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il blog di Massimo Zamarion

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Il passo indietro, quello vero

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E’ ormai chiaro come il governo Monti, nonostante il patriottismo dei media si faccia ancora piacere quasi tutto, cammini a piccolissimi passi nel solco dei governi che l’hanno preceduto, artifici lessicali compresi, come certe ri-regolarizzazioni etichettate col nome di liberalizzazioni. Siccome sono convinto che in una situazione come quella italiana la direzione di marcia sia ancora più importante della portata dei singoli provvedimenti, e che il coacervo corporativo ed il baraccone statalista vadano sgretolati più che abbattuti, il fatto, oltre a non sorprendermi, nemmeno mi spinge a bocciare su tutta la linea la squadra del professore. Fin dal giorno dopo la caduta del precedente governo, avevo scritto che Berlusconi, prevedendo l’impasse di quello d’emergenza e i mal di pancia della sinistra di fronte al minimo passo concreto sulla via delle «riforme», avrebbe cercato di fare del Pdl l’architrave del governo tecnico quando questo, avendo perso il treno rivoluzionario, avesse dovuto mettere radici politiche. Berlusconi, in questa storia sgangherata, è l’unico che abbia agito con coerenza. Il più tenace a resistere all’assedio dei potenti e numerosi patrocinatori del governo tecnico, è stato anche il più lesto ad adattarsi con duttilità e con spirito costruttivo ad un male più inevitabile che necessario, dopo aver perso la battaglia. Ad un cartello elettorale formato dai partiti della grande coalizione che informalmente sostiene Monti il Cavaliere non crede affatto. La velata disponibilità espressa in questi giorni mira solo a sondare il grado di coesione del PD in previsione di una sua possibile spaccatura. Sa che Monti, per quanto poco riesca a fare, e per quanto a rilento vada, è legato ad un’agenda «europea» e non può affondare in quell’assoluto immobilismo che solo potrebbe evitare alla sinistra democratica il braccio di ferro con quella antagonista. E sa che su questa via le lacerazioni a sinistra saranno molto più sanguinose che a destra. Anche se può apparire come una sottile vendetta, la sua strategia è legittima e il suo comportamento lineare. Non è lui che si è cacciato in trappola, caro Bersani.

Ai belli spiriti che con cieca pedanteria, guardando ai “fatti”, sostengono che il governo tecnico qualcosa di più faccia, comunque, rispetto a quello precedente, rispondo che è un progresso che paghiamo con l’arretramento del sentimento democratico e liberale in Italia, e che abbiamo indebolito le nostre basi politico-culturali per un vantaggio dubbio o piccolo. Nel nostro paese la crescita impazzita del debito pubblico non fu causata dalla corruzione, che è una stupidaggine bella e buona, né fu causata solo dalla naturale propensione dell’uomo a credere alla favola del pasto gratis: fu anche il prezzo pagato al radicalismo di massa, a quella palla al piede che è la più grossa espressione di arretratezza politico-culturale del nostro paese, per tenerlo buono in una stagione già martoriata dal terrorismo. Ora facciamo il contrario: per rispondere ai problemi dell’economia nel senso più largo del termine, contraiamo un “debito politico-culturale” di cui già ora cominciamo a pagare gli interessi. La demagogia antiberlusconiana che ha portato alla nascita del governo tecnico non ha aperto nessuna nuova era in Italia. Piuttosto, l’ha ricacciata indietro. La demagogia crea demagogia anche quando è seriosa e misurata nei toni. Avevo avvisato del pericolo di questo schiaffone alla democrazia, che resta uno schiaffone anche se ha tutte le firme e i timbri in regola. Ora ad impadronirsi della protesta «democratica» contro il «regime tecnocratico» non sono le componenti liberali o libertarie ma le componenti più radicali della politica italiana. Le quali si sono ingrossate. Nonostante la mole è il variegato insieme della sinistra antagonista a far sentire il suo peso gravitazionale sul PD, e non il contrario. Dall’altra parte dello spettro politico la Lega ha risentito più forte il richiamo della foresta, e la destra verace ha voglia di tornare pura e dura. Il polo conservatore, cui aveva lavorato il Cavaliere, sta perdendo i pezzi; di quello socialdemocratico, che del primo doveva essere il corollario e che doveva pacificare la sinistra con se stessa e con la storia, non si vede neanche l’ombra. A questo stadio l’Italia prima o poi arriverà, per una specie di necessità fisiologica. Ma intanto rischia di tornare indietro, ai tempi della prima repubblica: con una destra leghista o neo-missina ricacciata nell’angolo; con un radicalismo di massa dominante a sinistra; con un pluri-partito al centro che non sappiamo ancora se per puro caso alle prossime elezioni sarà un pentapartito; e con un elettore «moderato» costretto ancora una volta alla maledizione del «primum vivere». Bel progresso.

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March 6, 2012 at 11:21

Da Tremonti a Monti: la discontinuità domata

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Ricordate i colpi d’ariete della retorica del “fare presto” che si abbattevano sulle mura della nostra cittadella politica? Il sentimento d’urgenza sembrava possedere quella forza di propulsione che non solo fa crollare le mura del potere, ma sa anche fornire il nuovo governo “rivoluzionario” di energia sufficiente ad approfittare dello sbandamento iniziale della classe politica e dell’incertezza delle “parti sociali” per mettere tutti davanti ai “virtuosi” fatti compiuti, e per imporsi così nel paese. Il Governo Monti in realtà avrebbe dovuto agire con l’efficacia di un Gabinetto di Guerra, salvando appena appena le forme della correttezza istituzionale, se avesse voluto essere coerente con la sua natura. E questo perché era figlio non tanto di un disegno ma di una pulsione antidemocratica a lungo covata che solo circostanze eccezionali avevano fatto trionfare. Sennonché sono bastati pochi giorni per capire che la brutta pulsione non era affatto accompagnata dalla ferrea volontà del rivoluzionario pieno di buoni propositi. Rivoluzionari a metà, il governo e i suoi laudatores hanno cominciato a cincischiare e a temporeggiare. La paroletta magica del giorno, “equità”, una di quelle infatuazioni lessicali a comando cui l’Italia va periodicamente soggetta, è salita sempre più frequentemente alle labbra dei nuovi ministri. Il governo antipolitico è diventato politico in poche settimane. E la manovra che ne sta uscendo ha tutta l’aria di una stangatina meno attenta agli interessi del paese che agli equilibri parlamentari: non una manovra di “qualità”, ma una caricatura appesantita di quanto fatto dai governi tremontiani, con una accelerata sulle pensioni compensata, come fanno a volte gli arbitri di calcio per i rigori o le espulsioni, dall’inasprimento della pressione fiscale. Siamo ancora fermi ai saldi contabili, o giù di lì, in attesa che il sentiero stretto che stiamo percorrendo si allarghi grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, di cui per ora non si vede neanche l’ombra, che ci permetta di affrontare con più agio le mitiche, incisive riforme.

