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Governo Monti: la partita è soltanto all’inizio
Berlusconi è uscito di scena con saggezza. Ha saputo ragionare con freddezza e ha avuto un occhio di riguardo per l’Italia. La tempistica è stata brutale, ma quando agiscono sopra di noi forze superiori è bene adeguarvisi senza disperdere inutilmente le proprie. Ovviamente, nella testa dell’ex Presidente del Consiglio questa non è che una ritirata strategica, anche se non sarà più lui in futuro a guidare le truppe. In piazza a fare gazzarra non c’era la plebaglia del Caimano, ma quella dei fissati col Caimano: la prima, che non esiste, è solo il riflesso della seconda, che esiste. Ora comincia l’interludio, non si sa quanto lungo, del governo Monti, commissario per conto dell’informale direttorio europeo. Il quale certo lo appoggerà, facendosi sentire presso la classe politica italiana. Ma è fatale che dopo l’ebbrezza dell’intronizzazione un po’ alla volta la politica scacciata dalla porta rientrerà dalla finestra. La realtà è che tutti si tengono le mani libere e che domina l’ambiguità. Non può essere diversamente perché lo stesso Monti, o i suoi ventriloqui della grande stampa, si dimostrano ambigui. I toni roboanti, le stucchevole tirate sul “fare presto”, servono proprio a surrogare una schiettezza che non c’è: si alza il volume, ma manca la chiarezza. Si vedrà che anche il “governo del fare” di Monti, come quello di Berlusconi, dovrà trovare una maggioranza politica che lo sostenga. E finché si tratterà di sciocchezze potrà anche essere una maggioranza vasta o variabile, ma poi, quando il gioco si farà duro, e si parlerà di pensioni, lavoro, liberalizzazioni e patrimoniali o questa maggioranza non si troverà, oppure da una qualche parte dovrà assestarsi. Un comico frutto di questo balletto intellettuale fra ferrei propositi e tattiche reticenze si trova in un editoriale del Corriere della Sera a firma di Angelo Panebianco, che scrive:
Un altro errore da evitare (è il problema più delicato) riguarda la navigazione dell’esecutivo. Con i suoi provvedimenti, il governo Monti non dovrà dare l’impressione di penalizzare sistematicamente gli elettori di una parte rispetto a quelli dell’altra, mettendo così in una situazione insostenibile qualcuna delle forze che lo appoggiano. Qui conterà soprattutto la grande esperienza politica di Napolitano.
Ma come? Non doveva servire il governo Monti ad implementare con energia e celerità le misure imposte dall’Europa senza guardare in faccia nessuno, ma facendole accettare lo stesso grazie alla sua autorevolezza, cui il senso di responsabilità dei politici doveva inchinarsi? La situazione è grave, ma non seria, parrebbe: anche per i contegnosi e consapevoli patrocinatori del governo “tecnico” è già tempo di mezze misure, prima ancora di cominciare. Nel giro di una settimana, silurato Berlusconi, alle mezze calzette di Confindustria o del club montezemoliano la sola idea della “macelleria sociale” – ossia ciò che “l’Europa ci chiede” – sembrerà brutta quasi come ai Bonanni e agli Angeletti. Lascio stare la Camusso, che è un caso disperato. In effetti, nonostante i proclami dei firmaioli del Sole24Ore, nessuno di loro si aspetta che Monti abbia la forza e la volontà di mettere in atto un’impopolarissima politica “liberale” in materia di pensioni e lavoro. Dirò di più: loro stessi non lo vogliono. Il disegno è quello di compensare una “mezza risposta” all’Europa con una patrimoniale coi fiocchi. Un’italianissima furbizia, che avrà stavolta il timbro della più alta moralità e alla quale sarà altamente responsabile conformarsi. Monti, che non è affatto un cuor di leone, e con lui tutto il resto dell’establishment, comincerà a pendere sempre più verso sinistra, a cianciare di condivisione e di tavoli allargati sotto lo sguardo non troppo compiaciuto dei suoi sponsor europei. Il Pdl, se vorrà dimostrare di non essere morto, potrà gridare al tradimento dell’agenda europea e proporsi come il solo (grande) partito “potenzialmente” credibile in materia di riforme, anche se è probabile che una parte dei parlamentari azzurri andrà ad ingrossare il fronte dei… “responsabili”. Ma a quel punto l’emorragia conterà poco o punto in vista delle elezioni. Se invece il commissario riluttante Monti non vorrà finire per essere commissariato a sua volta dagli odiati tecnocrati europei, e non vorrà ingloriosamente dimettersi pure lui, dovrà per forza andare col cappello in mano da Berlusconi, che così otterrà la sua rivincita, e potrà, in caso di felice esito parlamentare, farsi passare per salvatore della patria e rimediare così anche all’impopolarità delle misure prese. In effetti, una volta superata la delusione della sconfitta, l’idea che subito si è insediata nella mente di Berlusconi è quella di fare del Pdl la colonna portante, insostituibile, del governo Monti, e di vincere, per così dire, la partita dall’interno. Per la sinistra politica, ovviamente, vale lo stesso discorso, per i motivi opposti. Con queste differenze: che l’agenda europea non contempla patrimoniali, tanto più nel momento meno indicato, quando si cercano disperatamente risorse per la ripresa; che essa cozza dolorosamente con le idee d’ingombranti compagni di strada; e che più il tempo passa, più l’abbrivio che doveva portarla in posizione di forza alle elezioni si esaurisce.
La sinistra degli equivoci
L’esame di Bruxelles, a quanto pare, ha fatto più male alla sinistra che a Berlusconi. Sul patibolo il condannato è riuscito a levarsi il cappio dal collo per passarlo assai destramente su quello delle opposizioni che assistevano allo spettacolo. Poteva succedere prima se il presidente del consiglio non avesse avuto il problema di tenere insieme la sua maggioranza. All’agenda economica “europea” è arrivato per forza ma ha avuto la forza di arrivarci per gradi, il tempo di riuscire a mettere gli alleati politici di fronte alla realtà e a far loro inghiottire il rospo senza far saltare tutto. I tromboni che hanno a cuore le sorti del paese dovrebbero tener conto di questo elementare dato di fatto, prima di vagheggiare utopiche quanto cervellotiche alternative politiche. Non è cosa da poco, infatti, portarsi dietro in tempi difficilissimi un blocco politico ed un elettorato rimanendo nella sensatezza ed evitare così il naufragio. In caso contrario la bella politica è solo un esercizio auto-consolatorio e fors’anche auto-assolutorio.
