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Perché in Italia un partito liberaldemocratico non può esistere
Le elezioni politiche in Giappone sono state vinte dai liberaldemocratici. Per Il Sole 24 Ore è una svolta a destra. Per Il Fatto Quotidiano è una svolta a destra. Per La Stampa il Giappone vira a destra. Per La Repubblica si afferma il partito conservatore. Per Il Corriere della Sera Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per L’Unità Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per Il Messaggero Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Insomma: liberaldemocratici = conservatori = destra. Lo scrivono le gazzette della Meglio Italia, okkupate da decenni dalle truppe della rincoglionita Meglio Gioventù. Le stesse che frignano per il fatto che in Italia non ci sia un vero partito liberaldemocratico. Per forza: non lo vogliono né di destra, né conservatore. Ma ammodo, centrista di centro, ed urbanamente occhieggiante a sinistra. Perché in Italia la vera liberaldemocrazia, quella veramente liberale e quella veramente democratica, in fondo in fondo è di sinistra o quasi. Come se fossimo in USA o UK o nell’Europa della prima metà dell’ottocento. Imbroglioni. Ricattatori. E ignoranti.
Giustizialisti, con juicio
E’ molto spiaciuta alla nostra stampa sobriamente benpensante la Lega poco forcaiola che si è divisa sul voto sulla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Napoli nei riguardi di Nicola Cosentino, contribuendo in modo decisivo alla «salvezza» del reprobo. Il quale reprobo, però, è indagato da una vita, e da una vita è sotto i riflettori. Cosa possa combinare in queste condizioni lo sa solo l’Onnipotente o la nostra onnisciente magistratura. La richiesta di arresto era palesemente pretestuosa, e il suo arresto avrebbe voluto solo un valore, o meglio, un disvalore «esemplare», perché così piace ai cultori della legalità del nostro paese, abituati a vivere di simboli positivi e negativi, ai quali stringersi attorno o sui quali lanciare l’anatema, obbligatoriamente. Si è così confermato che il «moderatismo» messo in pratica da queste penne guardinghe è un conformismo che con molta urbanità sa venire a patti anche con le pulsioni peggiori, quando siano abbastanza diffuse. Sono i casi in cui «ascoltare la pancia della gente» diventa una virtù. Qui la sobrietà, se vi interessa saperlo, sta nell’adeguarvisi giudiziosamente, senza sbracare.
C’è qualcosa di vile e di ostinatamente meschino nel non voler riconoscere che proprio in casi come questi si vedono i frutti positivi della lunga stagione berlusconiana. Evidentemente sul lento processo di maturazione leghista fa premio la necessità di sganciare la Lega dal PDL, sia che essa ritorni al celodurismo originario, sia che diventi una «costola» della sinistra a forza di lusinghe e legittimazioni verso i «maroniani» di turno, nella speranza di trovare un giorno un Fini leghista. Per i nordisti sono due opzioni suicide, e perciò incoraggiate. L’unico futuro per la Lega è un’alleanza sempre più organica col partito di Berlusconi: i dirigenti del partito e i suoi elettori in cuor loro lo sanno, anche se il concetto non è ancora entrato nella loro testa.
Il voto è anche un segno che col tempo, dopo il colpo di mano che ha messo Monti alla guida del governo, le forze politiche si stanno naturalmente riaggregando. E si è visto che il terzo polo, quello fieramente indipendente, alla prima conta un po’ delicata, senza aver alle spalle qualche diktat europeo, si è diligentemente piegato ai dettami della stagione giustizialista. Sua Vacuità Pier Ferdinando Casini, con la tipica voluttà dei democristiani convertiti alla vulgata sinistrorsa, ha parlato di eutanasia del Parlamento, di suicidio in diretta, solo perché i suoi alleati di un tempo hanno salutato con qualche applauso l’esito del voto, come se non avvenisse ogni volta che nell’attività parlamentare si esce dall’ordinaria amministrazione. Per quanto fragile questa rinnovata intesa tra Berlusconi e Bossi ha messo in allarme la vasta platea dei corifei del «governo del presidente», tanto più che il professor Monti, a parte le pose garbatamente efficientiste, fin qui non ha affatto dimostrato il nerbo necessario per farsi sentire in Europa e per mettere in cantiere le mitiche e sanguinose riforme di cui abbiamo tanto bisogno, i due fronti sui quali è stato chiamato a combattere, «facendo presto». Che dovesse fare presto non c’è dubbio, ma non per i ben martellati motivi di emergenza che gli hanno spianato la strada, ma per cogliere l’occasione offertagli da una classe politica in stato comatoso.
