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Mani lavate
Se volete capire Mani Pulite pensate alla spassosa, grottesca e strampalata avventura del Molleggiato al Festival di Sanremo. Lustri e lustri di cretinate riconosciute improvvisamente per quel che sono, senza alcuna pietà per un guitto che aveva messo istintivamente la sua prodigiosa e coltivata malagrazia al servizio del più aggiornato conformismo progressista, nelle cui aristocratiche stanze era stato introdotto al solo scopo di servire da cannone contro il «regime». Ora che col cinghialone di turno in panchina il cannone spara a salve, il puzzo plebeo si sente tutto, e il re degli ignoranti è stato messo alla porta. Il voltafaccia collettivo ha trovato in Eugenio Scalfari una delle voci più spietate. Il vegliardo ha parlato dalla cattedra di Repubblica da professore deluso, mandando idealmente l’ex protetto dietro la lavagna, non senza le orecchie d’asino d’ordinanza, con una lezione sul qualunquismo improntata a didattica pacatezza, il tono usato dagli imbonitori più sussiegosi per invitare con garbo i gonzi a non opporre repliche. Meno spudorata di Scalfari è stata quella mezza Italia che per tanti anni è riuscita a riconoscere un valore civico alle squinternate sparate del predicatore, cui la forma balbuziente dava un tocco di viscerale sincerità. Tuttavia questa mezza Italia quasi come un sol uomo si è allineata spontaneamente al moto di condanna, come se in questa commedia essa non avesse mai recitato. Ancora una volta, ed anche in una vicenda tutto sommato minore e ridicola, l’Italia migliore si è distinta par la straordinaria capacità di rimuovere il passato. Anzi, sembra che questa poco nobile qualità sia il presupposto indispensabile per accedervi.
Così, nell’occasione del ventennale di Mani Pulite, vogliamo per l’ennesima volta ricordare agli smemorati che Mani Pulite all’inizio prese alla sprovvista la sinistra; che la sinistra si mantenne guardinga per qualche tempo, perché la contestazione anti-partitocratica che coi suoi meriti e con le sue esagerazioni populistiche faceva forti i magistrati del pool di Milano nasceva a «destra», nel cuore dell’Italia bianca e conservatrice, che di lì a pochissimo avremmo ritrovata nel campo berlusconiano; che l’operazione Mani Pulite avrebbe potuto significare un benefico bagno di verità per tutti, non tanto e non solo per la classe politica, se la sinistra, con l’istinto rivoluzionario che sempre s’affila nei momenti in cui per un paese arriva la delicata stagione della muta, non l’avesse dirottata ai propri fini, rinchiudendola nel ghetto vendicativo di una legge esemplarmente strabica. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile se in Italia non ci fosse stato anche allora un popolo pronto alla rimozione della propria storia, compresa quella respirata fino al giorno prima. La «rivoluzione» non riuscì, ma il tarlo della menzogna continuò a rodere le fondamenta della nostra società. E non potranno esservi leggi di sorta capaci di porvi argine, senza un esame di coscienza collettivo.
Non sorprende quindi che a vent’anni di distanza il ministro della giustizia Paola Severino parli di Mani Pulite come di un «fenomeno giudiziario importante che ha fatto emergere un fenomeno criminale importante, quello del finanziamento illecito dei partiti e dei vantaggi illeciti», invece di parlare con onesta schiettezza di un fenomeno giudiziario importante che ha fatto venire a galla un segreto di Pulcinella, una pratica che era solo la proiezione in chiave politica di quell’aggiramento della legge destinato a diventare lo sport nazionale in un paese dove il ginepraio legislativo premia l’irresponsabilità, ingessa qualsiasi attività ed alimenta la diffidenza sociale, e nel quale quel che resta dello stato e dell’istinto di conservazione di un popolo si accontentano di un tacito accordo al ribasso. Ecco allora perché Mani Pulite fu un’altra occasione persa per fare i conti con la nostra storia. Un modo per lavarsene le mani.
