Posts Tagged ‘Romano Prodi’
Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra
La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (121)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
L’OMICIDIO DI STATO 08/04/2013 Italiani, fratelli e sorelle, non sarebbe ora di finirla con le recite? Anche sulla scena tristissima del triplo suicidio di Civitanova Marche non avete fatto mancare le sguaiate parole che sempre accompagnano, profanandoli, i lutti che da noi, per un motivo o per l’altro, pertinente o no che sia, acquistano rilevanza pubblica. Non sapete che buona parte di quella «casta» sulla quale puntate il dito è venuta su succhiando il latte dallo stesso epos deficiente sullo stato malfattore che ora vi detta parole d’odio, e sul quale essa ha costruito una carriera? Non capite che essa guardando la vostra indignazione da operetta scopre se stessa? Tanto che qualcuno dei più imbecilli della «casta», pur di trovare un colpevole qualsiasi, ha già organizzato una protesta fantozziana «contro la povertà», poveretta di una povertà? Non capite che tutti insieme siete come un cane che continua a mangiarsi la coda senza venire a capo di nulla? Ma quanto avete rotto.
ANTONIO INGROIA 09/03/2013 Non so se avete presente le vite agre dei magistrati, dei giornalisti e degli intellettuali in lotta contro le autocrazie corrotte dei loro sciagurati paesi: vi domina l’isolamento, la solitudine, la precarietà e spesso sono più conosciute all’estero che in patria. Da noi invece costoro straripano. Antonio Ingroia da magistrato sgobbava di più e dormiva meno di Berlusconi, il suo grande avversario, cosa quasi impossibile per un comune mortale. Infatti non si limitava solo a fare il suo mestiere. Era anche perennemente in giro per convegni, parlava coi giornalisti, scriveva sui giornali ed era ormai una faccia famigliare sul piccolo schermo. Non contento, trovava inoltre il tempo di scrivere libri: cinque o sei almeno sono usciti dalla sua penna, tutti inesplicabilmente pubblicati. Un cannone. Il «prestigioso» incarico in Guatemala per conto dell’ONU dovette sembrargli una specie di consacrazione definitiva. Con tutte queste medaglie al petto pensò fosse giunto il momento di buttarsi in politica per condurre, crediamo, la battaglia finale. Si buttò. E si sfracellò pure. Ma non fece tragedie. Aspettò paziente. Di andare a fare il giudice ad Aosta, come gli aveva proposto il Csm, non aveva nessuna voglia, nonostante il luogo ameno e tranquillissimo, ideale per scrivere almeno un paio di libri all’anno. In Guatemala è probabile che non lo volessero più vedere, specie i suoi antichi fans nel paese degli Aztechi. Alla fine è arrivata una proposta accettabilissima dal governatore siciliano Crocetta: fare il presidente della “Riscossioni Sicilia Spa”. In pratica Ingroia sarà il Befera della Trinacria. E non si dimetterà dalla magistratura. Sul suo nuovo compito ha le idee chiarissime. Sono quelle di sempre. «C’è chi teme sempre Ingroia» ha detto infatti, rispondendo alle battute sarcastiche di quel bravo figliolo di Gasparri, «lo temeva come magistrato, lo temeva come politico e adesso ovviamente lo teme alla guida di una società pubblica che in Sicilia è snodo di certi interessi. Non mi sorprende che io faccia paura a certi grumi di potere, ma vado avanti». “Snodo di certi interessi”, “certi grumi di potere”: è sempre lui, il nostro Ingroia. Vada, vada avanti. E chi lo ha mai fermato?
ROMANO PRODI 10/03/2013 A sentire l’ineffabile Romano sembrerebbe quasi che col decennio thatcheriano, finito più di vent’anni fa, lo stato in Occidente sia stato cacciato nelle catacombe; che i carichi fiscali si siano ridotti al lumicino; che il welfare system sia stato pressoché smantellato; e che lo stato abbia smesso di fare il ficcanaso. Naturalmente non è successo niente di tutto questo. Anzi, è molto più vero il contrario. In realtà, sul piano pratico, il cambio di rotta epocale non è mai avvenuto, e non poteva avvenire. Lo statalismo è un treno che corre su un piano inclinato da più di un secolo. Il merito principale della Iron Lady fu quello di ridare dignità politica al liberalismo economico, e con quello ad un semplice buon senso intriso, a differenza di quanto si favoleggia, di valori etici. Fu solo l’inizio di una Reconquista che durerà ancora per decenni e decenni. Per Prodi invece tale sdoganamento fu una specie di atto blasfemo. Sentitelo: «Margaret Thatcher ha cambiato più di tutti il suo paese e ha cambiato l’idea stessa dello stato che fino ad allora era prevalente nel mondo occidentale. Diciamolo come va detto: la Thatcher ha ridotto lo stato a niente. Come nessun altro ha inteso modificare alla radice il patto fiscale tra cittadini e ha dato forma politica e dignità istituzionale alla ribellione anti-tasse trasformandola in una vera e propria dottrina economica diventata addirittura senso comune.» Per Prodi anche la crisi attuale è figlia delle idee della Iron Lady, e ancor di più degli atti dei suoi stupidi epigoni: «Oggi non si può non notare come la matrice innovativa delle idee thatcheriane si sia poi scontrata con fasi applicativi a dir poco drastiche che hanno finito con lo svuotare la carica di innovazione di quelle stesse politiche e hanno anzi creato le condizioni per l’esplosione della più drammatica crisi finanziaria (e ormai anche economica) del dopoguerra. Oggi però diventa legittimo domandarsi se questi disastrosi risultati siano stati prodotti da lei e dalle sue idee o dai suoi interpreti un po’ fessi.» Prodi dimentica che oggi viviamo una crisi debitoria; debiti pubblici e privati; che un’economia libera di «mercato», quella che piaceva a Maggie, la figlia del droghiere, raramente conosce spirali debitorie; che i debiti, pubblici e privati, crescono quando qualcuno li incoraggia e se ne fa garante, contro ogni logica di «mercato», sia esso lo stato o la banca centrale; e che quindi anche il «turbo-capitalismo finanziario» è figlio, in ultima analisi, dell’interventismo statale: quello classico rapina il reddito, quello «derivato», possiamo ben dirlo, rapina il risparmio.
IL REGIME DI PYONGYANG 11/03/2013 La Corea del Nord è alla canna del gas, e il regime dà ormai segni di squilibrio. Qualche settimana fa le forze armate fecero sapere di aspettare solo «l’ordine finale» del Leader Supremo per «trasformare in un batter d’occhio i regimi marionetta degli Stati Uniti e della Corea del Sud in un mare di fuoco». Oggi la Corea del Nord minaccia le basi militari americane in Giappone e le stesse città giapponesi. Di queste mirabolanti spacconate – quelle del sottoscritto, al confronto, sono perle di ragionevolezza – ride ormai anche qualche cazzuto nord-coreano, ben nascosto nella sua tana, s’intende. Il Leader Supremo – è quello cicciotello che spicca nella marea di morti fame, non potete sbagliare – teme una congiura di palazzo, è evidente. Manifestazioni di fedeltà così tafazziane da parte delle forze armate suonano strane anche in un paese fuori di testa come il suo. Quindi c’è da sperare. E tuttavia il cazzuto nord-coreano è preoccupato. Vedi mai che in questo clima un po’ isterico un super-missile nord-coreano di ultimissima generazione parta davvero: per essere sicuri di schivarlo bisognerà quantomeno espatriare.
