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il blog di Massimo Zamarion

Posts Tagged ‘Luca Cordero di Montezemolo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (42)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

 

GUSTAVO ZAGREBELSKY 03/09/2011

Niente di nuovo sotto il sole. Ma ci piace farlo notare agli zucconi. Il paladino della legalità, il feticista delle norme e delle regole, quando vuole è assai disinvolto nell’interpretazione del processo democratico. Entra in campo il giacobino sbrigativo che ha per stella polare la democrazia sostanziale. Per il nostro infatti la giustificazione che “il governo, comunque, ha la fiducia del Parlamento e questo assicura la legalità democratica è vana.” Bagatelle. “ Oggi c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi”. Chi lo decide? Ma lui, naturalmente, la sua chiesa, i suoi sacerdoti, i suoi discepoli, nei modi e nei tempi da loro scelti.

 

GEORGE SOROS 04/09/2011

Il finanziere & filantropo più famoso del mondo sta dalla parte degli indignados di Wall Street. La cosa è del tutto comprensibile. La filantropia, al contrario della carità, è un’attività spesso assai proficua. Quando il filantropo  fa l’elemosina la sua mano sinistra sa sempre benissimo cosa fa la destra. Quello è il primo passo nelle pubbliche relazioni. Poi, di peccato in peccato, si diventa campioni. Con la vecchiaia, pure osceni.

 

GIANCARLO BREGANTINI 05/09/2011

La secessione? Ormai l’avevamo dimenticata, ridotta com’è a balocco retorico di Bossi il vecchietto quando una volta all’anno si svaga facendo il druido alle sorgenti del Po. Quest’anno però il trombettiere della società civile, ossia il muezzin del culto democratico, ha suonato l’allarme: Achtung! Sezession! E tutte le pecore gli sono andate dietro. Tanti piccoli Maramaldi specialisti nell’uccidere l’uomo morto. Sono tanti appunto per questo. Devotissimo, il capo dello stato, che di solito pontifica tranquillo tranquillo, ha alzato il suo grido alto e forte. E la fiumana s’è ingrossata, neanche avessimo i Lanzichenecchi alle porte. Ora è la volta di monsignor Bregantini, presidente della commissione Cei per i problemi sociali e del lavoro, pure lui folgorato dal pericolo secessionista: che abbia cambiato religione?

 

I FURBACCHIONI DI LIBIA 06/09/2011

Russia e Cina hanno posto il veto sulla bozza di risoluzione di condanna contro il regime di Bashar al-Assad da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre Sudafrica, Brasile e India si sono astenuti. La risoluzione era stata promossa da Francia, Germania, Inghilterra e Portogallo. La rappresentante degli USA, Susan Rice, ha abbandonato per protesta la sala del Consiglio di Sicurezza. Il ministro degli esteri italiano, Frattini, ha parlato di “un giorno molto triste per i coraggiosi siriani che stanno lottando per la libertà”. Quello francese, Alain Juppè, si è espresso in termini analoghi. Quello britannico, William Hague, ha detto che Mosca e Pechino “avranno il veto sulla coscienza”. Ma no, cari marmittoni, per niente, russi e cinesi se ne infischiano: è quell’altro, quello non posto, che avevano sulla coscienza.

 

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 07/09/2011

“L’Italia è sul ciglio del burrone, il meccanismo del «tutti contro tutti» ha superato l’argine della politica e sta investendo la stessa società civile. Non possiamo permettercelo. Dobbiamo tutti immediatamente abbassare i toni. Questa volta rischia di saltare il banco. Il rischio Grecia esiste. Bisogna salvare l’Italia dal rischio default”. Be’, non è impresa di tutti i giorni riuscire ad infilare in quattro righe di discorso quattro perle prese dal dizionario dei luoghi comuni del politichese odierno: dalla «società civile» al «non possiamo permettercelo», dalla necessità di «abbassare i toni» a quella di «salvare l’Italia». Una processione scortata da un tale nugolo di rischi che mi fischiano ancora le orecchie. Fossi Umberto Eco scriverei un saggio su queste micidiali tiritere: “Fenomenologia di LCDM: apocalittico ed integrato”. Ma a parte questo, hai capito Luca cosa ti dice Montezemolo? Datti una calmata, va’, ch’è meglio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (23)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

 

LA SPAGNA 23/05/2011

Era un esempio. Per noi italioti soprattutto. Celebrato dalla grande stampa nostrana. Un paese entrato con brillantissima prepotenza nella modernità. Che classe dirigente! Che classe politica! Che banche! Quale illuminata e progressista lungimiranza! Un paese per giovani! Un paese aperto sul mondo intero! Adesso la fiesta è finita. Adesso il paese iberico è travolto dal movimento degli “indignados”: migliaia, centinaia di migliaia, milioni di giovani e meno giovani che protestano contro la corruzione, contro la classe dirigente, contro la classe politica, contro le banche. Un esempio. Celebrato dalla grande stampa nostrana. E tu sei sempre scemo, italiota.

 

LA PROCURA DI CALTANISSETTA 24/05/2011

Veniamo a sapere, nel giorno dell’avversario della morte di Falcone, della moglie e degli agenti della sua scorta – non un giorno prima, non un giorno dopo – che il procuratore Sergio Lari ha deciso di riaprire l’inchiesta sulla strage di Capaci. Io dico che bisogna essere ottimisti: dopo diciannove anni di fallimenti non c’è proprio nulla di scandaloso se per una volta la nostra valorosa magistratura l’imbrocca giusta.

 

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 25/05/2011

Per il celebrato campione del “fare squadra” è più che mai necessario “trovare soluzioni condivise”: anche quando non parla di politica, bensì del circo della Formula 1 – lo sport più noioso del sistema solare, detto tra noi, insieme al golf, dove però almeno si sgambetta tra l’erbetta – Luca il Futurista si rivela giorno dopo giorno il più ostinato e temibile avversario del suo compatriota Pier Ferdinando, a sua volta il più disumano ripetitore di frasi fatte di tutte le Emilie; il quale Pierferdy, punto sul vivo dai continui espropri montezemoliani, questa volta gli ha mandato un messaggino, chiaro chiaro e tondo tondo: carissimo, forse è il momento di fare un passo indietro.

 

GIULIANO PISAPIA 26/’05/2011

Per uno dei due candidati rimasti in lizza per la poltrona di sindaco di Milano: 1) è in atto una campagna di fango contro la sua immagine e la sua coalizione; 2) a seguito della quale ha presentato un esposto denuncia alla procura di Milano; 3) allo scopo di pervenire alla identificazione di agenti provocatori in veste di zingari e gli eventuali loro mandanti. Alla luce di questi elementi – tra i quali vi suggeriamo di prestare attenzione soprattutto: A) alla campagna di fango; B) alla denuncia in procura; C) agli eventuali mandanti – avete cinque secondi di tempo per capire se stiamo parlando: X) del candidato di destra; Y) o di quello di sinistra.

 

ROBERTO SAVIANO 27/05/2011

Che spera di tornare dopo anni di lontananza forzata in una Napoli nuova. Ma questo non accadrà se dovessero vincere i soliti vecchi poteri, oggi rappresentati dal candidato a sindaco del centrodestra, un bravo guaglione che di nome farebbe Gianni Lettieri, ma che il nostro famoso censore democratico chiama l’asse Cosentino-Lettieri, perché Lettieri è troppo poco camorrista e da solo non risveglia istinti manettari. Vecchi poteri di sicuro, visto che è dalla miseria di diciotto anni che la città partenopea è governata ininterrottamente dalla sinistra, a parte un mesetto di commissariamento. E infatti, diciamo la verità, l’eco dei miracoli della splendida signoria di Bassolino e di quel rinascimento napoletano che stupì il mondo non si è ancora del tutto spento, nonostante la munnezza. Poi Antonio si guastò e cadde nella polvere. Onde per cui la cricca dei compagnucci l’ha arruolato tra i berlusconiani honoris causa: fra loro non se ne trova più uno che l’abbia conosciuto.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (17)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

 

GÜNTER GRASS 11/04/2011

Come tutti i cretini irregimentati del giorno d’oggi, dice che la democrazia va difesa ogni giorno. Ragazzotto, fu nazista. Non poté essere comunista perché nella saggia Germania Federale era proibito. Ma fu un ultrà socialdemocratico. E così ardente pacifista da preferire le due Germanie dell’est e dell’ovest a quella unificata. Come Andreotti, che però era italiano. Ora ha abbracciato l’antinuclearismo apocalittico. Grazie a tutte queste scemenze in perfetta armonia con lo spirito dei tempi lo scrittore tedesco è diventato un monumento ancor prima di staccare il biglietto per l’oltretomba, dove, credo, sarà tutta un’altra musica anche in merito alla gloria letteraria.

 

IL CONSIGLIO NAZIONALE DI TRANSIZIONE LIBICO 12/04/2011

Ovvero i nullafacenti di Bengasi, i quattro gatti autonominatisi liberatori e rivoluzionari di cui s’è incapricciato BHL, Bernard Henry Levy, il filosofo noto in tutto il mondo per andare in giro in camicia bianca e giacchetta nera da quarant’anni, d’estate e d’inverno, di giorno e di notte, a pranzo, a letto, al cesso, alla TV, all’Eliseo e a Saint-Tropez. Non avendo combinato niente di niente sul campo di battaglia, non avendo raccolto un popolo dietro di loro, si sono ridotti a giocare la carta della disperazione delle nullità: fare i difficili.

