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Il governo Letta e le prospettive della sinistra

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Giudico la nascita del governo Letta una cosa positiva per l’Italia. Tuttavia non credo che la sua politica economica avrà qualche efficacia. Per vari motivi: l’eterogeneità della maggioranza di governo; la generale, bipartizan mancanza di idee chiare; la profondità strutturale dei problemi economici, che sono poi comuni a quelli dell’Occidente. Penso che l’azione del governo resterà nel solco di quelle che l’hanno preceduta. Anche se sulla carta sembra aprire cautamente le porte a una politica economica più espansiva, il governo, volente o nolente, sarà costretto a privilegiare la politica abbastanza meschina dei saldi contabili al fine di impedire l’esplosione del debito. Si giocherà ancora sulla quantità più che sulla qualità, pareggiando qualche limatura con qualche aggravio occulto alle imposte. Questa stabilità ragionieristica non ha risolto e non risolverà un bel nulla. Ciò nonostante nella sua mediocre costanza essa ha avuto un merito: dimostrare che la malattia italiana non era isolata, che la non-crescita italiana e il debito pubblico italiano erano spesso solo l’altra faccia della medaglia delle crescite fasulle e dei debiti privati, e quindi in un certo modo nascosti, di altri paesi occidentali; che con l’evolvere della crisi il tempo avrebbe svelato il bluff e “italianizzato” anche sul piano contabile la maggioranza delle economie occidentali; e che perciò non era giusto che l’Italia ne pagasse un prezzo esorbitante in termini di interessi sul proprio debito. Per quanto drogati, anche i mercati finanziari prima o dopo tendono a risintonizzarsi sulla realtà.

Penso inoltre che, in generale, gli attuali governi dei paesi occidentali non possano fare molto di più – dal punto di vista prettamente statistico, ossia del Pil – che governare la stagnazione. Ma “governare la stagnazione” è un concetto che può nascondere comportamenti contrapposti, sia l’immobilismo sia un’azione profondamente risanatrice. La trionfante mistificazione dei concetti di “austerità” e “crescita” serve a nascondere questa verità. Oggi l’austerità è dileggiata e la crescita è venerata. Ma noi non abbiamo avuto una vera austerità e rischiamo di avere una falsa crescita. L’austerità l’hanno praticata le famiglie, non certo lo stato, che ha chiamato “austerità” la copertura attraverso l’aumento delle imposte delle sue non tagliate spese, che le stesse famiglie peraltro poi non volevano tagliate, in un avvitamento fatale di reciproche e comode reticenze. Ognuno poi capisce che la crescita del Pil non vale un piffero, se essa nel lungo termine non sopravanza quella delle spese, compreso il costo del debito. Le politiche “keynesiane” di aumento della spesa pubblica o delle iniezioni di liquidità sul mercato sono le stesse che ci hanno portato a questa situazione, non un fantomatico “laissez-faire”: una ben intesa economia “di mercato” è naturalmente “austera” ed è l’unica veramente “sostenibile”. Noi dobbiamo appunto governare un traumatico, ed epocale, ritorno alla normalità ed è un po’ difficile farlo attraverso la retorica dell’emergenza e dei piani salvifici.

Sul piano delle riforme istituzionali le prospettive sono più incoraggianti, perché le forze politiche potrebbero trovare conveniente rifarsi qui dell’impotenza che dimostreranno nell’affrontare la crisi economica. Tuttavia, né un’organica riforma istituzionale, né tanto meno una riforma elettorale, sarebbe di per sé sufficiente a ovviare al male principale di cui soffre l’Italia: la mancanza di una normale architettura politica fondata su un grosso partito popolare-conservatore e un altro socialdemocratico-progressista. Normale non perché la preferibile in astratto, ma perché in armonia con la storia e la geografia di un paese europeo nell’anno di grazia 2013. Normale, e quindi meno guastata dallo spirito di fazione, e quindi più aperta. Ecco perché la migliore e la più feconda prerogativa del governo Letta è proprio quella che da molte parti gli viene rimproverata: di essere un “inciucio”. Il bacio col rospo berlusconiano costringerà la sinistra a ripensarsi senza essere zavorrata dalla pregiudiziale antiberlusconiana. E la condurrà fatalmente a uscire dal vuoto involucro “democratico” per trovare una sua identità in un progetto socialdemocratico, che però per essere tale dovrà essere ripulito dai fumi intossicanti dell’antiberlusconismo e del moralismo giustizialista, e che quindi la porterà a ripensare dolorosamente tutta la sua storia. Come dimostra la nascita di questo governo la sinistra oggi non può trovare un’identità in positivo: per essere di governo, la sinistra diventa democristiana; se vuole essere di sinistra, ricade in quella di lotta, e si sente grillina. L’odio per Berlusconi si spiega anche col fatto che la razionalità di fondo del berlusconismo – la creazione del centrodestra italiano, una realtà che non si può negare correndo dietro alle peculiarità del personaggio – mette in luce la perdurante anomalia della sinistra italiana, prima comunista e poi tutto fuorché “socialdemocratica”. Sono cose che dicevo proprio qui quattro anni fa, parlando dalla sponda berlusconiana. Ma vedo che anche loro, adesso, ci stanno arrivando.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update 04/05/2013: Ecco un altro che ci sta arrivando (naturalmente dicendo solo un terzo della verità, ma c’è tempo, c’è tempo…)

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May 3, 2013 at 17:38

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra

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La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.

Written by Zamax

April 20, 2013 at 14:40

Cosa significa il rigetto di Marini da parte della sinistra

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Ciò significa che l’unica cosa che “tocca le corde profonde dell’elettorato progressista” è ancora l’antiberlusconismo. Ciò significa, anche se questo non piace agli orecchi delicati, che la sinistra non è ancora uscita dal “comunismo”. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che il Pd è formato da giacobini in doppiopetto – i sanculotti sono alla sua sinistra – e relitti democristiani cooptati solo per puro pragmatismo, con l’eccezione di quelli che si sono piegati al verbo. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana. Che noia mortale.

