Il laico Dio 2: il vecchio e il nuovo

Nell’Antico Testamento la circoncisione, il divieto di nutrirsi di cibi impuri, i sacrifici di animali sono fra i segni dell’Alleanza con Dio. Sono segni d’imperfezione e di rinuncia che saranno aboliti con la venuta di Cristo, fenomeni comuni anche fuori dell’Ebraismo e che rispondono ad un oscuro senso di colpa, generato dalla consapevolezza di quel sentimento di sofferenza e angoscia, quella coscienza di essere fuori-posto, che accompagna l’uomo dalla nascita: per così dire la sua innaturale condizione naturale, la radiazione di fondo del suo universo psichico. Perché anche nella gioia più vera e serena l’uomo sente di vivere un momento interlocutorio, sente che qualcosa gli manca: la compiutezza di tale felicità. Per il Cristianesimo l’insoddisfazione bene intesa è segno di santità; non è un segno d’egoismo; e l’immortalità è la giusta ambizione dell’uomo; cosicché ogni vera felicità è in effetti una promessa di felicità, una conferma alle nostre speranze. Da questa condizione, da questo sentimento di sofferenza che è alla base di tutte le nostre conoscenze, nostro educatore, ci sono due modi di sfuggire: verso l’alto o verso il basso. Verso l’alto si accetta questa sofferenza esistenziale, questa nota grave e continua distinta dalle altre normali sofferenze, piccole e grandi, della vita, in vista di un fine più alto.  Verso il basso la si sfugge, come liberandosi di un peso, rinunciando alla speranza.  Questa rinuncia, una droga potente che amplifica false qualità di pazienza e concentrazione, è la bestemmia contro lo Spirito Santo del Vangelo. Perché come la Fede sta al Padre, e la Carità sta al Figlio, così la Speranza sta allo Spirito Santo.

Perciò io vi dico: qualunque e peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. Chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.” (Matteo 12,31)

Chi rinuncia alla speranza nasconde sotto terra il proprio talento (Matteo 25, 14-30), o ripone la mina nel fazzoletto (Luca 19,11-26): se il peccato in genere è frutto della fragilità dell’uomo, e il parlar male di Dio o di Gesù può essere frutto di errore in buona fede – anche vita natural durante – , con la rinuncia alla ricerca del bene e alla speranza è l’uomo che attivamente si allontana da Dio.

Se uno vede il suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi e Dio gli darà la vita come a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte. Ma vi sono peccati che conducono alla morte; per questi dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato; ma vi è peccato che non conduce alla morte. (Giovanni, Prima Lettera)

Ora bisogna dire che la Legge Mosaica, intesa come quell’insieme di ordini e prescrizioni dati da Dio nel suo intervento straordinario in effetti si divide in due Leggi. Una Legge di Vita, i Dieci Comandamenti, che sarà chiarita e completata da Gesù.  Che spiegherà, condensandola:

“Amerai il Signore Dio Tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Matteo, 22, 37-40)

“Il primo è: ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il signore Dio Tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi” (Marco, 12, 29-31)

Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella legge? Che cosa vi leggi?” Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. (Luca 10,26-28,)

Detto che Gesù in queste espressioni usa delle citazioni dell’Antico Testamento (Deuteronomio 6,5; Levitico 19,18,) bisogna notare che più volte  il testo biblico indica Dio stesso come autore materiale del Decalogo sulle due tavole di pietra:

Queste parole disse il Signore a tutta la vostra assemblea sul monte, in mezzo al fuoco, alle nubi e ai nembi: voce grande! Non aggiunse altro; le scrisse su due tavole di pietra e le diede a me. (Deuteronomio, 5, 22)

Vi ha rivelato la sua Alleanza, ordinandovi di praticarla: le dieci parole, e le ha scritte su due tavole di pietra. (Deuteronomio, 4, 13)

In quel tempo il Signore mi disse: “Taglia due tavole di pietra e sali da me sul monte; costruisci anche un’arca di legno. Scriverò sulle tavole le parole che si trovavano sulle prime tavole che tu hai spezzato e tu le metterai nell’arca.” […] Il Signore scrisse sulle tavole com’era scritto prima, le dieci parole che vi aveva detto sul monte, in mezzo al fuoco, nel giorno dell’assemblea, e me le consegnò. (Deuteronomio, 10, 1-4)

“… il Signore mi aveva dato le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali erano tutte le parole che il signore vi aveva detto sul monte, in mezzo al fuoco, nel giorno dell’assemblea.” (Deuteronomio, 9, 10)

 Di questa Legge Gesù dirà ancora:

“Non crediate che io sia venuto ad abrogare la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non uno jota, non un apice cadrà dalla Legge, prima che tutto accada. Chi dunque scioglierà uno di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli; chi invece li metterà in pratica e insegnerà a fare lo stesso sarà considerato grande nel regno dei cieli. Vi dico infatti che, se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo, 5, 17-20)

Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene Maestro, e secondo verità che egli è l’unico e non v’è altri all’infuori di lui.; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente  e con tutta la forza e amare il prossimo come te stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Marco, 12, 33-33)

La seconda legge degli scribi e dei farisei è quella che regola dettagliamente la vita del popolo terreno d’Israele: non, ovviamente, una legge sbagliata, ma una Legge insufficiente, non una Legge di Vita, che Dio elenca a Mosè dopo l’enunciazione del Decalogo.