E così oggi con tutta naturalezza si biasima la debolezza della Lega nei confronti di Berlusconi come non tanto tempo fa si biasimava la debolezza di Berlusconi nei confronti della Lega, e l’immobilismo che ne derivava. Tali capriole si spiegano facilmente: virtù vere se ne vedono poche in giro. Chiarezza di idee e coerenza sono merce rara. E’ molto più facile illudersi che sia possibile vellicare gli istinti peggiori dell’opinione pubblica, purché rientrino nel catalogo aggiornato del politicamente corretto, e nello stesso tempo sfoggiare la retorica della ragionevolezza e della responsabilità; sciocchi esercizi impersonati in questi giorni dai due rumorosi impostori chiamati Equità e Rigore.
C’è chi può e chi non può
GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.
LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.
IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.
LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.
LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.
Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio
Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:
Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…
Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!
Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.
I nuovi mostri
Hanno creato il mostro Berlusconi. Ma tanto i mullah della società civile nazionale e democratica hanno rotto l’anima e i timpani agli stranieri, ossia ai rappresentanti della società civile internazionale, che giustamente questi ultimi oggi si domandano per quale misterioso motivo le plebi italiche continuino a mostrargli il proprio favore. Sconcertati, non resta loro che chiedere lumi ai nostri Lumi. Uno di questi, Gian Enrico Rusconi, tra i legittimi aspiranti alla nomina di Primo Trombone dell’Orchestra Nazionale Democratica, ha preso carta e penna e di buzzo buono ha tentato di spiegare l’arcano ai lettori della Süddeutsche Zeitung. Tranquilli: delle contorsioni logiche e lessicali del nostro eroe i crucchi non ci hanno capito assolutamente un kaiser. Come avrebbero potuto, dopo che si sono bevuti fin qui tutte le balle spaziali arrivate dal Belpaese? Tranne questo, e questo, oltre che stare non poco sugli zebedei del sottoscritto quale umile esemplare della fin troppo bistrattata schiatta italica, che pure ogni tanto a fin di bene anch’io bastono con gusto, è già un po’ più preoccupante: che se gli italiani sono così affezionati al mostro è perché loro stessi sono un caso mostruoso. Grazie, Augusto Professor Dottor Tromboneggiator Rusconi: ci conforta sapere che per la nostra intellighenzia l’italiano resta pur sempre il miglior amico dell’uomo.
Caro bifolco, tu non sai chi sono loro
Qualche giorno fa Gian Enrico Rusconi scriveva su La Stampa:
“Ci sono due Italie. C’è l’Italia che tratta al massimo livello con la politica tedesca e internazionale. Rappresenta il lavoro e l’iniziativa imprenditoriale in un momento difficile. Rischia grosso. E poi c’è l’Italia provinciale, impantanata nelle ambizioni, nelle idiosincrasie e nelle miserie personali del leader del suo “popolo”. Queste due Italie si vedono con nettezza da un osservatorio diventato inaspettatamente privilegiato: Berlino. Ma l’immagine più sconcertante è offerta dalla classe politica nel suo insieme, che dovrebbe rappresentare la realtà complessa del vero popolo italiano, quello che lavora (o cerca lavoro) ed è in seria difficoltà. Invece si presenta impotente, incattivita, immiserita culturalmente, ossessionata dal leaderismo, prigioniera di un sistema mediatico autoreferenziale. (…) Lo straordinario, inarrestabile successo dell’espressione “casta” per indicare sprezzantemente tutti i professionisti della politica ne è un sintomo evidente. Torniamo all’osservatorio berlinese. (…) Non c’è soltanto l’Italia berlusconiana, numericamente maggioritaria, provincialissima nei suoi vizi e nelle sue virtù, oggetto di continua ironia. Ma c’è anche l’Italia che rilancia internazionalmente alcuni suoi simboli che incarnano alte prestazioni tecniche e iniziativa manageriale. È importante che questo rimanga nella percezione e nella memoria dei tedeschi e degli europei, comunque vada a finire la vicenda Fiat-Opel”.