Written by Zamax

April 19, 2013 at 17:35

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

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In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (115)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIAN PIERO GASPERINI 25/02/2013 «Gasperini esonerato. Il nuovo allenatore è Malesani.» No, scusate, questa è la notizia di tre settimane fa. «Malesani esonerato. Gasperini è il nuovo allenatore.» Questa è la notizia del giorno in casa Palermo. Chi ci guadagna? Male che vada, il sommo Zamparini. L’ho già scritto da questa tribuna: Zamparini, diventando il più grande mangia-allenatori della storia del calcio mondiale, cerca ormai la fama imperitura. Molti nomi passeranno, il suo non passerà. L’unico suo problema sarà trovare allenatori disposti a fare da comparsa in cambio di un contratto o illusi di farla franca a suon di successi. E’ per questo che spesso richiama allenatori che già avevano ceduto alle sue lusinghe. Quando ha ricevuto la fatale telefonata dal club, Gian Piero, che già aveva sostituito Sannino, non credeva alle proprie orecchie. Per salvare le apparenze ha chiesto di poter riflettere per qualche ora. Poi ha detto sì. Adesso si aprono due scenari, ambedue esaltanti per il presidente del Palermo: 1) la squadra si riprende miracolosamente e si salva, e a Zamparini tifosi e giornalisti riconosceranno del genio nella sua follia; 2) la squadra continua a non combinare un tubo, e allora Zamparini potrà meditare il colpo del secolo: richiamare Malesani e convincerlo con le sue arti malefiche ad accettare. E allora sarà la Storia a riconoscergli del genio nella sua follia.

L’UTILE IDIOTA 26/02/2013 «Utile idiota» non è una figura retorica molto apprezzata. A torto. Perché l’esistenza del tipo umano che essa sottende trova conferme ogni giorno, specie in contesti fertili come quello politico italiano. Da noi l’utile idiota va incontro al suo mesto destino con aria di superiorità, dimostrando da quelle altezze sublimi anche un composto disgusto per la pacchianeria delle famiglie politiche a lui più vicine. Lusingato dai media e dagli avversari politici di sempre, l’utile idiota nostrano è corazzato contro ogni ragionamento terra terra. E anche quando il ferale verdetto arriva, non piange, non si dispera, e men che mai si pente: rimane ibernato in una specie di compita stupidità. Perciò ieri sera Pier Ferdinando Casini, che non manca di esperienza, ha ammesso tranquillamente la sconfitta; ma era serenissimo, ancora convinto di aver fatto la cosa, anzi, la scelta giusta. Invece Mario Monti, che è ancora alle prime armi, non solo era serenissimo, ma pure soddisfattissimo.

GUIDO GENTILI 27/02/2013 Il giornale della Confindustria fu tra i grandi sponsor dell’operazione Monti. Ricorderete come rompeva i marroni col «fare presto!». Il suo era un disegno profondo e lungimirante: liquidare il berlusconismo, scassare il bipolarismo, succhiare il meglio, a sinistra e a destra, di un parlamento delegittimato e impaurito, e fare del centro illuminato ed europeo il dominus della politica italiana. Dopo qualche mese fu chiaro che la grande strategia scricchiolava paurosamente. Si ripiegò allora sull’idea di un centro-sinistra moderno, guidato da Monti, ma con la truppa fornita dal Pd. Idea bellissima che fece puntualmente naufragio dopo molto meno di qualche mese. Ci si acconciò allora, lì ai piani alti del giornale, alla prospettiva di un più modesto ma nobilissimo obbiettivo: un sinistra-centro guidato da quel brav’uomo di Bersani che avesse in Monti un prezioso collaboratore e un garante nei confronti del severo consesso europeo. Alla vigilia delle elezioni, quando era ormai chiaro che il centro montiano avrebbe fatto la stessa fine gloriosa del centro martinazzoliano di vent’anni fa, l’unica speranza era posta in una franca vittoria del Pd di Bersani, misteriosamente assurto a paladino dell’europeismo responsabile. Sensatissima ipotesi che il giorno dopo la realtà avrebbe spietatamente smentito. Ed ora l’Italia è sotto il tiro dei mercati. In attesa che la situazione politica trovi un auspicale sbocco, il nostro formidabile Sole 24 Ore è del parere che bisogna muoversi subito e bene. E attraverso Guido Gentili ha fatto un video appello a due possibili protagonisti di questa azione preventiva: Mario Draghi, presidente della Bce, e …Grillo. Sì, Grillo. Il Beppe. Lui in persona. Guido Gentili ha ricordato che Beppe una settimana fa, in un’intervista, avrebbe detto di non essere un anti-europeista, e che il problema vero non è l’euro ma la montagna del debito pubblico. Ecco, ha detto il giornalista, una pubblica dichiarazione di Grillo che vada in questo senso sarebbe una grande prova di responsabilità. Forse mi sbaglio – io sono berlusconiano – ma ho avuto l’impressione che stesse per piangere.

IL PARTITO DEMOCRATICO 28/02/2013 Fondamentalmente il M5S è un partito di estrema sinistra. L’urlo compatto della protesta a trecentosessanta gradi contro la politica ha agito come una spessa cortina fumogena sulla sua vera natura. Appena sarà costretto a fare politica, a fare scelte, a votare o non votare provvedimenti, ciò apparirà chiaro, e perderà di colpo l’appoggio di un terzo del suo elettorato, quello proveniente dalla destra arrabbiata. Ma rimarrà, per il momento, una forza possente, che sommata ai sostenitori del rivoluzionario Ingroia e a quelli di Vendola, rappresenterà metà della sinistra italiana. L’altra sarà rappresentata dal cosiddetto «Partito Democratico», sulla carta un’entità distante anni luce da quei facinorosi con la fisima dell’ostentata virtù, la cui base, però, dovendo scegliere tra baciare il rospo, andare a nuove elezioni, o cercare l’alleanza o almeno un’intesa informale con Grillo, ha già deciso in cuor suo per quest’ultima opzione. Da ciò si vede tutto il fallimento dell’operazione «democratica» e della pretesa di passare, dopo mezzo secolo di milizia marxista, e solo a parole, dal comunismo alla sinistra kennedyana. Espediente acrobatico e sfacciato, ma comodo, visto che dietro l’etichetta «democratico» si può nascondere chiunque, anche l’infervorato tagliatore di teste. E questo spiega perché a sinistra, nonostante di comunisti dichiarati non se ne trovi più quasi nessuno, di puri più puri di te pronti ad epurarti ne spuntino fuori a iosa ogni giorno. E adesso è arrivato anche per il Pd, il partito dell’onestà, della giustizia e della questione morale, il momento di avere veramente paura, paura di finire in bocca ad un pesce grosso che l’inghiottirà nel nome dell’onestà, della giustizia e della questione morale, e forse con l’applauso dall’oltretomba dello spirito di Berlinguer. Non sarà il giovanilismo centrista di Renzi a far uscire la sinistra dai suoi problemi strutturali. Ma una dichiarata scelta socialista o socialdemocratica, con tutte le dolorose conseguenze del caso, che la pacifichi, la riunisca e la fonda, in modo che essa possa trovare in se stessa, e non nell’odio per il Berlusconi di turno, le ragioni della sua esistenza. Il primo passo è sempre il più duro. Ma oggi se ne presenta un’occasione ghiottissima: baci il rospo.