Queste sono leggi che esporrai davanti a loro. (Esodo, 21, 1)

In quel tempo mi ha ordinato di insegnarvi prescrizioni e decreti perché li pratichiate nella terra dove state per passare a prenderne possesso. (Deuteronomio, 4, 14)

E nell’episodio evangelico già citato è significativo che Gesù attribuisca a Mosè una legge che è pur uscita dalla bocca di Dio:

Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore, Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”

E questa non fu scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra ma solo dettata a Mosè.

 Mosè scrisse questa legge e l’affidò ai sacerdoti, figli di Levi, che portavano l’arca dell’Allenza del Signore, e a tutti gli anziani d’Israele. (Deuteronomio, 31, 9)

Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro tutte le parole di questa legge, ordinò ai leviti … (Deuteronomio, 31, 24)

Questa legge già positiva, che con l’affermarsi della civiltà greco-romana, poteva apparire barbara e spietata, aveva però dei punti fermi che mancavano altrove: la condanna in ogni caso dell’incesto, il divieto in ogni caso di sacrifici umani, il divieto in ogni caso della poligamia, la condanna in ogni caso dell’idolatria, il divieto esplicito della prostituzione sacra.

Con la venuta di Cristo, nella maturità dei tempi, i tempi della filosofia greca e dell’universalismo statuale romano, siamo liberati dalla schiavitù del peccato e dalla Legge Mosaica. Non siamo più figli adottivi, ma figli veri in quanto santificati dalla fratellanza col Figlio di Dio: non ci è più richiesta la circoncisione,  né la rinuncia a qualche cibo particolare, segni di vergogna che accompagnavano come un’ombra il piacere; e i sacrifici ripetuti periodicamente di animali sono stati aboliti dal sacrificio fatto una volta per tutte dell’Agnello di Dio. E la Promessa fatta ad un popolo si è estesa ad ogni popolo. E al vecchio popolo d’Israele che aspettava il Messia si è sostituito un nuovo popolo d’Israele che aspetta la fine del mondo, nel quale ogni singolo uomo è partecipe di un’Adunanza Universale, Katholike Ecclesia. Mentre la seconda parte della Legge, quella mortale e positiva,  è lasciata alla raggiunta maturità degli uomini.

Con la venuta di Gesù ogni idolo è distrutto.  Nessuna cosa terrena si potrà più sposare all’assoluto. Deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, nazione l’uomo è spiritualmente libero e posto di fronte al suo destino ultraterreno con la forza della testimonianza di Cristo. E questo mondo è posto per sempre sotto il regime di una legge transitoria. Tutto ciò ovviamente è in perfetta armonia con le Leggi di Natura, scritte nel cuore dell’Uomo, indagate da sempre in ogni angolo della terra, ma solo la forza dell’avallo esplicito del Dio cristiano poteva porle per sempre alla base della nostra civiltà. Questa è la dinamica nascosta della civilità occidentale, in perpetua evoluzione e aggiornamento nonostanze le ricadute millenaristiche. Frutti maturi di questo processo,  anche il Rinascimento e l’Illuminismo ad esempio hanno una loro carica millenaristica, che con l’emancipazione dell’uomo da Dio  in realtà tenta di uscire da questo regime transitorio e fondare il Regno di Dio su questa terra, cosicché l’esplosione libertaria si risolve collassando nel dispostismo e nel totalitarismo; ma la civiltà cristiana tuttavia alla lunga progredisce, poggiando sui suoi dogmi teleologici, ed esprimendo tutto il suo relativismo nelle cose di questo mondo. O come altri hanno già detto con altre parole:

Il progresso e il cambiamento – purché siano vissuti come necessità e non come volontà positive da idolatrare – sono perciò alle fondamenta dell’odierna società occidentale, anche nelle sue epifanie atee e postumane – giacché il pesce può ribellarsi al corso del fiume, ma rimane sempre nelle sue acque.
Ecco perché il costume occidentale è sorretto dalla morale cristiana anche quando esibisce lascivia e decadenza: noi uomini non pretendiamo di sbirciare furtivamente il disegno della Provvidenza e di imporlo agli altri, il Dio degli ebrei e dei cristiani rispetta la nostra libertà e non agisce direttamente nella Storia.

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Cinque domande e cinque risposte

Rispondo con un post vero e proprio alle 5 domande postemi da Fabio Sacco in un commento a Dura Veritas. Queste:

Con tutto il rispetto, ma ci sono molte argomentazioni assurde. Provo a segnalartene alcune:

1. “la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità”; hai mai pensato che forse manca proprio la carità? Vendi il fasto di tutte le chiese del mondo e debellerai la fama e la povertà nel mondo. E non parlarmi di povertà spirituale, che poi mi incavolo!

2. “La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce”; infatti le scomuniche le manda mio nonno;

3. “La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l’opinione pubblica”; ha pensato bene infatti di bruciare al rogo Giordano Bruno, Giovanna d’Arco, etc (il che vuol dire migliaia di persone – senza considerare crociate e persecuzioni);

4. “Dio, con la forza del suo sigillo, ha sottratto per sempre agli uomini il giudizio definitivo”; ti sbagli: il Papa è infallibile (dogma della Chiesa);

5. “tolleranza”; ma parliamo della Chiesa cattolica?

