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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (104)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARTIN SCHULZ 10/12/2012 Sparare su Silvio Berlusconi è di sicuro lo sport più sicuro del mondo, e spesso uno dei più redditizi. Il peggio che possa capitarvi è di rimanere nell’anonimato, visti i milioni di appassionati che lo praticano ormai in tutto il mondo; il meglio è invece che il vasto, ramificato, palese e occulto potere berlusconiano vi acciuffi delicatamente per l’orecchio a mo’ di ramanzina: allora passate per vittima, e raggiate di gioia, coscienti di essere a un passo dalla gloria. Quest’ebbrezza Martin l’ha provata una volta e non l’ha più dimenticata. In quel fatidico 2 luglio 2003 in qualità di presidente del gruppo socialista al parlamento europeo, qualche minuto prima di essere promosso sul campo kapò, diede il benvenuto al Berlusca, neo-presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea, con queste irridenti parole, che in Italia nemmeno la potenza mediatica del Caimano ha potuto sottrarre all’insabbiamento: «Signor Presidente, signore e signori, per cominciare mi rivolgo al collega Poettering. Il collega Poettering ha elogiato in forma addirittura euforica la competenza della Presidenza di turno giunta qui dall’Italia: Berlusconi, Fini, Frattini, Buttiglione… e qui ho temuto che se ne uscisse anche con Maldini e Del Piero e Garibaldi e Cavour. Ma ne ha dimenticato uno, e cioè il signor Bossi. Anche lui fa parte di quel governo, e la minima esternazione che fa quest’uomo è peggiore di tutte quelle per cui questo Parlamento ha preso provvedimenti contro l’Austria e l’appartenenza della FPÖ al governo di quel paese. Quindi dobbiamo parlare anche di lui. Lei, signor Presidente non è certo responsabile del quoziente d’intelligenza dei suoi ministri. Però è responsabile di ciò che dicono. Le esternazioni di Bossi…» Che arietta di superiorità, nonostante il fenomenale quoziente d’intelligenza, nevvero? Forse per questo a Silvio venne facile il fatal collegamento. Comunque da allora Martin sta in agguato. E perciò da due giorni, da Presidente del Parlamento Europeo, oltre che da Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, cariche e medagliette meritate nella lunga resistenza al berlusconismo, fa fuoco e fiamme, e gli occhi, occhiali compresi, gli brillano, in attesa della beatificazione.

LUCIANA LITTIZZETTO 11/12/2012 In Italia esistono i Comici Laureati, figurette para-istituzionali dedite ufficialmente alla satira, molto ridanciane e pochissimo divertenti, la cui missione artistica non è quella di far luce con grazia sulle disgrazie del mondo e allargare gli spiriti, ma quella di rinfrancare una grande setta nelle sue superstizioni. Un comico con le palle guarda nelle palle degli occhi il malcapitato che ha messo nel mirino, e con lui il pubblico, e con lui il mondo; in un certo senso lo sfida, quello e il pubblico, quello e il mondo; lo denuda, ne scopre i difetti, …e poi arriva perfino a rivestirlo amorevolmente. In questa schietta sfida e nel suo esito liberatorio è racchiusa la comicità. La comparsa in scena dei nostri eroi somiglia invece sgradevolmente all’inizio di un rito: il malcapitato è solo; comico e pubblico sono dalla stessa parte, come il sacerdote e i devoti di una chiesa, che ridono complici prima ancora di dare all’inizio alla loro messa particolare, infervorandosi via via sempre più in attesa del sacrificio del condannato; e al colpo di grazia rimbomba uno scoppio d’ilarità plumbeo come una contrazione nervosa e maligna. E’ da un quarto di secolo che ci rompono gli zebedei con queste stucchevoli liturgie. Ma mai che passi loro per la testa di fare un passo indietro.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 12/12/2012 Sempre lui. Scusate, ma è troppo forte. E poi anche noi, poveri guitti di destra, abbiamo le nostre fissazioni. Da Milano, il presidente di Italia Futura («Futura»: è per questo che non arriva mai in porto), auspicando la discesa in campo di Mario Monti, e ribadendo la necessità di uno «spazio politico liberale ed europeista capace di affrontare e risolvere i problemi», lancia l’allarme: «Evitiamo il rischio di ritrovarci nella stessa situazione del 1994». In effetti le similitudini sono inquietanti. Alle prossime elezioni, come nel 1994, da una parte ci sarà la gioiosa macchina da guerra, certissima della vittoria, dall’altra forse ci sarà la nuova Forza Italia, la nuova Alleanza Nazionale, la Lega e pure Storace, questa volta in proprio. Allora non c’erano gli equivalenti dei grillini, ma forse neanche questa volta ci saranno, se continuano con le epurazioni. Allora in mezzo c’era il gruppo degli utili idioti, ossia la magnanima coalizione del Patto per l’Italia, fondata in gran parte sul Partito Popolare del centrista di centro Martinazzoli, un fanatico delle nobili sconfitte. Oggi manca solo quello. Ma non disperiamo: Luca mostra di darsi da fare.

PAUL KRUGMAN 14/12/2012 Per il Sole 24 Ore è stata veramente una botta dolorosa. Nell’ultimo anno la nostra più famosa ed istituzionale gazzetta economica aveva cantato le gesta di due eroi fortissimi: Monti e Krugman. Ma stavolta il premio nobel dell’economia più vezzeggiato del mondo l’ha fatta grossa. Del nostro formidabile Monti ha scritto sul suo blog sul New York Times, il mitico “The conscience of a liberal”: «Monti – un brav’uomo, profondamente sincero – se ne va in anticipo, sostanzialmente perché le sue politiche stanno consegnando l’Italia alla depressione.» Frase che nella sua condiscendenza suona ancor più crudele dello stesso concetto più volte brutalmente formulato in questi mesi dal democratico Fassina o dal berlusconiano Brunetta. E adesso cosa farà il Sole? Sarà un po’ difficile tenere tutti e due i trofei in bacheca. Vedremo. Comunque, se io dovessi scegliere, mi terrei – cosa mi tocca scrivere! – mi terrei Monti, un misero brav’uomo, piuttosto che una faccia da schiaffi come Krugman, il quale arriva a scrivere: «l’economia dell’austerità ha svolto il suo ruolo come da copione – il copione Keynesiano [previsto da Keynes, NdZ], s’intende, non quello “austriaco”: ripetutamente i tecnocrati “responsabili” inducono le loro nazioni ad accettare l’amara medicina dell’austerità; e ripetutamente non riescono a ottenere risultati». Primo: i tecnocrati adorano le formidabili possibilità d’intervento che offre loro la teoria economica keynesiana, specie quella più allegramente interpretata. Gli “austriaci” detestano i tecnocrati. Hayek scrisse: «L’incapacità delle assemblee democratiche nel realizzare quanto sembra un esplicito mandato del popolo produrrà un’inevitabile insoddisfazione nei confronti delle istituzioni democratiche. I parlamenti verranno considerati come “lavatoi” dove si fanno chiacchiere inutili, istituzioni incompetenti o incapaci di realizzare i compiti per i quali sono stati eletti. E così prende corpo la convinzione per cui, se dev’essere attuata una pianificazione efficace, la direzione dev’essere “tolta ai politici” e posta nelle mani di esperti funzionari stabili o autonomi organismi indipendenti.» Secondo: “l’austerità” di cui qui si parla è un imbroglio. Per qualsiasi persona normale, per qualsiasi famiglia, “austerità” significa tagliare le spese partendo da quelle più superflue o meno necessarie. Per lo stato “austerità” non significa affatto tagliare le spese, ma taglieggiare chi già taglia di per sé per coprire le non tagliate proprie spese: capiree tu mi puoiii… tu chiamaloo se vuoiii… incaprettamentoooooo….

ANTONIO INGROIA 15/12/2012 Luigi De Magistris, che pensava in grande anche quand’era era un semplice sostituto procuratore della repubblica, già lo immagina candidato premier di un “polo arancione” formato da comunisti, verdi, dipietristi e società civile varia. Lui, per non essere da meno, ha il coraggio di farci un pensierino: «Sto prendendo in considerazione in che modo aiutare questo movimento, ciascuno deve assumersi la sua responsabilità in questo momento del Paese. Poi se questa assunzione debba avvenire con la partecipazione al dibattito politico, rimanendo fuori dalla competizione elettorale oppure partecipando alla stessa, comunque le parti responsabili del Paese devono farlo». Dunque anche il partito dei giustizieri ha il suo Monti che sta valutando se, come e quando scendere in campo. Sorprendente? Non tanto. In attesa di diventare un partito fatto e finito, cos’è il “montismo”, in fondo, se non un concorso esterno in associazione politica?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (101)

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LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 19/11/2012 Come detto e ridetto, scegliendo Vendola, Bersani ha messo fine ai sogni del grande centro montiano. Ma non ha chiuso la porta ai centristi. Ha detto loro: venire pure da noi, a fare la fine dei margheritini. Tutto ciò era logico e prevedibile. La scommessa politica dei partigiani del «fare presto» è perciò fallita: pur se sbrindellata l’architettura politica italiana rimane quella di stampo bipolare destra-sinistra disegnata dal «berlusconismo». Nella storia politica dell’Italia repubblicana «berlusconismo» significa «centrodestra». Prima di Berlusconi il centrodestra non esisteva. Il tentativo di ritornare all’anomalia italiana (che certi mattacchioni disperati vogliono europea), ossia un centro contrapposto alla sinistra, riflesso dell’anomalia comunista, è fallito. La tendenza ancora viva a fare a meno della destra, a non nominarla, a ostracizzarla, a descriverla come «non europea», a bollarla come populista, a fare come se non esistesse, significa due cose: che la sinistra non è ancora socialdemocratica, e che la mamma degli utili idioti e dei vigliacchetti è sempre incinta. Ora i montiani si trovano in un cul-de-sac, come gli irrisolti democristiani del dopo Mani Pulite: se non vogliono fare la fine di Martinazzoli devono «entrare» nel centrodestra, ma se lo faranno dovranno rinnegare, per così dire, la loro stessa ragione sociale ed accettare il «berlusconismo» come fenomeno positivo e costruttivo della politica italiana. E’ per questo che oggi si comportano come dei democristiani andati a male: il cerchio si sta chiudendo, il conto alla rovescia fa sentire il suo tic-tac sempre più distintamente, il tempo delle decisioni è arrivato, e loro hanno deciso – per il momento – di non decidere. Per farci fessi lo hanno fatto con grande pompa decisionista. Sono stati rumorosi e perentori. Così Luchino Cordero di Montezemolo y Gomez y Lopez y Martinez de Vallombrosa è sceso finalmente in campo. Ma senza candidarsi. Monte il temporaggiatore lo ha fatto per costruire una piattaforma politica intorno a Monti il sibillino. Ma senza chiedergli di candidarsi. Monti il sibillino d’altra parte impegni non se ne assume, e nessuno glieli ha chiesti, dice lui. Ma non esclude. E intanto le convergenze, se pur parallele, implacabilmente convergono.

