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Right Rugby sul misfatto Celtic League

July 20, 2009 Zamax 5 comments

Copio, incollo e sottoscrivo il pezzo di Abr su Right Rugby.

SCENARI PENINSULARI

Il sempre informato e tempestivo Rugby1823 tira le sue conclusioni su tutta la vicenda che sta portando lento pede l’Italia alla Celtic – Caos Italia ha sempre significativamente titolato i suoi post sull’argomento. La sua è una posizione non solo informata ma anche meditata, assieme a quella a caldo e a volte più tifosereccia dei forum degli appassionati. La posizione non meramente analitica ma anche propositiva di Rugby1823 sulla famigerata scelta del Consiglio Federale del 18 luglio riguardante i team italiani scelti per la Celtic League 2010/11 può essere sintetizzata nel seguente appello: “dirigenti, politici e tifosi veneti da un lato, Dondi dall’altro, entrambi sembrano giocare sull’ambiguità. Se è così, amen, se non fosse così allora è ora di essere coerenti”. La prima parte dell’analisi e del suo invito all’azione riguarda il movimento in Veneto, riconosciuta “culla” del rugby in Italia (solo per puntualizzare : noi preferiamo definire il Veneto “L’autentica Contea del rugby nella Penisola” essendo il rugby storicamente sorto altrove ed essendo diffuso anche da altre parti ma in modo puntuale e disperso). Essendo i veneti i primi responsabili dell’insuccesso di Treviso, coi loro consiglieri federali a non averlo votato, argomenta Duccio Fumero, essi dovrebbro riconoscere gli errori del “faso tuto mi” di Munari e Benetton da un lato e lo scetticismo ignavo di tutto il resto del movimento in Veneto dall’altro; a quel punto, un bel passo indietro e: “Si integri la candidatura trevigiana. La si trasformi in una candidatura veneta. Si uniscano, una volta tanto, le forze, gli sponsor, le istituzioni (…), le capacità, i bacini e tutto quell’humus ovale che fa grande il Veneto e ci si presenti con i Dogi”. A nostro avviso Rugby 1823, cui rendiamo il merito di tentare di proporre una soluzione interessante all’intricato caso, viene messo fuori strada da un errore di analisi peraltro parecchio diffuso; inoltre parte da un presupposto indimostrato ma dato per scontato. Andiamo con ordine.

PARTE PRIMA : CHI FU l’ASSASSINO?

L’errore analitico a nostro avviso sta nel dare per buona la voce di sen sfuggita da più parti (per rabbia e delusione, o forse per freddo depistaggio) e assumere che nel Consiglio “non tutti (i consiglieri veneti) hanno votato Treviso, anzi!”.

Ma chi l’ha detto?

Guardiamo i numeri; 7 sono i consiglieri veneti di nascita – Enore Bagatin, Carlo Checchinato, Francesco Mazzariol, Andrea Rinaldo, Luigi Torretti, Moreno Trevisiol e Zeno Zanandrea. Tra questi, aspettarsi onestamente un voto “veneto” da Checchinato e Zanandrea a libro paga Federale, piuttosto che da Mazzariol parmigiano da mo’, mi sembra perlomeno azzardato. Quindi di “veneti” da un punto di vista politico in Consiglio ne vediamo quattro, massimo cinque: Treviso di fatto ha preso nove voti, so what?

Veneti conto veneti

Va riconosciuto che tale diffusa leggenda metropolitana – i veneti primi affossatori dei veneti – troverebbe un fondamento nel campanilismo locale a volte eccessivo, ma la matematica non è una opinione. Di più: dar risalto alle dichiarazioni di questo o quell’esponente del rugby veneto, tiepido o contrario alla candidatura di Treviso, e quindi generalizzare e dipingerli tutti come proni al miope campanilismo, significa prima di tutto banalizzare una realtà imponente, diffusa e variegatissima. Significherebbe poi non aver compreso come la competizione tra concorrenti sia cosa buona e giusta, indice di presenza vera, di vitalità e passione. Chi sostiene la perniciosità della concorrenza tra club nel medesimo territorio, celebra il fusionismo tra club che farebbe la forza del movimento; ad esempio in Toscana, regione come dire, certamente più “collettivista” del Veneto individualista, pur essendo essa amche la indiscussa patria del campanilismo. A casa mia il fusionismo si chiama “cartello” e prima o poi cade, perchè non è connaturato al “mercato” inteso come luogo dove la domanda locale (di praticare e di tifare) si incontra con l’offerta locale (di strutture).

Treviso faso tuto mi

Nel caso specifico si imputa a Treviso un approccio “faso tuto mi” più da club che da potenziale franchigia a base regionale. Ci pare che sotto questo profilo la struttura della candidatura del team della Marca non sia granchè diversa da quella degli Aironi (incardinata al 99% su Viadana e i suoi sponsor), mentre i Pretoriani sono la fusione di tre club cittadini, una cosa successa tante volte ovunque senza bisogno di Celtic. Inoltre, Bando Federale all amano (erano ammesse candidature alla Celtic da parte di “società, franchigie e selezioni”), nessuno nè prima nè durante il Consiglio ha contestato a Treviso di essersi presentato come club singolo: ha solo preso meno voti di altri (ricordiamolo, 12 voti sono andati agli Aironi, 10 ai Pretoriani, 9 per Duchi e Treviso). Come se non bastasse, abbiamo descritto più volte l’apertura al resto del movimento veneto della candidatura della Benetton, guarda caso simbolicamente denominata Dogi e pronta a giocare a Padova e Rovigo. Spacciare per “arroganza” la chiarezza nella catena di comando (e chi si occupa di management sa bene quanto valga), la assunzione di responsabilità di chi ci mette grano, risorse e organizzazione, è favoletta destinata a colpire i semplici, da parte di chi non voleva per un sacco dsi motivi il club che più di tutti non solo merita ma ha effettivamente lavorato per far arrivare gli italiani in Celtic League.

E i altri fioi?

Gli altri club veneti, lungi dal boicottare la Benetton, dopo averci provato a assemblare una candidatura alternativa per conto loro (Padova Rovigo e Venezia), si sono rapidamente tirati indietro causa le difficoltà economiche del momento e han scientemente deciso di ripiegare al “livello due” (cosa che nostro avviso sarebbe molto corretta anche per altre parti d’Italia, segnatamente Parma e Roma), appoggiando esplicitamente o implicitamente la candidata Benetton a rappresentare il “Livello Uno” della Contea del rugby. Aldilà di qualche voce di sen sfuggita – i Veneti fortunatamente hanno le loro opinioni individuali, non sono un monoblocco nordcoreano – come ad esempio della presidente del Rovigo o a qualche politicante locale.

Crime Scene Investigation – Bologna (non Miami)

Questi sono i fatti che danno una lettura degli eventi in consiglio federale di Bologna abbastanza chiara: in sintesi, c’è stato chi ha saputo giocare la sottile partita del lobbying – non dei titoli e delle “evidenze” – meglio di Treviso. Altro che veneti traditori! A fregare Treviso sono state due decisive, sottili “mandrakate”: il voto segreto (evidente il perchè; chi l’ha richiesto? Ma soprattutto chi l’ha concesso, caro Presidente?) e la decisione (again, di chi?) di non limitare il voto alle sole tre candidature “serie” in campo, come sarebbe stato logico. I ben nove voti ai Duchi capitanati da Calvisano retrocessa e Parma ridimensionata sono un monumento di abilità tattica: tanto di cappello a chi (i Pretoriani, diciamolo) sapeva di giocare per il secondo posto e ha ottenuto dagli “amici” (5 consiglieri del Centro Sud, un paio di “federali” e qualche voto di legittimo scambio) di NON votare come seconda opzione nè Aironi nè tantomeno Treviso. Lungi da me alzare alti lai contro “Roma ladrona” o gli scaltri politicanti che affossano il merito sportivo: si sapeva che sarebbe stato un pomeriggio dei lunghi coltelli, i polli e le verginelle dovevano rimanere a a casa. Questa è a modesto avviso di chi scrive la più plausibile delle analisi sul come sia andata, supportata dalla aritmetica. Il resto è al più leggenda popolare, o freddo depistaggio per dividere ulteriormente il campo perdente (si sa, la sconfitta divide sempre già di suo), dando la colpa ai veneti dei guai veneti; è dai tempi del lupo e l’agnello di Fedro e Esopo che ogni tanto qualcuno prova a dipingere la vittima – in questo caso Treviso – come colpevole – assieme al Veneto tutto – per lavarsi la coscienza di aver giocato sporco.

PARTE SECONDA: LA SCELTA CELTICA

Avevamo esordito accennando, oltre al problema di analisi sopra affrontato, anche a un assunto indimostrato.

L’assunto è il seguente: entrare in Celtic League è buono e fa bene al rugby italiano.

La posizione di questo blog al riguardo è sempre stata esplicita: non è detto, dipende.

Non dipende tanto dalle intenzioni, sane e garantite (sulla carta) – far crescere la nazionale e quindi il movimento intero, a dire il vero con ottica top down un po’ da anni Novanta. Dipende piuttosto dal COME, dalle MODALITA’ con cui in Celtic si va. Va sottolineato che altrove di queste cose non si occupa la Federazione ma i club: a titolo di esempio è la Lega dei club inglesi a discutere con quella gallese se espandere o far morire la Edf Energy Cup. In Italia purtropppo la rappresentanza “sindacale” dei club è stata ammazzata dal contrasto di interessi tra club piccoli e grandi, sotto l’occhio compiaciuto della Fir.

In Celtic perchè ?

Data l’assenza della Lega (Lire), come mai la Fir ha deciso di surrogarla imegnando tempo ed energie in un affare che in teoria non dovrebbe riguardarla? Lasciamo perdere la lettura becera della lotta di potere per il controllo del rugby in Italia con annessi diritti televisivi e quant’altro: non riteniamo che ci siano spazi di gran lucro con gli sport minori, anche se la trentina di milioni del bilancio della Fir non sono pochi.

Diciamocela tutta: si va in Celtic perchè la Nazionale Fir ha fallito il Sei Nazioni 2009.