Continuano invece gli equivoci di fondo a sinistra. Possono cambiare i nomi, le correnti, le alleanze al suo interno, ma quelli restano. Rimane la dicotomia fra due sinistre, ambedue inutili, ambedue fuori del tempo, l’una comodamente sepolta nel passato, l’altra comodamente fuggita nel futuro. Rimane per aria quella sintesi mai avvenuta fra tradizione ed esigenze dei tempi che è buona parte dell’arte della politica, e che il veleno della “questione morale” – l’albero si giudica dai suoi frutti – congela da decenni. Il programmino di Bruxelles non poteva essere fatto suo dalla sinistra, evidentemente. Avallarlo significava prendere in giro se stessa e l’opinione pubblica. Ma l’isterica alzata di scudi sulla questione dei licenziamenti, l’assenza generalizzata di qualsiasi ragionata risposta, ha evidenziato plasticamente, una volta di più, come l’invocato “riformismo” a sinistra abbia vita durissima.
In questi anni l’impostura del “partito democratico” ha fatto crescere a dismisura l’area antagonista alla sua sinistra. Eludere con un grande balzo in avanti la questione socialista, che è la vera questione morale in cui si dibatte la sinistra italiana, è stata una furbizia che non ha risolto un bel niente. Sperare che i compagni si allineassero tutti al nuovo corso e che col tempo gli irriducibili facessero idealmente la fine dei trotzkisti dei tempi di Stalin mostrava solo che la mentalità comunista non aveva del tutto tirato le cuoia. Un po’ alla volta il PD è tornato a cuccia. Anni di flirt con un liberalismo libresco e astratto, e con un certo ammuffito establishment con il quale si sperava di cooperare nella cacciata dell’outsider Berlusconi per poi dividere il bottino di guerra, sono stati velocemente mandati in soffitta sotto l’incalzare della crisi economica. A Kennedy od Obama il partito democratico di casa nostra ha preferito il marxismo romantico di Vendola e il giustizialismo di Di Pietro, pretendendo nello stesso tempo di allearsi tatticamente col “centro”.
I “rottamatori” non sono che un prodotto di questa schizofrenia. Non abbiamo motivi per non credere alla loro buona fede. Ma il fatto stesso di tirar fuori dal cilindro l’idea della “rottamazione” dimostra come a sinistra, caratteristicamente, il cambiamento continui ad esser concepito solo in termini sbrigativi di rottura, di “repulisti”, e quindi di colpevole oblio, anche da chi guarda in avanti. Ammesso, con qualche scetticismo, che le idee espresse da Renzi siano profondamente radicate in lui, è pacifico che sono condivise solo da un’infima parte dell’elettorato di sinistra, e lo sarebbero ancor meno quando si dovesse uscire dall’alone mediatico per fare sul serio. Con minor calcolo, è lo stesso errore di chi pensò di fondare il partito “democratico”. Sempre che il sindaco di Firenze a sinistra voglia restare. La sinistra, per il bene dell’Italia, ha bisogno di essere unita in una piattaforma socialdemocratica e tirata fuori dalle secche dell’antiberlusconismo. Non è impossibile, ma è impossibile se non ripensa alla propria storia e alle proprie epurazioni. Sennò continua ad essere trincerata nel passato. Quando non scappa nel futuro. E nel presente non c’è mai.
La lezione di Moro e quella di Scalfari
Nel suo ultimo articolo su Repubblica Eugenio Scalfari racconta di un colloquio avuto con Aldo Moro il 18 febbraio 1978, quindi poco prima che quest’ultimo fosse rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. In quell’occasione il presidente della Democrazia Cristiana avrebbe detto:
Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l’interesse che li motiva. Se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l’interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di “tenere” da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell’emergenza si aprirà quella dell’alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi.
Io non credo affatto che queste fossero le esatte parole di Moro. Può darsi che rispecchino in parte il suo pensiero. Ma così schiette e ben allineate al pensiero scalfariano sembrano piuttosto le parole di un prigioniero che la Sindrome di Stoccolma ha ridotto al punto tale da servire da ventriloquo a chi lo tiranneggia. Inoltre esse in realtà costituiscono un mosaico di frasi estrapolate dalla lunga intervista che Repubblica pubblicò solo il 14 ottobre 1978, ossia cinque mesi dopo la morte di Moro, quando il presidente DC non poteva né smentire né confermare. Ed inoltre ancora, da quella intervista è chiaro come per Moro la necessità della “solidarietà nazionale” nascesse più dalle insufficienze democratiche del PCI che dai demeriti della DC: il PCI era un partito che le forze di maggioranza dovevano “adottare” per sottoporlo ad un tirocinio democratico, alla fine del quale a presidiare la sinistra italiana sarebbe stato un partito “costituzionale”; dopodiché, compatibilmente con la situazione internazionale (eravamo ancora al tempo della guerra fredda), anche in Italia avremmo potuto avere, finalmente, un quadro politico normale nel quale l’alternanza politica alla guida del governo sarebbe stata libera da ogni aspetto traumatico. L’anomalia comunista poteva portare invece il paese al disastro, e i governanti da questo disastro sarebbero stati inghiottiti: ecco dunque l’interesse “egoistico” della DC a far sì che si formasse in Italia un’opposizione, diremmo oggi, “non antagonista”. Era una specie di disegno giolittiano applicato ai comunisti di fine secolo e non più ai socialisti d’inizio secolo. Ma, per altri versi, anche così scalfarianamente confezionato è un discorsetto illuminante, perché fa vedere, a coloro che intonando le fruste litanie antiberlusconiane s’immaginano di dare voce alla dissidenza democratica in Italia, come il nostro paese, Berlusconi o non Berlusconi, sia sempre sull’orlo dello sfascio, che chi governa – e non è di sinistra – sia sempre posto davanti ad una scelta responsabile quanto obbligata, che è quella di non ignorare il malcontento, di non esercitare “unilateralmente” il proprio legittimo potere, pena la radicalizzazione dello scontro e la disgregazione del paese. Scalfari lo tira fuori per applicarlo alla situazione attuale, ma così facendo così contraddice uno dei dogmi capricciosi della propaganda progressista: la pretesa “anomalia” berlusconiana. E dimostra invece come la costante anomalia della nostra vita politica, ivi compreso l’immancabile appello alla parte “migliore e più consapevole” della classe politica a destra del partitone di sinistra, stia in una certa visione distorta, pervicacemente coltivata, della nostra storia neanche più tanto recente. La verità è che non usciremo mai dalla vera emergenza, che non arriveremo mai non tanto a quella baggianata insulsa della “democrazia compiuta”, ma piuttosto ad una prosaica normalità occidentale, fino a quando a sinistra la lotta politica si farà tirando il sasso e nascondendo la mano, nel modo già descritto due anni fa dal sottoscritto:
… se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (…) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.