LA POCHADE PROCESSO RUBY 20/11/2012 Marianna Ferrera, vaga fanciulla, umiliata e offesa: «Io sono una brava ragazza e mi hanno considerato una escort, quindi se lei mi permette io dico che questo è un processo assurdo». Ilda Boccassini, arcigno procuratore, rivolta ai giudici: «Il teste non può permettersi di dire queste cose». Niccolò Ghedini, avvocato, con paterna sollecitudine: «È solo un commento che evidentemente le è sgorgato dal cuore». Dal cuore! Quale strepitoso garbo antico! Be’, che ve ne pare? Non è un brillantissimo scambio di battute? Non vi si sente la musica di un testo vero? La zampa leggiadra del maestro? Dell’artista che con una scintillante stoccata inchioda la messa in scena alla sua vera natura?

RECEP TAYYIP ERDOGAN 21/11/2012 Diciamolo: il primo ministro turco ha rotto. La spinosissima questione del genocidio armeno di un secolo fa lo ha sovente imbufalito ma lo ha anche illuminato su una cosa di importanza capitale: questo Occidente stanco e rimbambito capisce ormai solo la retorica dei diritti umani. Forte della preziosa scoperta qualche tempo fa Tayyip Erdogan ha tirato fuori l’artiglieria umanitaria e da allora cannoneggia senza soluzione di continuità. Ha cominciato col suo vicino ed ex amico siriano Bashar al Assad, descritto come «terrorista», e accusato di «genocidio», beninteso contro il suo stesso popolo. Poi all’assemblea dell’ONU ha chiesto di dichiarare l’islamofobia, neologismo che non gli sarebbe mai venuto in mente se l’Occidente non l’avesse provvidenzialmente coniato, «crimine contro l’umanità». E ora definisce Israele uno «stato terrorista» che a Gaza sta naturalmente perpetrando una «pulizia etnica». L’Occidente è sempre stato bravo ad esportare le sue patologie. Come dimostra il successo vivissimo tra i barbari del populismo umanitario.

IL FATTO QUOTIDIANO 22/11/2012 Gianpiero Samorì, il mini-berluschino delle primarie del Pdl, è un banchiere modenese «dai tanti misteri». Così la pensa il sospettoso watchdog della democrazia italiana: meglio mettere le mani avanti, ché non si sa mai.

PIER LUIGI BERSANI 23/11/2012 Tra Vendola e Casini ha scelto Vendola, ma a Pier Ferdinando non ha chiuso la porta. E’ «legato a Nichi da grande simpatia», ma in caso di ipotetico ballottaggio alle primarie della sinistra tra Nichi e Matteo sceglierebbe magnanimo il compagno di partito Matteo. Al Monti-bis ha detto un chiaro no da tempo. E l’altro giorno al presidente del consiglio ha dato un consiglio: «non si candidi». Si capisce perciò come l’uscita quirinalizia sulla non candidabilità del senatore a vita Monti, seppur mirata a ben, ben, ben altri obbiettivi, gli sia particolarmente piaciuta. Franceschini, lo scalmanato capogruppo del Pd alla Camera, ha poi rincarato la dose con un’intemerata mai vista, da parte di un rappresentante della “maggioranza”, contro il governo dei tecnici, conclusa con queste solenni parole: «La sovranità appartiene al popolo, come dice l’articolo 1 della Costituzione. Al popolo, non ai mercati e ai grandi interessi finanziari». La demagogica grossolanità di Dario è stata vivamente applaudita, non essendo uscita dalla bocca di un nazional-populista di destra. E tuttavia se toccasse a lui, Pier Luigi, guidare il prossimo governo, al supertecnico non rinuncerebbe: «parlerei con Monti per capire quale possa essere, dal suo punto di vista, il contributo più utile che potrebbe dare al Paese”. Perché Pier Luigi è uno della vecchia scuola: nessun nemico a sinistra, a parte quelli proprio fuori di testa; tutti gli altri cretini, però, sono benvenuti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (91)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO INGROIA 10/09/2012 L’avevo scritto. Era il 22 giugno scorso: «(…) Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica (…) la storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente (…)». Una prima riformulazione della storia dell’orso viene ora da Antonio Ingroia, il quale dice: «(…) alcuni artefici della campagna di disinformazione sanno bene che sullo sfondo non c’è solo la verità relativamente a un manipolo di mafiosi sanguinari, che cercava di estorcere un allentamento del 41bis, ma quello che si è sviluppato. Che è stato confronto a colpi di bombe, stragi di criminali con il nuovo che stava avanzando. (…) c’è un nuovo patto di convivenza tra mafia e politica e che sono le dinamiche che hanno dato luogo alla seconda Repubblica. I fenomeni dilaganti di corruzione e collusione non sono un fatto casuale o accidentale o il declino morale di un paese, ma la conseguenza di quel patto, un nuovo patto di convivenza per un lasciapassare per i poteri criminali e mafiosi.» Peccato però che coi trecento provvedimenti di 41bis non rinnovati nel novembre del 1993 dal ministro Conso le bombe improvvisamente tacquero, e allora bisognerebbe essere coerenti, e dire: 1) o che il 41bis non contava una minchia; 2) o che al contrario era proprio tutto. Ingroia non è del tutto coerente, ma in pratica, con la solita disinvoltura dei cultori della legalità, riduce ora la «grande questione» del 41bis ad un dettaglio della storia. No, la cosa importante è che quei mesi di dialettica bombarola e stragista servirono alla mafia e alla politica per riscoprire e fondare su basi nuove una corresponsione d’amorosi sensi che in realtà non era mai venuta completamente meno. Ecco allora il Nuovo Patto di Convivenza (uso le maiuscole per significare agli adepti la potenza mistica di queste parole) col «nuovo che stava avanzando». Ma la cosa non quadra: il «nuovo», nel 1992-1993, non lo si vedeva neanche col binocolo, e quando proprio si voleva vederlo aveva le sembianze di leghisti e missini. In ogni caso, nelle istituzioni la sua presenza era zero. E allora bisognerà riformulare di nuovo la storia dell’orso, ritornando all’antico: dire, cioè, che dietro le bombe c’erano il nuovo che avanzava sottotraccia – Berlusconi – e la mafia insieme. La trattativa se la facevano tra di loro, per spartirsi il futuro. Ma allora, direte voi, che cosa resta dell’altra Trattativa con cui ci rompono le palle da anni? C’è un’unica spiegazione: che in quegli anni nelle istituzioni e nei corpi di polizia agisse già una quinta colonna berlusconiana. Sì, però, la sospensione del 41bis firmata da Conso, regnanti Ciampi e Scalfaro, che c’entra allora coi riposti disegni degli occulti poteri? C’è un’altra unica spiegazione: che le istituzioni di allora, pur ignare della quinta colonna berlusconiana, con la loro cedevolezza dimostrassero un’antropologica propensione all’inciucio coi mafiosi. E questo spiegherebbe il fatto che poi, per vent’anni, col berlusconismo le forze tradizionali della politica rimaste sul campo – in pratica la sinistra e il centrino centrista – non abbiano mai fatto veramente i conti, limitandosi a strillare per finta. E con questo tutto torna. Per i dettagli, però, dovrete aspettare la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Cosa Nostra, quando, frugando meglio, saranno trovati in un angolino nascosto dell’ultimo rifugio di Provenzano.

L’ANM 11/09/2012 Si son fatti improvvisamente delicati all’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo l’attuale presidente Rodolfo Sabelli, col suo invito a cambiare la classe dirigente del paese, Ingroia avrebbe detto qualcosa di carattere «oggettivamente» politico. Notate come, sulle orme di Scalfari e Mauro, riaffiori l’avverbio «oggettivamente», di infaustissima memoria, col quale di solito il «partito» inchioda alle proprie colpe i «trotzkisti». Il suo predecessore, lo scoppiettante Luca Palamara, battibeccava col Berlusca un giorno sì e un giorno no. Una volta definì le affermazioni del Berlusca – le solite, contro la magistratura politicizzata – «gravi ed inaccettabili che fanno male al paese e agli italiani». Quando invece fu Silvio a definire «fondata sul nulla» la mitica inchiesta sulla P4, che infatti poi finì nel nulla o quasi, e di cui non ci ricordiamo più un bel nulla o quasi, lo scoppiettante Luca rispose prontissimo come da manuale: «Assistiamo al solito metodo: ancora una volta si tenta di delegittimare i magistrati in indagini che possono in qualche modo investire la politica». Ai tempi del caso Ruby si superò: «Oggi la magistratura associata vuole parlare con un’unica voce. Idealmente e moralmente tutta la magistratura italiana oggi è a Milano», disse, più che scoppiettante, incendiario. Ma forse erano altri tempi. E forse un’altra linea politica.

