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Ciò che Galli della Loggia ha capito soltanto adesso
Dopo aver a lungo e con studio segato il ramo sul quale sedeva, il “Corriere della Sera”, per salvare se stesso e l’Italia dal radicalismo, e riportare tutti alla ragionevolezza, comincia a sperare nelle disprezzatissime truppe del Caimano, abbandonando alla sua sorte l’utile idiota Monti, lo statista che non capì un bel nulla. Il Corrierione e Montezemolo invece hanno capito tutto. Adesso. Illuminato dall’esito delle elezioni, Galli della Loggia ha capito meglio ancora di loro.
Un’oligarchia, quella del Centro, che ha dato la misura della sua mancanza di sintonia rispetto alla condizione politica reale del Paese quando ha deciso, segnando così la propria sconfitta, di contrapporsi frontalmente e sprezzantemente all’elettorato che fino ad allora era stato della Destra. Come si è visto allorché Monti si è rifiutato di prestare il benché minimo ascolto all’invito di essere il «federatore dei moderati» rivoltogli da Berlusconi: nonostante fosse ovvio che l’elettorato della Destra costituiva l’unico elettorato dove il Centro avrebbe potuto ottenere il consenso di cui andava in cerca. Perché questo errore? Forse per l’influenza dell’onorevole Casini e del cattolicesimo politico più sprovveduto, mai rassegnatosi al bipolarismo e invece sempre vagheggiante un’illusoria collocazione al di là della Destra e della Sinistra? No, non credo per questo; anche se certamente tutto questo ha contato. Sono invece convinto che nel paralizzare qualunque interlocuzione con il popolo della Destra da parte di Monti e dei suoi, nel far loro escludere qualunque approccio meno che ostile in quella direzione, ha contato molto di più quella sorta di generico interdetto sociale che da sempre la Sinistra si mostra capace di esercitare nei confronti della Destra stessa: in modo specialissimo da quando a destra c’è Berlusconi. È l’interdetto che si nutre dell’idea che la Destra costituisca la parte impresentabile del Paese, il lato negativo della sua storia. (…) La borghesia che conta, il grande notabilato di ogni genere, l’alto clero in carriera, insomma l’élite italiana, ha profondamente introiettato questo stereotipo (che come tutti gli stereotipi ha naturalmente anche qualcosa di vero). Uno stereotipo tanto più potente perché in sostanza pre-politico, attinente al bon ton civil-culturale. Con la Destra dunque l’élite italiana non vuole avere nulla a che fare: per paura di contaminarsi ma soprattutto per paura di entrare nel mirino dell’interdizione della Sinistra. Cioè di farsi la fama di nemica del progresso, di non essere più invitata nei salotti televisivi de La7, a Cernobbio o al Ninfeo di Valle Giulia; di diventare «impresentabile» (oltre che, assai più prosaicamente, per paura degli scheletri negli armadi, che non le mancano…). [Ernesto Galli della Loggia, perle scelte da “Ciò che il centro non ha capito”, Corriere della Sera, 24 marzo 2013]
Sono completamente d’accordo più che a meta col mister. Infatti queste parole mi sembrano riecheggiare non poco le solite fisime anti-bolsceviche di Zamax, tipo quelle espresse prima delle elezioni qui e qui:
[Monti può] Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. (…) Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica». Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. (…)
L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. (…) E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. (…) Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. (…) Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa.
P.S. – EGdL più di sei anni fa la pensava diversamente: allora la colpa era della destra che non se l’intendeva con le élite, ora è colpa delle élite che disdegnano la destra…
P.S. 2 – Grazie a Vincenzillo, abbiamo scoperto cosa pensava EGdL prima delle elezioni, in particolare sulla strategia del Centro:
C’è un ultimo enorme favore elettorale che si può fare a Berlusconi: quello di concedergli l’esclusiva della contrapposizione alla Sinistra (che per lui vuol dire giocare la carta dell’anticomunismo). Una contrapposizione, come si sa, che ha tuttora buoni motivi, ma che in Italia ha soprattutto una grande storia alle spalle e anche perciò un grande richiamo. Non fare questo favore a Berlusconi è affare del Centro, evidentemente. E dovrebbe essere un affare ovvio, mi pare: se il Centro non è contro la Sinistra oltre che contro la Destra, infatti, che razza di Centro è mai?
Al post-elezioni l’ardua sentenza.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (108)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
MARIO MONTI 07/01/2013 Non credo sia stato un parto difficile. La scelta di “Scelta Civica” quale nome per la lista montiana alla Camera obbedisce in tutto e per tutto alla filosofia politica del centrismo italiano: non avere una sola idea, e cantare in coro …ma con ritegno. Marciando sotto la bandiera della “Scelta Civica”, anche voi, infatti, vi lusingate di appartenere a quella scelta società chiamata società civile: a connotarvi come “moderati” c’è solo la scelta, alquanto moscia, dei termini. Sotto altri lidi politici la stessa scelta assume denominazioni diverse. I più esaltati fra i migliori marciano, anzi, già combattono sotto la bandiera della “Rivoluzione Civile”: non disprezzateli troppo, perché in fondo, e in parte, sono vostri fratelli.
IL PARTITO DEMOCRATICO 08/01/2013 Dopo aver arruolato uno degli editorialisti di punta della gazzetta più importante dell’establishment, Massimo Mucchetti, il Partito Democratico di Bersani ha assoldato anche l’ex direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli. Per quest’ultimo il Pd, col sostegno dato al governo Monti, ha dimostrato di essere «un partito solidamente ancorato all’Europa». Può darsi. Solo che scegliendo poi Mucchetti e Galli ha dimostrato proprio il contrario. Infatti, quale altra tranquilla forza socialdemocratica europea, che non si sentisse in bisogno di dimostrare alcunché a nessuno, e alla quale fosse rimasto ancora un minimo di senso del ridicolo, avrebbe fatto lo stesso tipo di scelta nel suo progredito paese? E perché queste cose strabilianti accadono solo in Italia? E perché passano quasi per normali?
PIER FERDINANDO CASINI 09/01/2013 In Italia, guarda un po’, esiste un elettorato conservatore, coi suoi pregi e i suoi difetti. La forza e la longevità del berlusconismo stanno nel solo fatto di rappresentarlo. Quest’aquila della politica italiana invece pensava di liquidare il berlusconismo senza occuparne lo spazio politico. Né lui né Monti né gli altri bamboccioni centristi hanno avuto il coraggio di varcare il Rubicone. Risultato: il Berlusca non è morto; il Pdl non è morto; la coalizione berlusconiana in un amen si è ricostituita quasi per fisiologica necessità, con grande scorno della sinistra, del centro e dei militanti leghisti più cretini; e viaggia al momento, a dar retta ai sondaggi, con un trenta per cento circa di consensi che ha tutte le possibilità di crescere a vista d’occhio grazie alla diserzione centrista. E questo perché l’elettore, che non è scemo, in primo luogo non vuole perdere; in secondo luogo vota per un possibile vincitore che a suo giudizio costituisca il male minore; e solo in terzo luogo vota con qualche fondata fiducia per un partito o un candidato. A dispetto delle apparenze questo sano realismo politico è l’esatto contrario dell’antipolitica. Ciononostante per Pier Ferdinando quello tra Pdl e Lega «è l’accordo della disperazione». Anzi, il leader dell’Udc confida nella superiore intelligenza degli elettori di Pdl e Lega rispetto a quella dei loro capi, senza neanche sospettare che anche i suoi elettori ne hanno una.
GIANCARLO GENTILINI 10/01/2013 Anche lo sceriffo di Treviso è tra i quei poveri allocchi di leghisti rimasti di stucco davanti all’accordo tra Maroni e Berlusconi. A “La Zanzara” su Radio 24 si è sfogato così: «I militanti sono furibondi, la base non sapeva nulla di questo accordo tra il Pdl e la Lega. E’ quasi un anno e mezzo che diciamo “basta Berlusconi” e ora riappare dalle brume della palude. Cosa raccontiamo ai leghisti adesso?» Ma niente, sapevano già tutto prima. Se l’aspettavano. Anzi – te lo dico in un orecchio, sceriffo – la maggioranza se lo augurava. E in cuor tuo, sceriffo, lo sapevi pure tu. L’accordo significa solo che per voi, i capintesta, i “militanti”, la piccola “base” rumorosa, il tempo delle spacconate e delle allegre bevute, dei bluff e delle recite, il tempo delle vacanze insomma, è finito.
