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Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione
Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.
Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.
Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.
Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (2)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
PIERGIORGIO ODIFREDDI 27/12/2010
O Dio, che tristezza questi atei! Che noiosa tristezza! Siccome è un fissato, la vigilia di Natale non resiste alla tentazione di farci gli auguri di Natale con una bella pappardella erudita sui nomi e i simboli della mitologia pagana fatti propri dalla mitologia cristiana. E sulla festa del Sol Invictus, del 25 dicembre, il Natale del Sole, la data del solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano, quando il sole, al suo punto più basso, inizia la sua risalita nel suo moto apparente lungo l’eclittica: promessa di giornate sempre meno buie e sempre più luminose! Altro che il giorno di compleanno del Salvatore!
Te lo dico in un orecchio, caro Piergiorgio: nessun dubbio che forse Gesù, specialista in miracoli, un vero superman, per di più figlio di Dio, alias l’Alfa e l’Omega, oltre che figlio della Vergine, il che non guasta, avesse previsto tutto fin dall’inizio? Pensaci.
RONALDO 28/12/2010
Quello brasiliano. Il fenomeno. Per arginare la sua potenza generatrice si è fatto fare una vasectomia. D’ora in poi il cannone sparerà solo a salve: “basta alla fabbrica dei figli”, ha detto modesto. Però! Una vasectomia… brrr… avrò l’immaginazione fervida, ma a me basta quello spigoloso “ct” nel bel mezzo della parola per scappare a gambe levate davanti a bisturi, rasoi, laser, chirurghi, tagli e resezioni… Io non ce la farei mai. Farei prima a mettere la testa a posto.
MAURIZIO BELPIETRO 29/12/2010
Carissimo, da berlusconiano a berlusconiano. Direi, sempre che non ti sia travagliato completamente, nel qual caso buonanotte, direi dunque, camerata carissimo, che fare il Fatto Quotidiano di destra non significhi per forza farsi una canna ogni santo giorno. Le voci su Fini. Fini ed il falso ma vero attentato. O autoattentato. Fini e l’escort. Vero che se spari ad un uomo morto ad occhio e croce non succede niente. Ma porca miseria, per qual mai imbecillissimo motivo, camerata carissimo, vuoi a tutti i costi risvegliare lo zombie che dormicchia in ognuno di noi?
MASSIMO D’ALEMA 30/12/2010
Nato e cresciuto in una caserma comunista, meravigliosamente confacente alla sua natura, ha sempre avuto nel sangue il senso dell’ordine, delle gerarchie, del silenzio. Il paradiso d’alemiano è un mondo in cui non c’è spazio per bambini sciocchi che diano o chiedano spiegazioni. Ognuno al suo posto, compresi i compagni magistrati. Emotivamente incapace di dibattere e di graduare i giudizi, parla per sentenze. Tagliente, ma senza la minima ironia che non sia maligna. Se ad un tizio coi baffetti conversando con l’ambasciatore americano nel 2007 – l’anno delle intercettazioni delle telefonate fra i compagni Consorte, Fassino e D’Alema in merito a banche da conquistare – scappò di dire “che la magistratura è la più grande minaccia allo stato italiano” quello è lui sputato. Frutto evidente di un fraintendimento, smentisce ora l’interessato con una secca nota scritta. E’ “evidente”, quindi siete pregati di crederci: è un ordine. Ma voi abbiate pietà. Fate finta di niente: ormai è un colonnello in pensione.
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 31/12/2010
Ad immagine e somiglianza del Corrierone ha sempre pontificato incollandosi ai binari del giusto mezzo. Così passa per saggio. Così però non ne ha mai imbroccata una. Per disperazione ci ha regalato un articolo di fine anno intitolato: “Un disperato qualunquismo”. Vi spiego: non avendoci capito un cavolo, anche per lui, come per il più italiota degli intellettuali, l’Italia fa solo schifo.
La bocciatura di D’Alema e la vera anomalia italiana
Spezzaferro D’Alema piegato da una donna. E che donna! Tiriamo veramente un sospiro di sollievo. In un soprassalto di ragionevolezza, e senza dubbio anche per fare un dispetto allo stagionato erotomane che regge i destini italici (la butto lì come àncora di salvezza per i disperati firmaioli di Repubblica) l’Europa ha scelto una Mrs Pesc quale Mr Pesc, l’alto rappresentante, nel senso che non conta un piffero, della politica estera del nostro continente: è la strepitosa antivelina Catherine Ashton, la donna, nel senso di femmina, che è in realtà il segreto e insospettabile sogno erotico dei politici di mezza Europa in cerca di selvagge trasgressioni dopo la sbandata un po’ troppo ortodossa per i trans. Sono sicuro di una cosa: l’unico che avrà il coraggio di avvicinarla e di mostrare in pubblico qualche tratto di galanteria verso questa soggiogante bruttezza sarà proprio il nostro Cavaliere. Se poi la conquisterà sarà a tutto vantaggio dell’interesse nazionale, per piccolo che sia; e a tutto svantaggio dell’equilibrio psichico di Martin Schulz, il presidente del gruppo parlamentare socialista europeo, che ieri, da vero fissato, ha accusato del fallimento della candidatura D’Alemiana, fra l’incredulità dei suoi stessi fissati fans subalpini, “il mancato impegno del governo italiano”.
Massimo D’Alema è stato trombato naturalmente per due ragioni semplicissime: perché per gli europei dell’Est il nostro fuoriclasse resta né più né meno che un “ex comunista”; perché per gli europei dell’Ovest non è un dichiarato “socialdemocratico”, in quanto il Partito Democratico non fa parte del gruppo socialista, ma di un’alleanza allargata di sinistra messa in piedi al solo scopo di adattarsi alle stranezze italiane. Eccola qui, per chi la voglia vedere nella sua esemplare chiarezza, la dura replica della storia alle ambiguità colpevoli della sinistra italiana. Se essa vent’anni fa, invece di tirare vigliaccamente le monetine al cinghialone, si fosse imbarcata in un’onesta trasformazione socialdemocratica, e non avesse optato per l’imbroglio “democratico” che consentiva ai naufraghi del comunismo, cambiando tutto, di mantenere però il caratteristico spirito settario che avvelena la vita politica italiana, oggi perfino il nostro indisponente Spezzaferro sarebbe un “socialista” come gli altri, all’Est e all’Ovest. Questa è la vera anomalia italiana: Berlusconi ne è il riflesso, e solo in parte. Per nostra fortuna. Bersani ci pensi.