 

LA CHIESA DEI SANTI DEGLI ULTIMI GIORNI DI FUKUSHIMA 13/04/2011

In principio era la Nube. La tenebra si apprestava a ricoprire la terra deserta e la superficie dell’oceano, dove alitava lo spirito di Dio. Ma pronto era Jahvé dio degli eserciti ad una nuova fondazione, una nuova terra e un nuovo cielo, e una rinovellata umanità nuclear-free fremeva nell’attesa del “Vi sia luce”. Fu giorno e fu mattino: non successe una minchia, a Dio Onnipotente piacendo. Luce fu, ma era quella di sempre. La Nube non arrivò nemmeno ai sobborghi di Tokyo. Con gran dispiacere degli ossessi della setta sopramenzionata, del Corriere della Sera, di Repubblica, della Stampa, e di tutte le televisioni pronte per il Vero Diluvio Universale in diretta, dopo quello che aveva fatto la miseria di 28.000 vittime fra morti e dispersi. Ad un mese dal disastro la quantità di radiazioni che fuoriescono dalla centrale è un decimo di quella di Chernobyl. Per l’Aiea la radioattività è in calo. Per l’Oms il rischio per la salute pubblica fuori dalla zona di evacuazione di 30 chilometri – diconsi trenta chilometri – è molto ridotto. Ripeto: molto ridotto. Per l’ottimo ambasciatore italiano Vincenzo Petrone “chi ha voglia o necessità di viaggiare in Giappone può farlo regolarmente, eccettuata la fascia di 80 chilometri intorno alla centrale, e la gravità 7 dell’incidente di Fukushima, equiparato a quello di Chernobyl, non vuol dire che i danni provocati siano in alcun modo paragonabili: nel 1986 la nuvola arrivò a 10 mila metri e raggiunse tutto il mondo, il mese scorso le due nubi si sono fermate intorno ai 500 metri di quota. L’innalzamento al livello 7 poteva arrivare ieri o anche domani, è soltanto il risultato dell’analisi di una serie di parametri previsti dai protocolli dell’Aiea”. Ma si sa, per le mezze calzette di casa nostra l’importante è il pezzo di carta, il certificato in bollo, la sentenza passata in giudicato anche se non sta né in cielo né in terra, così da poter dire: è ufficiale, Fukushima = Chernobyl. Soddisfazioni da bambini. In attesa del giorno dell’Apocalisse.

 

CARMEN CONSOLI 14/04/2011

Diventasse un giorno mamma, alla cantante non dispiacerebbe affatto avere un figlio gay. Incontrasse un principe azzurro, non le dispiacerebbe che fosse femmina. In ogni caso, trova che la masturbazione sia un’ottima compagna. E anche se non ama “particolarmente” le droghe, è per la loro totale liberalizzazione. Il bello è che per tanta frivola e ostentata ortodossia la siciliana si becca dal Corriere gli aggettivi di “controcorrente” e “scandalosa”.

 

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 15/04/2011

Ne ha per tutti. Per Giulio: “C’è poca ironia da fare, vista la situazione di mancata crescita e di mancate iniziative di politica economica. Meglio metterci tutti a fare meno battute e impegnarci di più per avere maggiori risultati”. Per Silvio: “C’è un Paese che ha voglia di fare e non di occuparsi solo degli affari propri”. E quello che tutti ci chiediamo è questo: quand’è che questo chiacchierone ci farà vedere di che pasta è fatto? Quand’è che il numero uno della mitica classe dirigente comincerà a raddrizzare l’Italia? Quanto dobbiamo ancora aspettare prima che il superuomo del fare, del fare squadra, del fare futuro, del darsi da fare, getti il guanto di sfida all’ometto del fare? Così, tanto per fare qualcosa. Una cosa. Una buona volta.

Il fantasma dello sfascio ovvero la paura della democrazia

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E’ universalmente noto che come il riso abbonda nella bocca degli stolti da millenni nel vasto mondo, così la “società civile” abbonda nella bocca degli scolaretti usi a pestare l’acqua nel mortaio da mezzo secolo nell’italica parrocchietta. Prendete Luca Cordero di Montezemolo: sono lustri ormai che questo damerino aspetta l’occasione giusta per impadronirsi delle spoglie di un ceto politico cronicamente in via dissoluzione. Ogni volta che gli strepiti intorno alle canaglie che ci governano si fanno più forti, il nostro alza la cresta e le canta a lor signori. Ma tutta la sostanza dei discorsi del signorino sta nel tono, che è ultimativo. Per il resto si tratta di minestre mille volte riscaldate: adesso si scaglia contro l’autoreferenzialità della classe politica, e si fa paladino del riscatto della società civile, protagonista in negativo di un assordante silenzio di fronte al disfacimento delle istituzioni, pavidità accomunata a quella dei ceti dirigenti e delle élites oggi “silenti”. Queste noiose corbellerie, se da un lato ci confermano che Montezemolo è solo un sussiegoso ripetitore del luogocomunismo nazionale, e quindi espressione del conformismo di cricche incallite, sono peraltro interessanti da un altro lato, più intellettuale.

E’ sintomatico che la retorica sulla società civile vada di pari passo con quella sulle classi dirigenti, e a questa si accompagni. S’invoca quella, s’invocano quelle. Quasi che da sola la “società dei cittadini” non sapesse come sbrigarsela. E in effetti negli ultimi decenni l’espressione “società civile”, che pur vaghissima tradisce tuttavia spiccate radici universalistiche, legata com’è alla nascita delle istanze democratiche moderne, ha subito qui da noi un profondo slittamento semantico, tacito ma ben concreto, che ha finito per rivoluzionarne la natura: oggi la società civile è, inconfessabilmente, la selezionata società, quella più responsabile, quella che si distingue dalla massa, e a questa viene contrapposta. La società civile e i suoi infiniti cloni: dal popolo viola ai firmaioli di Repubblica. E’ un aristocraticismo di fondo che a cascata ha creato tutti gli altri: quello delle auspicate nuove classi dirigenti, le nuove élites, non necessariamente elette, da insediare al posto dell’attuale classe politica; quello che alimenta il potere d’interdizione che la magistratura si arroga nei confronti di quest’ultima in nome di un malinteso controllo della legalità, come se tutto l’agire politico dovesse cadere per forza dalla parte del lecito o dell’illecito; quello che ci offre l’agiografia della figura presidenziale nella sua qualità di supremo arbitro; quello che presiede al comico culto della Costituzione.

Tutto questo tratteggia il quadro di rivendicazioni sempre più ampie di “valori democratici” non negoziabili. L’amore per le regole nasce proprio dall’esigenza di difendere lo status quo. E’ una sorta di panico epocale. La retorica dello sfascio non è figlia dello sfascio, ma della frustrazione di un’Italia che ha scelto il nulla politico della contrapposizione antropologica tra l’Italia per bene e quella per male pur di fissare i confini del proprio potere davanti all’avanzata della democrazia, il cui sviluppo raramente lineare viene oggi chiamato “sfascio”. Una maturazione democratica che non può non avere il carattere di sempre quando è sana: volgare ma non carica d’odio. E’ assai facile condannare le manchevolezze, le diffidenze, le illiberali arretratezze del popolo che la incarna. Facile, e anche giusto. A patto che non si nasconda il quadro generale. Sennò è solo opportunismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 5, 2011 at 12:01

Otto lunghi giorni

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Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.

Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.

Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.

In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:

Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.

Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.

Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

E’ finito il dopoguerra

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Le facce della sconfitta 

Sono quelle, da schiaffi, dei direttori del Sole 24 Ore, del Corriere della Sera e della Stampa, gli ineffabili e inossidabili Ferruccio Serenissimo De Bortoli, Paolo Buddha Mieli, Giulio Mummia Anselmi, e del presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero y Lopez y Gonzales y Martinez de Vallombrosa di Montezemolo. Mallevadori dell’avventura prodiana nel 2006 presso l’opinione pubblica italiana moderata; patrocinatori dei vari tentativi di scalzare dal posto di primo ministro un Prodi troppo ben disposto verso le forze politiche bolsceviche, naturalmente senza passare per le elezioni; sponsorizzatori, a nome della casta veteroindustriale della campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici; silenziosamente àuspici, fino all’ultimo, di un pareggio elettorale, grazie anche all’ufficialmente orribile ma provvidenziale Porcellum, che avrebbe ricondotto le parti ad una debole soluzione istituzionale, permeabile a influenze extrapolitiche; questi signori, dunque, si sono acconciati con sapienza, da stagionati cortigiani d’altri tempi – verosimilmente sotto lo sguardo sbalordito del povero, sedotto, abbandonato e volenteroso Tabacci – all’esito senza discussione del voto, salutando amabilmente i miracoli della schiarita bipartitica: una possibile nuova stagione politica per l’Italia, una promettente governabilità, una costruttiva bipartisanship nelle riforme istituzionali. Bravi! Con tutta probabilità il loro nome sopravvivrà alla cronaca di questi anni, come protagonisti di un eccezionale case history di antropologia comparata.