Con tutto il rispetto, anche tu non scherzi:

1) Se non ti incavoli la povertà spirituale significa non essere schiavo delle ricchezze, cioè essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nell’essenza, non respingerle ma essere in grado di rimanere pienamente se stessi quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo tra gli stoici e gli epicurei (parlo di Epicuro). Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose: questa è un’eresia che possiamo chiamare per comodità pauperismo ma ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori la storia del fasto delle chiese.Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. La carità verso il prossimo significa voler il bene del prossimo … nel senso cristiano del termine. Ci sono parole che sembrano disumane nel Vangelo a questo proposito:

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. (Matteo, 10, 37)

E come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto?  Più dei nostri genitori e figli? Ma Lui è la Verità, la Via e la Vita. E allora noi dobbiamo amare la Verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la Verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Sappia dunque chi sente di amare davvero, che egli ama, in senso evangelico, la Verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. Come ho scritto da qualche altra parte, fuori della Verità, l’amore comunemente inteso, quando non è semplice calcolo o un ossequio facile a liturgie mondane, è solo un sentimento di possesso o di orgoglio riflesso che si trasforma facilmente in violenza omicida quando viene deluso.

2) Detto terra terra: la scomunica non significa ipso facto la condanna all’inferno e alla Geenna dove saranno pianti e stridor di denti. La scomunica esclude dalla comunione dei fedeli e priva di tutti i diritti e i benefici derivanti dall’appartenenza alla Chiesa, come l’amministrare e ricevere i sacramenti. Se fosse vero, solo agli uomini di confessione cristiana, del passato e del presente, sarebbe concessa la salvezza e questo è ridicolo, perché verrebbero condannati solo per il fatto di non aver conosciuto Dio e Gesù. Ricorda il detto di Gesù (cito a memoria, ma non è importante perché il Vangelo si legge col cuore): “coloro che avranno parlato male del Figlio dell’Uomo saranno perdonati, ma coloro che avranno bestemmiato lo Spirito Santo non saranno perdonati”; ciò vuol dire che Dio giudicherà i cuori. Nessuno può entrare nella coscienza di una persona tranne Dio e sarà lui a giudicare.

3) Giovanna d’Arco è una Santa della Chiesa Cattolica ed è stata condannata al rogo da dei  venduti ad una potenza terrena. Giordano Bruno era così follemente eretico che mi risulta sia stato scomunicato sia dai Calvinisti sia dai Luterani. Se fosse vissuto ai nostri tempi sarebbe stato un bizzarrissimo rompiballe e non quel sopravvalutato martire della libertà, la cui tragica fine non giustifica la nomea di genio. Bisogna tenere in conto due cose: primo, la sottigliezza importante, anche se un po’ macabra, che nel mondo cattolico era sempre il braccio secolare a condannare almeno formalmente l’eretico; secondo, a quei tempi erano cose comuni in tutta Europa, si pensi agli orrori della teocrazia calvinista Ginevrina e alle cacce alle streghe cui i Riformatori protestanti non si sottraevano minimamente. I morti delle Crociate e delle guerre di religione intercristiane sono soprattutto da imputare allo zelo opportunistico dei Principi: su questa realtà che noi possiamo facilmente immaginare, basta leggersi le pagine disincantate di quello spirito veramente libero, nonché cristiano (a dispetto di quanto tacciono i ridicoli manuali di filosofia) che fu Montaigne, che visse nel periodo delle guerre di religione in Francia nel XVI secolo.

4) Il Papa è infallibile in quanto custode del dogma. E questo è né più né meno che un miracolo … come la Provvidenza di tutti giorni peraltro. Non significa che egli sia l’uomo più straordinario della terra (anche nel Vangelo noi capiamo bene che per esempio S. Giovanni è più grande di S. Pietro) ma a lui Cristo ha donato un carisma particolare, quello di troncare ogni questione sulle diatribe concernenti gli aspetti essenziali della fede. Quindi un campo ristrettissimo. Naturalmente rimane fallibile in tutto il resto (cioè il novantonove per cento e rotti dello scibile) e non si addentra a giudicare gli atti particolari degli uomini. Come scritto sopra, il giudizio definitivo spetta a Dio.

5) Sulla questione della Tolleranza, oltre a quello che ho già scritto in Dura Veritas e nel Laico Dio 1 ti invito a leggere i miei futuri post. Sempre che prima il sottoscritto non tiri le cuoia, perché non si sa mai, anche se Dio fino ad ora non mi ha sussurrato niente di speciale all’orecchio.

Dura Veritas

Grande articolo oggi sul Giornale di Gianni Baget Bozzo.

