzo in Avanti, l’ineluttabile conseguenza.

 

ALESSANDRO ROJA 13/04/2012

«Da cittadino, credo che sia perché siamo un popolo che predica bene e razzola male: abbiamo tante astuzie, e soprattutto non vogliamo ricordare.», dice l’attore, uno degli interpreti del film “Diaz” di Daniele Vicari. Il poveretto ha perfettamente ragione. Siamo un popolo che non vuole ricordare. Per esempio che nel 2001 a Genova arse un falò che doveva incenerire il governo Berlusconi appena insediatosi; che un’immensa catasta di materiale infiammabile fu accatastata per settimane senza che la sinistra «democratica» muovesse un dito; che ad alimentarla fu una tacita voglia di dare una bella spallata antidemocratica al regime del Caimano; che doveva essere un appuntamento con la storia cui tutti i progressisti erano invitati, meglio se equipaggiati di videocamere, perché qualcosa doveva sicuramente «succedere»; che da tutta Europa scesero sciami di lanzichenecchi, di compagni maneschi richiamati dalla speciale occasione di un G8 in casa Berlusconi, per mettere a ferro e fuoco la città, cosa che fecero egregiamente; che, disgraziatamente, il morto ci fu, ma in circostanze talmente chiare da non dare neanche un appiglio appena appena serio alla dietrologia antifascista; che nonostante una gigantesca provocazione portata all’estremo, anche se in parte inconscia, o meglio, vigliaccamente inconscia, intesa a testare fino alla rottura lo stato di diritto sotto il governo Berlusconi, nella notte della democrazia alla Diaz e alla Bolzaneto non morì nessuno, né il «massacro» lasciò un guercio od uno sciancato per strada. Il Culto della Memoria Deviata serve appunto ad inquadrare la storia attraverso uno sceltissimo buco della serratura, e a lasciar fuori tutto il resto. Serve appunto a dimenticare.

Il popolo ritorna sovrano, ogni tanto

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In fondo basta poco per riconciliarsi col popolo e con la democrazia plebiscitaria, e per dimenticare quelle leggi, quelle norme, quegli articoli, quelle pandette, quei codici e quei codicilli con i quali si aveva amoreggiato fino all’altro ieri, e dei quali ci si era serviti per bacchettare con maniacale puntualità le intemperanze del “populismo” fondato sul voto. Basta molto poco. Per esempio: vincere una tornata di elezioni amministrative. “Soffia il vento del popolo sovrano” ammonisce Eugenio Scalfari, che i venti studia da settant’anni. E’ davvero commovente il furore col quale la più formidabile delle bigotte stagionate dal suo aristocratico salotto repubblicano lancia la clava della volontà popolare contro Berlusconi e i suoi servi, sordi ad ogni lezione. Questi zotici che non vogliono capire! Che razza maledetta! Ma per il resto che bella, bellissima politica! Quale autentica partecipazione! Che genuino entusiasmo! La politica con la P maiuscola: “una lettura oggettiva dei fatti” – quando mai la lettura di questo Solone non è stata “oggettiva”? – “che non può piacere ai molti Soloni da strapazzo”. Rimesso insomma nel fodero – per un attimo, s’intende – il fioretto della democrazia formale, il quale nelle mani sapienti dei druidi del battaglione Zagrebelsky non avrebbe lasciato neanche un’unghia di terreno su cui muoversi e un filo d’aria per respirare ai reprobi della destra populista, torna il auge il vecchio cannone della democrazia sostanziale, più adatto a fare piazza pulita senza tante cerimonie. Ma sempre sotto la bandiera dello stesso sdegno moralistico.

Cosicché se fra una settimana la partecipazione ai referendum dovesse superare il 50% degli aventi diritto, e il “sì” dovesse logicamente imporsi, per Berlusconi e i suoi accoliti rimanere aggrappati al potere sarebbe una dimostrazione di pervicacia quasi criminale. Certamente irresponsabile. Potrebbero farlo? Sì, ma solo “tecnicamente”, risponde il nostro, con villana trascuratezza per quel rispetto delle regole che quelli della sua banda, rompendo non poco i marroni, c’insegnano di non nominare mai invano. Ma tant’è. Sembra che l’Italia sia ridiventata improvvisamente saggia; che di guide non ci sia più bisogno; che il berlusconismo come malattia dello spirito italico, come succedaneo del fascismo, non abbia più un futuro, nemmeno dopo Berlusconi.

Ed è vero, perché il berlusconismo come filosofia politica non esiste. Il berlusconismo fondamentalmente è un’idea e un’avventura. L’idea di riunire in un grande contenitore, e di plasmarle col tempo in unità, le diverse anime del conservatorismo politico italiano, nordista e sudista, cattolico e non cattolico, liberale e meno liberale, insomma di fondare quello che la DC non accettò mai di diventare per paura dei dogmi della vulgata resistenziale, che la pietrificarono. In questo il berlusconismo rispose ad un’esigenza perfettamente naturale dell’elettorato italiano, non limitandosi a riempire semplicemente un vuoto. Quest’idea sopravvivrà a Berlusconi. Un’avventura, perché il suo movimento nacque in circostanze eccezionali, ed ebbe fortissima l’impronta di una scommessa personale contro tutti i centri di potere grossi ed intermedi lasciati in piedi dal ciclone selettivo di Mani Pulite. Una scommessa vinta che intimidì perfino coloro che poi gli rimasero accanto nella sua ormai ventennale vita politica. L’ “autocratismo” berlusconiano è una prassi che procede per forza d’inerzia da questo big bang iniziale, ma non ha natura maligna e sta morendo lentamente di morte naturale. E la sua creatura, sebbene forgiata ancora solo per metà, ha ormai messo radici in questi due decenni di “resistenza”. Chi per impazienza od opportunismo se ne è staccato è stato prima o dopo inghiottito dal leviatano politicamente corretto, tanto che neanche il Tabacci “liberista” che oggi si mette al servizio di Pisapia fa ormai più notizia.

Se ne accorgerà anche il nostro Eugenio, un giorno, che l’improntitudine dei “servi liberi e forti” con la quale i sostenitori del caimano fanno il verso alla triste retorica imperante, che ha nel quotidiano da lui fondato il centro nevralgico, è un segnale di forza e di consapevolezza. Ma quel giorno, state sicuri, la sovranità del popolo somiglierà di nuovo ad una sconcezza, e il berlusconismo del dopo-Berlusconi sarà l’ennesima variante dell’eterno fascismo, da ingabbiare a termini di legge.

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June 7, 2011 at 07:29

C’è chi può e chi non può

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GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.

LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.

IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.

LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.

LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.

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La Meglio Italia sull’orlo di una crisi di nervi

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Cari giacobini del Partito di Repubblica, care mezze calzette del Partito del Corriere, rassegnatevi: il Caimano ha proprio l’intenzione di continuare la legislatura ed ormai ha tutti i sostegni necessari; in parlamento, tra le parti sociali, e anche nell’opinione pubblica, quella vera, non la truppa scelta cinguettante nei mass media. Mesi fa scrivevate che era morto, oggi scrivete che il suo governo al massimo può tirare a campare. Mentivate allora. E perciò mentite ora. Lo dimostrano, beffardamente, proprio i contrattempi sul federalismo: la Lega non si sgancia. Il Presidente stoppa? Niente paura, si ricomincia. E mentre voi chiacchierate il gruppo di ripescaggio detto dei Responsabili raccoglie pazientemente un naufrago alla volta; e la maggioranza, che al Senato veleggia tranquillissima, alla Camera raggiunge ormai quota 317, detta anche quota Bocchino, dal nome del famoso spaccone; senza contare che l’assedio respinto l’ha galvanizzata, accentuandone il cameratismo e la compattezza. Berlusconi, non contento, trova poi il tempo di puntellare il polo conservatore anche dall’altra parte dei confini, il cui presidio viene ora affidato alla destra verace di Storace. Scrissi per tempo come il vero nemico del governo e della maggioranza che lo sostiene fosse il panico: se Berlusconi ed i suoi non avessero perso la testa avrebbero resistito. E così è stato. Non è un miracolo. E’ inutile che cerchiate di raccontare la storia dell’orso ai vostri lettori. Li offendete: c’è un limite anche alla minchioneria. Fai pena, caro Pierluigi Battista, quando scrivi: “una ragione in più per prendere atto, con rammarico, che una stagione è finita e che il ricorso al voto anticipato, anche con una pessima legge elettorale, forse è diventata una scelta obbligata.” La verità è che il Berlusca ve l’ha fatta e voi oggi cercate di rivoltare la frittata, attaccandovi disperatamente e impudicamente a ciò che consideravate irresponsabile un mese e mezzo fa. O, peggio ancora, alla “foto”. Ti avverto; vi avverto: non ci crede più nessuno. Non alla foto. Alla vostra serietà.