Dopodiché ha scaricato con abile mossa le responsabilità sue e di Mallett sul livello del gioco nel campionato italiano (ma non si sapeva già da prima? Prima non riuscivamo a vincerne lo stesso un paio di partite del 6Nazioni? E non ci stanno almeno dieci nazionali che giocano all’estero, checcentra il Super10? A proposito di livello, ben tre club italici hanno sfiorato il passaggio del turno in Challenge l’anno scorso [mio neretto, N.d.Z]  e ora li ammazziamo tutti).

Armiamoci e partite, guida la Fir.

Si va in Celtic con un impianto adatto a due selezioni nazionali precostitiute, tipo Oaks rumeni; poco male, il rugby scozzeese è cresciuto dopo aver deciso un passaggio simile. Anche se noi crediamo che in un Paese vasto, da sessanta milioni di abitanti e cento province, il modello culturalmente e praticamente corretto sia quello francese-inglese imperniato sui club, più di quello scozzese. Ma tant’è. Modello a selezioni federali quindi, tipo Irlanda, con giocatori stipendiati princpipalmente dalla Fir e disolocazione geopolitica dei team regionali? Pas du tout: per mancanza di piccioli federali, s’è fatto ’sto ibrido al ribasso delle selezioni “private” ma “PILOTATE” dagli staff federali. Come dire, i soldi veri ce li mette la società ma guida la Fir che contribuisce alle spese per qualche centinaio di migliaia di euro (secondo il numero di giocatori di interesse nazionale schierati), contro un budget richiesto di almeno 5 milioni di euro. Non sta in piedi, se non per i disperati, quelli che prima o poi arriveranno a batter cassa e per i furbetti, quelli cui serve pubbicità locale e contatti per altri scopi, e poi ti piantano sul più bello coi debiti stile calcio.

Un approccio alla Bartali

Sono i prodormi dell’insuccesso; se a questi si aggiunge il probabile invio di due selezioni poco organizzate e competitive, si rischia di spegnere presto gli entusiasmi e l’interesse (Juve – Auronzo interessa solo una volta l’anno, per vedere i “nuovi”). Verrebbe da dire con Bartali: l’è tutto sbagliato l’è tutto da rifare. Ecco spiegate le perpessità, le resistenze, lo sconcerto e la fatica fatta ad accettare NON la Celtic League, ma QUESTA MODALITA’ di entrarci, da parte di molti appassionati e anche di molti club. In prima linea quelli veneti, tutti figli di iniziative locali e private: gente che dedica il suo tempo alla passione e chiede non di guadagnarci ma almeno di non rimetterci, e vuole farlo mediante l’INDIPENDENZA di giocare con i soldi propri e degli sponsor che riescono a procurarsi. E’ una questione di mentalità.

PARTE TERZA: IL PRESIDENTISSIMO

Scrive Rugby 1823: “Le parole di Dondi potrebbero essere deflagranti. Perché le sue parole dicono che queste votazioni sono state scandalose. Che è una scelta catastrofica per futuro del rugby italiano. Cioé, Dondi dice che i consiglieri federali hanno votato contro il rugby italiano. Probabilmente per interessi personali, per scambi di favore o, forse, proprio per far fuori Dondi”. Si aprirebbe quindi un problema autenticamente politico, la cui soluzione auspicata sarebbe un definire una exit strategy tra Dondi e la dirigenza di Treviso, destinata a ricondurre la Benetton a più miti consigli (fuori Munari, sottomettersi al controllo federale anche sul piano tecnico, in nome dell’interesse nazionale), per configurare una candidatura assolutamente vincente secondo i crismi federali. Si ma non si poteva farlo prima del voto? Perchè Dondi avrebbe atteso il “fattaccio” per farsi avanti con l’idea? Scenario: se fosse passata Treviso, resa da tale risultato ancora più “arrogante”, col cavolo che poi si sarebbe “piegata” a qualsiasi compromesso con la Fir … C’è qualcosa che non ci convince. Tra l’altro, al punto in cui siamo, puntare a ribaltare il tavolo prima delle scadenze (30 settembre per gli adempimenti formali da parte delle due prescelte) pur con il supporto del Presidente Fir, ci parrebbe oltremodo aleatorio: come reagirebbe una delle due prescelte qualora sopravanzata da Treviso? Come Treviso stessa. Che je direbbero allora? Meglio aspettare il pronunciamento della Celtic League che avverrà con calma entro un anno da oggi? Troppo rischioso per tutti.

E’ più semplice di così.

Noi la vediamo più lineare: se è vero che il Consiglio Federale ha preso una decisione contraria al volere del SUO Presidentissimo, allora questi dovrebbe trarne le immediate conseguenze e dimettersi. In alternativa, se ne ha la forza, costringa alle dimissioni chi ha cannato (Dondi è stato visto “cazziare” Checchinato alla fine del Consiglio). Questo sarebbe il segnale: se invece come crediamo non farà né l’una né l’altra, allora la sua indignazione è solo un barbatrucco, volto a trattare su base non irrigidita dall’odio la cessione dei molti giocatori trevigiani da mandare in Celtic, teso a sottrarre gli opulenti vivai veneti dal controllo esclusivo della Benetton e a tentare in generale di tener buoni gli irati sconfitti, per tenere assieme i cocci del rugby italiano in deflagrazione. (Guarda caso adesso sono tutti i Veneti irati e schierati all’unisono: come mai? Non erano divisi? Secondo alcuni, fiumi di prosecco avrebbero dovuto scorrere ai confini della Marca…) Purtroppo non siamo più ai giochi al parco, ogni azione ha conseguenze e chi le determina, per volontà o incapacità, se ne deve assumere le responsabilità: Benetton ha a questo punto tutti i diritti di tutelare come vuole e come riesce i propri investimenti e interessi, ricorrerendo a tutti i gradi di giudizio che potrà. E poi anticipiamo: finito il depistaggio dei veneti contro i veneti, assisteremo a grandi stracciamenti di vesti, ad altissimi sdegni da parte di chi, tifando per chi è stato privilegiato, dirà che non si fa così, che si dovrebbe essere più “sportivi” (detto da chi ha saputo – merito suo – vincere una battaglia politica e non sportiva, non è male …), che meglio sarebbe per tutti far buon viso a cattiva sorte, “un passo indietro per il bene del movimento” (non potevano farlo prima loro?) [mio neretto, N.D.Z.], si deve accettare il verdetto, dura lex sed lex; altrimenti si rompe il giocattolo (adesso che è tutto loro) …

CONCLUSIONE: COME SE NE ESCE?

Arrivati al punto in cui siamo, la Federazione come una Lady Macbeth cosciente del casino che ha combinato ma impossibilitata alle marce indietro suicide, può solo dire “What is done is done and never undone”.

- Escludere Aironi o Pretoriani per far posto a Treviso non si può più, a meno di clamorose e inopinabili cappelle di questi ultimi in fase di raccolta carte e fondi.

- Spingere Treviso a fondersi con Viadana: E perchè mai dovrebbero starci entrambe? I secondi in Paradiso ci sono già e tratterebbero dall’alto di na posizione non scalzabile, i primi mancano della mentalità per elemosinare: basta aver visto un Trofeo Topolino per capire la oggettiva superiorità organizzativa della Benetton, di gran lunga maggiore persino a quella della Fir stessa.

- Aspettare (o stimolare) il pronunciamento della Lega Celtica, interessata al turismo di Roma e Venezia ben più che alle indubbie bellezze della Bassa Padana: non siamo certi vorrano toglierci le castagne dal fuoco, se solo capiranno in che vespaio si metterebbero.

No, a questo punto temiamo che le strade rimaste siano tutte e solo impervie per il rugby italiano, siano esse la secessione, l’abbandono del rugby union della Benetton come sponsor, o i tribunali. Mi spiace non riuscire ad essere propositivo e positivo come Duccio di Rugby1823, cui rendo il merito (assiema agli appassoinati dei forum) di aver ispirato l’organicità di queste riflessioni e la volontà di condividerle pubblicamente. Sottolineao come esse siano e rimangano del tutto personali, esprimendo al massimo oltre alla mia la posizione anche del Socio Ringo aka Brett, col quale peraltro non mi sono consultato prima di espormi ma a cui Munari sta simpatico. A questo punto non rimane che sperare che ’sta farsa sia solo un brutto sogno, o meglio resta sperare in un colpo di scena, in un miracoloso colpo di coda al momento inatteso ma non impossibile nella patria di Machiavelli e dei Borgia.

UPDATE 1 (20/7): dal sito della Benetton rugby: dopo aver chiarito che la dimensione regionale e non locale nel progetto c’è sempre stata, cosi’ come la volontà di collaborare correttamente con la Fir, la società pluricampione della Marca conclude sportivamente come segue: “Benetton Rugby, i suoi giocatori e i suoi dirigenti, desiderano ringraziare i tanti appassionati veneti ma anche di altre regioni per il sostegno ricevuto ed in particolare i dirigenti delle società venete.Benetton Rugby non prenderà mai in considerazione l’idea di ritirarsi da una competizione (Campionato Italiano Super 10 o Campionato di Serie A) perché non ne condivide le regole o le decisioni. Ed assicura i propri sostenitori che onorerà come sempre il proprio impegno e la propria passione per il gioco del rugby.” Manco un disclaimer in legalese del tipo “.. salvo riservarci la verifica nelle sedi e con le modalità più opportune .. etc.etc.”. Personalmente lo leggo come un gesto di tregua in attesa di ulteriori “segnali”: un rimandare la palla in campo Fir.