PD: ritorno ai blocchi di partenza, e alla realtà
Volendo prendere i classici due piccioni con una fava, ha cominciato subito malissimo, il neoeletto segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani. “Siamo orgogliosi” ha dichiarato “di essere quelli che stanno facendo un partito, realizzando così la Costituzione repubblicana, che conosce i partiti e non i popoli. […] Siamo orgogliosi di fare un partito che non ha padroni, ma che fa dei congressi per scegliere chi li deve guidare”. La frase era stata evidentemente da lungo tempo meditata in vista della vittoria, per parare l’accusa di un ritorno al “vecchio”, al “partito”, al “PCI”, facendosi scudo proprio di quella Costituzione che è diventata la Bibbia Laica del neogiacobinismo antiberlusconiano cui fa capo il partito di Repubblica. Sennonché fa tristezza veder brandire dal “nuovo” segretario del più grande partito dell’opposizione, al momento della sua intronizzazione, la solita arma della delegittimazione preventiva della controparte politica, quella del “popolo” stavolta, in obbedienza agli impulsi sotterranei che dall’inizio della storia repubblicana hanno reso la sinistra italiana disperatamente settaria, minoritaria, anomala. Voglio comunque sperare che l’uscita di Bersani sia solo un perdonabile peccato di opportunismo e di furbizia; e oggi, nel momento del suo trionfo, mi va di essere magnanimo, anche perché il mondo della politica ci tortura ogni giorno gli orecchi con l’eco di straordinarie minchionerie.
La vittoria di Bersani, ben lontana da risolvere gli irrisolti nodi storico-culturali della sinistra, rappresenta tuttavia un timido ritorno alla ragionevolezza dopo le acrobazie senza rete del grande balzo in avanti democratico, che dell’oblio di una porzione ben selezionata di passato aveva fatto l’esca lusingatrice per i naufraghi del postcomunismo, in quanto permetteva loro di riciclare il settarismo comunista in quello più asettico dei devoti della legalità; tanto che in certi media con caratteristica improntitudine la figura del perfetto liberale oramai si confondeva con quella del perfetto giacobino. Ed una vita democratica decente non può basarsi sulla menzogna. Ora si ritorna ai blocchi di partenza. Si spera con maggior sincerità e autocritica.
L’elezione del nuovo segretario, nonostante le parole d’esordio, è una sconfitta per tutti i giustizialisti che agitano la Costituzione come un giorno agitavano il Libretto Rosso dei Pensieri di Mao; è un segno ulteriore che Repubblica non detta più la linea, del suo sempre più splendido isolamento, che viene dopo l’aspro confronto dei giorni scorsi tra Scalfari e De Bortoli, il direttore di quel Corriere della Sera che da settimane sforna editoriali rivendicando la sua “equidistanza” dalle fazioni in lotta; la quale esibita “equidistanza”, nel linguaggio dei bollettini della guerra civile a bassa intensità che stiamo vivendo in Italia da decenni, se non va letta certo come un “asservimento” a Berlusconi, equivale in ogni caso ad una sua vittoria decisiva.
Hanno vinto Bersani e D’Alema. Ma la situazione è molto diversa da quella di due-tre anni fa, quando la coppia trescava con piccolo establishment industrial-finanziario con l’intenzione di circuirlo e mangiarselo; quando, prima del definitivo tracollo elettorale prodiano, il quartier generale diessino aveva puntato tutto, lucidamente, su l’opzione tecnocratica. Il disprezzo di D’Alema per rifondaroli e compagnia era grande, ma era il disprezzo del vero comunista, del leninista di stoffa togliattiana, per il dilettante dagli eroici furori che non sa piegarsi a quel pragmatico cinismo che è la sola forma di moralità comunista. E quindi in cuor suo D’Alema rimproverava – allora – e giustamente, al coacervo ecopacificista e altermondialista della sinistra antagonista di essere poco comunista. Di non capire per esempio che lui e il suo abile braccio destro stavano lavorando al completamento della Dar al-Islam comunista, con la premeditata desertificazione di quel sottobosco economico – le piccole corporazioni “kulake” – che intralciavano la via alle grandi corporazioni rosse.
E’ una sconfitta pure per i partigiani di una sinistra-non sinistra fuori dalla storia, e quindi inutile, e quindi basata sull’inganno, che fossero il gruppo sparuto dei sinceri “liberal” o quello maneggione degli ex-democristiani. A Vernetti, un ex-margheritino che forse seguirà Rutelli nella sua nuova appassionante avventura centrista, non è rimasto che prendere atto dell’ennesima dura replica della storia: “c’è il rischio che Bersani accentui queste connotazioni e faccia tornare il PD ad essere un sincero e onesto partito di tradizione socialdemocratica. E questo sarebbe molto differente dall’idea originale del PD”. Singolare che le parole di questa orazione funebre suonino straordinariamente simili a quelle vergate da un famigerato scribacchino di questa famosa testata giornalettistica qualche tempo fa con intenti diametralmente opposti, quando dalla riva destra formulava l’auspicio per la sinistra di un “onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico”.
La sinistra nel cul-de-sac
Repetita juvant? Se l’alunno è testone è perfino indispensabile: quindi mi ci riprovo. Solo per disinteressato amor patrio, ma sia chiaro che è proprio l’ultima chance che gli offro.