IL PARTITO LIBERALE ITALIANO 12/03/2013 Metterei l’accento in particolar modo su “italiano”. Perché in altre lande europee, da soli o intruppati nei grossi partiti, i liberali qualcosa riescono pur a combinare. Da noi, niente. Uno zero tondo tondo, senza neanche una virgola. Una spiegazione c’è: i liberali italiani non hanno mai amato la democrazia. I liberali italiani sono rimasti a Cavour, quando a votare erano pochini. Al progressivo allargamento del suffragio elettorale non si sono mai abituati. Alla volgare pratica della ricerca del consenso, che non significa necessariamente demagogia, non si sono mai abbassati. Al volgo non hanno mai parlato. E il volgo ha sempre visto in loro, nel migliore dei casi, e con un certo intuito, una curiosa cricca libresca, e nel peggiore dei casi i chierici dei padroni. Giunge ora notizia che il Partito Liberale Italiano, il partito che fu di Malagodi, ha candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina, alle prossime elezioni amministrative della capitale. Vi sembra strano dopo quanto detto prima? Sbagliate. E’ la tragicomica conferma di come i liberali italiani dimostrino una scarsissima considerazione per l’uomo della strada anche quando, per disperazione, scendono dal piedistallo e gli parlano.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (116)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
MATTEO SALVINI 04/03/2013 Tra i leghisti che hanno festeggiato in piazza a Milano il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, non poteva mancare il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini. Perché lo sia è sempre stato un grande, inesplicabile mistero. Altri esponenti leghisti hanno abbinato l’incontinenza verbale alla furbizia e alla ragionevolezza politica. A lui non è riuscito nemmeno quello. La sinistra ha sempre riposto molte speranze nei leghisti oltranzisti, che la odiano, ma che sono anche i più facili da infinocchiare, giacché su molte cose la pensano esattamente come l’Italia Migliore. Matteo non ha mai potuto vedere i berluscones. Fosse stato per lui alle regionali la Lega sarebbe andata da sola. Poi Silvio ha messo fine alle bambinate, ha fatto la sua offerta, Roberto ci ha pensato cinque secondi, ha detto OK, e Matteo è tornato a cuccia. Ora lo spaccone può a giusto titolo gioire. Attingendo nell’ebbrezza della vittoria dal romanesco, ha detto: «Se abbiamo vinto è perché ci siamo fatti un mazzo così, alla faccia dei rosiconi della sinistra.» Per poi concludere, beato: «Siamo qui a festeggiare, ma da domani tutti a lavorare per questa nuova grande avventura. Mentre gli altri litigano per mettersi insieme, noi siamo già a posto. A Roma lasciamoli litigare, noi siamo un’altra cosa, siamo la Lombardia». Lui è fatto così. Non svegliatelo: fareste di quest’uomo un’infelice.
ILVO DIAMANTI 05/03/2013 Il professore è da tempo convinto che il berlusconismo sia finito. A sua detta, le ultime elezioni hanno clamorosamente confermato tale certezza. Non c’è stata nessuna rimonta: l’emorragia di voti che il Pdl ha subito rispetto alle precedenti competizioni elettorali è enorme e le tabelline preparate dal professore, alle quali per rispetto della mia intelligenza non ho dato nemmeno un’occhiata, sono lì a dimostrare la disfatta. Quando folleggiano gli scienziati fanno così: mettono in fila un numeretto dietro l’altro, implacabili, pur di non fare un ragionamento serio, ed elementare. Tipo il seguente. Berlusconi era dato per morto dopo l’incoronazione di Monti. Solo verso l’estate, quando il governo di Supermario si era ormai del tutto arenato, e aveva scassato non poco gli zebedei al popolo, il cadaverico Pdl aveva ripreso un po’ di colore, ma tutti lo davano ancora per morto, Galli della Loggia in primis, nonostante i sondaggi non fossero disastrosi. Poi vennero le campagne d’autunno dei giustizieri in Lazio e Lombardia. Tre mesi fa il Pdl era già dentro la cassa da morto pronto per la sepoltura. In questo lasso di tempo il Cavaliere è riuscito a: rivitalizzare il Pdl; rimettere il piedi la coalizione (questo ve lo siete scordato, vero?); prendere, nonostante la concorrenza del centro montiano e la conquista grillina di un quarto dell’elettorato, il trenta per cento dei voti; vincere al senato in molte regioni importanti e non solo nel mitico Ohio; vincere le regionali in Lombardia; e mancare la presa della Camera per un pugno di voti: sarebbe bastato qualche astenuto o un Giannino in meno. Ora che al centro non crede più nessuno, nemmeno Schauble, e nemmeno Bagnasco; ora che il Pd, sentendo sul collo il fiato grillino, ha una mezza voglia di tornare partito di lotta; ora che per i figli delle stelle-senza storia-senza età-eroi di un sognoooo le vacanze sono finite; Berlusconi annusa perfino aria di vittoria e in cuor suo sta già attendendo sulla soglia di casa il ritorno di una legione di prodighi figlioli. Se non fosse per l’intervento della solita cavalleria giudiziaria, caro Ilvo, ci sarebbe da spararsi.
MASSIMO GRAMELLINI 06/03/2013 La neo-capogruppo dei grillini alla Camera scrisse sul suo blog lo scorso 21 gennaio queste parole: «Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.» Non ci trovo un’apologia del fascismo. Più che scandalose sono parole rivelatrici del profondo sentimento anti-liberale, statolatrico e millenarista che anima molti militanti del M5S, in contrasto peraltro con una fetta non trascurabile del suo ancor confuso elettorato. Il guaio purtroppo per gli imam della nostra società civile è che questo discorsetto sbilenco contiene una verità assai sgradevole: i tanti cromosomi di sinistra del fascismo. La Lombardi in una frase sola ha messo ingenuamente insieme le due parole fatali: «socialismo» e «nazionale», che sposate fanno socialismo nazionale, e che tradotte in tedesco fanno nazional-socialismo, l’ideologia propugnata dal partito fondato da Hitler, il «Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori», una denominazione che a quei tempi a molti doveva suonare innocua, perfettamente naturale, e perfino progressista. A quasi un secolo dalla nascita del fascismo se ne potrebbe parlare tranquillamente. Ma all’opinione pubblica non è ancora concessa la libertà conquistata a fatica dai chierici. La ridicola retorica resistenziale, con la sua cattiva coscienza, è sempre lì pronta a silenziare il «dibattito», spesso con anatemi grossolani. Ma a volte con metodi più vellutati. Così l’opinionista e scrittore Massimo Gramellini si è detto sicuro che la signora Lombardi presenterà ad horas le sue scuse e le sue dimissioni. Voleva essere un’indignazione condita d’ironia, secondo i dettami dell’arte della «leggerezza» che oggi furoreggia tra i vagheggini engagé. Invece è un riflesso pavloviano. Davvero.
ROMANO PRODI 07/03/2013 Allora è vero: Romano in questi ultimi tempi è stato davvero in giro per il mondo. Io non ci credevo troppo. Io credevo che i «prestigiosi incarichi» di respiro internazionale fossero per eccellenza delle splendide sinecure. Invece un pochettino almeno ti tocca trottare. E’ un sogno che svanisce: troppa fatica, non fanno per me. Dicevo di Romano, che è stato in giro. Infatti, lui, che è uno spietato ripetitore di formulette in voga, è rimasto a quelle di qualche tempo fa. Interrogato sull’attuale situazione politica, ha detto: «Bisogna abbassare i toni. Se tutti urlano, non si può dialogare.» E’ un pezzo che non sentivo più parlare di «abbassare i toni». Due o tre anni fa ci spaccavano gli orecchi con gli inviti ad «abbassare i toni». La sola espressione aveva in sé qualcosa di taumaturgico. Poi la febbre è andata scemando. Ma lui che ne sapeva? Era in Cina, era in Africa, a vigilare sulle sorti del mondo. Se lo fanno presidente della repubblica si rimetterà linguisticamente in carreggiata in un battibaleno. Sarà dura sopravvivere.
FUTURO E LIBERTA’ 08/03/2013 Il partito che ha bruciato le tappe, lasciandosi con la velocità della luce un grande futuro dietro le spalle, non pensa, almeno ufficialmente, di smobilitare. Nelle prossime settimane, annuncia, sarà avviato «un ampio confronto che si concluderà con un’assemblea di fondazione che vedrà protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente». Per un club che alle elezioni ha ottenuto lo 0,4% dei voti mi sembrano propositi ambiziosi e incoraggianti. Anche troppo. L’accorto ex senatore Euprepio Curto ha già detto sibillino che bisognerà «andare oltre». E infatti secondo me non hanno alternative: dovranno mettere annunci sui giornali al fine di reclutare personale sufficiente a condurre in porto l’impresa.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (73)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
ROMANO PRODI 07/05/2012 Il Sole24Ore intervista Romano Prodi, in trasferta in Africa, giacché lui, da quando non è più al timone della penisola, si occupa del mondo. Le chiacchierate col professore hanno di bello che non mettono in soggezione nessuno: vi si ritrovano immancabilmente i ragionamenti del grande mister ma soprattutto del grande uomo. In questa in particolare fa capolino un certo tremontismo da tinello, ossia sempre bislacco ma per niente escatologico, ridotto alle quattro baggianate che hanno conquistato ogni focolare domestico italico, ché sennò Romano non avrebbe nemmeno osato: lui va sempre sul sicuro, anche quando con fare ammiccante, alludendo a ben altri che la sua diritta persona, ricorda la pavidità congenita di Don Abbondio. E’ per questa strada ben lastricata che il professore arriva infine tranquillo tranquillo in porto con la sua proposta per il rilancio dell’Europa, qualcosa di mai sentito: «un patto per la crescita e la finanza», e in particolare un patto per la crescita tra Italia, Spagna e Francia per smuovere la Germania dalla sua cieca autoreferenzialità. Tutti per uno, uno per tutti. La mistica del «patto», sulla cui forza di suggestione politici e sindacalisti italiani tentano ostinatamente di costruire le loro fortune, non prevede dettagli, ragion per cui l’intervista finisce qua. Tanto siamo già da un pezzo fra le braccia di Morfeo.