La Casta: il mito e la storia
Non ne usciremo mai se invece di fare uno sforzo di verità continueremo a ripetere come pappagalli le comode bubbole tratte dal mito della casta. Quel mito parziale che serve solo alle fazioni, ai partiti, alle caste. Andiamo indietro di vent’anni. L’operazione Mani Pulite non fu un complotto. Ma non fu neanche il prodotto benefico del berlinguerismo. Prodotto malefico del berlinguerismo fu invece quello che la guastò. Agli smemorati ricordiamo che la sinistra nel suo insieme – la politica e i media di riferimento – fu presa alla sprovvista dall’esplodere di tangentopoli. E per qualche tempo il suo atteggiamento nei confronti della caccia ai marioli presi col sorcio in bocca rimase cauto e diffidente. Il motivo, ricordiamolo ancora agli smemorati, è che la protesta popolare e in parte certamente populista contro l’invadenza dei partiti, che diede ai magistrati la sensazione di non sentirsi soli e quindi la forza di procedere, era localizzata in quel lombardo-veneto “conservatore” dove la DC regnava incontrastata dalla fine della guerra. Proprio là, con la crisi del comunismo, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, si erano aperte le prime fenditure sulla calotta polare che l’equilibrio della guerra fredda aveva creata nel nostro mondo politico: la sfida craxiana all’egemonia del PCI a sinistra, la sfida leghista alla balena bianca a destra. A scendere in piazza contro la “partitocrazia” non erano i popoli viola o i girotondini di allora, ma i leghisti e i missini, i “fuori casta” di destra. Il megafono di questa protesta non era il “Fatto Quotidiano” di allora, ma “L’Indipendente” diretto da un tale Vittorio Feltri, ex del Corrierone. Era un sisma dentro l’elettorato e la politica di destra. Non è un caso che insieme a Feltri tutti questi protagonisti, leghisti, missini, democristiani (l’elettorato tutto, ma anche parte della classe politica sopravvissuta alla bufera), li ritroveremo poco tempo dopo dentro e dietro la coalizione berlusconiana. La metamorfosi destrorsa era compiuta, anche se il mostriciattolo doveva ancora crescere. Incompiuta rimase quella di sinistra. E infatti i craxiani in rotta andarono ad ingrossare le fila berlusconiane.
Ci sono due domande alle quali rispondere: perché il malcontento scoppiò nel lombardo-veneto e perché la metamorfosi politica a sinistra non riuscì? Per rispondere alla prima domanda bisogna fare una premessa: non sempre la presenza massiccia negli affari economici della mano politica, e di conseguenza della corruzione, è segno di una particolare tara morale in questo o quel popolo. In un paese di non solidissime tradizioni democratiche e liberali, almeno all’inizio, è la regola, perché mancano quella fiducia e quel reale senso civico che solo l’esperienza possono irrobustire, mentre lo statalismo si nutre di paura e diffidenza. In un paese in via di sviluppo, come fu l’Italia per decenni di vita repubblicana, il sistema della raccomandazione, della tangente, dei finanziamenti illeciti ai partiti, dell’osmosi tra politica ed economia, poteva non essere sentito come un grande problema, anche là dove il tessuto socio-economico era sano, finché la crescita economica dava i suoi dividendi a tutti. Ma in un paese ad economia matura, stagnante, appesantito dal costo sempre più insostenibile del welfare, quest’andazzo si stava rivelando semplicemente “antieconomico” per troppi attori, molti dei quali fino ad allora spesso complici del sistema. E’ per questo che il malessere si fece sentire, confusamente, giudicando con l’occhio del cronista, ma piuttosto chiaramente, all’occhio dello storico, in quella parte d’Italia che da una parte era meno legata alle sicurezze economiche del settore pubblico, e dove, dall’altra, l’osmosi politico-economica non aveva i ferrei caratteri spudoratamente professionali di quella su cui regnava il PCI.