UPDATE 2 (20/7): Giacomo Mazzocchi per l’agenzia di stampa il Velino, dopo aver elencato i solito mantra sui veneti contro i veneti già abbondantemente debunkato anche dal comunicato della Benetton, chiude senza volerlo con una informazione interessante: Ho già dato avvio alla ricerca di un’alternativa all’attuale sede del Sei Nazioni in Italia” ci dice il presidente della Federugby Dondi. “Roma non sarà più la sede del Torneo a partire dalla stagione 2011. Purtroppo – prosegue – per quest’anno le cose sono andate troppo avanti: calendari e tutto il resto sono già predisposti ma il rugby italiano si è stancato delle promesse da marinai che ci arrivano da Roma, perché per lo Stadio Flaminio non si sta facendo niente. Neanche per l’edizione del 2011 abbiamo alcuna certezza che i necessari lavori annunciati saranno portati a termine. È per questo motivo – conclude – che non ritengo neanche chiuso il discorso della Celtic League: ho i miei seri dubbi che il budget presentato dai Pretoriani sia sostanziato per il 20 settembre dai soldi degli enti locali romani”. Buumm, ecco svelato l’arcano: Dondi sta toccando con mano gli esiti delle promesse romane. Oppure sta solo tentando di forzare la mano agli Alemanni distratti? O e’ quel “segnale” per i Veneti furiosi (mentre Benetton sfoggia calma olimpica)? Immagino i telefoni roventi.

UPDATE 3 (21/7): Esce allo scoperto Zeno Zanandrea vicepresidente federale (uno dei veneti di nascita che abbiamo definito “a libro paga Fir”) sul Gazzettino: “Abbiamo votato compatti per Treviso (i consiglieri veneti, ndr), lo do per certo. Noi non abbiamo tradito Treviso. Sono stati gli altri a coalizzarsi contro”. Abbiamo criticato da tempo, armati di logica e di un minimo di aritmetica, la favoletta consolatoria e depistante dei veneti killer del candidato veneto. Poi e’ arrivato il signorile comunicato della Benetton che tra l’altro ringrazia le altre societa’ rugbistiche del Veneto per il supporto, ora arriva questa netta dissociazione. Vera o falsa che sia – poco importa oramai – essa segnala comunque che qualche Consigliere inizia a capire che stavolta l’hanno combinata grossa. Sono parole pesanti anche perche’ Zanandrea sara’ membro della commissione che dovra’ valutare la solidita’ delle garanzie presentate da Aironi e Pretoriani. E rincara la dose: “Il Benetton non doveva avere problemi per essere ammesso in Celtic League. La candidatura dei Pretoriani non sta in piedi. Domani sarò a Roma per iniziare a spulciarne le caratteristiche e poi riferirò al presidente Giancarlo Dondi. La partita per il Veneto non è assolutamente chiusa”. Interessante che in Italia non si salga per una volta sul carro dei vincitori. Comunque andra’ a finire, e’ iniziata proprio bene ’sta avventura Celtica …

UPDATE 4 (22/7): nuove ufficiali dal sito Fir: “Il Presidente della Federazione Italiana Rugby Giancarlo Dondi, a seguito delle obiezioni mosse dalle entità sportive che hanno visto respinte le proprie richieste di partecipazione alla Magners Celtic League, ha dato mandato ai legali della Federazione al fine di verificare la correttezza e la legittimità della procedura seguita nel processo di valutazione delle candidature. Successivamente all’esito delle verifiche in atto, l’argomento potrà essere posto nuovamente all’ordine del giorno del Consiglio Federale”. Quali sarebbero le obiezioni mosse dalle entita’ sportive che hanno visto respinte etc.etc.? Non pare che il comunicato Benetton dica nulla del genere: si mormora di frotte di avvocati pronti a scattare, d’accordo, ma non ci sono sinora fatto mosse ufficiali. A chi sta rispondendo questo comunicato? La richiesta di verifica della “correttezza e legittimità” procedurale parrebbe tutta interna alla Fir. Se si volesse parlare di “procedure” come sottolinea il Socio, non serve essere un grand commis di stato per capire che a un concorso serio PRIMA si presentano titoli e garanzie reali e solo DOPO si stila la graduatoria. Invece nel caso han fatto l’esame ammettendo anche quelli che s’erano autoesclusi (i Duchi) tranne sospetto ripensamento finale (“no no, gioco anch’io”), senza verificare i documenti all’ingresso… Ma ’sti Advisor che li han pagati a fare? Tant’è. Siamo arrivati al regolamento di conti interno al Consiglio? Dondi ha deciso di mettere qualcuno alla gogna, di stanare i dissidenti, gli indisciplinati o quelli che credevano di potersi fare le loro piccole politichette personali anche su una decisione epocale del genere? Prima che la “fronda” contro di lui si organizzi? Invece di dare le dimissioni per manifesta incapacita’ di far rispettare i propri indirizzi strategici? Se fossimo alla corte di Re Luigi con Richelieu, Milady, il duca di Marlborough e d’Artagnan, ci sarebbe da pensare al complotto: i nemici storici di Dondi e della Fir (cioè … Munari?!) avrebbero sottilmente architettato la bocciatura della Benetton, al fine di far conflagrare le contraddizioni interne che ammazzeranno questo Consiglio.

UPDATE 5 (22/7): IL Gazzettino quotidiano del Nordest e’ fonte molto informata sul rugby. Interessa al suo lettore medio, quindi reperito ha le competenze minime necessarie per non confondere rugby union con rugby league, come fanno i Chiambretti e le Ripubbliche varie. Ivan Malfatto chiarisce le linee del ricorso legale avverso la decisione del Consiglio Fir che si dice la Benetton Rugby sembra intenzionata a presentare: “La contestazione dovrebbe basarsi sul principio che al voto del consiglio federale di Bologna andavano escluse le candidature non in ordine con i requisiti economici, secondo il capitolato d’ammissione inviato alle franchigie dalla Fir. Pretoriani e Duchi sembra non lo fossero. Quindi dovevano essere escluse. Non avevano il diritto di partecipare alla votazione. Invece sono state ammesse, una di loro ha vinto e sono create due commissioni ad hoc (tecnica e finanziaria) che valuteranno entro il 30 settembre la congruità degli impegni annunciati. Facile ora per le franchigie vincenti andare a battere cassa dagli sponsor, istituzionali o economici, con l’ok alla Celtic in tasca e arrivare alla data di scadenza con le coperture garantite. Secondo le regole, dettate e poi non rispettate dalla Fir, quelle coperture andavano garantite prima”.  Lo abbiamo denunciato subito, la vera mandrakata in Consiglio è consistita principalmente nell’ammettere candidature-zombie, al solo evidente scopo di creare lo spazio di manovra per i giochini di scambio col secondo voto a disposizione. Il tutto condito e benedetto dalla opzione di voto segreto – scelta del tutto democratica, come del resto lo è il voto di scambio o la sua vendita. Per fare dell’ironia con chi finge ancora di non capire cosa sia successo per davvero a Bologna: come è stato riportato a verbale della riunione, “il suicidio del rugby italiano”. O come pensiamo noi sempre più saldamente, è l’inevitabile esplodere di tutte le contraddizioni accumulate in questo fallimentare 2009: la Celtic ma non per club, l’ossimoro di selezioni pagate da privati ma gestite e coordinate dai federali, la nazionale da rinforzare smantellando club e campionati. E poi il profuvlio di pensiero debole spacciato in non modiche quantità: il professionismo da corroborare tornando al semipro, il grido di dolore anti stranieri scarsi ma nessuno tocchi l’equiparato, il tentativo di trapianto di uno sport da dove si pratica a dove potrebbe andar di moda, etc.etc.

UPDATE 6 (22/7): la telenovela continua! Sempre dal Gazzettino, prima di tutto l’appoggio – congiunzione da parte del Presidente Dondi delle due azioni legali, quella prevista del club e quella federale, con contentino finale (state buoni se potete!): “Se troveranno errori sospenderò la delibera sull’assegnazione delle franchigie di Celtic League e riconvocherò il consiglio federale. E intanto mi attiverò con la Celtic per un’eventuale terza candidatura italiana“. Poi il retroscena “Dondi doc” sul Consiglio stesso: “Ho chiesto di non fare stupidaggini – svela - Ho detto: dobbiamo scegliere le due candidate migliori. Non ho fatto nomi. Ma tutti sapevano a chi mi riferivo. Invece è uscito quel risultato. Un colpo di mano. Ma io, Saccà, Barzoni e sei veneti abbiamo votato Treviso”. Il trio renderebbe i tre voti presi dall’accoppiata Aironi-Treviso e il “traditore” veneto sarebbe dunque uno solo (il Checchinato pubblicamente cazziato alla fine?), ma come concorda questo con la sua raccomandazione seguita da soli tre consiglieri? Aria di baruffa forte in casa … E’ una ricostruzione lievemente difforme rispetto a quella di Zanandrea e Mazzariol (“Abbiamo votato tutti e 7 compatti”), secondo cui Jago sarebbe uno dei tre non veneti sopra nominati da Dondi (Dondi incluso, il voto era segreto …), ma aiuta comunque a far giustizia della prima ricostruzione del consiglio, divenuta leggenda metropolitana (2-3 o più veneti contro Treviso). Guarda caso, a Treviso sta arrivando solidarietà a valanga da tutto il Veneto: dopo Petrarca e Venezia, arrivano quelle dei club di Oderzo, Trento, Piave, Jesolo, Rubano, Valsugana, Conegliano, Casale, Mogliano, Cus Padova, Montebelluna, Vicenza, Cus Verona, Bassano, Paese, Riviera, Belluno. Una vera ondata di indignazione verso la scelta della Fir, inclusiva di quelli che tra contradaioli di Siena sarebbero “gli acerrimi rivali” del club della Marca.

UPDATE 7 (22/7): Da Repubblica, allora, via il SeiNazioni da Roma? Alessandro Cochi, delegato allo Sport del Comune di Roma: “L’Amministrazione comunale vuole sottolineare l’attenzione che la città riserva da sempre al rugby e che sta costando ai romani circa 10 milioni di euro, cifra prevista per l’adeguamento dell’Impianto sportivo Stadio Flaminio al ‘Sei nazioni’ e che negli ultimi due anni è stato concesso gratuitamente. Le normative vigenti, il rispetto di leggi e regolamenti ci inducono a calcolare circa 2/3 anni per l’ultimazione del piano e i ritardi non sono dipesi dal cambio di Amministrazione, ma dai ritrovamenti archeologici nell’area. E’ comunque motivo di dispiacere sentire continui ultimatum e leggere di minacce che paventano la possibilità di portare via dalla Capitale un torneo così prestigioso come il ‘Sei Nazioni’, che bene si sposa con il grandissimo flusso turistico che contraddistingue Roma”. Capito? Non rompete, altrimenti ci spiacciamo.