Massì, abbiamo capito Gian Enrico. Ci sono due Italie. C’è quella aristocratica e cosmopolita nello spirito, tutta gente di valore, gente che sa stare al mondo con intelligenza ed eleganza – e della quale lei fa parte – e poi c’è la marmaglia, la plebe stracciona e vociante, prona agli istinti più bassi ed ai gusti più volgari, legata con le viscere più che con la testa e la ragione al suo capopopolo. Questa gente maledetta e ignorante – che ha resistito a ogni vostro tentativo di educazione – purtroppo ha monopolizzato tutto il mondo politico tanto che oramai anche l’opposizione è in mano a manovali della retorica che al massimo sanno dire che il nostro paese è infettato dal virus del culto della personalità a causa di un dittatore che possiede tutte le televisioni, invece di fare come lei, che denuncia con l’arte oratoria dei democratici che non si sporcano la bocca “una classe politica ossessionata dal leaderismo, prigioniera di un sistema mediatico autoreferenziale”. Sono gli inconvenienti della democrazia. Ma per fortuna anche la democrazia si può commissariare: in nome della democrazia, e nonostante le maggioranze. E’ questo che lei vuole comunicare alla civile nazione tedesca, insieme al fatto che dopo le déluge non ci sarà il nulla, ma ci saranno lei e i suoi amici, una classe dirigente in pectore che sorprendentemente ha folgorato tutti coloro che a Berlino oramai consideravano l’italiano il rappresentante di uno stadio arretrato di homo sapiens.
Ebbene, questa è la solita tiritera conformistica di un perfetto esemplare della provincialissima Italia di sempre. Il peggior esemplare. Uno di quelli che si sono messi in testa di “insegnare” la democrazia al popolo come si insegna l’educazione ai bambini, il che li investe di una funzione sacerdotale che fa di loro dei cittadini un po’ speciali. E’ la loro unica forma di amore per il prossimo, ed esige riverenza ed obbedienza. Perciò quando le bestioline, nonostante tutti i loro consigli, dimostrano una invincibile durezza di comprendonio e continuano ad andare per la loro strada, ecco che in questi amici dell’umanità scatta l’anatema. E’ il momento nel quale diventano proprio come dei bambini capricciosi, che si appellano a mamma e papà per rimettere in riga i renitenti al verbo; diventano la versione adulta di quel vostro odioso compagno di classe alle scuole elementari, quello che glielo diceva sempre alla maestra.
Ora che la sinistra di gran lunga più disastrosa e fallimentare di tutte quelle che hanno giocato nello scacchiere europeo dal dopoguerra è in preda alle convulsioni che la porteranno ufficialmente alla morte, prima di rinascere finalmente alla normalità, e nelle febbri dell’agonia sogna per l’ultima volta di mandare a casa l’indemoniato di turno con un gol in contropiede, in fuorigioco, e con la complicità dell’arbitro, non negandosi il vezzo di fare pure quello che hanno sempre fatto i lazzaroni della nostra penisola nel passato: tirare per la giacca lo straniero; ora pure la vecchia componente azionista della sinistra, fautrice di un liberalismo giacobino, da tinello più ancora che salottiero, comincia a risentire i pruriti di una rivoluzione auspicabilmente guidata dagli utili idioti, ossia dai propri campioni. Questo è il senso dell’accenno alla casta. Il libro La casta costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto. Furono loro a sponsorizzare, a nome della casta veteroindustriale la campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire allora la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici. Ora questa pulsione ritorna, e accompagna con la sua vocetta esile e poco convinta quella più robusta dei desperados repubblicones. Tanto che anche Sergio Romano, voce di quel Corriere della Sera che volente o nolente dalle ultime elezioni ha rinunciato alla speranza di espellere l’anomalia Berlusconi dal corpo della nazione, forse inconsapevolmente nostalgico di quella prodiana “seriosità al governo” che ha fatto ridere il mondo per davvero e non per posa, ritrova un po’ di coraggio e si concede finalmente dopo un periodo doloroso d’astinenza la soddisfazione da poveraccio di conficcare una banderilla sul fianco di un toro che tanto non sarà matado:
“L’affare Opel si presta a qualche riflessione sulla politica italiana. Il presidente degli Stati Uniti, in questa faccenda, non aveva altra scelta fuor che quella di accettare la decisione garantita dal governo di Berlino, ma il vertice telefonico fra Merkel e Obama, nelle scorse ore, mette implicitamente in evidenza l’assenza del governo italiano. So che gli interventi sono utili quando sono accompagnati da garanzie finanziarie e che l’Italia, in questo momento, non era in grado di offrire alcunché. Ma il confronto tra la serietà delle trattative di Berlino e la litigiosa frivolezza della politica italiana, soprattutto nelle ultime settimane, non è edificante.”