I più sfrontati intanto hanno rotto gli ormeggi. Vogliono che il Berlusca si dimetta, sic et simpliciter. Perché lo dicono loro. Il trucco è sempre lo stesso usato dai sobillatori rivoluzionari. Prima ti dipingono come la vergogna del genere umano. Poi ti dicono: sei la vergogna del genere umano. Poi ti chiedono: come fai a non renderti conto che per il bene del paese è imperativo che tu faccia un passo indietro? Lo sventurato fa magnanimo il passo indietro, e il giorno dopo lo impiccano. Silvio invece, nel pieno rispetto delle regole, direi democratiche, fa marameo. Ed è così che Libertà e Giustizia, una delle chiese più integraliste in materia di Democrazia e di Costituzione, convoca a Milano il fior fiore della nomenklatura intellettuale, una cricca ben conosciuta per imporre con lo stile vellutato delle burocrazie ideologizzate i suoi libercoli di ieri e dell’altro ieri perfino nelle biblioteche comunali, pena condanna all’infamia dei recalcitranti, infilando senza alcun pudore queste perle tra il meglio della letteratura mondiale di tutti i tempi e di tutti i luoghi. La cosa più divertente è vedere come questa casta altolocata di imbrattacarte si dia arie di ridotta carbonara contro un regime dispotico mentre viene applaudita da un parterre di pezzi grossi, tra i quali spiccano il capogruppo PD alla Camera Franceschini e il Meglio Imprenditore De Benedetti. Lo scopo è quello di nobilitare in mondovisione con la benedizione dei soliti noti l’istinto belluino e cieco che guida i propugnatori delle dimissioni a tutti i costi. Infatti le avanguardie della marmaglia facinorosa, intruppatesi – lo diciamo per carità di patria – tra i giovanotti immacolati del popolo viola, hanno già raggiunto la villa del despota ad Arcore, col solito contorno di scazzottate, feriti e contusi.

Resta da vedere fin dove questi disgraziati vorranno arrivare. Ma sbagliano i commentatori di parte governativa che per stemperare le tensioni invocano l’ordalia delle elezioni, convinti che dopo quella la sinistra si acconcerà alla normale attività politica. Sarebbe l’ennesimo precedente e l’ennesimo cedimento, quand’anche portasse alla vittoria. Per il bene dell’Italia il miglior scenario possibile è che il governo, il parlamento e il paese resistano a questa sfuriata fino a farla finire nel ridicolo. I segni ci sono. L’occasione, ghiotta. Sarebbe la vera svolta.

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Written by Zamax

February 8, 2011 at 13:52

Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

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Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

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E tutti quanti stiamo già aspettando

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Avete presente le solite quattro cavolate che si ripetono in mille diverse fogge migliaia di volte al giorno nelle bocche e negli scritti di quelle anime democratiche che se le cantano e se le suonano nella speranza che anche le teste più dure finalmente si arrendano ai dogmi del romanzo fantasy imbastito da decenni sulla storia d’Italia da questi ossessi, e mai portato a termine, e di cui forse soltanto ora, grazie all’interpretazione della disposizione delle ossa del cadavere riesumato del bandito Giuliano da parte degli infallibili aruspici della nostra amena magistratura, si potranno svelare i più riposti misteri e mettervi fine? Ebbene, qualche giorno fa Fabio Fazio e Roberto Saviano, invece delle solite quattro cavolate che abbondano sulla bocca degli ossessi, hanno detto una volta tanto per sbaglio e per volontà divina, ossia per doppio miracolo, qualcosa di pacificamente vero. Ciò accade più spesso di quanto si pensi nel corso della storia. L’esempio più illustre di manigoldo fatto fesso dalla malizia di quella Divina Provvidenza che ci vede sempre benissimo è Caifa. Ai suoi sodali e ai farisei, impauriti da una possibile reazione romana alle nobilissime gesta del Galileo, disse:

Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera.

 Chiosa l’aquila S. Giovanni, da vero cattolico:

Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Ma che hanno detto i nostri inconsapevoli eroi? Hanno detto, piangendo amare lacrime, e noi piangiamo con loro, che l’Italia

è un Paese in cui è all’opera un’autentica macchina del fango e della delegittimazione. Il gossip serve a distruggere moralmente e fisicamente la vita delle persone. Si usano fatti privati a scopo di estorsione, per condizionare i comportamenti dei personaggi pubblici. Forse è questo che non si voleva sentir raccontare in televisione.

E così loro finalmente ce la racconteranno in televisione questa brutta storia. E tutti quanti stiamo già aspettando. Fiduciosissimi. Saviano come fonte e come persona informata dei fatti ma non indagata è ultra-attendibile: nella macchina ci vive da anni e la conosce a menadito. A meno che non ci faccia, ma ci sia: un fesso, intendo.

Io l’ho sempre detto, e con me ogni essere bene o male in salute: se volete far saltare le mura più spesse e possenti, là dove non riescono cannonate ed arieti, usate la femmina, perché, per quanto l’intellighenzia voglia ottusamente convincerci del contrario, è sempre lì che l’uomo va a sbattere, in tutti i sensi. Cose note e stranote, ma la sinistra è stata capace di arrivarci coi soliti vent’anni di ritardo. Ci ha provato a sparale grosse con le cricche fasciste, con quelle piduiste, con quelle golpiste, con quelle razziste, con quelle mafiose: non essendo composta da gente normale, alla più naturale delle bombe atomiche, la fregna, non ha mai pensato. Se ha pensato al sesso, lo ha fatto soltanto quando s’accompagnava a qualche sordidezza, a qualche efferatezza, a qualche rapporto non proprio ortodosso. Salutiamo quindi di cuore questa riconciliazione con la natura e questo rinnovato interesse della società civile per le donnine. Il popolo, quello, non ha mai avuto di questi problemi, da sempre, massimamente nell’Urbe: l’ambasciatore veneziano Antonio Soriano, in una sua relazione del 1535, al ritorno dalla corte di Roma, narra che Sua Santità, Alessandro Farnese, papa Paolo III, non

manca di opposizioni (ché la sua promozione al cardinalato non fu molto onesta, essendo proceduta per causa oscena, cioè dall’amore e dalla familiarità che avea papa Alessandro VI con la signora Giulia sua sorella: dal che nacque, che per lungo tempo fu chiamato il cardinal Fregnese).