MA LA CARITÀ NON SI SACRIFICA ALLA VERITÀ

È costume del laicismo italiano dire alla Chiesa Cattolica quello che deve fare per essere cristiana. Forse ciò nasce dal riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa, forse invece è solamente un modo di combatterla. E la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità (1). Il maestro di questo pensiero è certamente Eugenio Scalfari, che invita i cattolici ad amare il diverso in quanto diverso. E ciò vuol dire una sola cosa: accettare la verità del diverso come propria verità. «Farsi tutto con tutti» dice San Paolo ed i laicisti italiani lo intendono così: per essere cristiani occorre accettare la verità dell’avversario e svuotarsi, ridursi, rimpicciolirsi.
Ciò è stata a lungo un’idea diffusa tra i cattolici progressisti e lo è tuttora. Il priore di Bose che va per la maggiore, Enzo Bianchi, ha scritto un libro intitolato La differenza cristiana in cui egli esprime la stessa linea di Scalfari: essere cristiani significa alienarsi nella verità dell’altro, conformarsi.
Fortunatamente abbiamo un Papa che ha attraversato il Novecento con mente aperta e cuore libero e sa che il Dio che si definisce come carità è anche il vero Dio. Il Cattolicesimo è a suo modo la coincidenza dei contrari, come insegna Nicola Cusano, e non può pagare la carità al prezzo della verità. Lo prova l’esperienza più significativa del Cristianesimo: il martirio. Il martirio è esattamente il rifiuto di conformarsi all’altro al prezzo della propria vita. Conformarsi all’altro vuol dire rinunciare al Cristo e conformarsi ai poteri di questo mondo. La Chiesa Cattolica è stata la più perseguitata di tutte le chiese perché è rimasta legata alla sua verità: Gesù Cristo.
In genere queste critiche alla Chiesa vengono da sinistra e non credo che Giordano Bruno Guerri appartenga alla sinistra. Ovviamente c’è anche un laicismo di destra e sappiamo quanto consistente. Se c’è una cosa che dovrebbe essere considerata di competenza ecclesiastica è l’amministrazione dei sacramenti. La Chiesa non dà i sacramenti senza condizione e quindi in riferimento alla verità di chi riceve il sacramento, della sua conversione. La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce (2). Il suffragio cristiano va all’anima di Piergiorgio Welby perché è battezzato ed ha diritto all’intercessione ecclesiale.
Il primo sentimento che il vescovo Fisichella ha espresso alla notizia della morte di Welby mediante l’interruzione dello strumento che lo manteneva vivo è stato di rispetto e di preghiera. Ma Welby ha legato la sua morte all’affermazione del principio del diritto a disporre della propria morte: e questo è un principio che la Chiesa non ritiene vero.
Il funerale pubblico significava un riconoscimento di un atto politico voluto esattamente per combattere la posizione della Chiesa. E siccome la Chiesa è legata dalla verità che professa non può concedere questo fatto. È il medesimo principio per cui i primi cristiani rifiutavano di dare onore divino agli imperatori romani. La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l’opinione pubblica (3).
Il laicismo è dominante in Italia ed in Europa e vuole che la Chiesa diventi irrilevante applicando come assoluto il principio di compassione. Così la compassione diventa resa, presenta il Dio morto di compassione di cui ha parlato Zarathustra; o il «Gesù idiota» che rifiuta di riconoscere il male come Nietzsche che ha descritto l’anticristo.
È strano trovare che uno scrittore che aveva capito tutto annunciando la morte di Dio, tutto ciò che sarebbe stato il Novecento, ci venga ora riservito dagli atei colti come se non sapessimo il latino. La loro indignazione è violenta, ed essi ci comunicano «il sentimento di vergogna e di ripugnanza». La violenza della parola indica un’avversità profonda, quella che il Cristianesimo sempre suscita, e soprattutto il Cattolicesimo, in coloro che ne sentono il fascino e lo esprimono respingendolo con decisione.
Un amore alla vita che termina scegliendo la morte suscita rispetto ma non accettazione. È sempre il problema della carità della verità, una carità che il laicismo non gradisce ma che il Cattolicesimo non può non offrire perché Gesù Cristo ha detto di sé: «Io sono la Verità».

Gianni Baget Bozzo, IL GIORNALE, 24.12.2006

(1) Anche se Baget Bozzo non lo dice in realtà non c’è nessuna Carità fuori della Verità, perché sarebbe come dividere il Figlio dal Padre, Cristo da Dio.

(2) Questo è il fondamento roccioso del diritto positivo – diritto intermedio – della civiltà “cristiana-occidentale”. Come ho scritto nel mio post Il laico Dio, Dio, con la forza del suo sigillo,  ha sottratto per sempre agli uomini il giudizio definitivo, condannando il giudizio degli uomini all’interlocutorietà e rendendolo quindi permeabile alla tolleranza, com’è nel disegno di Dio che vuole uomini liberi. Fuori da questa prospettiva, la tolleranza è fondata sulla sabbia e l’orgia (bello il termine, eh?) libertaria si trasforma facilmente in dispotismo.

(3) La Chiesa ha il pieno diritto di sfidare l’opinione pubblica e questo suo pubblico intervento vivifica la società. Chi vuole cacciare nel privato religione e morale, con ciò rinnegando uno dei tratti fondanti e ineludibili della liberaldemocrazia, la pubblicità, in realtà consegna al diritto positivo l’esclusiva della morale, e fonda uno stato etico per rinuncia al pubblico dibattito sulle questioni etiche, portando passo dopo passo la società ad una sorta di atrofizzazione morale foriera di esiti disastrosi. E invece proprio nella liberaldemocrazia il dibattito sulle questioni etiche dev’essere aperto e vasto in modo direttamente proporzionale a quel processo di allontanamento del diritto positivo dalla rigidità etica chiamato tolleranza. Come ho scritto nel mio post già citato:

L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato.

Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici.

Links: segnalo, sull’altra sponda, queste ragionevoli considerazioni di JCF. Comprendo, anche se non posso condividere, queste note di Phastidio.

La figlia della sinistra

Non c’interessa per nulla sapere perché, nonostante i tre ergastoli, alla non pentita Barbara Balzerani sia stata concessa la libertà condizionata. Non desideriamo saperla in carcere, perché è una perversione morale provare soddisfazione per le afflizioni altrui, chiunque egli sia e qualunque ne sia la causa. E personalmente ci sentiamo persino sollevati che in questo caso non si possa tirare in ballo quel sacro sentimento del pentimento di cui da vent’anni ormai si fa avvilente mercimonio nelle più luride viuzze della giustizia e dei media che onorano il belpaese dei carnascialeschi applausi funerari: un vero pentito è talmente schiacciato dal senso di colpa e talmente illuminato da un’ansia di riscatto morale da chiedere solamente di essere libero di scontare la sua pena.