ERIC SCHMIDT 11/01/2013 Missione umanitaria per il presidente di Google, che insieme all’ex governatore del New Mexico Bill Richardson si è recato in Corea del Nord allo scopo di favorire la soluzione del caso Pae Jun-Ho, cittadino statunitense di origine coreana in prigione nel paese asiatico con l’accusa di spionaggio. Sembra che la missione di Schmidt abbia fatto un bel buco nell’acqua: il leader nord-coreano Kim Jong-un non si è fatto vedere, mentre Pae Jun-Ho non gliel’hanno proprio fatto vedere. Al governo marxiano di Pyongyang Schmidt ha fatto discorsi da marziano: lo ha sollecitato «a decidere una moratoria sui missili balistici e su eventuali test nucleari» e «allo sviluppo dell’uso di internet», senza il quale il paese è destinato ad isolarsi, a rimanere indietro, a non crescere economicamente. E’ una fortuna che il popolo disgraziato di questo sciagurato paese non abbia potuto ascoltare i propositi del presidente di Google. Abituato a sognare ogni notte l’acqua corrente, l’elettricità, il riscaldamento, un solo pugno di riso al giorno, ma sicuro, sarebbe rimasto annichilito dalla scoperta della siderale distanza che lo separa dai vanesi e ricchi operatori di pace dell’Occidente.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (106)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
EUGENIO SCALFARI 24/12/2012 Ieri sono andato a zonzo in libreria. Ad un certo punto mi sono imbattuto nel filosofo Scalfari, inscatolato dentro un poderoso Meridiano, privilegio fino a qualche anno fa riservato solo ai morti, forse per l’effetto cimiteriale che questi lussuosi breviari fanno in mezzo a tanti variopinti tascabili. “La passione dell’etica. Scritti 1963-2012” recitava l’epitaffio. Nella sua frivolezza mi sembra perfetto. Infatti a nessun filosofo, idraulico o spazzino verrebbe mai in mente di declassare a “passione” un’attività naturale nell’uomo come respirare. Ad uno che ha bisogno di ostentarla come attività singolare e meritoria, che rompe i marroni da decenni con le sue prediche, che ha il vizio di condannare piuttosto i peccatori che il peccato, sì.
P.S. L’idea della “tumulazione” in un Meridiano è dello scrittore Massimiliano Parente. Io ci ho ricamato sopra.
MARIO MONTI 26/12/2012 A Nichi Vendola, che lo aveva definito un “liberale conservatore”, Monti avrebbe potuto rispondere rivendicando orgogliosamente il proprio liberal-conservatorismo, ispirandosi alle parole pronunciate da Cavour in parlamento nell’aprile del 1851: «Io spero con queste considerazioni che essi si convinceranno che se la politica del Ministero è francamente e schiettamente liberale, essa è pure conservatrice; conservatrice non già della parte fradicia dell’edifizio sociale, ma bensì dei principi fondamentali sopra i quali la società e le libere nostre istituzioni riposano.» Ma Monti è un pavido figlio dell’Italietta repubblicana e del suo bigottismo. Certe etichette non le può accettare: «Il presidente Vendola, che è sempre una persona che si ascolta con interesse, ha detto di me che sono un liberale conservatore. Liberale sì, conservatore sotto molto profili è Vendola. Nell’Agenda Monti c’è molto pink e molto green.», ha detto sfoggiando il suo rachitico humor da secchione, noto per strappare gridolini d’ammirazione alle olgettine della grande stampa. Per definire in due parole il suo programma ha preferito invece ispirarsi a un editoriale dell’Economist, parlando di «vero progressismo», a dimostrazione che in Italia l’unico linguaggio politico ad avere cittadinanza è quello della sinistra. In attesa di sapere cosa ne pensino gli alti papaveri del popolarismo europeo delle stravaganze lessicali del loro campione cisalpino, visto che siamo a Natale formuliamo un auspicio: che si apra una nuova era, che dal Vecchio Testamento si passi al Nuovo, e che anche da noi si cominci a parlare finalmente come Dio comanda.
MARCO PANNELLA 27/12/2012 A ottantadue anni è ancora una forza della natura. Appena finito l’ultimo sciopero della fame e della sete, con le cronache che lo davano per moribondo, si è fiondato in visita al carcere di Pistoia dove ha trascorso tre ore. Gagliardissimo, gigione, Giacinto nacque per calcare le orme di un Pantagruel o di un Gargantua. E tuttavia, senza un colpo di genio, il marcantonio nostrano rischiava di passare alla storia al massimo come un oscuro epigono di quei due eroi. Per raggiungere la fama decise allora di dedicarsi ai digiuni. Lo fece obbedendo alla propria natura. I digiuni pannelliani sono perciò fratelli dei pranzi pantagruelici: ne hanno la smodata, circense convivialità. Mi sa però che stavolta l’ultimo strapazzo stava per mandarlo in malora per davvero. Finita la visita, uscendo dal carcere di Pistoia ha detto: «La notte scorsa ho sospeso lo sciopero della fame e della sete, ricomincio a mangiare, ma sono pronto a riprendere lo sciopero se lo Stato non esce dalla flagranza criminale», e fin qui nulla da dire: è la solita sparata pannelliana, “flagranza” compresa; ma poi ha precisato: «flagranza criminale peggiore, credetemi, dello stato fascista, nazista e totalitario comunista.» E qui i casi sono due: 1) o Giacinto per festeggiare la fine dello sciopero si è fatto una bella bevuta; 2) oppure è senz’altro il caso che si rifocilli e che riposi tranquillo per almeno un paio di settimane.
L’OSSERVATORE ROMANO 28/12/2012 L’avevamo capito tutti, ma L’Osservatore Romano ha voluto spiegarcelo lo stesso: il “salire in politica” di Mario Monti è «un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune». Questa trovata del piffero serve appunto a veicolare l’idea di una politica “alta” e a promuovere chi la propina. Non capiamo però dove sia la novità. Anche senza risalire o ridiscendere la storia per secoli, e senza allontanarci dalla patria, dalla berlingueriana questione morale alla prodiana serietà al governo, dalla bella politica alla buona politica, dalla politica buona alla politica pulita, questa ostentazione di probità è da decenni la cifra del fariseismo politico italiano. Ed è per questo che da noi milioni di imbecilli passano il tempo a puntare il dito contro pubblicani, ladri e prostitute.
Monti e Berlusconi: la posta in gioco
L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. Il solito piatto di lenticchie che i moderati perbenisti offrono all’elettorato conservatore italiano. Con tanti saluti alle agende virtuose, sulle quali peraltro ci sarebbe moltissimo da dire. E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce e legittima la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. I nodi stanno venendo al pettine. E le forze che si muovono rischiano di essere, per fortuna, più forti dei protagonisti. Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. In quel caso Berlusconi gli garantirà piena collaborazione. I montiani del centrodestra non possono pretendere il rinnegamento del berlusconismo, gli anti-montiani devono capire che attraverso Monti il berlusconismo sarà ufficialmente legittimato. Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa. In quel caso il passo indietro di Berlusconi sarà la vittoria storica del berlusconismo. E’ sarà la fine del lungo ricatto che ha irretito l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, e che già aveva traballato paurosamente dopo la vittoria berlusconiana del 2008.
P.S. A proposito della proposta (non nuova) fatta ieri da Berlusconi a Monti di guidare tutti i moderati (quel tutti cambia tutto), a tutte quelle pecore che in gregge belano di “voltafaccia”, posso dire che al momento della rottura, qualche giorno fa, avevo lasciato intendere che in realtà la porta a Monti non era stata chiusa del tutto?