Per vedere chiaro nella crisi della sinistra e per capire quale dovrebbe essere la sua strategia per diventare maggioritaria nel paese, invece di esercitarsi nella filosofia degli acchiappanuvole, ci si dovrebbe rifare, con prospettiva rivoluzionaria e rivelatrice, propria dell’umile volgo, al problema della calvizie, o a quello della disoccupazione. In ambedue i casi si parla comunemente, ed erroneamente, di perdita di capelli o di perdita di posti di lavoro; quando in realtà il problema è quello della ricrescita dei capelli che ogni giorno tutti perdiamo, compresi i giovanotti dalle folte criniere; ed è quello della disponibilità di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare tutti quelli che ogni giorno vengono eliminati nel processo di distruzione/creazione proprio delle economie più o meno libere. Ebbene, ciò che è evidente oramai da circa un ventennio, è che la sinistra, nelle sue varie metamorfosi, in tutti i suoi disperati tentativi d’imbroccare lo schieramento vincente, un po’ alla volta, come in un lentissimo e quasi impercettibile ma inesorabile processo di desertificazione vede calare i suoi voti complessivi.
Perché in Italia si chiacchiera tanto di politica, perché si perde un mucchio di tempo e si sprecano grandi fatiche in analisi storiche e sociologiche della vita dei partiti, e poi così facilmente si trascurano le questioni fondamentali sulle quali un occhio non disturbato dal frastuono mistificatore proveniente dall’interno appunterebbe con tutta naturalezza e senza sforzo la sua attenzione? E la più fondamentale delle questioni alla quale dare una risposta, per aprir gli occhi sul cul-de-sac nel quale la sinistra ancor oggi è infilata, è questa: perché in Italia, a palpabilissima differenza di quanto è successo in qualsiasi altro paese non solo europeo ma passabilmente democratico, essa non è mai riuscita, da sola, a vincere le elezioni politiche e governare?
Fino agli anni ’70 non c’è molto da capire. Tuttavia non fu solo la glaciazione della guerra fredda ad impedire al PCI di arrivare al potere. Il fatto è che in una società regolata politicamente da normali prassi democratiche il marxismo o il giacobinismo restano mistiche della minoranza, proprie delle esperienze settarie. Il marxismo o il giacobinismo hanno senso solo in una prospettiva rivoluzionaria, quando in un paese stremato e logorato da ben concentrate pressioni di piazza, che sono solo un simulacro di volontà popolare, il potere passa di mano, nel miglior dei casi, attraverso sconquassi istituzionali, non certo col voto libero della maggioranza del corpo elettorale. Il giacobinismo è fondamentalmente il perfezionamento politico della vecchia strategia di acquistare potere attraverso minoranze organizzate, in nome di una solidarietà negativa entro e fra i vari strati sociali che fa premio su qualsiasi altra considerazione. E’ per questo che in Italia abbiamo assistito a un doppio fenomeno: come in una piramide rovesciata, tanto più la base elettorale della sinistra si è ristretta, tanto più il suo potere reale nel paese si è ampliato e ramificato.
Il massimo del consenso per il PCI coincise con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ‘60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi, ancorché poco problematici, della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, soprattutto in un paese relativamente arretrato come l’Italia, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita.
Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che un escamotage lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare pienamente l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare su sentieri vergini la stanca ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale. Gran sacerdote ne fu Enrico Berlinguer, che oggi gode di un’immeritatissima quanto ridicola fama di laica santità: se la sinistra per rialzarsi dovesse idealmente abbattere una statua, dovrebbe essere proprio la sua, e dovrebbe farlo con lo zelo di Attila.
E’ inutile che qualcuno alzi il sopracciglio, come se i suoi orecchi fossero feriti da sparate anticomuniste dell’era della pietra. E’ solo la triste verità: nonostante tutte le riverniciate a cui è andata incontro, la sinistra non è mai riuscita a liberarsi dal giacobinismo, ossia, nella propria prassi politica, dalla compulsione a richiamare nel momento critico delle campagne elettorali al militantismo anti-qualcosa coloro che sono già suoi, ossia dalla strategia della grande minoranza organizzata, ossia dalla strategia della rivoluzione, che nell’arena politica è il contrario di quella per la conquista del consenso elettorale. Perfino le formule propagandistiche apparentemente più innocue di questi ultimi anni sono state animate in realtà dallo spirito di sempre: “il governo della serietà” fu il motto di Prodi, un pleonasmo assurdo che subliminalmente rivelava ancora una volta la subordinazione della propria ragione d’essere alla presenza di un avversario provvidenzialmente portatore di valori negativi. E cos’era in fondo il “we care” veltroniano se non un altro esempio dell’indulgere quasi involontario in esercizi farisaici di selfrighteousness?
Si comprende allora come per una sorta di malefico incantesimo nel dibattito sul Che fare? che dilania il PD e la sinistra tutta manchino proprio le voci che propugnino l’opzione più naturale: il progetto di un prodotto realistico, ossia moderno ma senza infingimenti di sinistra, seducente quel tanto da far breccia nel mercato della politica; quel mercato, s’intende, popolato dalla somma degli individui che formano il corpo elettorale, compresi necessariamente coloro che oggi votano a destra, ma che non appartengono per forza ad una parrocchia. Operazione incomprensibile soprattutto per un comunista tutto d’un pezzo come D’Alema, uno che non crede assolutamente a nulla, e il cui realismo politico, tanto cinico da essere ottuso, solo nella nostra disgraziata patria può venir scambiato misteriosamente per una solida filosofia socialdemocratica; antropologicamente impermeabile alla pratica della libera impresa politica, e quindi sensibile solo ai conti dell’esistente, si è ridotto a farsi sensale della demenziale alleanza contro natura con l’UDC, il partito più apertamente vaticanista dell’intero spettro politico. Io credo in tutto, ma sperare in una sinistra ratzingeriana mi sembra voler colpevolmente abusare della generosità della Provvidenza. E, quella di cui sopra, operazione incompatibile con qualsiasi forma di alleanza suicida con Di Pietro, di cui è sempre più palese il disegno di proporsi per meriti acquisiti come l’erede legittimo del settarismo berlingueriano, la corda con la quale la sinistra si sta da decenni impiccando.