Ma fino ad oggi la sinistra ha avuto di questi problemi. E sì che uno dei suoi eroi, soprattutto del correttamente compassionevole Veltroni, è sempre stato quel fenomenale mandrillo di John Fitzgerald Kennedy, che per di più, al contrario di Berlusconi, non si comportava affatto da gentleman col bel sesso. Fatto sta che, non lontano dai sessant’anni, dopo innumerevoli campagne di guerra a suon di dossieraggi e killeraggi, per disperazione anche D’Avanzo ha capito che la fregna è eterna e si è convinto ad usare la bomba atomica. Non essendo temprato per tale commercio, che esige nervi saldi e rettitudine, dopo l’uso è arrivato prestissimo l’abuso. Ha cominciato con Veronica, della quale probabilmente si è anche innamorato; poi è arrivata Noemi; poi Patrizia; e ora Ruby. E del doman non c’è certezza, perché l’universo femminino nel quale dolcemente naufragare occupa almeno metà del mondo. Convintosi lui, che è un ayatollah, tutto il gregge di sinistra gli è andato dietro, com’è l’abito suo triste. All’Unità della Concita sono arrivati persino i fumetti: che potenza ineguagliata e ineguagliabile, la concha!(*)

(*) Se non sapete cosa significa, guardate su Google: ma tanto avete capito, no?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Torture e solletichi

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Come forse sapete, la Pizia, la Papessa, la Cassandra della stampa italiana e della Stampa propriamente detta ha preso idealmente armi e bagagli e si è trasferita a Repubblica. Idealmente, perché Barbara Spinelli rimane ottimamente alloggiata nel suo appartamento parigino anche a spese del nuovo giornale, come lo era del vecchio. Almeno così dicono i giornali.* Se sia vero non so, però mi sembra un tratto strepitosamente elegante d’autentica civiltà europea, che noi in Italia ci sogniamo. Il passo è del tutto naturale: Repubblica è un quotidiano di fanatici, e la Spinelli è un’estremista. E’ cosa nota a tutti, ma non si può dire. La Stampa è un quotidiano che pende paurosamente a sinistra: è cosa anche questa nota a tutti, ma anche questa non si può dire. Non abbastanza comunque per la Spinelli. Il solito comitato di redazione bolscevico comune a tutte le gazzette italiane, tranne tre o quattro, non l’ha presa affatto bene. Ma io penso che il direttore Calabresi sia tranquillissimo.

Il quotidiano torinese la nuova Barbara Spinelli ce l’ha in casa: è Michele Ainis, uomo a dire il vero, e pure professore, costituzionalista. Ecco, “costituzionalista”: uomo delle regole, uomo dalla parola esatta, una sentinella della democrazia, per dirla con Staino, un guardiano della democrazia, per dirla con la Spinelli, un commissario della democrazia, per dirla col sottoscritto e con chi non è affetto da gonzaggine acuta. In definitiva uno dei prevedibilissimi, preoccupatissimi e tristissimi – nel senso di tristo – sacerdoti del Sinedrio Laicista & Repubblicano, la Casta degli uccelli del malaugurio.

Costui, tutto compreso dunque del suo nuovo ruolo di primo iettatore, ha scritto serissimo una baggianata fenomenale, “La censura goccia a goccia”, con tanto di citazione colta, del poeta Béranger (à vrai dire, je ne le connais pas, et ça, c’est embêtant!). Una citazione, non dieci, come abitudine di Barbara, ma siamo sulla buona strada. La censura goccia a goccia sarebbe quella berlusconiana nei confronti dei soliti imbonitori della controinformazione democratica alla RAI: i nomi li conoscete, e sono veramente troppi per ricordarmeli tutti. “E’ insomma il metodo della goccia cinese, che alla fine ti lascia il buco in fronte. Ma le torture, almeno quelle, sarebbero vietate”, chiosa, spassosamente, l’Ainis, il difensore degli okkupazionisti della RAI, quando un buco nel cervello degli italiani l’hanno scavato proprio questi raccomandati di ferro, avvitati ai loro posti per superiori meriti democratici, ossia per obbedienza alla loro parrocchia, chi da trent’anni, chi da venti, chi da lustri; e ad ogni cambio di stagione un nuovo arrivo. Si sono moltiplicati come conigli. Sì, sono riusciti a far credere a questo maledetto popolo di teledipendenti di essere indispensabili, anche quando non sapevano fare una minchia, soprattutto far ridere. Un po’ alla volta sono diventati dei piccoli boss, che nelle loro zone franche fanno quello che vogliono. Gli intoccabili della RAI. Dei direttori generali, mezze figure che non fanno male ad una mosca, al massimo fanno il solletico, se ne infischiano alla grande. Delle regole, pure. Una cupola. Una cricca. Anche danarosa. Il metodo: piangere, e puntare il dito; puntare il dito, e piangere, ossessivamente. E’ il metodo, se mi si permette un’analogia che mi è venuta in mente proprio adesso, della goccia cinese. Una tortura.

* Update del 21/10/2010: la signora Spinelli paga l’appartamento di tasca propria, secondo quanto scrive in una lettera al giornale che leggo di solito: quello, naturalmente.

Written by Zamax

October 20, 2010 at 19:13

E’ la democrazia, bellezze!

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E allora. Pronti? State ben saldi sulla vostra seggiola e non cominciate subito a fare smorfie come donnicciole bigotte – laiche, s’intende – che vi spiego il significato di questa patetica sollevazione generale contro le magnifiche imprese dei cani da riporto (grazie Eugenio, grazie Concita: sempre impeccabili, gli amici dell’umanità e della democrazia); dei cani da riporto Feltri e Belpietro, dicevo; e del fratello brutto di Nosferatu, il simpatico Sallusti; e del rompiballe Porro, che è un ridente mattacchione e per questo fa infallibilmente imbestialire quegli immusoniti e noiosissimi rompiballe che vanno in giro col patentino rilasciato dalla società civile. Il significato storico, mica quello delle cronachette, ché qui si vola alto, come sempre. Un significato scandaloso, che è questo: la democrazia, a lungo andare, ha spiacevoli conseguenze democratiche. Spiacevoli. Succede infatti che ai profeti della democrazia – che sono sempre in malafede appunto perché profeti – la democrazia piaccia finché le masse sono manovrabili: passive sotto di loro come lo erano sotto il Re. Di esse si servono per scalare i vertici del potere. Ne risulta che la democrazia, per costoro, è bella finché il popolo non è maturo per la democrazia. Ma quando i piccoli popoli eletti, militanti, piazzaioli e firmaioli non riescono più ad intimidire quello grande, quest’ultimo comincia a somigliare per davvero ad una somma d’individui pensanti. E quindi lo temono, l’hanno in dispetto, e sentenziano che la democrazia è “malata”, e cominciano a parlare di “regole”: i codici, di cui loro sono i custodi e gli interpreti, diventano allora il surrogato di una truppa popolare che si è democraticamente squagliata.

Mai la democrazia è stata così bene come adesso nel mondo euro-americano, Russia e America Latina comprese, se guardiamo le cose in termini relativi e con un occhio alla storia, ed anche se il pericolo è sempre latente, mai è stata così bene al riparo dalla minaccia delle ideologie totalizzanti; eppure, per questi damerini dalla lingua velenosa oggi la democrazia è malata. Cosa c’è? Puzza? E’ volgare? Beh, il fetore è quello che le è proprio, e certifica del suo buono stato di salute. Avete voluto la libertà del volgo? E adesso ne sentite l’olezzo solo perché non vi ubbidisce a bacchetta e non resta con la bocca aperta? Perché ha gusti non proprio eccelsi e vi fa marameo se infantilmente vi vendicate trattandolo da zombie e cianciando di forme subliminali di totalitarismo? Scoprite l’acqua calda con decenni e secoli di ritardo e riuscite solo ad incartare il vostro malessere, nel caso foste onesti, e il vostro disappunto, nel caso non lo foste, con quella sociologia verbosa ma pop che oggi impera nelle librerie, e che non vale spesso le lapidarie osservazioni di scrittori del passato. Un poeta “reazionario” come Pound disse di un suo pan-democratico collega:

E Walt Whitman era l’America. Era l’America con la sua crudezza e il suo fetore enorme. E la cavità nella roccia che rimanda l’eco del suo tempo. Egli cantò l’era cruciale dell’America, egli è stato la voce trionfante. E disgustosa. Orribilmente nauseante.