FRANCESCO PAPAMANOLIS 08/05/2012 Non sembra che la gente greca ce l’avesse troppo con i famigerati grandi partiti negli anni della bonanza ellenica, quando con l’entrata nell’euro cominciò l’era dell’economia drogata dal denaro a buonissimo mercato, l’epoca felice dell’esplosione della spesa pubblica e del posto statale e della pensione baby per tutti. Non potendo essere cretina per definizione una schiatta che diede al mondo Odisseo costante, luminoso, l’eroe dal multiforme ingegno, la verità è che i greci si presero una sbronza, sapendo in cuor loro che la fiesta non poteva durare. Per cui non è affatto bello che un cattolico come il presidente dei vescovi cattolici della Grecia, invece d’impugnare il bastone nodoso della verità, lisci il pelo alla demagogia puntando ora fin troppo comodamente il dito contro i politici: «La gente ha fame», dice Monsignor Papamanolis, «e questo voto rischia di non segnare svolte positive. Gli elettori hanno sfiduciato i due grandi partiti, Nuova Democrazia e Pasok, che per anni hanno governato il Paese portandolo al disastro in cui ci troviamo oggi». Ma soprattutto non è bello che parli di «fame», un flagello terribile di cui ancora si muore per davvero in qualche buco nero del nostro mondo.
MARIO MONTI 09/05/2012 E’ da mesi che il governo Monti non riesce più a combinare nulla, a parte ammonticchiare un balzello dopo l’altro. Lo zoccolo duro – e grosso – della resistenza alle «riforme» e alla potatura dell’apparato pubblico staziona a sinistra, e si muove compatto non appena si accenna a fare sul serio. Da qualche tempo, però, il supertecnico bacchetta Berlusconi e i berlusconiani, quelli sbattuti fuori per far posto a lui, che pure stanno pagando il prezzo più alto del loro «responsabile» sostegno al governo, ingoiando rospi ogni giorno. Mario Monti non è mai stato un leone, e il coniglio che è in lui comincia pian piano a negoziare il suo fallimento con quella sinistra che in Italia ha il monopolio delle panzane durature. Perché non si sa mai. Si accontenterà allora, in caso di esito infausto, di essere accompagnato alla porta sollevato da ogni colpa, il tutto certificato per qualche anno dai manuali di storia della scuola dell’obbligo.
FRANÇOIS HOLLANDE 10/05/2012 Nuovo di zecca, il presidente della Repubblica francese si fa già sentire in Europa: dice chiaro e tondo di non volere un direttorio franco-tedesco. Magnanimo? Manco per sogno: mica si è francesi per nulla. Sarkozy restava disperatamente aggrappato ad un direttorio franco-tedesco dove zampettava da pettoruto bastardino di Frau Merkel al solo scopo di dimostrare che l’Hexagone non è secondo a nessuno. Hollande lo rinnega per lo stesso motivo; per cui il corollario dell’inversione di marcia è questo: cari amici europei, siamo noi, che non siamo secondi a nessuno – ça va sans dire – i leader naturali del fronte anti-tedesco.
CORRADO PASSERA 11/05/2012 Possiamo dirlo? Possiamo dirlo. Siamo qui per spararle grosse. Erano anni che non si vedeva una tale schiappa al governo. Il ministro dello Sviluppo Economico ecc. ecc., che doveva essere il braccio destro del capo, e forse anche il suo braccio violento, passa il tempo a zampettare intorno agli altri ministri e al presidente del consiglio, a girare intorno alle cose, a girarsi i pollici, e ogni tanto butta là la sua frasetta inodore, insapore, temporeggiatrice, come se per la testa non gli passasse non solo un’ideona ma neanche la più pallida ideuzza: il vuoto, dipinto in faccia, nella disperata ricerca di una via d’uscita, che è la sua specialità. Fu co-ammininistratore delegato dell’Olivetti quando alla gloriosa azienda informatica, mezza defunta, si volle, a parole, cercare un futuro nelle telecomunicazioni, grazie alla provvidenziale firmetta all’ultimo secondo di un Ciampi in uscita da Palazzo Chigi, che diede a De Benedetti la vittoria nella gara d’appalto per il secondo gestore della telefonia mobile in Italia. Il futuro doveva chiamarsi Omnitel-Infostrada ma il “gioiello” fu venduto ai tedeschi poco dopo, con guadagni colossali, tanto poco era costato. Fu poi amministratore delegato delle Poste, che lui trasformò in Banca, senza che nessuno ne avvertisse il minimo bisogno, soprattutto quei poveri diavoli, degni di ogni rispetto, che ancora oggi vanno in posta a pagare le bollette sbuffando per mezze ore dietro i clienti della banca, senza sapere chi ringraziare. Ma passò per risanatore. Così arrivò in carrozza ai vertici manageriali di Banca Intesa, a capo cioè di una grande grande grande banca, lavoro che s’addice perfettamente a chi ha l’attitudine a fare il pesce in barile. In sei mesi di governo al nostro è riuscito solo di imparare il politichese, o il sindacalese che dir si voglia. «A rischio la tenuta sociale del paese», ha detto ieri, per esempio, suscitando l’invidia di Casini e Bonanni, che per certe frasi scipite farebbero pazzie.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (64)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
GIUSEPPE MUSSARI 05/03/2012 Cavolata tira cavolata. E’ Raffaele Bonanni ad aprire le danze invocando una legge (ti pareva se non ci voleva una legge!) che «fissi» il ruolo sociale delle banche. Già m’immagino una nuova branca dello stato sociale, finanziato dai risparmi invece che dalle imposte, e guidato da criteri decisi in alto da un’Authority ad hoc (ti pareva se non ci voleva un’Authority!), e decisi in basso dagli amici degli amici. Voi vi sentireste tranquilli a lasciare i vostri risparmi in una banca del genere? Se avete l’animo del postulante, la faccia tosta dell’intrigante, la tessera del partito o quella del sindacato, forse sì. Gli risponde il presidente dell’Abi, mettendo in chiaro che le banche non sono un servizio pubblico, ma sono imprese ed hanno il diritto/dovere di fare profitti. Esagerato. Le banche intermediano il risparmio. I profitti dovrebbero essere il riflesso di quest’attività di intermediazione. In teoria, in un periodo di vacche magrissime, un modestissimo profitto potrebbe essere il risultato di un’eccellente attività di intermediazione del risparmio. Ma se le banche devono fare profitti ad ogni costo, se per farlo si mettono a giocare in proprio con ardite operazioni finanziarie, e corrono dietro alle fette di mercato e alle nevrosi degli analisti assecondando l’economia delle bolle; e sono tanto fissate con la «crescita» da lanciarsi in acquisizioni pazze pur di non farsi mangiare un giorno da un pesce più grosso, come accadde per esempio al Monte dei Paschi di Siena quando il generale Mussari lo guidò alla conquista a carissimo prezzo di Antonveneta, impresa dalla quale il colosso senese non si è più rialzato; be’, allora direi che il diritto/dovere di fare profitti è la quintessenza del capitalismo alle vongole.
ROMANO PRODI 06/03/2012 Solo tre mesi fa, miracoli dell’antiberlusconismo, ci sentivamo tutti una razza nuova, insofferente alle vecchie liturgie, ai linguaggi cifrati della politica, ai tempi biblici dei tavoli di discussione, ai salamelecchi perditempo, impaziente di uscire vittoriosa dal pantano dell’immobilismo. Ora siamo tutti tornati a cuccia. Fiutata l’aria è rispuntata come il sole al mattino la faccia di mortadella col ditino alzato e l’occhio sgranato di sempre a certificare che la ricreazione è finita: «È giunto il momento» ha detto, «in cui il governo si deve assumere la responsabilità di ricercare con Fiat e sindacati una strada comune per ricostruire una presenza italiana forte e concorrenziale nel settore dell’automobile.» Il governo. Con la Fiat. Coi sindacati. Una strada «comune». E una presenza «forte». Forte: l’aggettivo vago ma baldanzoso che ha segnato l’era dell’aria fritta.
MUSTAFA ABDEL JALIL 07/03/2012 E’ nato a Bengasi un Consiglio provvisorio della Cirenaica. Il presidente del Consiglio nazionale transitorio libico, Mustafa Abdel Jalil, ha parlato da Tripoli di complotto internazionale: “E’ l’inizio di una cospirazione contro il Paese. E’ una vicenda molto pericolosa che minaccia l’unità nazionale e che può condurre ad una Libia divisa e non-democratica”. La faccenda promette faville. Ora si attende lo sbarco di Bernard-Henri Lévy. Ma dove? A Tripoli o a Bengasi?