Classe diligente
Com’è risaputo, ma poche volte ripetuto, la classe dirigente è uno dei miti coltivati con più accanimento nell’orticello culturale italiano. Nessuno sa veramente in cosa consista, ma intanto viene usata a destra e a manca come luogo retorico per rinfacciare alla classe politica le sue mancanze. Da questo punto di vista possiamo dire che essa esiste veramente e che funziona, disgraziatamente per noi, a meraviglia. Della classe dirigente si sa solo che dovrebbe essere formata da una partita specialissima di uomini capaci ed esperti, profondi conoscitori degli usi di mondo, ma usi a volare a incommensurabile altezza sopra l’effimero, sprezzanti le passioni volubili dell’opinione pubblica, forti di fronte al pericolo e sereni quando si tratta di prendere decisioni dure ma necessarie: capitani prudenti quanto coraggiosi, abili nel tener la rotta della nave anche in acque perigliose e nell’animare quando serve un equipaggio sfiduciato. Non diciamo di più, perché oltre le Colonne d’Ercole di questo nostro mare di elogi ci sono solo i Grandi Timonieri e i Piccoli Padri.
Ma benché non si conosca ufficialmente uno solo dei nomi di questi campioni, i rumori si rincorrono in continuazione da lustri e lustri, e vanno, senza trovare nessun ostacolo, nella direzione di capitani d’industria, di grandi banchieri, e di qualche cervellone dell’altissima burocrazia. Cosicché costoro formano già una élite virtuale molto reclamizzata dai giornali che contano. La cosa straordinaria, nel senso tristissimo di super-ordinaria, è che il Club degli Statisti nostrano quando tira aria di tempesta, invece di prendere per un orecchio i testoni, gli attaccabrighe e i facinorosi che seminano zizzania minacciando di affondare il bastimento, cerca di arruffianarseli con qualche simpatetica dichiarazione. Prendete Draghi, governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Banca Centrale Europea: il nostro grande Mario, quel personaggio serio, perfino poco italiano, uomo parco di parole, ma quelle poche sempre esatte e ben appuntite (così tramanda un corpus agiografico già abbastanza cospicuo). Il nuovo ruolo europeo gl’impone necessariamente di uscire dal guscio protettivo di tecnico di alto profilo per assumere una postura nettamente più politica; insomma, lo costringe a fare i conti col volgo. Ebbene, questa roccia se l’è subito fatta addosso. Anche lui ha voluto lisciare il pelo ad un branco di cretini, i soliti di sempre, cui la moda impone oggi di chiamarsi “indignati”. Essendo un branco grosso grosso, che gode di formidabili protezioni, e specialmente nel caso italiano, non poco esaltato, ci si guarda attorno in cerca di conforto e pacche sulle spalle prima di azzardarsi a definirlo tale, anche se la definizione in sé è alquanto generosa, visto che i cretini sono i migliori della peggiore gioventù. La gonzaggine giovanile è una condizione esistenziale, che tutti abbiamo conosciuto, e va guardata con indulgenza. Al di fuori dei cretini però ci sono i giovanotti in carriera, che sanno bene come il cursus honorum dei pezzi grossi della nomenklatura italiana cominci spesso dalle parti dell’estremismo più o meno teppistico, dove esercitano da capetti. Non si lusinghino di essere in questo più svegli e, in un certo senso, più meritevoli: hanno solo meno scrupoli.
Draghi non è stato il solo, ovviamente, a piegare la schiena. Sempre sensibile agli umori dell’opinione pubblica più militante e piazzaiola, con molta più indecenza di quella con la quale il Caimano guarda sospiroso ai sondaggi, il Club degli Statisti ha cantato in coro: da Montezemolo a Bombassei a Passera, nessuno ha voluto farsi scappare l’occasione di omaggiare le fiumane degli indignati di qualche parola melliflua. Salvo poi rammaricarsi per come la giornata di protesta è andata a finire nel nostro paese. Commedianti prima, commedianti dopo: l’esito infausto era già scritto, visto che la parata degli indignati da noi aveva un carattere del tutto particolare, e si inseriva con la sua pulsione palingenetica nel quadro semi-criminale della storia dell’Italia repubblicana che una minoranza militante ha imposto nei luoghi di cultura e nei media, aggiornandolo solo quando la riabilitata immagine dei nemici di una volta, passati da qualche decennio a miglior vita, doveva servire di paragone per screditare il nemico del momento. Da questa montagna di bubbole Berlusconi non si è fatto mai intimorire. L’osso è inesplicabilmente duro, perfino beffardo. Molto, ma molto superiore a questi personaggi che ai dettami di quel verbo ridicolo si sono piegati. Diligentemente.
Perché Silvio non cade
Se non fossimo travolti dai pregiudizi e dall’isterismo anche le parole di Berlusconi qualche volta dovrebbero fare l’unanimità. Per esempio quando, conversando al telefono con una delle sue strepitose e discinte amiche, la brasileira Marystell – un nome che fa venire l’acquolina in bocca solo a vederlo scritto, e lo mettiamo nero su bianco proprio perché in queste ore i nostri democratici hanno riscoperto tutte le virtù della castigatezza – il presidente del consiglio le dice, birbante e surreale: “Vedi Marystell, io a tempo perso faccio il primo ministro. E quindi me ne succedono di tutti i colori”. V’immaginate se lo avesse detto in pubblico quel brav’uomo di Prodi, certo non a Marystell, ma magari a qualche ragazzino messo lì a fare la comparsa? Quali lodi per la sua modestia e per la sua spiritosaggine! Siccome non è artificio, non è commedia, ma tutta natura autentica, e siccome il moralismo dei laici quando si accende si nega con sussiego al minimo sforzo di intelligenza e misericordia, le parole del Berlusca hanno scandalizzato Parruccon de’ Parrucconi, al secolo Eugenio Scalfari, che ne ha tratto ispirazione per la sua intemerata settimanale. Bisognava pur dare la propria augusta benedizione alla macchina del fango che gira tranquillamente a pieno regime, nel silenzio del guru Saviano e dei suoi discepoli, nonostante pratiche incivili e generalizzate, quando ha la targa progressista. Il corpus epico fondato sulle intercettazioni ha oramai una consistenza mostruosa che incombe minacciosa sull’immaginario della pubblica opinione. I manipoli di facinorosi che stazionano fuori del parlamento o in altre piazze italiane se ne nutrono. Il suo scopo è di creare il panico, di rimodulare in continuazione il ritornello della “situazione insostenibile”, di demoralizzare gli assediati. Nell’imponenza stanno tutta la sua forza e la sua debolezza.