Il suicidio della sinistra

Il risultato complessivo della sinistra è disastroso. Veltroni, in virtù dell’istinto gregario, della disciplina di partito ancora comunista dell’elettorato di sinistra, è riuscito a compattare i ranghi e a fare il pieno di voti dalla sua parte, prosciugando quasi tutte le fonti di approvvigionamento. Ma questa compattezza fagocitante insieme alla modestia del risultato significa che la sinistra è sterile e non offre più nulla di appetibile all’uomo della strada. Geograficamente, ha difeso con ostinazione il suo recinto emilianoromagnolo-toscano-umbro-marchigiano, anche se le mura a difesa della linea del Po risultano piuttosto sbrecciate; ha conquistato qualche isolata piazzaforte: una piccola regione di appena 300.000 abitanti come il Molise, grazie all’enfant du pays Di Pietro; ha vinto in una regione un pelino più grande, di all’incirca 600.000 abitanti, come la Basilicata, da tempo oggetto di investimenti pubblici-grandindustriali; ed è politicamente maggioranza nella città, e solo la città, di Roma, fulcro dell’apparato burocratico-amministrativo italiano. Ciò significa che la superficiale riverniciatura democratica non riesce più a nascondere il fatto che essa rappresenta il volto politico delle nomenklature peninsulari. E’ accaduta una cosa straordinaria: nel parlamento del paese con lo storicamente più forte partito comunista occidentale non vi sarà più spazio per nemmeno un singolo rappresentante nominalmente socialista o comunista. Questo è il redde rationem del patto mefistotelico di Mani Pulite, che ha esentato la sinistra dal travaglio di una reale e sofferta trasformazione socialdemocratica, in armonia con la realtà continentale europea, che è la nostra realtà. Senza nemmeno prendere in considerazione l’evoluzione del Partito Laburista britannico, in qualche modo i socialismi tedesco, francese o spagnolo hanno cercato di reinventarsi un’identità che permettesse loro di entrare come corpi ancor vivi nel nuovo mondo globalizzato. La sinistra italiana ha saputo rispondere solo con il mimetismo democratico. E’ pacifico che la scomparsa di socialisti e comunisti è solo virtuale. E’ assolutamente certo che il problema di questo sdoppiamento della personalità, passato il momento delle convulsioni postelettorali, sarà l’oggetto del dibattito politico interno alla nuova opposizione.

L’astrattezza dei liberali

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese? Sono la vittoria, e solo la vittoria, berlusconiana; e la sconfitta, e solo la sconfitta, della fazione giacobina – antifascista – veteroresistenziale – comunista – postcomunista – democratica; che sanciscono la pacificazione italiana, non quella stretta di mano di scenografica teatralità che piace tanto, da sempre, alla vanesia furbizia italica. Chi avrebbe mai immaginato di poter leggere un giorno, nel giornale principe della fazione, queste parole:

Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un’Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l’etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la “pancia” del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno.

Egregio Massimo Giannini, non è però il muro di Arcore quello che è caduto; è il Muro di Berlino crollato in Europa vent’anni fa e che il golpe di Mani Pulite ha tenuto in piedi in Italia fino ai nostri giorni, a perpetuare l’infinito dopoguerra di una redditizia intimidazione antifascista: sono gli anni del ritardo italiano.

Update del giorno dopo:

Uomini ma anche caporali.

Il dilettante allo sbaraglio, l’attempato giovinotto, l’eterno bamboccione, e il falso modesto Zamax, nonostante le sue pose filosofiche, sovente si fa ancora prendere al laccio – voluttuosamente – dalla vanità. Sono piccole e umilianti vergogne che aiutano a vivere, purché le si riconosca. Come disse nella sua consolante saggezza il vecchio Catone, cattolico ante literam, citato da Seneca, già citato una volta a memoria da Zamax, che non ha voglia di verificare perché scopo della sua vita è eguagliare l’ineguagliabile Enzo Biagi: ”non è un gran peccato entrare in un bordello, l’importante è venirne fuori”. Ora dunque costui si è ficcato in testa che Galli della Loggia da qualche tempo occhieggi l’unprofessional blog per trarne nutrimento. Come tutto il mitico Corrierone, che ultimamente è soprattutto una scuola di vita, anche l’augusto suo editorialista primeggia nel sentenziare amabilmente a cose fatte. Ma qualche tempo fa, nel fumo della battaglia e quando fischiavano le pallottole, era tutta un’altra canzone

Update di qualche giorno dopo:

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo… (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 20 Aprile 2008,)

E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica… (Zamax, 28 Febbraio 2008,)

Razza padrona

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MONTEZEMOLO:

Siena, 25 gen. – (Adnkronos/Ign) – “Vogliamo dire alle forze politiche più avvedute e responsabili di entrambi gli schieramenti che prima di andare al voto serve una nuova legge elettorale che consenta agli elettori di decidere chi mandare in Parlamento e che limiti il potere di veto dei micropartiti”. [...] “Alle persone più avvedute e responsabili dei due schieramenti dico: mettete da parte gli egoismi di partito, ricordate che siete in Parlamento per fare il bene del Paese. Una breve ed efficace stagione di riforme condivise, nell’interesse generale, è non solo indispensabile ma è anche possibile. E consentirà poi a chi vincerà le elezioni di poter governare davvero”. Secondo il numero uno degli industriali questa stagione di riforme condivise va realizzata da “un governo di scopo, che si chiami istituzionale o tecnico poco importa”, che potrebbe realizzarle molto rapidamente, trovando un’immediata, necessaria, doverosa e improcrastinabile sintonia con il comune sentire della società italiana”

D’ALEMA:

Roma, 26 gen. (Adnkronos) – “In questo momento il Paese ha bisogno di un governo fondato sulla convergenza delle forze politiche principali in grado di fare la legge elettorale e di completare le riforme costituzionali. Certamente, qualsiasi governo nasca ora, dovrà affrontare la difficile crisi finanziaria e internazionale in atto e tutto questo, a mio giudizio, corrisponde all’interesse dell’Italia in un momento come questo”. A sottolinearlo è stato il vicepremier Massimo D’Alema scambiando alcune battute con i giornalisti a margine del decennale della fondazione Italianieuropei dopo il suo lungo intervento dal palco dell’Auditorium Massimo. “Naturalmente – precisa il ministro degli Esteri – una volta completato questo lavoro, nel tempo più rapido possibile si va al voto. “Onestamente – spiega – non mi interessano i tempi, ma gli scopi. Poi dopo bisognerebbe restituire [ai sudditi, N.d.Z.] agli elettori il potere di decidere nel quadro, però, di un bipolarismo rinnovato. Rinnovato nelle sue regole, nelle sue strutture ed efficace. Perché, rimanere in una competizione elettorale che conduce a governi di coalizioni rissose e inevitabilmente inconcludenti, non è utile per l’Italia. Mi sembra, questa, una riflessione di buon senso che d’altro canto, ho visto proposta anche da tanti osservatori non politici, a cominciare dal presidente di Confindustria”.

Written by Zamax

January 26, 2008 at 19:54

L’ultimo tentativo delle nomenklature

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I Bizantini cominciarono a prenderle di brutto dai Turchi nell’XI secolo dopo Cristo. Nel 1453 Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano, era ridotta a poco più di un’enclave dentro i confini dell’Impero Ottomano. Ma la particolare posizione geografica della città, posta com’era fra due bracci di mare su due lati e chiusa in diagonale da mura imponenti sul lato di terra, aveva fino ad allora reso vano ogni tentativo di conquistarla. Il sultano Maometto II decise di farla finita una volta per tutte, con mezzi imponentissimi. Nuovi giganteschi cannoni di fabbrica europea furono forgiati allo scopo. Gli assalti furibondi e lo sbriciolamento sistematico dei bastioni della città greca sul Corno d’Oro proseguivano senza risultati apparenti. Ma alla fine, da qualche parte, una porticina si aprì. E fu la fine, senza rimedio. Costantinopoli era una nave che non poteva sopportare la benché minima falla.

E un bastimento del genere era anche il governo Prodi. Il caso Mastella è un accidente secondario, benché fatale. Berlusconi l’aveva capito. La strategia di non tendere alcuna mano alla sinistra attuata fino alla ribellione di Fini era giusta. Fini aveva ceduto all’impazienza. Tant’è che con la caduta di Prodi in un amen i rapporti all’interno della CDL come per incanto sono ritornati quelli di qualche mese fa.

Prodi si è trovato ad essere alla fine il più tenace difensore, per motivi personali, dell’alleanza pansinistrorsa. Crollato insieme a lui anche il Partito della Conservazione di Repubblica, vedrete che ora sarà l’altro Partito della Conservazione, quello del Corriere della Sera, a rialzare la testa. Aspettiamoci fin d’ora untuose omelie sulla necessità di dar vita, per senso di responsabilità, ad un governo istituzionale che faccia le improrogabili riforme di cui ha bisogno il paese. Notare che saranno gli stessi giornali – Corriere, Stampa, Sole 24 Ore – che con gran sprezzo del buon senso, e con lo stesso tartufismo paternalistico, assicurarono gli italiani della bontà dell’armata prodiana, a riciclare la vecchia idea del Governo dei Migliori, cioè un commissariamento di fatto della democrazia parlamentare sulla scorta dell’emergenza, accettato da una classe politica impaurita da operazioni squisitamente politiche come “La Casta”, possibili solo in un paese a volte straordinariamente ingenuo, ed immemore, come l’Italia. In realtà un patto che prevede la cooptazione ufficiale dell’economia rossa, rappresentata da D’Alema e Bersani, nello stagionato establishment industrial-finanziario, rappresentato da Montezemolo, nell’illusione di poter guidare una modernizzazione addomesticata del paese mediante un paraliberismo asimmetrico ad uso e consumo delle nomenklature. Un capitalismo di Stato nelle mani di un comitato centrale, l’ultima veste di quell’Italia dell’Est che sta crollando finalmente in questi giorni con vent’anni di ritardo sul resto dell’Europa.