LEOLUCA ORLANDO & FABRIZIO FERRANDELLI 08/03/2012 L’outsider Ferrandelli, ex capogruppo dell’Italia dei Valori in Consiglio comunale a Palermo, vince a sorpresa le primarie del centrosinistra nel capoluogo siciliano. Leoluca è verde di rabbia e vuol far saltare tutto. Con lo stile da galantuomo che lo ha sempre contraddistinto punta il dito: abbiamo migliaia di denunce, dice, e ci sono stati episodi che provano che certi elettori sono stati pagati; e anche se le irregolarità vanno accertate, continua, «l’inquinamento politico» resta in ogni caso; sono primarie inquinate e drogate, conclude. Il bello è che il povero Ferrandelli alla vigilia delle elezioni denunciava una manovra subdola del Pid di Saverio Romano a favore della peraltro ignara Borsellino: di questi retroscena, diceva, la mia segretaria ha prove certe e dimostrabili; dal canto nostro, concludeva, vigileremo contro ogni forma di «inquinamento» del voto. Ora che è accusato di «inquinamento» Ferrandelli parla di «metodo Boffo». No, caro Ferrandelli: è il vostro metodo.
LA TRATTATIVA 09/03/2012 Alzi la mano chi ci ha capito qualcosa. Certi nostri magistrati antimafia sono come le Sibille Cumane e le Pizie del mondo antico: alludono, adombrano, suggeriscono, insinuano, evocano con ieratica gravità. E’ tutto fumo, ma col peso specifico delle certezze metafisiche. Essi infatti officiano un culto misterico sui misteri di stato che è la seconda religione del nostro paese dopo il cristianesimo di confessione cattolica. Essendo misteriosa è una fede che non ha paura di contraddirsi, perché sotto un mistero c’è sempre un altro provvidenziale mistero. Venerate verità processuali vengono così buttate nel bidone della spazzatura insieme a pentiti ingaggiati un tempo dagli stessi aruspici come manovalanza oracolare: depistaggi!, sentenziano oggi coloro che ieri davano del depistatore al miscredente che quelle verità e quei bulletti spernacchiava. Ma per fortuna ora hanno una certezza. Ve la scrivo col “c” maiuscolo – ecco qua: Certezza – così capite che si tratta di un’altra insondabile divinità entrata nel Pantheon Misterico al posto di quella decaduta, il Papello. La Trattativa, invece, è ancora ben salda al suo posto.
Il populismo dalle buone maniere
L’affermarsi del populismo presuppone un’acritica adesione di massa ad una visione politica, ad un leader e ad un programma non di rado ridotto a vacue parole d’ordine. E’ frutto di un isterismo collettivo alimentato ad arte che le circostanze possono rendere quasi onnipotente. Quello particolare che ha portato Mario Monti al governo è il risultato, oltre che delle decisive circostanze, di un lungo e mediocre lavorio ai fianchi che dura da anni, e somiglia ad un matrimonio combinato, un matrimonio che “s’aveva da fare”, cui la promessa sposa ha ceduto per sfinimento, in un tripudio generale e manierato, mirato ad incoraggiare la sventurata, nella speranza che col tempo la poverina arrivi perfino ad amare il vecchio bacucco. Insomma, sono tutti contenti, si sentono in dovere di attestarlo, molti senza sapere neanche il perché, ma nessuno ci crede. Che sia populismo lo conferma il fatto che dopo aver detto tutto il male possibile dei salvatori della patria, il nuovo Presidente del Consiglio venga dipinto esattamente come un salvatore della patria da coloro che di una “normalità” aliena dai personalismi della vita politica italiana, a fini naturalmente anti-berlusconiani, si erano fatti pretestuosamente patrocinatori. La contraddizione è palese, ed è per questo che l’opinione pubblica è stata affettuosamente bombardata da un surrogato dell’agognata “normalità”: l’immagine della compostezza del nuovo premier e della sua compagine governativa, che d’altro canto gli spropositi agiografici hanno dovuto porre a fondamento della talismanica “credibilità” del nuovo corso, ribadendo così che di populismo si tratta, anche se rovesciato rispetto ai termini convenzionali.
Il governo Monti è figlio dell’Antipolitica, per meglio dire di una forma particolare di antipolitica che ha assunto nitidi contorni durante il biennio dell’ultimo governo Prodi. Come si ricorderà l’Unione prodiana ebbe alle elezioni del 2006 l’avallo esplicito dei grandi giornali del nord. Elezioni che si prospettavano trionfali ma che videro invece Prodi vittorioso per un pugno di voti, e con molta fortuna. La risicata vittoria rese indispensabile l’appoggio dell’estrema sinistra. Anche per questo le aspettative sul suo governo andarono deluse. Il malumore serpeggiava nel paese. “L’antipolitica” incanalò questo malumore. I potentati che si erano esposti nell’appoggio a Prodi, una casta come le altre, corresponsabile non meno degli altri protagonisti dell’immobilismo del paese, ebbero paura che il fuoco dell’antipolitica li investisse. E così pianificarono di concentrarlo unicamente contro quella stessa classe politica con cui fornicavano da decenni appassionatamente. Ne scrivevo in questi termini nel 2007:
Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre: 1) L’ANTIPOLITICA DELLA CASTA ECONOMICA OVVERO IL PARTITO DEL CORRIERE DELLA SERA. A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. (…) con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro LA CASTA costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto.
Questo disegno si è concretizzato ora, dopo un lustro, ma ha dovuto giovarsi dell’eccezionalità della crisi economica senza precedenti che ha investito l’Occidente. Ed è solo una fragile mezza vittoria, perché ora bisognerà veramente fare sul serio. Tanto problematica che il giorno dopo l’insediamento del governo Monti alla retorica del “fare presto” è succeduta quella del manzoniano “adelante, con juicio”: “riformismo vero, senza strappi” è il titolo di un articolo dell’impavido Guido Gentili sul Sole24Ore. Ed inoltre deve già fare i conti con l’intuito politico di Berlusconi: chi temeva che l’ex-Presidente del Consiglio si emarginasse in un rancoroso isolamento si è sbagliato come chi sperava che egli subisse passivamente la nuova realtà. L’astuto Silvio ha promesso collaborazione piena col nuovo esecutivo, fin troppa. La nuova parola d’ordine fra i berlusconiani è questa: il programma di Monti è il nostro. Il nostro che precedeva il suo, ben s’intende. E non è poi una grande bugia. Proprio per niente, visto che adesso non solo i contenuti ma anche i ritmi cominciano pericolosamente a somigliarsi.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (10)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
GIANFRANCO FINI 21/02/2011 La destra decente d’antan si chiamava sinistra democristiana. Certificato di decenza rilasciato dai soliti banditi saputelli della Meglio Italia, molti dei quali allora erano orgogliosi comunisti, mentre tu, borghese piccolo piccolo, non sei cambiato affatto: verme fosti, verme sei. Ma almeno i democristiani addomesticati in un certo qual particolar e demenzial lor modo erano dei furbacchioni. Capivano i loro tempi. Senza il becco di un elettore si mangiarono la spaurita balena bianca. Che poi offrirono in pasto ai loro protettori. Per dirla con Churchill, furono concilianti col coccodrillo comunista nella speranza di farsi mangiare per ultimi. Così avvenne. Mangiati e digeriti. E basta sentir parlare un Franceschini per capire che ormai siamo alla peristalsi. Costui invece è un allocco a tutto tondo. Si farà inghiottire dalla sinistra senza neanche aver preso la bacchetta del comando per un giorno a destra. Non ha capito che i tempi sono cambiati. Che per il Berlusca, i berluscones e i berluschini la Sindrome di Stoccolma al massimo può essere una dipendenza da bunga bunga con sventole vichinghe. Intanto avvisate Casini.
ROBERTO VECCHIONI 22/02/2011 Il festival di Sanremo è un evento. E un evento cui nulla si chiede tranne che di essere il posto dove ci s’incontra. Idealmente o in carne ed ossa. E lì s’incontra un bello spicchio di nazione. Per il resto è noto: è una solennissima cagata. Non volendo soffrire, l’evito da quando son nato. Resto aperto a tutto – anche la discomusic ci diede qualche capolavoro – ma ho l’orecchietto delicato. In questo una volta facevo comunella coi fanatici della meglio gioventù. Solo che per loro il festival era un obbrobrio commerciale, un luogo di perdizione, un cedimento al capitale, all’establishment e all’ignoranza crassa. Parteciparvi, una vergogna. Una macchia indelebile. Un tradimento. Vedo che ora ci vanno. Ci portano, senza paura di insozzarlo, pure Gramsci. E lo vincono pure. Cor televoto der popolo bbrutto. Senza tanti problemi. Manca solo una lacrimuccia sul viso, dalla quale capiremmo molte cose. Bentornati fra i bifolchi. Anche se col solito stile: da padroni. E’ una cosa che scalda il cuore. Adesso smettetela con Berlusconi.