La metamorfosi a sinistra non riuscì perché con istinto “rivoluzionario” ancora vivo e vegeto, nonostante il cambio di ragione sociale, i post-comunisti – e con loro chi voleva prendersi le spoglie di un paese allo sbando – videro nel caos di tangentopoli il classico e delicato periodo in cui un paese cambia pelle e il “nuovo” succede al “vecchio”: è quello il momento migliore per impadronirsi delle leve del potere. Non ci fu bisogno di uno squillo di tromba, di un ordine: fu il militantismo e lo spirito gregario a spingere a politici, giornalisti, intellettuali, magistrati a cavalcare compatti Mani Pulite, a dirottarla, e a farla propria. Invece di una “grande confessione”, di un bagno di verità nazionale, di un salto di qualità, ci fu un inutile “bagno di sangue” e l’epurazione di una parte della classe politica. E’ stata la “rivoluzione” di Mani Pulite a tenere in vita ciò che era vecchio: la politica dei buoni e dei cattivi e quella dei maneggioni, due facce dello stesso immobilismo. A rendere infinita, conflittuale, incompiuta una fase di transizione cui l’opposizione oggi spera di porre termine – follia all’ultimo stadio – con la fine dell’avventura politica di Berlusconi: semmai è il contrario. E non finirà di certo se l’ultimo vezzo di questo fariseismo duro a morire sarà quello di addossare alla politica tutte o quasi le colpe della “pozzanghera del malaffare”, come fa nel suo ultimo articolo Galli della Loggia, prendendo le parti di una grande stampa d’informazione che “non può né deve avere indulgenza per nessuno”. Siamo sempre al gioco dei buoni e dei cattivi. Fatto sul Corrierone, poi, che in questo ventennio ne ha combinate di cotte e di crude, fa ridere.
L’Antistato di Polizia
La moralità è una bella cosa. Ma esigente. E delicata. Non occorre che copuli con la menzogna, basta che lo faccia con le mezze verità per diventare oscena. E se questo vale per la sfera individuale, figuriamoci per quella di “massa”! Il partito – vecchissimo – della questione morale è oggi in fibrillazione, ma allo stesso tempo non sa darsi pace del fatto che il popolo italiano sia così restio a seguirlo. Eh, la tensione etica dei nostro concittadini non sarebbe più come quella dei bei tempi di Mani Pulite, purtroppo, tanto è lo sfacelo dei costumi! E già qui siamo fuori della verità; e nel pieno invece del vizio della memoria selettiva. Perché in realtà le pulsioni che in questi giorni agitano la società italiana, e il gioco delle azioni e delle reazioni con cui si manifestano in superficie, sono l’esatta replica, seppur soffocata nei suoi effetti dalla maggiore maturità del paese – maggiore maturità, non maggiore inciviltà, cari signori – sono l’esatta replica, dicevo, di quanto successe ormai quasi venti anni fa. Quando infatti fu proprio quello stesso popolo a disinnescare, col voto, la rivoluzione di chi si vantava di aver rivoltato l’Italia come un calzino. Falso: se davvero l’Italia fosse stata così rivoltata la rivoluzione ci sarebbe stata, ma incruenta. Il voto sconfessò l’onestà di Mani Pulite. Anche allora, come oggi, il Grande Orecchio della Legalità Democratica indagava e ascoltava a trecentosessanta gradi, e si dimostrava ultraperspicace e perfino troppo disinvolto quando si trattava di riannodare le fila dei materiali investigativi riguardanti una certa parte politica, salvo poi dimostrarsi lento e svogliato quando si trattava di quelle concernenti un’altra parte politica. Anche allora, come oggi, certe indagini cominciavano a sinistra per finire a destra. Certo, ai piedi del patibolo, per le esigenze scenografiche di un’equanimità fittizia, si affollavano anche certi tirapiedi di sinistra, ma sulla loro testa, per non parlare di quella dei pezzi grossi, la ghigliottina mediatico-giudiziaria misteriosamente non calava mai. Restava sospesa, finché gli astanti si stancavano e ritornavano a casa. Così funzionava e funziona il gran porto delle nebbie, quello vero, che inghiotte le pratiche giudiziarie intestate ai notabili della “società civile” in politica.