Uno scrittore “liberale” della Francia della Restaurazione, un “sinistrorso” nostalgico dell’Impero, come Stendhal, seppe odiarla ancor prima di vederla, la “vera” democrazia, e scrisse nelle pagine iniziali de “Il rosso e il nero”:

In realtà, codesti saggi [i saggi e i moderati della Franca Contea] esercitano il dispotismo più noioso. Ed è appunto questo dispotismo – triste parola – che rende insopportabile il soggiorno nelle piccole città a chi è vissuto in quella grande repubblica che è Parigi. La tirannia dell’opinione pubblica (e quale opinione!) è altrettanto cretina nelle piccole città della Francia che negli Stati Uniti d’America.

In tempi di democrazia, quando conta il numero, nella repubblica delle lettere e dei media le cose vanno ancor più velocemente che in politica. Anzi, le precedono, visto che qui non si vota con regolari elezioni, e le parrocchiette mafiose, surrogato senza nobiltà, senza storia e senza tradizione di un mondo aristocratico che si vorrebbe perpetuare sotto mentite spoglie, si formano spontaneamente più per impressionare e intimidire che per fare la conta. A metà del diciottesimo secolo, quando la tempesta si stava formando, Voltaire scriveva:

 Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento.

Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!

Nell’Italia del dopoguerra, un passo alla volta, una dispotica repubblica di questo genere si è radicata nel campo della cultura, dei media e soprattutto della carta stampata; e nella società in genere, senza peraltro trionfare nell’arena democratica per eccellenza, quella politica, dove i voti non si pesano, purtroppo, ma si contano. E un passo alla volta, proprio perché la democrazia ha resistito alle pulsioni radicaleggianti che ci hanno regalato nel passato, succedendo l’uno all’altro, prima il fascismo e poi il più grande partito comunista d’occidente, anche grazie ai democristiani, eh sì!, a Craxi, eh sì!, e soprattutto al Berlusca, ma certo!!!, il campo conservatore, popolato da cani sciolti refrattari allo spirito gregario che domina spesso a sinistra, si è riorganizzato, ed ha cominciato a ribattere colpo su colpo. I più tremebondi fra i moderati oggi sfoggiano con orgoglio il loro “terzismo” in questa guerra. Ma in realtà i “terzisti” sono di due tipi: il primo è quello che vegeta in una grande stampa che per decenni è andata a rimorchio della vulgata progressista, finendone perfettamente addomesticata, e che solo la forza del fenomeno Berlusconi è riuscita a strappare dalla sua paurosa passività; il secondo tipo è quello che dopo aver militato nel campo berlusconiano, deluso nella sua ambizione o per motivi più nobili, ha cominciato a flirtare con le sciocchezze politicamente corrette, ricevendone in cambio bacini e considerazione, ed è ormai sulla bocca del Leviatano. Di “terzisti” con le palle non ne vedo molti in giro.

E così, cari miei, arrendetevi all’evidenza: la sollevazione contro i cani da riporto è la rivolta reazionaria di chi campa grazie a rendite e monopoli, dossieraggi e killeraggi compresi. E l’alacrità dei cani da riporto è segno che oggi la democrazia, in Italia, è più forte.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update del 13/10/2010: Un “terzista con le palle” (naturalmente io – politicamente – resto “berlusconiano”) come Oscar Giannino su Chicago Blog esprime la sua opinione sul caso.  Il suo post è stato pubblicato ieri l’altro, come il mio su Giornalettismo.com, ma solo ora l’ho letto.  Nella parte che ho evidenziato in neretto, ha il “coraggio” di scrivere una banale verità che ho anch’io esposto nel mio articolo. E’ una questione che nasce da lontano, dice, ed è verissimo. Io mi spingo ancora più in là in questa “lontananza”. E a differenza sua, vedo soprattutto il significato positivo del “muscolarismo” di questa risposta. Senza Berlusconi non ci sarebbe stato il “terzismo”, ma neanche il “dualismo”, cari Folli, De Bortoli, Sorgi e compagnia cantante.

Prima domanda? A mio giudizio, per quanto so di lui e di legge italiana, è Nicola Porro un ricattatore o più precisamente un potenziale attore di violenza privata, il delitto per cui è indagato? No, assolutamente no. Lo sono Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri? In termini di codice penale, la mia risposta è altrettanto ferma, è e resta: assolutamente no. Per loro due, che hanno la responsabilità della direzione e della direzione editoriale del Giornale, la questione è diversa. Non riguarda la legge. Ma il giornalismo muscolare che perseguono e realizzano: con ottimi risultati in termini di lettori, va detto. Io ho avuto occasione anche su queste colonne di criticare ciò che alla fine questo giornalismo muscolare alimenta nel dibattito pubblico italiano. Ma è questione che nasce da lontano: perché è stata la risposta che a un certo punto ha iniziato a organizzarsi rispetto a quello della sinistra, rappresentando Silvio Berlusconi il male assoluto per alcuni, e il minore dei mali per gli altri. La questione per loro è l’effetto del muscolarismo in un’Italia politicamente tribale: ma ricade in pieno nella libertà di stampa, e le mie sono critiche non penali ma di opportunità, perché penso che ne venga talora e spesso più male che bene.

E già, la dignità!

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E’ tutto divertente. Molto divertente. Ci sono quelli che tifano per; quelli che tifano contro; quelli che come Ezio Mauro, flemmatico chief executive officer dei pirati della corazzata Repubblica, emettono concisi, freddi, e allarmati bollettini di guerra sullo stato dei dossieraggi e killeraggi contro l’alta carica istituzionale oggi occupata da Fini; ci son quelli, più ridicoli, che come i Battista e i Romano, ufficiali di lungo corso della corazzata Corriere, fanno boccuccia e osservano sgomenti ed allibiti insieme con l’opinione pubblica l’irresistibile pochade che va in scena attorno all’appartamento monegasco ora da tutti rinnegato, neanche fosse proprio quella disponibilissima e popolarissima bella di giorno che perfino tu e Lapo ed io…

Io non ci ho capito niente, perché non me ne sono minimamente interessato, alla trama voglio dire: dopo decenni e decenni e decenni di dossieraggi e killeraggi da parte dei soliti noti che oggi tremano compunti per le sorti della democrazia, le paginate dedicate agli affaires politico-giudiziari mi fanno lo stesso effetto dei volantini pubblicitari nella cassetta della posta. Mi restano in testa con contorni onirici solo le figure dei protagonisti che via via entrano in una rappresentazione in cui la forma e il contorno avvincono e spiegano più del contenuto: l’alto presidente della Camera, rigido come un baccalà, l’eloquio secco che non ammette repliche, uguale a se stesso, immaginiamo, dalla camera dei deputati alla sala da pranzo, dalla sala da pranzo alla camera da letto; la gattina flessuosa e sottile dai boccoli biondi e dalla grande bocca che gli sta – magnificamente, dobbiamo dire – al fianco, il cui sovrabbondante sex appeal rimedia quasi ai guasti della di lui freddezza; il di lei fratello belloccio e viveur, gaglioffo non sappiamo; un bestione ruspante come Gaucci, uscito vittorioso dalle battaglie con tutti i cinghiali dell’Appennino, colpito e affondato come da copione nell’ebbrezza della gloria dalla volpina femminilità di una zazzera bionda, che ora furioso come l’accecato Polifemo scaglia anatemi da qualche suo maniero campagnolo o caraibico; e la testa dell’avvocatino che spunta timida da dietro le quinte con un “posso?” affettato e gravido di promesse poteva mancare? Certo che no: Renato di nome, Ellero di cognome. Ellero quello lì? Ellero quello lì. Ah, ma non malignate troppo sul suo ziz-zagante percorso politico di ex senatore leghista, ex berlusconiano, ora fan di Grillo e sostenitore dei comitati “No Dal Molin”: un avvocato, le cause, non le sposa mica. (E’ una battuta, avvocato, una battuta!)