Per tutti questi folli sarà un naufragio. Ma sarà per loro fortuna un naufragio dolce. Scopriranno con intima soddisfazione che la società italiana sarà rimasta quella di sempre. Un mondo nel quale essere amici di Berlusconi è ancora una cosa utile. Ma pur sempre una cosa da straccioni. Non sarà quindi negata ai meritevoli la possibilità di essere vittima di Berlusconi, che è invece il vero capolavoro: si campa di rendita per tutta la vita.
Cortine fumogene
Alzi la mano chi si è sorpreso del tourbillon mediatico-giudiziario di questi giorni. Alla vigilia dell’audizione del ministro Padoa Schioppa sul caso Visco/Speciale e all’indomani del patatrac della sinistra nelle elezioni amministrative, un doppio gancio al mento del governo che sarebbe potuto diventare tanto traumatico da provocarne la caduta, eccoti il concerto, come ai bei tempi, dei tre famosi giornaloni indipendenti del Belpaese. La Repubblica dà il via alle danze, con il suo avvelenatore principe, D’Avanzo, che rimprovera al governo di essere sceso a patti, nell’illusione di poter usarla ai propri fini, con la nuova P2 messa su dal precedente governo Berlusconi. Il Corrierone ci racconta una nuova puntata delle inesauribili imprese dell’ormai mitico agente Pompa, l’uomo tuttofare della struttura di diffamazione e neutralizzazione al servizio del Cavaliere. La Stampa ritira fuori il dossier Kroll/Telecom lasciando cadere inavvertitamente una frase assassina su D’Alema. Per finire il transfuga De Gregorio, ex Italia dei Valori, ora passato al centrodestra, viene raggiunto dal solito avviso a scomparire. Mentre sullo sfondo aleggia lo spettro delle intercettazioni concernenti il caso Unipol/BNL.
Non occorre necessariamente pensare ad una strategia concordata per trovare il filo conduttore che unisce queste iniziative: imbrogliare le carte ed impedire lo sbocco naturale di un’eventuale crisi nella chiamata alle urne. Anche se a sinistra, fin da prima delle elezioni politiche, si sta combattendo una battaglia sotterranea per l’egemonia della coalizione politica che incarna le nomenklature del paese, non dobbiamo dimenticare che essa ha un limite e un nemico comune nella Casa delle Libertà. Ragion per cui il Partito del Corriere e di Montezemolo si dà all’antipolitica ma sempre nel quadro di una soluzione se non proprio antidemocratica, certo extrademocratica, con l’evocazione di un Governo dei Migliori che tagli fuori la sinistra veterocomunista. Ragion per cui il Partito della Repubblica lavora per la successione di Prodi, ma sempre nel quadro della visione ecumenica prodiana, cioè comprendente tutta o gran parte della sinistra, cui l’imperatore romano Veltroni potrebbe dare nuovo smalto e fasto. Fasto soprattutto. Non a caso è proprio l’ultrasinistra, che in Italia purtroppo oltre che ultraradicale è anche extralarge, e che da spettatrice di queste lotte non ha niente da guadagnare in quanto non potrà che rimanere un partner di minoranza, o addirittura ininfluente, del futuro azionista di riferimento del conglomerato unionista; è proprio l’ultrasinistra, dicevamo, a mostrarsi l’alleato più allarmato e solido del governo destrorso di Prodi.