UPDATE 8 (23/7): sempre dal Gazzettino, titolo fulminante, articolo del solito Ivan Malfatto pieno di informazione: “Le big venete pronte a dire addio al campionato”. In sintesi le notizie sono due: la prima e’ la conferma fattuale dell’inconsistenza della pietosa bugia da molti propalata dopo il Consiglio Federale – ad arte o per pigrizia mentale – sulla presunta spaccatura tra Treviso e il resto della Contea del rugby: se un effetto positivo il 18 luglio ha avuto, e’ proprio quello di aver compattato il rugby veneto come non mai, dai tifosi alle dirigenze. Tramontata la consistenza di tale leggenda metropolitana (ma non il tentativo di somministrarla ancora), c’è chi dà ragione alla tesi Dondiana di “un solo franco tiratore” in Consiglio (ma Checchinato, nel mirino, giura di aver votato Treviso come chiesto dal suo Capo), mentre altri seguono la tesi del vicepresidente Zanandrea: veneti compatti sette su sette, galeotto fu il voto di scambio tra Pretoriani e Duchi imbastito attorno alle ambizioni del calvino Gavazzi, neo rappresentante italiano presso il comitato del 6Nazioni, colui che il 18 luglio chiese e ottenne il voto segreto “in nome della democrazia”. Resta agli atti che la raccomandazione indiretta ma chiara del Presidente (“Ho chiesto di non fare stupidaggini”), sia stata seguita-capita solo da due consiglieri su diciannove, una chiara delegittimazione che spiega l’ira di Kahn-Dondi indipendentemente da chi ha vinto. Cosi’ come rimane a verbale la dichiarazione di un Consigliere: “questo e’ il suicidio del rugby italiano”. La seconda serie di notizie che confermano la pista del suicidio e’ tutta una serie prese di posizione e di prossimi incontri veneti al limite del “carbonaro”. Paiono dire che la tattica “spargi-solidarieta’ ” intrapresa da Dondi convince solo fino a un certo punto: tutti calmi per adesso in Veneto mentre gli avvocati affilano le penne, ma anche determinati a vedere risultati concreti, altrimenti ci si prepara “ai materassi” …. Il piu’ esplicito e’ Tommaso Pipitone presidente del Casinò di Venezia: “Fra le varie reazioni a caldo è stato ventilato anche l’abbandono (del Super10), come la più estrema”. Enrico Toffano del Petrarca Padova: “La prossima settimana noi quattro presidenti (di Petrarca, Treviso, Venezia e Rovigo) ci incontreremo per valutare. Ognuno ha i suoi problemi di budget. Una decisione come l’esclusione del Veneto dalla Celtic non fa altro che accentuare la voglia di…”. Di lasciare il Super 10 e ripartire dalla A2 come il Calvisano. Nel frattempo Il dg del Benetton Vittorio Munari e la presidente del FemiCz Susanna Vecchi (nel passato la piu’ critica tra i veneti sull’approccio Benetton) si sono gia’ incontrati a Rovigo e nulla trapela, mentre sul fronte federale Dondi saggia il terreno, confrontandosi col suo grande elettore nel Nordest, Tullio Rosolen. Per il quale il vecchio gioco del controllo attraverso la contrapposizione tra ricchi e poveri sembra finito: tutte le 113 società rugbistiche della Contea del Rugby si ritroveranno per determinare una strategia comune nell’assemblea del Comitato interregionale delle Venezie (Civ): “La data più probabile è giovedì 30 luglio alle ore 20. Lunedì è già convocato un consiglio straordinario del Civ” – afferma il presidente Roberto Bortolato.

UPDATE 9 (24/7): In silenzio i protagonisti “nordici”, oggi si fanno finalmente vivi i Pretoriani. Stranamente il comunicato stampa non e’ ancora reperibile nel loro sito, il quale oggi e’ pure attivo, ma riporta solo l’annuncio dell’acquisto di due nazionali, Valerio Bernabo’ e Giulio Toniolatti: potete comunque trovarlo qui. Inizialmente il comunicato gioisce e si congratula coi Consiglieri per la ottima scelta e ribadisce i perche’ di Roma: geopolitici“I principi di rappresentatività territoriale”, – e di fedeltà alla linea – “e di profonda collaborazione tecnico-organizzativa con la FIR”.  In verità ne aggiunge un terzo motivo: “di professionalizzazione del rugby italiano”; che ci azzecca direte, ve lo traduco: altrimenti ci toccava scalare al semipro come una Parma, una Padova, una Rovigo qualsiasi. Sarebbe oggettivamente la giusta dimensione anche per il rugby romano, così promettente a livello di tesseramento e di movimento giovanile, ma tant’è, noblesse oblige. Poi il testo si scaglia a testa bassa esprimendo “stupore e indignazione per le gravissime dichiarazioni del Vicepresidente Sig. Zeno Zanandrea, veneto”. Sono quelle riportate qui sotto in Update 3. A parte quel “veneto” quasi a spregio (code di paglia o regolamenti di conti loro; il livore e’ ulteriore conferma che di voti veneti i Pretoriani in Consiglio non ne han presi), si mettono le mani avanti nei confronti del comitato di revisione, dato che la prossima verifica delle garanzie inquieta non poco. Infatti il lamento che arriva da Roma e’ monocorde, dai dirigenti ai tifosi armati di bandierone: no no, cosa fatta capo ha, e’ la prima risposta quella che conta, Pretoriani in Celtic e’ deciso e non si torna indietro. Segnaliamo, gira intanto per Roma e dintorni un curioso graffito da muro di stadio: “CA3F” che starebbe per “Chabal (?!) al Tre Fontane”. La ragione del nervosismo si palesa nella parte finale della dichiarazione: “In merito al Comunicato Stampa diffuso nella serata di martedì scorso dalla FIR, i Praetoriani Roma Rugby esprimono,invece, massima serenità rispetto alla verifiche in corso del processo di valutazione culminato con il voto del Consiglio Federale, considerato l’alto profilo professionale dei promotori della candidatura romana”. Tradotto: Zanandrea e’ veneto ma tu caro Dondi no; anche se dici le stesse cose, a Roma ti vogliamo bene. Soldi? Ancora niente, ma stiamo sereni perche’ somos todos caballeros. Ai romani va riconosciuta la coerenza: l’avevan sempre detto che i piccioli sarebbero spuntati solo DOPO essere stati prescelti. Ecco perche’ andavano scartati PRIMA. Se ora ce la faranno a reperirli (e se non sono dei mona non vedo ostacoli), la exit strategy di Dondi più che non Treviso par sempre più un vicolo cieco.

UPDATE 10 (24/7): No, al NordEst non stanno silenti. Dal sito di Benetton Rugby: “Treviso, 24 luglio 2009 – Con riferimento a quanto riportato su una testata giornalistica locale, Benetton Rugby desidera comunicare di aver fatto formale richiesta alla Federazione Italiana Rugby, in data 20 luglio 2009, per l’ottenimento delle copie delle offerte delle altre partecipanti per l’assegnazione dei due posti in Magners Celtic League. Precisa, inoltre, di essere, a tutt’oggi, in attesa di ricevere la documentazione richiesta”. Mica han chiesto di sapere chi ha votato chi; conoscere le offerte dei concorrenti e’ legittima richiesta a un pubblico appalto, al fine di poter preparare altrettanto legittimo ricorso. Che non e’ diretto tanto al mitico porto delle nebbie aka Tar del Lazio, quanto e’ “bomba” destinata a cadere tra Dondi e Consiglio, con eventuali schegge verso la Lega Celtica e Super10, con buona pace di chi vorrebbe “congelare” il tutto. Ieri la Benetton aveva diramato un altro comunicato: “Benetton Rugby desidera comunicare il proprio stupore nel constatare come, quella che doveva essere una gara meritocratica con garanzie economiche per partecipare alla Magners Celtic League, di fatto sia stata decisa da una scelta politica a voto segreto. La nostra società, da sempre ha manifestato la sua aspirazione europea. E ritiene, nel corso della sua storia, di avere sempre onorato il gioco del rugby e di avere costantemente tenuto gestioni economiche impeccabili. Mai Benetton Rugby avrebbe rinunciato al suo diritto di competere ai massimi livelli consentiti, per mettere il proprio futuro agonistico nelle mani di una scelta politica che non tiene minimamente in considerazione la meritocrazia conquistata sul campo da rugby. Desideriamo ancora ringraziare le società del Triveneto che ci hanno manifestato il loro sostegno. E siamo orgogliosi che siano così tante. Per quanto è nelle nostre possibilità, ci facciamo un punto di onore di non deluderle”. Oggi chiede la carta, ieri dettava la linea. Dondi muoviti, a breve partono gli avvocati.

La disfida di Castelbrando del cavalier Zaia

April 20, 2009 Zamax Leave a comment

GiornalettismoPer far capire al mondo, all’Europa, all’Italia e soprattutto ai suoi compatrioti della Serenissima, specie quelli duretti di comprendonio, che lui non è un bischero qualsiasi, il ministro per le politiche agricole Luca Zaia ha organizzato in quel di Castelbrando, pittoresco maniero arroccato su una delle rotonde e verdi collinette che fanno ala leggiadra alla “strada del Prosecco”, non lontano dalla Conegliano che gli diede i natali, una simpatica kermesse che è passata esageratamente alla cronaca di questi giorni col nome di G8 dell’agricoltura. Castelbrando, che fa da guardia come un maritino geloso dall’occhio di falco, dominandola dall’alto, all’antica e gentile borgata di Cison di Valmarino, è creatura di Massimo Colomban, ex valoroso capitano d’industria, che vi si è ritirato a recitar la parte dell’illuminato signorotto rinascimentale: ha trasformato le vetuste pietre di imponenti caseggiati e mura che si sono affastellati gli uni sulle altre per secoli e millenni in un poliedrico resort medievaleggiante, con un tocco di kitsch per renderlo più malleabile ai gusti del popolo. Oggi è un grande hotel, un museo, un beauty center e un vero e proprio borghetto dove si tengono congressi, spettacoli e eventi vari. Da tale splendida altezza ogni tanto Colomban filosofeggia sui destini dell’economia mondiale.