La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.
Bersani il populista
«Proprio perché Monti può essere ancora utile, sarebbe meglio che restasse fuori dalla contesa», ha detto l’altro giorno Bersani. Non è la prima volta che nei confronti di Monti usa un linguaggio da bulletto, da padrone che non deve alzare la voce per farsi obbedire, un linguaggio da bolscevico insomma, ma chissà perché Monti non se ne adonta mai, né la grande stampa censura il segretario PD, come invece fa con implacabile e farisaica seriosità coi cialtroni di «destra» quando mettono il Salvatore in questione. Eppure mai come nell’anno del Monte Bersani (e i suoi luogotenenti) e Berlusconi sono apparsi così vicini sui temi della politica economica e dell’Europa. Infatti penso che il grande Silvio – al quale in questo momento difficile voglio ribadire un sostegno degno di uno che appartiene con pieno merito alla nobile schiatta dei suoi servi e lacchè – penso che il magnifico Silvio, dunque, su queste materie abbia detto un sacco di corbellerie. Comunque, leggete sotto e trovate un po’ la differenza:
«Adesso bisogna che l’Europa agisca collettivamente: l’Italia non affonderà l’Europa, ma sia chiaro che l’Europa di Merkel e Sarkozy non può farci affondare tutti». Lo dice Pier Luigi Bersani a Sky Tg24. «Noi dobbiamo avere una posizione nazionale in Europa e dire che noi siamo pronti a fare riforme, andremo avanti nel cambiamento, ma noi manovre non ne facciamo più perché non si può chiedere di più a un Paese che raggiunge il 5 per cento di avanzo primario l’anno». (www.adnkronos.com/ign 3 gennaio 2012)
«Di questo passo, quindi, rischia perfino la Germania. Si dia qualche regolata, allora, in modo tale che, quando si arriva ai vertici, si arrivi a qualche decisione». Trilaterale Monti, Merkel, Sarkozy; Eurogruppo; Consiglio europeo. Di qui alla fine di gennaio sono molte le occasioni per “stringere”. E Berlino «deve mollare, deve dare una mano a fare girare un po’ d’economia se non vuole che vada sotto anche lei». E deve sconfiggere quel pregiudizio che circola nella sua opinione pubblica. «Loro che con l’euro altroché se ci hanno guadagnato; sono convinti invece che ci hanno rimesso», commenta Bersani. (www.unità.it, 8 gennaio 2012)
Pier Luigi Bersani cosa vorrebbe che il premier Monti dicesse ad Angela Merkel, in visita a Roma? «Con la diplomazia e con il buon inglese del nostro presidente del consiglio vorrei che si lanciasse un messaggio garbato ma comprensibile: condividiamo un’esigenza di rigore ma se facciamo solo rigore andiamo contro un muro. Direi alla Merkel che l’idea che ognuno si salva da solo non è vera, non è stata vera neanche per la Germania perché l’euro nacque dal dopo Muro, in un patto non solo economico ma strategico e politico. Quel patto prevedeva l’unificazione e la moneta comune, per noi il patto è ancora quello» (www.unita.it, 16 febbraio 2012)
«Non so quanto ci sia di tattico, certo è una posizione negativa quella della cancelliera Merkel sugli eurobond. Non sono i soli strumenti a disposizione ma serve uno strumento per mutualizzare il debito altrimenti difficilmente possiamo affrontare il futuro». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, a margine della scuola di formazione politica del Pd. «La posizione della Merkel non è quella dell’Spd e mi auguro che dal Governo italiano arrivi una parola forte perché se continuiamo così sono guai». (www.unita.it 11 maggio 2012)
«Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli che ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare. (…) È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro. (…) Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.» (www.huffingtonpost.it, intervista a Stefano Fassina, 10 dicembre 2012)
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (103)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
IL CORRIERE DELLA SERA 03/12/2012 Tra le più gravose incombenze del presidente della repubblica italiana vi è l’obbligo non scritto di presenziare alla prima della Scala. Mettiamo, com’è statisticamente probabile – oltre che lecito, chiariamo subito, prima che qualche pazzerellone di magistrato si metta strane idee in testa – che a questo benedetto uomo, solitamente in età veneranda e degna quindi dei più delicati riguardi, la musica «classica» non dica un bel nulla; che l’opera gli piaccia ancor meno; che la «gesamtkunstwerk» gli appesantisca la digestione e gli annebbi la vista ancor prima che la musica gli giunga all’orecchio; che questa musica cosmica e caliginosa se la intenda un po’ troppo con infinite indefinitezze; be’, allora capite come una prima wagneriana possa essere un martirio per il primo cittadino della penisola. Il vecchietto verrà fuori dal supplizio con la faccia composta e funebre di chi ha assistito con pazienza a ore di liturgie religiose a lui straniere o indifferenti, nella quale i media compiacenti vorranno leggere la pudica ma piena consapevolezza di chi ha gustato voluttuosamente tutte quante le cinquanta sfumature dell’evento. Con questo non intendo affatto stroncare Wagner, la cui musica suona al mio orecchio tanto sottile quanto monotona: un grandioso luogo comune, a volte però sublime; o dire che Napolitano sia fuggito dal “Lohengrin” per paura di una rottura di palle colossale e pericolosa per la sua salute, anche se, come ha scritto al maestro Barenboim, ricorda «ancora con emozione di aver assistito alla rappresentazione del Lohengrin la sera del 7 dicembre 1981, in un magnifico Teatro La Scala nel quale sedeva, in platea, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini», il qual vivo ricordo in effetti potrebbe indurre i maliziosi a pensar male… No, Napolitano è pienamente giustificato dal fatto che la prima – anche questo ha scritto al maestro Barenboim - «cade quest’anno in un momento cruciale, dal punto di vista degli impegni istituzionali che mi trattengono a Roma, per l’avvicinarsi delle scadenze conclusive della legislatura parlamentare e del mio mandato presidenziale.» Voglio solo dire che è non il caso di esagerare con le spiegazioni, o con le scuse, nemmeno da parte di chi vuole confutare la demenziale ipotesi di una protesta «patriottica» e «verdiana» nei confronti di una prima «tedesca». E all’uopo ci informa, come fa il Corriere della Sera con zelo straordinario, che il presidente terrebbe sulla sua scrivania il libro “Wagner in Italia». Addirittura. E adesso, poveruomo? Gli toccherà pure leggerlo?
EMILIO FEDE 04/12/2012 Chissà cosa si sarà detto l’avvocato Niccolò Ghedini quando l’intristito Emilio di questi tempi, rispondendo alle sue domande durante l’ultima udienza del “processo Ruby”, ha affermato che la più famosa delle nipoti di Mubarak, alle mille e una notte di Arcore, mentre si esibiva nella danza del ventre «faceva le bollicine masticando la gomma»… proprio come una mocciosa quindicenne! Immagino che l’avrà fatto in dialetto veneto, per non rischiare di tradirsi. Ma dal nostro punto di vista questo è niente. Anzi, la Ruby-Scheherazade-Lolita danzante bubblegum in bocca ci sembra fin qui uno dei vertici artistici della brillantissima farsa in scena a Milano. Ci disturba assai, invece, che l’inacidito Emilio di questi tempi abbia fatto di tutto per guastarlo, questo capolavoro, con delle parole tremende indirizzate alla Perla del Marocco, parole che faccio fatica a scrivere, ma che per dovere di cronaca qui riporto: «Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore…», ha detto lo stordito Emilio di una bella ragazzona che «a prima vista certamente non mi sembrava minorenne».