IL GRANDE CENTRO 12/09/2012 Sono passati appena due mesi e mezzo da quando Rocco Buttiglione diceva, con la serafica, oppiacea e un po’ catalettica sicurezza che lo contraddistingue, la sicurezza di chi la vede lunga, che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». Al ritorno dalle vacanze, a mente fredda, i centristi hanno capito che per loro era pronto al massimo un posticino da ruota di scorta della coalizione Pd-Sel. Allora hanno deciso di stringersi ancora di più attorno alla figura del premier, il quale, infastidito da tanto zelo, ha trovato il tempo di spernacchiare con fredda perfidia l’aspirante kingmaker del centrismo italiano, Casini, proprio nel momento in cui questa cima pensava di celebrare il capolavoro della sua lunga carriera di condottiero politico. Puntualmente, ad infierire sul tramortito leader dell’UDC è arrivato il Maramaldo di turno, nelle vesti di Luca Cordero di Montezemolo, il quale, attraverso Italia Futura, la sua Armata Brancaleone personale, ha fatto sapere che dalle cucine della Convention centrista di Chianciano è uscito un piatto di frittura mista indigesto per gli elettori e per il paese. Quale sia però il piatto che prepara il patron della Ferrari, da anni come un bulletto fermo al semaforo col motore rombante, non ci è dato ancora sapere. La decisione se scendere o no in campo come candidato premier di Italia Futura è comunque questione di giorni, ha fatto sapere. Luca guardava con interesse anche a Matteo Renzi, non a torto confidando nel fatto che tra un fan della rottamazione e un rottamatore una qualche affinità elettiva ci doveva pur essere. Ma il sindaco di Firenze ha chiarito subito che se perderà la corsa alle primarie del centrosinistra tornerà a fare il sindaco: «Mai con Montezemolo», ha risposto il giovanotto alle avances del Leader Tentenna. L’unico a pensare in grande, secondo noi, è Rutelli, prontissimo, beato lui, ad «un’alleanza con il Pd imperniata sulla candidatura di Bruno Tabacci alle primarie e sulla prospettiva di un governo solido che porti avanti le riforme difficili del governo Monti», che io, sempre in prospettiva, vedrei bene concretizzarsi, per il bene della patria, in un parcheggino per il furgoncino Api col quale da anni scorazza in Parlamento. Mentre Fini da Mirabello ha attaccato sia Bersani che Berlusconi, aggiungendo che «lo spazio politico per noi di Fli c’è sicuramente, si tratta solo di riempirlo»: cosa possibilissima, data la taglia non proprio colossale della creatura finiana.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 13/09/2012 Ernesto si è incapricciato di un’intuizione che ha il doppio difetto di essere sua e di non essere per niente originale: il Pdl ovvero il partito di plastica, ovvero il partito del nulla. Non solo l’amore, ma anche l’amor proprio è cieco, e al contrario del primo non ha nessunissima difficoltà ad essere fedele. Da anni perciò il professore torna periodicamente a battere su questo tasto. E puntualmente, dopo ogni suo intervento, è come se una brezza si alzasse a gonfiare le vele del bastimento berlusconiano. Al Pdl lo considerano ormai il loro portafortuna. Ieri, per esempio, non ha fatto in tempo a scrivere che «essendosi il suo capo ritirato da mesi sotto la tenda, anche il Pdl si è dileguato» e che «del Pdl si stanno perdendo le tracce», che ti arrivano i dati di un sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli: il Pd è al 25%, il Pdl, il partito dei moribondi, al 21,9%. Tre punti dietro, insomma. Una miseria, in prospettiva. La «resistenza» pidiellina si spiega facilmente con le potenzialità della creatura berlusconiana. Silvio non ha fondato «un partito di centro alternativo alla sinistra», che è una paludata sciocchezza tipicamente italiana; non ha fondato «un club liberale» di happy few; non ha fondato quel «partito populista» dipinto per conformismo dalle gazzette nostrane; no, il Berlusca ha messo il Pdl al centro della destra. Questo ha dato alla sua formazione politica – vi faccia schifo o no – una chiarezza di posizione ed un’ampiezza di spettro che non hanno paragoni in nessun altro partito italiano. E queste sono cose che l’elettorato «sente» anche quando non le capisce.

GLI STRATEGHI DEL SOLE24ORE 14/09/2012 Fratelli gemelli di quelli, altrettanto lungimiranti, del Corriere e della Stampa. All’inizio scommisero sulla nascita del partito montiano, capace di succhiare il meglio della destra e della sinistra, oltre che della solita pallosissima società civile; poi ripiegarono sulla grande coalizione dei responsabili Pd-Udc-Pdl, col Berlusca però confinato in casa di riposo; poi mostrarono di accontentarsi, con qualche patema d’animo, di un’alleanza fra Bersani e Casini, con Vendola a fare da innocua soubrette; alla fine si accorsero che Pier Ferdinando, volendo essere oltremodo magnanimi, è solo un furbetto della politica. «Ma anche l’Udc-Italia di Casini non riesce finora a proporsi come credibile asse strategico: ottima tattica, certo, ma senza riuscire ad allargare gli orizzonti», ha scritto ieri Stefano Folli. Presi dalla disperazione, gli araldi della continuità montiana e dell’agenda europea si sono buttati di colpo tutti quanti su Renzi. Il quale, naturalmente, a sinistra non vincerà mai. Il Berlusca intanto resta in vacanza a Malindi dal suo amico Briatore, in compagnia del quale, dicono le cronache, fa lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate non prive, a volte, di qualche venatura filosofica, com’è naturale che sia tra un vecchietto ed uomo assai stagionato con un comune passato da stalloni. Insomma, per dirla in cinese, Silvio si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare. Comodo comodo, nel lusso. Il solo pericolo, come il solito, sono quegli imbecilli dei suoi, pronti a diventare nervosi ed impazienti quando proprio non ce n’è nessun motivo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (82)

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IL PACIFISTA RAPPACIFICATO 09/07/2012 Sembrava dovesse sommergerci tutti; invece la marea pacifista si è improvvisamente ritirata come un’epidemia medievale, un’orda mongola o la monnezza napoletana. Sant’Obama ha fatto il miracolo: ha ripulito le strade dai Discepoli della Dea Pace. Da quando l’Abbronzato guida il mondo democratico sembra che questi esaltati siano fuggiti nei loro eremi a fare gli esercizi spirituali. E’ probabile che nel loro corso di perfezionamento abbiano già raggiunto l’atarassia, perché ormai sono sordi anche alle cannonate mediatiche. Hillary Clinton ha usato in questi giorni toni che a noi, nostalgici dell’anticomunismo, hanno ricordato gli anni ruggenti della guerra fredda, quando al mondo ci si capiva ancora qualcosa, quando l’unico comunista buono era quello morto: «Ve lo dico molto francamente,» ha detto il Segretario di Stato USA, «non penso che Russia e Cina credano che stiano pagando un prezzo per stare al fianco del regime di Assad. L’unico modo per cambiare è che ogni nazione qui presente dica direttamente e chiaramente che la Russia e la Cina pagheranno un prezzo perché stanno bloccando i progressi. Non è più tollerabile.» Successivamente, non contenta, ha avvertito direttamente Assad: «La Siria rischia un attacco catastrofico.» Il pacifista della porta accanto, con la calma suprema del mangiatore di loto, non ha alzato neanche un sopracciglio. Avrebbe pianto come un vitello e muggito come un toro impazzito ai tempi di Condoleezza Rice. L’Abbronzata.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 10/07/2012 Tutto il mondo è paese. Anche il gran mondo. Nel vostro paesello quando il villico si trova impegolato in un problemino ostinato, con qualche minimo riflessuccio pubblico purchessia, dopo un po’ si sente ampiamente giustificato ad imboccare la scorciatoia di un abboccamento col deus ex machina del borgo, il sindaco. Ora pure Luca ha un problemino: le stazioni romane Tiburtina ed Ostiense non sarebbero ancora all’altezza del suo meraviglioso trenino, Italo, nato per dar lustro all’Italia e non per essere umiliato da grigie e slabbrate locations suburbane. Per questo l’alfiere dell’Italia Futura ha scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio, acquistando intere pagine di pubblicità su vari quotidiani. Come ogni italico postulante, passato e futuribile, ha usato espressioni strazianti, ma nel suo caso studiatamente à la page, come “mortificazione della crescita”, di cui fino a qualche tempo fa il popolo non avrebbe capito una mazza, ma che ora suonano come un crimine contro l’umanità. Comunque ormai è fatta. E dunque, caro Monti, metta pure una buona parola, anche da parte nostra. Fiduciosi che grazie al suo sapiente consiglio la Tiburtina e l’Ostiense saranno presto luccicanti e funzionali stazioni, degne di un paese civile, porgiamo distinti saluti.

CHRISTOPHER ANDERSEN 11/07/2012 L’ottocento ci donò Hans Christian Andersen, lo scrittore di favole. Il novecento invece ci ha regalato Christopher Andersen, biografo favoloso, che proprio in questi giorni ha portato felicemente a termine la sua ultima fatica, dedicata alla leggendaria vita del cantante dei Rolling Stones, ed intitolata “Mick: The Wild Life and Mad Genius of Jagger”. Secondo Andersen, nella sua attività amorosa Mick Jagger – che fino ad oggi ha fatto in tempo a mettere in fila, oltre ad una lunga relazione con Marianne Faithfull, due mogli e sette figli avuti da quattro donne diverse – avrebbe collezionato 4.000 partner di sesso femminile, senza contare un incontro ravvicinatissimo del tipo più intimo con David Bowie (probabilmente al tempo di “Life on Mars”, dico io, quando David sembrava un trans appena sbarcato dal pianeta rosso). Mick ha ormai settant’anni. Mettiamo pure che la sua formidabile carriera di Don Giovanni sia cominciata a quindici anni: sono cinquantacinque anni, ovvero circa 20.000 giorni di attività penetrativa, i quali, divisi per 4.000 femmine, danno una media di una nuova partner ogni cinque giorni. E’ chiaro che una media è sempre una media, che non ci dice, per esempio, che Mick lo Stallone in certe bunga bunga nights era capace d’infilzare allo spiedo non meno di una dozzina di giumente per volta. Ma la media non ci dice neanche, per esempio, che sicuramente una certa percentuale di questo immenso parco femmine è stato riutilizzato più e più volte da Mick la Trivella, e spesso allo stesso tempo, una volta ottemperato, s’intende, ai sacri doveri coniugali, che non dovete mai dimenticare, come certo non li dimenticava lui. I nudi dati dello studio di Andersen ci rivelano perciò un uomo eccezionale. Sarebbero numeri sbalorditivi anche se ci trovassimo al cospetto di un assatanato puttaniere, nel senso commerciale del termine, e non invece davanti ad un uomo capace di conoscere carnalmente una donna prima ancora di fare i convenevoli e di guardarla in faccia: l’uomo da monta in tutta la sua animale, commovente e direi virginea purezza. Uno dei più grandi di tutti i tempi.