Infatti, sgombrato il fumo dal campo di battaglia, è facile osservare che la situazione è la stessa di un anno fa, quando agli occhi dei ragazzi del coro mediatico la scissione finiana sembrava aver assestato un colpo mortale alla maggioranza: 1) L’urgenza di affrontare i nodi della crisi economico-finanziaria, la crisi d’identità di quel flottante centrista che per nobili o meno nobili motivi è in cerca di sistemazione (paiono in vista nuovi arrivi da Fli), la voglia e la necessità di evitare elezioni anticipate, tutto questo compatta e anzi rafforza lo schieramento berlusconiano. 2) La Lega si rende conto che la sua sorte è legata a doppio filo a quella del Berlusca. Per questo nelle adunate padane recita la parte del partito di lotta e nella realtà agisce come quello di governo: vedi oggi la ripresa dei temi secessionisti da parte di Bossi e allo stesso tempo le assicurazioni di Calderoli sulla continuità – fino al 2013 – dell’attuale coalizione governativa. 3) Le fronde all’interno del PDL non escono da un alveo costruttivo, anche perché ammaestrate dallo sfarinamento dei finiani. Anzi, in questi giorni sembra essersi eclissato un dogma della vulgata progressista-democratica e di tutti i Galli Della Loggia della grande stampa: quello del partito di plastica, il partito destinato a sciogliersi come neve al sole al momento dell’addio alla politica del Caimano; tant’è che i chiromanti che profetano in continuazione di nuove soluzioni istituzionali e solidaristico-nazionali al PDL – di Alfano – non negano più un posto di primo piano. 4) I partiti di opposizione dimostrano di non avere una sola idea sensata in comune (e forse anche singolarmente) in merito agli ormai famosi problemi strutturali della patria. L’Ulivo è dato da Casini, per quello che lo riguarda, come morto e sepolto, e spaventa gli ex-democristiani del PD. L’unico obbiettivo comune dell’opposizione è lo step down berlusconiano. Quindi come un anno fa torna la tentazione di chiamare in causa il presidente della repubblica. Non per tirarlo per la giacchetta, s’affanna a precisare il campione di cui sopra, non per chiedergli un atto incostituzionale, chiarisce con barbarica schiettezza il campione dell’Italia dei Valori. No. Diciamo allora per prenderlo per il bavero e costringerlo a fare il bravo, nel senso manzoniano del termine, ma nel pieno rispetto delle sue prerogative, con il parlamento, più precisamente con la maggioranza parlamentare, al fine di convincerla che la credibilità del paese e delle istituzioni non può tollerare oltre un premier la cui sorte sarà decisa dalla “connivenza e ricattabilità con chi soddisfa i piaceri che placano la sua malattia psichica”. Che non a caso è la malattia tipica dei dissidenti.
Alla luce di tutto questo, quindi, anche la conclusione rimane quella di un anno fa: questa maggioranza cade solo se si fa prendere dal panico.
Terremoti immaginari
Lungi dall’aver dato il segnale di una rivoluzione e di un crollo, il primo turno delle amministrative ha confermato ancora una volta il modo in cui si è strutturato il consenso elettorale nella penisola dopo i fuochi d’artificio di Mani Pulite. Questa struttura è il risultato di una politica e di una non-politica. Non sarà certo il risultato finale della competizione meneghina a ribaltare questo fatto: Milano non rappresenta né la Lombardia, né il nord. E il comune di Milano, una piccola realtà territoriale abitata da un milione e trecentomila abitanti circa, meno di un settimo di quelli della regione – in questo molto diversa da Roma il cui grande comune ingloba tutta la città, e ospita pressoché metà degli abitanti del Lazio – non rappresenta nemmeno l’intera Milano, esempio in grande di tutte quelle città del nord i cui confini sfumano insensibilmente nell’immenso quartiere residenziale chiamato pianura padana. Varrebbe il caso di ricordare che cinque anni fa, in questa “Milano”, Letizia Moratti fu eletta sindaco con appena il 52% dei voti, a fronte del 47% dello sfidante Ferrante, che partiva strabattuto. E varrebbe anche il caso di ricordare, per trovare un’analogia con una realtà demograficamente non dissimile da quella lombarda appena al di là delle Alpi, che la Monaco di Baviera testardamente socialdemocratica è la capitale del Land storicamente più conservatore di Germania.
In caso di sconfitta della candidata del centrodestra l’unico rischio per il governo verrà dall’isterismo che da sempre accompagna la politica italiana, giornali compresi. Rischio molto, ma molto teorico, in quanto sono proprio gli scossoni a dimostrare che l’alleanza tra il PDL e la Lega è più forte dei malumori della parte più vociante della base e della statura non sempre all’altezza, a dir poco, dei protagonisti. E questo sta a dimostrare inoltre la lungimiranza e la validità del progetto politico berlusconiano del 1993-1994, l’unico serio dal tramonto della prima repubblica, al netto di quel folklore – compreso quello “televisivo” – su cui si attardano ciecamente i critici del berlusconismo. E’ un errore pensare che la battuta d’arresto leghista sia dovuta all’alleanza col PDL: una Lega isolata potrebbe bruciare tutto il suo consenso in una o due tornate elettorali percentualmente gratificanti, ma poi andrebbe incontro ad un declino ineluttabile. I leghisti lo sanno, anche quando non se lo dicono. Il messaggio politico leghista è limitato, ed ha una funzione importante ma in ultima analisi ancillare rispetto al progetto del grande partito conservatore che fu nella mente di Berlusconi sin dall’inizio della sua avventura politica. L’apogeo del consenso elettorale la Lega lo ha già raggiunto. Quel radicamento territoriale che, nel bene e nel male, si riconosce con ammirazione alla Lega diventa una palla al piede quando la politica deve per forza abbracciare orizzonti più vasti: dice niente la storia del PCI, un partito organizzatissimo e fortissimo in molti settori della società italiana, e perenne espressione di una minoranza? La marea leghista che doveva egemonizzare l’elettorato conservatore nordista non c’è stata, e noi, nel nostro piccolo, l’avevamo previsto. Non sempre il partito “leggero” è una maledizione. E così succede che malgrado tutto – le defezioni, i movimentini, i mal di pancia, e i molti cretini – le varie forze del centrodestra continuino progressivamente a convergere verso un baricentro che è figlio di un’intuizione esatta.