ZUCCHERO 05/12/2012 Il paradiso comunista esiste. E’ l’Italia. Nel senso che per i comunisti il nostro è sempre stato il paese della cuccagna. Scampato ai paradisi del socialismo reale, e lungi dall’essere perseguitato da tutta la teoria di regimi corrotti e cripto-fascisti susseguitisi dalla fine della seconda guerra mondiale, il comunista è stato il figlio prediletto della nostra società, figuriamoci di quella scelta società chiamata società civile. Fin da piccolo allenato a dire con una certa protervia corbellerie colossali, opportunista per natura, malato di protagonismo, abituato a chiedere abiure senza abiurare mai, è arrivato spesso alla tarda maturità senza provare il minimo rimorso per un passato nel migliore dei casi da perfetto imbecille. In questo caso malaugurato, il peggio che verosimilmente gli potrà capitare sarà di passare per eccentrico. Il nostro Zucchero, per esempio, con Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha usato il lessico degli anni formidabili: «Quando eravamo all’università e eravamo giovani e belli, vivevamo l’epica della Rivoluzione Cubana, con Fidel e con il Che, che era già un simbolo, e Camilo Cienfuegos: ammiravamo la resistenza e la dignità del popolo cubano». Ma se fossi in lui starei più attento, perché ormai anche a Cuba il socialismo reale sta per tirare le cuoia, e i compagni più svegli si stanno perciò attrezzando, facendo gli occhi dolci ai blogger più à la page della dissidenza. Vedrai, Sugar, quando il regime – che per le narici della nostra sinistra migliore già puzza di populismo berlusconoide – cadrà sarà il loro trionfo. E loro, lo sai, non perdonano.
JOVANOTTI 06/12/2012 E’ uscito in libreria “Italia loves Emilia-Il libro”, sul concerto pro-terremotati di Campovolo. La Stampa.it ne ha anticipato un brano firmato da Lorenzo, che ricorda in tutto e per tutto il birignao mezzo furbo, mezzo insulso, sempre aggiornato e ma-anchista delle sue nenie. Lui, bisogna dirlo, è un fenomeno che con spietata coerenza in un quarto di secolo di carriera non è riuscito a scrivere un motivetto accattivante che sia uno. Almeno io non ne ricordo uno. Cosa che invece mi capita per Nicola di Bari o Marcella Bella, tanto per citare artisti di classe non oltraggiosamente superiore alla sua. Ma Lorenzo non è mediocre: semplicemente non ama la musica. E’ un collezionista di suggestioni modaiole finto-acculturate che poi sparge sulla pizza sonora che lo accompagna dagli esordi: Jovanotti alle quattro stagioni, Jovanotti ai quattro formaggi, Jovanotti alla rucola, Jovanotti al salamino piccante, scegliete il trancio che più vi piace. Di conseguenza a Campovolo l’atmosfera era fantastica; le persone belle, anzi bellissime; la responsabilità grande; la soddisfazione puntualmente pazzesca; la musica un corto circuito indescrivibile, che serve ad immaginare il mondo; una grande forza costruttiva e positiva per reagire alla forza della natura; una grande forza come quella che lo ha portato a Campovolo, la solidarietà: «una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno, è un documento di valore altissimo». Questo perché siamo nel 2012, e l’ingrediente «Costituzione» va per la maggiore tra i bigotti.
MARIO MONTI 08/12/2012 Considero l’astensione del Pdl sul Decreto Sviluppo e la candidatura del Berlusca due errori commessi nel momento sbagliato. Si poteva fare molto meglio. Ma ha vinto ancora una volta l’isterismo. Un anno di governo dei tecnici ha dimostrato, un passetto alla volta, ma inequivocabilmente, che il «montismo» è stato incapace di ristrutturare la politica italiana coagulando intorno a sé un partito centrista di consistente massa critica; che il Pd, com’era prevedibilissimo, ha giocato cinicamente con Monti al gatto col topo, mandando corposi avvisi attraverso il partito di lotta non appena il governo mostrava di fare qualcosa di serio, e riservandosi attraverso il partito di governo seriose assunzioni di responsabilità per tutto il resto della politica di galleggiamento finanziario; che al Pd non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di abbandonare il presidio politico della sinistra verace per consegnarsi a Monti; che nel mondo reale della politica non c’è un’alternativa alla sinistra che non sia un centrodestra imperniato sul Pdl e aperto a tutti, per quanto male se la passi la creatura berlusconiana; e che infine il «montismo» può sopravvivere solo se si innesta nel centrodestra ed accetta quindi l’esperienza storica del berlusconismo. Nei prossimi mesi questa realtà si sarebbe chiarita definitivamente agli occhi dell’elettorato «conservatore» e il «giovane» Alfano avrebbe potuto giocarsi le sue carte contro il «vecchio» Bersani. Ma ai giornaloni, ai centristi, ai danarosi futuristi italici i passi indietro del Caimano non sono mai bastati. Schiavi del verbo di sinistra, hanno sempre guardato al Pdl con disprezzo, obbedendo per debolezza intellettuale e per viltà al dogma della «destra populista e inaffidabile», e arrivando perfino a sperare nella «destra» perbene del democratico di sinistra Renzi. Per costoro un Berlusca in panchina non era sufficiente: alla destra si chiedeva la liquidazione, la damnatio memoriae del berlusconismo, l’abiura, la resa. Né Berlusconi, né il Pdl potevano accettarlo. E il filo si è rotto. La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (102)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
LA RIVOLUZIONE EGIZIANA 26/11/2012 Al contrario di quanto si legge e si sente sui fatui media occidentali, la rivoluzione egiziana sta avendo pieno successo. Infatti sta calcando pari pari le orme di quelle del passato. Dopo un prologo “liberale” e conciliante, Morsi, l’uomo forte della setta più forte, ha assunto i pieni poteri grazie ad un decreto costituzionale in base al quale le sue risoluzioni sono “inappellabili e definitive». S’intende che l’ha fatto per difendere la rivoluzione. E s’intende che la natura del decreto è temporanea. Le avanguardie urbane, acculturate e “liberali”, infima minoranza nel paese, e anima della piazza che aveva detronizzato il raiss, gridano al tradimento della rivoluzione e alla lotta contro «il nuovo Mubarak», anche perché la Repubblica Araba d’Egitto durante i trent’anni della presidenza Mubarak non è mai uscita dallo “stato d’emergenza” proclamato dopo l’assassinio del suo predecessore Anwar al-Sadat. Saranno schiacciate, nel nome della rivoluzione, che al potere non prevede dittatori chiamati tali solo al momento della loro caduta, come il “moderato” Mubarak.
BERLUSCONI, NAPOLITANO & MONTI 27/11/2012 E’ vero che è difficile far cambiare idea ad un vecchietto, ma francamente speravo meglio. Silvio in economia è sempre fermo all’equazione + consumi = + produzione = il paese della cuccagna. Sentitelo ieri al telefono con Belpietro: «Le politiche recessive hanno portato alla contrazione consumi, e quindi a rallentare la produzione, al licenziamento del personale e alla chiusura delle aziende. Le imprese non fanno più pubblicità e quindi non stimolano più gli acquisti.» Eppure tra lo scialacquatore e il risparmiatore i saggi reggitori della cosa pubblica hanno sempre preferito il secondo o no? Ed infatti un’economia sana ha un suo ritmo naturale, e non ha bisogno di forzature. L’allegro consumismo invocato da Silvio è invece una specie di surrogato dell’allegro welfare: sono ambedue fondati sui debiti, e sull’interventismo statale, palese o nascosto. Gli ha risposto quasi in contemporanea il presidente della repubblica, capace di drizzare la schiena pur di fare un dispetto al Berlusca: «Sappiamo benissimo che la riduzione del deficit e del debito attraverso misure di sensibile diminuzione della spesa pubblica produce effetti recessivi. Ma a scelte di quel genere non si può sfuggire, se non vogliamo che l’Italia sia spinta di nuovo sull’orlo di una crisi disastrosa del debito sovrano, e quindi della sostenibilità dei conti pubblici.» Questo infatti mi parrebbe un discorso abbastanza sensato. Se a farlo non fosse il gran protettore del governo Monti, che in fatto di finanze pubbliche ha adottato la politica dei saldi contabili a forza di balzelli e gabelle varie, non certo quella della scure. Il quale Monti, nello stesso giorno, dimostra pure lui di essere bravo a menar il can per l’aia dichiarando con forbita demagogia: «siamo andati ai margini dell’infrazione della privacy, ma a livello fiscale siamo in uno stato di guerra ed è impossibile una pace tra cittadini e Stato se non viene ruvidamente contrastato il fenomeno dell’evasione». E allora diciamola evangelicamente: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un politico prenda il toro per le corna. Quello che è terrificante è che il resto della ciurma, azzeratori compresi, è ancora peggio.