I CONCERTAZIONISTI 12/07/2012 Monti tocca la “concertazione” e per poco non resta fulminato dallo sconcerto. Non se l’aspettava, il pollo. In effetti la sua critica è stata ultra-riguardosa. Era partito bene, nel suo intervento all’assemblea dell’Abi, dicendo: «In un’economia e in una società moderna le parti sociali vanno consultate dal Governo, ma su gran parte delle materie pensiamo che debbano restare “parti”: vitali e importanti ma non dei protagonisti ai quali il potere pubblico delega le decisioni in una sorta di outsourcing». Si fosse fermato qui, i concertazionisti sarebbero rimasti calmi, e forse non avrebbero nemmeno capito: mai sopravvalutarli. Ma poi lo sciagurato l’ha nominata: «Esercizi profondi di concertazione» aveva continuato «hanno generato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli non trovano facilmente lavoro». Avrebbe potuto dire «l’abuso della concertazione», oppure «un malinteso concetto di concertazione», o meglio ancora «una cattiva concertazione» – ché questo voleva dire, e sono convinto che lo chiarirà a breve se non l’avrà già fatto quando queste righe saranno pubblicate – e forse, in parte, l’avrebbe scampata. Invece ha fatto il poeta e così alla numerosissima cricca dei concertazionisti non è parso vero, stavolta, di poter far finta davvero di non capire. Ha cominciato la Camusso, poi il Bonanni, poi l’Angeletti, poi il Centrella (chi è il Centrella? E’ il segretario dell’Ugl), poi il Guerrini (chi è il Guerrini? E’ il presidente di Rete Imprese Italia), poi il democratico Sergio D’Antoni, ex segretario della Cisl, e poi Di Pietro in persona, e poi mi sono rotto. Il bello è che sono insorti tutti come un sol uomo, e hanno parlato tutti con una sola voce, senza che la cosa venisse minimamente concertata.

[P.S. 1 La precisazione è arrivata per bocca del ministro Passera: “Il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, getta acqua sul fuoco sostenendo che «l’uso distorto della concertazione ha creato problemi», perché «in passato» ha «portato decisioni molto negative. Ciò non vuol dire che un dialogo tra parti responsabili, dove poi alla fine c’è chi ha la responsabilità di decidere, non sia un metodo giusto».” (La Stampa.it)

P.S. 2  All'articoletto del sottoscritto ha risposto un altro articoletto, garbatamente polemico, all'interno della stessa testata, cui ho ribattuto così:

Zamax non si vergogna di te. Anche se lo facesse la cosa non dovrebbe essere presa troppo sul serio. Un giorno, prima o poi, Zamax si vergognerà di se stesso per farlo capire a tutti. Lo avrei già fatto, se il timore d’ingenerare il sospetto di megalomania (a mio modesto avviso non proprio ingiustificato, conoscendomi) non mi avesse fermato.

1) Ho svergognato i “concertazionisti” perché, con un riflesso pavloviano, hanno fatto finta di non capire cosa Monti volesse dire. Monti stesso lo aveva spiegato: «In un’economia e in una società moderna le parti sociali vanno consultate dal Governo, ma su gran parte delle materie pensiamo che debbano restare “parti”: vitali e importanti ma non dei protagonisti ai quali il potere pubblico delega le decisioni in una sorta di outsourcing». Insomma, ognuno al suo posto. Ho dato a Monti del pollo per non averlo riassunto con un’espressione semplice, quale “abuso di concertazione”, oppure “uso distorto della concertazione” come ha precisato poi il ministro Passera. “Consociativismo” e “concertazione” sono in fondo due neologismi di natura politica, anche se la seconda parola esisteva già nel vocabolario. La prima ha valenza negativa, la seconda positiva. Ma nella realtà dei fatti non è sempre facile distinguere tra le ammucchiate “consociative” e quelle “concertazioniste”. Così spesso si finisce per demonizzare o santificare la stessa cosa: basta la parola! La parola “concertazione” è santa, e guai a chi la tocca! Resto convinto che Monti – purtroppo, mi verrebbe da dire – non l’abbia fatto apposta e che egli stesso si sia sorpreso delle reazioni che ha innescato.

2) Anche la nascita del governo Monti, formalmente legittima, è stata una discreta spallatina antidemocratica. Un governo che “s’aveva da fare” a tutti i costi. L’ho criticato per questo, perché prima o poi il paese paga il prezzo culturale di queste manovre “diseducative”, giustificate naturalmente da “ragioni superiori”, anche nel caso poi il governo tecnico si rivelasse efficiente. Ho elogiato il Berlusca perché, dopo aver resistito fino all’ultimo, al momento della resa è stato costruttivo e non ha rovesciato il tavolo. Insomma perché è stato responsabile vista la posizione debolissima in cui l’Italia si era venuta a trovare. Non sarà certo Berlusconi a fare lo sgambetto a Monti, anche perché lui è convinto che col tempo Monti, i cui veri problemi politici “strutturali” sono a sinistra, se vorrà fare sul serio dovrà pascolare a destra, dove forse, miracolosamente, troveranno la forza per sopportare i mal di pancia.]

DANIELE VICARI 13/07/2012 Ha firmato anche lui, il regista di “Diaz”, per la campagna “10×100. Genova non è finita. Dieci, nessuno, trecentomila”, insieme ad altri riconosciuti monumenti della cultura italiana, quali Erri De Luca, Margherita Hack, Elio Germano, Curzio Maltese, e Moni Ovadia, per chiedere che venga annullata dalla Cassazione la sentenza della Corte di Appello genovese che il 9 ottobre 2009 «ha condannato 10 persone a pagare con 100 anni di carcere tutta la mobilitazione della società civile del G8 di Genova, affermando che le persone sono più importanti delle cose». Questi dieci sono stati condannati per saccheggio e devastazione. A leggere la simpatetica Repubblica.it, che di solito ci rompe non poco i marroni col “culto della legalità”, si ride di gusto: i dieci ormai hanno cambiato vita; solo due di questi dieci, legati a gruppi antagonisti, hanno conosciuto, ahimè, la prigione; e poi tutti questi giovanotti, ahinoi, sono entrati nel mondo del lavoro, ed alcuni si sono costruiti una famiglia; e poi non è giusto che siano loro, ahiloro, a pagare per tutti. Quest’ultima osservazione è vera, ed il succo del manifesto in fondo è la rivendicazione di una colpa o di un’innocenza collettiva. Ma è anche la prova che sui fatti del G8 di Genova si sta costruendo un falso storico, e che il bombardamento retorico sulla loro memoria, esemplarmente selettivo, maschera un’operazione di rimozione collettiva. La devastazione e i saccheggi di quei giorni devono essere sbianchettati dalla storia, per lasciar spazio all’unico «dettaglio della storia» politicamente accettabile: il «massacro della Diaz», il solo massacro della storia dell’umanità – dettaglio non trascurabile e direi stravagante – a non aver conosciuto morti. E comunque un briciolo di verità sul quale costruire, facendogli il buio attorno, con un gioco sapiente di luci, da mago del set, una gigantesca menzogna. E su questa, a parere dei nostri migliori cittadini, la Legge dovrebbe apporre il suo Sigillo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (42)

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GUSTAVO ZAGREBELSKY 03/09/2011 Niente di nuovo sotto il sole. Ma ci piace farlo notare agli zucconi. Il paladino della legalità, il feticista delle norme e delle regole, quando vuole è assai disinvolto nell’interpretazione del processo democratico. Entra in campo il giacobino sbrigativo che ha per stella polare la democrazia sostanziale. Per il nostro infatti la giustificazione che “il governo, comunque, ha la fiducia del Parlamento e questo assicura la legalità democratica è vana.” Bagatelle. “ Oggi c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi”. Chi lo decide? Ma lui, naturalmente, la sua chiesa, i suoi sacerdoti, i suoi discepoli, nei modi e nei tempi da loro scelti.

GEORGE SOROS 04/09/2011 Il finanziere & filantropo più famoso del mondo sta dalla parte degli indignados di Wall Street. La cosa è del tutto comprensibile. La filantropia, al contrario della carità, è un’attività spesso assai proficua. Quando il filantropo  fa l’elemosina la sua mano sinistra sa sempre benissimo cosa fa la destra. Quello è il primo passo nelle pubbliche relazioni. Poi, di peccato in peccato, si diventa campioni. Con la vecchiaia, pure osceni.

GIANCARLO BREGANTINI 05/09/2011 La secessione? Ormai l’avevamo dimenticata, ridotta com’è a balocco retorico di Bossi il vecchietto quando una volta all’anno si svaga facendo il druido alle sorgenti del Po. Quest’anno però il trombettiere della società civile, ossia il muezzin del culto democratico, ha suonato l’allarme: Achtung! Sezession! E tutte le pecore gli sono andate dietro. Tanti piccoli Maramaldi specialisti nell’uccidere l’uomo morto. Sono tanti appunto per questo. Devotissimo, il capo dello stato, che di solito pontifica tranquillo tranquillo, ha alzato il suo grido alto e forte. E la fiumana s’è ingrossata, neanche avessimo i Lanzichenecchi alle porte. Ora è la volta di monsignor Bregantini, presidente della commissione Cei per i problemi sociali e del lavoro, pure lui folgorato dal pericolo secessionista: che abbia cambiato religione?