Questo è un male, ma è anche un bene. 1) E’ un male perché dimostra come l’uomo della strada, e con lui la classe politica e le parti sociali che lo rappresentano abbastanza fedelmente, non sia ancora capace di uscire dalle sue contraddizioni, e tanto urla contro le ingiustizie quanto è chiuso nella difesa dei suoi interessi particolari. I momenti difficili sono quelli meno indicati per puntare il dito contro qualcuno o qualche gruppo sociale, ma succede il contrario quando regna la sfiducia, quando la diffidenza si nasconde dietro mielate parole come “equità” e simili, e quando, nel contempo, si spera nel “deux ex machina” della crescita economica progettata a tavolino, oltre che in quello del tesoretto recuperato agli evasori fiscali. Solo che il debito pubblico non ci permette alcuna manovra espansiva, tagli alla tassazione nel breve-medio termine lo aggraverebbero, una bella potatura alla pubblica amministrazione avrebbe anch’essa nell’immediato effetti recessivi: siamo alla dittatura dell’oggi e al primum vivere, sempre che una volta passata la buriana si abbiano idee chiare e volontà di rigare dritto. Realisticamente, possiamo solo sperare in una stagnazione virtuosa, non in una fantomatica crescita, i nudi numeri della quale nascondano un risanamento sostanziale della struttura sociale ed economica. 2) E’ un bene perché dimostra come le scorciatoie antipolitiche alla politica prima o poi siano ricondotte. Sarebbe una beffa, per Monti, se il suo governo dovesse trovare nel partito di Berlusconi la colonna portante in parlamento, ma l’ipotesi è del tutto realistica. Lo stesso Berlusconi potrebbe essere interessato ad una prova di forza indiretta col partito di Bersani, cosciente che, stando così le cose, se i malumori non saranno pochi nel Pdl, essi saranno molto maggiori in un Pd incapace di costruire una “ragionevole” unità socialdemocratica a sinistra, e perciò costretto a correr dietro da una parte all’ampia schiera della sinistra antagonista e dall’altra a cercare l’innaturale alleanza tattica col centro che gli ha fatto abbracciare l’ipotesi Monti. Al partito del Cavaliere questo ostentato “senso di responsabilità” risulterebbe vantaggioso per il futuro anche nel caso l’esperimento Monti dovesse fallire, in quanto dimostrerebbe l’impraticabilità di soluzioni moderate anti-berlusconiane. Inoltre, una Lega nuovamente secessionista sarebbe col tempo condannata all’emarginazione, e potrebbe spaccarsi: in ogni caso una grossa parte del suo elettorato sarebbe destinata a confluire in quello della creatura berlusconiana.

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December 6, 2011 at 08:37

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (49)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

 

FIORELLO 21/11/2011

Grandi schermaglie su Twitter. A Sabina Guzzanti che trova “noiosissimo” il nuovo programma di Fiorello su Rai1, premiato al suo debutto da un’audience di dieci milioni di spettatori, lo showman risponde così: “Ciao rosiconaaaaa!!! Pensa che una volta mi facevi ridere adesso mi fai tristezza!” E che razza di risposta è? Significa forse che trovava Sabina divertente finché non gli ha dato del noioso? E che adesso si è convertito sulla via di Damasco vittima di un qualche incidente misterioso che l’ha illuminato? E vi pare forse da gentiluomo rinfacciare ad una signora il proprio successo dando per scontato che ella sia mossa dall’invidia? Dalla bassa invidia per quella roba da cafoni che è la soverchia preoccupazione per i dati dell’audience? No, caro Fiorello, non sei divertente. E non è affatto una cosa da uomini. Io non la farei mai. Ci tengo al mio sex appeal.

 

IL TRIBUNALE DI MILANO 22/11/2011

La quinta sezione del sullodato tribunale in base all’articolo tal dei tali della più recente e più creativamente interpretabile giurisprudenza, di cui non m’importa ovviamente un fico secco, ha deciso che tutte le trenta e passa ragazze che hanno presumibilmente allietato le serate berlusconiane alla reggia di Arcore sono da considerarsi parti offese: il che vuol dire che le signorine sono gentilmente ma fermamente pregate di considerarsi parti offese. Nel mondo volgare e ottuso, alla donna di facili costumi, sempre che lo sia, il peggio che possa capitare, di norma, è di beccarsi la qualifica grossolana e sbrigativa di puttana. Ci vuole invece tutto lo zelo dell’umanitarismo progressista per considerarla pure una minorata.

 

ANGELA MERKEL 23/11/2011

La cancelliera ha mandato un messaggio di auguri al vincitore delle elezioni spagnole, Mariano Rajoy, invitandolo nel contempo a “mettere in atto rapidamente le riforme necessarie in questo periodo difficile per la Spagna e per l’Europa.” Visto che c’era, poteva elencargliele lei, queste riforme necessarie, una per una, con precisione teutonica e con qualche numeretto. Tanto ormai non è più tempo di salamelecchi. Qui siamo tutti da riformare, la Spagna che passava fino all’altro ieri per riformatissima è da riformare dalle fondamenta, l’Italia è sempre stata una nazione da riformatorio, l’Europa tutta dovrebbe essere un gigantesco riformatorio, ma nessuno che faccia la prima mossa. Perché non cominciare allora con una bella riforma delle strategie di comunicazione dei leader politici? Tanto per vedere chiaro nell’inferno prossimo venturo, e metterci il cuore in pace. Chissà, magari pensavamo peggio.

 

I LIBERAL DEL PD 24/11/2011

I “liberal” del Pd hanno chiesto al responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, di dimettersi per aver criticato troppo seccamente le richieste fatte dall’Unione Europea all’Italia. Nel partito hanno sbuffato tutti, come si fa coi bambini. Questi signori sono il prodotto di un doppio conformismo: la loro formazione, la loro cultura, li porta a sposare un prudentissimo moderatismo in punta di fioretto; la stessa prudenza li porta ad intrupparsi politicamente a sinistra, visto che a destra c’è solo il demonio. Così irrisolti, servono da prezioso mobilio alla politica: fanno bella figura, e fanno fare bella figura. Quando si prendono sul serio, nessuno li prende sul serio.

 

ELSA FORNERO 25/11/2011

Il nuovo governo Monti è figlio di un passo indietro. Sarà per questo, forse, che un governo tecnico destinato a bruciare le tappe si rivela ogni giorno di più un compassato ma ostinato marciatore a ritroso. Prendete la ministra del Welfare. Ha parlato finalmente: di “rigore ed equità”, di azioni “improntate a sobrietà”, di “crescita delle prospettive delle giovani generazioni” e di tutte le altre bubbole soporifere già proferite con sostenuta dignità dai suoi scattanti colleghi. Sullo spinoso caso Fiat è arrivata a dire, convergendo magistralmente ma parallelamente sul punto, che “il governo segue la vicenda ed è pronto a costruire contributi costruttivi alla vicenda”. Un discorso costruttivo, direi. Raramente si sono visti dei novellini della politica calarsi con così straordinaria prontezza nei panni di ministri. Ma la ministra, oltre alla minestra riscaldata, e a differenza dei colleghi, ha saputo tirar fuori l’asso nella manica che ha sbalordito l’uditorio, e crediamo pure Corrado Passera, che si è morso le labbra per l’invidia: “la riforma delle pensioni” ha detto “è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati”. Un’altra settimana e questi fulmini di guerra scopriranno che pure l’accelerazione non è che sia proprio del tutto indispensabile. Si passerà dalla compostezza all’ibernazione: allora tutto sarà perfetto. Mancherà solo Berlusconi, e tutto sarà più triste.

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November 29, 2011 at 13:43

La sinistra degli equivoci

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L’esame di Bruxelles, a quanto pare, ha fatto più male alla sinistra che a Berlusconi. Sul patibolo il condannato è riuscito a levarsi il cappio dal collo per passarlo assai destramente su quello delle opposizioni che assistevano allo spettacolo. Poteva succedere prima se il presidente del consiglio non avesse avuto il problema di tenere insieme la sua maggioranza. All’agenda economica “europea” è arrivato per forza ma ha avuto la forza di arrivarci per gradi, il tempo di riuscire a mettere gli alleati politici di fronte alla realtà e a far loro inghiottire il rospo senza far saltare tutto. I tromboni che hanno a cuore le sorti del paese dovrebbero tener conto di questo elementare dato di fatto, prima di vagheggiare utopiche quanto cervellotiche alternative politiche. Non è cosa da poco, infatti, portarsi dietro in tempi difficilissimi un blocco politico ed un elettorato rimanendo nella sensatezza ed evitare così il naufragio. In caso contrario la bella politica è solo un esercizio auto-consolatorio e fors’anche auto-assolutorio.