Il PD ha una sola possibilità: recuperare parte di quel dieci per cento di naufraghi alla sua sinistra (tenendo conto dei radicali) disposti a rinunciare al massimalismo in cambio di un franca dichiarazione di appartenenza alla famiglia laico-socialista europea, anche a costo del cambio della ragione sociale del partito; dimenticare Berlusconi; e porsi l’obbiettivo ambizioso di mangiare un bel po’ di voti al PDL e alla Lega Nord, tra i mangiapreti del primo e gli operai della seconda, e in genere tra gli insofferenti della leadership berlusconiana. Lo spostamento verso il centro dovrà essere un fatto culturale, non il risultato dell’inglobamento di corpi estranei. Non dovrà farsi paralizzare dalla meschina matematica dei professori di politologia. Se Giulio Cesare Berlusconi – il grande condottiero di noi di destra – avesse ragionato in quel modo non avrebbe combinato un bel nulla, anche con 100 canali televisivi a suo disposizione.
Gli ultimi fuochi
Com’è chiaro a chiunque si periti di dare un’occhiata panoramica alla storia del nostro paese, e non si faccia inghiottire dalla rumorosa quotidianità della cronaca di questi ultimi anni, non è Berlusconi l’anomalia della vita politica italiana. Al contrario, di qui a qualche decennio nei libri di storia si scriverà che Sua Emittenza, piaccia o no, sarà l’uomo che ha messo fine a quest’anomalia. Nessun paese europeo ha convissuto, per sessant’anni, con al suo interno una fazione potente ed organizzata che ha veicolato ossessivamente nel corpo della nazione l’idea dell’illegittimità politica e morale, non potendo essere formale, di governi e maggioranze regolarmente elette. Un filo rosso unisce i clerico-fascisti mafiosi-servi-degli-amerikani democristiani, e i socialisti-ladri mafiosi-servi-degli-amerikani craxiani, all’uomo nero Berlusconi. La difesa della Costituzione, le grida al tradimento della Resistenza, l’ansia giustizialista di processare gli avversari politici, sono stati concetti e tratti comuni, non a caso, assolutamente non a caso, sia ai capibastone del pensiero sedicente democratico sia al suo sottoprodotto criminale delle Brigate Rosse, che alla liturgia macabra, legalitaria, del processo mai rinunciarono.
A questa fazione non è riuscito di mangiarsi il paese poco a poco, nonostante che, dagli anni ’80 in poi, cercasse di accelerare i tempi di questa scalata tutta interna al potere stante l’inaridirsi del consenso elettorale. E, nonostante il golpe – quello vero – di Mani Pulite, è stata rigettata dal paese, trovando un baluardo insuperabile – com’è beffarda la storia! – nel magnate brianzolo ex piazzista di aspirapolveri. Che vita politica, che matura democrazia possa essersi sviluppata in un paese costretto a ispirarsi nelle sue scelte più importanti – sempre – al primum vivere, lo si può ben immaginare: settarismo da una parte, immobilismo – per arroccamento, per scelta o per paura – dall’altra. E in quest’ultimo quadro non può sfuggire che dopo la resa democristiana, pur nella loro contraddittorietà e confusione, il leghismo, Craxi e Berlusconi abbiano significato delle pulsioni modernizzatrici e normalizzatrici nel paese. Che oggi hanno vinto ed impongono alla sinistra di cambiare se stessa.
In questi giorni la sinistra postulivista, pur di non dover atterrare dove dovrà atterrare, offre spettacoli tragicomici:
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Veltroni, leader dell’ircocervo democratico, va in Europa ed è costretto a dire che “non siamo socialisti” tra lo sguardo sbalordito dei suoi compagni d’oltralpe, che ormai ne hanno le palle piene.
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Il trebbiatore Di Pietro, per ora non ancora a petto nudo, raduna in piazza i suoi manipoli di arditi democratici.
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D’Alema, proprio lui!, cerca di rimetter in vita l’Unione. Questo D’Alema è veramente spassoso. Un trattato vivente di antropologia comunista. Ai tempi di Prodi manganellava con gusto l’estrema sinistra e flirtava con Monty. Ai tempi di Veltroni flirta con l’estrema sinistra e bacchetta i puristi del PD. E sempre con la stessa gelida espressione che non ammette dissensi. Secondo me merita di essere un giorno imbalsamato come homo sovieticus di razza purissima. Lo dico per la salvaguardia della biodiversità che la globalizzazione minaccia, e quindi credo che il governo dovrebbe stanziare una somma ad hoc, sempre che abbia a cuore la nostra identità.
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Perfino quei cattolici tristi e castigatissimi, per cui la Valle di Lacrime di questa terra che Dio ci ha preparato merita una ritoccatina per il peggio (perché loro la sanno più lunga di Dio), ringalluzziti dall’impasse veltroniana, tentano, con l’aiuto della Provvidenza, una OPA sui resti del Partito Democratico, e dalle pagine del settimanale per famiglie menano botte da orbi contro il governo fasciorazzista.
Beh, ora che le melodie neogolliste della maggioranza berlusconiana ha toccato le corde del cuore di una buona parte dell’opinione pubblica, sembrerebbe quasi che io, cui i tremontismi vanno indigesti, presagendo un bipartitismo di fatto composto da un Partito Conservatore d’impronta paternalistica e un Partito Socialdemocratico, tuttavia me ne rallegrassi. Ebbene, sì, me ne rallegro: natura non facit saltus. Di grazia, in quale altro paese dell’Europa, continentale perlomeno, esiste un quadro politico dominato da una forza Liberale-Conservatrice ed un’altra Liberale-Progressista? E perché noi – per un capriccio della storia – dovremmo essere improvvisamente pronti per il Grande Balzo in Avanti? Ma me ne rallegro perché finalmente questa è una base seria, in armonia con la realtà italiana, da cui muovere per un’evoluzione liberale del nostro paese. Perché nel passato questa non è mai dipesa, come pensa il liberalismo d’impronta illuminista, dall’imposizione di una cultura o dal diffondersi di un’istruzione orientata in tal senso, ma dal grado di solidarietà effettivo di una società. L’estinguersi degli odi più profondi, l’estinguersi di una fazione che è stata modello e garanzia per il moltiplicarsi del tribalismo italiano, sta già producendo i suoi piccoli e significativi effetti. La ruota sta lentamente cominciando a girare: lo vediamo, confusamente ma inequivocabilmente, sul fronte dei rifiuti, della TAV, del nucleare. Come scrissi qualche tempo fa:
Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli.