Non sono riuscito a sciropparmi il video del discorso di Fini. Non ho fatto nemmeno lo sforzo: tanto ci sono anime eroiche, ancor giovani ed ignare, che sacrificano un po’ degli anni migliori della loro vita per farne il riassunto nel web. Avrà volato alto, senza dubbio, anche perché sennò sarebbe apparsa troppo come una difesa, e su quel piano giustamente non doveva scendere. Quando si è attaccati da destra ci si sente meno soli, in Italia, nonostante il regime, e quindi si ragiona di più. Ma tutto ciò è tedioso, ripetitivo. Io cerco l’intrattenimento vero. E’ più dilettevole ed istruttivo registrare da lontano lo scandalo dei grandi professionisti dello sputtanamento democratico e consapevole, gente che in trenta e passa anni ha azzoppato un sacco di pesci piccoli e grossi, perfino istituzionali, perfino innocenti; e la vasta platea dei loro lettori, adusa a sparare sulla Croce Rossa, che a comando scatta indignata contro i pallidi imitatori dei loro predicatori, i Feltri e i Belpietro, fior di gentiluomini al confronto di quelli, e per questo conseguentemente chiamati sgherri.

Ma i più divertenti di tutti sono quelli che oggi si preoccupano della “spirale di imbarbarimento della vita politica”, di una “soglia della decenza” che è stata superata, firme di un quotidiano che dei duri e puri della pratica quotidiana del dossieraggio è andato per viltà e per calcolo a rimorchio, tanto che da tempo si è assicurate le prestazioni di una specialista del grossolano genere gossip + servizi deviati, che oggi va per la maggiore tra i sinistrati della penisola, come la mitica e seriosissima Sarzanini. (Contenta lei. Io non so veramente che ambizione sia. Ma non ha visto a quali abissi di cupezza si è ridotto il D’Avanzo dopo una vita in trincea a difesa della democrazia?)

Oggi costoro arricciano un nasino sorprendentemente delicato, il cui olfatto si è fatto improvvisamente finissimo, dopo aver fatto cilecca anche quando le bombette puzzolenti partivano dalle stanze dei loro colleghi di via Solferino, solo perché la geografia dell’ennesimo bordello politico-giudiziario è un affare tutto interno alla destra. Ecco allora che questi essere di solito miti e pacati, insomma queste pappamolle di tutti i giorni, ritrovano il coraggio per vivere un giorno da leoni e chiedono a tutti, con animo vibrante, di “riacquistare un profilo di dignità”. Orpo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Profumo di papa

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Il solo fatto che La Repubblica non si periti di lanciare un ballon d’essai sulle prospettive di Alessandro Profumo quale papa straniero dei democratici e dei progressisti – quello invocato dal poeta Veltroni – dimostra come la sinistra della società ultracivile, quella che scrive sui giornali e quella che scende in piazza, sia ostinatamente e sideralmente lontana dal volgo che dovrebbe rappresentare. Adesso prepariamoci. Abbiamo una nuova vittima del Berlusca. Cominceranno ad accerchiarlo, a lusingarlo, i Santoro e i Floris, finché commosso da tanto amore gli scapperà che sì, lui è una vittima di Silvio, nonostante tutto. Nonostante la quarantina di milioni di buonuscita, che comunque non sono spiccioli, anche perché non credo che gli azionisti abbiano fatti grossi affari ultimamente. E che comunque non sono spiccioli in ogni caso. Ma si sa, pur di dare addosso al Berlusca, a sinistra diventano più capitalisti degli squali del capitalismo, in obbedienza ad una mal digerita ortodossia liberista. Se poi il signor Profumo era tanto indipendente dalla politica, tanto impolitico, perché la politica gli dovrebbe offrire subito un posto di tutto rispetto nel suo teatrino? Vallo a capire, e prova a farlo capire a “quelli che non arrivano alla fine del mese”, quelli veri, non quelli che a loro dire non ci arrivano e leggono Repubblica, recitandone le solite lagne precotte. E poi chi non si ricorda di quando qualche anno fa i Tre Re Magi del sistema bancario italiano resero omaggio al vincitore designato Prodi al teatrino politico delle primarie? Uno di questi era il nostro Alessandro. Allora, come adesso, da quando il PCI s’è squagliato, la sinistra politica era debole, scalabile, come ha dimostrato per lustri l’avanzata del partito di Repubblica. Anche quella di Prodi fu una specie di OPA, e certo establishment finanziario gli si stringeva affettuosamente intorno. Certo establishment che era tanto poco politico da tentare di metter mano su un bel pezzo di politica italiana. Poi nel 2008 ci fu la vittoria del Berlusca, che due anni prima pareva moribondo. Vittoria storica, come scrisse Zamax nel suo blog PRIMA delle elezioni e come scrisse il furbetto dei quartieroni Mieli DOPO le elezioni. I Bazoli & C. si arresero, e capirono che la stagione propriamente bellica nei confronti del Berlusca era finita. Non per divenirne servi, come scrivono quelli con la schiena pieghevole, ma per rientrare in una normalità di rapporti con un primo ministro regolarmente eletto. Il Profumo continuò a recitare la parte del banchiere indipendente, quasi per posa, perché in realtà nessuno gli faceva la guerra. Insomma, cerchiamo di non essere troppo delicati: ci saranno state guerricciole, sorde battaglie di potere, che il successo metteva a tacere, ma in fin dei conti roba normale per uno come Megas Alexandros. Gli eroi della sinistra non saranno mica così mollaccioni? Poi commise qualche errore, e fu anche sfortunato: la grande banca, nata per dare un calcio ai giri meschini del mondo delle Banche Popolari, delle Casse di Risparmio, senza dimenticarci delle valorose Casse Rurali, ed Artigiane, che ancora esistono evidentemente solo per fare un dispetto a Giavazzi, si adeguò ignara agli stravizi delle grandi banche del bel mondo sprovincializzato; e qui cominciarono i guai; e chi aveva degli interessi in Unicredit pian piano gli si rivoltò contro. Che questi interessi poi non siano sempre limpidi e nascondano denti aguzzi, e menti non proprio illuminate, be’, anche questo è un teatrino e non solo italiano. Non si vorrà adesso fare di Profumo una vittima dell’Italia retriva e antiliberale oltre che del Putin italiano? Ma certo che sì. Di belle ne vedremo. Di balle ne sentiremo.

Written by Zamax

September 22, 2010 at 22:51

Parole, parole, parole

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La demagogia ha un suo linguaggio che si incardina di solito su due o tre parole chiave. Se si vuole combatterla la prima cosa da evitare è di adottare il suo linguaggio. Ma non succede quasi mai. Il “capitalismo”, ad esempio, è una parola di conio marxista (“etichetta politica” la definì Von Mises); i difensori della libera economia l’adottarono e fu una vera e propria sciagura, che continua ancor oggi: accettarono di battersi sul terreno scelto dal nemico, e così involontariamente inchiodarono ancor di più alla testa dell’uomo della strada, che non bada alle sottigliezze e tanto meno legge tomi poderosi di storia ed economia, l’idea iper-riduzionista ed astratta del “capitalismo” come “sistema” o peggio ancora come “meccanismo”, efficiente o meno che fosse, criminale o meno che fosse.

Perciò non sono stupito, neanche un po’, che negli anni berlusconiani le nuove parole d’ordine della propaganda anti-sistema alla fine abbiano trionfato da Bressanone a Lampedusa. Chi le ha accettate tuttavia ha commesso un errore, e ha dimostrato una certa debolezza intellettuale, nel senso propriamente morale del termine. Ha inoltre nutrito le solite disastrose speranze di palingenesi nazionale anche nell’opinione pubblica più salda e consapevole. Abbiamo ben visto a cosa sia servita la ghigliottina di Mani Pulite: la razza immortale dei faccendieri e dei maneggioni è più vitale che mai. Vitale in qualche misura lo sarà sempre, finché l’uomo regnerà sugli animali e le piante di questo mondo. I più ingenui, o i più cinici, invocano ancora, a quasi vent’anni di distanza, una Mani Pulite più vera e profonda; definitiva come il Giudizio Universale, dopo di che lo stivale si trasformerà nella Terra Promessa.