IL LIBERALE IN POLITICA 01/03/2013 Liberale nel senso europeo, più precisamente continentale, e più precisamente ancora italiano che oggi si dà al termine. Al liberale generalmente la politica fa orrore, i politici fanno schifo, ed è quasi giunto alla conclusione che anche la democrazia faccia schifo. Mica che abbia torto del tutto. Solo che è curioso che proprio lui si allinei involontariamente al mito astratto e neo-giacobino della «buona politica». Perciò quando si butta in politica si rifiuta di ragionare da politico. Ragiona da missionario, ma senza l’umiltà e la tenacia dei missionari. Se parla al popolo, s’immagina un popolo tutto suo, capace di capire finalmente il suo illuminato e complicato decalogo, mentre quello non capisce assolutamente un kaiser. Quando poi se ne accorge, comincia a imprecare contro un popolo becero tenuto nell’ignoranza dalle «classi dirigenti», mentre è il popolo di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Al liberale in politica tessere alleanze, costruire maggioranze politiche, parlare alla «pancia» del paese, metter su lobbies dentro uno schieramento di Razzi e Scilipoti non passa nemmeno per la testa, tanto «questa politica», che poi è la politica di tutti i tempi e di tutte le nazioni, è destinata ad essere spazzata via, con le sue destre e le sue sinistre. Al liberale in politica non piacciono gli ordinamenti spontanei, ma il «perfettismo» di un partitino di perfettini. Alla fine, per disperazione, dall’alto del suo inevitabile uno per cento, riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno. Eppure anche un liberale «fanatico» come Ludwig von Mises nel 1961 scriveva al sottosegretario di stato tedesco Alfred Müller-Armack queste parole:  «Vorrei ritornare su una osservazione contenuta nella sua prima lettera. Lei parla dei compromessi che si è costretti a fare nella politica pratica, e lo fa con espressioni che porterebbero a concludere che io rifiuti fondamentalmente questa flessibilità. Credo di essere stato frainteso su questo punto. L’elaborazione teorica delle dottrine e dei programmi deve essere rigorosa, coerente ed esente da contraddizioni. Se però non si riesce a convincere la maggioranza a realizzare pienamente il proprio programma, bisogna accontentarsi di ciò che si può ottenere nelle condizioni oggettive in cui ci si muove. Ho sempre criticato la middle-of-the-road-policy di tutte le varianti dell’interventismo, e credo di aver mostrato che esse finiscono inevitabilmente per sfociare nel socialismo vero e proprio. Ma questo non mi ha impedito di capire benissimo che i rapporti di potere politici possono costringere anche un difensore del liberalismo (nel senso europeo del termine, non in quello americano) a venire a patti temporaneamente con certe misure interventistiche (per esempio, i dazi doganali). Nella politica pratica solo raramente si può raggiungere la perfezione. Di regola, bisogna accontentarsi di scegliere il male minore.» (Ludwig von Mises, “In nome dello Stato”, Rubbettino)

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (108)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 07/01/2013 Non credo sia stato un parto difficile. La scelta di “Scelta Civica” quale nome per la lista montiana alla Camera obbedisce in tutto e per tutto alla filosofia politica del centrismo italiano: non avere una sola idea, e cantare in coro …ma con ritegno. Marciando sotto la bandiera della “Scelta Civica”, anche voi, infatti, vi lusingate di appartenere a quella scelta società chiamata società civile: a connotarvi come “moderati” c’è solo la scelta, alquanto moscia, dei termini. Sotto altri lidi politici la stessa scelta assume denominazioni diverse. I più esaltati fra i migliori marciano, anzi, già combattono sotto la bandiera della “Rivoluzione Civile”: non disprezzateli troppo, perché in fondo, e in parte, sono vostri fratelli.

IL PARTITO DEMOCRATICO 08/01/2013 Dopo aver arruolato uno degli editorialisti di punta della gazzetta più importante dell’establishment, Massimo Mucchetti, il Partito Democratico di Bersani ha assoldato anche l’ex direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli. Per quest’ultimo il Pd, col sostegno dato al governo Monti, ha dimostrato di essere «un partito solidamente ancorato all’Europa». Può darsi. Solo che scegliendo poi Mucchetti e Galli ha dimostrato proprio il contrario. Infatti, quale altra tranquilla forza socialdemocratica europea, che non si sentisse in bisogno di dimostrare alcunché a nessuno, e alla quale fosse rimasto ancora un minimo di senso del ridicolo, avrebbe fatto lo stesso tipo di scelta nel suo progredito paese? E perché queste cose strabilianti accadono solo in Italia? E perché passano quasi per normali?

PIER FERDINANDO CASINI 09/01/2013 In Italia, guarda un po’, esiste un elettorato conservatore, coi suoi pregi e i suoi difetti. La forza e la longevità del berlusconismo stanno nel solo fatto di rappresentarlo. Quest’aquila della politica italiana invece pensava di liquidare il berlusconismo senza occuparne lo spazio politico. Né lui né Monti né gli altri bamboccioni centristi hanno avuto il coraggio di varcare il Rubicone. Risultato: il Berlusca non è morto; il Pdl non è morto; la coalizione berlusconiana in un amen si è ricostituita quasi per fisiologica necessità, con grande scorno della sinistra, del centro e dei militanti leghisti più cretini; e viaggia al momento, a dar retta ai sondaggi, con un trenta per cento circa di consensi che ha tutte le possibilità di crescere a vista d’occhio grazie alla diserzione centrista. E questo perché l’elettore, che non è scemo, in primo luogo non vuole perdere; in secondo luogo vota per un possibile vincitore che a suo giudizio costituisca il male minore; e solo in terzo luogo vota con qualche fondata fiducia per un partito o un candidato. A dispetto delle apparenze questo sano realismo politico è l’esatto contrario dell’antipolitica. Ciononostante per Pier Ferdinando quello tra Pdl e Lega «è l’accordo della disperazione». Anzi, il leader dell’Udc confida nella superiore intelligenza degli elettori di Pdl e Lega rispetto a quella dei loro capi, senza neanche sospettare che anche i suoi elettori ne hanno una.