MATTEO RENZI 28/11/2012 «A quel privato si è concesso troppo in nome dell’amicizia con politici di vario genere, soprattutto di Forza Italia. La famiglia Riva non è stata costretta a risanare l’area.» Tempo di ballottaggi ed il nuovo comincia a dar segni d’invecchiamento, tanto da scoprire perfino l’antiberlusconismo. La frecciatina è proprio tirata per i capelli, e scarsissimamente elegante, vista la serissima faccenda. Si vede che lo spigliato Matteo a certe canagliate non è ancora abituato. Un’anima servile sarebbe stata più accorta. Lo noteranno per primi, con qualche compiacimento, quei maldicenti usi a chiamarlo «berluschino».
MARGHERITA HACK 29/11/2012 L’astrofisica comunista alle primarie della sinistra parteggiava naturalmente per Vendola, che comunista è ancora per metà. Al primo turno delle primarie tuttavia non ha fatto in tempo a votare, perché era via. Ma ha annunciato che al secondo turno si presenterà ai seggi con la giustificazione in tasca per votare il nuovo, cioè Renzi. Non solo. Ha anche detto di sperare in un Monti-bis. E’ molto bello vedere una signora novantenne folleggiare tra lo sconcerto dei militanti. Un’allure così dadaista, ma così incantevole, se la può permettere solo una ragazzetta fresca fresca. Sia detto a lode del dottore che qualche mese fa, con grande perspicacia, le negò il rinnovo della patente.
FRANCESCO AMATO 30/11/2012 E’ uscito ieri nelle sale cinematografiche l’ultimo film di Francesco Amato, “Cosimo e Nicole”, già premiato al Festival Internazionale del Film di Roma. E’ la storia d’amore di due ragazzi, lui italiano, lei francese, che s’incontrano – ma guarda un po’ – al G8 di Genova, «il momento più emotivo e ad alta temperatura per una generazione». Be’, può essere. Ogni migliore generazione, sull’esempio dei migliori padri, ha la sua resistenza da celebrare, di volta in volta più ridicola. L’importante è incensarla, tenerla viva, proiettarla nel mito, per incensarsi, sentirsi vivi e diventare mitici. E farla da padroni. Il G8 di Genova fu un miracolo del Berlusca. Col governo del Caimano appena insediato, esserci divenne una tentazione irresistibile per migliaia di pecore, che pregustavano una gloria facile e le gioie future di un reducismo da rimbambiti. Infatti in questa guerra non subirono perdite. Ci fu un morto, ma fu un caso disgraziato. In compenso gli squadroni dei teppisti si divertirono un mondo a distruggere tutto quello che capitava sotto le loro mani. Poi ci furono i fatti della Diaz, in un primo tempo trascurati, che non lasciarono sul campo nessuna vittima, ma che poi, in mancanza di meglio, passarono alla storia col nome stravagante di «massacro». Una storia piccina per gente piccina. Come l’artista che invece di infischiarsene di tutto e tutti paga il suo miserabile e inutile tributo al credo bislacco di un esercito di vezzeggiati piagnoni in carriera.
E allora ricapitoliamo
RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.
BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.
IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.
MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.
BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.
GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (81)
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FEMEN 03/07/2012 Le fonti antiche sono discordi, ma quel che è certo è che le Amazzoni avevano un rapporto in qualche modo speciale con le loro tette; e che venivano dalla Scizia, l’odierna Ucraina. Non è assolutamente un caso, quindi, che il movimento Femen sia sorto sulle terre bagnate dal Dnepr. Peccato che le cosacche abbiano perso quel tocco selvatico che all’inizio delle loro imprese ispirava simpatia. Adottate dalla parte più fatua dell’opinione pubblica occidentale, sono diventate una multinazionale, il cui scopo è esserci, sempre e comunque, da qualunque parte e per qualsiasi nobile, democratico e noiosissimo motivo. Ieri giocavano in casa, davanti allo stadio di Kiev, per protestare contro la presenza del ducetto bielorusso Lukashenko, armate di manganelli solo per rendere più pittoresca e sapiente la pantomima inscenata da cinque ragazze, ognuna fornita di quella figura smilza e flessuosa che la natura distribuisce indistintamente, con democratica generosità, a tutte le femmine del creato, intorno ad una cicciona imponente nelle vesti poppute, oscene e mezzo hitleriane del dittatore. A completare la sceneggiata sono arrivati loro, i poveri poliziotti, i figli del popolo di pasoliniana memoria, rassegnati a recitare in mondovisione la parte dei bruti, o meglio, dei coglioni, senza neanche poter togliersi la soddisfazione di torcere un solo capello – uno solo! - ad una sola – una sola! – di queste bellezze.
RICHARD BRANSON 04/07/2012 Nuova impresa del boss della Virgin: a 61 anni è diventata la persona più anziana ad aver attraversato la Manica in kitesurf. Si capisce che Richard l’ha fatto principalmente non perché gli piaccia il surf, non perché gli piaccia copulare serenamente con Madre Natura e svolazzare tra le onde come un autentico figlio del Pacifico, ma perché c’era un record da battere. Un record della minchia, d’accordo, ma sempre un record. E’ comunque consolante per l’invidioso uomo della strada, diciamo il panzone con la bici da corsa da diecimila euro che mai e poi mai si abbasserà a toccare l’asfalto di una pista ciclabile, scoprire che anche certi miliardari, esattamente come lui, non sappiano divertirsi senza avvelenare il piacere con uno spirito agonistico da babbei.
RICCARDO GARRONE 04/07/2012 Nel calcio l’importante è vincere. Soprattutto in Italia. Da noi chi vince ha sempre ragione. Nel nostro bel paese il giornalista che si occupa di calcio, non credendo a niente e non vedendo niente, sovrabbonda con aria di chi la sa lunga su un mucchio di dettagli del kaiser e si allena quotidianamente a spiegare col senno di poi la sacrosanta giustezza delle vittorie. E delle sconfitte. A parlare sono le sentenze del campo. Questo ridicolo giustizialismo sportivo è in fondo figlio della superstizione: la ragione, e pure il machiavellismo, vorrebbe che ogni tanto si potesse parlare tranquillamente di fortuna, di caso. In Italia non è concesso. Con aria dottorale vincono credenze barbariche, che sono poi sorelle dell’inciviltà sugli spalti e della fiducia nelle proprietà miracolistiche di quel calciomercato il cui chiasso tedioso ci scassa gli orecchi ormai tutto l’anno. Si capisce allora perché questo mondo, quando si prende una vacanza dalla sua meschinità, magari perché il Presidente della Repubblica e pure quello del Consiglio sono andati nel pallone con patriottismo deamicisiano e ci si sente in dovere di seguire un così illustre esempio, tenda a indulgere, a parole, in romanticherie di segno opposto: «Il calcio» ha detto ieri, per esempio, un nuovo grande amico dell’umanità, il presidente della Samp, «è un grande esempio di capacità di integrazione e quindi è palcoscenico educativo e può avere un altissimo valore sociale». A riprova della sua serietà bisogna però dire che, lui, ad un allenatore vincente, che per miracolo gli ha riportato la squadra nella massima serie, ha appena dato il benservito. Bravo. Ma esagerato. Su ragazzi, rilassiamoci: est modus in rebus.