Il capitolo della non-politica riguarda la sinistra, che di questo baricentro ideale, e tanto meno di quello reale, è priva. Il progetto democratico è stato un progetto fuori della storia, proprio perché non ha fatto i conti con la storia. Invece di fondare una sinistra solidamente e pacificamente socialdemocratica, dentro se stessa e nei confronti degli avversari politici, il grande balzo in avanti democratico ha fatto crescere a dismisura un’area antagonista frastagliata ma che ormai contende al PD la leadership dell’opposizione alla creatura berlusconiana. Il Partito Democratico ha continuato ad allevare in seno il serpente della diversità, camminando sul sentiero tracciato da Berlinguer con quella “questione morale” che fu lanciata in grande stile per poter uscire vergini ed ancor migliori dal marxismo: il giacobinismo debole del PD ha alimentato quello forte ed intransigente cresciuto alla sua sinistra. Ed è per questo che il PD ha cercato spesso una via d’uscita alla sua destra. Ma un centrosinistra moderno si fonda su una svolta che coinvolga la sinistra nella sua globalità e nella sua identità, non allungando il vino della sinistra con l’acqua del centrismo. Operazione, quest’ultima, che d’altra parte non funziona neanche come politique politicienne, vista l’ostilità dell’elettorato centrista a far massa critica in quei fronti popolari che poi si rivelano necessari ad abbattere il “regime”. E così succede che la sinistra riesce ad riunirsi solo in nome dell’emergenza antiberlusconiana, in cui l’opposizione è costretta a piegarsi alle ragioni della “vera opposizione”, ossia coi più coerenti seguaci della vulgata che la prima ha creato: triste scenario, vecchissimo, e fallimentare.
Recitare stanca
Che siano stati un milione, o quarantatremila, a scendere in piazza in difesa prima di tutto della costituzione, ma anche, visto che c’erano, della giustizia e della scuola, non cambia molto. Il vero effetto tsunami l’abbiamo visto solo in televisione. Le ondate di popolo che con regolare stanchezza sommergono le piazze italiane si sono ritirate lasciando nell’indifferenza un paese oramai abituato a questi riti. Perché in effetti di riti si tratta, rinnovati quel tanto che basta – per esempio col bianco, il rosso e il verde – per riattizzare il fuoco nel cuore degli epigoni di una fede che sta per passare a miglior vita con un quarto di secolo di ritardo. E perché in effetti di una fede si tratta, la fede “in un paese diverso”. La vedo riaffermata, e quasi mi viene incontro, in un manifesto appiccicato alla vetrina della Libreria Feltrinelli di Treviso dove spicca la faccia ieratica di uno dei suoi profeti che con occhi di fuoco ha già inquadrato lo sghignazzante infedele.
Come gli adepti di una religione, infatti, costoro non hanno patria. Sono in esilio. Aspettano la Terra Promessa. Per molto tempo questa non fu neanche una Nuova Italia, ma un Mondo Nuovo. Bastonati dalle dure lezioni della storia, hanno perimetrato con più umiltà il paradiso dei loro sogni fino a farlo coincidere col cortile di casa. Hanno dovuto perciò riprendere in mano una bandiera che avevano sempre fatto mostra di disprezzare, ma solo per sbatterla in testa a coloro che con quella avevano mantenuto un rapporto normale; poi hanno ripreso a cantare l’inno nazionale ma solo per scoreggiarlo in faccia a coloro che l’avevano accettato pur nella strombettante bruttezza. Ed infine, visto che il fondamentalismo è l’ultimo stadio di una religione che muore nell’incapacità di superare l’orizzonte terrestre, si sono dotati di un Libro e di una Spada: la Costituzione e la Giustizia.
Farebbero perfino tenerezza, se non fosse che questa commedia è servita loro per appropriarsi un passo alla volta di un paese con la logica del racket, alternando le lusinghe alle minacce. Questo spiega il fatto, apparentemente contraddittorio, che oggi, quando si viene al dunque, essi siano i più strenui difensori dello status quo: di come questa repubblica si sia venuta articolando, e di come essa abbia sedimentato sacche di potere e rendite di posizione nei tanto disprezzati sessant’anni di “regime”. Stranieri in patria, sono comodissimamente sistemati, e spesso la fanno da padroni. Il “paese diverso” da loro concupito non sarebbe altro che l’ufficializzazione di questa progressiva okkupazione. Se non fosse così nemmeno si capirebbero la libertà e la spudoratezza, tipiche di chi si sente con le spalle copertissime, con le quali i maîtres à penser del patriottismo costituzionale offrono ai media le loro ridicole acrobazie lessicali. Sentite Zagrebelsky, sceso in piazza a Torino:
Ci sono momenti di aggregazione sociale in difesa delle buone regole della vita democratica. Credo che oggi sia uno di questi. Siamo di fronte a un rovesciamento della base democratica. La democrazia deve tornare a camminare sulle sue gambe: sostenuta dal basso. Non un potere populista che procede dall’alto. [La Costituzione] basta leggerla. È il testo che dà ai cittadini il diritto di contare in politica ed esclude il potere per acclamazione.
Il potere per acclamazione, o un suo simulacro, tipo il tirannicidio per acclamazione, mascherato da qualche levigato espediente legale, è proprio quello che costoro cercano nelle piazze, e proprio perché il sostegno dal basso è venuto meno. Sono loro che sperano nel rovesciamento della base democratica. E’ loro quel populismo che cerca di egemonizzare manu militari le piazze, grazie al militantismo dei fedeli, per imporsi poi ad un popolo intimidito. Che però è sempre meno intimidito, proprio perché è più consapevolmente democratico. Si arrendano. E l’Italia tornerà alla normalità.
L’Italia come isterismo e rappresentazione
L’Italia è uno stagionatissimo paese di merda, governato da stagionatissimi pezzi di merda, in piena bancarotta morale: l’olezzo è ormai intollerabile. Non se ne può più. E perché allora quest’Italia non va in pensione? Questo è il tormentone che ci ronza negli orecchi al tempo di Berlusconi, dalla levataccia all’ora del bunga bunga. La cosa mi fa schiattare dal ridere. Mettetevi i tappi agli orecchi e capirete tutto. Ci vuole però una schiena diritta, una ben temprata forza morale: sono quelli i tappi.