Le parole d’ordine della demagogia non sono nuove. Sono termini popolari che ben determinati poteri fanno propri, sdoganano e lanciano in orbita. Da questo punto di vista la Casta è un parto spregiudicato del Corriere della Sera. Operazione del 2007, quando soffiava forte il vento dell’antipolitica vaffanculista in faccia al governo di Romano Prodi, che lo stracco establishment montezemoliano aveva appoggiato nelle elezioni politiche dell’anno prima. Non volendo farsene travolgere, e cullandosi pure nell’ineffabile speranza di trarne eventuali profitti, la Casta economica concentrò il fuoco dell’antipolitica su quella stessa Casta politica con la quale copulava piacevolmente da decenni. Tanto fu l’ardore civico di questa razza smidollata che il libro-ariete di Rizzo e Stella divenne un best-seller ancor prima che se ne fosse venduta una sola copia, grazie ad una campagna pubblicitaria di imbarazzante spudoratezza. Fu così che la Casta entrò di prepotenza nell’hard disk delle teste di quasi tutti gli italiani sprovvisti di eccezionali difese morali ed intellettuali. Essendo il tema facile e fecondo non mancò di produrre le sue sotto-caste: quella dei magistrati, o dei sindacalisti, ad esempio. Il bello è che il bug ha infettato pure menti dotte e liberali, quelle che deprecano magari le crociate contro la Speculazione, e che ora, oltre al repulisti, sperano nell’avvento di quelle mitiche élites colte e capaci che la penisola dei lazzaroni fin qui non ha mai saputo produrre: insomma i popperiani sperano platonicamente (per dirla con Popper, che per inciso sbaglia su Platone) nella Casta Buona.

Anche se le menti raffinatissime dovrebbero essere di norma gelosa prerogativa dei mafiosi e dei servizi segreti deviati vi sono notevoli eccezioni. Tipo quelle de La Repubblica. Sono loro che hanno rispolverato la Cricca, velenoso vocabolo che tra i comunisti ha sempre avuto un folgorante successo. Pure la Cricca ha trionfato, rompendo tutti gli steccati ideologici. Pensando di essere più furbi dei furbacchioni antiberlusconiani, i giornali filoberlusconiani hanno mascherato questo cedimento con una bella pensata: usare la Cricca, in funzione filo-casta destrorsa. La Cricca è diventata la cupola affaristica dominata dai boss della burocrazia, o dai grand commis che dir si voglia, e popolata dalla fauna degli imprenditori amici e di quelli di famiglia; e alla quale i politici, quando lo fanno, parteciperebbero solo in veste ancillare. Così la battaglia mediatica è al momento attuale tra lo spot sinistrorso Cricca & Casta e quello destrorso Cricca Vs. Casta.

Poi ci sono gli Evasori. Oramai non vi è più neanche uno straccio eroico di libertario che li difenda. Fu Visco ad accendere il fuoco della passione anti-evasori. Ma oggi alla speranza di dissotterrare il tesoretto dell’Evasione Fiscale come risoluzione di quasi tutti i mali non rinuncia più nessuno. Il nuovissimo Fini lo ha ribadito l’altro ieri.

Se poi non sapete più dove sbattere la testa, non avete istinti autodistruttivi e avete gusti patriottici, potete sempre scavare trincee contro la Speculazione.

Se siete contro la Casta, la Cricca, l’Evasione Fiscale e la Speculazione siete del Partito della Legalità. Che è una Casta bella e buona, molto rumorosa, a volte milionaria, e la meno misericordiosa. Se, riguardo alla vostra posizione, non potete mettere la crocetta in nessuna di queste cinque caselle vi faccio i migliori auguri, ché ne avete proprio bisogno.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

May 22, 2010 at 12:46

Deficit di memoria

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Si sa come, purtroppo, a sinistra sia ancora vivo l’istinto del branco. O del gregge, a seconda delle circostanze. E così, al richiamo del muezzin dell’Islam democratico-postcomunista, nella blogosfera e sui giornali di riferimento è tutto un fiorire di grida di dolore nei confronti del nuovo grande crimine di Bettino Craxi: il debito pubblico. Dolore del tutto nuovo, perché non è che negli anni settanta e ottanta al popolo di sinistra e alla sua classe politica del debito pubblico importasse qualcosa: anzi, non importava proprio un kaiser. Non solo, ma a dispetto delle leggende metropolitane sul CAF, il PCI, pur essendo all’opposizione, partecipava attivamente alle decisioni concernenti la spesa pubblica. La Madre di tutti i Debiti Pubblici fu la Legge Finanziaria, istituita, guarda caso, nel 1978: l’esito molto terragno della breve stagione del Compromesso Storico tra DC e PCI, quello tutto spirito e moralità di Berlinguer. Per capire come andavano le cose, da questo punto di vista, negli anni del cinghialone, è tutto da leggere un divertente articolo di Repubblica del 1985, dal seguente ed eloquente titolo: Finanziaria, Fanfani mediatore tra pentapartito e comunisti.

Dovrebbe essere poi perfettamente inutile ricordare come il PCI riprendesse responsabilmente e meritoriamente a denunciare i pericoli del protofascismo craxiano non appena avesse finito di sbrigare in bella compagnia le pratiche dell’assalto alla diligenza. Superpartito di lotta e superpartito di governo, il PCI. Per tutti gli anni ’80 nella sua seconda veste tenterà di far parte a pieno titolo della maggioranza, quella orrida maggioranza che allo stesso tempo e nella sua prima veste dipingeva come un pericolo per le istituzioni democratiche. In un articolo sempre di Repubblica, e sempre del 1985, vengono riassunte le condizioni del PCI per un governo di “programma”, anche guidato, si badi bene, dallo stesso Craxi. Fra queste si chiede di far chiarezza sui “diritti” dell’opposizione:

Ruolo dell’ opposizione: il PCI chiede il pieno rispetto dei suoi diritti, a cominciare dalla Rai per finire agli istituti di Credito e agli Enti pubblici. Chiede cioè che l’apparato dello Stato non sia suddiviso e diretto esclusivamente dagli uomini dei partiti di governo.

Proprio così: un’equa spartizione nella RAI, negli Istituti di Credito, negli Enti Pubblici, negli apparati dello Stato. Papale papale.  Non sembra che il quotidiano della questione morale, all’epoca, si mostrasse scandalizzato.

Written by Zamax

January 19, 2010 at 21:44

Le polveri bagnate della guerra civile

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Cari concittadini, italiane e italiani, non ci sarà nessuna guerra civile all’indomani del berlusconicidio sventato da la bela Madunina, che certo non poteva farsi complice degli istinti dello sciagurato Tartaglia. La guerra civile vera, tutto sommato “fredda”, nonostante il tributo di sangue pagato alle scariche rabbiose del terrorismo qualche decennio fa, è finita. Doveva finire già nel 1989: la protesi artificiale del manipulitismo l’ha fatta durare per un altro ventennio. E’ finita un anno e mezzo fa, quando con la vittoria berlusconiana alle elezioni politiche una parte importante dei poteri reali del paese coi loro giornali di riferimento si è definitivamente sottratta allo stato di soggezione nei confronti del Partito di Repubblica, ed ha stipulato idealmente col Cavaliere una pace separata. Ci sono battaglie che segnano in guerra un punto di non ritorno: la Beresina, o Midway, ad esempio, oppure quella ancora più epica combattuta il 13 aprile 2008 sul suolo italico. Prendere il monte Berlusconi, dopo la mattanza dello Scudo Crociato, e l’eccidio del Garofano, per poi ricaricare le pile in discesa e raggiungere la pianura della Terra Promessa, si è rivelata un prova troppo dura anche per un’armata formidabilmente dopata come la nostra sinistra, che dal radicalismo di massa, tanto comunista quanto democratico, non si è mai emancipata.