(P.S. Ai commentatori, che cadevano delle nuvole, ho risposto così: “Brutta cosa il vizio della smemoria. Ma io ricordo. Sporadicissime apparizioni al Festival dei musicisti engagé, i soli benedetti dai benpensanti di sinistra, ve ne sono state. Pure Vecchioni fece un’apparizione una quarantina d’anni fa ormai. Ma vi andavano con l’aria di dire: sono qui per fare opera di testimonianza, per dire che c’è un’altra musica, non c’entro nulla io con le Ive Zanicchi, la mia è “resistenza”. All’epoca Hollywood era il tempio della prostituzione commerciale, e gli Oscar premi da burletta; e anche il Nobel puzzava un pochettino. Mica che sbagliassero del tutto. Anzi. Però come rompevano i coglioni, sempre loro, e che aria di sufficienza, e che universale disprezzo! Oggi invece una vittoria a Sanremo può diventare prestigiosa, e perfino democratica. Che mezze seghe, mio Dio.”)
ROSY BINDI 23/02/2011 Secondo la presidentessa – non è un’offesa, presidente, è un omaggio alla verità! – secondo dunque la presidentessa del Partito Democratico il popolo italiano – ossia il tribunale riservato agli iscritti alla potente Loggia SC, che sta per Società Civile, mai indagata per misteriosi motivi dalla nostra magistratura – il popolo italiano, dicevo, ha già giudicato Berlusconi colpevole. Non di reati, nooooo, ma “di aver calpestato il principio della dignità delle istituzioni e di aver ferito il comune senso morale”. Nota bene: 1) il popolo che sentenzia; 2) il comune senso morale. E poi ti bacchettano le mani se mandi all’inferno i cattocomunisti! Cristianamente dico: meglio Ruby. Che Rosy. Per la prima c’è ancora qualche speranza.
MICROMEGA 24/02/2011 Dalla trincea montagnarda, e con tonante lessico robespierriano, i soliti esaltati onusti d’onori – a causa delle assai proficue persecuzioni di regime – in nome della legittima difesa repubblicana, contro il crescendo di eversione anticostituzionale e il conclamato dispotismo proprietario rappresentato dal Caimano, e per ottenere le sacrosante elezioni anticipate, schifate fino all’altro ieri, propongono a tutta l’opposizione – essendo la maggioranza parlamentare all’altezza del miglior amico dell’uomo in quanto a obbedienza, e a tutto il resto, dalla lingua sporgente alla coda – il blocco sistematico e permanente del Parlamento con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione. Con tutti i mezzi che la legge…? Ma c’è bisogno di dirlo? Come potremmo mai dubitare della correttezza dei cultori della legalità? Nervosetti? Siamo all’ultima spiaggia? Siamo lì lì per saltare il fosso? In fondo l’emergenza è l’emergenza, o no?
ROMANO PRODI 25/02/2011 Quello della seriosità al governo, ricordate? L’eco di letture serali kantiane doveva ancora arrivare, ma già balzava all’occhio la macroscopica differenza tra l’homo prodianus e l’homo berlusconianus. Ora il Professore è tornato. Questa volta gl’irregolari spifferi che gli escon solennemente di bocca annunciano effettivamente nuove di un certo momento. Pare che l’evidenza scientifica sia stata raggiunta: la differenza è an-tro-po-lo-gi-ca. Esattamente come molti sospettavano. Ma infatti, parliamoci chiaro, non lo vedete un po’ strano, Romano?
La sinistra nel cul-de-sac
Repetita juvant? Se l’alunno è testone è perfino indispensabile: quindi mi ci riprovo. Solo per disinteressato amor patrio, ma sia chiaro che è proprio l’ultima chance che gli offro.
Per vedere chiaro nella crisi della sinistra e per capire quale dovrebbe essere la sua strategia per diventare maggioritaria nel paese, invece di esercitarsi nella filosofia degli acchiappanuvole, ci si dovrebbe rifare, con prospettiva rivoluzionaria e rivelatrice, propria dell’umile volgo, al problema della calvizie, o a quello della disoccupazione. In ambedue i casi si parla comunemente, ed erroneamente, di perdita di capelli o di perdita di posti di lavoro; quando in realtà il problema è quello della ricrescita dei capelli che ogni giorno tutti perdiamo, compresi i giovanotti dalle folte criniere; ed è quello della disponibilità di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare tutti quelli che ogni giorno vengono eliminati nel processo di distruzione/creazione proprio delle economie più o meno libere. Ebbene, ciò che è evidente oramai da circa un ventennio, è che la sinistra, nelle sue varie metamorfosi, in tutti i suoi disperati tentativi d’imbroccare lo schieramento vincente, un po’ alla volta, come in un lentissimo e quasi impercettibile ma inesorabile processo di desertificazione vede calare i suoi voti complessivi.
Perché in Italia si chiacchiera tanto di politica, perché si perde un mucchio di tempo e si sprecano grandi fatiche in analisi storiche e sociologiche della vita dei partiti, e poi così facilmente si trascurano le questioni fondamentali sulle quali un occhio non disturbato dal frastuono mistificatore proveniente dall’interno appunterebbe con tutta naturalezza e senza sforzo la sua attenzione? E la più fondamentale delle questioni alla quale dare una risposta, per aprir gli occhi sul cul-de-sac nel quale la sinistra ancor oggi è infilata, è questa: perché in Italia, a palpabilissima differenza di quanto è successo in qualsiasi altro paese non solo europeo ma passabilmente democratico, essa non è mai riuscita, da sola, a vincere le elezioni politiche e governare?
Fino agli anni ’70 non c’è molto da capire. Tuttavia non fu solo la glaciazione della guerra fredda ad impedire al PCI di arrivare al potere. Il fatto è che in una società regolata politicamente da normali prassi democratiche il marxismo o il giacobinismo restano mistiche della minoranza, proprie delle esperienze settarie. Il marxismo o il giacobinismo hanno senso solo in una prospettiva rivoluzionaria, quando in un paese stremato e logorato da ben concentrate pressioni di piazza, che sono solo un simulacro di volontà popolare, il potere passa di mano, nel miglior dei casi, attraverso sconquassi istituzionali, non certo col voto libero della maggioranza del corpo elettorale. Il giacobinismo è fondamentalmente il perfezionamento politico della vecchia strategia di acquistare potere attraverso minoranze organizzate, in nome di una solidarietà negativa entro e fra i vari strati sociali che fa premio su qualsiasi altra considerazione. E’ per questo che in Italia abbiamo assistito a un doppio fenomeno: come in una piramide rovesciata, tanto più la base elettorale della sinistra si è ristretta, tanto più il suo potere reale nel paese si è ampliato e ramificato.
Il massimo del consenso per il PCI coincise con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ‘60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi, ancorché poco problematici, della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, soprattutto in un paese relativamente arretrato come l’Italia, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita.
Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che un escamotage lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare pienamente l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare su sentieri vergini la stanca ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale. Gran sacerdote ne fu Enrico Berlinguer, che oggi gode di un’immeritatissima quanto ridicola fama di laica santità: se la sinistra per rialzarsi dovesse idealmente abbattere una statua, dovrebbe essere proprio la sua, e dovrebbe farlo con lo zelo di Attila.
E’ inutile che qualcuno alzi il sopracciglio, come se i suoi orecchi fossero feriti da sparate anticomuniste dell’era della pietra. E’ solo la triste verità: nonostante tutte le riverniciate a cui è andata incontro, la sinistra non è mai riuscita a liberarsi dal giacobinismo, ossia, nella propria prassi politica, dalla compulsione a richiamare nel momento critico delle campagne elettorali al militantismo anti-qualcosa coloro che sono già suoi, ossia dalla strategia della grande minoranza organizzata, ossia dalla strategia della rivoluzione, che nell’arena politica è il contrario di quella per la conquista del consenso elettorale. Perfino le formule propagandistiche apparentemente più innocue di questi ultimi anni sono state animate in realtà dallo spirito di sempre: “il governo della serietà” fu il motto di Prodi, un pleonasmo assurdo che subliminalmente rivelava ancora una volta la subordinazione della propria ragione d’essere alla presenza di un avversario provvidenzialmente portatore di valori negativi. E cos’era in fondo il “we care” veltroniano se non un altro esempio dell’indulgere quasi involontario in esercizi farisaici di selfrighteousness?