Update del 08/07/2008: Massimo Teodori sul Giornale:
La verità è che questo piccolo e cangiante nucleo, di volta in volta giacobino, girotondino, movimentista e massimalista, ha prosperato nelle pieghe della sinistra perché il Partito comunista prima, ed i suoi eredi Pds e Ds poi, se ne sono sempre serviti senza prendere le distanze. Per dirla in una parola, la sinistra comunista e postcomunista non ha mai compiuto una svolta liberale o socialdemocratica, come nel resto dell’Occidente; e quando Bettino Craxi ha portato i socialisti fuori dal frontismo, è stato irrimediabilmente fatto fuori.
Razza padrona
Siena, 25 gen. – (Adnkronos/Ign) – “Vogliamo dire alle forze politiche più avvedute e responsabili di entrambi gli schieramenti che prima di andare al voto serve una nuova legge elettorale che consenta agli elettori di decidere chi mandare in Parlamento e che limiti il potere di veto dei micropartiti”. [...] “Alle persone più avvedute e responsabili dei due schieramenti dico: mettete da parte gli egoismi di partito, ricordate che siete in Parlamento per fare il bene del Paese. Una breve ed efficace stagione di riforme condivise, nell’interesse generale, è non solo indispensabile ma è anche possibile. E consentirà poi a chi vincerà le elezioni di poter governare davvero”. Secondo il numero uno degli industriali questa stagione di riforme condivise va realizzata da “un governo di scopo, che si chiami istituzionale o tecnico poco importa”, che potrebbe realizzarle molto rapidamente, trovando un’immediata, necessaria, doverosa e improcrastinabile sintonia con il comune sentire della società italiana”
Roma, 26 gen. (Adnkronos) – “In questo momento il Paese ha bisogno di un governo fondato sulla convergenza delle forze politiche principali in grado di fare la legge elettorale e di completare le riforme costituzionali. Certamente, qualsiasi governo nasca ora, dovrà affrontare la difficile crisi finanziaria e internazionale in atto e tutto questo, a mio giudizio, corrisponde all’interesse dell’Italia in un momento come questo”. A sottolinearlo è stato il vicepremier Massimo D’Alema scambiando alcune battute con i giornalisti a margine del decennale della fondazione Italianieuropei dopo il suo lungo intervento dal palco dell’Auditorium Massimo. “Naturalmente – precisa il ministro degli Esteri – una volta completato questo lavoro, nel tempo più rapido possibile si va al voto. “Onestamente – spiega – non mi interessano i tempi, ma gli scopi. Poi dopo bisognerebbe restituire [ai sudditi, N.d.Z.] agli elettori il potere di decidere nel quadro, però, di un bipolarismo rinnovato. Rinnovato nelle sue regole, nelle sue strutture ed efficace. Perché, rimanere in una competizione elettorale che conduce a governi di coalizioni rissose e inevitabilmente inconcludenti, non è utile per l’Italia. Mi sembra, questa, una riflessione di buon senso che d’altro canto, ho visto proposta anche da tanti osservatori non politici, a cominciare dal presidente di Confindustria”.
L’ultimo tentativo delle nomenklature
I Bizantini cominciarono a prenderle di brutto dai Turchi nell’XI secolo dopo Cristo. Nel 1453 Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano, era ridotta a poco più di un’enclave dentro i confini dell’Impero Ottomano. Ma la particolare posizione geografica della città, posta com’era fra due bracci di mare su due lati e chiusa in diagonale da mura imponenti sul lato di terra, aveva fino ad allora reso vano ogni tentativo di conquistarla. Il sultano Maometto II decise di farla finita una volta per tutte, con mezzi imponentissimi. Nuovi giganteschi cannoni di fabbrica europea furono forgiati allo scopo. Gli assalti furibondi e lo sbriciolamento sistematico dei bastioni della città greca sul Corno d’Oro proseguivano senza risultati apparenti. Ma alla fine, da qualche parte, una porticina si aprì. E fu la fine, senza rimedio. Costantinopoli era una nave che non poteva sopportare la benché minima falla.
E un bastimento del genere era anche il governo Prodi. Il caso Mastella è un accidente secondario, benché fatale. Berlusconi l’aveva capito. La strategia di non tendere alcuna mano alla sinistra attuata fino alla ribellione di Fini era giusta. Fini aveva ceduto all’impazienza. Tant’è che con la caduta di Prodi in un amen i rapporti all’interno della CDL come per incanto sono ritornati quelli di qualche mese fa.
Prodi si è trovato ad essere alla fine il più tenace difensore, per motivi personali, dell’alleanza pansinistrorsa. Crollato insieme a lui anche il Partito della Conservazione di Repubblica, vedrete che ora sarà l’altro Partito della Conservazione, quello del Corriere della Sera, a rialzare la testa. Aspettiamoci fin d’ora untuose omelie sulla necessità di dar vita, per senso di responsabilità, ad un governo istituzionale che faccia le improrogabili riforme di cui ha bisogno il paese. Notare che saranno gli stessi giornali – Corriere, Stampa, Sole 24 Ore – che con gran sprezzo del buon senso, e con lo stesso tartufismo paternalistico, assicurarono gli italiani della bontà dell’armata prodiana, a riciclare la vecchia idea del Governo dei Migliori, cioè un commissariamento di fatto della democrazia parlamentare sulla scorta dell’emergenza, accettato da una classe politica impaurita da operazioni squisitamente politiche come “La Casta”, possibili solo in un paese a volte straordinariamente ingenuo, ed immemore, come l’Italia. In realtà un patto che prevede la cooptazione ufficiale dell’economia rossa, rappresentata da D’Alema e Bersani, nello stagionato establishment industrial-finanziario, rappresentato da Montezemolo, nell’illusione di poter guidare una modernizzazione addomesticata del paese mediante un paraliberismo asimmetrico ad uso e consumo delle nomenklature. Un capitalismo di Stato nelle mani di un comitato centrale, l’ultima veste di quell’Italia dell’Est che sta crollando finalmente in questi giorni con vent’anni di ritardo sul resto dell’Europa.