Continuano invece gli equivoci di fondo a sinistra. Possono cambiare i nomi, le correnti, le alleanze al suo interno, ma quelli restano. Rimane la dicotomia fra due sinistre, ambedue inutili, ambedue fuori del tempo, l’una comodamente sepolta nel passato, l’altra comodamente fuggita nel futuro. Rimane per aria quella sintesi mai avvenuta fra tradizione ed esigenze dei tempi che è buona parte dell’arte della politica, e che il veleno della “questione morale” – l’albero si giudica dai suoi frutti – congela da decenni. Il programmino di Bruxelles non poteva essere fatto suo dalla sinistra, evidentemente. Avallarlo significava prendere in giro se stessa e l’opinione pubblica. Ma l’isterica alzata di scudi sulla questione dei licenziamenti, l’assenza generalizzata di qualsiasi ragionata risposta, ha evidenziato plasticamente, una volta di più, come l’invocato “riformismo” a sinistra abbia vita durissima.

In questi anni l’impostura del “partito democratico” ha fatto crescere a dismisura l’area antagonista alla sua sinistra. Eludere con un grande balzo in avanti la questione socialista, che è la vera questione morale in cui si dibatte la sinistra italiana, è stata una furbizia che non ha risolto un bel niente. Sperare che i compagni si allineassero tutti al nuovo corso e che col tempo gli irriducibili facessero idealmente la fine dei trotzkisti dei tempi di Stalin mostrava solo che la mentalità comunista non aveva del tutto tirato le cuoia. Un po’ alla volta il PD è tornato a cuccia. Anni di flirt con un liberalismo libresco e astratto, e con un certo ammuffito establishment con il quale si sperava di cooperare nella cacciata dell’outsider Berlusconi per poi dividere il bottino di guerra, sono stati velocemente mandati in soffitta sotto l’incalzare della crisi economica. A Kennedy od Obama il partito democratico di casa nostra ha preferito il marxismo romantico di Vendola e il giustizialismo di Di Pietro, pretendendo nello stesso tempo di allearsi tatticamente col “centro”.

I “rottamatori” non sono che un prodotto di questa schizofrenia. Non abbiamo motivi per non credere alla loro buona fede. Ma il fatto stesso di tirar fuori dal cilindro l’idea della “rottamazione” dimostra come a sinistra, caratteristicamente, il cambiamento continui ad esser concepito solo in termini sbrigativi di rottura, di “repulisti”, e quindi di colpevole oblio, anche da chi guarda in avanti. Ammesso, con qualche scetticismo, che le idee espresse da Renzi siano profondamente radicate in lui, è pacifico che sono condivise solo da un’infima parte dell’elettorato di sinistra, e lo sarebbero ancor meno quando si dovesse uscire dall’alone mediatico per fare sul serio. Con minor calcolo, è lo stesso errore di chi pensò di fondare il partito “democratico”. Sempre che il sindaco di Firenze a sinistra voglia restare. La sinistra, per il bene dell’Italia, ha bisogno di essere unita in una piattaforma socialdemocratica e tirata fuori dalle secche dell’antiberlusconismo. Non è impossibile, ma è impossibile se non ripensa alla propria storia e alle proprie epurazioni. Sennò continua ad essere trincerata nel passato. Quando non scappa nel futuro. E nel presente non c’è mai.

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Written by Zamax

November 1, 2011 at 10:00

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (26)

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Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

 

PAOLO PATANE’ 13/06/2011

Il leader dell’Arcigay se la prende – con chi? – con Berlusconi: “Signor presidente del Consiglio lei a questo Paese ha regalato un dittatore in una tenda. Ci ha portato Gheddafi. Noi abbiamo portato Lady Gaga.” Mah, e perché così cattivo? Insomma, a parte i cammelli, voi vedete una gran differenza tra i due? In quanto a gusto, voglio dire, ad eccentricità, ad esibizionismo, ad acconciature, a décor sgargiante, alle corti del seguito? Secondo me sarebbe stata la coppia del secolo, Lady Gaga & Muammar Gheddafi, un’esplosione liberatrice di creatività, quello che non avreste mai osato immaginare, l’Alfa e l’Omega della cultura Lgbt.

 

IL PD DI PAVIA 14/06/2011

Il giochetto è scoperto e indecente. Da una parte ci sono gli eroi della sinistra, ergo della democrazia, ergo del paese, insomma quella mezza dozzina di mediocrità promosse a giganti dell’umanità dalla macchina propagandistica dell’establishment antifascista, ossia dell’establishment tutto intero; dall’altra le forze politiche di sinistra che anche nella più microscopica delle contrade campagnole, per non essere inferiori in nulla ai cretini della cupola nazionale, si sentono in dovere di esigere patenti di democraticità a berlusconiani e leghisti proponendo stravaganti cittadinanze onorarie per questo o quell’altro della squadretta degli intoccabili. In mezzo, come imputati, gli avversari politici di centrodestra, cui solo un nulla osta alla santificazione rionale potrà salvare dall’accusa di concorso esterno in furfanteria. Ci hanno provato anche a Pavia, dove però i consiglieri di maggioranza, bocciando l’idea di offrire la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano, si sono rifiutati di pagare il “pizzo” dovuto in cambio del protettorato democratico.

 

MASSIMO GIANNINI 15/06/2011

Per l’editorialista di Repubblica l’esito dei referendum è stato un vero plebiscito “contro” Berlusconi, il segnale che l’opinione pubblica gli ha voltato le spalle, che nel “Palazzo” – ossia nel Parlamento, ma ogni tanto il rispetto per le istituzioni può andare molto democraticamente a quel paese – c’è solo una maggioranza numerica che sopravvive a se stessa. Tragga quindi il Berlusca le conseguenze di questo fallimento: non opponga irresponsabilmente la democrazia dei cavilli, delle regole e delle regolucce alla voce chiara e sonante della democrazia plebiscitaria.

 

L’ITALIA PEGGIORE 16/06/2011

Brunetta il Grande ha perfettamente ragione: è l’Italia peggiore. I soliti sleali furbacchioni cui tutto è permesso, che fanno quello che fanno solo perché sanno di poter contare su una vasta rete di complicità politiche e mediatiche. Che fanno i martiri cercando di intimidire. E’ chi si adegua a questa commedia che cade nel tranello, che si fa irretire dal potere, quello vero, prima di farsene inghiottire tra un complimento e l’altro. Non chi li manda schiettamente e serenamente a quel paese. Vadano, vadano. Con certa gente non si parla. E’ la più eloquente, ed integerrima, delle spiegazioni.

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July 4, 2011 at 13:03

Terremoti immaginari

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Lungi dall’aver dato il segnale di una rivoluzione e di un crollo, il primo turno delle amministrative ha confermato ancora una volta il modo in cui si è strutturato il consenso elettorale nella penisola dopo i fuochi d’artificio di Mani Pulite. Questa struttura è il risultato di una politica e di una non-politica. Non sarà certo il risultato finale della competizione meneghina a ribaltare questo fatto: Milano non rappresenta né la Lombardia, né il nord. E il comune di Milano, una piccola realtà territoriale abitata da un milione e trecentomila abitanti circa, meno di un settimo di quelli della regione – in questo molto diversa da Roma il cui grande comune ingloba tutta la città, e ospita pressoché metà degli abitanti del Lazio – non rappresenta nemmeno l’intera Milano, esempio in grande di tutte quelle città del nord i cui confini sfumano insensibilmente nell’immenso quartiere residenziale chiamato pianura padana. Varrebbe il caso di ricordare che cinque anni fa, in questa “Milano”, Letizia Moratti fu eletta sindaco con appena il 52% dei voti, a fronte del 47% dello sfidante Ferrante, che partiva strabattuto. E varrebbe anche il caso di ricordare, per trovare un’analogia con una realtà demograficamente non dissimile da quella lombarda appena al di là delle Alpi, che la Monaco di Baviera testardamente socialdemocratica è la capitale del Land storicamente più conservatore di Germania.