Gli eufemismi del piccolo stratega

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A Luca Cordero di Montezemolo, che al momento della sua ascesa allo scranno più alto della Confindustria predicava il ritorno alla concertazione e alla moderazione dei toni, e oggi, sul punto di lasciarlo, predica uno sbracato decisionismo, vorremmo sommessamente ricordare che le decisioni difficili un leader di governo le può prendere quando riesca a raccogliere il consenso di una solida maggioranza parlamentare; meglio ancora quando auspicabilmente, in forza di un carisma inusuale, riesca nel contempo a trascinarsi dietro quello della maggioranza dell’opinione pubblica. Ma se il problema della mancanza di queste decisioni sta nei numeri, allora non è vero che esso dipenda dalla legge elettorale. Perfino questa orribile legge elettorale ha dato ad una coalizione, che l’ha spuntata alle ultime elezioni per poche migliaia di voti, una maggioranza parlamentare che, per quanto esigua al Senato, le avrebbe permesso di governare, se questa maggioranza parlamentare fosse stata lo specchio di una maggioranza politica. Solo che la coalizione Unionista, avallata dalla sua Confindustria, non era fondata su un progetto di governo, ma sull’antiberlusconismo: per questo i notabili dei salotti buoni vi si erano accodati, nella riposta speranza di poterla egemonizzare. Se il problema stesse semplicemente nei numeri, com’è chiaro a qualsiasi persona non ancora stordita dalla grancassa dei media nostrani, allora anche questa legge elettorale con ogni probabilità oggi darebbe, in caso di elezioni, una solida maggioranza al centrodestra.

E quindi bisogna essere conseguenti. Cosa c’entrano i problemi del paese e in particolare, dal punto di vista economico verosimilmente più caro a Montezemolo, quelli della produttività del lavoro e del debito pubblico, con la necessità di un governo istituzionale o tecnico che faccia, non si sa perché, solo e rapidamente una nuova legge elettorale? Se invece di essere quella figura mediocre che è, specializzata nell’arte tutta italica del dire e non dire, esattamente come i tanti piccoli protagonisti di una politica additata ultimamente dai giornali allineati al pubblico disprezzo, il Piccolo Napoleone della sedicente Classe Dirigente Confindustriale invocherebbe, urbi et orbi, la necessità di un governo detto istituzionale, detto tecnico, detto – più propriamente – di Salute Pubblica, che avochi a sé le improcrastinabili decisioni di cui l’Italia ha bisogno e che con la legge elettorale non hanno niente a che fare: tagli draconiani alla spesa pubblica prima ancora che abbassamento delle tasse. Sennonché anche un governo di Salute Pubblica, a meno di un vero e proprio commissariamento della democrazia in Italia – nell’Anno Domini 2007 -, avrebbe bisogno di una maggioranza parlamentare che lo sostenga. Un governo tecnico è solo un gioco di parole. Non esiste. Un tecnico, solitamente un esperto nel campo dell’economia, nell’esercizio del suo mandato parlamentare oppure quando è chiamato a guidare un ministero o addirittura un governo, diventa ipso facto un politico, come lo diventerebbero, al suo posto, un calciatore, un giornalista, una ballerina o un operatore ecologico. Problemi politici deve affrontare.

Ah se potessimo tornare ai tempi di Cavour, di Sella e Minghetti! Quando la centralizzazione si sposava con un liberalismo ottocentesco tagliato con l’accetta, e con pochi scrupoli democratici! Quale scenario ideale per soluzioni tecniche! E com’è concupito dai Sergio Romano & C. del Corriere della Sera! Che sconsideratamente non riflettono sul vulnus democratico di tali soluzioni, sull’esemplare lezione di diseducazione politica, prima o poi pagata a carissimo prezzo.

Ma creare un clima emergenziale tale da realizzare questo disegno da apprendisti stregoni per ora e per fortuna  è solo un bel sogno. Da impotenti. Nell’attesa e nella dura realtà agli strateghi del Corsera non resta che spiare affannosamente dal buco della serratura ogni più piccolo indizio di rupture da parte dello stupor mundi Veltroni.

Written by Zamax

October 28, 2007 at 19:16

Democrazia e libertà

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L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. Quindi maneggiata ad arte tutta questa impalcatura giuridica con le sue capillari diramazioni diventa un formidabile mezzo di controllo collettivo. E’ per questo che Tocqueville diceva che in tempi di democrazia, cioè di uguaglianza delle condizioni, il dispotismo poteva raggiungere la sua perfezione. In tempi di aristocrazia questo non poteva succedere, però è ovvio che agli ultimi gradini della scala sociale, nei buchi neri dove lo stato non arrivava e che per altri magari significavano una grande libertà, l’individuo poteva essere oggetto di arbitri inimmaginabili. Laddove il regime aristocratico si è via via naturalmente stemperato fino a sciogliersi in una democrazia (come in Gran Bretagna, dove non a caso esiste ancora la monarchia) questo non ha portato a restrizioni nella libertà individuale, pur in una dinamica di continuo sviluppo della fibrosi statale, mentre nei paesi del continente è altrettanto chiaro che i rivoluzionari democratici nella uguaglianza delle condizioni vedevano soprattutto il mezzo formidabile per ridurre ad una schiavitù uniforme gli individui, ridurre cioè un popolo ad una massa.

Anche se lo sviluppo delle libertà individuali durante i molti secoli che hanno portato alla democrazia moderna obbedisce ad un senso di giustizia di stampo morale, Tocqueville su questo punto, dimostrando una superiore chiarezza non ancora sorpassata, ha sempre tenuto a scindere il fenomeno democratico da ogni moralismo. La democrazia moderna dovette attendere prima di trionfare un’enormità di progressi materiali necessari alla sua logistica complessa di comunicazioni materiali ed immateriali. Il fatto che la nobiltà ad un certo punto potesse essere acquistata e il concomitante e progressivo venir meno dei privilegi di nascita; il gioco dell’appoggio politico del popolo cercato di volta in volta dal re contro l’aristocrazia, o da questa contro il re, che consentì alla classi subalterne un primo, sia pur indiretto, protagonismo politico; la lenta compenetrazione fra le classi dovuta all’attività economica; tutto ciò comportò che un poco alla volta la libera attività economica del singolo si specchiasse nel libero esercizio dei diritti politici: libertà economica e libertà politica camminavano di pari passo. Nel Regno Unito, essendo stato un processo relativamente naturale, nonostante l’esperienza Cromwelliana,  e non traumatico, non vi fu nemmeno bisogno della consacrazione repubblicana e costituzionale. Questa venne alla luce oltre oceano con l’indipendenza delle colonie americane, dove il patriottismo costituzionale funse quasi da surrogato della sacralità regale.

Ma nel resto del mondo si era ben lungi da questo ideale parallelismo economico-politico e il suo strascico più largamente culturale. Le istituzioni democratiche si impiantarono in un tessuto economico-sociale che democratico, ovvero libero, non era. Si scoprì che uguaglianza non significava sempre libertà. Si scoprì che anche in tempi di uguaglianza poteva esistere il dispotismo. E che in tempi di democrazia la forma del dispotismo moderno si chiama socialismo, in tutte le sue varie declinazioni, che nascondono tutte però il germe della pianificazione economica. Dal socialismo internazionalista chiamato comunismo, al socialismo nazionale, al socialismo sedicente antisocialista dello stato corporativo fascista, l’espropriazione delle risorse dalle mani degli individui della società libera nella presunzione di sapere a livello centrale la loro ottimale allocazione al fine di raggiungere obbiettivi pure essi astrattamente concepiti, è sempre stato l’esito inevitabile della pianificazione economica. Ma non esiste al mondo un gruppo di supertecnici salvatori della patria, ai quali invariabilmente il socialismo finisce per affidarsi, che possa sostituirsi al riferimento di un mercato vero col suo sistema di prezzi.

Quindi un sistema democratico, che garantisca la libertà individuale, non può tenersi in piedi laddove manchino i presupposti culturali.  Per non cadere nel socialismo vero e proprio, allora quasi tutti i nuovi stati democratici, quasi come una medicina omeopatica, pur di preservare alcune libertà politiche essenziali, si rifugiano nello statalismo, caratteristico sintomo di insicurezza e di inesperienza. Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli. Perfino Hayek, contraddicendo l’opera di tutta una vita, non resistette alla tentazione di risolvere il problema della preservazione delle libertà fondamentali, cedendo al mito costruttivistico di una costituzione modello.