I FURBACCHIONI DI LIBIA 06/09/2011 Russia e Cina hanno posto il veto sulla bozza di risoluzione di condanna contro il regime di Bashar al-Assad da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre Sudafrica, Brasile e India si sono astenuti. La risoluzione era stata promossa da Francia, Germania, Inghilterra e Portogallo. La rappresentante degli USA, Susan Rice, ha abbandonato per protesta la sala del Consiglio di Sicurezza. Il ministro degli esteri italiano, Frattini, ha parlato di “un giorno molto triste per i coraggiosi siriani che stanno lottando per la libertà”. Quello francese, Alain Juppè, si è espresso in termini analoghi. Quello britannico, William Hague, ha detto che Mosca e Pechino “avranno il veto sulla coscienza”. Ma no, cari marmittoni, per niente, russi e cinesi se ne infischiano: è quell’altro, quello non posto, che avevano sulla coscienza.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 07/09/2011 “L’Italia è sul ciglio del burrone, il meccanismo del «tutti contro tutti» ha superato l’argine della politica e sta investendo la stessa società civile. Non possiamo permettercelo. Dobbiamo tutti immediatamente abbassare i toni. Questa volta rischia di saltare il banco. Il rischio Grecia esiste. Bisogna salvare l’Italia dal rischio default”. Be’, non è impresa di tutti i giorni riuscire ad infilare in quattro righe di discorso quattro perle prese dal dizionario dei luoghi comuni del politichese odierno: dalla «società civile» al «non possiamo permettercelo», dalla necessità di «abbassare i toni» a quella di «salvare l’Italia». Una processione scortata da un tale nugolo di rischi che mi fischiano ancora le orecchie. Fossi Umberto Eco scriverei un saggio su queste micidiali tiritere: “Fenomenologia di LCDM: apocalittico ed integrato”. Ma a parte questo, hai capito Luca cosa ti dice Montezemolo? Datti una calmata, va’, ch’è meglio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (23)

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LA SPAGNA 23/05/2011 Era un esempio. Per noi italioti soprattutto. Celebrato dalla grande stampa nostrana. Un paese entrato con brillantissima prepotenza nella modernità. Che classe dirigente! Che classe politica! Che banche! Quale illuminata e progressista lungimiranza! Un paese per giovani! Un paese aperto sul mondo intero! Adesso la fiesta è finita. Adesso il paese iberico è travolto dal movimento degli “indignados”: migliaia, centinaia di migliaia, milioni di giovani e meno giovani che protestano contro la corruzione, contro la classe dirigente, contro la classe politica, contro le banche. Un esempio. Celebrato dalla grande stampa nostrana. E tu sei sempre scemo, italiota.

LA PROCURA DI CALTANISSETTA 24/05/2011 Veniamo a sapere, nel giorno dell’avversario della morte di Falcone, della moglie e degli agenti della sua scorta – non un giorno prima, non un giorno dopo – che il procuratore Sergio Lari ha deciso di riaprire l’inchiesta sulla strage di Capaci. Io dico che bisogna essere ottimisti: dopo diciannove anni di fallimenti non c’è proprio nulla di scandaloso se per una volta la nostra valorosa magistratura l’imbrocca giusta.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 25/05/2011 Per il celebrato campione del “fare squadra” è più che mai necessario “trovare soluzioni condivise”: anche quando non parla di politica, bensì del circo della Formula 1 – lo sport più noioso del sistema solare, detto tra noi, insieme al golf, dove però almeno si sgambetta tra l’erbetta – Luca il Futurista si rivela giorno dopo giorno il più ostinato e temibile avversario del suo compatriota Pier Ferdinando, a sua volta il più disumano ripetitore di frasi fatte di tutte le Emilie; il quale Pierferdy, punto sul vivo dai continui espropri montezemoliani, questa volta gli ha mandato un messaggino, chiaro chiaro e tondo tondo: carissimo, forse è il momento di fare un passo indietro.

GIULIANO PISAPIA 26/’05/2011 Per uno dei due candidati rimasti in lizza per la poltrona di sindaco di Milano: 1) è in atto una campagna di fango contro la sua immagine e la sua coalizione; 2) a seguito della quale ha presentato un esposto denuncia alla procura di Milano; 3) allo scopo di pervenire alla identificazione di agenti provocatori in veste di zingari e gli eventuali loro mandanti. Alla luce di questi elementi – tra i quali vi suggeriamo di prestare attenzione soprattutto: A) alla campagna di fango; B) alla denuncia in procura; C) agli eventuali mandanti – avete cinque secondi di tempo per capire se stiamo parlando: X) del candidato di destra; Y) o di quello di sinistra.

ROBERTO SAVIANO 27/05/2011 Che spera di tornare dopo anni di lontananza forzata in una Napoli nuova. Ma questo non accadrà se dovessero vincere i soliti vecchi poteri, oggi rappresentati dal candidato a sindaco del centrodestra, un bravo guaglione che di nome farebbe Gianni Lettieri, ma che il nostro famoso censore democratico chiama l’asse Cosentino-Lettieri, perché Lettieri è troppo poco camorrista e da solo non risveglia istinti manettari. Vecchi poteri di sicuro, visto che è dalla miseria di diciotto anni che la città partenopea è governata ininterrottamente dalla sinistra, a parte un mesetto di commissariamento. E infatti, diciamo la verità, l’eco dei miracoli della splendida signoria di Bassolino e di quel rinascimento napoletano che stupì il mondo non si è ancora del tutto spento, nonostante la munnezza. Poi Antonio si guastò e cadde nella polvere. Onde per cui la cricca dei compagnucci l’ha arruolato tra i berlusconiani honoris causa: fra loro non se ne trova più uno che l’abbia conosciuto.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (17)

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GÜNTER GRASS 11/04/2011 Come tutti i cretini irregimentati del giorno d’oggi, dice che la democrazia va difesa ogni giorno. Ragazzotto, fu nazista. Non poté essere comunista perché nella saggia Germania Federale era proibito. Ma fu un ultrà socialdemocratico. E così ardente pacifista da preferire le due Germanie dell’est e dell’ovest a quella unificata. Come Andreotti, che però era italiano. Ora ha abbracciato l’antinuclearismo apocalittico. Grazie a tutte queste scemenze in perfetta armonia con lo spirito dei tempi lo scrittore tedesco è diventato un monumento ancor prima di staccare il biglietto per l’oltretomba, dove, credo, sarà tutta un’altra musica anche in merito alla gloria letteraria.

IL CONSIGLIO NAZIONALE DI TRANSIZIONE LIBICO 12/04/2011 Ovvero i nullafacenti di Bengasi, i quattro gatti autonominatisi liberatori e rivoluzionari di cui s’è incapricciato BHL, Bernard Henry Levy, il filosofo noto in tutto il mondo per andare in giro in camicia bianca e giacchetta nera da quarant’anni, d’estate e d’inverno, di giorno e di notte, a pranzo, a letto, al cesso, alla TV, all’Eliseo e a Saint-Tropez. Non avendo combinato niente di niente sul campo di battaglia, non avendo raccolto un popolo dietro di loro, si sono ridotti a giocare la carta della disperazione delle nullità: fare i difficili.

LA CHIESA DEI SANTI DEGLI ULTIMI GIORNI DI FUKUSHIMA 13/04/2011 In principio era la Nube. La tenebra si apprestava a ricoprire la terra deserta e la superficie dell’oceano, dove alitava lo spirito di Dio. Ma pronto era Jahvé dio degli eserciti ad una nuova fondazione, una nuova terra e un nuovo cielo, e una rinovellata umanità nuclear-free fremeva nell’attesa del “Vi sia luce”. Fu giorno e fu mattino: non successe una minchia, a Dio Onnipotente piacendo. Luce fu, ma era quella di sempre. La Nube non arrivò nemmeno ai sobborghi di Tokyo. Con gran dispiacere degli ossessi della setta sopramenzionata, del Corriere della Sera, di Repubblica, della Stampa, e di tutte le televisioni pronte per il Vero Diluvio Universale in diretta, dopo quello che aveva fatto la miseria di 28.000 vittime fra morti e dispersi. Ad un mese dal disastro la quantità di radiazioni che fuoriescono dalla centrale è un decimo di quella di Chernobyl. Per l’Aiea la radioattività è in calo. Per l’Oms il rischio per la salute pubblica fuori dalla zona di evacuazione di 30 chilometri – diconsi trenta chilometri – è molto ridotto. Ripeto: molto ridotto. Per l’ottimo ambasciatore italiano Vincenzo Petrone “chi ha voglia o necessità di viaggiare in Giappone può farlo regolarmente, eccettuata la fascia di 80 chilometri intorno alla centrale, e la gravità 7 dell’incidente di Fukushima, equiparato a quello di Chernobyl, non vuol dire che i danni provocati siano in alcun modo paragonabili: nel 1986 la nuvola arrivò a 10 mila metri e raggiunse tutto il mondo, il mese scorso le due nubi si sono fermate intorno ai 500 metri di quota. L’innalzamento al livello 7 poteva arrivare ieri o anche domani, è soltanto il risultato dell’analisi di una serie di parametri previsti dai protocolli dell’Aiea”. Ma si sa, per le mezze calzette di casa nostra l’importante è il pezzo di carta, il certificato in bollo, la sentenza passata in giudicato anche se non sta né in cielo né in terra, così da poter dire: è ufficiale, Fukushima = Chernobyl. Soddisfazioni da bambini. In attesa del giorno dell’Apocalisse.

CARMEN CONSOLI 14/04/2011 Diventasse un giorno mamma, alla cantante non dispiacerebbe affatto avere un figlio gay. Incontrasse un principe azzurro, non le dispiacerebbe che fosse femmina. In ogni caso, trova che la masturbazione sia un’ottima compagna. E anche se non ama “particolarmente” le droghe, è per la loro totale liberalizzazione. Il bello è che per tanta frivola e ostentata ortodossia la siciliana si becca dal Corriere gli aggettivi di “controcorrente” e “scandalosa”.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 15/04/2011 Ne ha per tutti. Per Giulio: “C’è poca ironia da fare, vista la situazione di mancata crescita e di mancate iniziative di politica economica. Meglio metterci tutti a fare meno battute e impegnarci di più per avere maggiori risultati”. Per Silvio: “C’è un Paese che ha voglia di fare e non di occuparsi solo degli affari propri”. E quello che tutti ci chiediamo è questo: quand’è che questo chiacchierone ci farà vedere di che pasta è fatto? Quand’è che il numero uno della mitica classe dirigente comincerà a raddrizzare l’Italia? Quanto dobbiamo ancora aspettare prima che il superuomo del fare, del fare squadra, del fare futuro, del darsi da fare, getti il guanto di sfida all’ometto del fare? Così, tanto per fare qualcosa. Una cosa. Una buona volta.