In caso di sconfitta della candidata del centrodestra l’unico rischio per il governo verrà dall’isterismo che da sempre accompagna la politica italiana, giornali compresi. Rischio molto, ma molto teorico, in quanto sono proprio gli scossoni a dimostrare che l’alleanza tra il PDL e la Lega è più forte dei malumori della parte più vociante della base e della statura non sempre all’altezza, a dir poco, dei protagonisti. E questo sta a dimostrare inoltre la lungimiranza e la validità del progetto politico berlusconiano del 1993-1994, l’unico serio dal tramonto della prima repubblica, al netto di quel folklore – compreso quello “televisivo” – su cui si attardano ciecamente i critici del berlusconismo. E’ un errore pensare che la battuta d’arresto leghista sia dovuta all’alleanza col PDL: una Lega isolata potrebbe bruciare tutto il suo consenso in una o due tornate elettorali percentualmente gratificanti, ma poi andrebbe incontro ad un declino ineluttabile. I leghisti lo sanno, anche quando non se lo dicono. Il messaggio politico leghista è limitato, ed ha una funzione importante ma in ultima analisi ancillare rispetto al progetto del grande partito conservatore che fu nella mente di Berlusconi sin dall’inizio della sua avventura politica. L’apogeo del consenso elettorale la Lega lo ha già raggiunto. Quel radicamento territoriale che, nel bene e nel male, si riconosce con ammirazione alla Lega diventa una palla al piede quando la politica deve per forza abbracciare orizzonti più vasti: dice niente la storia del PCI, un partito organizzatissimo e fortissimo in molti settori della società italiana, e perenne espressione di una minoranza? La marea leghista che doveva egemonizzare l’elettorato conservatore nordista non c’è stata, e noi, nel nostro piccolo, l’avevamo previsto. Non sempre il partito “leggero” è una maledizione. E così succede che malgrado tutto – le defezioni, i movimentini, i mal di pancia, e i molti cretini – le varie forze del centrodestra continuino progressivamente a convergere verso un baricentro che è figlio di un’intuizione esatta.

Il capitolo della non-politica riguarda la sinistra, che di questo baricentro ideale, e tanto meno di quello reale, è priva. Il progetto democratico è stato un progetto fuori della storia, proprio perché non ha fatto i conti con la storia. Invece di fondare una sinistra solidamente e pacificamente socialdemocratica, dentro se stessa e nei confronti degli avversari politici, il grande balzo in avanti democratico ha fatto crescere a dismisura un’area antagonista frastagliata ma che ormai contende al PD la leadership dell’opposizione alla creatura berlusconiana. Il Partito Democratico ha continuato ad allevare in seno il serpente della diversità, camminando sul sentiero tracciato da Berlinguer con quella “questione morale” che fu lanciata in grande stile per poter uscire vergini ed ancor migliori dal marxismo: il giacobinismo debole del PD ha alimentato quello forte ed intransigente cresciuto alla sua sinistra. Ed è per questo che il PD ha cercato spesso una via d’uscita alla sua destra. Ma un centrosinistra moderno si fonda su una svolta che coinvolga la sinistra nella sua globalità e nella sua identità, non allungando il vino della sinistra con l’acqua del centrismo. Operazione, quest’ultima, che d’altra parte non funziona neanche come politique politicienne, vista l’ostilità dell’elettorato centrista a far massa critica in quei fronti popolari che poi si rivelano necessari ad abbattere il “regime”. E così succede che la sinistra riesce ad riunirsi solo in nome dell’emergenza antiberlusconiana, in cui l’opposizione è costretta a piegarsi alle ragioni della “vera opposizione”, ossia coi più coerenti seguaci della vulgata che la prima ha creato: triste scenario, vecchissimo, e fallimentare.

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Written by Zamax

May 24, 2011 at 12:04

Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

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Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

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Berlusconi, politico

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Vogliamo dare un consiglio agli analisti della vita politica italiana desiderosi di capire il fenomeno Berlusconi, la sua ascesa e la sua longevità. Abbandonate le cricche, i complotti, le anomalie, le compravendite, gli ipnotismi catodici, i nuovi populismi: in una parola, la fuffa. Usate i metodi tradizionali della riflessione storico-politica. E scoprirete che, nel caravanserraglio della politica italiana degli ultimi vent’anni il Berlusca è l’unico che si sia mosso con razionalità e metodo. Con un disegno globale. Ossia “italiano”. Ci vide più chiaro perché era estraneo alla politica politicante, fuori dalle sette e dalle ridicole genealogie delle sue gelose famiglie, comprese le più piccole, che anche quando non contano un piffero pesano come un macigno sulla zucca dei nostri politici di professione. Ci vide più chiaro perché non aveva un passato politico da emendare, da nascondere, o da salvaguardare con cretino feticismo. Ci vide più chiaro perché era megalomane, e quindi abbastanza incosciente o coraggioso da rompere gli steccati e i tabù imposti dalla vulgata vetero-resistenziale.

Fu così che creò il centrodestra. Il centrodestra: che ora sembra la cosa più normale del mondo, almeno come progetto politico. Ma non lo era allora. Ci voleva del fegato anche solo a parlarne di un centro con in più “la destra” – ve lo siete dimenticato? – a dimostrazione che anche in politica, come in tutte le cose del mondo, per veder chiaro in un contesto problematico ci vogliono delle qualità morali, e non solo astrattamente intellettuali. Nel vuoto lasciato da Mani Pulite Berlusconi ebbe l’audacia di sporcarsi le mani arruolando fra le sue truppe la soldataglia reputata più vile, quella missina e quella leghista, cosa che un soprammobile benintenzionato e ottimamente parlante come Mario Segni non avrebbe mai avuto il coraggio di fare: il populismo referendario era il massimo per un democristiano. Tutto ciò era necessario, colmava un ritardo e metteva fine, a suo modo – e in quale altro modo se non questo, anime sognanti della bella politica? – ad un’anomalia tutta italiana. Con l’inquadramento di questi materiali “vili”, compresa la pattuglia dei dilettanti di Forza Italia, Berlusconi ha risposto ad un’esigenza reale del paese, non ad una pulsione irrazionale: l’organizzazione politica dell’elettorato conservatore. Un processo che ancor oggi continua, ma che ormai – non ci si illuda a sinistra – ha messo radici. Tanto che questa unità è sentita più alla base che ai vertici e fa sentire la sua voce insofferente – cui Berlusconi fa da astuto interprete – quando le schermaglie dentro lo schieramento politico al quale essa fa riferimento si fanno più intense. La solidità del “berlusconismo” deriva dal progetto – moderato, sensato e conservatore, al netto di quel folklore sul quale perdono il loro tempo i più pensosi perditempo fra i commentatori politici – non dall’eccellenza dei suoi interpreti. Tant’è che questa presunta anomalia fra non molto, a quanto pare, si adeguerà persino lessicalmente a quella famiglia europea di cui fa già parte; mentre invece il parlamento europeo ha dovuto, esso, adeguarsi all’anomalia “democratica” italiana: lo segnaliamo ai discepoli della religione dei “fatti”.

A sinistra questo coraggio è mancato. A sinistra manca proprio un “progetto”, una prospettiva che tanga tutto insieme. Lo si sente, ma non lo si dice veramente, non si elabora il problema, si eludono quei dolorosi nodi della storia che una volta sciolti aprirebbero la via alla più naturale delle soluzioni, affine – etichetta compresa – a quella degli altri paesi europei. Un progetto nobilita i materiali vili, mentre la sua mancanza non viene surrogata dai migliori degli uomini. Tanto meno dai migliori presunti. Hai voglia di sperare qualcosa dalla “rottamazione”, hai voglia di selezionare il meglio della società civile, hai voglia di riunire gli integerrimi: è l’ossessione dei migliori, che in politica è l’ultima risorsa degli idioti, mentre è il pane dei rivoluzionari. E dei golpisti. Fateci caso: la sinistra cerca un Uomo, a capo di selezionati uomini, ma di una piattaforma politica, che dia un senso alla “Cosa”, non se ne vede l’ombra. Così si spiega che da una parte non ci si faccia scrupolo di cercar d’imbarcare materiali, vili o pregiati che siano, che con la costruzione di un sensato centrosinistra non hanno niente a che fare; e che dall’altra a sentirsi vivi, in qualche modo certo non sano, siano proprio quei materiali “vili” che la storia ha bocciato. La sinistra ha un’unica strada da seguire: riunire le belle anime “democratiche” con le varie sinistre in libertà in un progetto, di sinistra, che non sia né “democratico” né piazzaiolo, e che riannodi le fila con la tradizione socialista che negli anni ottanta parlò per bocca dei Mitterand, dei Gonzales, e degli Schmidt. E dei Craxi, naturalmente. E rimuovere dal cervello la fissazione per l’anomalia Berlusconi. Le anomalie non durano. Per quanto lui sia pittoresco la sua creatura politica è tutt’altro che anomala. Non lo è.