L’ultimissima versione di questa paranoia collettiva vede come principali protagonisti il feticismo costituzionale e la mistica delle “istituzioni”. Vien da ridere a pensare al “rispetto” formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricorda l’ottimo Giuliano Cazzola su l’Occidentale:

Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964, N.d.Z.] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare, N.d.Z.] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978, N.d.Z.] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro [Presidente della Democrazia Cristiana, spedito sotto terra dalle Brigate Rosse comuniste nel 1978, innalzato un po’ alla volta a santino democratico dai post-comunisti, N.d.Z.] gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze” [peggio di Craxi e Berlusconi, N.d.Z.]. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). [Il mammasantissima Eugenio Scalfari, si dice, all’uopo auspicò una perizia psichiatrica, N.d.Z.] All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.

Chi se lo ricorda? Chi glielo ricorda ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle demonizzazioni? Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo “controcorrente”, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista [fantastico! N.d.Z.] oltre che craxista?

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’ opinione, addirittura una tentazione autoritaria.

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.”

Ah ah ah… capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

Cari concittadini, italiane ed italiani, se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto. Gli è andato idealmente dietro, con lo zelo comico e ultraortodosso dell’ex democristiano inghiottito dal Leviatano post-comunista, Dario Franceschini, che ha auspicato, in caso di elezioni anticipate ed in nome dell’emergenza democratica, un Comitato di Liberazione Nazionale. Un altro impalpabile democristiano con già un piede nella tomba politica, o nella bocca del mostro, come Casini, gli ha fatto eco.

Cos’è cambiato, di fondamentale, da allora, ma anche da qualche anno fa? I toni? Non sembra proprio. Di cambiato c’è che le polveri sono bagnate; che l’immensa catasta d’esplosivo si è deteriorata; che il romanzo criminale perde ogni giorno la sua paginetta, così come la schiera dei suoi ammiratori perde ogni giorno qualche rappresentante, tanto da essere diventata, per quanto possente, una netta, visibile, e ben circoscritta minoranza. E soprattutto sempre più isolata. C’è nella società un istinto animalesco che annusa questi cambiamenti. Se da qualche tempo i berlusconiani sono all’attacco e parlano con una franchezza inedita nella storia repubblicana italiana è perché annusano la debolezza dell’avversario. L’attacco ai santuari giacobini delle pratiche d’infamia, eredi della propaganda comunista, è cominciato da tempo. Nelle parole “incendiarie” (ma va’…) pronunciate da Cicchitto in parlamento non c’è niente di nuovo:

A condurre questa campagna è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, dal quel mattinale delle Procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri, che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia politica e che vanno in TV a demonizzare Berlusconi. E da un partito come l’IDV, con il suo leader Di Pietro, che in questi giorni sta evocando la violenza, come se volesse trasformare lo scontro politico in atto in guerra civile fredda, che coinvolge anche settori più giustizialisti del suo partito, caro onorevole Bersani.

Niente di nuovo, tranne quel “caro onorevole Bersani” che ha il sapore di un ammonimento, di un invito, e di un incoraggiamento insieme, lanciato da posizioni di forza.

In Italia solo ora sta crollando il Muro di Berlino di una generalizzata menzogna storica. Berlusconi sta portando a termine questa demolizione, meritoriamente. Chi spera nella “sparizione” di Berlusconi si illude. Dissolto l’incubo del Cavaliere, ne spunterebbe subito un altro, per necessità storica, foss’anche lo psiconanerottolo Brunetta. E’ una lotta per la verità che sta arrivando al suo momento decisivo. Ciò sfugge ai quei sedicenti liberali di ineffabile astrattezza e inossidabile conformismo, che praticano la dottrina del giusto mezzo, dell’eterno giusto mezzo, fosse anche tra un bandito e il più onesto degli uomini, e che in realtà usano il loro corpo morto per puntellare quel che resta del Muro in Italia. E che la luce della verità storica si stia facendo strada lo dimostra la chiusa di un articolo sulla Stampa di un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi:

 …è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad «abbassare i toni», a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.

“All’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita”: appunto; una ricostruzione con cui “fare i conti”: appunto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Se Bersani rompe i ponti con Repubblica e Di Pietro

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Succede sempre così: il coraggio lo troviamo quando siamo con le spalle al muro, quando non ci sono altre vie d’uscita, per quel puro istinto di conservazione la cui riposta sapienza, ad esempio, ha spinto in questi giorni Bersani a sottrarsi all’abbraccio mortale del No B-day, a non omologarsi all’onda del celodurismo antiberlusconiano ed a non farsene inghiottire in un vortice suicida assieme ai suoi zeloti. La storia dirà se questo principio d’indipendenza dal messianismo politico di Repubblica, di Di Pietro e dei loro satelliti, questo silenzioso passaggio del Rubicone, sarà il primo passo di una lunga marcia o se le scomuniche uccideranno il pargolo nella culla. Se Bersani saprà resistere a questa prima tempesta, ne risulterà rafforzato, e ne troverà alimento per andare avanti con più decisione per la sua strada.

Ora a sinistra si confrontano due opposti isolamenti. Quello distruttivo, senza prospettive, di Repubblica & C.; e quello momentaneo e potenzialmente costruttivo di Bersani, o di chi per lui in futuro. Non c’è possibilità di sintesi. Che il fatuo Veltroni e la fatina Melandri volgano ancora lo sguardo biblicamente verso la Sodoma antiberlusconiana, è solo la conferma dell’insostenibile leggerezza dei due personaggi. Che lo facciano pure ex democristiani perfettamente addomesticati come Franceschini o la pasionaria Rosy Bindi la dice lunga sull’ostinata, eretica, soteriologia tutta terrestre di certi cattolici adulti. Ma il popolo di sinistra, che non è quello del protagonismo firmaiolo, prima o dopo sarà costretto a scegliere. E sceglierà di vivere. Visto in prospettiva, l’isolamento di Bersani è un fatto positivo, e necessario, perché fa piazza pulita di quelle furbizie, di quel miserabile opportunismo, di quel tatticismo di cortissimo respiro, che dalla caduta del muro di Berlino e in alternativa all’opzione “rivoluzionaria” del giustizialismo, hanno contraddistinto l’azione del maggior partito della sinistra, mettendo il piombo alle ali di una sana evoluzione. E’ finita l’epoca degli ammiccamenti al mondo confindustriale e delle alleanze innaturali con l’ineffabile centrismo cattolico, che come falli posticci stavano a simulare l’epoca della maturità virile della sinistra italiana.

A Bersani toccherà il compito di disegnare una strategia per la conquista del consenso all’interno del corpo elettorale attraverso un progetto politico, cosa mai veramente intrapresa nella storia repubblicana da una sinistra che quando non è sballottata dai marosi della demagogia apocalittica tende a incagliarsi nei fondali bassi degli abboccamenti con le nomenklature, nell’intento di cooptarle in un puro disegno di potere. Se nel mercato del consenso elettorale la quota già minoritaria della sinistra ha continuato a subire una lenta erosione, è proprio perché essa alle leggi della concorrenza democratica non ha mai veramente creduto; perché ai banchi del mercato offriva merce scaduta, che etichette smaccatamente nuove tradivano ancor di più; perché invece di lottare imbrogliava, brigando l’intervento degli sbirri al fine di mettere fuori gioco la concorrenza con l’accusa di pratiche scorrette o cercando di papparsi i banchi dei pesci piccoli: curando insomma gli spazi fisici del mercato e trascurando il cliente.