Per arrivare fin qui Zaia, un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni., ha cominciato fin da piccolo a mordere i polpacci alla fama. Zaia è un trevigiano doc, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia.

Sotto la sua presidenza, raggiunta appena trentenne, più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastato la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza. Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati per una settimana una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Per arginare la popolarità di Zaia tra le sane popolazioni della Marca, da sempre refrattarie alle lusinghe bolsceviche, la sinistra, attraverso i comunisti della Tribuna di Treviso, il locale botolo ringhioso del gruppo L’Espresso, non ha trovato di meglio che appioppare alla calamità leghista dai non folti capelli, apparentemente acconciati o meglio spianati all’indietro dalla leccata di uno di quei cavalli che tanto ama, il nomignolo romanesco e quindi doppiamente insultante di Er Pomata. Ma non c’è stato niente da fare: è arrivato come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, dove però alla prima occasione è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Diventato ministro, ha approfittato della prima vacanza a casa sua per inerpicarsi con una vecchia 500 per la stradina che conduce alla scuola enologica che gli ha dato il primo alloro, dove non ha mancato di spargere una lacrimuccia nel mezzo dei festeggiamenti che professori e allievi gli tributavano. Poi si è fiondato in Campania a rassicurare gli allevatori di bufale nei guai. Impavido si è fatto largo tra la folla per entrare nella prima stalla che gli è capitata sotto gli occhi. Respirando a pieni polmoni e visibilmente deliziato dal puzzo ha dichiarato trionfante: “Questo è un odore che conosco da quando ero ragazzo!” Che uomo!

Fatto sta che con l’approssimarsi del summit che avrebbe dovuto tracciare i destini futuri dei bovari e degli zappaterra di tutto l’orbe terraqueo, e con il ritorno a casa dell’ingombrante giovanotto, sono incominciate pure le baruffe chiozzotte della grande politica veneta. Lo sceriffo di Treviso ha sparato il primo colpo definendo l’iniziativa di Zaia un mucio de schei butài via par gnente. Luca ha risposto con amore figliale al nonnetto con la pistola dandogli addirittura del no-global: epiteto invero assai strano da uno che è stato capace di fare gli occhi dolci a un personaggio della nomenklatura democratica e progressista, cioè italica, come Carlo Petrini, il Suslov del mangiar politicamente corretto, e che ha dimostrato simpatia – senza tuttavia mai sbilanciarsi troppo – per le panzane luddiste anti-ogm. Peraltro gli scalmanati perditempo anti-ogm si sono fatti sentire per davvero con un raid dimostrativo a colpi di spray nella grande tenuta di Ca’ Tron, di proprietà della Fondazione Cassamarca, mille ettari di terreno miracolosamente scampati al miracolo veneto nella parte sudorientale della provincia di Treviso, ad un tiro di schioppo dalla laguna di Venezia, dove si sperimentano coltivazioni ogm. La Fondazione Cassamarca, nata con l’incorporazione della storica banca trevigiana in Unicredit, è il regno di Dino De Poli, l’Onorevole Avvocato che si è ritagliato il ruolo di mecenate liberaleggiante con numerose iniziative di carattere culturale e di recupero del patrimonio edilizio storico nella Treviso brutalizzata dallo sbrigativo buon senso dello sceriffo. La strana coppia di cordiali nemici funziona a meraviglia: l’uno spazza e l’altro lucida una città già di per sé assai seducente, dall’impianto medievale corso da innumerevoli canali che ne fa la graziosa ancella di terraferma della Regina dei Mari.

Però Zaia è un furbacchione dalla duttile filosofia, o meglio un non snaturato figlio della sua terra. Le cause le sposa sempre con mucho juicio e realismo: appena è spuntato fuori un sondaggio fatto fra i coltivatori di mais del Veneto e Friuli dal quale risultava che più della metà è favorevole a coltivazioni ogm e solo un quinto contrario, e che comunque quasi i tre quarti ritiene che ogni agricoltore avrebbe il diritto di scegliere cosa produrre, ha precisato di essere anche “liberista”.

Non contento, Zaia ha ottemperato poi perfidamente agli obblighi istituzionali invitando con una e-mail – qualcuno dice con un sms – alla sola e solita sbobba inaugurale il presidente della regione Galan, il liberale megalomane incoronato Doge da Berlusconi qualche lustro fa con gran dispetto di tutta la famiglia democristiana. Il padovano è un gigante sorridente dal carattere luciferino, uno che nel libro-intervista “Il Nordest sono io” si è inimicato tre-quarti della classe politica veneta che lo sostiene, facendole fare la figura di meschina, retrograda e provinciale; la quale classe tuttavia, dopo un breve fuoco d’artificio di minacciate querele, ha reagito con lo spirito proprio della razza veneta, acquietandosi tatticamente: perché qui si incassa, ma nessuno molla. Galan altro non aspettava per andare su tutte le furie, protestando per l’irridente condotta del ministro. “Motivi protocollari” ha chiarito poi Zaia:

”Nessuna leggenda metropolitana intorno al mancato invito del presidente Giancarlo Galan. Il presidente della Regione Veneto lo abbiamo invitato ma trattandosi di un vertice internazionale, non è previsto un suo saluto di benvenuto. Galan è il benvenuto, come le altre autorità, ma il protocollo di questi è molto severo nel rispetto delle regole: nessun intervento esterno”

Galan ha replicato con un piccato e velenoso avvertimento:

“Regole, norme, procedure, protocolli, ma che bella tutta questa osservanza ministerial-romana-bruxellese di un ministro dai natali federalisti. Caro Luca, non ti sapevo così ministerocentrico e soprattutto elegante al punto da organizzare una conferenza stampa per rendere noto un carteggio che solo una patetica stizza ti ha spinto ad usare in modo improprio. In ogni caso, un ministro con ascendenze federaliste avrebbe dovuto trovare il modo di scegliere momenti più regionalistici per porre nel giusto risalto una iniziativa che comunque si sarebbe tenuta in Veneto. Inoltre, non sono tanto sicuro di quanto tu ritieni essere un obbligo procedurale volto a ignorare del tutto i vertici dell’istituzione comunque ospitante. I protocolli che si limitano ad invitarmi a qualche cena non mi interessano. Dunque, caro Luca, un po’ più di coraggio, ma male non ti farebbe anche un po’ più di prudenza”

Questo in lingua italiana. Per essere più chiaro gli ha mandato un messaggino conciso e inequivocabile anche nella lingua natìa: “Tosàto, date na soràda” (Ragazzo, datti una calmata).

Se son rose fioriranno.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

De scheorum* natura

December 26, 2008 Zamax 6 comments

Recentemente mi è capitato di intervenire qua e là nella blogosfera su argomenti di natura economica, con commenti di stampo molto generalista, comodo privilegio del filosofo con la testa fra le nuvole  ”che sa di non sapere”. Li raccolgo qui, come appunti. Mi servono anche per contemplare me stesso. All’occhio dell’esperto probabilmente non sfuggirà qualche goffaggine lessicale caratteristica di chi non è mai stato iniziato ai misteri della scienza economica. Non se ne adonti; si diverta piuttosto: io non me la prendo.

Per quel che mi riguarda guardo con ostilità alla politica degli incentivi, alla politica (eventuale) delle tasse “esternalità”, alla politica del rilancio dei consumi, e diffido pure delle misure anticicliche, che mi sembrano la via attraverso la quale lo statalismo uscito dalla porta rientra dalla finestra, sotto il manto di riverniciata eticità. Quindi non mi sta bene del tutto neanche l’insistenza con la quale il mio amato Cavaliere Berlusconi Silvio insiste sul rilancio dei consumi, anche se capisco, e per questo non lo mando all’inferno, che la sua maggiore preoccupazione è di evitare il panico. Inoltre, se politiche (forzatamente molto accorte) di espansionismo fiscale per invogliare la gente a consumare, avessero solo l’effetto di aumentare il risparmio, – visto che non è vero che la gente i soldi se li mette in tasca – sarebbe proprio un male, nel lungo periodo? Le politiche di rilancio dei consumi finiscono sempre per indirizzarli su determinati settori – quasi forzando la gente – e in ultima analisi a alterare il mercato. Perché mai uno dovrebbe cambiare l’automobile ogni 5 anni, se non ne ha nessun bisogno? Quei soldi irrazionalmente usati per comprarsi un “bene durevole” inutile rientrerebbero nel giro dell’economia in ogni caso più virtuosamente, col risparmio, o con altre spese più utili, che darebbero segnali più veritieri al mercato.

Il mercato dell’auto non sta crollando solo per la disastrosa congiuntura economica, ma anche per cause strutturali. Ossia, l’interventismo dei governi e la pressione di lobbies potenti, che grazie [sic] alla politica degli incentivi hanno convogliato innaturalmente la spesa delle famiglie verso l’acquisto di automobili, preferendolo – spesso immotivatamente – all’acquisto di altri beni durevoli, o di consumo, o al sempre benedetto risparmio. Si chiama distorsione del mercato. La politica degli incentivi non è altro che un surrogato imbellettato dello statalismo, condito di considerazioni politicamente corrette. Un altro giro di incentivi, un’altra “bolla” automobilistica (con l’eccezione dei paesi emergenti), e fra qualche tempo saremo punto a capo. E’ vero che vi sono dei costi per la collettività: l’inquinamento e la sicurezza. Ma questi si risolveranno, o si ridurranno, da soli col tempo, com’è sempre avvenuto, grazie ai miglioramenti tecnologici e al cambiamento impercettibile ma continuo dei costumi della gente. La tentazione di forzare le cose con la politica degli incentivi, oltre al rischio di dirottare risorse da investimenti più razionali in altri settori dell’economia, potrebbe essere pagata dal dover sostenere – prima o poi – i costi sociali degli esuberi di una forza lavoro tenuta artificiosamente alta. Inoltre faccio notare come la stessa mentalità sottilmente etico-dirigistica che informa queste iniziative, potrebbe benissimo spingere a sfornare dei provvedimenti di senso contrario, annullando del tutto il già illusorio beneficio delle prime; provvedimenti del tipo delle “tasse esternalità”, come l’ecopass o come kaiser si chiama, intese a punire l’uso “scriteriato” o “egoistico” dell’auto, nei casi dove, a giudizio dell’onnisciente legislatore o dell’amministratore, i vantaggi del singolo utente siano sproporzionati agli svantaggi causati alla collettività. Insomma, tutti vorremmo auto eco-bio-democratiche condotte da gente con eco-bio-democratica consapevolezza. L’interventismo va solo a ingarbugliare, con un sovrappiù di effetti collaterali negativi, un processo naturale che necessita solo di pazienza.