Nell’attuale situazione politica italiana, coloro i quali ancora non arrivano a capire come mai il gotha del nostro mondo finanziario-industriale, e la sua claque mediatica, non riescano a tagliare di netto con l’attuale governo e nonostante tutto si accomodino a partecipare ai riti umilianti della concertazione (vedi l’orripilante controriforma sul welfare di questi giorni) dovrebbero riflettere sulla natura del progetto politico che Montezemolo & Soci propongono: quel loro ormai annoso insistere sulla mancanza di una Classe Dirigente, che è un mito per gonzi, e che in una società libera non dovrebbe esistere, è solo un escamotage lessicale che nasconde la volontà di una pianificazione economica debole pro domo sua, gestita da un oligarchia finanziario-industriale padrona di allocare a proprio piacimento risorse che dovrebbero competere invece all’iniziativa individuale. L’ho chiamato una volta capitalismo feudale, ma è solo un’altra forma di socialismo, da affiancare a quello del PD e a quello veterocomunista: le tre persone della trinità unionista del Partito della Sfiducia, destinate a cadere assieme.

Le confessioni di Calearo

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Mentre Montezemolo, after a week or two in the wilderness vainly practising lion-heartedness, is already taking the not so long way home, praising the mellifluos nonentity Veltroni just as he used to give credit to the mumbling nonentity Prodi; quando ormai il disegno del partito del Corriere della Sera e di Montezemolo sta per fallire, e non c’è più tempo per vorticosi e interminabili giri di parole; è ora la disperazione di Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, presidente contestatissimo dell’Associazione degli Industriali di Vicenza, e importante vassallo nel sistema feudale della Confindustria nouvelle vague di Re Montezemolo, a mettere nero su bianco quello che per mesi la schiena non diritta, la parola non schietta, e la provincialissima furbizia di questi campioni della modernità hanno impedito loro di dire. Se l’avessero detto subito, mi sarei risparmiato mesi di traduzioni dal Corrierone. Riporto per intero l’intervista concessa a Paolo Possamai, e pubblicata oggi 28 giugno 2007 nella Tribuna di Treviso. Le evindeziazioni in grassetto sono mie.

VICENZA. Nel giorno dell’assemblea vicentina, Calearo spiega senso e obiettivi del suo incontro con Enrico Letta. Il presidente vicentino ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio alla fine della scorsa settimana a Verona. “Letta è un amico e una persona che stimo – dice Calearo – e voleva spiegarmi come il governo punta al recupero del Nord, e voleva ascoltare come il Nord sente il governo”.

Cosa è emerso dal confronto tra voi?

“Innanzitutto, lo stesso Letta mi pare ammetta che il governo è in grave difficoltà. Lui stesso dubita molto possa durare a lungo. Il malessere del Nord è palpabile. Gli studi di settore e in generale le politiche fiscali attuate da Visco generano una sorta di Stato di polizia, un’atmosfera di paura e di sfiducia generalizzata verso Roma. il distacco tra Roma e Nord è palese, non ci sentiamo affatto rappresentati da questo governo. I migliori dei nostri parlamentari, come Paolo Giaretta, non sono ascoltati. Esponenti capaci e stimabili di questo governo, come Bersani e Letta, non sono posti nella condizione di realizzare pur ottimi progetti di liberalizzazioni e sviluppo per l’economia”.

Ma il governo non ha fatto nulla di buono? Non ha nemmeno tentato di sistemare i conti pubblici?

Il riassetto della finanza pubblica è avvenuto. Il merito va riconosciuto. Ma non sanno spiegare le poche cose buone che hanno saputo fare. E comunque il governo paga pure la distanza siderale che esiste tra la gente e la CASTA. Se giro per le aziende o in aeroporto, al ristorante o tra gli amici, NON SI FA CHE PARLARE del libro di Stella. Mette a nudo un livello scandaloso di privilegio, una dimensione di spreco che fa a pugni con la vita agra e piena di sacrifici cui la gente è costretta.  Pure in questo senso appare urgente una seria riforma della politica. Badate che la vittoria di Tosi a sindaco di Verona, come quella di altri candidati leghisti, individua un bisogno di politica semplice e di buona amministrazione. La gente sente vicino Tosi, distante Prodi.

A questo punto quale evoluzione si augura?

“Il cuore di tutto è la modifica della legge elettorale. Sono convinto che non andremo a elezioni anticipate, anche perché ci sono troppi parlamentari new entry che aspettano la pensione. Penso che andremo ad un governo tecnico, a una formula istituzionale. In questo sfacelo, VINCEREBBE DI SICURO BERLUSCONI, ma non credo che sarebbe una situazione ottimale. Il paese ha bisogno di cambiare leadership, a destra come a sinistra. Siamo bloccati da una dozzina d’anni nell’antagonismo tra Prodi e Berlusconi, occorre voltare pagina. Ma soprattutto occorre rifare la legge elettorale, per consentire ai cittadini di scegliere davvero i propri rappresentanti in Parlamento. Altrimenti sarà sempre il segretario di partito o il potentato di turno a decidere di mettere in lista la moglie o l’amante, e noi ce la dovremo sorbire”.

Di cos’altro dovrebbe occuparsi il governo tecnico?

“Partiamo intanto dicendo che questo governo è morto, non vedo come possa recuperare la fiducia del Nord: non riesce a fare scelte forti sul futuro, avendo una visione strabica generata da una sinistra di stampo cubano e una sinistra laburista senza attributi. Da questo commistione mistico-catto-comunista emerge sempre un compromesso al ribasso. Detto questo, e messo in archivio Prodi, occorre un governo che governi, che faccia la legge elettorale, che investa sul futuro del paese in termini di infrastrutture e riduzione del debito, che punti davvero al federalismo fiscale”.

E quale arco temporale di azione dovrebbe avere questo governo futuro?

“Il traguardo dovrebbe consistere nel 2009. Potremmo andare a votare in un turno unico per le politiche e le europee. In questo periodo dovremmo cercare di perseguire il più difficile degli obiettivi: ricreare una classe dirigente degna di questo nome, degna degli ideali di cui furono portatori Dc e Pci, capace di fare sognare ancora il paese e di fargli correre davvero una sfida su scala europea. In questo senso mi pare necessario superare il dualismo Prodi-Berlusconi, che sono limiti oggettivi al cambiamento. Perché Sarkozy in Francia o la Merkel in Germania possono affermare la loro leadership e i loro programmi di rinnovamento, e in Italia questo processo non può avvenire? Non è un’utopia”.

Che giudizio dà al riguardo della candidatura di Veltroni alla guida del nascente Partito Democratico?

“Dovrei dire che non mi riguarda, non essendo iscritto a quel partito, e a nessun altro. Ma in generale, in termini di metodo, la designazione non mi piace perché proviene dall’alto. Non giudico la persona, osservo che viene interpretata come una sorta di salvatore. Sicuramente la persona è capace e esperta, magari non è l’unica scelta per chi sta a sinistra”

Cortine fumogene

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Alzi la mano chi si è sorpreso del tourbillon mediatico-giudiziario di questi giorni. Alla vigilia dell’audizione del ministro Padoa Schioppa sul caso Visco/Speciale e all’indomani del patatrac della sinistra nelle elezioni amministrative, un doppio gancio al mento del governo che sarebbe potuto diventare tanto traumatico da provocarne la caduta, eccoti il concerto, come ai bei tempi, dei tre famosi giornaloni indipendenti del Belpaese. La Repubblica dà il via alle danze, con il suo avvelenatore principe, D’Avanzo, che rimprovera al governo di essere sceso a patti, nell’illusione di poter usarla ai propri fini, con la nuova P2 messa su dal precedente governo Berlusconi. Il Corrierone ci racconta una nuova puntata delle inesauribili imprese dell’ormai mitico agente Pompa, l’uomo tuttofare della struttura di diffamazione e neutralizzazione al servizio del Cavaliere.  La Stampa ritira fuori il dossier Kroll/Telecom lasciando cadere inavvertitamente una frase assassina su D’Alema. Per finire il transfuga De Gregorio, ex Italia dei Valori, ora passato al centrodestra, viene raggiunto dal solito avviso a scomparire. Mentre sullo sfondo aleggia lo spettro delle intercettazioni concernenti il caso Unipol/BNL.

Non occorre necessariamente pensare ad una strategia concordata per trovare il filo conduttore che unisce queste iniziative: imbrogliare le carte ed impedire lo sbocco naturale di un’eventuale crisi nella chiamata alle urne. Anche se a sinistra, fin da prima delle elezioni politiche, si sta combattendo una battaglia sotterranea per l’egemonia della coalizione politica che incarna le nomenklature del paese, non dobbiamo dimenticare che essa ha un limite e un nemico comune nella Casa delle Libertà. Ragion per cui il Partito del Corriere e di Montezemolo si dà all’antipolitica ma sempre nel quadro di una soluzione se non proprio antidemocratica, certo extrademocratica, con l’evocazione di un Governo dei Migliori che tagli fuori la sinistra veterocomunista. Ragion per cui il Partito della Repubblica lavora per la successione di Prodi, ma sempre nel quadro della visione ecumenica prodiana, cioè comprendente tutta o gran parte della sinistra, cui l’imperatore romano Veltroni potrebbe dare nuovo smalto e fasto. Fasto soprattutto. Non a caso è proprio l’ultrasinistra, che in Italia purtroppo oltre che ultraradicale è anche extralarge, e che da spettatrice di queste lotte non ha niente da guadagnare in quanto non potrà che rimanere un partner di minoranza, o addirittura ininfluente, del futuro azionista di riferimento del conglomerato unionista; è proprio l’ultrasinistra, dicevamo, a mostrarsi l’alleato più allarmato e solido del governo destrorso di Prodi.