Tutto questo è legato a un difetto di fondo dell’edificio repubblicano italiano, che fu accettato dalla fazione rossa con una riserva mentale che non è mai venuta meno del tutto, e che surrogò la delusione per la mancata rivoluzione col bisogno di trovarsi un ruolo come guardiano della democrazia contro un inesistente regime. L’Italia repubblicana fu fin dall’inizio, con tutti suoi difetti, che erano figli della sua storia e non della razza che la popolava, e quindi aggiustabili col tempo, uno stato pienamente democratico e rispettoso delle libertà fondamentali. Non fu, mai, uno Stato di Polizia. E’ cresciuta al suo interno invece la malapianta di un Antisistema di sistema, totalizzante, che ha indebolito lo spirito civico, che ha minato sistematicamente, alla grande, ben più di tutti i miserabili faccendieri della nostra storia recente, la fiducia nelle istituzioni, e che ha fatto mancare i benefici di una vera opposizione, di un’opposizione costruttiva. Ed è significativo che esso, nel momento stesso in cui perdeva consenso politico ma cresceva in potere nel paese conquistando fra l’altro le casematte della magistratura, si sia venuto configurando come un Antistato di Polizia, ad immagine e somiglianza di quel Regime e di quello Stato di Polizia cui la realtà non ha mai dato corpo. E che costringe, oggi come allora – e come negli anni settanta della grande spallata comunista di cui il fenomeno terrorista fu solo la coda violenta, sfuggita al controllo di chi ne aveva nutrito i miti – una maggioranza politica e una maggioranza della società a chiudersi a riccio per quell’istinto di conservazione che è la forma più primitiva e disperata di civismo. Ma che rimane una forma di civismo quando si tratta di respingere offensive la cui retorica democratico-legalitaria non è sufficiente a mascherarne la carica liberticida. In questo braccio di ferro l’Italia è costretta a disperdere le proprie forze dalla fine della seconda guerra mondiale; è un debito pubblico di ordine culturale, gemello di quello economico, che spiega non poco del suo immobilismo. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a trentadue anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni berlusconiani dai pasdaran della giustizia democratica:
Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…
La tribù dei Nasi Turati e la leggenda di Mani Pulite
A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.
I luoghi. Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vista sociologico, nacque a destra, non a sinistra.
Il golpe (sventato). Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti. I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.
I fiori del malessere comunista
Mentre la sinistra ciancia di partito democratico dalla sua pancia escono fuori i puri e duri anche se scemi del terrorismo comunista: bella contraddizione che dovrebbe qualcosa pur suggerire all’orecchio delle teste fini acquartierate nei piani nobili dei giornali italiani. Giusto due settimane fa denunciavo la riposta logica comunista che sovrintende ad ambedue le inconciliabili opzioni non politiche che lacerano oggi il maggior partito dell’Unione: quella massimalista e quella tecnocratica. Beh, li guardino in faccia questi nuovi apprendisti sicari dell’ideologia comunista: sono il frutto in carne ed ossa della loro furbizia. Da Togliatti a Berlinguer, dalla caduta del Muro alla Cosa Occhettiana, da Tangentopoli all’Ulivo, mai che abbiano voluto confrontarsi una volta per tutte, virilmente, con la questione centrale della sinistra italiana: la questione socialista. Sperando nell’oblio e nell’arrendevolezza di una popolazione rassegnata al matrimonio combinato nelle altissime sfere coi reduci del marxismo, e fidando a ragione nella complicità vile dei nostri massmedia, hanno creduto di sfangarla per l’ennesima volta con qualche escamotage lessicale.