Prodi nella morsa D’Alema-Montezemolo
Alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 lo scenario previsto e auspicato dal Piccolo Establishment (per usare l’espressione di Ludovico Festa del Giornale) era la trionfale vittoria Unionista, o meglio, la liquidazione definitiva dell’anomalia Berlusconiana, con in più il grazioso premio di una estrema sinistra ridotta a spettatrice passiva dell’azione di governo a causa dell’ininfluente peso specifico parlamentare. Le cose, come tutti sappiamo, non andarono così. La fragilissima vittoria rafforzò il ruolo mediatore di Prodi, e il boiardo e faccendiere di stato ne approffittò per costruirsi, con lo stile di sempre – lui non sa mai niente! – una rete di potere e di influenze che non può non aver urtato qualche pezzo grosso dalle parti di Viale dell’Astronomia, già di suo interessata alla formazione di una coalizione politica più larga e meno inclinata a sinistra. E il nostro sospetto è che, per ridurre il Professore a più miti consigli, anzi, per punirlo come un picciotto che ha avuto l’idea balzana di mettersi in proprio un po’ troppo, l’Empireo confindustriale, in consonanza questa volta col mondo dell’economia rossa anch’esso ormai ai ferri corti con l’espansionismo bazoliano, abbia deciso di dargli il benservito alla prima occasione, sostituendolo con un personaggio che per storia, autorità e carattere abbia la forza di tenere unita la sinistra, che lui d’altra parte sa così bene distruggere, nel momento dell’auspicato allargamento al centro della coalizione governativa: spezzaferro D’Alema.
Riepiloghiamo un po’ i fatti di questi giorni:
Alla vigilia del voto al senato l’ultimatum di D’Alema “Se non abbiamo una maggioranza ampia il governo se ne va a casa” viene sbattuto nella prima pagina del Corriere come uno di quei famosi preavvisi di garanzia al Cavaliere di cui ci hanno più volte onorato la nostra specchiata magistratura e la nostra specchiata stampa.
La misteriosa astensione di Pininfarina, che ha consentito all’ex segretario del PLI Valerio Zanone di render noto al popolo italiano, stupefatto, di essere ancora in vita.
Successivamente nel momento stesso dell’affannosa ricerca da parte dei DS e dell’Unione di voti in libera uscita dalla CDL, le sprezzanti dichiarazioni dello stesso D’Alema su una “certa sinistra” che “non serve al paese”.
E poi il fuoco di fila del Corriere della Sera: il 22 febbraio, la chiusa sibillina di un articolo di Galli della Loggia, dopo una pioggia di elogi sul comportamento tenuto dal ministro degli esteri in questi giorni:
Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare — e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando — che esista uno specifico caso D’Alema. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock. Una cosa sola pensiamo che l’opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D’Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.
Il 24 febbraio, l’articolo di Angelo Panebianco, che comincia così:
Sempre che il centrosinistra riesca a trovare i numeri necessari a fare maggioranza in Senato, ci sarà forse un rinvio alle Camere del governo in carica oppure la formazione di un nuovo governo Prodi, un Prodi bis. Se una di queste due cose accadrà, ciò non sarà però sufficiente per concludere che la crisi aperta dalla bocciatura sulla politica estera sia stata superata. Il (nuovo/vecchio) governo Prodi, infatti, potrebbe essere l’una o l’altra di due cose molto diverse. Potrebbe essere solo un tamponamento temporaneo della crisi, un governo destinato a infrangersi, stavolta definitivamente, su nuovi scogli entro pochi mesi, aprendo così la strada ad altre soluzioni.
Il 25 febbraio, è la volta di Sergio Romano con un articolo di cui riportiamo un lungo brano:
Può darsi che il governo, grazie al volonteroso aiuto dei senatori a vita e di qualche eletto dell’opposizione, riesca a superare il passaggio della Camera alta. Ma è difficile credere che Prodi sia riuscito, in così breve tempo, a risolvere le contraddizioni di una coalizione visibilmente divisa su alcune delle principali questioni che il governo dovrà affrontare nei prossimi mesi, dal finanziamento della missione militare in Afghanistan alla Tav e alla riforma del sistema previdenziale. Ha vinto perché ha giocato d’anticipo e ha fatto buon uso dell’unico argomento — non bisogna regalare il potere a Berlusconi — che è condiviso da tutti i suoi alleati. Se Rifondazione comunista non avesse collaborato, sarebbe stata ricordata nella storia della Repubblica come il partito che aveva fatto cadere tre volte (1997, 1998, 2007) il governo di Romano Prodi. Questo non è un accordo fatto per governare ma per evitare che altri possano riconquistare il potere. Giorgio Napolitano non poteva che prenderne atto. Se avesse rifiutato di credere alle assicurazioni del presidente del Consiglio avrebbe corso il rischio di aprire, insieme alla crisi politica, una più grave crisi istituzionale. Ma ha rinviato il premier alla Camere con una dichiarazione da cui traspare una sorta di rassegnazione. Coloro che s’interrogano sui sentimenti e le intenzioni del capo dello Stato hanno probabilmente notato uno degli argomenti con cui ha giustificato il rinvio del governo alle Camere: «Le ipotesi legittime e motivate di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza, a sostegno di un governo impegnato ad affrontare le più urgenti scadenze politiche e in particolare la revisione della legge elettorale — ipotesi sostenute da alcuni componenti della Casa delle libertà — non sono risultate sufficientemente condivise per poter essere assunte come base della soluzione della crisi del governo Prodi». Grazie a queste parole sappiamo quale potrebbe essere, se il governo cadesse una seconda volta, lo sbocco della prossima crisi.