Coloro che pensano – ritenendosi “capitalisti” – che questo modello economico sia fondato su una specie di “coercizione consumistica” sono singolarmente vicini, per certi versi, al pensiero marxista. Non c’è nessuna ragione perché, in un regime di libertà, l’uomo smetta di consumare o migliorare: sarebbe come andare contro la sua stessa natura. La filosofia dell’ “andate e consumate” non è affatto un corretto “capitalismo”. Mettiamo che adesso si vada in recessione o stagnazione per tre anni: certo alla fine del periodo i numeri complessivi potrebbero essere gli stessi in quanto a PIL, ma chi ci dice che la struttura dell’economia, l’allocazione delle risorse, il rapporto tra risparmi ed investimenti ecc. ecc. non sarebbero molto migliori e propedeutici per un periodo di sana espansione? Diciamo invece che la filosofia della “coercizione consumistica” foraggiata in qualche modo – che non incoraggia il risparmio e anzi spesso lo punisce con politiche monetarie “generose” – è un “must” per le lobbies grand-industriali, per i sindacati, e per una classe politica che non sia abbastanza eroica to suffer the slings and arrows of outrageous fortune.

Il capitalismo come “ismo” non esisteva prima del marxismo (anzi credo che furono i suoi seguaci, nemmeno Marx in persona, a coniare o a diffondere il termine). Ha avuto tanto successo che ancor oggi la pubblica opinione è convinta che il “capitalismo” sia una specie di meccanismo, a volte demonizzato, a volte difeso con ardore, ma solo in quanto “efficace”, insomma un meccanismo tra gli altri meccanismi. In questo “materialismo” i difensori e gli accusatori del capitalismo si accomunano. Un’idea disastrosa, che nasconde il fatto che invece una libera economia è solo un aspetto della libera società. L’anello che congiunge questa idea del capitalismo e il marxismo, è il materialismo. E non a caso: il capitalismo è un concetto d’invenzione marxista, un riduzionismo della libera economia per trasformarlo in un agevole espediente retorico.

Io voglio dire che, in un regime di libertà, nel medio-lungo termine uno stato stazionario dell’economia è impossibile, per ragioni intrinseche alla natura dell’uomo. E quindi non occorre surrogarle con una spinta verso i consumi che distorce il mercato in quanto guidata, in parte, dallo Stato o dalle lobbies più potenti, e che prima o dopo paghiamo cogli interessi. A questa natura dell’uomo il keynesismo di fatto ancora trionfante non crede, e lascia perciò la via aperta all’interventismo. Ragion per la quale le politiche dei governi altro non sanno fare se non avventarsi sul corpo dell’economia con continui stimoli, drogandolo a tal punto da rendere indecifrabile ogni segnale del mercato.

Diciamo che l’uomo è sempre tentato di imboccare invitanti e illusorie scorciatoie. In fin dei conti gli incontrollati debiti privati dei paesi “liberali” sono il surrogato degli incontrollati debiti pubblici dei paesi statalisti. (Parlo a spanne, s’intende, io preferisco di gran lunga i paesi “liberali”, preferibilmente “senza trucchi”) La filosofia facilona del tipo “andate e consumate” non ha niente a che fare con un corretto “capitalismo” (parola mistificatoria che odio, e di concezione “marxista”); il denaro a costo zero non seleziona la qualità degli investimenti, e colpevolmente non premia il risparmio. A cosa servono le banche se non a premiare con un interesse chi mette il proprio capitale – raccolto rinunciando a qualcosa – a disposizione di chi ne ha bisogno per investimenti “giustificati”, in un’ottica di ottimizzazione spazio-temporale delle risorse finanziarie? In senso lato anche il risparmiatore è un imprenditore.

[Sul "liberalismo"] E’ un problema irrisolvibile in questi termini. Mai impiccarsi alle parole, soprattutto agli “ismi”. Già ci siamo fatti fregare dal capitalismo, concetto marxista quanto pochi altri, e anche Mises lo scrisse. Un errore che fanno inoltre pure i “sinceri liberali” è quello di convogliare involontariamente nell’opinione pubblica l’idea di una società liberale quale perfetto approdo dell’evoluzione storica, insomma un “costruttivistico” sol dell’avvenire liberale, per cui – con la stessa forma mentis dei giacobini del mito della “democrazia compiuta” – la società liberale si dà o non si dà indipendentemente dal contesto storico e ci si pongono dei falsi problemi, compresi quelli riguardanti l’attuale società italiana, alla quale alla fine si nega tout-court una patente di liberalismo, senza nemmeno tentarne una valutazione sul grado di questo “liberalismo” in relazione ad altre parti del mondo. “Liberalismo” non può essere che altro che un termine convenzionale, e così accettato ed usato per comodità dialettica. Sappiamo bene così significhi “liberal” nei paesi anglosassoni; nell’ottocento non aveva del tutto torto Metternich a pensare il peggio dei liberali dell’Europa continentale; in quella stessa Europa continentale dove per tutto l’ottocento i liberali andavano a braccetto coi nazionalisti (basti pensare ai nazional-liberali tedeschi) ecc. ecc.
Se poi si vuole andare più a fondo, e cominciare a piantare dei paletti, allora bisogna sondare il problema della “libertà”, come ha detto Ismael. Ma anche lì più si scaverà più le cose si faranno difficili, soprattutto intorno ai problemi “etici”. Ma almeno su di un piano più largamente sociologico le cose saranno più chiare.

[Mi segno anche questa, da un commento qui sotto] Mi ricordo che una volta ci educavano, noi campagnoli, al piccolo capitalista intestandoci un libretto di risparmio. Poi è arrivato il liberismo di sinistra, quello intelligente, e lo scialacquatore è divenuto il lodato motore dell’economia. Ora che la frittata è stata fatta, e ci troviamo a corto di liquidità, nel momento in cui il risparmiatore in possesso di un bene “scarso” – secondo i Bignami della scienza economica – dovrebbe celebrare il suo trionfo e guadagnarci come un usuraio (con la benedizione delle leggi), ora dunque interviene lo stato a ripianare le sofferenze e a stampar i bigliettoni mancanti, svalutando il suo amatissimo tesoretto, povero risparmiatore cornuto e mazziato!!! Che vita!

[Mi segno pure questa] Se il sogno americano, invece che quello della responsabilità individuale, è diventato quello dell’irresponsabilità individuale garantita dalla generosità della Banca Centrale, probabilmente lo Stato si è solo ripreso alla fine quello che aveva dato… un mercatismo poco mercatista e molto col trucco, direi. Tutto quello che è successo ha creato un grosso problema di fiducia; ci potranno essere degli opportuni accorgimenti normativi concernenti i mercati finanziari (materia di cui non so assolutamente nulla), ma pensare di risolvere un problema di fiducia mediante sovraregolamentazioni è pura illusione. D’altra parte, se i truffatori prosperavano è perché il sogno era bello per tutti: la greppia del denaro facile era allettante e comoda come quella dello stato sociale e in parte la surrogava. Il “liberismo selvaggio” non può essere che una forma mascherata di statalismo, o perché la libertà o la dignità dell’individuo non viene rispettata, o perché in una maniera o nell’altra è sempre lo Stato ad allargare i cordoni della borsa, o perché tende a distorcere il mercato con perversi eticismi in nome oggi per esempio dell’ambientalismo (ma anche l’utilitarismo prima o poi conduce al socialismo). I marxisti hanno avuto purtroppo successo nel corrompere il significato stesso delle parole. Un “liberista” tutto d’un pezzo come Ludwig Von Mises già negli anni ‘20 scrisse:

I termini “capitalismo” e “produzione capitalistica” sono etichette politiche. Essi furono inventati dai socialisti non per far avanzare la conoscenza ma per persuadere, criticare, condannare. Oggi essi devono soltanto venir pronunciati perché formino l’immagine dello spietato sfruttamento degli schiavi salariati da parte del ricco senza pietà. Essi non vengono mai usati se non per significare una malattia del “corpo” politico. Dal punta di vista scientifico essi sono così oscuri e ambigui da non avere alcun valore. Coloro che li usano sono d’accordo soltanto su di una cosa, che essi indicano le caratteristiche del sistema economico moderno. Ma in che cosa queste caratteristiche consistano è sempre un oggetto di disputa. Il loro uso, quindi, è del tutto pernicioso, e la proposta di espungerli affatto dalla terminologia economica e di lasciarli ai fomentatori dell’agitazione popolare merita una seria considerazione. (Socialismo, analisi economica e sociologia)

Poi però lo stesso Mises non seguì il saggio consiglio!

* [da Wikipedia] Il centesimo della lira italiana veniva detto in veneto “centesimin”, quello austriaco, di valore leggermente inferiore, veniva chiamato però “scheo” per poterlo meglio distinguere. Il termine ebbe origine dal fatto che sui centesimi austriaci era coniata la dicitura “Scheidemünze” (cioè moneta divisionale, nella lingua tedesca pronunciata però [ˈʃaɪ̯dəˌmʏntsə], a quel tempo l’indicazione di una minima frazione monetaria, oggi non più in uso). Probabilmente i veneti non riuscivano a pronunciare bene quella strana e lunga parola e si limitavano a chiamare la moneta solo con l’inizio della dicitura, cioè “schei”, facendone così un termine generale al plurale, dal quale derivarono “scheo” al singolare. Questo termine rimase nel dialetto per indicare in generale il denaro.