Si comprende allora come per una sorta di malefico incantesimo nel dibattito sul Che fare? che dilania il PD e la sinistra tutta manchino proprio le voci che propugnino l’opzione più naturale: il progetto di un prodotto realistico, ossia moderno ma senza infingimenti di sinistra, seducente quel tanto da far breccia nel mercato della politica; quel mercato, s’intende, popolato dalla somma degli individui che formano il corpo elettorale, compresi necessariamente coloro che oggi votano a destra, ma che non appartengono per forza ad una parrocchia. Operazione incomprensibile soprattutto per un comunista tutto d’un pezzo come D’Alema, uno che non crede assolutamente a nulla, e il cui realismo politico, tanto cinico da essere ottuso, solo nella nostra disgraziata patria può venir scambiato misteriosamente per una solida filosofia socialdemocratica; antropologicamente impermeabile alla pratica della libera impresa politica, e quindi sensibile solo ai conti dell’esistente, si è ridotto a farsi sensale della demenziale alleanza contro natura con l’UDC, il partito più apertamente vaticanista dell’intero spettro politico. Io credo in tutto, ma sperare in una sinistra ratzingeriana mi sembra voler colpevolmente abusare della generosità della Provvidenza. E, quella di cui sopra, operazione incompatibile con qualsiasi forma di alleanza suicida con Di Pietro, di cui è sempre più palese il disegno di proporsi per meriti acquisiti come l’erede legittimo del settarismo berlingueriano, la corda con la quale la sinistra si sta da decenni impiccando.
Il PD ha una sola possibilità: recuperare parte di quel dieci per cento di naufraghi alla sua sinistra (tenendo conto dei radicali) disposti a rinunciare al massimalismo in cambio di un franca dichiarazione di appartenenza alla famiglia laico-socialista europea, anche a costo del cambio della ragione sociale del partito; dimenticare Berlusconi; e porsi l’obbiettivo ambizioso di mangiare un bel po’ di voti al PDL e alla Lega Nord, tra i mangiapreti del primo e gli operai della seconda, e in genere tra gli insofferenti della leadership berlusconiana. Lo spostamento verso il centro dovrà essere un fatto culturale, non il risultato dell’inglobamento di corpi estranei. Non dovrà farsi paralizzare dalla meschina matematica dei professori di politologia. Se Giulio Cesare Berlusconi – il grande condottiero di noi di destra – avesse ragionato in quel modo non avrebbe combinato un bel nulla, anche con 100 canali televisivi a suo disposizione.
L’ultimo tentativo delle nomenklature
I Bizantini cominciarono a prenderle di brutto dai Turchi nell’XI secolo dopo Cristo. Nel 1453 Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano, era ridotta a poco più di un’enclave dentro i confini dell’Impero Ottomano. Ma la particolare posizione geografica della città, posta com’era fra due bracci di mare su due lati e chiusa in diagonale da mura imponenti sul lato di terra, aveva fino ad allora reso vano ogni tentativo di conquistarla. Il sultano Maometto II decise di farla finita una volta per tutte, con mezzi imponentissimi. Nuovi giganteschi cannoni di fabbrica europea furono forgiati allo scopo. Gli assalti furibondi e lo sbriciolamento sistematico dei bastioni della città greca sul Corno d’Oro proseguivano senza risultati apparenti. Ma alla fine, da qualche parte, una porticina si aprì. E fu la fine, senza rimedio. Costantinopoli era una nave che non poteva sopportare la benché minima falla.
E un bastimento del genere era anche il governo Prodi. Il caso Mastella è un accidente secondario, benché fatale. Berlusconi l’aveva capito. La strategia di non tendere alcuna mano alla sinistra attuata fino alla ribellione di Fini era giusta. Fini aveva ceduto all’impazienza. Tant’è che con la caduta di Prodi in un amen i rapporti all’interno della CDL come per incanto sono ritornati quelli di qualche mese fa.
Prodi si è trovato ad essere alla fine il più tenace difensore, per motivi personali, dell’alleanza pansinistrorsa. Crollato insieme a lui anche il Partito della Conservazione di Repubblica, vedrete che ora sarà l’altro Partito della Conservazione, quello del Corriere della Sera, a rialzare la testa. Aspettiamoci fin d’ora untuose omelie sulla necessità di dar vita, per senso di responsabilità, ad un governo istituzionale che faccia le improrogabili riforme di cui ha bisogno il paese. Notare che saranno gli stessi giornali – Corriere, Stampa, Sole 24 Ore – che con gran sprezzo del buon senso, e con lo stesso tartufismo paternalistico, assicurarono gli italiani della bontà dell’armata prodiana, a riciclare la vecchia idea del Governo dei Migliori, cioè un commissariamento di fatto della democrazia parlamentare sulla scorta dell’emergenza, accettato da una classe politica impaurita da operazioni squisitamente politiche come “La Casta”, possibili solo in un paese a volte straordinariamente ingenuo, ed immemore, come l’Italia. In realtà un patto che prevede la cooptazione ufficiale dell’economia rossa, rappresentata da D’Alema e Bersani, nello stagionato establishment industrial-finanziario, rappresentato da Montezemolo, nell’illusione di poter guidare una modernizzazione addomesticata del paese mediante un paraliberismo asimmetrico ad uso e consumo delle nomenklature. Un capitalismo di Stato nelle mani di un comitato centrale, l’ultima veste di quell’Italia dell’Est che sta crollando finalmente in questi giorni con vent’anni di ritardo sul resto dell’Europa.
Per il male dell’Italia
Mentre Prodi si appella, agitando il ditino moralizzatore, alla responsabilità collettiva (tranne la sua, ovviamente) accusando velatamente le regioni controrivoluzionarie, e Bassolino scarica le colpe su Vescovi e ecofondamentalisti, vale la pena di dare un’occhiata a cosa proponevano quasi due anni fa i programi elettorali della Casa della Libertà e dell’Unione in materia di munnezza. Nel primo, assai più stringato, al PUNTO N. 8: RICERCA ED ENERGIA si può leggere:
1. Libera trasformabilità delle Università in Fondazioni, in modo da aprire le università italiane ai contributi della società civile, al mercato, all’estero.
2. Incremento degli investimenti pubblici in ricerca pubblica e privata.
3. Importazione tale e quale dalla Francia in Italia dei “fondi di fondi” per finanziare gli investimenti in ricerca.
4. Raddoppio della detassazione degli utili se reinvestiti in ricerca ed innovazione tecnologica.
5. Realizzazione dei rigassificatori già autorizzati (Nord, Centro, Sud) per ridurre la nostra dipendenza dall’estero.
6. Realizzazione di termovalorizzatori eliminando lo scandalo della spedizione all’estero dei rifiuti solidi urbani (applicando il principio di responsabilità nazionale e locale: tanto si produce, tanto si deve smaltire).
7. Incentivi alla diversificazione, alla cogenerazione, all’uso efficiente di energia, alle fonti rinnovabili (vere, non assimilate), dal solare al geotermico, dall’eolico alle biomasse, ai rifiuti urbani, per ridurre i costi dell’energia per le famiglie e per le imprese.
8. Diversificazione del funzionamento degli impianti elettrici ad olio combustibile attraverso il ricorso al carbone pulito.
9. Partecipazione ai progetti europei di sviluppo del nucleare di ultima generazione.
Nell’interminabile tomo PER IL BENE DELL’ITALIA, le quasi 300 tautologiche pagine che compongono il programma dell’Unione, si può ancora leggere alle pagine 149-150, prima di eventuali e provvidenziali manomissioni:
In questo quadro, noi crediamo nella necessità di:
- garantire il principio di prossimità e responsabilità territoriale nella gestione dei rifiuti solidi urbani, attribuendo priorità alla prevenzione, al riuso ed al riciclo dei materiali;
- affermare il principio di responsabilità dei produttori e dei consumatori nella riduzione dei rifiuti e nella loro gestione sostenibile (riuso, riduzione degli imballaggi, diffusione dei beni alla spina, forme di deposito cauzionale, etc.); in particolare, promuovere la riduzione della produzione dei rifiuti attraverso innovazioni di processo e politiche integrate di prodotto;
- promuovere la partecipazione dei cittadini e del sistema delle autonomie locali alle politiche per la gestione dei rifiuti, anche al fine di superare le gestioni commissariali d’emergenza;
- assicurare con incisivo indirizzo pubblico ed adeguati controlli la legalità, l’economicità, l’efficacia delle gestioni, con un elevato livello di tutela della salute e dell’ambiente;
- dare impulso alla bonifica dei siti contaminati applicando il principio – ormai assorbito dal diritto comunitario – del “chi inquina paga”;
- per i rifiuti urbani, applicare la tariffa puntuale assicurando per i materiali conferiti in maniera differenziata una tariffa premiale inferiore e promuovere le buone pratiche e le migliori esperienze realizzate quali sistema di raccolta domiciliare, la raccolta della frazione organica, la realizzazione delle isole ecologiche; estendere le tipologie dei materiali da raccogliere in maniera differenziata come ad esempio quelli elettronici;
- per i rifiuti speciali, promuovere la separazione dei materiali risultanti da attività di costruzione e di demolizione evitando la miscelazione dei rifiuti pericolosi con altri, e sostenere il mercato dei beni realizzati con materie riciclate (campagne informative, acquisti verdi delle pubbliche amministrazioni, etc.).