MARIO MONTI 05/07/2012 Non vogliamo mettere in dubbio che l’europeismo sia un nobilissimo sentimento. Ma vorremmo suggerire ai suoi cantori di essere coerenti in tutte le occasioni. Il Presidente del Consiglio, per esempio, s’incontra a Roma con la prima della classe e senza perder tempo si affanna a mettere in chiaro che l’Italia non sta nei banchi dell’ultima fila, quella degli zucconi: «L’Italia non ha bisogno di sostegni e non fa domanda per utilizzare i meccanismi di aiuto esistenti in Ue» dice, «perché fortunatamente non si trova nelle condizioni in cui si trovavano Grecia, Irlanda e Portogallo» Ma bravo! Che stoffa da leader! Primo, è una cosa pochissimo elegante e ben poco assennata politicamente smarcarsi dai confratelli più sfortunati del nostro amato continente, che tanto vogliamo coeso, e solidale, e sostenibile, e magnanimo! Secondo, queste roboanti attestazioni di autosufficienza fanno subito pensare al peggio. E soprattutto terzo – facciamo gli scongiuri – portano sistematicamente jella.
GLI INGLESI 06/07/2012 Ai tempi di Shakespeare i Britons erano ancora un popolo normale. Nella sferica umanità o disumanità dei personaggi creati dal Bardo ancora ci riconosciamo. Poi è successo qualcosa: sono caduti nel puritanesimo, che è una malattia nefanda e terribile. Per non morire puritani senza tornare all’ovile cattolico hanno partorito la democrazia moderna, che ha dato loro la gloria oltre che, s’intende, l’impero. Ma lo sforzo è stato immenso e li ha lasciati umanamente come ingobbiti. Soprattutto in tema di sesso, dove tutti – perfino i giapponesi, il che è tutto dire – li hanno sempre visti strani. Adesso, per esempio, si sono incapricciati in massa di un libraccio che celebra il «sesso estremo» e il sadomasochismo nella relazione fra una studentessa ventunenne ancora vergine (capite bene che nel Regno Unito, più che in tutto il resto del mondo occidentale, questo è un dettaglio piccantissimo nella sua statistica improbabilità) ed un tenebroso ma evidentemente intrigante milionario, alle cui voglie sottomettendosi, perinde ac cadaver, ella troverà infine la felicità. Nel settecento gli inglesi erano andati pazzi per un libro altrettanto disgustoso scritto da Richardson, “Pamela”. E’ la storiaccia pruriginosa di una giovane servetta bella e virtuosa che resiste eroicamente agli assalti del suo torvo padrone, il gentiluomo Mr B, fino a quando egli, estenuato, da tanta virtù sarà conquistato, ed ella, estenuata, in lui scoprirà un certo non so che di affascinante: questo rapporto mostruoso trionferà infine nel vincolo coniugale. Mutatis mutandis, è sempre la stessa storia. La stessa roba. Da malati.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (73)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
ROMANO PRODI 07/05/2012 Il Sole24Ore intervista Romano Prodi, in trasferta in Africa, giacché lui, da quando non è più al timone della penisola, si occupa del mondo. Le chiacchierate col professore hanno di bello che non mettono in soggezione nessuno: vi si ritrovano immancabilmente i ragionamenti del grande mister ma soprattutto del grande uomo. In questa in particolare fa capolino un certo tremontismo da tinello, ossia sempre bislacco ma per niente escatologico, ridotto alle quattro baggianate che hanno conquistato ogni focolare domestico italico, ché sennò Romano non avrebbe nemmeno osato: lui va sempre sul sicuro, anche quando con fare ammiccante, alludendo a ben altri che la sua diritta persona, ricorda la pavidità congenita di Don Abbondio. E’ per questa strada ben lastricata che il professore arriva infine tranquillo tranquillo in porto con la sua proposta per il rilancio dell’Europa, qualcosa di mai sentito: «un patto per la crescita e la finanza», e in particolare un patto per la crescita tra Italia, Spagna e Francia per smuovere la Germania dalla sua cieca autoreferenzialità. Tutti per uno, uno per tutti. La mistica del «patto», sulla cui forza di suggestione politici e sindacalisti italiani tentano ostinatamente di costruire le loro fortune, non prevede dettagli, ragion per cui l’intervista finisce qua. Tanto siamo già da un pezzo fra le braccia di Morfeo.
FRANCESCO PAPAMANOLIS 08/05/2012 Non sembra che la gente greca ce l’avesse troppo con i famigerati grandi partiti negli anni della bonanza ellenica, quando con l’entrata nell’euro cominciò l’era dell’economia drogata dal denaro a buonissimo mercato, l’epoca felice dell’esplosione della spesa pubblica e del posto statale e della pensione baby per tutti. Non potendo essere cretina per definizione una schiatta che diede al mondo Odisseo costante, luminoso, l’eroe dal multiforme ingegno, la verità è che i greci si presero una sbronza, sapendo in cuor loro che la fiesta non poteva durare. Per cui non è affatto bello che un cattolico come il presidente dei vescovi cattolici della Grecia, invece d’impugnare il bastone nodoso della verità, lisci il pelo alla demagogia puntando ora fin troppo comodamente il dito contro i politici: «La gente ha fame», dice Monsignor Papamanolis, «e questo voto rischia di non segnare svolte positive. Gli elettori hanno sfiduciato i due grandi partiti, Nuova Democrazia e Pasok, che per anni hanno governato il Paese portandolo al disastro in cui ci troviamo oggi». Ma soprattutto non è bello che parli di «fame», un flagello terribile di cui ancora si muore per davvero in qualche buco nero del nostro mondo.
MARIO MONTI 09/05/2012 E’ da mesi che il governo Monti non riesce più a combinare nulla, a parte ammonticchiare un balzello dopo l’altro. Lo zoccolo duro – e grosso – della resistenza alle «riforme» e alla potatura dell’apparato pubblico staziona a sinistra, e si muove compatto non appena si accenna a fare sul serio. Da qualche tempo, però, il supertecnico bacchetta Berlusconi e i berlusconiani, quelli sbattuti fuori per far posto a lui, che pure stanno pagando il prezzo più alto del loro «responsabile» sostegno al governo, ingoiando rospi ogni giorno. Mario Monti non è mai stato un leone, e il coniglio che è in lui comincia pian piano a negoziare il suo fallimento con quella sinistra che in Italia ha il monopolio delle panzane durature. Perché non si sa mai. Si accontenterà allora, in caso di esito infausto, di essere accompagnato alla porta sollevato da ogni colpa, il tutto certificato per qualche anno dai manuali di storia della scuola dell’obbligo.
FRANÇOIS HOLLANDE 10/05/2012 Nuovo di zecca, il presidente della Repubblica francese si fa già sentire in Europa: dice chiaro e tondo di non volere un direttorio franco-tedesco. Magnanimo? Manco per sogno: mica si è francesi per nulla. Sarkozy restava disperatamente aggrappato ad un direttorio franco-tedesco dove zampettava da pettoruto bastardino di Frau Merkel al solo scopo di dimostrare che l’Hexagone non è secondo a nessuno. Hollande lo rinnega per lo stesso motivo; per cui il corollario dell’inversione di marcia è questo: cari amici europei, siamo noi, che non siamo secondi a nessuno – ça va sans dire – i leader naturali del fronte anti-tedesco.