Né c’interessa sapere se si tratti di uno dei quei  casi in cui il sempre più intollerante fine rieducativo abbia ormai sic e simpliciter del tutto scacciato l’intento punitivo dal concetto di pena, frutto questo di quel nichilismo caramelloso al quale i bei sentimenti di clemenza e di umanità non bastano più, e di quella forma mentis atta a esorcizzare il senso di colpa e di male, tipica di gente che ammazza tanto facilmente quanto facilmente perdona, quando invece perdonare cristianamente significa tenere la porta aperta (ed è un dovere) ad un reale pentimento, ma non vuol dire né dimenticare, né giustificare, né chiedere alla giustizia degli uomini di rinunciare a fare il proprio corso.

L’unica cosa che c’interessa è rimarcare che questa liberazione, nella sua muta e inspiegata meccanica, non è altro che l’estinzione di un debito verso le vite di quei giovani che la sinistra in genere ed il PCI in particolare gettò negli anni ’70 sul tavolo della lotta politica, in un doppio gioco cinico che consisteva nel fomentare con tutta la violenza possibile della sua macchina propagandistica, quella propria del partito, quella della redazioni dei giornali e quella degli intellettuali, utili idioti e non, la criminalizzazione dell’allora classe politica, con la retorica del golpe e quella, oggi come allora, veteroresistenziale; e di ergersi poi cinicamente nel momento supremo, con il paese allo stremo, a garante della legalità. Di questa terroristica intimidazione, di questo profondo impulso veramente golpista, fu interprete e profeta inconsapevole Aldo Moro, quando disse “La DC non si farà processare!”, certo mai immaginando che la sua vita sarebbe terminata davvero, ma non per caso,  in uno di quei orridi Tribunali del Popolo che a certi campioni del giustizialismo di oggi dispiacevano in fondo solo in quanto illegali. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI, materialmente nelle sue sezioni: dai quadri del partito, gli stessi che per anni con disgustosa impudenza sposarono insieme a  tanti altri la tesi delle presunte Brigate Rosse e che aiutarono qualche loro figlioccio a trovarsi un rifugio all’estero, e che senza dubbio non potevano non sapere, venne solo un silenzio omertoso.

Abbiamo sempre immaginato che un giorno o l’altro, in un soprassalto di dignità, uno di questi ex terroristi, interpellato da qualche mancino padreterno della repubblica sul perché dei loro atti passati, gli rispondesse a bruciapelo, col dito puntato e tra il silenzio esterefatto degli astanti: “Perché? Perché? Perché siete stati voi a chiedercelo. Voi!”

Il laico Dio 1: premessa

Il nostro concetto di religione è mutuato dal carattere rivoluzionario del Cristianesimo, quello di religione rivelata frutto dell’intervento diretto di Dio. In verità esiste una sola religione rivelata: per il cristiano, l’Ebraismo è il prologo, il Cristianesimo il completamento, l’Islamismo la deviazione. Se non ci fosse stato Cristo, non solo non avremmo avuto il monoteismo distorto,  spietato, disumano – Fede senza Carità, il Padre senza il Figlio –  di Maometto, ma forse Stoicismo e Epicureismo, come Buddismo e Confucianesimo, sarebbero in qualche misura ancora al giorno d’oggi delle filosofie-religioni. Degnissime, umane e utili indagini non necessariamente in contrasto con la verità, ma indagini, mentre il Cristianesimo è una risposta, la buona novella. Per il Cristianesimo la radice della Libertà (in senso assoluto) si incontra nel nostro essere figli di Dio (prima anche dei nostri genitori naturali), cioè di qualcosa più grande di qualsiasi altra cosa nella terra. Da questo deriva, nei riguardi del mondo, il sentimento della propria individualità e libertà; nei riguardi di Dio, il sentimento dell’ubbidienza. Come già disse Seneca: libertà è ubbidire a Dio.

La laicità è la forma cristiana della società. Avendo il Dio cristiano avocato esplicitamente e irrevocabilmente a sé il giudizio finale, egli ha con ciò ingiunto agli uomini una tregua nella quale nessuno gli si potrà sostituire. Né una nazione, né un popolo, né una razza, né un uomo. Né nelle vesti della Religione, né in quelle della Ragione. Questo è il significato evangelico del “Non giudicare!” Dio è stato il primo relativista e il suo relativismo è stato fecondo: egli ha distinto il diritto degli uomini da quello di Dio, quello imperfetto da quello perfetto,  quello temporaneo da quello eterno, la legge positiva da quella morale, la terra dal Regno di Dio.  Tuttavia il primo non può sottrarsi al cono d’ombra del secondo, perché rimarrebbe privo di radici e diventerebbe un diritto di morte. Il relativismo degli uomini conduce fuori da questo cono d’ombra vivificatore. Tanto il relativismo di Dio è sapienza, tanto quello degli uomini è follia. Ne deriva che il diritto positivo è frutto della misericordia e della sapienza di Dio che, conoscendo la nostra imperfezione, stabilisce un grado inferiore di giustizia. Perciò la legge di Dio, giustamente, non cambia mai. La legge degli uomini, giustamente, e in accordo col disegno di un Dio misericordioso cambia in continuazione: nel senso della tolleranza, non del riconoscimento legale dell’immoralità o non-moralità.