Malelingue

August 18, 2008 Zamax Leave a comment

Secondo Roederer [ministro delle finanze di Giuseppe Bonaparte, re di Napoli], mentre i funzionari francesi lavoravano anche senza paga, i Napoletani volevano la paga senza lavorare: “è la divisione del riposo”. [...] Pierre Legarde, direttore generale di polizia dei dipartimenti veneti sosteneva che “un popolo destinato ad essere a lungo tributario della Francia non può essere governato dai suoi, interessati anch’essi a pagare il meno possibile e quindi sempre disposti a nascondere le risorse e a gridare all’esagerazione delle imposte”. (Stuart Woolf, Napoleone e la conquista dell’Europa)

Il Moro del villaggio

June 5, 2008 Zamax 19 comments

Oggi mi sono recato all’Ufficio Tributi del comune dove abito, quassù nel Veneto profondissimo. Dopo un po’ entra un negro dal passo regale, un giovane giraffone ben fatto con le treccine, che si avvicina con la rilassata scioltezza del selvaggio purosangue ad uno degli sportelli per l’ICI. Manco a farlo apposta, ad attendere con piè fermo il leone della foresta c’è - noblesse oblige - il capufficio in persona. Intanto l’esemplare ha attirato su di sé lo sguardo di sottecchi delle femmine presenti, che prima – ci capiamo – erano già tutte mie.
“Ehm…sono venuto per la casa…per ICI…se è cambiata…o come l’anno scorso?”
Al che ora lo fissano tutti, i visi pallidi, maschi e femmine, come fosse veramente una fiera dell’Africa Equatoriale.
“Mah…” dice con un sorriso di sorpresa il capufficio “quest’anno non si paga più per la prima casa”
“Non si paga?” Chiede conferma il bronzeo giovanotto facendo due occhi così, due palle bianche sull’orlo di una crisi di piacere.
“Hai solo la casa? Non hai altro, terreni, altre case?”
“Eh eh eh…casa solo una?… eh eh eh… una… una… eh eh eh… avrei capanna… ma in Africa… eh eh eh… ah ah ah!… ehm… non si paga… niente… non si paga?”
“Non si paga. Niente”
“Ah… bene… posso andare…” E quasi si scusa esibendo soddisfatto da orecchio ad orecchio una batteria terrificante di candide zanne.
“Puoi andare.”
“OK… grazie… buongiorno. Vado.”
Uscendo, l’armonioso energumeno mi passa accanto:
“Regalo di Berlusconi per boveri sbenduradi.” Dico io asciutto asciutto, peggio di Jago.
“Eh eh eh… ciao amico… eh eh eh…”

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Arrivano i nostri!

May 12, 2008 Zamax 3 comments

ArancioneTanto abbiamo frignato che finalmente pure noi, figli della Serenissima, abbiamo i nostri eroi al governo. Tre in tutto. Due addirittura sono miei compatrioti, i trevigiani Zaia e Sacconi. L’unico rammarico – ma non si può avere tutto dalla vita – è che arrivino dalla zona di Conegliano, cioè dalla Sinistra Piave, quando invece è notorio che noi della Destra Piave siamo molto più in gamba. Nonostante questo ci incoraggia il fatto che anche da quelle terre parzialmente civilizzate siano usciti grand’uomini come il calciatore Alessandro Del Piero o l’immortale librettista di Mozart, Lorenzo Da Ponte, ebreo convertito, prete spretato, gran puttaniere e valoroso difensore delle patrie lettere quando andò lungamente ramingo in paese straniero.

Luca Zaia, il nuovo ministro per le politiche agricole, è un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni. Zaia è un trevigiano DOC, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia.

Sotto la sua presidenza più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastato la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza.

Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Arrivato poi come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Farà bene, perché è furbo.

Il nuovo Ministro del Lavoro & della Salute & delle Politiche Sociali (!), Maurizio Sacconi, è un capitano di lungo corso della politica italiana. A riprova della sua intelligenza ha passato tre lustri nella parte giusta della sinistra, quando questa era ancora sotto l’influenza nefasta dello spaventoso moralismo bolscevico dalla lingua biforcuta di Mortimer Berlinguer, cominciando come mozzo del bastimento craxiano alla fine degli anni ‘70. Erano i tempi della Milano da bere, ossia della movida ambrosiana, quando Craxi ebbe il merito grandissimo di riportare un pezzo di sinistra sui solchi di una più conciliante umanità. Non toccato dal ciclone di Mani Pulite, rimase però fedele fino all’ultimo al PSI. Profugo, trovò scampo sulla zattera berlusconiana a metà degli anni ‘90.

Sacconi, almeno all’orecchio ostrogoto del sottoscritto, favella in italiano senza particolari inflessioni o accenti, cosa notevole per un veneto e notevolissima per uno della Sinistra Piave, e segno di una vocazione mediatrice. Amico e collaboratore di Marco Biagi, conosce il mondo sindacale come le sue tasche. Pur essendo, ripeto, uno della Sinistra Piave, è uomo esperto e capace, e ha capito subito che il Presidente del Consiglio lo ha messo lì per togliergli molte castagne dal fuoco senza rompere troppo i coglioni, ché Silvio ha ben altre cose cui pensare, vista la spettacolare compagine femminile del nuovo governo.

Renato Brunetta, nuovo ministro della funzione pubblica, è un economista ma è soprattutto veneziano. La cosa non è affatto senza conseguenze. Per il veneto dell’entroterra e quindi soprattutto per i campagnoli della Marca – gente coi piedi per terra – fuori dell’ambiente anfibio della laguna il veneziano diventa un tipo poco affidabile, come un pesce fuor d’acqua: per qualcuno ancora della nostra gente che ha conservato i sani principi del buon tempo antico, l’epiteto “veneziano” significa “imbranato” o “bizzarro”. Il veneziano è cittadino del mondo, anche quando è lazzarone, e sarebbe un tipo disincantato anche se il destino gl’impedisse di superare i confini del sestiere di Castello o Dorsoduro. Questo spiega perché Brunetta sia di cultura politica laico-socialista, cosa che suona come una brutta e strana malattia, pericolosamente vicina al comunismo e al libertinismo, agli orecchi dei sani ragazzi terraioli, che sanno ancora distinguere tra la superbia del peccato e il peccato in sé, verso il quale dimostrano al contrario moltissima indulgenza e nel quale si allenano con cristiana sollecitudine pur di non lasciare disoccupata la misericordia.

Oggi il professore veneziano ha fama di liberista. A Brunetta le filosofie tremontiane fanno venire il latte alle ginocchia, ma il professore è uomo di mondo. Senza mai polemizzare apertamente continua a scrivere imperterrito porcherie pericolosamente mercatiste e, in cuor suo, forte della posizione storica di consigliere economico del presidente, mira a diventare l’eunuco che conta alla corte dell’Imperatore Silvio.

Brunetta è di una simpatia contagiosa ma è anche un tipetto assai ostinato e pignolo. Puntiglioso e vivace come una servetta delle baruffe chiozzotte, nelle disfide dialettiche, coi suoi occhi chiari e sgranati e il sorriso perennemente stampato in faccia, riesce puntualmente a mandare fuori dei gangheri gli avversari, specie quelli che alla Natura sono venuti fuori permalosetti, come il Druido della Valtellina ad esempio.

Brunetta è alto un metro e mezzo, ma come Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, ha un coraggio da leone. Al momento della foto di gruppo della nuova compagine ministeriale come un fulmine si è fiondato bel bello a fianco della Prestigiacomo, l’attraente pertica sicula di chiarissimo sangue normanno. Ammetto: io non ci sarei mai riuscito, neppure dall’alto di tutti i miei notevolissimi 176 centimetri nudi e crudi. Piccolo grande Brunetta!

[pubblicato su Movimento Arancione]

Dalla religione marxista a quella democratica

March 8, 2008 Zamax 33 comments

“Una scatola di preservativi, una lampadina a basso consumo, una copia della Costituzione italiana e la dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: sono i regali che Walter Veltroni ha ricevuto da un gruppo di Giovani democratici di Venezia al suo arrivo a Mestre. I doni erano sistemati dentro una cesta e sono stati definiti «simbolici» dai ragazzi. Per l’ex sindaco di Roma il gruppo ha anche realizzato una maglietta con la frase «Ghe a podemo far», traduzione veneta del «Si può fare» veltroniano.” (Corriere della Sera.it)

Dobbiamo ringraziare l’ingenuità politica dei Piccoli Bigotti Progressisti della Serenissima per averci illuminato sulle regole di condotta previste dal catechismo della Fede Democratica Italica. Doni simbolici al Pontefice Massimo Romano dimostrano che le hanno perfettamente intese:

  1. con una scatola di preservativi risolviamo i problemi etici;
  2. con una lampadina a basso consumo risolviamo i problemi energetici;
  3. la nostra Bibbia è la Costituzione Italiana;
  4. il nostro Credo è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Facendo questo noi facciamo il Bene, è ciò viene computato a nostra Giustificazione, perché:

  1. siamo fornicatori responsabili
  2. siamo consumatori responsabili;
  3. adoriamo il Libro Sacro, che nessuno può toccare;
  4. e quindi entriamo nella comunione della Chiesa Universale dei Diritti dell’Uomo, al di fuori della quale non c’è Salvezza, e si è esclusi dall’Umanità.

Ma io li perdono: perché son giovani, e per la simpatica maglietta.