Devo per forza chiarire che queste considerazioni sono “politiche”, ossia s’inquadrano in un contesto storico preciso, che per quel che ci riguarda è quello europeo, continentale e infine italiano dell’inizio del terzo millennio, e non appartengono alla filosofia politica? Questo è l’equivoco in cui cadono anche i sedicenti liberali italiani: dico “sedicenti” perché il loro comico esclusivismo fa dubitare spesso della natura del loro liberalismo. Vogliono fare politica? La facciano. Hanno due possibilità: infiltrarsi negli schieramenti politici più importanti, sopportandone con coerenza le inevitabili conseguenze, e non svegliarsi un giorno, le verginelle, al grido vittimistico di “rivoluzione liberale tradita”; oppure mettere insieme un partitino liberale destinato a sua volta ad avere, per ancora lungo tempo, un ruolo ancillare in qualsiasi coalizione scelga di stare. Il resto sono chiacchiere, o peggio ancora, terzi poli. Certo non politica. Quella, ormai da troppo tempo, la fa solo Berlusconi.

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January 11, 2011 at 14:03

Cara sinistra, uccidi Berlinguer

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Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.

Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.

Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.

In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.

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December 28, 2010 at 14:04

Se Bersani rompe i ponti con Repubblica e Di Pietro

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Succede sempre così: il coraggio lo troviamo quando siamo con le spalle al muro, quando non ci sono altre vie d’uscita, per quel puro istinto di conservazione la cui riposta sapienza, ad esempio, ha spinto in questi giorni Bersani a sottrarsi all’abbraccio mortale del No B-day, a non omologarsi all’onda del celodurismo antiberlusconiano ed a non farsene inghiottire in un vortice suicida assieme ai suoi zeloti. La storia dirà se questo principio d’indipendenza dal messianismo politico di Repubblica, di Di Pietro e dei loro satelliti, questo silenzioso passaggio del Rubicone, sarà il primo passo di una lunga marcia o se le scomuniche uccideranno il pargolo nella culla. Se Bersani saprà resistere a questa prima tempesta, ne risulterà rafforzato, e ne troverà alimento per andare avanti con più decisione per la sua strada.

Ora a sinistra si confrontano due opposti isolamenti. Quello distruttivo, senza prospettive, di Repubblica & C.; e quello momentaneo e potenzialmente costruttivo di Bersani, o di chi per lui in futuro. Non c’è possibilità di sintesi. Che il fatuo Veltroni e la fatina Melandri volgano ancora lo sguardo biblicamente verso la Sodoma antiberlusconiana, è solo la conferma dell’insostenibile leggerezza dei due personaggi. Che lo facciano pure ex democristiani perfettamente addomesticati come Franceschini o la pasionaria Rosy Bindi la dice lunga sull’ostinata, eretica, soteriologia tutta terrestre di certi cattolici adulti. Ma il popolo di sinistra, che non è quello del protagonismo firmaiolo, prima o dopo sarà costretto a scegliere. E sceglierà di vivere. Visto in prospettiva, l’isolamento di Bersani è un fatto positivo, e necessario, perché fa piazza pulita di quelle furbizie, di quel miserabile opportunismo, di quel tatticismo di cortissimo respiro, che dalla caduta del muro di Berlino e in alternativa all’opzione “rivoluzionaria” del giustizialismo, hanno contraddistinto l’azione del maggior partito della sinistra, mettendo il piombo alle ali di una sana evoluzione. E’ finita l’epoca degli ammiccamenti al mondo confindustriale e delle alleanze innaturali con l’ineffabile centrismo cattolico, che come falli posticci stavano a simulare l’epoca della maturità virile della sinistra italiana.

A Bersani toccherà il compito di disegnare una strategia per la conquista del consenso all’interno del corpo elettorale attraverso un progetto politico, cosa mai veramente intrapresa nella storia repubblicana da una sinistra che quando non è sballottata dai marosi della demagogia apocalittica tende a incagliarsi nei fondali bassi degli abboccamenti con le nomenklature, nell’intento di cooptarle in un puro disegno di potere. Se nel mercato del consenso elettorale la quota già minoritaria della sinistra ha continuato a subire una lenta erosione, è proprio perché essa alle leggi della concorrenza democratica non ha mai veramente creduto; perché ai banchi del mercato offriva merce scaduta, che etichette smaccatamente nuove tradivano ancor di più; perché invece di lottare imbrogliava, brigando l’intervento degli sbirri al fine di mettere fuori gioco la concorrenza con l’accusa di pratiche scorrette o cercando di papparsi i banchi dei pesci piccoli: curando insomma gli spazi fisici del mercato e trascurando il cliente.

Bersani potrà giocare la carta di una franca piattaforma socialdemocratica, moderna quanto basta per aspirare al consenso dei ceti moderati, ma espressamente “socialista” quanto basta per raccogliere una parte dei naufraghi della diaspora comunista a sinistra e di quella socialista a destra, e per confluire a pieno diritto e senza trucchi nella sinistra europea, a patto che sappia coraggiosamente riannodare le fila di una storia interrotta brutalmente dalla ghigliottina di Mani Pulite; ed opporla, quale versione autentica di fronte ad una pasticciata imitazione, a quel prudentissimo paternalismo nel quale il berlusconismo si è arenato con la complicità fatale del clima emergenziale seguito al collasso dell’economia mondiale, che, se non intacca in profondità la sostanziale omogeneità del blocco conservatore, tuttavia introduce un elemento di contraddizione coi miti fondanti della scesa in campo. E se si dovrà acconciare ad una profonda riforma del sistema giudiziario, a garanzia della solidità stessa degli elementi portanti della nuova architettura politica italiana, potrà sempre far valere come elementi di differenziazione le scelte nel campo dei diritti civili e dei temi eticamente sensibili. E infine, naturalmente, Bersani dovrà anche riuscire, col tempo, a restituire una certa considerazione di sé ai giovanotti di bell’ingegno che si sono umiliati per troppo tempo a giocare ai piccoli martiri in pantofole di un regime autoritario inesistente.

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Written by Zamax

December 10, 2009 at 13:56

PD: ritorno ai blocchi di partenza, e alla realtà

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Volendo prendere i classici due piccioni con una fava, ha cominciato subito malissimo, il neoeletto segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani. “Siamo orgogliosi” ha dichiarato “di essere quelli che stanno facendo un partito, realizzando così la Costituzione repubblicana, che conosce i partiti e non i popoli. […] Siamo orgogliosi di fare un partito che non ha padroni, ma che fa dei congressi per scegliere chi li deve guidare”. La frase era stata evidentemente da lungo tempo meditata in vista della vittoria, per parare l’accusa di un ritorno al “vecchio”, al “partito”, al “PCI”, facendosi scudo proprio di quella Costituzione che è diventata la Bibbia Laica del neogiacobinismo antiberlusconiano cui fa capo il partito di Repubblica. Sennonché fa tristezza veder brandire dal “nuovo” segretario del più grande partito dell’opposizione, al momento della sua intronizzazione, la solita arma della delegittimazione preventiva della controparte politica, quella del “popolo” stavolta, in obbedienza agli impulsi sotterranei che dall’inizio della storia repubblicana hanno reso la sinistra italiana disperatamente settaria, minoritaria, anomala. Voglio comunque sperare che l’uscita di Bersani sia solo un perdonabile peccato di opportunismo e di furbizia; e oggi, nel momento del suo trionfo, mi va di essere magnanimo, anche perché il mondo della politica ci tortura ogni giorno gli orecchi con l’eco di straordinarie minchionerie.