Bersani potrà giocare la carta di una franca piattaforma socialdemocratica, moderna quanto basta per aspirare al consenso dei ceti moderati, ma espressamente “socialista” quanto basta per raccogliere una parte dei naufraghi della diaspora comunista a sinistra e di quella socialista a destra, e per confluire a pieno diritto e senza trucchi nella sinistra europea, a patto che sappia coraggiosamente riannodare le fila di una storia interrotta brutalmente dalla ghigliottina di Mani Pulite; ed opporla, quale versione autentica di fronte ad una pasticciata imitazione, a quel prudentissimo paternalismo nel quale il berlusconismo si è arenato con la complicità fatale del clima emergenziale seguito al collasso dell’economia mondiale, che, se non intacca in profondità la sostanziale omogeneità del blocco conservatore, tuttavia introduce un elemento di contraddizione coi miti fondanti della scesa in campo. E se si dovrà acconciare ad una profonda riforma del sistema giudiziario, a garanzia della solidità stessa degli elementi portanti della nuova architettura politica italiana, potrà sempre far valere come elementi di differenziazione le scelte nel campo dei diritti civili e dei temi eticamente sensibili. E infine, naturalmente, Bersani dovrà anche riuscire, col tempo, a restituire una certa considerazione di sé ai giovanotti di bell’ingegno che si sono umiliati per troppo tempo a giocare ai piccoli martiri in pantofole di un regime autoritario inesistente.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

December 10, 2009 at 13:56

La meglio democrazia

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Non ho mai fatto della democrazia il mio vitello d’oro. Quindi non mi scandalizzo se a qualcuno puzza questo barbaro condominio politico che la modernità impone a belli e brutti, a colti e bruti, e perfino a maschi e femmine. E trans. Con l’articolo maschile o femminile. Gradirei, però, che coloro che da qualche tempo arricciano il naso di fronte al pargolo, a quanto pare mostruoso, generato da questo coito universale, cominciassero a parlar schietto e non deviassero il corso della ragione, per spiegar le magagne, verso le zone pericolose dell’antropologia e magari della genetica. Non lo possono fare; parlar schietto, voglio dire; avendola adorata, la democrazia; e fatta adorare al popolo.

La democrazia per funzionare e per essere salda ha bisogno di una vasta logistica materiale ed immateriale, creata ed intessuta pezzo per pezzo per lunghissima pezza nella società. Si può anzi dire che prima di diventare forma di una società, essa debba vivere nei costumi di un popolo. In quell’auspicabile e raro caso la democrazia trionfa attraverso una rivoluzione incruenta che altro non fa che ratificare e ordinare i cambiamenti prima sotterranei e poi sempre più manifesti che insensibilmente ma profondamente hanno attraversato per secoli la società. Non è un caso, per restare in un contesto europeo, che proprio là dove questa metamorfosi dallo stato aristocratico a quello democratico è avvenuta senza troppe scosse telluriche, come in Gran Bretagna, la “forma” democratica conviva ancora con re, regine, pari e parrucche; mentre là dove la democrazia ha trionfato violentemente dentro un corpo acerbo, come in Francia e poi nel continente, la sua carica universalistica abbia annichilito ogni vestigia del passato. E in ogni caso l’avanzata tumultuosa della democrazia moderna è stata caratterizzata fin quasi all’altro ieri dal lungo tirocinio del suffragio ristretto, che ritagliava, per intima necessità in tempi ufficialmente non aristocratici ma nei costumi non ancora interamente democratici – come provano abbondantemente i collassi novecenteschi – aristocrazie di fatto nel corpo della nazione, col nome fittizio di “classi dirigenti”. E non è un caso, però, che proprio nell’Europa continentale, e più largamente nell’Occidente non anglosassone – e massime disgraziatamente in Italia, sembrerebbe – una volta portato a termine questo infinito apprendistato, anche in tempi di suffragio universale rifiorisca periodicamente il mito delle “classi dirigenti”. Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” nel nostro paese, se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini? Beninteso, nel nome della democrazia? Dai montagnardi che sognano un Comitato di Salute Pubblica a “controllo della legalità”; al Partito della Società Civile che mira a guidare, intimidendolo, il paese in forza di qualche centinaio di migliaia di firme di gente “qualificata”; ai vecchi arnesi di una spompata aristocrazia di denari che vorrebbe arruffianarsi anche l’Italia Futura facendo l’occhiolino al politicamente corretto; ai liberali di molta illiberale intransigenza e poco giudizio che oramai sperano solo in un agente esogeno sul quale saltare in groppa?

E’ tutto un gran sospirare, un gran sbuffare spazientito contro questa umanità maledetta che misteriosamente popola la nostra penisola. Uno scherzo di natura che nemmeno l’acribia dello storico ormai riesce a giustificare. Curioso che gente che pratica con generoso esibizionismo la religione della razionalità e che agita ogni santo giorno in faccia al volgo la retorica “dei fatti e dei numeri” arrivi poi a tali astrochiromantiche conclusioni. Non c’è proprio speranza. Un deserto mai visto, nel tempo e nello spazio. Di questo dotto e tranquillo isterismo, dello stesso livello scientifico dei trattati sul buon tempo antico, che farà sorridere qualcuno fra qualche anno e moltissimi fra qualche decennio, nei giorni scorsi abbiamo avuto illustri esempi. Per Giovanni Sartori, firma del Corriere della Sera, dal crollo delle ideologie è stata purtroppo travolta anche quella tensione ideale che vivifica la democrazia, e la insana e sfibrante bonaccia che oggi paralizzerebbe moralmente l’Italia ne sarebbe testimone. Per la sacerdotessa della Stampa, Barbara Spinelli, che vorrebbe ipnotizzarci con le spire suggestive delle citazioni colte intrecciate con quelle allusive dei riferimenti ai fatti di cronaca, viviamo tempi particolari, e particolarmente da noi, chiaro; momenti che secernono veleni. Il peggio di sé non poteva darlo che l’inevitabile Eugenio Scalfari, che su Repubblica, portandosi dietro quale pezza d’appoggio un’opera di Diderot – se non l’avete capito uno dei precursori del suo genio – s’imbarca in un microsaggio di sbrigativa sociologia razzial-progressista, in stile diciamo giorgiobocchesco, sulla natura della truppa berlusconiana. Così parla l’oracolo, prima di accennare ad alcuni casi individuali particolarmente disgraziati, come “l’Alano da riporto” Belpietro (un cane grosso e minaccioso, sembra di capire, senza la maestà e la nobiltà di un cane di razza: divertente, se fossi il direttore di Libero mi farei incidere questa lusinghiera definizione come esergo su un medaglione sotto il proprio profilo, come un imperatore romano):

“A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] delineato da Diderot sta diventando al giorno d’oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l’uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile. Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità.(…) Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull’attimo d’un presente fuggitivo senza proiezioni verso l’avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell’elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d’un pragmatismo diventato a sua volta ideologico. Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici [mio neretto, N.d.Z]. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] è diventato moltitudine.”

Senza voler essere troppo indulgenti verso il miserabile consesso della schiatta italica, direi però che è il momento di darsi una calmata. Se la conditio sine qua non per essere ammessi nella cerchia delle persone equilibrate e raziocinanti è di riconoscere che in Italia siamo alle soglie di una dittatura, o quasi – la qual cosa fa ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle – è chiaro come la paranoia antiberlusconiana, che è il riflesso della cattiva coscienza della meglio Italia, arrivi a scambiare per sintomi mortali ed eccezionali cose vecchie come il mondo. Anch’io nel mio ragionamento mi porto dietro una pezza d’appoggio. In una lettera a Louis de Kergolay del 25 ottobre 1842, Alexis de Tocqueville, sempre lui (e che ci possiamo fare se vide meglio degli altri?), scriveva:

Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

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