Razzismo politicamente corretto

January 9, 2008 Zamax 44 comments

I gironi infernali dell’immondezzaio napoletano, solo l’ultima e quasi artistica interpretazione di quel masochismo circense per il quale il genio italico va giustamente famoso pel mondo, hanno lasciato come percolato immateriale un rifiorire maligno di sbrigativi trattati di antropologia meridionale, oltre a qualche chiara, argomentata, energica e politicamente scorretta presa di posizione. Non molti però si sono accorti che la montagna tiepida dei rifiuti partenopei esalava un vapore velenoso che s’alzava verso il cielo sino a diventare un vero e proprio segnale di fumo: un razzismo sottotraccia, inodore, quello sì politicamente corretto. In tutto lo sconclusionato j’accuse che La Repubblica ha fatto scrivere all’esperto di Gomorra Saviano una sola parolina era quella che contava, una parolina d’ordine che il popolo della sinistra, come sempre, ha capito al volo: Nord Est. L’enorme complesso di colpa antidemocratico della sinistra, da sessant’anni, ha bisogno di un nemico, di un colpevole, mentr’essa viaggia sempre con la Grande Giustificazione in tasca, e se la sceglie a seconda dei ruoli del momento: dalla “la legge truffa”, agli “evasori fiscali”, passando per “il golpe”, “le stragi di stato”, “la P2″, “lo stalliere di Arcore”, e compagnia cantante. Ora è il momento del complotto plutogiudaicoserenissimo. Gli intellettuali italici sono un po’ come quelle transgeniche creature dello stato assistenziale chiamate pentiti, quei piagnucolosi collaboratori di giustizia, sfortunatamente sfuggiti alla forca, usi ad annusare l’aria che tira prima di annunziare il Verbo. E’ quindi inutile cercare di far capire a Saviano che, quand’anche la razza rapace dei padroncini veneti tutti chiesa e mignotte fosse riuscita nell’impresa epocale di ficcare nelle viscere della campagna campana un Everest di rifiuti tossici, certo non poteva aver eretta la catena Himalayana di rifiuti ordinari che fa da corona al Golfo, oramai in procinto di trasformarsi essa stessa in una straordinaria attrazione turistica per guaste partite di uomini, stanche del solito turismo sessuale.

Ma Saviano e La Repubblica, tirando fuori dal cilindro il coniglio nordestino, sapevano perfettamente di titillare il razzismo dei salotti buoni, che ogni tanto viene fuori anche dalle pagine insospettabili dei grandi giornali della cosiddetta borghesia. Ne fa fede, ad esempio, un rozzo articolo di Tito Boeri apparso sulla Stampa qualche giorno fa.
Bisogna sapere che in provincia di Treviso gli immigrati hanno superato da tempo la soglia del 10% della popolazione, con ovvie conseguenze sul sistema scolastico: in certe realtà, per ora marginali,  i problemi derivanti da questa crescita hanno spinto gli amministratori comunali a muoversi, nei modi - di scarso sex appeal veltroniano - così riassunti in un articolo non certo simpatetico apparso nel sito internet de La Repubblica (ripreso, credo, dalla Tribuna di Treviso, quotidiano del gruppo L’Espresso):

TREVISO – Dopo l’altolà all’iscrizione degli stranieri all’anagrafe, lanciato dal sindaco Bitonci di Cittadella, arriva il «tetto» al numero degli studenti immigrati, che non dovrà superare il 30% del totale: è la richiesta avanzata dal Comune di Chiarano (Treviso) al ministro dell´Istruzione Giuseppe Fioroni. Il Consiglio comunale, dominato dal Carroccio, ha approvato infatti una mozione in questo senso, tra le proteste dell´opposizione di centrosinistra, che ha abbandonato l´aula al momento del voto. «La questione è semplice – afferma il sindaco Giampaolo Vallardi – in alcune classi elementari del paese gli extracomunitari superano ormai il 50 per cento. Tanti, troppi, perché, se si supera un livello massimo di integrazione, alla fine saranno loro che “integrano” noi. Il razzismo non c’entra per niente, non vogliamo che i nostri ragazzi subiscano un danno, ecco tutto».
Il sindaco leghista traccia uno scenario a tinte fosche del piccolo centro, che conta 3.500 abitanti e vanta la primogenitura delle ronde padane in Veneto: «In una classe della frazione di Fossalta Maggiore i ragazzi extracomunitari sono 7 su 14 e alcuni di loro non conoscono una parola di italiano. Come si fa, in queste condizioni, a svolgere un programma didattico che dovrebbe partire dalle radici, dalla cultura e dall’identità veneta, se la metà degli alunni non sa neanche di cosa si parla?». A sentire Vallardi, l’affluenza multietnica alla scuola dell’obbligo sta provocando seri problemi: «I genitori sono preoccupati, i docenti lamentano gravi difficoltà. Occorre un limite, anche a tutela dei ragazzi stranieri: “paracadutarli” in una classe, spesso nell’impossibilità di comunicare con i compagni e con gli insegnanti, equivale a condannarli all’emarginazione. Quando poi sono in percentuale massiccia, come avviene a Chiarano, impediscono ai professori di portare avanti il programma, penalizzando così i nostri figli».
Alla richiesta di Vallardi si è associato immediatamente il collega “padano” Firmino Vettori, sindaco del vicino Gorgo al Monticano. E il vicepresidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia, ha offerto una sponda istituzionale alla sortita trevigiana: «Propongo che l’ammissione in classe degli alunni stranieri sia vincolata al superamento di una prova d’esame. Chi non dimostrasse sufficiente padronanza della lingua italiana, dovrà seguire corsi di recupero e solo allora potrà essere inserito nelle classi frequentate da bambini italiani».
Ma sui temi dell´immigrazione e dei diritti civili, Zaia è stato spesso in disaccordo con il governatore azzurro Giancarlo Galan (schierato su posizioni più liberali). Ma questa [volta? N.d.Z.] il vicepresidente non ci sta a passare per gendarme della razza Piave: «Questa è una battaglia di civiltà nei confronti di tutti i bambini. È un’ipocrisia fingere che l’integrazione coincida con la semplice coesistenza in classe: per non sentirsi estranei tra estranei, e per apprendere le nozioni, i piccoli immigrati devono conoscere la loro lingua d´adozione. Viceversa, resteranno ai margini e ritarderanno la crescita dei loro compagni italiani».

Filippo Tosatto, la Repubblica.it

Che in lingua Boeriana si traduce così:

In Veneto diverse amministrazioni comunali guidate dal Carroccio intendono introdurre quote al numero dei figli di immigrati iscritti alle scuole elementari. Dato che, in questi centri, quasi solo gli immigrati fanno figli, le quote significano impedire ai figli degli immigrati di andare a scuola. È una «battaglia di civiltà», secondo il vicepresidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Peccato che gli «incivili» facciano ricco il nostro Paese: il 50 per cento della nuova occupazione creata nell’ultimo anno sono lavori di immigrati, che hanno contribuito ad almeno un quarto della nostra crescita economica negli ultimi dodici mesi. Li tratteremo come i dittatori di Pechino trattano la manodopera che arriva dalle campagne cinesi. Vogliono proprio mandare i loro figli a scuola? Bene, che se la paghino! Non importa se questo ci condanna ad avere cittadini senza neanche la licenza elementare. Non importa se questo significa ritardare, se non impedire del tutto, l’integrazione.

A parte la menzogna globale della versione di Boeri (è ovvio che i figli d’immigrati sopra la “quota” sarebbero redistribuiti nelle classi di qualche altra frazione: il successivo corollario frivolo e saputo  di osservazioni bigotto-democratiche non merita neanche lo sforzo di una confutazione) vorrei fargli notare alcune cose. 1) Perché dice in questi centri quasi solo gli immigrati fanno figli?” Non lo sa, Boeri, che per quanto basso il tasso di natalità fra gli indigeni in Veneto, non per nobili motivi, s’intende, ma per psicosottosviluppo cattolico, è sempre stato generalmente superiore al resto delle regioni centrosettentrionali? Quello stesso tasso di natalità in fondo alla classifica proprio in quelle regioni da lui lodate, “significativamente non quelle oggi all’avanguardia nel combattere l’integrazione degli immigrati.”? 2) Non lo sa, Boeri, che proprio queste ultime, al contrario, hanno ottenuto il miglior punteggio nell’indice di integrazione degli immigrati secondo gli ultimi Dossier sull’immigrazione della Caritas? 3) Che nel penultimo di questi Dossier la provincia di Treviso otteneva un’onorevolissima posizione attestandosi con bello slancio nella parte alta della classifica di quel centinaio di entità territoriali, addirittura nelle prime venti, anzi, nelle prime dieci, anzi, nelle prime cinque, anzi – è incredibile! – sul podio, anzi, non vorrei bestemmiare, ma era proprio – Signore e Signori – al primo?!

Quisquilie. Boeri aveva solo fretta di arrivare in fondo per formulare la sua accusa:

Perché allora i sindaci che dicono di voler combattere la piaga dell’immigrazione illegale non rivolgono le loro attenzioni agli ispettorati del lavoro, spingendoli a intensificare i controlli sui posti di lavoro nel loro Comune, perché non chiedono ai loro concittadini di aiutarli nel segnalare il lavoro irregolare degli immigrati? Un sospetto ce l’abbiamo: forse tra i loro grandi elettori ci sono anche coloro che assumono illegalmente manodopera immigrata e vogliono pochi controlli sui posti di lavoro per non pagare i contributi sociali e tenere basso il costo del lavoro. C’è solo un modo per convincerci del contrario: ci dimostrino coi fatti che non è vero.

Ecco allora dove i giacobini-liberali alla Boeri e i giacobini-rivoluzionari alla Saviano si danno la mano: calunnia, calunnia, qualcosa resta! E siano coloro mostrati a dito a dimostrare la loro innocenza. Dimostrino che l’economia veneta non sta in piedi per l’importazione di schiavi, dimostrino che non si fonda sull’avvelenamento delle campagne meridionali. Ci sarebbe da sorridere di questi deliri, se non fosse che nutrono l’ormai storica insofferenza di una certa Italia superlaica e de sinistra - in una parola, bigotta – per l’inesplicabile progresso della contrada dei villici. Caro Boeri, quando ci si fa trascinare dalle passioni anche un valente economista assomiglia parecchio a quei fededegni e stimati astrochiromanti con studio a Londra, Parigi, New York e Casalpusterlengo: ci dimostri a noi che non è così.