Il fantasma dello sfascio ovvero la paura della democrazia

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E’ universalmente noto che come il riso abbonda nella bocca degli stolti da millenni nel vasto mondo, così la “società civile” abbonda nella bocca degli scolaretti usi a pestare l’acqua nel mortaio da mezzo secolo nell’italica parrocchietta. Prendete Luca Cordero di Montezemolo: sono lustri ormai che questo damerino aspetta l’occasione giusta per impadronirsi delle spoglie di un ceto politico cronicamente in via dissoluzione. Ogni volta che gli strepiti intorno alle canaglie che ci governano si fanno più forti, il nostro alza la cresta e le canta a lor signori. Ma tutta la sostanza dei discorsi del signorino sta nel tono, che è ultimativo. Per il resto si tratta di minestre mille volte riscaldate: adesso si scaglia contro l’autoreferenzialità della classe politica, e si fa paladino del riscatto della società civile, protagonista in negativo di un assordante silenzio di fronte al disfacimento delle istituzioni, pavidità accomunata a quella dei ceti dirigenti e delle élites oggi “silenti”. Queste noiose corbellerie, se da un lato ci confermano che Montezemolo è solo un sussiegoso ripetitore del luogocomunismo nazionale, e quindi espressione del conformismo di cricche incallite, sono peraltro interessanti da un altro lato, più intellettuale.

E’ sintomatico che la retorica sulla società civile vada di pari passo con quella sulle classi dirigenti, e a questa si accompagni. S’invoca quella, s’invocano quelle. Quasi che da sola la “società dei cittadini” non sapesse come sbrigarsela. E in effetti negli ultimi decenni l’espressione “società civile”, che pur vaghissima tradisce tuttavia spiccate radici universalistiche, legata com’è alla nascita delle istanze democratiche moderne, ha subito qui da noi un profondo slittamento semantico, tacito ma ben concreto, che ha finito per rivoluzionarne la natura: oggi la società civile è, inconfessabilmente, la selezionata società, quella più responsabile, quella che si distingue dalla massa, e a questa viene contrapposta. La società civile e i suoi infiniti cloni: dal popolo viola ai firmaioli di Repubblica. E’ un aristocraticismo di fondo che a cascata ha creato tutti gli altri: quello delle auspicate nuove classi dirigenti, le nuove élites, non necessariamente elette, da insediare al posto dell’attuale classe politica; quello che alimenta il potere d’interdizione che la magistratura si arroga nei confronti di quest’ultima in nome di un malinteso controllo della legalità, come se tutto l’agire politico dovesse cadere per forza dalla parte del lecito o dell’illecito; quello che ci offre l’agiografia della figura presidenziale nella sua qualità di supremo arbitro; quello che presiede al comico culto della Costituzione.

Tutto questo tratteggia il quadro di rivendicazioni sempre più ampie di “valori democratici” non negoziabili. L’amore per le regole nasce proprio dall’esigenza di difendere lo status quo. E’ una sorta di panico epocale. La retorica dello sfascio non è figlia dello sfascio, ma della frustrazione di un’Italia che ha scelto il nulla politico della contrapposizione antropologica tra l’Italia per bene e quella per male pur di fissare i confini del proprio potere davanti all’avanzata della democrazia, il cui sviluppo raramente lineare viene oggi chiamato “sfascio”. Una maturazione democratica che non può non avere il carattere di sempre quando è sana: volgare ma non carica d’odio. E’ assai facile condannare le manchevolezze, le diffidenze, le illiberali arretratezze del popolo che la incarna. Facile, e anche giusto. A patto che non si nasconda il quadro generale. Sennò è solo opportunismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

April 5, 2011 at 12:01

Otto lunghi giorni

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Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.

Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.

Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.

In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:

Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.

Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.

Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

E’ finito il dopoguerra

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Le facce della sconfitta 

Sono quelle, da schiaffi, dei direttori del Sole 24 Ore, del Corriere della Sera e della Stampa, gli ineffabili e inossidabili Ferruccio Serenissimo De Bortoli, Paolo Buddha Mieli, Giulio Mummia Anselmi, e del presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero y Lopez y Gonzales y Martinez de Vallombrosa di Montezemolo. Mallevadori dell’avventura prodiana nel 2006 presso l’opinione pubblica italiana moderata; patrocinatori dei vari tentativi di scalzare dal posto di primo ministro un Prodi troppo ben disposto verso le forze politiche bolsceviche, naturalmente senza passare per le elezioni; sponsorizzatori, a nome della casta veteroindustriale della campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici; silenziosamente àuspici, fino all’ultimo, di un pareggio elettorale, grazie anche all’ufficialmente orribile ma provvidenziale Porcellum, che avrebbe ricondotto le parti ad una debole soluzione istituzionale, permeabile a influenze extrapolitiche; questi signori, dunque, si sono acconciati con sapienza, da stagionati cortigiani d’altri tempi – verosimilmente sotto lo sguardo sbalordito del povero, sedotto, abbandonato e volenteroso Tabacci – all’esito senza discussione del voto, salutando amabilmente i miracoli della schiarita bipartitica: una possibile nuova stagione politica per l’Italia, una promettente governabilità, una costruttiva bipartisanship nelle riforme istituzionali. Bravi! Con tutta probabilità il loro nome sopravvivrà alla cronaca di questi anni, come protagonisti di un eccezionale case history di antropologia comparata.

Il suicidio della sinistra

Il risultato complessivo della sinistra è disastroso. Veltroni, in virtù dell’istinto gregario, della disciplina di partito ancora comunista dell’elettorato di sinistra, è riuscito a compattare i ranghi e a fare il pieno di voti dalla sua parte, prosciugando quasi tutte le fonti di approvvigionamento. Ma questa compattezza fagocitante insieme alla modestia del risultato significa che la sinistra è sterile e non offre più nulla di appetibile all’uomo della strada. Geograficamente, ha difeso con ostinazione il suo recinto emilianoromagnolo-toscano-umbro-marchigiano, anche se le mura a difesa della linea del Po risultano piuttosto sbrecciate; ha conquistato qualche isolata piazzaforte: una piccola regione di appena 300.000 abitanti come il Molise, grazie all’enfant du pays Di Pietro; ha vinto in una regione un pelino più grande, di all’incirca 600.000 abitanti, come la Basilicata, da tempo oggetto di investimenti pubblici-grandindustriali; ed è politicamente maggioranza nella città, e solo la città, di Roma, fulcro dell’apparato burocratico-amministrativo italiano. Ciò significa che la superficiale riverniciatura democratica non riesce più a nascondere il fatto che essa rappresenta il volto politico delle nomenklature peninsulari. E’ accaduta una cosa straordinaria: nel parlamento del paese con lo storicamente più forte partito comunista occidentale non vi sarà più spazio per nemmeno un singolo rappresentante nominalmente socialista o comunista. Questo è il redde rationem del patto mefistotelico di Mani Pulite, che ha esentato la sinistra dal travaglio di una reale e sofferta trasformazione socialdemocratica, in armonia con la realtà continentale europea, che è la nostra realtà. Senza nemmeno prendere in considerazione l’evoluzione del Partito Laburista britannico, in qualche modo i socialismi tedesco, francese o spagnolo hanno cercato di reinventarsi un’identità che permettesse loro di entrare come corpi ancor vivi nel nuovo mondo globalizzato. La sinistra italiana ha saputo rispondere solo con il mimetismo democratico. E’ pacifico che la scomparsa di socialisti e comunisti è solo virtuale. E’ assolutamente certo che il problema di questo sdoppiamento della personalità, passato il momento delle convulsioni postelettorali, sarà l’oggetto del dibattito politico interno alla nuova opposizione.

L’astrattezza dei liberali

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese? Sono la vittoria, e solo la vittoria, berlusconiana; e la sconfitta, e solo la sconfitta, della fazione giacobina – antifascista – veteroresistenziale – comunista – postcomunista – democratica; che sanciscono la pacificazione italiana, non quella stretta di mano di scenografica teatralità che piace tanto, da sempre, alla vanesia furbizia italica. Chi avrebbe mai immaginato di poter leggere un giorno, nel giornale principe della fazione, queste parole:

Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un’Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l’etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la “pancia” del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno.

Egregio Massimo Giannini, non è però il muro di Arcore quello che è caduto; è il Muro di Berlino crollato in Europa vent’anni fa e che il golpe di Mani Pulite ha tenuto in piedi in Italia fino ai nostri giorni, a perpetuare l’infinito dopoguerra di una redditizia intimidazione antifascista: sono gli anni del ritardo italiano.

Update del giorno dopo:

Uomini ma anche caporali.

Il dilettante allo sbaraglio, l’attempato giovinotto, l’eterno bamboccione, e il falso modesto Zamax, nonostante le sue pose filosofiche, sovente si fa ancora prendere al laccio – voluttuosamente – dalla vanità. Sono piccole e umilianti vergogne che aiutano a vivere, purché le si riconosca. Come disse nella sua consolante saggezza il vecchio Catone, cattolico ante literam, citato da Seneca, già citato una volta a memoria da Zamax, che non ha voglia di verificare perché scopo della sua vita è eguagliare l’ineguagliabile Enzo Biagi: ”non è un gran peccato entrare in un bordello, l’importante è venirne fuori”. Ora dunque costui si è ficcato in testa che Galli della Loggia da qualche tempo occhieggi l’unprofessional blog per trarne nutrimento. Come tutto il mitico Corrierone, che ultimamente è soprattutto una scuola di vita, anche l’augusto suo editorialista primeggia nel sentenziare amabilmente a cose fatte. Ma qualche tempo fa, nel fumo della battaglia e quando fischiavano le pallottole, era tutta un’altra canzone

Update di qualche giorno dopo:

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo… (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 20 Aprile 2008,)

E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica… (Zamax, 28 Febbraio 2008,)

Razza padrona

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MONTEZEMOLO:

Siena, 25 gen. – (Adnkronos/Ign) – “Vogliamo dire alle forze politiche più avvedute e responsabili di entrambi gli schieramenti che prima di andare al voto serve una nuova legge elettorale che consenta agli elettori di decidere chi mandare in Parlamento e che limiti il potere di veto dei micropartiti”. [...] “Alle persone più avvedute e responsabili dei due schieramenti dico: mettete da parte gli egoismi di partito, ricordate che siete in Parlamento per fare il bene del Paese. Una breve ed efficace stagione di riforme condivise, nell’interesse generale, è non solo indispensabile ma è anche possibile. E consentirà poi a chi vincerà le elezioni di poter governare davvero”. Secondo il numero uno degli industriali questa stagione di riforme condivise va realizzata da “un governo di scopo, che si chiami istituzionale o tecnico poco importa”, che potrebbe realizzarle molto rapidamente, trovando un’immediata, necessaria, doverosa e improcrastinabile sintonia con il comune sentire della società italiana”

D’ALEMA:

Roma, 26 gen. (Adnkronos) – “In questo momento il Paese ha bisogno di un governo fondato sulla convergenza delle forze politiche principali in grado di fare la legge elettorale e di completare le riforme costituzionali. Certamente, qualsiasi governo nasca ora, dovrà affrontare la difficile crisi finanziaria e internazionale in atto e tutto questo, a mio giudizio, corrisponde all’interesse dell’Italia in un momento come questo”. A sottolinearlo è stato il vicepremier Massimo D’Alema scambiando alcune battute con i giornalisti a margine del decennale della fondazione Italianieuropei dopo il suo lungo intervento dal palco dell’Auditorium Massimo. “Naturalmente – precisa il ministro degli Esteri – una volta completato questo lavoro, nel tempo più rapido possibile si va al voto. “Onestamente – spiega – non mi interessano i tempi, ma gli scopi. Poi dopo bisognerebbe restituire [ai sudditi, N.d.Z.] agli elettori il potere di decidere nel quadro, però, di un bipolarismo rinnovato. Rinnovato nelle sue regole, nelle sue strutture ed efficace. Perché, rimanere in una competizione elettorale che conduce a governi di coalizioni rissose e inevitabilmente inconcludenti, non è utile per l’Italia. Mi sembra, questa, una riflessione di buon senso che d’altro canto, ho visto proposta anche da tanti osservatori non politici, a cominciare dal presidente di Confindustria”.

Written by Zamax

January 26, 2008 at 19:54

L’ultimo tentativo delle nomenklature

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I Bizantini cominciarono a prenderle di brutto dai Turchi nell’XI secolo dopo Cristo. Nel 1453 Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano, era ridotta a poco più di un’enclave dentro i confini dell’Impero Ottomano. Ma la particolare posizione geografica della città, posta com’era fra due bracci di mare su due lati e chiusa in diagonale da mura imponenti sul lato di terra, aveva fino ad allora reso vano ogni tentativo di conquistarla. Il sultano Maometto II decise di farla finita una volta per tutte, con mezzi imponentissimi. Nuovi giganteschi cannoni di fabbrica europea furono forgiati allo scopo. Gli assalti furibondi e lo sbriciolamento sistematico dei bastioni della città greca sul Corno d’Oro proseguivano senza risultati apparenti. Ma alla fine, da qualche parte, una porticina si aprì. E fu la fine, senza rimedio. Costantinopoli era una nave che non poteva sopportare la benché minima falla.

E un bastimento del genere era anche il governo Prodi. Il caso Mastella è un accidente secondario, benché fatale. Berlusconi l’aveva capito. La strategia di non tendere alcuna mano alla sinistra attuata fino alla ribellione di Fini era giusta. Fini aveva ceduto all’impazienza. Tant’è che con la caduta di Prodi in un amen i rapporti all’interno della CDL come per incanto sono ritornati quelli di qualche mese fa.

Prodi si è trovato ad essere alla fine il più tenace difensore, per motivi personali, dell’alleanza pansinistrorsa. Crollato insieme a lui anche il Partito della Conservazione di Repubblica, vedrete che ora sarà l’altro Partito della Conservazione, quello del Corriere della Sera, a rialzare la testa. Aspettiamoci fin d’ora untuose omelie sulla necessità di dar vita, per senso di responsabilità, ad un governo istituzionale che faccia le improrogabili riforme di cui ha bisogno il paese. Notare che saranno gli stessi giornali – Corriere, Stampa, Sole 24 Ore – che con gran sprezzo del buon senso, e con lo stesso tartufismo paternalistico, assicurarono gli italiani della bontà dell’armata prodiana, a riciclare la vecchia idea del Governo dei Migliori, cioè un commissariamento di fatto della democrazia parlamentare sulla scorta dell’emergenza, accettato da una classe politica impaurita da operazioni squisitamente politiche come “La Casta”, possibili solo in un paese a volte straordinariamente ingenuo, ed immemore, come l’Italia. In realtà un patto che prevede la cooptazione ufficiale dell’economia rossa, rappresentata da D’Alema e Bersani, nello stagionato establishment industrial-finanziario, rappresentato da Montezemolo, nell’illusione di poter guidare una modernizzazione addomesticata del paese mediante un paraliberismo asimmetrico ad uso e consumo delle nomenklature. Un capitalismo di Stato nelle mani di un comitato centrale, l’ultima veste di quell’Italia dell’Est che sta crollando finalmente in questi giorni con vent’anni di ritardo sul resto dell’Europa.

Gli eufemismi del piccolo stratega

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A Luca Cordero di Montezemolo, che al momento della sua ascesa allo scranno più alto della Confindustria predicava il ritorno alla concertazione e alla moderazione dei toni, e oggi, sul punto di lasciarlo, predica uno sbracato decisionismo, vorremmo sommessamente ricordare che le decisioni difficili un leader di governo le può prendere quando riesca a raccogliere il consenso di una solida maggioranza parlamentare; meglio ancora quando auspicabilmente, in forza di un carisma inusuale, riesca nel contempo a trascinarsi dietro quello della maggioranza dell’opinione pubblica. Ma se il problema della mancanza di queste decisioni sta nei numeri, allora non è vero che esso dipenda dalla legge elettorale. Perfino questa orribile legge elettorale ha dato ad una coalizione, che l’ha spuntata alle ultime elezioni per poche migliaia di voti, una maggioranza parlamentare che, per quanto esigua al Senato, le avrebbe permesso di governare, se questa maggioranza parlamentare fosse stata lo specchio di una maggioranza politica. Solo che la coalizione Unionista, avallata dalla sua Confindustria, non era fondata su un progetto di governo, ma sull’antiberlusconismo: per questo i notabili dei salotti buoni vi si erano accodati, nella riposta speranza di poterla egemonizzare. Se il problema stesse semplicemente nei numeri, com’è chiaro a qualsiasi persona non ancora stordita dalla grancassa dei media nostrani, allora anche questa legge elettorale con ogni probabilità oggi darebbe, in caso di elezioni, una solida maggioranza al centrodestra.

E quindi bisogna essere conseguenti. Cosa c’entrano i problemi del paese e in particolare, dal punto di vista economico verosimilmente più caro a Montezemolo, quelli della produttività del lavoro e del debito pubblico, con la necessità di un governo istituzionale o tecnico che faccia, non si sa perché, solo e rapidamente una nuova legge elettorale? Se invece di essere quella figura mediocre che è, specializzata nell’arte tutta italica del dire e non dire, esattamente come i tanti piccoli protagonisti di una politica additata ultimamente dai giornali allineati al pubblico disprezzo, il Piccolo Napoleone della sedicente Classe Dirigente Confindustriale invocherebbe, urbi et orbi, la necessità di un governo detto istituzionale, detto tecnico, detto – più propriamente – di Salute Pubblica, che avochi a sé le improcrastinabili decisioni di cui l’Italia ha bisogno e che con la legge elettorale non hanno niente a che fare: tagli draconiani alla spesa pubblica prima ancora che abbassamento delle tasse. Sennonché anche un governo di Salute Pubblica, a meno di un vero e proprio commissariamento della democrazia in Italia – nell’Anno Domini 2007 -, avrebbe bisogno di una maggioranza parlamentare che lo sostenga. Un governo tecnico è solo un gioco di parole. Non esiste. Un tecnico, solitamente un esperto nel campo dell’economia, nell’esercizio del suo mandato parlamentare oppure quando è chiamato a guidare un ministero o addirittura un governo, diventa ipso facto un politico, come lo diventerebbero, al suo posto, un calciatore, un giornalista, una ballerina o un operatore ecologico. Problemi politici deve affrontare.

Ah se potessimo tornare ai tempi di Cavour, di Sella e Minghetti! Quando la centralizzazione si sposava con un liberalismo ottocentesco tagliato con l’accetta, e con pochi scrupoli democratici! Quale scenario ideale per soluzioni tecniche! E com’è concupito dai Sergio Romano & C. del Corriere della Sera! Che sconsideratamente non riflettono sul vulnus democratico di tali soluzioni, sull’esemplare lezione di diseducazione politica, prima o poi pagata a carissimo prezzo.

Ma creare un clima emergenziale tale da realizzare questo disegno da apprendisti stregoni per ora e per fortuna  è solo un bel sogno. Da impotenti. Nell’attesa e nella dura realtà agli strateghi del Corsera non resta che spiare affannosamente dal buco della serratura ogni più piccolo indizio di rupture da parte dello stupor mundi Veltroni.

Written by Zamax

October 28, 2007 at 19:16

Democrazia e libertà

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L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. Quindi maneggiata ad arte tutta questa impalcatura giuridica con le sue capillari diramazioni diventa un formidabile mezzo di controllo collettivo. E’ per questo che Tocqueville diceva che in tempi di democrazia, cioè di uguaglianza delle condizioni, il dispotismo poteva raggiungere la sua perfezione. In tempi di aristocrazia questo non poteva succedere, però è ovvio che agli ultimi gradini della scala sociale, nei buchi neri dove lo stato non arrivava e che per altri magari significavano una grande libertà, l’individuo poteva essere oggetto di arbitri inimmaginabili. Laddove il regime aristocratico si è via via naturalmente stemperato fino a sciogliersi in una democrazia (come in Gran Bretagna, dove non a caso esiste ancora la monarchia) questo non ha portato a restrizioni nella libertà individuale, pur in una dinamica di continuo sviluppo della fibrosi statale, mentre nei paesi del continente è altrettanto chiaro che i rivoluzionari democratici nella uguaglianza delle condizioni vedevano soprattutto il mezzo formidabile per ridurre ad una schiavitù uniforme gli individui, ridurre cioè un popolo ad una massa.