GIANCARLO GENTILINI 10/01/2013 Anche lo sceriffo di Treviso è tra i quei poveri allocchi di leghisti rimasti di stucco davanti all’accordo tra Maroni e Berlusconi. A “La Zanzara” su Radio 24 si è sfogato così: «I militanti sono furibondi, la base non sapeva nulla di questo accordo tra il Pdl e la Lega. E’ quasi un anno e mezzo che diciamo “basta Berlusconi” e ora riappare dalle brume della palude. Cosa raccontiamo ai leghisti adesso?» Ma niente, sapevano già tutto prima. Se l’aspettavano. Anzi – te lo dico in un orecchio, sceriffo – la maggioranza se lo augurava. E in cuor tuo, sceriffo, lo sapevi pure tu. L’accordo significa solo che per voi, i capintesta, i “militanti”, la piccola “base” rumorosa, il tempo delle spacconate e delle allegre bevute, dei bluff e delle recite, il tempo delle vacanze insomma, è finito.

ERIC SCHMIDT 11/01/2013 Missione umanitaria per il presidente di Google, che insieme all’ex governatore del New Mexico Bill Richardson si è recato in Corea del Nord allo scopo di favorire la soluzione del caso Pae Jun-Ho, cittadino statunitense di origine coreana in prigione nel paese asiatico con l’accusa di spionaggio. Sembra che la missione di Schmidt abbia fatto un bel buco nell’acqua: il leader nord-coreano Kim Jong-un non si è fatto vedere, mentre Pae Jun-Ho non gliel’hanno proprio fatto vedere. Al governo marxiano di Pyongyang Schmidt ha fatto discorsi da marziano: lo ha sollecitato «a decidere una moratoria sui missili balistici e su eventuali test nucleari» e «allo sviluppo dell’uso di internet», senza il quale il paese è destinato ad isolarsi, a rimanere indietro, a non crescere economicamente. E’ una fortuna che il popolo disgraziato di questo sciagurato paese non abbia potuto ascoltare i propositi del presidente di Google. Abituato a sognare ogni notte l’acqua corrente, l’elettricità, il riscaldamento, un solo pugno di riso al giorno, ma sicuro, sarebbe rimasto annichilito dalla scoperta della siderale distanza che lo separa dai vanesi e ricchi operatori di pace dell’Occidente.

Monti e il centrodestra

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Monti può fare adesso tre cose:

  1. Non candidarsi, aspettare gli eventi e fare la riserva della repubblica. Questa scelta obbedirebbe alla sua più vera natura. In questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  2. Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. Anche in questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  3. Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica».* Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. Loro lo sanno benissimo. Scriveva ieri il direttore de L’Unità, Claudio Sardo:

Eppure [la discesa in campo, NdZ] sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee.

* E’ una verità che si può cogliere anche nelle piccole cose: basti pensare che il gruppo socialista europeo ha dovuto cambiare la sua ragione sociale al solo scopo di accogliere fra le proprie fila gli stravaganti “democratici” italiani.

Written by Zamax

December 14, 2012 at 14:53

Bersani il populista

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«Proprio perché Monti può essere ancora utile, sarebbe meglio che restasse fuori dalla contesa», ha detto l’altro giorno Bersani. Non è la prima volta che nei confronti di Monti usa un linguaggio da bulletto, da padrone che non deve alzare la voce per farsi obbedire, un linguaggio da bolscevico insomma, ma chissà perché Monti non se ne adonta mai, né la grande stampa censura il segretario PD, come invece fa con implacabile e farisaica seriosità coi cialtroni di «destra» quando mettono il Salvatore in questione. Eppure mai come nell’anno del Monte Bersani (e i suoi luogotenenti) e Berlusconi sono apparsi così vicini sui temi della politica economica e dell’Europa. Infatti penso che il grande Silvio – al quale in questo momento difficile voglio ribadire un sostegno degno di uno che appartiene con pieno merito alla nobile schiatta dei suoi servi e lacchè – penso che il magnifico Silvio, dunque, su queste materie abbia detto un sacco di corbellerie. Comunque, leggete sotto e trovate un po’ la differenza:

«Adesso bisogna che l’Europa agisca collettivamente: l’Italia non affonderà l’Europa, ma sia chiaro che l’Europa di Merkel e Sarkozy non può farci affondare tutti». Lo dice Pier Luigi Bersani a Sky Tg24. «Noi dobbiamo avere una posizione nazionale in Europa e dire che noi siamo pronti a fare riforme, andremo avanti nel cambiamento, ma noi manovre non ne facciamo più perché non si può chiedere di più a un Paese che raggiunge il 5 per cento di avanzo primario l’anno». (www.adnkronos.com/ign 3 gennaio 2012)

«Di questo passo, quindi, rischia perfino la Germania. Si dia qualche regolata, allora, in modo tale che, quando si arriva ai vertici, si arrivi a qualche decisione». Trilaterale Monti, Merkel, Sarkozy; Eurogruppo; Consiglio europeo. Di qui alla fine di gennaio sono molte le occasioni per “stringere”. E Berlino «deve mollare, deve dare una mano a fare girare un po’ d’economia se non vuole che vada sotto anche lei». E deve sconfiggere quel pregiudizio che circola nella sua opinione pubblica. «Loro che con l’euro altroché se ci hanno guadagnato; sono convinti invece che ci hanno rimesso», commenta Bersani. (www.unità.it, 8 gennaio 2012)

Pier Luigi Bersani cosa vorrebbe che il premier Monti dicesse ad Angela Merkel, in visita a Roma? «Con la diplomazia e con il buon inglese del nostro presidente del consiglio vorrei che si lanciasse un messaggio garbato ma comprensibile: condividiamo un’esigenza di rigore ma se facciamo solo rigore andiamo contro un muro. Direi alla Merkel che l’idea che ognuno si salva da solo non è vera, non è stata vera neanche per la Germania perché l’euro nacque dal dopo Muro, in un patto non solo economico ma strategico e politico. Quel patto prevedeva l’unificazione e la moneta comune, per noi il patto è ancora quello» (www.unita.it, 16 febbraio 2012)

«Non so quanto ci sia di tattico, certo è una posizione negativa quella della cancelliera Merkel sugli eurobond. Non sono i soli strumenti a disposizione ma serve uno strumento per mutualizzare il debito altrimenti difficilmente possiamo affrontare il futuro». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, a margine della scuola di formazione politica del Pd. «La posizione della Merkel non è quella dell’Spd e mi auguro che dal Governo italiano arrivi una parola forte perché se continuiamo così sono guai». (www.unita.it 11 maggio 2012)

«Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli che ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare. (…) È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro. (…) Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.» (www.huffingtonpost.it, intervista a Stefano Fassina, 10 dicembre 2012)

Written by Zamax

December 11, 2012 at 18:45

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (100)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHAELA BIANCOFIORE 12/11/2012 Dopo tanti anni di pericolo populista inconsistente ma ossessivamente propagandato dai media, è arrivato, nel silenzio dei media e con la complicità dei media, il populismo vero, quello della retorica anti-casta, sottoprodotto della questione morale. Gli ha fatto compagnia un linguaggio greve, cupo e monotono, fatto di azzeramenti, repulisti, rottamazioni, bonifiche, purificazioni, disinfestazioni, et similia, cui pochi hanno avuto la forza morale di sottrarsi. Per ogni genere di problemi l’unica soluzione accettabile è ormai la «soluzione finale». Cambia solo il nome. Oggi è il turno della «deforestazione». L’ha gettato nell’arena politica l’esaltata Michaela Biancofiore, in nome di un ossimoro: il berlusconismo duro e puro.