Ma ognuno deve difendere il santino della sua immagine, anche se al dunque fa squadra assieme a tutti gli altri nel difendere la rocca turrita della conservazione: culturale, corporativa, burocratica, sindacale, confindustriale. Cosicché tanto più questo governo sprofonda nella vergogna, tanto più Di Pietro, nello stesso momento in cui non fa mancare il suo voto, abbaia forte il suo puro e immacolato giustizialismo. Cosicché Padoa Schioppa, tanto più dà il suo contributo ad una politica economica parasocialista completa di caccia ai kulaki, tanto più dalle pagine dei grandi giornali esibisce il suo liberalismo da tinello. Cosicché Montezemolo incorona Prodi in campagna elettorale, schifando nauseato il fetore dei padroncini della pianura padana, e poi, a babbo morto ed Italia quasi morta, recita la parte del Masaniello milionario. Cosicché i veterocomunisti, tanto più si dimostrano i più fedeli alleati di Prodi, tanto più s’intruppano vocianti tra le schiere degli squadristi altermondialisti. Il tutto mentre Prodi sussurra forte agli orecchi dei suoi compagni di ventura che, dopo di lui, c’è solo il diluvio!

E mentre ci raggiunge l’incredibile novella che un nuovo e appesantito Messia di nome Pezzotta, persa la testa – alla sua età! – per il successo del Family Day, ci omaggia pure lui della creazione di un nuovo movimento parapolitico catto-sindacalista, un movimento che vada “….oltre la destra e la sinistra, …. da un’altra parte come chiede la piazza”, di cui molto si sentiva il bisogno, e il cui programma dovrebbe poco cristianamente fondarsi sulla Provvidenza Statale; anche il vanesio giovinotto nato vecchio Casini finalmente scopre le proprie carte, convinto di essere il ventriloquo, nonché il più furbo, del partito Montezemolo-Corriere, più o meno alla stregua di Crasso con Cesare e Pompeo, o a quella di Lepido con Ottaviano e Antonio, sorprendendoci con un’alzata d’ingegno degna di un democristiano della migliore annata: un bel governo istituzionale, guidato da nientepopodimenoché l’alpino di lunghissimo corso Marini, nel quale i politici dovrebbero fare l’ormai famoso e pestilenziale passo indietro, dando l’Italia, chiavi in mano, ai tecnici nominati da Viale dell’Astronomia; facendo finta di non sapere:
1) che di sicuro da quelle parti sanno benissimo che senza l’avallo del ramo aziendalista dei DS l’operazione non andrà mai in porto;
2) che all’uopo codesto avallo si può sempre forzare agitando la clava minacciosa delle intercettazioni telefoniche e lusingando i sempre meno riottosi postcomunisti con la promessa della spartizione economica del paese;
3) che proprio il ministro più amato dall’Olimpo Confindustriale, Bersani,  mostrava ieri, a futura memoria, e a schivare i sospetti, di essere il più indignato e scosso dagli spifferi velenosi che toccano i DS;
4) che un primo ministro postcomunista, alla guida di un governo tecnico-centrista, sarebbe l’esatto inverso della figura di Prodi, e il più adatto ad attirare nella rete la truppa numerosa e numericamente necessaria degli utili idioti di sinistra, da sempre usi alla disciplina di partito;
5) che questo governo cosiddetto istituzionale e la maggioranza politica, anzi, solo parlamentare, che lo sosterrà, altro non sarà che la vera fase costituente del nuovo Partito Democratico;
6) da opporre, fra un due anni, da sinistra, con tanti saluti all’elettorato buggerato di centrodestra, a un Berlusconi presumibilmente indebolito.

La CDL ha solo una cosa da fare: dire niet. Dire niet a governissimi di qualunque risma, dire niet a tregue politiche propedeutiche a intese sempre differite sulla legge elettorale, stare unita e lasciare che questa sinistra si strangoli da sé, anche al costo di qualche scossone per il paese. Altrimenti non ne usciremo mai.

Update: l’editoriale qui sotto, a firma di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, precisa ancor di più la strategia (termine troppo lusinghiero) del partito confindustriale, tenendo a mente gli strascichi elettorali e quelli derivanti dalle intercettazioni telefoniche sul caso Unipo/BNL  nei prossimi giorni. Sembra quasi una dichiarazione di resa, ma quello che non viene detto – oltre ad una preventiva sentenza di inaffidabilità del centrodestra – è che nel momento stesso della caduta di questo governo i megafoni dei poteri forti urleranno ai quattro venti l’impossibilità e l’irresponsabilità, con questa legge elettorale e nello stato in cui si trova il paese, di andare a nuove elezioni. Per non consegnare il paese a Berlusconi, punteranno ad un cambio di cavallo, fiduciosi che i DS, bastonati dalle intercettazioni telefoniche,  si acconceranno ai loro voleri, tanto più se saranno premiati con l’investitura di primo ministro, ergo della leadership del futuro partito democratico; investitura che dovrà essere sentita come un approdo vittorioso da un popolo di sinistra verosimilmente perplesso. La scommessa sta tutta naturalmente nel recuperare al centro quello che perderanno a sinistra: lì si vedrà se la CDL saprà serrare le fila ai volenterosi abbagliati dall’opportunità di entrare, per senso di responsabilità e alto spirito civico-democratico, ben s’intende, nel Partito delle Nomenklature.

LOBBY CONTINUA

Quando si concluderà la vicenda del governo Prodi i ministri delle «liberalizzazioni » Pier Luigi Bersani (Attività produttive) e Linda Lanzillotta (Affari regionali) ne usciranno a testa alta. Ma serietà e impegno di singole personalità non possono compensare una squadra che non funziona. Le liberalizzazioni dovevano avere due scopi. Mostrare la capacità e la volontà del governo di introdurre forti cambiamenti (con il passaggio — epocale — dalla tradizionale protezione delle corporazioni all’attiva difesa dei consumatori); dovevano poi essere la prova della vocazione riformista del costituendo Partito democratico. Ma il progetto si è sfilacciato per strada, con molti arretramenti sostanziali. Qualcosa forse alla fine resterà ma sarà troppo poco per salvare sostanza e immagine di quella politica.
Si è visto che cosa è accaduto. La liberalizzazione dei servizi locali su cui ha lavorato la Lanzillotta è andata a sbattere contro il muro delle lobbies locali, dell’opposizione sindacale e dei veti della sinistra estrema. Un compromesso al ribasso (Boitani, Sole 24 Ore del 7 giugno) ne ha svuotato gli aspetti innovativi lasciando i servizi locali sotto il tallone del regime pubblicistico.
Né miglior sorte tocca alle liberalizzazioni di Bersani che, peraltro, l’estate scorsa (quando il ministro ne varò, con decreto, la prima tranche) fecero crescere per un po’, nel Paese, i consensi per il governo. Ora, in aula, a colpi di emendamenti, il progetto si va decomponendo: «rinazionalizzazione » dell’acqua, stralcio della norma sull’abolizione del pubblico registro automobilistico, cedimenti a quasi tutte le corporazioni colpite. Probabilmente, al termine dell’ iter parlamentare, quando il provvedimento verrà approvato, i risultati appariranno modesti. E pochi i vantaggi per i consumatori.
Vari fattori hanno favorito il risultato. Non solo i veti sindacali e della sinistra estrema. Ha contato probabilmente anche il fatto che i ministri delle «liberalizzazioni» non sono stati sostenuti con l’impegno che un’impresa così difficile avrebbe richiesto dal presidente del Consiglio. Per giunta, in un clima di indebolimento dei consensi, molti deputati della maggioranza sono diventati ancor più sensibili di prima all’ influenza delle lobbies colpite.
A parte gli effetti sulla sorte di un governo che sembra comunque vicino al capolinea, due sono le principali conseguenze del mesto tramonto delle liberalizzazioni. La prima riguarda i riflessi negativi sull’identità del Partito democratico. Mentre la politica fiscale del governo ha compromesso, forse irreparabilmente, il suo rapporto con il Nord del Paese, la fine della breve stagione delle liberalizzazioni svuota di credibilità la promessa «rivoluzione » che doveva mettere i consumatori al centro dell’azione politica. Che razza di pedigree riformista potrà domani esibire il Partito democratico di fronte agli elettori?
La seconda conseguenza riguarda l’opposizione e le sue ben note ambiguità in tema di liberalizzazioni. I deputati della maggioranza che lavorano all’affossamento delle liberalizzazioni sono spalleggiati da deputati dell’ opposizione anch’essi impegnati a difendere corporazioni varie. L’opposizione nel suo insieme, probabilmente, tornerà al governo appena si voterà di nuovo. Per demerito del centrosinistra più che per meriti propri. Senza neppure bisogno (purtroppo) di dare chiarimenti sul perché non ci fu alcun impulso alle liberalizzazioni all’epoca del governo di centrodestra e su che cosa intenda fare al riguardo nella prossima puntata.
Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 9 giugno 2007