CORRADO PASSERA 11/05/2012 Possiamo dirlo? Possiamo dirlo. Siamo qui per spararle grosse. Erano anni che non si vedeva una tale schiappa al governo. Il ministro dello Sviluppo Economico ecc. ecc., che doveva essere il braccio destro del capo, e forse anche il suo braccio violento, passa il tempo a zampettare intorno agli altri ministri e al presidente del consiglio, a girare intorno alle cose, a girarsi i pollici, e ogni tanto butta là la sua frasetta inodore, insapore, temporeggiatrice, come se per la testa non gli passasse non solo un’ideona ma neanche la più pallida ideuzza: il vuoto, dipinto in faccia, nella disperata ricerca di una via d’uscita, che è la sua specialità. Fu co-ammininistratore delegato dell’Olivetti quando alla gloriosa azienda informatica, mezza defunta, si volle, a parole, cercare un futuro nelle telecomunicazioni, grazie alla provvidenziale firmetta all’ultimo secondo di un Ciampi in uscita da Palazzo Chigi, che diede a De Benedetti la vittoria nella gara d’appalto per il secondo gestore della telefonia mobile in Italia. Il futuro doveva chiamarsi Omnitel-Infostrada ma il “gioiello” fu venduto ai tedeschi poco dopo, con guadagni colossali, tanto poco era costato. Fu poi amministratore delegato delle Poste, che lui trasformò in Banca, senza che nessuno ne avvertisse il minimo bisogno, soprattutto quei poveri diavoli, degni di ogni rispetto, che ancora oggi vanno in posta a pagare le bollette sbuffando per mezze ore dietro i clienti della banca, senza sapere chi ringraziare. Ma passò per risanatore. Così arrivò in carrozza ai vertici manageriali di Banca Intesa, a capo cioè di una grande grande grande banca, lavoro che s’addice perfettamente a chi ha l’attitudine a fare il pesce in barile. In sei mesi di governo al nostro è riuscito solo di imparare il politichese, o il sindacalese che dir si voglia. «A rischio la tenuta sociale del paese», ha detto ieri, per esempio, suscitando l’invidia di Casini e Bonanni, che per certe frasi scipite farebbero pazzie.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (72)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
LUCIANO GALLINO 30/04/2012 Nasce a Firenze un nuovo “soggetto politico” della sinistra a sinistra del PD. Si chiama “Alba”, che sta per Alleanza per Lavoro, Beni Comuni, Ambiente. Tra i grossi nomi di Alba troviamo Luciano Gallino, professore emerito all’università di Torino, il quale ha avuto una pensata assai originale: lo stato dovrebbe creare un’Agenzia per l’occupazione in grado di assumere rapidamente almeno – proviamo ad indovinare: un milione di persone? – un milione di persone. Tondo tondo. Le assunzioni dovrebbero essere gestite da Comuni, Regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, unicamente per progetti di pubblica utilità. E’ una boiata pazzesca, solo un pazzo non lo vede, ma il genio sta nella presentazione. Il professore infatti, illuminato dalla potenza di fuoco della Bce, come premessa alla sua boiata pazzesca ha espresso l’opinione che “per creare rapidamente occupazione occorre che lo Stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone”. Lo stato come datore di lavoro di ultima istanza non è ancora lo stato socialista tout-court, ma per darvene un’idea abbastanza rivelatrice, ecco, pensate all’Italia di ieri, di oggi, e, spera Gallino, di domani.
LO STATO PARALLELO 01/05/2012 La malattia viene dal basso, ma gli italiani guardano imbambolati solo alle caste. Come sapete la via generalmente invocata per risolvere un problema particolare è la creazione di una legge ad hoc. E’ un’abitudine da fessi, ma passa per altamente democratica. Una legge per sua natura non dovrebbe mai essere ad hoc, avere caratteri di stabilità, ed essere l’ultima risorsa cui ricorrere, dopo aver scartate tutte le altre. (E’ curioso che lo si noti solo quando la mala pratica viene imputata al Cavaliere, e come in tutti gli altri casi, a fin di bene s’intende, risulti accettabilissima.) Se il problema è più vasto e riguarda un settore dell’economia, della vita pubblica, della società, ecco che a sorvegliare, punire ed indirizzare arriva un dittatorello ad hoc, dall’esotico appellativo di Authority, tirato fuori solo per non farlo rassomigliare troppo ad un podestà fascista. Con tali precedenti non è poi tanto stravagante che per risolvere il problema della governabilità di questo paese si sia fatto appello all’autorità dei Tecnici. I quali ad incidere il bubbone senza avere le spalle coperte da qualche perizia o ordine superiore non ci pensano neanche dopo morti. E’ parso quindi doveroso e oltremodo naturale chiamare in loro soccorso un Supertecnico che li istruisca in merito, un commissario straordinario «per definire il livello di spesa per l’acquisto di beni e servizi», il cui incarico non durerà più di un anno, e che potrebbe essere aiutato da un subcommissario, il quale, pensiamo, curerà l’aspetto più squisitamente tecnico del compito assegnato al Supertecnico. Sarà lui, il subcommissario, l’ultima cuspide di questa mostruosa cattedrale gotica mai finita che ha sepolto la legge sotto la mole di milioni di leggi, la burocrazia sotto la metastasi burocratica, le istituzioni sotto i loro surrogati? Tutta roba, quella sì, da tagliare?
DARIO DI VICO 02/05/2012 «La nomina di Enrico Bondi a supercommissario straordinario [= tre volte commissario: in quanto commissario, in quanto straordinario, in quanto super, N.d.Z.] per la spending review è una mossa che lascia il segno», così scrive l’editorialista del Corrierone. Perché per tagliare i nodi gordiani della spesa serve la spada, e quindi ci vuole un professionista, il migliore sulla piazza. «La scossa del professore», la chiama. Confessiamolo, siamo tutti elettrizzati. Il quesito che si pone è questo: lo hanno mandato avanti, e lui ha obbedito, o crede veramente a quello che ha scritto?
MAURIZIO SACCONI 03/05/2012 Non mancando d’inventiva, e non essendo dei cuor di leone, i nostri politici passano il tempo a rimodulare all’infinito il già detto e il già fatto. L’incubo dell’Imu, per esempio, ha spinto Bersani a rispolverare l’idea della patrimoniale sui «grandi patrimoni», da affiancare all’Imu per «ridistribuire meglio il carico». Anche Vendola ripropone la patrimoniale; l’Imu dovrebbe essere però abolita per la prima casa: «sarebbe una mossa di grande intelligenza e aiuterebbe il Paese a rimettersi in piedi», dice Nichi, e non si capisce se voglia sfottere perfidamente la grande intelligenza del Berlusca. Guardandolo negli occhi, anche in fotografia, lo escluderei. L’ex ministro del welfare ne ha pensata una di ancor migliore: fare dell’Imu sulla prima casa un’imposta straordinaria, una tantum. In effetti, è un momento straordinario. Come nel 1992, esattamente vent’anni fa, al tempo del governo Amato. Anche allora stavamo per crollare. Amato ebbe un’idea straordinaria: l’Isi, l’imposta straordinaria sugli immobili, mandata allo sbaraglio nonostante l’enorme mole di fabbricati non accatastati, e quella non più piccola di fabbricati accatastati ma privi di rendita, perché in Catasto giacevano davvero milioni di pratiche «accatastate», ma non sbrigate. Si andò dunque a braccio nella maggior parte dei casi, con «rendite presunte» dichiarate dai proprietari, che ebbero il buon gusto di non infierire su se stessi. Nonostante ciò, l’oro raccolto abbagliò la classe politica, che nel 1993 la ripropose, pari pari, con un nuovo nome: l’Ici.
FRANÇOIS BAYROU 04/05/2012 La massima soddisfazione dell’alfiere del centrismo politico francese è quella di far conoscere ai compatrioti la sua giudiziosa opinione tra i due turni delle elezioni presidenziali. All’uopo ogni cinque anni si presenta ai nastri di partenza. Nel 2002 lo spareggio era tra Chirac e la sorpresa Le Pen: tra la destra e l’estrema destra scelse la destra. Nel 2007 il duello finale era tra Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy: tra la sinistra e la destra, scelse di non scegliere, ma mise in chiaro che non avrebbe votato per Sarkozy. Nel 2012 si confronteranno Hollande e il presidente uscente Sarkozy: tra la sinistra e la destra questa volta sceglierà apertamente la sinistra e Hollande. In tutto questo percorso io vedo confermata la meravigliosa coerenza del centrista di razza: fare il soprammobile e pendere sempre, misteriosamente, a sinistra.
Di Monti in peggio
Ero contrario alla nascita del governo dei tecnici per due ragioni: la prima è che essa avrebbe di fatto indebolito la fiducia nelle istituzioni democratiche, nonostante tutte le correttezze procedurali possibili, in un momento in cui la democrazia non se la passa tanto bene nel mondo occidentale; la seconda, perché ero convinto che anche il governo dei tecnici si sarebbe impantanato nell’affrontare i nodi delle cosiddette riforme strutturali, dei tagli alla spesa pubblica, della vendita del patrimonio pubblico. Ero contrario alle elezioni perché per l’Italia ribellarsi al commissariamento “europeo” dopo averlo invocato pur di detronizzare Berlusconi avrebbe significato, in un momento di vuoto di potere, un massacro.