La vittoria di Bersani, ben lontana da risolvere gli irrisolti nodi storico-culturali della sinistra, rappresenta tuttavia un timido ritorno alla ragionevolezza dopo le acrobazie senza rete del grande balzo in avanti democratico, che dell’oblio di una porzione ben selezionata di passato aveva fatto l’esca lusingatrice per i naufraghi del postcomunismo, in quanto permetteva loro di riciclare il settarismo comunista in quello più asettico dei devoti della legalità; tanto che in certi media con caratteristica improntitudine la figura del perfetto liberale oramai si confondeva con quella del perfetto giacobino. Ed una vita democratica decente non può basarsi sulla menzogna. Ora si ritorna ai blocchi di partenza. Si spera con maggior sincerità e autocritica.

L’elezione del nuovo segretario, nonostante le parole d’esordio, è una sconfitta per tutti i giustizialisti che agitano la Costituzione come un giorno agitavano il Libretto Rosso dei Pensieri di Mao; è un segno ulteriore che Repubblica non detta più la linea, del suo sempre più splendido isolamento, che viene dopo l’aspro confronto dei giorni scorsi tra Scalfari e De Bortoli, il direttore di quel Corriere della Sera che da settimane sforna editoriali rivendicando la sua “equidistanza” dalle fazioni in lotta; la quale esibita “equidistanza”, nel linguaggio dei bollettini della guerra civile a bassa intensità che stiamo vivendo in Italia da decenni, se non va letta certo come un “asservimento” a Berlusconi, equivale in ogni caso ad una sua vittoria decisiva.

Hanno vinto Bersani e D’Alema. Ma la situazione è molto diversa da quella di due-tre anni fa, quando la coppia trescava con piccolo establishment industrial-finanziario con l’intenzione di circuirlo e mangiarselo; quando, prima del definitivo tracollo elettorale prodiano, il quartier generale diessino aveva puntato tutto, lucidamente, su l’opzione tecnocratica. Il disprezzo di D’Alema per rifondaroli e compagnia era grande, ma era il disprezzo del vero comunista, del leninista di stoffa togliattiana, per il dilettante dagli eroici furori che non sa piegarsi a quel pragmatico cinismo che è la sola forma di moralità comunista. E quindi in cuor suo D’Alema rimproverava – allora – e giustamente, al coacervo ecopacificista e altermondialista della sinistra antagonista di essere poco comunista. Di non capire per esempio che lui e il suo abile braccio destro stavano lavorando al completamento della Dar al-Islam comunista, con la premeditata desertificazione di quel sottobosco economico – le piccole corporazioni “kulake” – che intralciavano la via alle grandi corporazioni rosse.

E’ una sconfitta pure per i partigiani di una sinistra-non sinistra fuori dalla storia, e quindi inutile, e quindi basata sull’inganno, che fossero il gruppo sparuto dei sinceri “liberal” o quello maneggione degli ex-democristiani. A Vernetti, un ex-margheritino che forse seguirà Rutelli nella sua nuova appassionante avventura centrista, non è rimasto che prendere atto dell’ennesima dura replica della storia: “c’è il rischio che Bersani accentui queste connotazioni e faccia tornare il PD ad essere un sincero e onesto partito di tradizione socialdemocratica. E questo sarebbe molto differente dall’idea originale del PD”. Singolare che le parole di questa orazione funebre suonino straordinariamente simili a quelle vergate da un famigerato scribacchino di questa famosa testata giornalettistica qualche tempo fa con intenti diametralmente opposti, quando dalla riva destra formulava l’auspicio per la sinistra di un “onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico”.

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Written by Zamax

October 28, 2009 at 20:05

La sinistra nel cul-de-sac

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Repetita juvant? Se l’alunno è testone è perfino indispensabile: quindi mi ci riprovo. Solo per disinteressato amor patrio, ma sia chiaro che è proprio l’ultima chance che gli offro.

Per vedere chiaro nella crisi della sinistra e per capire quale dovrebbe essere la sua strategia per diventare maggioritaria nel paese, invece di esercitarsi nella filosofia degli acchiappanuvole, ci si dovrebbe rifare, con prospettiva rivoluzionaria e rivelatrice, propria dell’umile volgo, al problema della calvizie, o a quello della disoccupazione. In ambedue i casi si parla comunemente, ed erroneamente, di perdita di capelli o di perdita di posti di lavoro; quando in realtà il problema è quello della ricrescita dei capelli che ogni giorno tutti perdiamo, compresi i giovanotti dalle folte criniere; ed è quello della disponibilità di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare tutti quelli che ogni giorno vengono eliminati nel processo di distruzione/creazione proprio delle economie più o meno libere. Ebbene, ciò che è evidente oramai da circa un ventennio, è che la sinistra, nelle sue varie metamorfosi, in tutti i suoi disperati tentativi d’imbroccare lo schieramento vincente, un po’ alla volta, come in un lentissimo e quasi impercettibile ma inesorabile processo di desertificazione vede calare i suoi voti complessivi.

Perché in Italia si chiacchiera tanto di politica, perché si perde un mucchio di tempo e si sprecano grandi fatiche in analisi storiche e sociologiche della vita dei partiti, e poi così facilmente si trascurano le questioni fondamentali sulle quali un occhio non disturbato dal frastuono mistificatore proveniente dall’interno appunterebbe con tutta naturalezza e senza sforzo la sua attenzione? E la più fondamentale delle questioni alla quale dare una risposta, per aprir gli occhi sul cul-de-sac nel quale la sinistra ancor oggi è infilata, è questa: perché in Italia, a palpabilissima differenza di quanto è successo in qualsiasi altro paese non solo europeo ma passabilmente democratico, essa non è mai riuscita, da sola, a vincere le elezioni politiche e governare?

Fino agli anni ’70 non c’è molto da capire. Tuttavia non fu solo la glaciazione della guerra fredda ad impedire al PCI di arrivare al potere. Il fatto è che in una società regolata politicamente da normali prassi democratiche il marxismo o il giacobinismo restano mistiche della minoranza, proprie delle esperienze settarie. Il marxismo o il giacobinismo hanno senso solo in una prospettiva rivoluzionaria, quando in un paese stremato e logorato da ben concentrate pressioni di piazza, che sono solo un simulacro di volontà popolare, il potere passa di mano, nel miglior dei casi, attraverso sconquassi istituzionali, non certo col voto libero della maggioranza del corpo elettorale. Il giacobinismo è fondamentalmente il perfezionamento politico della vecchia strategia di acquistare potere attraverso minoranze organizzate, in nome di una solidarietà negativa entro e fra i vari strati sociali che fa premio su qualsiasi altra considerazione. E’ per questo che in Italia abbiamo assistito a un doppio fenomeno: come in una piramide rovesciata, tanto più la base elettorale della sinistra si è ristretta, tanto più il suo potere reale nel paese si è ampliato e ramificato.

Il massimo del consenso per il PCI coincise con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ‘60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi, ancorché poco problematici, della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, soprattutto in un paese relativamente arretrato come l’Italia, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che un escamotage lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare pienamente l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare su sentieri vergini la stanca ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale. Gran sacerdote ne fu Enrico Berlinguer, che oggi gode di un’immeritatissima quanto ridicola fama di laica santità: se la sinistra per rialzarsi dovesse idealmente abbattere una statua, dovrebbe essere proprio la sua, e dovrebbe farlo con lo zelo di Attila.

E’ inutile che qualcuno alzi il sopracciglio, come se i suoi orecchi fossero feriti da sparate anticomuniste dell’era della pietra. E’ solo la triste verità: nonostante tutte le riverniciate a cui è andata incontro, la sinistra non è mai riuscita a liberarsi dal giacobinismo, ossia, nella propria prassi politica, dalla compulsione a richiamare nel momento critico delle campagne elettorali al militantismo anti-qualcosa coloro che sono già suoi, ossia dalla strategia della grande minoranza organizzata, ossia dalla strategia della rivoluzione, che nell’arena politica è il contrario di quella per la conquista del consenso elettorale. Perfino le formule propagandistiche apparentemente più innocue di questi ultimi anni sono state animate in realtà dallo spirito di sempre: “il governo della serietà” fu il motto di Prodi, un pleonasmo assurdo che subliminalmente rivelava ancora una volta la subordinazione della propria ragione d’essere alla presenza di un avversario provvidenzialmente portatore di valori negativi. E cos’era in fondo il “we care” veltroniano se non un altro esempio dell’indulgere quasi involontario in esercizi farisaici di selfrighteousness?