Come si vede, il programma del Governo della Serietà contemplava una clausola segreta, implicita: Non pronunciare il nome dell’inceneritore invano, e nemmeno quello del termovalorizzatore. Queste cose si possono fare, ma non si possono dire. Così, con la solita doppia morale, la sinistra coltiva con le legioni della sua propaganda l’ecofondamentalismo, impedendo anche in questo campo la modernizzazione del nostro paese, mentre dov’essa regna incontrastata, grazie ad un sistema di potere capillare che non ha paragoni in nessun’altra contrada dell’Occidente, fa quello che vuole, nonostante i mugugni dei sudditi. Questo spiega perché l’Emilia Romagna e la Toscana sono le regioni che presentano, percentualmente in rapporto alla popolazione, il maggior numero di inceneritori, pardon, termovalorizzatori d’Italia. Il Veneto ne ha meno della metà, e c’è da chiedersi come mai la rachitica sinistra a nord del Po riesca, quando in ballo c’è il progetto di un inceneritore, a coinvolgere la popolazione e a tessere alleanze politiche tali da far naufragare ogni iniziativa in tal senso. Termovalorizzatori eco-bio-compatibili, evidentemente, quelli che si costruiscono a sud del grande fiume, che fanno bene ai cittadini, alle cooperative e alle municipalizzate: un esempio dell’efficientismo bersanistyle che, sono pronto a scommettere, trova sostenitori anche fra certi liberali che professano l’ideologia della concretezza, dimentichi che i deficit di democrazia scavano debiti altrettanto pericolosi di quelli che si contano in Euro.
Recita di Capodanno
Voi ve lo immaginate un capo di stato europeo, in un discorso ufficiale, immiserirsi con la citazione di un autorevole osservatore straniero per puntellare la difesa della patria contro gli attacchi di altri malevoli osservatori stranieri? Per un senso di dignità, diffuso naturaliter anche negli staterelli malfermi sulle gambe spuntati ad Est dalle macerie del comunismo, ci passerebbe sopra con sovrana indifferenza. Fu un altro capo di stato, or sono dodici anni, al termine di una sceneggiata da premio Oscar e neanche fossimo sotto i bombardamenti della Luftwaffe, a tuonare: l’Italia ce la farà! Quasi che farcela per uno stato europeo a cavallo tra il secondo e terzo millennio dopo Cristo non fosse l’ordinaria amministrazione. Dodici anni di vaniloqui riformisti nello spirito dell’immutabile Decalogo della Costituzione repubblicana, di inviti alla liturgia interminabile del dialogo, di esortazioni a stringersi a coorte per esser pronti alla pensione, di retorica della coesione & della condivisione. La solita, incredibile filastrocca ancor oggi applaudita dal vecchio Prodi ma anche dal giovane Veltroni. Consoliamoci: di questo corpo mummificato oramai funziona solo l’organo vocale.
Prodi nella morsa D’Alema-Montezemolo
Alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 lo scenario previsto e auspicato dal Piccolo Establishment (per usare l’espressione di Ludovico Festa del Giornale) era la trionfale vittoria Unionista, o meglio, la liquidazione definitiva dell’anomalia Berlusconiana, con in più il grazioso premio di una estrema sinistra ridotta a spettatrice passiva dell’azione di governo a causa dell’ininfluente peso specifico parlamentare. Le cose, come tutti sappiamo, non andarono così. La fragilissima vittoria rafforzò il ruolo mediatore di Prodi, e il boiardo e faccendiere di stato ne approffittò per costruirsi, con lo stile di sempre – lui non sa mai niente! – una rete di potere e di influenze che non può non aver urtato qualche pezzo grosso dalle parti di Viale dell’Astronomia, già di suo interessata alla formazione di una coalizione politica più larga e meno inclinata a sinistra. E il nostro sospetto è che, per ridurre il Professore a più miti consigli, anzi, per punirlo come un picciotto che ha avuto l’idea balzana di mettersi in proprio un po’ troppo, l’Empireo confindustriale, in consonanza questa volta col mondo dell’economia rossa anch’esso ormai ai ferri corti con l’espansionismo bazoliano, abbia deciso di dargli il benservito alla prima occasione, sostituendolo con un personaggio che per storia, autorità e carattere abbia la forza di tenere unita la sinistra, che lui d’altra parte sa così bene distruggere, nel momento dell’auspicato allargamento al centro della coalizione governativa: spezzaferro D’Alema.
Riepiloghiamo un po’ i fatti di questi giorni:
Alla vigilia del voto al senato l’ultimatum di D’Alema “Se non abbiamo una maggioranza ampia il governo se ne va a casa” viene sbattuto nella prima pagina del Corriere come uno di quei famosi preavvisi di garanzia al Cavaliere di cui ci hanno più volte onorato la nostra specchiata magistratura e la nostra specchiata stampa.
La misteriosa astensione di Pininfarina, che ha consentito all’ex segretario del PLI Valerio Zanone di render noto al popolo italiano, stupefatto, di essere ancora in vita.
Successivamente nel momento stesso dell’affannosa ricerca da parte dei DS e dell’Unione di voti in libera uscita dalla CDL, le sprezzanti dichiarazioni dello stesso D’Alema su una “certa sinistra” che “non serve al paese”.
E poi il fuoco di fila del Corriere della Sera: il 22 febbraio, la chiusa sibillina di un articolo di Galli della Loggia, dopo una pioggia di elogi sul comportamento tenuto dal ministro degli esteri in questi giorni:
Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare — e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando — che esista uno specifico caso D’Alema. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock. Una cosa sola pensiamo che l’opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D’Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.
Il 24 febbraio, l’articolo di Angelo Panebianco, che comincia così:
Sempre che il centrosinistra riesca a trovare i numeri necessari a fare maggioranza in Senato, ci sarà forse un rinvio alle Camere del governo in carica oppure la formazione di un nuovo governo Prodi, un Prodi bis. Se una di queste due cose accadrà, ciò non sarà però sufficiente per concludere che la crisi aperta dalla bocciatura sulla politica estera sia stata superata. Il (nuovo/vecchio) governo Prodi, infatti, potrebbe essere l’una o l’altra di due cose molto diverse. Potrebbe essere solo un tamponamento temporaneo della crisi, un governo destinato a infrangersi, stavolta definitivamente, su nuovi scogli entro pochi mesi, aprendo così la strada ad altre soluzioni.
Il 25 febbraio, è la volta di Sergio Romano con un articolo di cui riportiamo un lungo brano:
Può darsi che il governo, grazie al volonteroso aiuto dei senatori a vita e di qualche eletto dell’opposizione, riesca a superare il passaggio della Camera alta. Ma è difficile credere che Prodi sia riuscito, in così breve tempo, a risolvere le contraddizioni di una coalizione visibilmente divisa su alcune delle principali questioni che il governo dovrà affrontare nei prossimi mesi, dal finanziamento della missione militare in Afghanistan alla Tav e alla riforma del sistema previdenziale. Ha vinto perché ha giocato d’anticipo e ha fatto buon uso dell’unico argomento — non bisogna regalare il potere a Berlusconi — che è condiviso da tutti i suoi alleati. Se Rifondazione comunista non avesse collaborato, sarebbe stata ricordata nella storia della Repubblica come il partito che aveva fatto cadere tre volte (1997, 1998, 2007) il governo di Romano Prodi. Questo non è un accordo fatto per governare ma per evitare che altri possano riconquistare il potere. Giorgio Napolitano non poteva che prenderne atto. Se avesse rifiutato di credere alle assicurazioni del presidente del Consiglio avrebbe corso il rischio di aprire, insieme alla crisi politica, una più grave crisi istituzionale. Ma ha rinviato il premier alla Camere con una dichiarazione da cui traspare una sorta di rassegnazione. Coloro che s’interrogano sui sentimenti e le intenzioni del capo dello Stato hanno probabilmente notato uno degli argomenti con cui ha giustificato il rinvio del governo alle Camere: «Le ipotesi legittime e motivate di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza, a sostegno di un governo impegnato ad affrontare le più urgenti scadenze politiche e in particolare la revisione della legge elettorale — ipotesi sostenute da alcuni componenti della Casa delle libertà — non sono risultate sufficientemente condivise per poter essere assunte come base della soluzione della crisi del governo Prodi». Grazie a queste parole sappiamo quale potrebbe essere, se il governo cadesse una seconda volta, lo sbocco della prossima crisi.