Written by Zamax

June 8, 2007 at 20:51

La casta di Montezemolo

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Ieri, col discorso da peronista salottiero di Montezemolo all’Assemblea di Roma della Confindustria, nella lotta interna al partito delle nomenclature, il Partito Democratico, la fazione tecnocratica ha sparato una grossa bordata. Caso editoriale ancora prima di uscire, sponsorizzato dai vertici dei poteri forti della cupola confindustriale come nelle democrazie a regime ridotto, il libro di Stella & Rizzo contro la casta dei politici, che se fosse stato lanciato dalla Padania o dal Giornale si sarebbe beccato l’accusa di becero qualunquismo, ha fatto da battistrada, accompagnato dallo squittio servile di illustri firme del Corrierone dei Grandi, il grande mestatore dell’antipolitica e fautore del commissariamento della politica. Le responsabilità del giornale di via Solferino nella degradazione della vita politica italiana e nella diseducazione democratica del popolo italiano hanno raggiunto ormai dimensioni storiche, da Mani Pulite in poi.  Nella sua spudoratezza Montezemolo ha avuto il coraggio di dire:

“è caduto il muro di Berlino, ma in Italia non è scomparsa la tentazione di prendersela con l’impresa, alimentata da un clima di ostilità di alcuni settori della politica. Nel capitalismo italiano sta crescendo una nuova borghesia che ha coscienza di sé, ma nella società sembra ancora prevalere una visione vecchia dell’impresa, che non tiene conto dei mutamenti epocali che sono avvenuti in questi anni”

Già, quella stessa nuova borghesia di cafoni e padroncini che a Vicenza tributò un’ovazione a Berlusconi tra gli sguardi terrei dei rappresentanti della casta confindustriale. E via allora col ridicolissimo mito, alla fola provinciale della classe dirigente, che nessuno sa bene cosa sia ad esempio nei villici paesi anglosassoni come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. I beoti italici ancora non hanno capito che la classe dirigente non è nient’altro che l’incarnazione di una nuova oligarchia, che ai tempi della Rivoluzione Francese si chiamava Comitato di Salute Pubblica e ai tempi del glorioso di vergogne Partito Comunista Italiano si chiamava Comitato Centrale: di qui le affinità elettive tra l’ala dalemiana dei DS e gli Happy Few di Viale dell’Astronomia. E difatti i commenti esplicitamente positivi alle parole di Montezemolo sono venuti proprio dalla coppia D’Alema-Bersani. Nonché da sua nullità l’invertebrato Casini, già dimentico dei bellicosi proponimenti Sarkozyani, che coltiva il sogno di costituire la stampella di destra del Triumvirato e Direttorio D’Alema-Montezemolo-Casini, magari rappresentato alla presidenza del Consiglio dal fidato Bersani. Un governo siffatto altro non sarebbe che il garante degli equilibri e delle rendite di posizione dei potentati economici bianchi e rossi, ben visto anche da quella sciagurata componente azionista della politica nostrana, che nel Corriere ha una delle sue voci più importanti, e che altro non è che la componente elitaria e giacobina dei liberali. Rinserrare le fila dei potentati e dei latifondi economici stratificati e coniugare la loro difesa con le esigenze di modernità e riforme liberali di cui ha bisogno l’Italia; a questo imbroglio prestano il loro aiuto volenterosi più o meno consapevoli di sé: dalle signorine grandi firme dei giornali – nella loro non grandezza incapaci di coltivare la solitudine dei testimoni scomodi, e capaci invece di conciliare acrobaticamente appartenenza alla grande Casta e anonime denunce dei mali che affliggono il nostro paese – alla schiera sparuta dei delusi seguaci del profeta Pannella.

A questa regressione della democrazia italiana, a questo sogno ottocentesco di una democrazia non partecipata ma gestita da una classe di Ottimati, la stessa classe che ha fatto mancare al governo Berlusconi ogni appoggio nello sforzo di modernizzazione del paese in quanto strutturalmente conflittuale con gli interessi da essa rappresentati, a questa micidiale ed eversiva iniezione di sfiducia nelle vene della nazione italiana, noi dobbiamo opporre un fermo No.

Il manipulitismo non ha distrutto la destra, ha distrutto ogni forma di rappresentazione popolare a sinistra  e quindi ogni sua eventuale maturazione politica: da allora la sinistra è divisa schizofrenicamente tra una sinistra veteroantagonista ed una che somiglia più a un comitato d’affari, che solo l’attuale ecumenismo farfugliante e grigio di Prodi o quello futuro da Luna Park di Veltroni possono tenere insieme, al prezzo altissimo dell’immobilismo. Il populismo che ipocriticamente si rimprovera a Berlusconi è invece l’unica vera forma costruttiva di mediazione politica sviluppatasi in Italia negli ultimi vent’anni.  Ma qualcuno la vorrebbe surrogare con il vecchio che avanza del capitalismo feudale dei Montezemolo e Bersani, i Nuovi Lumi della Reazione.

Update: riporto l’articolo apparso oggi, 26 maggio 2007, sul Giornale a firma di Gianni Baget Bozzo, del tutto in linea, nella sostanza, con quanto scritto nel mio post. Che questa ostinata corresponsione d’amorosi sensi tra le mie e le sue opinioni debba incominciare a preoccuparmi…?

CORPORAZIONI DI POTERE

È stato per primo Massimo D’Alema a dichiarare l’affinità tra la crisi dei partiti del ’92 e l’attuale situazione della democrazia italiana nel 2007. Nel ’92 si ebbero governi con maggioranze trasversali che fecero le più dure finanziarie della storia della Repubblica. Fu Berlusconi a inventare la soluzione democratica della crisi istituzionale, introducendo il bipolarismo tra destra e sinistra.
Dichiarare da parte del più autorevole leader della maggioranza che i partiti hanno fatto una seconda volta fallimento, delinea un fatto che possiamo considerare in questi termini: durante i cinque anni del governo Berlusconi il pericolo per la democrazia era Berlusconi, il caimano. Dopo un anno di governo dell’Unione, è la fiducia degli italiani nella democrazia che viene posta in gioco proprio da questo governo e da questa maggioranza. E ancora una volta si vede ricomparire l’antica soluzione di un governo di partiti di «centro», titolato a governare per la sua posizione centrista con il supporto delle istituzioni economiche. È tornato l’antico slogan di James Burnham «il governo dei tecnici». I due punti di riferimento di questa posizione neocentrista sono Mario Monti e Pierferdinando Casini. Il fine è molto semplice: rompere la forma di democrazia diretta realizzata con il bipolarismo e imporre il «governo dei saggi» in cui è la saggezza degli indipendenti a determinare la loro qualità politica.
La tesi è che distrutti i partiti è diminuita la qualità della dirigenza politica e si è affermata la sua autoreferenzialità legata alla difesa dei privilegi personali dei politici e all’espansione delle cariche della politica ottenuta con la moltiplicazione delle istituzioni. La morte dei partiti della prima Repubblica non ha giovato alla democrazia.
Dopo un anno di governo della sinistra con il ritorno al potere di tutti i partiti della prima Repubblica, riuniti in un’unica coalizione di governo, sorge di nuovo una protesta che nasce da Milano, ha per centro il Corriere della Sera, per braccio secolare il potere di una Confindustria che rivela il suo titolo di ceto economico in contrapposto a un ceto politico che fa lievitare i costi sul nulla di fatto, mentre le imprese sono l’unica forza in cui si costituisce il potere economico e sociale del Paese. La linea dunque è semplice, si tratta di selezionare i dirigenti da parte del personale delle istituzioni burocratiche ed economiche e fare non della democrazia ma delle corporazioni il centro fondamentale del potere politico.
Berlusconi ha fatto notare che la Confindustria si impegnò a far cadere la riforma costituzionale fatta dalla Casa delle libertà che conteneva le stesse richieste che oggi fa la Confindustria. Il problema politico è questo: esiste un’opposizione di centrodestra che non ha occupato i posti dello Stato e che ha cercato di governare l’Italia come una grande impresa. La soluzione democratica sarebbe quella di appoggiare Berlusconi e unire le posizioni nella Casa delle libertà. Si entrerebbe così nel filone democratico dell’alternanza. Se la Confindustria attacca direttamente la politica e quindi la democrazia, proprio nel giorno in cui per favorirla il governo Prodi riduce il cuneo fiscale, si crea un problema che riguarda la sostanza democratica del Paese. In democrazia la delegittimazione si manifesta come alternativa politica sul piano democratico: ed è così accettabile all’interno della società civile che vive la sua unità di nazione e di Stato.
Montezemolo propone come Confindustria una linea politica che comporta la distruzione del bipolarismo che Berlusconi ha introdotto nella democrazia italiana. Casini fa sapere che è d’accordo: dove mai va a finire il «centro»?