Si comprende allora come per una sorta di malefico incantesimo nel dibattito sul Che fare? che dilania il PD e la sinistra tutta manchino proprio le voci che propugnino l’opzione più naturale: il progetto di un prodotto realistico, ossia moderno ma senza infingimenti di sinistra, seducente quel tanto da far breccia nel mercato della politica; quel mercato, s’intende, popolato dalla somma degli individui che formano il corpo elettorale, compresi necessariamente coloro che oggi votano a destra, ma che non appartengono per forza ad una parrocchia. Operazione incomprensibile soprattutto per un comunista tutto d’un pezzo come D’Alema, uno che non crede assolutamente a nulla, e il cui realismo politico, tanto cinico da essere ottuso, solo nella nostra disgraziata patria può venir scambiato misteriosamente per una solida filosofia socialdemocratica; antropologicamente impermeabile alla pratica della libera impresa politica, e quindi sensibile solo ai conti dell’esistente, si è ridotto a farsi sensale della demenziale alleanza contro natura con l’UDC, il partito più apertamente vaticanista dell’intero spettro politico. Io credo in tutto, ma sperare in una sinistra ratzingeriana mi sembra voler colpevolmente abusare della generosità della Provvidenza. E, quella di cui sopra, operazione incompatibile con qualsiasi forma di alleanza suicida con Di Pietro, di cui è sempre più palese il disegno di proporsi per meriti acquisiti come l’erede legittimo del settarismo berlingueriano, la corda con la quale la sinistra si sta da decenni impiccando.

Il PD ha una sola possibilità: recuperare parte di quel dieci per cento di naufraghi alla sua sinistra (tenendo conto dei radicali) disposti a rinunciare al massimalismo in cambio di un franca dichiarazione di appartenenza alla famiglia laico-socialista europea, anche a costo del cambio della ragione sociale del partito; dimenticare Berlusconi; e porsi l’obbiettivo ambizioso di mangiare un bel po’ di voti al PDL e alla Lega Nord, tra i mangiapreti del primo e gli operai della seconda, e in genere tra gli insofferenti della leadership berlusconiana. Lo spostamento verso il centro dovrà essere un fatto culturale, non il risultato dell’inglobamento di corpi estranei. Non dovrà farsi paralizzare dalla meschina matematica dei professori di politologia. Se Giulio Cesare Berlusconi – il grande condottiero di noi di destra – avesse ragionato in quel modo non avrebbe combinato un bel nulla, anche con 100 canali televisivi a suo disposizione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Partito Socialdemocratico? Daaaa!

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E’ ormai evidente a tutti che la sinistra italiana è incapace di badare a se stessa. Ecco perché, per il bene del paese, una persona con la testa sulle spalle, il sottoscritto, ratzingeriano & berlusconiano, sente il dovere morale di indicare la via a questi somari: ora o mai più!

Un fantasma s’aggira per l’Italia: il fantasma del Partito Socialdemocratico. Voi non lo vedete, non lo sentite forse, ma cresce inesorabilmente a dispetto del fatto che non lo vogliate né vedere né nominare, come una gravidanza nascosta di cui ci si vergogna, eppure terribilmente vera e carnale. Ma le doglie non sono tante lontane, e molte cose congiurano adesso per rompere finalmente i tabù e dare il ferale annuncio: il naufragio della sinistra “democratica” alle prossime elezioni europee, la crisi economica mondiale, la messa all’indice del liberismo, che qualche bello spirito voleva perfino di sinistra, e il ritorno in auge delle oppiacee teorie del santone Keynes, l’unico moltiplicatore di pani e di pesci, dopo Dio in persona, che la storia abbia mai conosciuto.

O sinistra, sinistra che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti son mandati, quante volte si sarebbe potuto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Eravate comunisti, non ne avevate imbroccata una che fosse una nella vita, ma mai avete voluto pentirvi! Invece di percorrere la strada onesta che tutti i vostri confratelli europei hanno seguito da tempo immemore, vi siete fatti sedurre dal Diavolo, con la pervicacia propria dei negatori della verità, pur di risparmiarvi per orgoglio e viltà il piccolo e salutare dolore di un esame di coscienza. Dispensatori di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunisti e giacobini, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretti ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, avete fatto della sinistra una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali & i migliori magistrati & i migliori banchieri & i migliori artisti. E così, poveri deficienti (non vi adombrate, lo dico per il vostro bene, l’amore corregge anche con la sferza, se necessario), e così, branco di lazzaroni, vi siete imbarcati per l’avventura del Partito Democratico, un bel tuffo carpiato avanti indré con triplo avvitamento in venti centimetri d’acqua, alias il solito salto della quaglia degli ultrafurbacchioni: salto mortale, senza fallo.

Passate il tempo a trovar difetti all’umanità, perversione morale da nullafacenti della quale vi fate belli, e intanto non siete minimamente capaci di uno slancio vero: il vostro è sempre carico di veleno. Paroloni sui massimi sistemi e una mentalità così piccola sulla quale perfino i piccolissimi borghesi che crocifiggevate qualche decennio fa avrebbero fatto tanto d’occhi. Come ai tempi dell’Armata Brancaleone di Prodi pure ora con il Partito Democratico, da vecchi bacucchi siete sempre fissati con l’idea della torta da suddividere o da okkupare. Invece di imparare dallo stratega Berlusconi, continuate ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico cinquantun per cento. Avete fatto un corte serrata, oscena, al voto cosiddetto cattolico, avete brigato servilmente per ottenere, riuscendovi, ottime relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali e coi vertici delle grandi banche – qualche tempo fa, s’intende, ché ora siete appestati – avete alimentato il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; periodici e patetici abboccamenti con le sanguisughe centriste nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia; siete stati costretti, in questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti teodem, ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che farvi mandare all’inferno dai vostri elettori; qualcuno della riserva dei pellirosse padani – sempre in ossequio alla stessa forma mentis – ha pure tirato fuori dal cilindro l’idea balzana del partito del Nord, del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra; perfino nella ricorrenza del vostro 25 aprile, in un raptus d’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da lascivi sogni notturni, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è stato concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso.

Neanche il velenoso lievito antiberlusconiano poteva far crescere quest’impasto micidiale; tutte mossette da straccioni, che servono per mangiarsi il paese dal di dentro, come avete fatto per mezzo secolo, non per vincere elezioni democratiche; calcoli da politicanti, non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra, e allo stesso tempo una bella OPA da lanciare sul popolo rosso. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine, nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai voi testoni marxisti, i conti non tornano però: l’intendance n’a pas suivi.

Ma voi continuate a dormire. Il Beppino Englaro, che la vostra chiesa laico-repubblicana aveva già in vita elevato alla santità, lo avete fatto scomparire dall’orizzonte non appena ha avuto il coraggio, quello sì vero, di dire le sue quatre vérités sulla storia recente della sinistra italiana, tutta roba assai indigesta per i pollastri tirati su con la sbobba dei padreterni della repubblica, i vecchi imbroglioni della “questione morale”:

“Sono sempre stato socialista… in famiglia ho respirato quest’aria. Con mio padre parlavo di Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio e autore della prima proposta sulla depenalizzazione dell’aborto. Per noi friulani resta un leader. Poi ho sempre avuto in mente il partito socialista, del quale Bettino Craxi prese le redini nel 1976. Ricordo l’entusiasmo di quegli anni, vedevo in lui il segretario capace di rilanciare il PSI, dandogli vigore, forza e peso politico. Era una ventata nuova, si capiva che sarebbe diventato trainante a livello nazionale. Il culmine fu quando divenne presidente del Consiglio. …Spero in una rinascita del partito socialista, come un partito liberale all’avanguardia, riformista, da contrapporre ai conservatori. Mi dicono tutti che è un’illusione. Ma questo è il mio sogno. Come si fa a buttare all’aria oltre cento anni di storia?”