MICHELE PLACIDO 13/11/2012 Forse è una malattia professionale, ma se vuoi trovare un campione di conformismo comico-demenziale cerca fra attori e registi e ne troverai a dozzine. Michele, ad esempio, vorrebbe fare un film Dell’Utri. Alt, calma, lo so che per il soverchio entusiasmo già vi cascano gli zebedei, ma abbiate pazienza. Sentite come spiega questo suo malsano interesse artistico per tale personaggio: «In Italia progetti che mi interessano ce ne sono moltissimi, penso ai misteri del patto tra la mafia e lo stato, non è stato raccontato nulla, sarebbe quasi un dovere farlo, se si potesse io sarei pronto. Da parte degli autori c’è, salvo qualche rara eccezione, molta autocensura, invece bisogna essere più dentro la storia del nostro paese. (…) Forse ci penseranno i talenti giovani, che sono molto più incazzati di noi, ad avere meno paura ad entrare nel vivo della nostra storia. Penso però che ci vorrebbe più coraggio da parte dei produttori e anche delle istituzioni che potrebbero finanziare dei film che raccontino chi siamo, sarebbe un bel segnale di cambiamento». Ora, questa sbobba tediosa – stato e mafia, stato e corruzione, stato e stragi di stato, stato e terrorismo, stato e misteri di stato (coi servizi segreti, deviati, che stanno immancabilmente laggiù, sullo sfondo nebbioso del marciume italico) – è ormai un cliché cinematografico tipicamente nostro che coniuga il genere fantasy con l’antifascismo più lugubre, e che lungi dall’essere ostacolato, è vezzeggiato, foraggiato e premiato. E’ un cinema di anti-stato di stato. E’ un cinema di denuncia promosso dalla nomenklatura. Questo spiega la «passione civile» di molti eroi del palcoscenico, e la forsennata produzione. E questo forse riesce anche a spiegare perché dopo la montagna di film sul Berlusca, ora ci sia qualche originale, ben presto seguito da un gregge di originali, ansioso di cimentarsi – roba da matti – cogli amici del Berlusca.

LA SINISTRA E LE SUE ICONE 14/11/2012 Il momento cruciale del dibattito fra i fantastici cinque candidati alle primarie della sinistra è stato quando è stato chiesto loro di indicare alcuni dei loro personali modelli di riferimento. Così abbiamo scoperto che se Bersani s’ispira ad un papa, Vendola s’ispira ad un cardinale, Tabacci a due democristiani, la Puppato ad una democristiana e ad una comunista, Renzi a un sudafricano e a una nordafricana. Il conto totale delle icone è presto fatto: due preti, tre democristiani, una comunista, e due personaggi esotici. Il giorno dopo anche il non candidato D’Alema ha fatto sapere alla nazione che nel suo Pantheon personale oltre a un comunista c’è anche un altro democristiano. Secondo me le cose sono due: 1) o l’Italia clerico-democristiana era il migliore dei mondi possibili; 2) o i bolscevichi sono ancora tra noi, con la loro leggendaria improntitudine.

IL PD DI LOTTA E DI GOVERNO 15/11/2012 Per un disperato bisogno di trovare una qualche gratificazione, al demagogo caduto nella polvere, o all’epuratore epurato, capita spesso di dire un’amara verità, come ha fatto ieri Di Pietro alla manifestazione della Fiom a Pomigliano. Ad essere colpiti dagli slogan dei lavoratori – tra i quali un gregge di militanti che come da stanco copione belava indignato “Bella ciao”, perché a certi fessacchiotti un padrone solo non basta – il ministro Fornero, il premier Monti e il boss della Fiat Marchionne. Ma parolette non proprio carine sono state indirizzate anche a Vendola, ormai in odore di “collaborazionismo”, e a Di Pietro, da poco iscritto dai giornali che contano nella lista ufficiale dei “mariuoli”, tutti e due presenti al corteo; dove trovavano posto, fra gli altri, anche De Magistris, forse ancora troppo fresco per diventare pure lui un “mariuolo”, e Fassina, responsabile economico del Pd, ma soprattutto plenipotenziario del partito presso la vasta area degli esaltati sinistrorsi, con i quali peraltro si trova a meraviglia. «Qui vedo tanta ipocrisia», ha detto Di Pietro, «i partiti che votano le leggi di Monti sono qui a manifestare contro le leggi di Monti.» So già che alcuni diranno che dall’altra parte succede lo stesso. Succede molto ma molto di meno. E men che mai con la sussiegosa professionalità dei post-comunisti. Loro possono. I signorini.

BONO VOX 16/11/2012 Francamente non credo che noi come italiani dobbiamo preoccuparci. Sul trono sta sempre saldo il nostro inarrivabile Adriano Celentano. Però bisogna ammettere con sportività che Bono ne ha fatta di strada, e che ormai merita un posticino di tutto rispetto nel ranking dei più squinternati tromboni dell’umanitarismo planetario. Con l’esperienza ha imparato a non pensarci su troppo e a sparare cannonate con la felice naturalezza di chi è amico fraterno dell’alcool. E’ vero che in questo modo escono spesso di bocca minchiate terrificanti, ma è anche vero che chi è in pace con se stesso, dopato o no che sia, trasmette benessere e ha un grande potere di seduzione: un uomo perfettamente sereno sembra sempre un po’ brillo. (Potete applicare questa teoria a chiunque: tanto io me ne faccio un baffo, naturalmente.) Ma dicevo di Bono, che a Washington, nel corso di un summit sulla povertà con il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, si è lasciato definitivamente guidare dall’estro del momento: «Tutti sanno che il più grande killer, più dell’Aids, della tubercolosi, della malaria, è la corruzione. E non esiste solo a Sud dell’equatore ma anche a Nord. C’è così tanto dolore provocato dalla crisi economica, dalla recessione, dal fiscal cliff. Per questo sono in città.» E per fortuna che si sono i mercati emergenti: «Senza tutto quello che sta succedendo in Sud America, in America Latina, noi saremmo fottuti.» Certo, senza un talento innato non ci si può bere il cervello con tanta arte. Però pensavo: non sarà anche l’effetto di guardare il mondo solo ed esclusivamente con gli occhiali da sole, da mane a sera, trecentosessantacinque giorni all’anno?