Ma ognuno deve difendere il santino della sua immagine, anche se al dunque fa squadra assieme a tutti gli altri nel difendere la rocca turrita della conservazione: culturale, corporativa, burocratica, sindacale, confindustriale. Cosicché tanto più questo governo sprofonda nella vergogna, tanto più Di Pietro, nello stesso momento in cui non fa mancare il suo voto, abbaia forte il suo puro e immacolato giustizialismo. Cosicché Padoa Schioppa, tanto più dà il suo contributo ad una politica economica parasocialista completa di caccia ai kulaki, tanto più dalle pagine dei grandi giornali esibisce il suo liberalismo da tinello. Cosicché Montezemolo incorona Prodi in campagna elettorale, schifando nauseato il fetore dei padroncini della pianura padana, e poi, a babbo morto ed Italia quasi morta, recita la parte del Masaniello milionario. Cosicché i veterocomunisti, tanto più si dimostrano i più fedeli alleati di Prodi, tanto più s’intruppano vocianti tra le schiere degli squadristi altermondialisti. Il tutto mentre Prodi sussurra forte agli orecchi dei suoi compagni di ventura che, dopo di lui, c’è solo il diluvio!
E mentre ci raggiunge l’incredibile novella che un nuovo e appesantito Messia di nome Pezzotta, persa la testa – alla sua età! – per il successo del Family Day, ci omaggia pure lui della creazione di un nuovo movimento parapolitico catto-sindacalista, un movimento che vada “….oltre la destra e la sinistra, …. da un’altra parte come chiede la piazza”, di cui molto si sentiva il bisogno, e il cui programma dovrebbe poco cristianamente fondarsi sulla Provvidenza Statale; anche il vanesio giovinotto nato vecchio Casini finalmente scopre le proprie carte, convinto di essere il ventriloquo, nonché il più furbo, del partito Montezemolo-Corriere, più o meno alla stregua di Crasso con Cesare e Pompeo, o a quella di Lepido con Ottaviano e Antonio, sorprendendoci con un’alzata d’ingegno degna di un democristiano della migliore annata: un bel governo istituzionale, guidato da nientepopodimenoché l’alpino di lunghissimo corso Marini, nel quale i politici dovrebbero fare l’ormai famoso e pestilenziale passo indietro, dando l’Italia, chiavi in mano, ai tecnici nominati da Viale dell’Astronomia; facendo finta di non sapere:
1) che di sicuro da quelle parti sanno benissimo che senza l’avallo del ramo aziendalista dei DS l’operazione non andrà mai in porto;
2) che all’uopo codesto avallo si può sempre forzare agitando la clava minacciosa delle intercettazioni telefoniche e lusingando i sempre meno riottosi postcomunisti con la promessa della spartizione economica del paese;
3) che proprio il ministro più amato dall’Olimpo Confindustriale, Bersani, mostrava ieri, a futura memoria, e a schivare i sospetti, di essere il più indignato e scosso dagli spifferi velenosi che toccano i DS;
4) che un primo ministro postcomunista, alla guida di un governo tecnico-centrista, sarebbe l’esatto inverso della figura di Prodi, e il più adatto ad attirare nella rete la truppa numerosa e numericamente necessaria degli utili idioti di sinistra, da sempre usi alla disciplina di partito;
5) che questo governo cosiddetto istituzionale e la maggioranza politica, anzi, solo parlamentare, che lo sosterrà, altro non sarà che la vera fase costituente del nuovo Partito Democratico;
6) da opporre, fra un due anni, da sinistra, con tanti saluti all’elettorato buggerato di centrodestra, a un Berlusconi presumibilmente indebolito.
La CDL ha solo una cosa da fare: dire niet. Dire niet a governissimi di qualunque risma, dire niet a tregue politiche propedeutiche a intese sempre differite sulla legge elettorale, stare unita e lasciare che questa sinistra si strangoli da sé, anche al costo di qualche scossone per il paese. Altrimenti non ne usciremo mai.
Update: l’editoriale qui sotto, a firma di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, precisa ancor di più la strategia (termine troppo lusinghiero) del partito confindustriale, tenendo a mente gli strascichi elettorali e quelli derivanti dalle intercettazioni telefoniche sul caso Unipo/BNL nei prossimi giorni. Sembra quasi una dichiarazione di resa, ma quello che non viene detto – oltre ad una preventiva sentenza di inaffidabilità del centrodestra – è che nel momento stesso della caduta di questo governo i megafoni dei poteri forti urleranno ai quattro venti l’impossibilità e l’irresponsabilità, con questa legge elettorale e nello stato in cui si trova il paese, di andare a nuove elezioni. Per non consegnare il paese a Berlusconi, punteranno ad un cambio di cavallo, fiduciosi che i DS, bastonati dalle intercettazioni telefoniche, si acconceranno ai loro voleri, tanto più se saranno premiati con l’investitura di primo ministro, ergo della leadership del futuro partito democratico; investitura che dovrà essere sentita come un approdo vittorioso da un popolo di sinistra verosimilmente perplesso. La scommessa sta tutta naturalmente nel recuperare al centro quello che perderanno a sinistra: lì si vedrà se la CDL saprà serrare le fila ai volenterosi abbagliati dall’opportunità di entrare, per senso di responsabilità e alto spirito civico-democratico, ben s’intende, nel Partito delle Nomenklature.