Se aveste trovato finalmente il coraggio di dare un calcio nel sedere a tutta quella ciurma fanatica di tristi figuri, i grillini, i travaglini, i dipietrini, i zagrebelskini; se aveste potuto obliare le ossessioni antiberlusconiane; se aveste potuto finalmente riconciliarvi con il genere umano; se vi foste liberati del giogo insopportabile di dovervi sentire per forza i migliori; restando rossi, compagni tra i compagni, compresi quelli che per amor proprio non vi hanno seguito nella vostra avventura nichilista; quanti sottili piaceri vi sareste potuto prendere! Che sollievo rigeneratore tirar fuori e far svolazzare di nuovo finalmente la bandiera rossa, senza sentire di avere vissuto invano! Non illudetevi: prima questa scelta era una possibilità, adesso è una necessità!

Guardate invece come vi siete fatti sfilare dalla scarsella da Robin Hood Tremonti la bassa macelleria pseudofilosofica sulla finanza etica, sul primato della politica, sul turbocapitalismo truffaldino, sui biscazzieri di Wall Street, sull’economia sociale di mercato, robaccia di cui voi avreste potuto fare commercio esclusivo e proficuo. Guardate i boss rétro delle banche popolari e delle casse rurali, gente dalle oneste mascelle d’acciaio, riottosa ai grandi balzi in avanti, non poco sbeffeggiata dai media negli ultimi anni, che ora senza alcun merito, ma comprensibilmente, nelle loro sagre da strapaese fanno il gesto dell’ombrello a tutto l’olimpo finanziario worldwide! Loro, lo fanno!

Tu, piccolo caporale dell’Armata Rossa! Tu, piccolo sconosciuto Napoleone progressista! Questa è la tua ora! L’ora dell’audacia! Molla la folla degli odiatori, stringi la mano intrepido da cordiale nemico al nostro condottiero Silvio, riabilita eroicamente il cinghialone garibaldino Craxi, riscopri l’orgoglio rosso e riunisci il popolo rosso! Rivoluzione? Niet! Nichilismo? Niet! Perestrojka? Daaaaa!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Giura giura che la mamma ha fatto gli gnocchi

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Dalla fine della seconda guerra mondiale – è passata la bellezza di 64 anni ormai – la sinistra italiana ha avocato a sé l’esclusiva della democraticità e della legalità nel nostro paese. Stante la fragilità assoluta delle fondamenta democratiche e liberali della dottrina marxista, comunque oscuramente sentita anche se non confessata, v’era nella sinistra una necessità quasi fisiologica di usare una retorica violenta diretta a colpevolizzare preventivamente gli avversari politici in modo da allontanare ogni discussione politica e culturale dal quel nocciolo ideologico. Con la caduta del comunismo, ancorché indebolita, essa è rimasta ancora forte, soprattutto in quelle roccaforti rosse tosco-emiliane, ex zoccolo duro – non a caso – del consenso al regime durante il ventennio fascista, dove la schizofrenia rosso-nera è tuttora una malattia endemica. La nascita del Partito “Democratico” è perfettamente comprensibile in quanto consente di mantenere tale mentalità e tale retorica intatta. Il vecchio PCI si considerava il garante della democrazia italiana: così con Togliatti, così con Berlinguer, così nelle sue varie trasformazioni succedutesi alla caduta del Muro. E’ questo il filo rosso giacobino che ha unito la sinistra durante tutto questo tempo, il suo gattopardismo politico-culturale, dal quale non sa uscire.

E oggi, nell’anno di grazia 2009, il povero ex-democristiano completamente addomesticato Franceschini che fa? Sbatte i pugni bambinescamente sul tavolo e strilla: “Noi siamo la democrazia! Noi siamo la legalità!” e giura su una Costituzione che è divenuta una specie di Religione del Libro, una specie di Corano del bigottismo laico-repubblicano. Non contento, l’emiliano-romagnolo Dario Franceschini si sente in dovere di ringraziare la sua Ferrara, “per la sua tradizione civile, democratica e antifascista”, dimenticandosi ingenerosamente dei meriti di quella “fascista”, seconda a poche in Italia. E lancia un accorato appello:

“Non è il momento della delusione, dell’astensionismo o del disimpegno è il momento in cui tutti gli italiani che credono nei valori condivisi che hanno fatto nascere la nostra Costituzione, dall’antifascismo e dalla resistenza, in modo pacifico, civile e democratico comincino una lunga battaglia per difendere la democrazia italiana”.

Ecco, non vorremmo che via via accalorandosi fra non molto il neo-segretario cominciasse a predicare alla stregua del suo compatriota emiliano-romagnolo Alberto Franceschini di qualche decennio fa, quando fu fra i fondatori dell’allegra combriccola delle Brigate Rosse, pure quella votata a ripristinare la democrazia nell’Italia della “resistenza tradita”.

E così il popolo di sinistra continua nel suo sempre meno gratificante onanismo collettivo da autocompiacimento democratico, rinnovando periodicamente l’allarme contro il fascismo di ritorno: contro “la legge truffa” quando Berlusconi era De Gasperi; contro il “golpe”, contro le “stragi di Stato”, quando Berlusconi erano i vari notabili democristiani al governo; contro i “ladri” o i “mariuoli” socialisti quando Berlusconi era il cinghialone Craxi. Tutti quanta la serie dei “Berlusconi”, alcuni dimenticati, alcuni ancora indicati al pubblico ludibrio, alcuni – riveduti e corretti, e soprattutto morti stecchiti – riammessi nel pantheon democratico. Ma ormai l’Italia è come un mulo che non sente più le bastonate e che si fa ammazzare piuttosto che andare avanti per quella strada. Non sarebbe ora di finirla con questo infantilismo?

[pubblicato anche su Liberalcafè]

Written by Zamax

February 24, 2009 at 19:51

Bandiera verde la trionferà

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Ai bei tempi quando i comunisti erano rossi, e fieri di esserlo, nell’Unione Sovietica Felix i Gosplan, le Commissioni statali per la Pianificazione, sfornavano i famosi piani quinquennali di sviluppo economico, la cui favolosa efficienza non ha mai sofferto le dure smentite della Storia. Ora che il vecchio Partito Comunista Italiano gioca in serie A col nome di Partito Democratico, non poteva certo essere da meno dei confratelli dell’epoca del Piccolo Padre. Ecco dunque il grandioso piano decennale - rigorosamente da un milione di posti di lavoro tondo tondo – rigorosamente in dieci punti tondi tondi – annunciato da Walter Veltroni in occasione di un convegno organizzato dagli Ecologisti Democratici, il Comitato Centrale della consapevolezza biodemocratica. Se Iosif Vissarionovic Dzhugashvili, passato alla storia col mitico nome di Stalin (“d’acciaio”), aveva un debole giustificatissimo per l’industria pesante, il braccio armato della Rivoluzione economica rossa, per il nostro gentile Timoniere “La Rivoluzione verde è l’unica leva di sviluppo dell’economia occidentale”. Il piano è “serio”. E in sintesi questi sono i dieci punti del Decalogo Economico:

Ascolta, è il Segretario del Partito che ti parla:

  1. Tu costruirai, acquisterai, abiterai solo edifici ecologici
  2. Tu acquisterai e guiderai solo auto ecologiche
  3. Tu ti muoverai solo con mezzi di trasporto ecologici
  4. Tu acquisterai e userai solo elettrodomestici ecologici
  5. Onora e sostieni la bioenergia
  6. Onora e sostieni i bioregolamenti
  7. Onora e sostieni il bioturismo e la bioagricoltura
  8. Onora e sostieni la bioricerca
  9. Onora e sostieni il bioriciclo dei rifiuti
  10. Onora e sostieni le bioinfrastrutture

Se osserverai queste regole lo Stato ti premierà con sconti e facilitazioni finanziati dalle tasche dei controrivoluzionari, già fin d’ora colpevoli nel loro cuore di crimini contro l’umanità. Evviva l’ecocomunismo e la libertà!

Written by Zamax

February 3, 2009 at 21:39