Lo strano mostro è figlio dell’impotenza e della mancanza di politica, che è l’arte di governare la polis, di assicurare una convivenza pacifica all’umanità spesso debole, mediocre, e meschina che la compone. La polis, come la più primitiva delle società, nasce per l’individuo, non contro. L’individualista perfetto, su questa terra, non sarebbe padrone di se stesso; sarebbe schiavo della natura, quasi come un bestia ma senza la tranquillità di una bestia. Unirsi in clan per l’uomo è prima ancora una vitale necessità che una scelta. Ma poi, in obbedienza alla sua natura, l’uomo vuole vivere più comodo e più liberamente. Spezza le catene del clan, salta il fosso o il bosco che delimita un confine, si unisce ad altri uomini, a “stranieri”, la divisione del lavoro si fa più vasta ed efficace: l’uomo vive più comodo e più libero. Si formano la società, il diritto, la polis, lo stato, che dall’individuo e per l’individuo sono nate, prima che questo rapporto potesse pervertirsi. Ma restano realtà figlie della storia, contingenti, anche quanto durano secoli. Non sono chiese. Non predicano la virtù. E’ un comun sentire che non arriva alla fratellanza spirituale.
L’Italia che oggi si definisce democratica e repubblicana fu quella che accettò con riserva la realtà democratica e repubblicana uscita dal secondo conflitto mondiale. Come poteva quella grande fazione che si alimentava del sogno della perfetta società comunista, radicatissima là dove più radicato fu nel ventennio il regime fascista, accettare il paese e la sua umanità per quello che era, presupposto di ogni attività politica, e non di aspettative messianiche? Il veleno di questa riserva mentale fece sì che l’Italia venisse rappresentata come un paese mezzo sovrano, mezzo democratico, mezzo civile, mezzo criminale, ed insomma, in barba alla forma istituzionale democratica e liberale, un paese mezzo fascista. In attesa di una sua “compiutezza”. Un paese da defascistizzare. Fateci caso: oggi, dopo aver data per scontata la caduta di Berlusconi, i profeti dell’odio e gli ingenui già parlano di un paese da deberlusconizzare. Questa forma mentis ha lavorato sistematicamente alla demolizione di ogni comun sentire. E’ stata una lotta di classe di tipo culturale, che dopo il crollo del comunismo ha svelato ancor più chiaramente la sua natura. Che permane anche nelle teste di quei zelantissimi liberali che col marxismo flirtarono in lungo ed in largo da giovanotti e che continuano ad impastare le loro pur giuste critiche con sentimenti autodistruttivi e con speranze, nel miglior caso ingenue, di palingenesi.
Tuttavia il paese ha resistito. Perfino quell’ostentata italianità, che qualche decennio fa sarebbe stata bollata come fascismo, oggi a sinistra, camuffando un cedimento, si alimenta di antiberlusconismo. Proprio perché è all’ultimo stadio questa rappresentazione ha oggi raggiunto lo stato visionario. L’Italia sembra un grandioso e grottesco capriccio goyesco, un mostro prodotto dal sonno della ragione e dall’isterismo, che proietta un’ombra tanto più grande e minacciosa quanto più gassosa è la sua consistenza. Questa rappresentazione non sta per imporsi definitivamente. Sta evaporando. Coi suoi lati comici: dal direttore dell’Avvenire che non va in piazza con le meglio femmine, ma idealmente ci va, al catastrofico esibizionismo kantiano di Eco al Palasharp, che rischia davvero di passare alla storia come l’ultima gag di questa tragicommedia.
La domanda fatta all’inizio va dunque riformulata: quand’è che, non questa Italia, ma questa sua rappresentazione va in pensione?
C’è chi può e chi non può
GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.
LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.
IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.
LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.
LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.
Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione
Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.
Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.
Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.
Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.
Non disturbate il manovratore
Peccato che l’Italia resista. Peccato che questo popolo maledetto, ignorante e cialtrone non si adegui al verbo dei dottori della legge. Non ci si raccapezzano più: com’è possibile che dopo quasi vent’anni di demonizzazione sistematica il consenso per il Caimano sia ancora così saldo?
Il fatto è, cari i miei polli, che er popolo, la ggente, e la plebe tutta non si fanno più infinocchiare tanto facilmente; che in Italia, grazie alla Resistenza Berlusconiana, non la democrazia libresca che piace a voi perché potete egemonizzarla e volgerla a piacimento ai vostri fini, ma – aprite bene le orecchie, beghine che non siete altro – la democrazia reale si è irrobustita; è maturata; e non bastano le scene madri di ordinaria nomenklatura a farla crollare sotto i colpi della solita marmaglia fasciocomunistoide che come ultimo crimine prima di tirare le cuoia ha deciso di tentare l’assalto al Palazzo d’Inverno in nome, udite udite, della liberaldemocrazia e delle istituzioni.
E sapete perché non lo capite, o meglio ancora, perché non lo sentite? Perché non credete né nell’individuo, né nella libertà, e quindi, in ultima analisi, non credete neanche nella società. Nel bel mezzo del vostro cervello c’è sempre il Leviatano, lo Stato senz’Anima, che una volta era quello marxista, ed oggi è quello imperniato sulla Costituzione: ma sempre e solo di un sistema di regole si tratta. Un Sistema di Regole delle quali voi siete gli unici interpreti. E’ per questo che senza un Comitato di Salute Pubblica, un Comitato Centrale di Partito, o una più informe Casta Sacerdotale che forte del suo privilegio ermeneutico costituzionale emani il quotidiano pacchetto di ordini alle plebi, insomma, senza un Grande Manovratore, voi questa società non sapete immaginarla. Ed è per questo che nella vostra testa il nemico ha le sembianze del Grande Vecchio, dello Stato Deviato, della Cricca, della Casta, del Palazzo, del Satrapo: sono le vostre caricature.
Per quanto ammantata di dottrina, questa rimane la filosofia del branco, e dello stato di polizia. Qualsiasi società è un sistema fiduciario: le regole e le istituzioni vengono dopo. Senza la fiducia la società è un branco. Senza la fiducia una società istituzionalizzata è uno stato di polizia. In Italia esiste una grande setta che lavora da decenni per distruggere qualsiasi fiducia, che è quasi riuscita a criminalizzare mezzo secolo di storia democratica del paese, avendone criminalizzati sistematicamente protagonisti e partiti politici. Ha messo le mani su tutto, ha messo sotto processo presidenti della repubblica, presidenti del consiglio, partiti, – quelle “istituzioni” perennemente nella bocca degli smemorati e delicatissimi tartufi della retorica costituzionale – ha tagliato teste importanti, ma fallisce sistematicamente in ciò che è più sovranamente democratico: il voto. E’ una società nella società, che pretende che la società nel suo complesso rinneghi sistematicamente una parte di se stessa, corrompendo così le fondamenta morali di una democrazia liberale.