Ecco che però proprio loro non hanno fatto i conti con quella Storia del cui sacro Tempio si atteggiano a custodi. Se c’è una colpa alla quale li si può tranquillamente inchiodare è proprio quella di aver abbandonato il loro popolo: quello lontano, al pari di quello berlusconiano, dai salotti televisivi, dalle notti bianche, dalle avventure finanziarie tra banche e assicurazioni, dalle fisime piccolissimoborghesi e dalle fregole liceali degli altermondialisti e degli ecopacifisti, dai Pacs e anche dai Dico e dalle filosofie utilitaristiche dei ricchi.
No! Loro volevano bel belli approdare, con il record mondiale del salto della quaglia, infischiandosene con sprezzo e alterigia tutta comunista della realtà, a quel Partito Democratico che come sinistra esiste solo negli Stati Uniti d’America; proprio l’eclatante spudoratezza di tale operazione di marketing doveva servire a nascondere sotto la cipria e il cerone delle feste e dei ludi dell’imperialismo debole veltroniano, e sotto il tappeto delle patinate riviste repubblichine e mieliste titillanti un pubblico ultraborghese e pantofolaio con ogni new entry nel catalogo delle omologate trasgressioni, le enormi arretratezze culturali e le irrisolte questioni interne alla storia del socialismo italiano, sulle quali la perdurante intransigenza bolscevica ha posto il veto ad ogni discussione. Ma la tattica dell’aggiramento sistematico dell’ostacolo di un passato scomodo come unica strategia è stato pagato dalla sinistra a prezzo carissimo col prosciugamento di ogni rigolo di vita politica nel suo organismo. Cosicché l’unica anima rimasta al Partito del partito preso è quella rivoluzionaria.
A sinistra non c’è un vecchiotto ma onesto partito socialdemocratico, onestamente progressista, onestamente liberale, onestamente radicaleggiante e onestamente anche zapaterista, e non c’è nemmeno un onesto sindacato socialdemocratico, bensì un sindacato schizofrenicamente diviso, tale e quale il partito gemello, tra voraci concupiscenze affaristiche ravvivate più che soddisfatte dall’occupazione progressiva della pubblica amministrazione, e la tossica dipendenza dalle zaffate velenose dell’ideologia veterocomunista. In mezzo il nulla della non politica.
E nulla purtroppo ci è impietosamente risparmiato di questa nauseabonda ultradecennale commedia: disperatamente noiose e puntuali ci dobbiamo sorbire, troglodicamente confezionate dal servidorame giornalistico, le solite frasi fatte dei maggiorenti diessini e cigiellini sul tener la guardia alta e sul pericolo delle infiltrazioni e la solita dolorosa sorpresa, quando è perfettamente inutile puntare il dito su qualche cattivo maestro, se non si riesce a venir fuori da decenni di razzismo politico praticato con la regolarmente aggiornata demonizzazione dell’avversario, solo ingentilita nelle espressioni ai massimi livelli, ma contigua nella sostanza, che come un filo rosso, dalla questione morale Berlingueriana, alla pulizia etnica di Mani Pulite, alla Magistratura sedicente Democratica, alla serietà al governo dell’Unione Prodiana, serpeggia sempre sul crinale della guerra civile a bassa intensità.
La via giustizialista al potere, espressione legale dello stesso sentimento giacobino che anima i vecchi e nuovi brigatisti, nelle forme sbracate e parafasciste del Dipietrismo o in quelle auguste e pensose di certi costituzionalisti di laicissima compunzione, è stato il patto col diavolo che Mefistofele-Violante ha offerto alla classe politica postcomunista, che ha lucrato un altro dorato ventennio di vita a sbafo: ora la cambiale sta per scadere. E si mostra con la faccia plebea dei militanti della periferia suburbana e l’urlo belluino dei terroristi con la stella a cinque punte, i figli bastardi concepiti nella lussuria della doppiezza ideologica che gli eredi di Togliatti non hanno voluto mai riconoscere.