LOBBY CONTINUA
Quando si concluderà la vicenda del governo Prodi i ministri delle «liberalizzazioni » Pier Luigi Bersani (Attività produttive) e Linda Lanzillotta (Affari regionali) ne usciranno a testa alta. Ma serietà e impegno di singole personalità non possono compensare una squadra che non funziona. Le liberalizzazioni dovevano avere due scopi. Mostrare la capacità e la volontà del governo di introdurre forti cambiamenti (con il passaggio — epocale — dalla tradizionale protezione delle corporazioni all’attiva difesa dei consumatori); dovevano poi essere la prova della vocazione riformista del costituendo Partito democratico. Ma il progetto si è sfilacciato per strada, con molti arretramenti sostanziali. Qualcosa forse alla fine resterà ma sarà troppo poco per salvare sostanza e immagine di quella politica.
Si è visto che cosa è accaduto. La liberalizzazione dei servizi locali su cui ha lavorato la Lanzillotta è andata a sbattere contro il muro delle lobbies locali, dell’opposizione sindacale e dei veti della sinistra estrema. Un compromesso al ribasso (Boitani, Sole 24 Ore del 7 giugno) ne ha svuotato gli aspetti innovativi lasciando i servizi locali sotto il tallone del regime pubblicistico.
Né miglior sorte tocca alle liberalizzazioni di Bersani che, peraltro, l’estate scorsa (quando il ministro ne varò, con decreto, la prima tranche) fecero crescere per un po’, nel Paese, i consensi per il governo. Ora, in aula, a colpi di emendamenti, il progetto si va decomponendo: «rinazionalizzazione » dell’acqua, stralcio della norma sull’abolizione del pubblico registro automobilistico, cedimenti a quasi tutte le corporazioni colpite. Probabilmente, al termine dell’ iter parlamentare, quando il provvedimento verrà approvato, i risultati appariranno modesti. E pochi i vantaggi per i consumatori.
Vari fattori hanno favorito il risultato. Non solo i veti sindacali e della sinistra estrema. Ha contato probabilmente anche il fatto che i ministri delle «liberalizzazioni» non sono stati sostenuti con l’impegno che un’impresa così difficile avrebbe richiesto dal presidente del Consiglio. Per giunta, in un clima di indebolimento dei consensi, molti deputati della maggioranza sono diventati ancor più sensibili di prima all’ influenza delle lobbies colpite.
A parte gli effetti sulla sorte di un governo che sembra comunque vicino al capolinea, due sono le principali conseguenze del mesto tramonto delle liberalizzazioni. La prima riguarda i riflessi negativi sull’identità del Partito democratico. Mentre la politica fiscale del governo ha compromesso, forse irreparabilmente, il suo rapporto con il Nord del Paese, la fine della breve stagione delle liberalizzazioni svuota di credibilità la promessa «rivoluzione » che doveva mettere i consumatori al centro dell’azione politica. Che razza di pedigree riformista potrà domani esibire il Partito democratico di fronte agli elettori?
La seconda conseguenza riguarda l’opposizione e le sue ben note ambiguità in tema di liberalizzazioni. I deputati della maggioranza che lavorano all’affossamento delle liberalizzazioni sono spalleggiati da deputati dell’ opposizione anch’essi impegnati a difendere corporazioni varie. L’opposizione nel suo insieme, probabilmente, tornerà al governo appena si voterà di nuovo. Per demerito del centrosinistra più che per meriti propri. Senza neppure bisogno (purtroppo) di dare chiarimenti sul perché non ci fu alcun impulso alle liberalizzazioni all’epoca del governo di centrodestra e su che cosa intenda fare al riguardo nella prossima puntata.
Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 9 giugno 2007