Anche se lo sviluppo delle libertà individuali durante i molti secoli che hanno portato alla democrazia moderna obbedisce ad un senso di giustizia di stampo morale, Tocqueville su questo punto, dimostrando una superiore chiarezza non ancora sorpassata, ha sempre tenuto a scindere il fenomeno democratico da ogni moralismo. La democrazia moderna dovette attendere prima di trionfare un’enormità di progressi materiali necessari alla sua logistica complessa di comunicazioni materiali ed immateriali. Il fatto che la nobiltà ad un certo punto potesse essere acquistata e il concomitante e progressivo venir meno dei privilegi di nascita; il gioco dell’appoggio politico del popolo cercato di volta in volta dal re contro l’aristocrazia, o da questa contro il re, che consentì alla classi subalterne un primo, sia pur indiretto, protagonismo politico; la lenta compenetrazione fra le classi dovuta all’attività economica; tutto ciò comportò che un poco alla volta la libera attività economica del singolo si specchiasse nel libero esercizio dei diritti politici: libertà economica e libertà politica camminavano di pari passo. Nel Regno Unito, essendo stato un processo relativamente naturale, nonostante l’esperienza Cromwelliana,  e non traumatico, non vi fu nemmeno bisogno della consacrazione repubblicana e costituzionale. Questa venne alla luce oltre oceano con l’indipendenza delle colonie americane, dove il patriottismo costituzionale funse quasi da surrogato della sacralità regale.

Ma nel resto del mondo si era ben lungi da questo ideale parallelismo economico-politico e il suo strascico più largamente culturale. Le istituzioni democratiche si impiantarono in un tessuto economico-sociale che democratico, ovvero libero, non era. Si scoprì che uguaglianza non significava sempre libertà. Si scoprì che anche in tempi di uguaglianza poteva esistere il dispotismo. E che in tempi di democrazia la forma del dispotismo moderno si chiama socialismo, in tutte le sue varie declinazioni, che nascondono tutte però il germe della pianificazione economica. Dal socialismo internazionalista chiamato comunismo, al socialismo nazionale, al socialismo sedicente antisocialista dello stato corporativo fascista, l’espropriazione delle risorse dalle mani degli individui della società libera nella presunzione di sapere a livello centrale la loro ottimale allocazione al fine di raggiungere obbiettivi pure essi astrattamente concepiti, è sempre stato l’esito inevitabile della pianificazione economica. Ma non esiste al mondo un gruppo di supertecnici salvatori della patria, ai quali invariabilmente il socialismo finisce per affidarsi, che possa sostituirsi al riferimento di un mercato vero col suo sistema di prezzi.

Quindi un sistema democratico, che garantisca la libertà individuale, non può tenersi in piedi laddove manchino i presupposti culturali.  Per non cadere nel socialismo vero e proprio, allora quasi tutti i nuovi stati democratici, quasi come una medicina omeopatica, pur di preservare alcune libertà politiche essenziali, si rifugiano nello statalismo, caratteristico sintomo di insicurezza e di inesperienza. Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli. Perfino Hayek, contraddicendo l’opera di tutta una vita, non resistette alla tentazione di risolvere il problema della preservazione delle libertà fondamentali, cedendo al mito costruttivistico di una costituzione modello.

Nell’attuale situazione politica italiana, coloro i quali ancora non arrivano a capire come mai il gotha del nostro mondo finanziario-industriale, e la sua claque mediatica, non riescano a tagliare di netto con l’attuale governo e nonostante tutto si accomodino a partecipare ai riti umilianti della concertazione (vedi l’orripilante controriforma sul welfare di questi giorni) dovrebbero riflettere sulla natura del progetto politico che Montezemolo & Soci propongono: quel loro ormai annoso insistere sulla mancanza di una Classe Dirigente, che è un mito per gonzi, e che in una società libera non dovrebbe esistere, è solo un escamotage lessicale che nasconde la volontà di una pianificazione economica debole pro domo sua, gestita da un oligarchia finanziario-industriale padrona di allocare a proprio piacimento risorse che dovrebbero competere invece all’iniziativa individuale. L’ho chiamato una volta capitalismo feudale, ma è solo un’altra forma di socialismo, da affiancare a quello del PD e a quello veterocomunista: le tre persone della trinità unionista del Partito della Sfiducia, destinate a cadere assieme.

Le confessioni di Calearo

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Mentre Montezemolo, after a week or two in the wilderness vainly practising lion-heartedness, is already taking the not so long way home, praising the mellifluos nonentity Veltroni just as he used to give credit to the mumbling nonentity Prodi; quando ormai il disegno del partito del Corriere della Sera e di Montezemolo sta per fallire, e non c’è più tempo per vorticosi e interminabili giri di parole; è ora la disperazione di Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, presidente contestatissimo dell’Associazione degli Industriali di Vicenza, e importante vassallo nel sistema feudale della Confindustria nouvelle vague di Re Montezemolo, a mettere nero su bianco quello che per mesi la schiena non diritta, la parola non schietta, e la provincialissima furbizia di questi campioni della modernità hanno impedito loro di dire. Se l’avessero detto subito, mi sarei risparmiato mesi di traduzioni dal Corrierone. Riporto per intero l’intervista concessa a Paolo Possamai, e pubblicata oggi 28 giugno 2007 nella Tribuna di Treviso. Le evindeziazioni in grassetto sono mie.

VICENZA. Nel giorno dell’assemblea vicentina, Calearo spiega senso e obiettivi del suo incontro con Enrico Letta. Il presidente vicentino ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio alla fine della scorsa settimana a Verona. “Letta è un amico e una persona che stimo – dice Calearo – e voleva spiegarmi come il governo punta al recupero del Nord, e voleva ascoltare come il Nord sente il governo”.

Cosa è emerso dal confronto tra voi?

“Innanzitutto, lo stesso Letta mi pare ammetta che il governo è in grave difficoltà. Lui stesso dubita molto possa durare a lungo. Il malessere del Nord è palpabile. Gli studi di settore e in generale le politiche fiscali attuate da Visco generano una sorta di Stato di polizia, un’atmosfera di paura e di sfiducia generalizzata verso Roma. il distacco tra Roma e Nord è palese, non ci sentiamo affatto rappresentati da questo governo. I migliori dei nostri parlamentari, come Paolo Giaretta, non sono ascoltati. Esponenti capaci e stimabili di questo governo, come Bersani e Letta, non sono posti nella condizione di realizzare pur ottimi progetti di liberalizzazioni e sviluppo per l’economia”.

Ma il governo non ha fatto nulla di buono? Non ha nemmeno tentato di sistemare i conti pubblici?

Il riassetto della finanza pubblica è avvenuto. Il merito va riconosciuto. Ma non sanno spiegare le poche cose buone che hanno saputo fare. E comunque il governo paga pure la distanza siderale che esiste tra la gente e la CASTA. Se giro per le aziende o in aeroporto, al ristorante o tra gli amici, NON SI FA CHE PARLARE del libro di Stella. Mette a nudo un livello scandaloso di privilegio, una dimensione di spreco che fa a pugni con la vita agra e piena di sacrifici cui la gente è costretta.  Pure in questo senso appare urgente una seria riforma della politica. Badate che la vittoria di Tosi a sindaco di Verona, come quella di altri candidati leghisti, individua un bisogno di politica semplice e di buona amministrazione. La gente sente vicino Tosi, distante Prodi.

A questo punto quale evoluzione si augura?

“Il cuore di tutto è la modifica della legge elettorale. Sono convinto che non andremo a elezioni anticipate, anche perché ci sono troppi parlamentari new entry che aspettano la pensione. Penso che andremo ad un governo tecnico, a una formula istituzionale. In questo sfacelo, VINCEREBBE DI SICURO BERLUSCONI, ma non credo che sarebbe una situazione ottimale. Il paese ha bisogno di cambiare leadership, a destra come a sinistra. Siamo bloccati da una dozzina d’anni nell’antagonismo tra Prodi e Berlusconi, occorre voltare pagina. Ma soprattutto occorre rifare la legge elettorale, per consentire ai cittadini di scegliere davvero i propri rappresentanti in Parlamento. Altrimenti sarà sempre il segretario di partito o il potentato di turno a decidere di mettere in lista la moglie o l’amante, e noi ce la dovremo sorbire”.

Di cos’altro dovrebbe occuparsi il governo tecnico?

“Partiamo intanto dicendo che questo governo è morto, non vedo come possa recuperare la fiducia del Nord: non riesce a fare scelte forti sul futuro, avendo una visione strabica generata da una sinistra di stampo cubano e una sinistra laburista senza attributi. Da questo commistione mistico-catto-comunista emerge sempre un compromesso al ribasso. Detto questo, e messo in archivio Prodi, occorre un governo che governi, che faccia la legge elettorale, che investa sul futuro del paese in termini di infrastrutture e riduzione del debito, che punti davvero al federalismo fiscale”.

E quale arco temporale di azione dovrebbe avere questo governo futuro?

“Il traguardo dovrebbe consistere nel 2009. Potremmo andare a votare in un turno unico per le politiche e le europee. In questo periodo dovremmo cercare di perseguire il più difficile degli obiettivi: ricreare una classe dirigente degna di questo nome, degna degli ideali di cui furono portatori Dc e Pci, capace di fare sognare ancora il paese e di fargli correre davvero una sfida su scala europea. In questo senso mi pare necessario superare il dualismo Prodi-Berlusconi, che sono limiti oggettivi al cambiamento. Perché Sarkozy in Francia o la Merkel in Germania possono affermare la loro leadership e i loro programmi di rinnovamento, e in Italia questo processo non può avvenire? Non è un’utopia”.

Che giudizio dà al riguardo della candidatura di Veltroni alla guida del nascente Partito Democratico?

“Dovrei dire che non mi riguarda, non essendo iscritto a quel partito, e a nessun altro. Ma in generale, in termini di metodo, la designazione non mi piace perché proviene dall’alto. Non giudico la persona, osservo che viene interpretata come una sorta di salvatore. Sicuramente la persona è capace e esperta, magari non è l’unica scelta per chi sta a sinistra”

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