E allora ricapitoliamo

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RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Il passo indietro, quello vero

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E’ ormai chiaro come il governo Monti, nonostante il patriottismo dei media si faccia ancora piacere quasi tutto, cammini a piccolissimi passi nel solco dei governi che l’hanno preceduto, artifici lessicali compresi, come certe ri-regolarizzazioni etichettate col nome di liberalizzazioni. Siccome sono convinto che in una situazione come quella italiana la direzione di marcia sia ancora più importante della portata dei singoli provvedimenti, e che il coacervo corporativo ed il baraccone statalista vadano sgretolati più che abbattuti, il fatto, oltre a non sorprendermi, nemmeno mi spinge a bocciare su tutta la linea la squadra del professore. Fin dal giorno dopo la caduta del precedente governo, avevo scritto che Berlusconi, prevedendo l’impasse di quello d’emergenza e i mal di pancia della sinistra di fronte al minimo passo concreto sulla via delle «riforme», avrebbe cercato di fare del Pdl l’architrave del governo tecnico quando questo, avendo perso il treno rivoluzionario, avesse dovuto mettere radici politiche. Berlusconi, in questa storia sgangherata, è l’unico che abbia agito con coerenza. Il più tenace a resistere all’assedio dei potenti e numerosi patrocinatori del governo tecnico, è stato anche il più lesto ad adattarsi con duttilità e con spirito costruttivo ad un male più inevitabile che necessario, dopo aver perso la battaglia. Ad un cartello elettorale formato dai partiti della grande coalizione che informalmente sostiene Monti il Cavaliere non crede affatto. La velata disponibilità espressa in questi giorni mira solo a sondare il grado di coesione del PD in previsione di una sua possibile spaccatura. Sa che Monti, per quanto poco riesca a fare, e per quanto a rilento vada, è legato ad un’agenda «europea» e non può affondare in quell’assoluto immobilismo che solo potrebbe evitare alla sinistra democratica il braccio di ferro con quella antagonista. E sa che su questa via le lacerazioni a sinistra saranno molto più sanguinose che a destra. Anche se può apparire come una sottile vendetta, la sua strategia è legittima e il suo comportamento lineare. Non è lui che si è cacciato in trappola, caro Bersani.

Ai belli spiriti che con cieca pedanteria, guardando ai “fatti”, sostengono che il governo tecnico qualcosa di più faccia, comunque, rispetto a quello precedente, rispondo che è un progresso che paghiamo con l’arretramento del sentimento democratico e liberale in Italia, e che abbiamo indebolito le nostre basi politico-culturali per un vantaggio dubbio o piccolo. Nel nostro paese la crescita impazzita del debito pubblico non fu causata dalla corruzione, che è una stupidaggine bella e buona, né fu causata solo dalla naturale propensione dell’uomo a credere alla favola del pasto gratis: fu anche il prezzo pagato al radicalismo di massa, a quella palla al piede che è la più grossa espressione di arretratezza politico-culturale del nostro paese, per tenerlo buono in una stagione già martoriata dal terrorismo. Ora facciamo il contrario: per rispondere ai problemi dell’economia nel senso più largo del termine, contraiamo un “debito politico-culturale” di cui già ora cominciamo a pagare gli interessi. La demagogia antiberlusconiana che ha portato alla nascita del governo tecnico non ha aperto nessuna nuova era in Italia. Piuttosto, l’ha ricacciata indietro. La demagogia crea demagogia anche quando è seriosa e misurata nei toni. Avevo avvisato del pericolo di questo schiaffone alla democrazia, che resta uno schiaffone anche se ha tutte le firme e i timbri in regola. Ora ad impadronirsi della protesta «democratica» contro il «regime tecnocratico» non sono le componenti liberali o libertarie ma le componenti più radicali della politica italiana. Le quali si sono ingrossate. Nonostante la mole è il variegato insieme della sinistra antagonista a far sentire il suo peso gravitazionale sul PD, e non il contrario. Dall’altra parte dello spettro politico la Lega ha risentito più forte il richiamo della foresta, e la destra verace ha voglia di tornare pura e dura. Il polo conservatore, cui aveva lavorato il Cavaliere, sta perdendo i pezzi; di quello socialdemocratico, che del primo doveva essere il corollario e che doveva pacificare la sinistra con se stessa e con la storia, non si vede neanche l’ombra. A questo stadio l’Italia prima o poi arriverà, per una specie di necessità fisiologica. Ma intanto rischia di tornare indietro, ai tempi della prima repubblica: con una destra leghista o neo-missina ricacciata nell’angolo; con un radicalismo di massa dominante a sinistra; con un pluri-partito al centro che non sappiamo ancora se per puro caso alle prossime elezioni sarà un pentapartito; e con un elettore «moderato» costretto ancora una volta alla maledizione del «primum vivere». Bel progresso.

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Written by Zamax

March 6, 2012 at 11:21

Da Tremonti a Monti: la discontinuità domata

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Ricordate i colpi d’ariete della retorica del “fare presto” che si abbattevano sulle mura della nostra cittadella politica? Il sentimento d’urgenza sembrava possedere quella forza di propulsione che non solo fa crollare le mura del potere, ma sa anche fornire il nuovo governo “rivoluzionario” di energia sufficiente ad approfittare dello sbandamento iniziale della classe politica e dell’incertezza delle “parti sociali” per mettere tutti davanti ai “virtuosi” fatti compiuti, e per imporsi così nel paese. Il Governo Monti in realtà avrebbe dovuto agire con l’efficacia di un Gabinetto di Guerra, salvando appena appena le forme della correttezza istituzionale, se avesse voluto essere coerente con la sua natura. E questo perché era figlio non tanto di un disegno ma di una pulsione antidemocratica a lungo covata che solo circostanze eccezionali avevano fatto trionfare. Sennonché sono bastati pochi giorni per capire che la brutta pulsione non era affatto accompagnata dalla ferrea volontà del rivoluzionario pieno di buoni propositi. Rivoluzionari a metà, il governo e i suoi laudatores hanno cominciato a cincischiare e a temporeggiare. La paroletta magica del giorno, “equità”, una di quelle infatuazioni lessicali a comando cui l’Italia va periodicamente soggetta, è salita sempre più frequentemente alle labbra dei nuovi ministri. Il governo antipolitico è diventato politico in poche settimane. E la manovra che ne sta uscendo ha tutta l’aria di una stangatina meno attenta agli interessi del paese che agli equilibri parlamentari: non una manovra di “qualità”, ma una caricatura appesantita di quanto fatto dai governi tremontiani, con una accelerata sulle pensioni compensata, come fanno a volte gli arbitri di calcio per i rigori o le espulsioni, dall’inasprimento della pressione fiscale. Siamo ancora fermi ai saldi contabili, o giù di lì, in attesa che il sentiero stretto che stiamo percorrendo si allarghi grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, di cui per ora non si vede neanche l’ombra, che ci permetta di affrontare con più agio le mitiche, incisive riforme.