Ma la consapevolezza è cresciuta nel paese durante il periodo berlusconiano; è cresciuta la resistenza a difesa della memoria e di queste fondamenta morali. Sono cresciuti gli anticorpi democratici. Lo vediamo proprio in questi giorni da sorprendenti episodi. E notate, là dove trovate la resistenza trovate anche i bravacci che si muovono spontaneamente in branco, in obbedienza alla loro natura servile: dai cinquanta firmaioli del Corriere della Sera che hanno messo nel mirino Ostellino, colpevole di aver scritto un eroico articolo “oggettivamente” berlusconiano contro il Grande Orecchio Giacobino, e di essere un liberale di lunga e onesta carriera in un giornale che ormai si nota solo per la sua viltà, e che ormai è colonizzato da gente che ha fatto le scuole nella sinistra radicaleggiante; agli squallidi lanciatori di monetine – devoti alla Costituzione, mica populisti loro – che a Lissone si sono rifatti vedere per l’inaugurazione di una piazza intitolata a Bettino Craxi. A Lissone c’è un sindaco leghista, come leghista è il sindaco di Verona, Tosi, la cui amministrazione ha appena intitolato un nuovo ponte sull’Adige alla memoria di Mariano Rumor, che fu segretario della Democrazia Cristiana: che pena vedere gli “zotici” della Lega arrendersi col tempo ad un minimo di decenza e verità, senza per questo santificare nessuno, e le penne dei grandi giornali scantonare ancora dopo vent’anni da Mani Pulite. La vediamo, questa resistenza, nella risposta di una femmina cazzutissima come Marina Berlusconi al teatrino di Genova, una delle scene madri di ordinaria nomenklatura di cui parlavo all’inizio, perché il premiarsi a vicenda è caratteristica dei protagonisti di tutte le nomenklature. Ecco allora che alla voce di chi “disturba” il manovratore, si vuole sovrapporre il coro ufficiale del paese “turbato”. Ma non funziona.
Berlusconi, politico
Vogliamo dare un consiglio agli analisti della vita politica italiana desiderosi di capire il fenomeno Berlusconi, la sua ascesa e la sua longevità. Abbandonate le cricche, i complotti, le anomalie, le compravendite, gli ipnotismi catodici, i nuovi populismi: in una parola, la fuffa. Usate i metodi tradizionali della riflessione storico-politica. E scoprirete che, nel caravanserraglio della politica italiana degli ultimi vent’anni il Berlusca è l’unico che si sia mosso con razionalità e metodo. Con un disegno globale. Ossia “italiano”. Ci vide più chiaro perché era estraneo alla politica politicante, fuori dalle sette e dalle ridicole genealogie delle sue gelose famiglie, comprese le più piccole, che anche quando non contano un piffero pesano come un macigno sulla zucca dei nostri politici di professione. Ci vide più chiaro perché non aveva un passato politico da emendare, da nascondere, o da salvaguardare con cretino feticismo. Ci vide più chiaro perché era megalomane, e quindi abbastanza incosciente o coraggioso da rompere gli steccati e i tabù imposti dalla vulgata vetero-resistenziale.
Fu così che creò il centrodestra. Il centrodestra: che ora sembra la cosa più normale del mondo, almeno come progetto politico. Ma non lo era allora. Ci voleva del fegato anche solo a parlarne di un centro con in più “la destra” – ve lo siete dimenticato? – a dimostrazione che anche in politica, come in tutte le cose del mondo, per veder chiaro in un contesto problematico ci vogliono delle qualità morali, e non solo astrattamente intellettuali. Nel vuoto lasciato da Mani Pulite Berlusconi ebbe l’audacia di sporcarsi le mani arruolando fra le sue truppe la soldataglia reputata più vile, quella missina e quella leghista, cosa che un soprammobile benintenzionato e ottimamente parlante come Mario Segni non avrebbe mai avuto il coraggio di fare: il populismo referendario era il massimo per un democristiano. Tutto ciò era necessario, colmava un ritardo e metteva fine, a suo modo – e in quale altro modo se non questo, anime sognanti della bella politica? – ad un’anomalia tutta italiana. Con l’inquadramento di questi materiali “vili”, compresa la pattuglia dei dilettanti di Forza Italia, Berlusconi ha risposto ad un’esigenza reale del paese, non ad una pulsione irrazionale: l’organizzazione politica dell’elettorato conservatore. Un processo che ancor oggi continua, ma che ormai – non ci si illuda a sinistra – ha messo radici. Tanto che questa unità è sentita più alla base che ai vertici e fa sentire la sua voce insofferente – cui Berlusconi fa da astuto interprete – quando le schermaglie dentro lo schieramento politico al quale essa fa riferimento si fanno più intense. La solidità del “berlusconismo” deriva dal progetto – moderato, sensato e conservatore, al netto di quel folklore sul quale perdono il loro tempo i più pensosi perditempo fra i commentatori politici – non dall’eccellenza dei suoi interpreti. Tant’è che questa presunta anomalia fra non molto, a quanto pare, si adeguerà persino lessicalmente a quella famiglia europea di cui fa già parte; mentre invece il parlamento europeo ha dovuto, esso, adeguarsi all’anomalia “democratica” italiana: lo segnaliamo ai discepoli della religione dei “fatti”.
A sinistra questo coraggio è mancato. A sinistra manca proprio un “progetto”, una prospettiva che tanga tutto insieme. Lo si sente, ma non lo si dice veramente, non si elabora il problema, si eludono quei dolorosi nodi della storia che una volta sciolti aprirebbero la via alla più naturale delle soluzioni, affine – etichetta compresa – a quella degli altri paesi europei. Un progetto nobilita i materiali vili, mentre la sua mancanza non viene surrogata dai migliori degli uomini. Tanto meno dai migliori presunti. Hai voglia di sperare qualcosa dalla “rottamazione”, hai voglia di selezionare il meglio della società civile, hai voglia di riunire gli integerrimi: è l’ossessione dei migliori, che in politica è l’ultima risorsa degli idioti, mentre è il pane dei rivoluzionari. E dei golpisti. Fateci caso: la sinistra cerca un Uomo, a capo di selezionati uomini, ma di una piattaforma politica, che dia un senso alla “Cosa”, non se ne vede l’ombra. Così si spiega che da una parte non ci si faccia scrupolo di cercar d’imbarcare materiali, vili o pregiati che siano, che con la costruzione di un sensato centrosinistra non hanno niente a che fare; e che dall’altra a sentirsi vivi, in qualche modo certo non sano, siano proprio quei materiali “vili” che la storia ha bocciato. La sinistra ha un’unica strada da seguire: riunire le belle anime “democratiche” con le varie sinistre in libertà in un progetto, di sinistra, che non sia né “democratico” né piazzaiolo, e che riannodi le fila con la tradizione socialista che negli anni ottanta parlò per bocca dei Mitterand, dei Gonzales, e degli Schmidt. E dei Craxi, naturalmente. E rimuovere dal cervello la fissazione per l’anomalia Berlusconi. Le anomalie non durano. Per quanto lui sia pittoresco la sua creatura politica è tutt’altro che anomala. Non lo è.