Written by Zamax

May 25, 2007 at 12:33

Prodi nella morsa D’Alema-Montezemolo

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Alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 lo scenario previsto e auspicato dal Piccolo Establishment (per usare l’espressione di Ludovico Festa del Giornale) era la trionfale vittoria Unionista, o meglio, la liquidazione definitiva dell’anomalia Berlusconiana, con in più il grazioso premio di una estrema sinistra ridotta a spettatrice passiva dell’azione di governo a causa dell’ininfluente peso specifico parlamentare. Le cose, come tutti sappiamo, non andarono così. La fragilissima vittoria rafforzò il ruolo mediatore di Prodi, e il boiardo e faccendiere di stato ne approffittò per costruirsi, con lo stile di sempre – lui non sa mai niente! – una rete di potere e di influenze che non può non aver urtato qualche pezzo grosso dalle parti di Viale dell’Astronomia, già di suo interessata alla formazione di una coalizione politica più larga e meno inclinata a sinistra. E il nostro sospetto è che, per ridurre il Professore a più miti consigli, anzi, per punirlo come un picciotto che ha avuto l’idea balzana di mettersi in proprio un po’ troppo, l’Empireo confindustriale, in consonanza questa volta col mondo dell’economia rossa anch’esso ormai ai ferri corti con l’espansionismo bazoliano, abbia deciso di dargli il benservito alla prima occasione, sostituendolo con un personaggio che per storia, autorità e carattere abbia la forza di tenere unita la sinistra, che lui d’altra parte sa così bene distruggere, nel momento dell’auspicato allargamento al centro della coalizione governativa: spezzaferro D’Alema.

Riepiloghiamo un po’ i fatti di questi giorni:

Alla vigilia del voto al senato l’ultimatum di D’Alema “Se non abbiamo una maggioranza ampia il governo se ne va a casa” viene sbattuto nella prima pagina del Corriere come uno di quei famosi preavvisi di garanzia al Cavaliere di cui ci hanno più volte onorato la nostra specchiata magistratura e la nostra specchiata stampa.

La misteriosa astensione di Pininfarina, che ha consentito all’ex segretario del PLI Valerio Zanone di render noto al popolo italiano, stupefatto, di essere ancora in vita.

Successivamente nel momento stesso dell’affannosa ricerca da parte dei DS e dell’Unione di voti in libera uscita dalla CDL, le sprezzanti dichiarazioni dello stesso D’Alema su una “certa sinistra” che “non serve al paese”.

E poi il fuoco di fila del Corriere della Sera: il 22 febbraio, la chiusa sibillina di un articolo di Galli della Loggia, dopo una pioggia di elogi sul comportamento tenuto dal ministro degli esteri in questi giorni:

Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare — e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando — che esista uno specifico caso D’Alema. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock. Una cosa sola pensiamo che l’opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D’Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.

Il 24 febbraio, l’articolo di Angelo Panebianco, che comincia così:

Sempre che il centrosinistra riesca a trovare i numeri necessari a fare maggioranza in Senato, ci sarà forse un rinvio alle Camere del governo in carica oppure la formazione di un nuovo governo Prodi, un Prodi bis. Se una di queste due cose accadrà, ciò non sarà però sufficiente per concludere che la crisi aperta dalla bocciatura sulla politica estera sia stata superata. Il (nuovo/vecchio) governo Prodi, infatti, potrebbe essere l’una o l’altra di due cose molto diverse. Potrebbe essere solo un tamponamento temporaneo della crisi, un governo destinato a infrangersi, stavolta definitivamente, su nuovi scogli entro pochi mesi, aprendo così la strada ad altre soluzioni.

Il 25 febbraio, è la volta di Sergio Romano con un articolo di cui riportiamo un lungo brano:

Può darsi che il governo, grazie al volonteroso aiuto dei senatori a vita e di qualche eletto dell’opposizione, riesca a superare il passaggio della Camera alta. Ma è difficile credere che Prodi sia riuscito, in così breve tempo, a risolvere le contraddizioni di una coalizione visibilmente divisa su alcune delle principali questioni che il governo dovrà affrontare nei prossimi mesi, dal finanziamento della missione militare in Afghanistan alla Tav e alla riforma del sistema previdenziale. Ha vinto perché ha giocato d’anticipo e ha fatto buon uso dell’unico argomento — non bisogna regalare il potere a Berlusconi — che è condiviso da tutti i suoi alleati. Se Rifondazione comunista non avesse collaborato, sarebbe stata ricordata nella storia della Repubblica come il partito che aveva fatto cadere tre volte (1997, 1998, 2007) il governo di Romano Prodi. Questo non è un accordo fatto per governare ma per evitare che altri possano riconquistare il potere. Giorgio Napolitano non poteva che prenderne atto. Se avesse rifiutato di credere alle assicurazioni del presidente del Consiglio avrebbe corso il rischio di aprire, insieme alla crisi politica, una più grave crisi istituzionale. Ma ha rinviato il premier alla Camere con una dichiarazione da cui traspare una sorta di rassegnazione. Coloro che s’interrogano sui sentimenti e le intenzioni del capo dello Stato hanno probabilmente notato uno degli argomenti con cui ha giustificato il rinvio del governo alle Camere: «Le ipotesi legittime e motivate di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza, a sostegno di un governo impegnato ad affrontare le più urgenti scadenze politiche e in particolare la revisione della legge elettorale — ipotesi sostenute da alcuni componenti della Casa delle libertà — non sono risultate sufficientemente condivise per poter essere assunte come base della soluzione della crisi del governo Prodi». Grazie a queste parole sappiamo quale potrebbe essere, se il governo cadesse una seconda volta, lo sbocco della prossima crisi.

Non poteva mancare, il 26 febbraio, di far sentire la sua voce il politologo Giovanni Sartori:

Incalzata dal Presidente Napolitano, l’Unione ha disperatamente cercato di «comprare» qualche senatore in più. Ne ha catturato uno, forse tre. Un magrissimo bottino, che tutt’al più assicura il prossimo voto di fiducia. Ma dopo? Come andrà, dopo, la navigazione quotidiana? La verità è che il centrosinistra sopravvive da sempre, al Senato, su una maggioranza incerta e friabile. Incerta perché i senatori a vita sono «indipendenti» e hanno il diritto di votare ogni volta come credono; e friabile perché all’estrema sinistra esistono teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde, o che forse proprio non ragionano. Ma se cancelliamo dal preventivo i sette senatori a vita e le teste quadrate, è sicuro che Prodi va sotto. Domani come ieri. Allora di cosa consiste il «nuovo slancio» del governo? Secondo Angelo Panebianco, Prodi dovrà «cambiare passo».
Finora la sua scelta strategica è stata, per assicurarsi la coesione dei suoi, di mantenere un’«alta tensione» contro il centrodestra e di privilegiare il suo rapporto con l’estrema sinistra. Ma ora, conclude Panebianco, «l’epoca delle sberle quotidiane all’opposizione è finita». Magari. D’accordo. Ma dubito che questo nuovo corso sia congeniale alla natura di Prodi. Prodi è uomo di bunker. La sua strategia del muro contro muro, del polo puro e duro, non è di questa legislatura; è una costante sin dal primo governo Prodi, che si autoaffondò nel 1998 pur di non macchiare la sua purezza «aprendosi» a Cossiga. La valutazione realistica della situazione è, dunque, che a Prodi mancano, sin dal primo giorno, i numeri per «fare bunker». Se ha tirato avanti per nove mesi è in forza della cecità della volontà (che è una sua vera forza). Ma la volontà ha ora sbattuto il naso nella realtà. Perché senza il sostegno di numeri non si può trasformare un passino, o un colabrodo, in un muro. Resta da vedere se Prodi saprà essere l’uomo per una diversa stagione.

Sempre il 26 febbario, un’intervista a Oscar Luigi Scalfaro, di cui sottolineamo questo significativo passaggio:

Rinviando il premier alle Camere, il presidente della Repubblica gli ha ricordato che «è necessaria una maggioranza politica». Cioè al saldo del voto dei senatori a vita. Se Prodi si salvasse solo con il vostro sostegno, che accadrebbe?

«Sarebbe un problema politico. Che certo non potrebbe essere sollevato dal Quirinale, visto che costituzionalmente il voto dei senatori a vita vale quanto quello dei senatori eletti. Non ci sono molte strade aperte, in un caso del genere. E toccherebbe al premier, allora, tirare le somme. Del resto, rileggendo la motivazione con la quale il capo dello Stato ha spiegato come ha risolto la crisi — e la via era obbligata, senza alternative — si direbbe che il presidente del Consiglio si sia assunto un impegno in questo senso».

Infine oggi, 27 febbraio, questa virtuosa istigazione, ovviamente inascoltata, al suicidio di Francesco Giavazzi:

Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico — grandi principi e poche indicazioni concrete — oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.

Certo, anche se l’UDC continua ad auspicare democristianamente una nuova fase politica senza Prodi (ma non si sa con chi) e Pininfarina annuncia democristianissimamente il suo voto sicuramente non contrario, Prodi sembra destinato a rimanere in sella anche dopodomani. Tuttavia, non saremmo poi tanto tranquilli, visto che per una maliziosa congiunzione astrale, domani, mercoledì 28 febbraio, la Chiesa festeggia S. Romano…

Links: Un’anticipazione del quadro sopra descritto era già stata sommariamente tratteggiata all’indomani delle elezioni del 2006 dal vostro Ismael

Written by Zamax

February 27, 2007 at 20:25