Non poteva mancare, il 26 febbraio, di far sentire la sua voce il politologo Giovanni Sartori:
Incalzata dal Presidente Napolitano, l’Unione ha disperatamente cercato di «comprare» qualche senatore in più. Ne ha catturato uno, forse tre. Un magrissimo bottino, che tutt’al più assicura il prossimo voto di fiducia. Ma dopo? Come andrà, dopo, la navigazione quotidiana? La verità è che il centrosinistra sopravvive da sempre, al Senato, su una maggioranza incerta e friabile. Incerta perché i senatori a vita sono «indipendenti» e hanno il diritto di votare ogni volta come credono; e friabile perché all’estrema sinistra esistono teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde, o che forse proprio non ragionano. Ma se cancelliamo dal preventivo i sette senatori a vita e le teste quadrate, è sicuro che Prodi va sotto. Domani come ieri. Allora di cosa consiste il «nuovo slancio» del governo? Secondo Angelo Panebianco, Prodi dovrà «cambiare passo».
Finora la sua scelta strategica è stata, per assicurarsi la coesione dei suoi, di mantenere un’«alta tensione» contro il centrodestra e di privilegiare il suo rapporto con l’estrema sinistra. Ma ora, conclude Panebianco, «l’epoca delle sberle quotidiane all’opposizione è finita». Magari. D’accordo. Ma dubito che questo nuovo corso sia congeniale alla natura di Prodi. Prodi è uomo di bunker. La sua strategia del muro contro muro, del polo puro e duro, non è di questa legislatura; è una costante sin dal primo governo Prodi, che si autoaffondò nel 1998 pur di non macchiare la sua purezza «aprendosi» a Cossiga. La valutazione realistica della situazione è, dunque, che a Prodi mancano, sin dal primo giorno, i numeri per «fare bunker». Se ha tirato avanti per nove mesi è in forza della cecità della volontà (che è una sua vera forza). Ma la volontà ha ora sbattuto il naso nella realtà. Perché senza il sostegno di numeri non si può trasformare un passino, o un colabrodo, in un muro. Resta da vedere se Prodi saprà essere l’uomo per una diversa stagione.
Sempre il 26 febbario, un’intervista a Oscar Luigi Scalfaro, di cui sottolineamo questo significativo passaggio:
Rinviando il premier alle Camere, il presidente della Repubblica gli ha ricordato che «è necessaria una maggioranza politica». Cioè al saldo del voto dei senatori a vita. Se Prodi si salvasse solo con il vostro sostegno, che accadrebbe?
«Sarebbe un problema politico. Che certo non potrebbe essere sollevato dal Quirinale, visto che costituzionalmente il voto dei senatori a vita vale quanto quello dei senatori eletti. Non ci sono molte strade aperte, in un caso del genere. E toccherebbe al premier, allora, tirare le somme. Del resto, rileggendo la motivazione con la quale il capo dello Stato ha spiegato come ha risolto la crisi — e la via era obbligata, senza alternative — si direbbe che il presidente del Consiglio si sia assunto un impegno in questo senso».
Infine oggi, 27 febbraio, questa virtuosa istigazione, ovviamente inascoltata, al suicidio di Francesco Giavazzi:
Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico — grandi principi e poche indicazioni concrete — oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.
Certo, anche se l’UDC continua ad auspicare democristianamente una nuova fase politica senza Prodi (ma non si sa con chi) e Pininfarina annuncia democristianissimamente il suo voto sicuramente non contrario, Prodi sembra destinato a rimanere in sella anche dopodomani. Tuttavia, non saremmo poi tanto tranquilli, visto che per una maliziosa congiunzione astrale, domani, mercoledì 28 febbraio, la Chiesa festeggia S. Romano…
Links: Un’anticipazione del quadro sopra descritto era già stata sommariamente tratteggiata all’indomani delle elezioni del 2006 dal vostro Ismael
Romano P., ciambellano delle oligarchie
Quasi a voler schiudere gli occhi ai ciechi, in simbolica concomitanza con la grande manifestazione della CDL a Roma, alla D’Alemiana Fondazione Italianieuropei venivano convocati gli Stati Generali delle Nomenklature della penisola. La sinistra politica, la cupola bancaria, quella confindustriale e quella giornalistica, con contorno di rottamazione auto, tutti assieme, beninteso per il bene del paese, a tracciare il Gosplan per i prossimi anni. Con l’occasione Montezemolo ha scaricato apertamente Berlusconi, parlando di “occasione perduta” e ha dato pubblicamente e spudoratamente atto di forte impegno riformista (sic) al presente governo. Chi, nel centrodestra, pensi di avere una visione strategica della lotta politica è bene che una volta per tutte perimetri per bene il campo nemico: perché qui non ci troviamo di fronte solo al problema di una fazione massimalista di sinistra, di per se stessa micidiale zavorra per qualsiasi ipotetico riformismo, ma ad un processo di sedimentazione trentennale che ha depositato in quel fondale chiamato Unione le polveri reazionarie di tutte le oligarchie economiche, politiche, sindacali e culturali italiane; processo che è ormai giunto a maturazione, simile ad un’inerte stratificazione geologica. Aspettarsi un segno di vitalità da tale composto è un’illusione.
Di queste oligarchie che alloggiano nelle stanze del Palazzo Unionista, Prodi si è ritagliato il ruolo di amministratore condominiale, nella speranza di poter giocare in proprio sempre più alla grande, complice la natura meschina che gli fa porgere un ossequio spontaneo a chi ha denti robusti, sia questi un pescecane della finanza e ben pubblicizzato filantropo come Soros o un onnipotente sindacato come quello tardocomunista, e ritrovare per converso un po’ di coraggio solo nell’impartire una facile morale ai deboli e agli indifesi, distribuendo buffetti sulla guancia e caramelle di felicità al popolo fanciulletto con un insulso sorrisetto paternalistico, o sgridandolo di non fare il pazzerello, e di lasciar fare le cose ai Grandi. In questo quadro l’aumento delle tasse previsto dalla manovra economica varata dal governo altro non rappresenta che l’indispensabile aumento di capitale per tenere in vita il Patto di Sindacato steso come un cordone sanitario a difesa delle nomenklature che controllano l’Italia contro la marea montante delle fasce economicamente più attive del paese e quelle culturalmente più indipendenti. Questa nuova e già decrepita democratica nobiltà si è pure sentita in dovere di rispolverare i riti di una politica matrimoniale che si credeva sepolta nel passato remoto e che avuto il suo suggello nelle nozze sindacal-confindustriali Moretti-Cipollina alle Ferrovie.
Non trovando poi argini alla propria ipocrisia, Prodi ha solennemente bofonchiato nei giorni discorsi contro le forze corporative che ingessano il nostro paese; ha detto cioè una piccola verità, nascondendo tutto il resto. Ora, occorre tenere bene in mente che da uno stato corporativo si può uscire con uno stato liberale, ma anche con uno stato socialista, in quanto le corporazioni come corpo intermedio rappresentano sì un ostacolo all’espandersi della libertà individuale ma anche un inciampo al pieno dispiegarsi di un potere centralizzato. Il tentativo di un’ulteriore polverizzazione dell’opposizione di centrodestra, miracolosamente tenuta assieme e perfino rinsaldatasi se non nell’arena politica almeno nel paese reale grazie al carisma berlusconiano, messa in atto con la ben mirata selettività delle sedicenti liberalizzazioni, obbedisce quindi a un disegno di consolidamento e arroccamento dei centri di potere del paese, la cui tipica fisiologia nel passato nessuno meglio di Alexis de Tocqueville ha saputo con plastica evidenza mettere in luce. E valga come esempio questo passo da L’Antico regime e la Rivoluzione:
Meno di un anno dopo l’inizio della Rivoluzione, Mirabeau scriveva segretamente al Re: “Confrontate il nuovo stato di cose con l’Antico regime; da questo confronto nascono il conforto e la speranza. Una parte degli atti dell’assemblea nazionale, ed è la parte maggiore, è palesamente favorevole ad un Governo monarchico. Non vi sembra nulla essere senza Parlamento, senza paesi di Stato, senza gli Ordini del Clero, della nobiltà, dei privilegiati ? L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta eguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione” (Libro I, Capitolo II)
Ecco perché, non sarebbe stato affatto male che qualcuno dal palco al termine della manifestazione di ieri della CDL avesse avuto la presenza di spirito di gridare in faccia al Palazzo Unionista, con la sfrontatezza dell’infame Franti: proletari di tutta Italia, unitevi!