Devo per forza chiarire che queste considerazioni sono “politiche”, ossia s’inquadrano in un contesto storico preciso, che per quel che ci riguarda è quello europeo, continentale e infine italiano dell’inizio del terzo millennio, e non appartengono alla filosofia politica? Questo è l’equivoco in cui cadono anche i sedicenti liberali italiani: dico “sedicenti” perché il loro comico esclusivismo fa dubitare spesso della natura del loro liberalismo. Vogliono fare politica? La facciano. Hanno due possibilità: infiltrarsi negli schieramenti politici più importanti, sopportandone con coerenza le inevitabili conseguenze, e non svegliarsi un giorno, le verginelle, al grido vittimistico di “rivoluzione liberale tradita”; oppure mettere insieme un partitino liberale destinato a sua volta ad avere, per ancora lungo tempo, un ruolo ancillare in qualsiasi coalizione scelga di stare. Il resto sono chiacchiere, o peggio ancora, terzi poli. Certo non politica. Quella, ormai da troppo tempo, la fa solo Berlusconi.
Cara sinistra, uccidi Berlinguer
Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.
Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.
Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.
In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.
Berlusconi conserva la maglia rosa
A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.
Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.
Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.
Sex & the Left
Susanna Camusso, alla sua prima manifestazione di piazza da nuovo segretario generale della CGIL, per dimostrare che nulla è cambiato nelle liturgie del trombonismo sinistrorso, e per rassicurare i gusti cadaverici dei militanti nonostante lo strabiliante approdo “democratico” dopo decenni di bolscevismo, aggiungendo la bolsaggine del proprio talento alla bolsaggine connaturata a tutti i canti popolari di ispirazione politica, ha pensato bene di concludere in bellezza lo show piazzaiolo cantando “Bella Ciao”; non prima, però, di aver gridato il suo scandalo contro il machismo del governo.
Ripeto: il machismo del governo. Chiamo qui a raccolta il popolo di sinistra, congenitamente irriflessivo nonostante l’ostentata pensosità, e sempre disperatamente prigioniero di un quietismo della ragione che nulla sembra smuovere: tu, uomo di sinistra, e tu, donna di sinistra, vi siete mai accorti di quanto sia disgustosamente machista quella cantilena burbanzosa da bulletto che non deve chiedere mai? Non occorre l’intelligenza, basta una non guastata sensibilità, anche musicale. Pure quella autocensurata?
Ora, dico io, nonostante l’amore più nobile tra un uomo e una donna prima o dopo precipiti piacevolmente in una ginnastica che vista con occhio freddo e poco compassionevole offre lo spettacolo sempre grottesco dell’uomo assorbito nelle sue funzioni corporali, – notate: se vedere un animale così impegnato non turba la nostra serenità e può far sorridere, vedere un uomo è un inquietante problema filosofico – per un uomo in salute morale ed intellettuale la “donna” resta pur sempre una regina da adorare, e per il novanta per cento di questi esseri felici (non conto gli sposi e le spose a Cristo) in ciò consiste il novanta per cento dell’incanto della vita.
Ben si capisce invece quale concezione della femmina abbia questo stronzetto, il vanaglorioso “partigiano” che trova l’invasor di mattina: una ruota di scorta per il maschio chiamato a più alti doveri, che la pollastrella non può certo pienamente comprendere, ma che esigono devozione ed ammirazione verso chi li compie. Ma non possiamo finanche vederlo questo smargiasso, fino al giorno prima senz’arte né parte, se non quella magari di compagno di bisboccia o di camicia nera, col suo fucilino e la sua pistoletta sfilare per le vie nel tentativo di fulminare tutte le belle, ossia le potenziali groupies del paesello natio? Perché adesso lui, cazzarola, è un partigiano: uno che ha scoperto l’invasor ora che l’invasor sta alzando i tacchi, mentre prima col piffero che lo vedeva; uno che nella brutale semplificazione dei rapporti umani tipica dei teatri di guerra, segretamente agognata da molti mezzi uomini, trova il coraggio di mettere al bando i sentimentalismi borghesi che prima lo terrorizzavano e finalmente può, con la giustificazione in tasca, guardare all’amore con fiero cipiglio e sperare di copulare con la sbrigativa destrezza dell’utilizzatore finale. Perché adesso lui, cazzarola, ha ben altri problemi per la testa: stanotte torna su in montagna dove magari domani lo accoppano; quindi, cara la mia donnina, non fare tante fisime che vado di fretta e se ti fotto è solo per dovere e forse è l’ultima volta che lo faccio e in ogni caso sai che per me quelle come te fanno la fila; quindi stai buona e, piuttosto, se per caso mi ammazzano, pensa a seppellirmi lassù in montagna e a mettere un fiore sulla mia tomba (ecco, adesso ‘sta stronza piange!).
Questa solenne e meschina schifezza è il canto di battaglia dei figli, delle figlie, dei padri, delle madri, dei nonni e delle nonne della società civile. Anche da questo si intuisce quale disturbata concezione della donna abiti le menti dei nostri cosiddetti progressisti. Frutto con tutta evidenza di una sessualità malata, molto più di quella del Berlusca, che in fondo ha il merito di trattare le puttane come delle signore – costume tra l’altro molto italiano, come notava Montaigne già nel XVI secolo – al contrario di quel farabutto di partigiano. Quelle son tutte mignotte, ma mignotte sono anche quelle che non si adeguano al luogocomunismo politicamente corretto, solo perché sono più generosamente e onestamente femmine delle troiette di Sex and the City: quelle invece piacciono ai nostri democratici. E piacciono pure le pornostar purché facciano le donnine oggetto durante la campagna elettorale nel paradiso progressista catalano.