Il Decalogo, il tanto incompreso Decalogo,  non doveva cambiare. La legge Mosaica, sulla quale incancrenirono i Farisei, doveva cambiare. Fin dall’Antico Testamento, al contrario di quanto comunemente si pensa, furono gettati i semi della distinzione tra legge positiva e legge morale. Nel testo biblico alla distinzione tra Gerusalemme terrena (la terra promessa di Canaan)  e Gerusalemme celeste corrispondono una legge positiva, la legge propriamente Mosaica e una legge morale, i Dieci Comandamenti. Queste due ultime sono spesso in contraddizione tra loro come  l’insegnamento di Gesù più volte  mette in evidenza.  Ad esempio (Matteo 19) a chi gli chiede: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?” Gesù risponde: “Per la durezza del vostro cuore  Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli…” Che è come dire: la legge teneva conto della vostra natura imperfetta, ve lo permetteva, ma voi avete fatto male a farlo. Questa logica binaria veterotestamentaria,  è simbolicamente dimostrata dal fatto che Dio non permise a Mosè, dopo aver guidato per tanti anni il suo popolo,  di mettere piede nella terra promessa di Canaan, quella terra – ricordiamolo – sulla quale pesava la maledizione di Noè:

Sia maledetto Canaan! Sia schiavo infimo dei fratelli suoi. […] Benedetto sia il Signore, Dio di Sem! Ma sia Canaan suo schiavo! Dio dilati Iafet e dimori nelle tende di Sem! Ma sia Canaan suo schiavo!

Se Mosè avesse messo il piede in Canaan ciò avrebbe significato l’adempimento della Promessa. Mosè è figura di Cristo: come a Mosè non fu permesso di entrare in Canaan e morì aprendoci la porta ad una speranza più grande, ad un’altra più grande Promessa, similmente Gesù non volle essere Re d’Israele su questa terra ma morì per attendere al suo posto di Re d’Israele – il popolo salvato – nella casa celeste. Maometto cedette alla logica del potere e volle farsi Re: la parola di Dio, espressione di un confuso monoteismo d’importazione, divenne la parola di Maometto, e la parola di Maometto divenne la Legge, con ciò condannando la religione islamica alla schiavitù del tempo e quindi, a tempo debito  ma certissimamente, alla morte,  e per contro la società islamica ad una religiosa mummificazione.

Con questa distinzione già veterotestamentaria  l’uomo acquista interiorità. Sarà chiarita e completata da Gesù. Sarà alla base della civiltà occidentale. Troverà terreno fertile nel  mondo greco-romano, dove il processo di emancipazione individuale era più progredito, parallelo a quello di gerarchizzazione degli Dei, evidente già nell’Odissea, e infine quasi monoteismo (Seneca parla, si può dire, solo di “Dio”), ma dove essa non poteva essere presente in quanto solo il carattere rivoluzionario di religione rivelata, frutto dell’intervento diretto di Dio, e quindi non filosofia, la rende concepibile. Nella visione cristiana, il Logos da solo non sbagliava, ma aveva i suoi limiti, e in un certo senso attendeva una risposta alle sue indagini e speranze.  Il Cristianesimo non è stato modificato nella sua essenza dal contatto col mondo greco-romano. Una religione rivelata non può modificarsi nella sua essenza, ma può trovare un ambiente adatto dove svilupparsi. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura.  Senza quelli in cosa si differenzierebbe da una associazione o un ente? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia.

Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi.

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea) – diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.

L’infantilismo dei volenterosi

Tornano i volenterosi, come annuncia dal suo blog Jim Momo:

«Nil difficile volenti», è il motto che fa da titolo al manifesto dei volenterosi, promosso da Daniele Capezzone (Rosa nel Pugno, presidente della Commissione Attività produttive della Camera), Paolo Messa (coordinatore di “Formiche”), Nicola Rossi (Ds) e Bruno Tabacci (Udc) […] Così hanno lanciato un manifesto, a cui hanno già aderito il giuslavorista Pietro Ichino, gli economisti Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Enrico Cisnetto, Giuliano Da Empoli, Franco Debenedetti, Alberto Mingardi, Maurizio Ferrera, Fiorella Kostoris, Gustavo Piga, l’ex segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, e il senatore della Margherita Antonio Polito.

Arrivano i nostri, insomma, dopo che a Fort Apache non è rimasta più anima viva. Eccola qua, tutta questa bella gente che si muove a babbo morto e stecchito, una bella parata autoassolutoria dopo che al fronte (delle elezioni, se non di cos’altro? Ma insomma!) non uno di loro che si fosse fatto vedere. A rischio di essere sgradevole (bisognerà pure parlar chiaro, o no?) ripeto quanto scritto qualche giorno fa a proposito della personalità non proprio lineare di uno dei succitati campioni:

Resta il caso Giavazzi e il suo rifiuto antropologico di affrontare virilmente i nodi politici della questione italica, che implicherebbero una scelta di campo non proprio salutare: egli esercita quotidianamente la sua intelligenza in un comodo ed innocuo liberalismo salottiero anticorporativo, sospiroso come una sinfonia tchaikovskiana anche se assai meno sollazzevole: prediche inutili davvero, e per colpa sua.

E questo perché, come scrissi in un commento da Jim Momo qualche tempo fa, e volendo essere sgradevole una seconda volta:

Il tavolo dei volenterosi non ha la minima possibilità di successo non fosse altro perché non ci sono nel parlamento italiano un 50% e nemmeno un 40% e forse neanche un 30% di liberali doc. Scusi la franchezza, ma se fosse solo una questione d’intelligenza, anche un idiota capirebbe che per sbloccare la situazione italiana c’è una sola soluzione:
1) Vittoria politica del centrodestra (sotto la guida di Berlusconi: altri non ne vedo all’orizzonte per il momento)
2) Creazione di una massa critica di liberisti numericamente significativa e compatta nell’azione politica – militante – all’interno del centrodestra, che, prefiggendosi un obiettivo ben preciso, sappia perciò tatticamente accantonare dannose diatribe su altri temi della vita politica (pacs, ecc.)
Io ho sempre riconosciuto in voi radicali un residuo di giacobinismo: venite nel centrodestra e sfruttatelo a fin di bene. In caso di esito felice potremmo festeggiare con una terapeutica scazzottata da western all’italiana tra clericali e libertini.