Non poteva mancare, il 26 febbraio, di far sentire la sua voce il politologo Giovanni Sartori:
Incalzata dal Presidente Napolitano, l’Unione ha disperatamente cercato di «comprare» qualche senatore in più. Ne ha catturato uno, forse tre. Un magrissimo bottino, che tutt’al più assicura il prossimo voto di fiducia. Ma dopo? Come andrà, dopo, la navigazione quotidiana? La verità è che il centrosinistra sopravvive da sempre, al Senato, su una maggioranza incerta e friabile. Incerta perché i senatori a vita sono «indipendenti» e hanno il diritto di votare ogni volta come credono; e friabile perché all’estrema sinistra esistono teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde, o che forse proprio non ragionano. Ma se cancelliamo dal preventivo i sette senatori a vita e le teste quadrate, è sicuro che Prodi va sotto. Domani come ieri. Allora di cosa consiste il «nuovo slancio» del governo? Secondo Angelo Panebianco, Prodi dovrà «cambiare passo».
Finora la sua scelta strategica è stata, per assicurarsi la coesione dei suoi, di mantenere un’«alta tensione» contro il centrodestra e di privilegiare il suo rapporto con l’estrema sinistra. Ma ora, conclude Panebianco, «l’epoca delle sberle quotidiane all’opposizione è finita». Magari. D’accordo. Ma dubito che questo nuovo corso sia congeniale alla natura di Prodi. Prodi è uomo di bunker. La sua strategia del muro contro muro, del polo puro e duro, non è di questa legislatura; è una costante sin dal primo governo Prodi, che si autoaffondò nel 1998 pur di non macchiare la sua purezza «aprendosi» a Cossiga. La valutazione realistica della situazione è, dunque, che a Prodi mancano, sin dal primo giorno, i numeri per «fare bunker». Se ha tirato avanti per nove mesi è in forza della cecità della volontà (che è una sua vera forza). Ma la volontà ha ora sbattuto il naso nella realtà. Perché senza il sostegno di numeri non si può trasformare un passino, o un colabrodo, in un muro. Resta da vedere se Prodi saprà essere l’uomo per una diversa stagione.
Sempre il 26 febbario, un’intervista a Oscar Luigi Scalfaro, di cui sottolineamo questo significativo passaggio:
Rinviando il premier alle Camere, il presidente della Repubblica gli ha ricordato che «è necessaria una maggioranza politica». Cioè al saldo del voto dei senatori a vita. Se Prodi si salvasse solo con il vostro sostegno, che accadrebbe?
«Sarebbe un problema politico. Che certo non potrebbe essere sollevato dal Quirinale, visto che costituzionalmente il voto dei senatori a vita vale quanto quello dei senatori eletti. Non ci sono molte strade aperte, in un caso del genere. E toccherebbe al premier, allora, tirare le somme. Del resto, rileggendo la motivazione con la quale il capo dello Stato ha spiegato come ha risolto la crisi — e la via era obbligata, senza alternative — si direbbe che il presidente del Consiglio si sia assunto un impegno in questo senso».
Infine oggi, 27 febbraio, questa virtuosa istigazione, ovviamente inascoltata, al suicidio di Francesco Giavazzi:
Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico — grandi principi e poche indicazioni concrete — oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.
Certo, anche se l’UDC continua ad auspicare democristianamente una nuova fase politica senza Prodi (ma non si sa con chi) e Pininfarina annuncia democristianissimamente il suo voto sicuramente non contrario, Prodi sembra destinato a rimanere in sella anche dopodomani. Tuttavia, non saremmo poi tanto tranquilli, visto che per una maliziosa congiunzione astrale, domani, mercoledì 28 febbraio, la Chiesa festeggia S. Romano…
Links: Un’anticipazione del quadro sopra descritto era già stata sommariamente tratteggiata all’indomani delle elezioni del 2006 dal vostro Ismael
Il sogno comunista di D’Alema e Bersani
Come tutti i popoli che tengono in gran conto la furbizia, l’Italia è un paese di creduloni; e un paese dove la stolida consequenzialità dello Straniero ha sempre avuto puntualmente la meglio. E dunque niente di meno sorprendente che due squisiti esemplari dell’antropologia comunista come il capace funzionario Bersani e il suo gelido capetto D’Alema vengano gratificati della nomea di riformisti, personaggi con la testa sulle spalle, di solide e fattive vedute, alieni da ogni avventurismo.
Non per stolida o sagace consenquenzialità, ma per solidarietà settaria e predatoria, la sinistra marxista è stata l’unica forza politica a perseguire coerentemente nella nostra penisola una strategia di potere, che è il fine di ogni filosofia comunista nella sua essenza e purezza. Cosicché mentre gli altri partiti alla meno peggio, tra sciatterie e intrallazzi vari, tiravano avanti la loro esistenza nel solco della normale vita democratica, il partito comunista con coscienza professionale procedeva sistematicamente passo dopo passo all’occupazione militarizzata della società italiana, con la precipua caratteristica che ne disvela l’affinità elettiva con la conquista islamica: ogni pezzo di stivale sul quale metteva mani o piedi era destinato a far parte della Dar al-Islam comunista per sempre. Il risultato è che oggi, come in una piramide rovesciata, mentre le fortune della Umma – la comunità dei fedeli – comunista sono al minimo storico, le fortune della conquista -Dar al-Islam -sono al massimo. A dimostrazione, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto poco la libera democrazia e il libero consenso stiano alla base del potere del Grande Oriente Diessino.
Ora, persa ogni speranza nell’opzione democratica, rivelatasi insufficiente quella giudiziaria, e prima del definitivo tracollo elettorale il Quartier Generale Diessino ha puntato tutto, lucidamente, su l’opzione tecnocratica. Il disprezzo di D’Alema per rifondaroli e compagnia è grande, ma è il disprezzo del vero comunista, del leninista di stoffa togliattiana, per il dilettante dagli eroici furori che non sa piegarsi a quel pragmatico cinismo che è la sola forma di moralità comunista. E quindi in cuor suo D’Alema rimprovera, e giustamente, al coacervo ecopacificista e altermondialista della sinistra antagonista di essere poco comunista. Di non capire per esempio che lui e il suo abile braccio destro stanno lavorando al completamento della Dar al-Islam comunista, con la premeditata desertificazione di quel sottobosco economico – le piccole corporazioni kulake – che intralcia la via alle grandi corporazioni: avremo l’universale municipalizzata rossa, la grande distribuzione rossa, la grande finanza rossa, tutto in nome della difesa dell’italianità beninteso; e la grande burocrazia rossa, quando al sindacato rosso sarà data in appalto, definitivamente, l’amministrazione pubblica.