Questo è un male, ma è anche un bene. 1) E’ un male perché dimostra come l’uomo della strada, e con lui la classe politica e le parti sociali che lo rappresentano abbastanza fedelmente, non sia ancora capace di uscire dalle sue contraddizioni, e tanto urla contro le ingiustizie quanto è chiuso nella difesa dei suoi interessi particolari. I momenti difficili sono quelli meno indicati per puntare il dito contro qualcuno o qualche gruppo sociale, ma succede il contrario quando regna la sfiducia, quando la diffidenza si nasconde dietro mielate parole come “equità” e simili, e quando, nel contempo, si spera nel “deux ex machina” della crescita economica progettata a tavolino, oltre che in quello del tesoretto recuperato agli evasori fiscali. Solo che il debito pubblico non ci permette alcuna manovra espansiva, tagli alla tassazione nel breve-medio termine lo aggraverebbero, una bella potatura alla pubblica amministrazione avrebbe anch’essa nell’immediato effetti recessivi: siamo alla dittatura dell’oggi e al primum vivere, sempre che una volta passata la buriana si abbiano idee chiare e volontà di rigare dritto. Realisticamente, possiamo solo sperare in una stagnazione virtuosa, non in una fantomatica crescita, i nudi numeri della quale nascondano un risanamento sostanziale della struttura sociale ed economica. 2) E’ un bene perché dimostra come le scorciatoie antipolitiche alla politica prima o poi siano ricondotte. Sarebbe una beffa, per Monti, se il suo governo dovesse trovare nel partito di Berlusconi la colonna portante in parlamento, ma l’ipotesi è del tutto realistica. Lo stesso Berlusconi potrebbe essere interessato ad una prova di forza indiretta col partito di Bersani, cosciente che, stando così le cose, se i malumori non saranno pochi nel Pdl, essi saranno molto maggiori in un Pd incapace di costruire una “ragionevole” unità socialdemocratica a sinistra, e perciò costretto a correr dietro da una parte all’ampia schiera della sinistra antagonista e dall’altra a cercare l’innaturale alleanza tattica col centro che gli ha fatto abbracciare l’ipotesi Monti. Al partito del Cavaliere questo ostentato “senso di responsabilità” risulterebbe vantaggioso per il futuro anche nel caso l’esperimento Monti dovesse fallire, in quanto dimostrerebbe l’impraticabilità di soluzioni moderate anti-berlusconiane. Inoltre, una Lega nuovamente secessionista sarebbe col tempo condannata all’emarginazione, e potrebbe spaccarsi: in ogni caso una grossa parte del suo elettorato sarebbe destinata a confluire in quello della creatura berlusconiana.

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December 6, 2011 at 08:37

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (49)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FIORELLO 21/11/2011 Grandi schermaglie su Twitter. A Sabina Guzzanti che trova “noiosissimo” il nuovo programma di Fiorello su Rai1, premiato al suo debutto da un’audience di dieci milioni di spettatori, lo showman risponde così: “Ciao rosiconaaaaa!!! Pensa che una volta mi facevi ridere adesso mi fai tristezza!” E che razza di risposta è? Significa forse che trovava Sabina divertente finché non gli ha dato del noioso? E che adesso si è convertito sulla via di Damasco vittima di un qualche incidente misterioso che l’ha illuminato? E vi pare forse da gentiluomo rinfacciare ad una signora il proprio successo dando per scontato che ella sia mossa dall’invidia? Dalla bassa invidia per quella roba da cafoni che è la soverchia preoccupazione per i dati dell’audience? No, caro Fiorello, non sei divertente. E non è affatto una cosa da uomini. Io non la farei mai. Ci tengo al mio sex appeal.

IL TRIBUNALE DI MILANO 22/11/2011 La quinta sezione del sullodato tribunale in base all’articolo tal dei tali della più recente e più creativamente interpretabile giurisprudenza, di cui non m’importa ovviamente un fico secco, ha deciso che tutte le trenta e passa ragazze che hanno presumibilmente allietato le serate berlusconiane alla reggia di Arcore sono da considerarsi parti offese: il che vuol dire che le signorine sono gentilmente ma fermamente pregate di considerarsi parti offese. Nel mondo volgare e ottuso, alla donna di facili costumi, sempre che lo sia, il peggio che possa capitare, di norma, è di beccarsi la qualifica grossolana e sbrigativa di puttana. Ci vuole invece tutto lo zelo dell’umanitarismo progressista per considerarla pure una minorata.

ANGELA MERKEL 23/11/2011 La cancelliera ha mandato un messaggio di auguri al vincitore delle elezioni spagnole, Mariano Rajoy, invitandolo nel contempo a “mettere in atto rapidamente le riforme necessarie in questo periodo difficile per la Spagna e per l’Europa.” Visto che c’era, poteva elencargliele lei, queste riforme necessarie, una per una, con precisione teutonica e con qualche numeretto. Tanto ormai non è più tempo di salamelecchi. Qui siamo tutti da riformare, la Spagna che passava fino all’altro ieri per riformatissima è da riformare dalle fondamenta, l’Italia è sempre stata una nazione da riformatorio, l’Europa tutta dovrebbe essere un gigantesco riformatorio, ma nessuno che faccia la prima mossa. Perché non cominciare allora con una bella riforma delle strategie di comunicazione dei leader politici? Tanto per vedere chiaro nell’inferno prossimo venturo, e metterci il cuore in pace. Chissà, magari pensavamo peggio.