Sono anni che critiche sempre meno pudiche ai difetti del sistema democratico vengono mosse da sinistra, almeno da quando è venuto di moda spiegare le sue sconfitte colle derive “populistiche” della democrazia. Sono anni che “valori democratici”, sempre nuovi e sempre più numerosi, vengono capziosamente anteposti all’espressione delle maggioranze degli elettori. Questo lavoro ai fianchi, “antipolitico” nella sostanza, anche se mascherato nei toni, ha trovato alleati in quella stanca aristocrazia industrial-finanziaria che parla attraverso i grandi quotidiani del nord, e che col governo Monti pensava di aver trionfato. Furono in pochi a mettere in guardia contro i pericoli “culturali” di questo felpato colpo di mano, anche tra i “liberal-conservatori”.
Ora a lamentarsi, con molta più veemenza e brutalità di quei pochi, del vulnus democratico costituito dal governo emergenziale-tecnocratico è proprio quella sinistra che molto dibatteva sul “che fare” di fronte ai guasti democratici di un nuovo “populismo” disgraziatamente certificato da regolari elezioni. La retorica della legalità democratica, infatti, è un’arma assai maneggevole in dote a chi vuole distruggere una democrazia: si cavilla sulla forma di questa, pur di negarne la sostanza; se ne nega la sostanza, pur di passare sopra alle forme. Dipende dalla situazione. Mentre gli apprendisti stregoni dei quartieri alti e delle sale ovattate ora temono di dover pagare il prezzo dell’avvitamento rivoluzionario da loro stessi creato: hanno ceduto un pochettino alla piazza, pensando al proprio interesse, pensando di tenerla a bada con un primo tributo. E invece hanno creato un precedente, hanno indicato una via. Di fatto, i partiti umiliati dal commissariamento sono diventati ancor meno popolari di prima, e il governo Monti rischia di affondare con loro. E’ il loro indebolimento che attizza l’odio, non la forza. Che la politica abbia le sue enormi colpe non c’è dubbio. Ma non è stato saggio assecondare le pulsioni antisistema, facendone un capro espiatorio.
A lamentarsi delle malefatte del governo Monti, a denunciarne il vampirismo fiscale, e la deriva verso uno stato di polizia, sono anche molti “liberali” che pure avevano salutato come necessarie le dimissioni di Berlusconi e avevano guardato al governo dei tecnici con qualche speranza. E adesso, accecati dalla delusione, fanno lo stesso errore di prima: sperano che rimuovendo la compagine governativa, azzerando la classe politica, si possa aprire la via ad una nuova era nella quale la laboriosa società civile che tiene in piedi il nostro paese troverà finalmente un’adeguata espressione politica, magari maggioritaria. E’ una patetica illusione: a passeggiare vittoriosa sulle rovine sarebbe invece quella società incivile che da tempo cerca colpevoli, e celebra le sue cacce grosse nei media, e vuole dei repulisti perché quelli del passato non erano veri repulisti. Mentre il presupposto culturale per liberare lo stato dallo statalismo è la guarigione da quest’ansia maligna di rigenerazione, che c’incattivisce.
Il passo indietro, quello vero
E’ ormai chiaro come il governo Monti, nonostante il patriottismo dei media si faccia ancora piacere quasi tutto, cammini a piccolissimi passi nel solco dei governi che l’hanno preceduto, artifici lessicali compresi, come certe ri-regolarizzazioni etichettate col nome di liberalizzazioni. Siccome sono convinto che in una situazione come quella italiana la direzione di marcia sia ancora più importante della portata dei singoli provvedimenti, e che il coacervo corporativo ed il baraccone statalista vadano sgretolati più che abbattuti, il fatto, oltre a non sorprendermi, nemmeno mi spinge a bocciare su tutta la linea la squadra del professore. Fin dal giorno dopo la caduta del precedente governo, avevo scritto che Berlusconi, prevedendo l’impasse di quello d’emergenza e i mal di pancia della sinistra di fronte al minimo passo concreto sulla via delle «riforme», avrebbe cercato di fare del Pdl l’architrave del governo tecnico quando questo, avendo perso il treno rivoluzionario, avesse dovuto mettere radici politiche. Berlusconi, in questa storia sgangherata, è l’unico che abbia agito con coerenza. Il più tenace a resistere all’assedio dei potenti e numerosi patrocinatori del governo tecnico, è stato anche il più lesto ad adattarsi con duttilità e con spirito costruttivo ad un male più inevitabile che necessario, dopo aver perso la battaglia. Ad un cartello elettorale formato dai partiti della grande coalizione che informalmente sostiene Monti il Cavaliere non crede affatto. La velata disponibilità espressa in questi giorni mira solo a sondare il grado di coesione del PD in previsione di una sua possibile spaccatura. Sa che Monti, per quanto poco riesca a fare, e per quanto a rilento vada, è legato ad un’agenda «europea» e non può affondare in quell’assoluto immobilismo che solo potrebbe evitare alla sinistra democratica il braccio di ferro con quella antagonista. E sa che su questa via le lacerazioni a sinistra saranno molto più sanguinose che a destra. Anche se può apparire come una sottile vendetta, la sua strategia è legittima e il suo comportamento lineare. Non è lui che si è cacciato in trappola, caro Bersani.
Ai belli spiriti che con cieca pedanteria, guardando ai “fatti”, sostengono che il governo tecnico qualcosa di più faccia, comunque, rispetto a quello precedente, rispondo che è un progresso che paghiamo con l’arretramento del sentimento democratico e liberale in Italia, e che abbiamo indebolito le nostre basi politico-culturali per un vantaggio dubbio o piccolo. Nel nostro paese la crescita impazzita del debito pubblico non fu causata dalla corruzione, che è una stupidaggine bella e buona, né fu causata solo dalla naturale propensione dell’uomo a credere alla favola del pasto gratis: fu anche il prezzo pagato al radicalismo di massa, a quella palla al piede che è la più grossa espressione di arretratezza politico-culturale del nostro paese, per tenerlo buono in una stagione già martoriata dal terrorismo. Ora facciamo il contrario: per rispondere ai problemi dell’economia nel senso più largo del termine, contraiamo un “debito politico-culturale” di cui già ora cominciamo a pagare gli interessi. La demagogia antiberlusconiana che ha portato alla nascita del governo tecnico non ha aperto nessuna nuova era in Italia. Piuttosto, l’ha ricacciata indietro. La demagogia crea demagogia anche quando è seriosa e misurata nei toni. Avevo avvisato del pericolo di questo schiaffone alla democrazia, che resta uno schiaffone anche se ha tutte le firme e i timbri in regola. Ora ad impadronirsi della protesta «democratica» contro il «regime tecnocratico» non sono le componenti liberali o libertarie ma le componenti più radicali della politica italiana. Le quali si sono ingrossate. Nonostante la mole è il variegato insieme della sinistra antagonista a far sentire il suo peso gravitazionale sul PD, e non il contrario. Dall’altra parte dello spettro politico la Lega ha risentito più forte il richiamo della foresta, e la destra verace ha voglia di tornare pura e dura. Il polo conservatore, cui aveva lavorato il Cavaliere, sta perdendo i pezzi; di quello socialdemocratico, che del primo doveva essere il corollario e che doveva pacificare la sinistra con se stessa e con la storia, non si vede neanche l’ombra. A questo stadio l’Italia prima o poi arriverà, per una specie di necessità fisiologica. Ma intanto rischia di tornare indietro, ai tempi della prima repubblica: con una destra leghista o neo-missina ricacciata nell’angolo; con un radicalismo di massa dominante a sinistra; con un pluri-partito al centro che non sappiamo ancora se per puro caso alle prossime elezioni sarà un pentapartito; e con un elettore «moderato» costretto ancora una volta alla maledizione del «primum vivere». Bel progresso.