Per la mentalità comunista l’alleato di oggi è il nemico di domani, ma già oggi è suo strumento involontario. Nel campo dell’Unione delle Nomenklature – Prodi, l’establishment di danari (a prestito) e i postcomunisti - ciascuno gioca per sé e con gli altri; e siccome nella logica interna ai Direttorii, ai Triumvirati e Duumvirati, c’è sempre l’esito finale di un Dominus incontrastato, ciascuno gioca con la riserva mentale di sopraffare l’altro al momento opportuno, ereditandone già confezionata la rete d’influenze e potere. Quando la macchina rossa si sentirà abbastanza in forze, allora porterà l’attacco ai cosiddetti Poteri Forti, gli utili idioti che hanno stretto l’alleanza con i marxisti così come le Signorie chiamavano lo Straniero nell’Italia del Rinascimento. Questo è il quadro di un processo portato al suo logico compimento, se non troverà ostacoli. La forma definitiva e vittoriosa del comunismo italiano sarà un capitalismo di stato, alla russa o alla cinese, ma nel nome dell’italianità, controllato da un onnipotente Partito Democratico di stampo tosco-emiliano: ricorda qualcosa del passato?
Romano P., ciambellano delle oligarchie
Quasi a voler schiudere gli occhi ai ciechi, in simbolica concomitanza con la grande manifestazione della CDL a Roma, alla D’Alemiana Fondazione Italianieuropei venivano convocati gli Stati Generali delle Nomenklature della penisola. La sinistra politica, la cupola bancaria, quella confindustriale e quella giornalistica, con contorno di rottamazione auto, tutti assieme, beninteso per il bene del paese, a tracciare il Gosplan per i prossimi anni. Con l’occasione Montezemolo ha scaricato apertamente Berlusconi, parlando di “occasione perduta” e ha dato pubblicamente e spudoratamente atto di forte impegno riformista (sic) al presente governo. Chi, nel centrodestra, pensi di avere una visione strategica della lotta politica è bene che una volta per tutte perimetri per bene il campo nemico: perché qui non ci troviamo di fronte solo al problema di una fazione massimalista di sinistra, di per se stessa micidiale zavorra per qualsiasi ipotetico riformismo, ma ad un processo di sedimentazione trentennale che ha depositato in quel fondale chiamato Unione le polveri reazionarie di tutte le oligarchie economiche, politiche, sindacali e culturali italiane; processo che è ormai giunto a maturazione, simile ad un’inerte stratificazione geologica. Aspettarsi un segno di vitalità da tale composto è un’illusione.
Di queste oligarchie che alloggiano nelle stanze del Palazzo Unionista, Prodi si è ritagliato il ruolo di amministratore condominiale, nella speranza di poter giocare in proprio sempre più alla grande, complice la natura meschina che gli fa porgere un ossequio spontaneo a chi ha denti robusti, sia questi un pescecane della finanza e ben pubblicizzato filantropo come Soros o un onnipotente sindacato come quello tardocomunista, e ritrovare per converso un po’ di coraggio solo nell’impartire una facile morale ai deboli e agli indifesi, distribuendo buffetti sulla guancia e caramelle di felicità al popolo fanciulletto con un insulso sorrisetto paternalistico, o sgridandolo di non fare il pazzerello, e di lasciar fare le cose ai Grandi. In questo quadro l’aumento delle tasse previsto dalla manovra economica varata dal governo altro non rappresenta che l’indispensabile aumento di capitale per tenere in vita il Patto di Sindacato steso come un cordone sanitario a difesa delle nomenklature che controllano l’Italia contro la marea montante delle fasce economicamente più attive del paese e quelle culturalmente più indipendenti. Questa nuova e già decrepita democratica nobiltà si è pure sentita in dovere di rispolverare i riti di una politica matrimoniale che si credeva sepolta nel passato remoto e che avuto il suo suggello nelle nozze sindacal-confindustriali Moretti-Cipollina alle Ferrovie.
Non trovando poi argini alla propria ipocrisia, Prodi ha solennemente bofonchiato nei giorni discorsi contro le forze corporative che ingessano il nostro paese; ha detto cioè una piccola verità, nascondendo tutto il resto. Ora, occorre tenere bene in mente che da uno stato corporativo si può uscire con uno stato liberale, ma anche con uno stato socialista, in quanto le corporazioni come corpo intermedio rappresentano sì un ostacolo all’espandersi della libertà individuale ma anche un inciampo al pieno dispiegarsi di un potere centralizzato. Il tentativo di un’ulteriore polverizzazione dell’opposizione di centrodestra, miracolosamente tenuta assieme e perfino rinsaldatasi se non nell’arena politica almeno nel paese reale grazie al carisma berlusconiano, messa in atto con la ben mirata selettività delle sedicenti liberalizzazioni, obbedisce quindi a un disegno di consolidamento e arroccamento dei centri di potere del paese, la cui tipica fisiologia nel passato nessuno meglio di Alexis de Tocqueville ha saputo con plastica evidenza mettere in luce. E valga come esempio questo passo da L’Antico regime e la Rivoluzione:
Meno di un anno dopo l’inizio della Rivoluzione, Mirabeau scriveva segretamente al Re: “Confrontate il nuovo stato di cose con l’Antico regime; da questo confronto nascono il conforto e la speranza. Una parte degli atti dell’assemblea nazionale, ed è la parte maggiore, è palesamente favorevole ad un Governo monarchico. Non vi sembra nulla essere senza Parlamento, senza paesi di Stato, senza gli Ordini del Clero, della nobiltà, dei privilegiati ? L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta eguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione” (Libro I, Capitolo II)
Ecco perché, non sarebbe stato affatto male che qualcuno dal palco al termine della manifestazione di ieri della CDL avesse avuto la presenza di spirito di gridare in faccia al Palazzo Unionista, con la sfrontatezza dell’infame Franti: proletari di tutta Italia, unitevi!