I LIBERAL DEL PD 24/11/2011 I “liberal” del Pd hanno chiesto al responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, di dimettersi per aver criticato troppo seccamente le richieste fatte dall’Unione Europea all’Italia. Nel partito hanno sbuffato tutti, come si fa coi bambini. Questi signori sono il prodotto di un doppio conformismo: la loro formazione, la loro cultura, li porta a sposare un prudentissimo moderatismo in punta di fioretto; la stessa prudenza li porta ad intrupparsi politicamente a sinistra, visto che a destra c’è solo il demonio. Così irrisolti, servono da prezioso mobilio alla politica: fanno bella figura, e fanno fare bella figura. Quando si prendono sul serio, nessuno li prende sul serio.

ELSA FORNERO 25/11/2011 Il nuovo governo Monti è figlio di un passo indietro. Sarà per questo, forse, che un governo tecnico destinato a bruciare le tappe si rivela ogni giorno di più un compassato ma ostinato marciatore a ritroso. Prendete la ministra del Welfare. Ha parlato finalmente: di “rigore ed equità”, di azioni “improntate a sobrietà”, di “crescita delle prospettive delle giovani generazioni” e di tutte le altre bubbole soporifere già proferite con sostenuta dignità dai suoi scattanti colleghi. Sullo spinoso caso Fiat è arrivata a dire, convergendo magistralmente ma parallelamente sul punto, che “il governo segue la vicenda ed è pronto a costruire contributi costruttivi alla vicenda”. Un discorso costruttivo, direi. Raramente si sono visti dei novellini della politica calarsi con così straordinaria prontezza nei panni di ministri. Ma la ministra, oltre alla minestra riscaldata, e a differenza dei colleghi, ha saputo tirar fuori l’asso nella manica che ha sbalordito l’uditorio, e crediamo pure Corrado Passera, che si è morso le labbra per l’invidia: “la riforma delle pensioni” ha detto “è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati”. Un’altra settimana e questi fulmini di guerra scopriranno che pure l’accelerazione non è che sia proprio del tutto indispensabile. Si passerà dalla compostezza all’ibernazione: allora tutto sarà perfetto. Mancherà solo Berlusconi, e tutto sarà più triste.

Written by Zamax

November 29, 2011 at 13:43

La sinistra degli equivoci

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L’esame di Bruxelles, a quanto pare, ha fatto più male alla sinistra che a Berlusconi. Sul patibolo il condannato è riuscito a levarsi il cappio dal collo per passarlo assai destramente su quello delle opposizioni che assistevano allo spettacolo. Poteva succedere prima se il presidente del consiglio non avesse avuto il problema di tenere insieme la sua maggioranza. All’agenda economica “europea” è arrivato per forza ma ha avuto la forza di arrivarci per gradi, il tempo di riuscire a mettere gli alleati politici di fronte alla realtà e a far loro inghiottire il rospo senza far saltare tutto. I tromboni che hanno a cuore le sorti del paese dovrebbero tener conto di questo elementare dato di fatto, prima di vagheggiare utopiche quanto cervellotiche alternative politiche. Non è cosa da poco, infatti, portarsi dietro in tempi difficilissimi un blocco politico ed un elettorato rimanendo nella sensatezza ed evitare così il naufragio. In caso contrario la bella politica è solo un esercizio auto-consolatorio e fors’anche auto-assolutorio.

Continuano invece gli equivoci di fondo a sinistra. Possono cambiare i nomi, le correnti, le alleanze al suo interno, ma quelli restano. Rimane la dicotomia fra due sinistre, ambedue inutili, ambedue fuori del tempo, l’una comodamente sepolta nel passato, l’altra comodamente fuggita nel futuro. Rimane per aria quella sintesi mai avvenuta fra tradizione ed esigenze dei tempi che è buona parte dell’arte della politica, e che il veleno della “questione morale” – l’albero si giudica dai suoi frutti – congela da decenni. Il programmino di Bruxelles non poteva essere fatto suo dalla sinistra, evidentemente. Avallarlo significava prendere in giro se stessa e l’opinione pubblica. Ma l’isterica alzata di scudi sulla questione dei licenziamenti, l’assenza generalizzata di qualsiasi ragionata risposta, ha evidenziato plasticamente, una volta di più, come l’invocato “riformismo” a sinistra abbia vita durissima.

In questi anni l’impostura del “partito democratico” ha fatto crescere a dismisura l’area antagonista alla sua sinistra. Eludere con un grande balzo in avanti la questione socialista, che è la vera questione morale in cui si dibatte la sinistra italiana, è stata una furbizia che non ha risolto un bel niente. Sperare che i compagni si allineassero tutti al nuovo corso e che col tempo gli irriducibili facessero idealmente la fine dei trotzkisti dei tempi di Stalin mostrava solo che la mentalità comunista non aveva del tutto tirato le cuoia. Un po’ alla volta il PD è tornato a cuccia. Anni di flirt con un liberalismo libresco e astratto, e con un certo ammuffito establishment con il quale si sperava di cooperare nella cacciata dell’outsider Berlusconi per poi dividere il bottino di guerra, sono stati velocemente mandati in soffitta sotto l’incalzare della crisi economica. A Kennedy od Obama il partito democratico di casa nostra ha preferito il marxismo romantico di Vendola e il giustizialismo di Di Pietro, pretendendo nello stesso tempo di allearsi tatticamente col “centro”.

I “rottamatori” non sono che un prodotto di questa schizofrenia. Non abbiamo motivi per non credere alla loro buona fede. Ma il fatto stesso di tirar fuori dal cilindro l’idea della “rottamazione” dimostra come a sinistra, caratteristicamente, il cambiamento continui ad esser concepito solo in termini sbrigativi di rottura, di “repulisti”, e quindi di colpevole oblio, anche da chi guarda in avanti. Ammesso, con qualche scetticismo, che le idee espresse da Renzi siano profondamente radicate in lui, è pacifico che sono condivise solo da un’infima parte dell’elettorato di sinistra, e lo sarebbero ancor meno quando si dovesse uscire dall’alone mediatico per fare sul serio. Con minor calcolo, è lo stesso errore di chi pensò di fondare il partito “democratico”. Sempre che il sindaco di Firenze a sinistra voglia restare. La sinistra, per il bene dell’Italia, ha bisogno di essere unita in una piattaforma socialdemocratica e tirata fuori dalle secche dell’antiberlusconismo. Non è impossibile, ma è impossibile se non ripensa alla propria storia e alle proprie epurazioni. Sennò continua ad essere trincerata nel passato. Quando non scappa nel futuro. E nel presente non c’è mai.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

November 1, 2011 at 10:00

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