E col gusto di essere sgradevole una terza volta, ripeto quello che ho scritto qualche giorno fa a proposito di una certa forma patologica postdemocristiana:

E forse in tutto questo stupefacente campionario di infantilismo politico la loro unica vera consolazione è di aver fatto scuola, e di aver formato una sorprendente, vanagloriosa e impotente pattuglia di Radicali Unionisti nell’arte del cerchiobottismo autogratificante. Saranno proprio loro gli ultimi a morire democristiani?

E allora via con i “rovesciare la prospettiva”, “Immaginare una scuola…, una sanità …, una previdenza …. ecc. ecc.” “Chiedere tutto questo è difficile, è vero. Ottenerlo difficilissimo. Ma è terribilmente necessario. Noi pensiamo che sia un dovere volerlo fortissimamente.” Praticamente già una dichiarazione di resa. Mancano solo le “risposte forti” e i “l’Italia ce la può fare”.

Cime abissali

Ci deve aver pensato su un po’, profondamente compreso dei suoi doveri giullareschi diretti a far sorridere il Principe, Ernesto Galli della Loggia, prima che un’idea geniale gli facesse partorire questa spettacolare arrampicata sugli specchi che rimarrà negli annali del giornalismo indipendente e democratico. Arrampicata tanto più meritoria, in quanto fatta in solitario, senza l’aiuto di quegli sherpa sulle cui spalle i simpatici alpinisti romantici e colonialisti di mezzo secolo fa, oltre al fardello dell’uomo bianco, avrebbero caricato volentieri anche un gatto delle nevi. Solo in leggero e non grave ritardo sul resto degli italiani del Nord, del Centro e del Sud, aggiustandosi gli occhiali e guardando meglio, a forza di grattarsi barba e capelli  scoprì che nel palco popolartribunizio della destra, mancava qualsiasi membro cooptato o originario  della corte principesca nella quale officia in qualità di direttore di coscienza  di sovrabbondante carità assolutoria.

Sabato, infatti, nella piazza romana c’era il popolo della destra così come naturalmente c’erano i suoi capi. Ma tra l’uno e gli altri sembrava esserci il nulla. Sul palco o nelle sue vicinanze era assente qualunque rappresentanza significativa di questo o quel pezzo di società italiana. Non solo non c’erano gli attori e i cantanti o gli intellettuali, ma neppure esponenti dell’industria e della finanza, dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro, dell’universo delle professioni: nulla, nessun nome.

Mancavano insomma tutti quelli che ai tempi delle asiatiche mollezze del satrapo Craxi venivano chiamati nani e ballerine, oggi assurti al rango di rappresentanti significativi, in quanto intruppatisi in quell’associazione paramassonica chiamata società civile i cui membri si riservano motu proprio il diritto di esercitare una golden share sui destini democratrici del nostro paese. Mancavano insomma, nella stalla cidiellina,  quei tre Re Magi dell’Empireo finanziario bancario che al tempo delle primarie dell’Unione presentarono i loro umili omaggi all’Unto prescelto. Mancava insomma qualsiasi valvassore o valvassino del sistema feudale della Confindustria Montezemoliana, qualsiasi barone universitario, una qualsiasi di quelle Authorities incasellate a forza nel baraccone bizantinesco dell’amministrazione pubblica, che per giustificare i propri lautissimi stipendi  passano il tempo ad inventare ogni ogni giorno quache inutile diavoleria: nulla, nessun nome.

Erano assenti perché la destra riesce sì a portare alle urne e a mobilitare il «popolo», cioè una massa variegata di cittadini, ma tuttora ha una grandissima difficoltà a organizzare la società, nel senso di integrarsi stabilmente con questo o quello dei suoi settori, dei suoi «ambienti», fino ad assumerne un’organica rappresentatività. […] Per governare, infatti, è necessario anche ascoltare i «salotti», in certo senso perfino rappresentarli. Vantarsi del contrario manifesta un disprezzo per le élite che andrà bene per il Venezuela, forse, ma non per l’Italia.

Erano assenti insomma perché questa destra con bambinesca ostinazione non si lascia dettare l’agenda dall’autonominatasi classe dirigente del paese che dibatte solo nell’aria azzurrina e rarefatta dell’Olimpo degli happy few congiuntamente nello spirito e nel portafoglio, e impartisce istruzioni al libero Parlamento attraverso le proprio Gazzette Ufficiose.

Ma proprio qui si è palesato uno dei principali limiti della leadership di Berlusconi. Egli è stato incapace di elaborare una qualsiasi forma di rappresentanza sociale e di cultura della mediazione, probabilmente perché politicamente sprovvisto di una qualunque vera idea forte.

Erano assenti insomma perché questa destra desperately nerd non è riuscita nemmeno a metter su quel concorso esterno in associazione affaristica che ai tempi della asiatiche mollezze del Satrapo Craxi veniva chiamato consociativismo.

La rivoluzione liberale è così rimasta una formula. Tutto si è fermato agli slogan e come partito (non come lista elettorale!) Forza Italia è rimasta un partito di plastica. Localmente esso è presente solo con dei proconsoli di fiducia del capo, non di certo come insieme di quadri e di associati.

Perché ovviamente per Galli della Loggia la rivoluzione liberale si fa attraverso un bel partito di sovietica o fascista monoliticità con quadri, associati, portaborse e portaordini. Ma noi ci chiedamo invece: dovrebbe forse  Forza Italia strutturarsi come un vero partito,  mettendo il vino nuovo in otri vecchi, come disse qualcuno qualche tempo fa? Far diventare il popolo di Forza Italia quello delle tessere, degli organigrammi, delle orride scuole di partito? Imitare la sinistra e il vecchio? Non è che per caso proprio l’informalità di Forza Italia, che è quella di un organismo vivo con tutte le sue deficienze, sia stata la sua Forza durante questi anni? Quale altro partito tradizionale, bastonato nelle elezioni locali, irriso da giornali e televisioni, perseguitato dalla magistratura, avrebbe dimostrato tale elasticità e slancio da risultare indiscutibilmente il vincitore morale delle ultime elezioni?

Al centro, poi, essa è ancora e sempre solo Berlusconi che, forte del suo strapotere e del suo carisma, impone a tutta la coalizione la propria evanescente cifra politica, fuori della quale c’è posto solo per il tradimento più o meno mascherato ovvero per gli inquietanti eccessi leghisti e/o mussoliniani. La destra dunque può anche essere elettoralmente plebiscitata, ma resta tuttora condannata a una vera e propria solitudine politica che rimanda direttamente a un’irrisolta solitudine sociale.

Per concludere questo brillante e occhiuto contributo intellettuale non mancava altro che un richiamo allo strapotere berlusconiano, agli inquietanti (come poteva mancare quest’aggettivo, parola d’ordine antifascista ormai da mezzo secolo?) eccessi leghisti e mussoliniani, ed agli eventuali esiti elettoralmente plebiscitari, cioè pericolosamente democratici. Amen!

Ma non facciamoci comunque avvelenare il sangue da queste considerazioni; la vita è bella; tranquillizzati dal fatto che  il signorino deputato del Partito della Rifondazione Comunista Caruso ha terminato la sua permanenza molto temporanea nel Centro di Permanenza Temporanea di Crotone, riusciamo pienamente ad apprezzare la moda piccante e un po’ sadomasochistica di quest’autunno, che ci regala la visione di torme di femmine stivalate cui l’ampia licenza dei costumi tuttavia ancora non concede di tenere nella manina guantata, come dovrebbero, un saettante frustino.

Gli zombies del Corriere

Com’è universalmente noto, il Festival di Sanremo è morto da trent’anni. Non avendo niente da dire e da cantare si è ridotto ad un  happening, più o meno la sostanza di cui son fatti i sogni, un resort dove la gente danarosa reale e quella plebea virtuale ogni anno si ritrovano senza sapere nemmeno perché. Un giorno qualcuno si guarderà intorno sbalordito, forse a causa di qualche drink di troppo, ed esclamerà, illuminato dall’alcool: “Ma che cazzo ci stiamo a fare qua?” E quella sarà veramente la fine.

E così com’è universalmente noto, il Corriere della Sera è morto da vent’anni. Un giorno o l’altro il suo lettore tipo, come l’elettore tipo della defunta Democrazia Cristiana preso in giro per decenni dagli sbirciatori a sinistra in conversione parallela annidiati nella sala comandi,  forse al seguito di una di digestione laboriosa che gl’impedirà quel sonno ristoratore assicurato da ogni tentativo di lettura del quotidiano di via Solferino, un giorno o l’altro il suo lettore tipo, dicevamo, esploderà con un: “Ma perché cazzo sto qui a sorbirmi questa sbobba insulsa?” E quella sarà veramente la fine.

Com’è infatti universalmente noto, il Corrierone è un giornale di sinistra, oltre che la casa di riposo intellettuale di plurimedagliati veterani dell’aria fritta che usano rivoltare il cappottino a ogni cambio di stagione e fare copia-incolla con la colla da mezzo secolo. Chi lo dirige è di sinistra, chi ci scrive è di sinistra, e quello che ci è scritto è di sinistra. Solo che per antonomasia viene ancor oggi definito il giornale della borghesia. E nemmeno a torto: si tratta infatti di quella stanca borghesia che fatto il suo volgar cammino nei traffici e nelle professioni liberali, è diventata conservatrice e pantofolaia, in una parola  left-winger,  e ogni suo sforzo è volto a tenere in basso la gente nova,  un po’ come quella classe mercantile medievale che alla fine dell’era dei Comuni e col nascere delle Signorie pensò bene di cercar nelle cariche il proprio sostentamento e la propria sicurezza, diventando una fiacca aristocrazia di complemento (tranne che nella gloriosa Serenissima!). I suoi viziati figli  biologicamente alimentati intanto fanno apprendistato tra i no-global, in attesa di accalappiare la presidenza di qualche ente pubblico e di concedersi il lusso di un ricambio regolarmente verbalizzato di carne fresca nel talamo coniugale al sopraggiungere dei cinquanta. Anni. O del milione. In Banca.

Scalare le vette del Corriere non è poi difficile. Ci vuole disciplina, namely non fare quello che gli sciocchi giornalisti di destra, di centro-destra, di centro-destra-destra e di centro-centro-destra, ancora legati al giuramento di Ippocrate Cronista, pensano sia  il presupposto della loro professione: cercare di essere obbiettivi. Che è un errore gravissimo, inescusabile per chi abbia compiuto la maggiore età; che non tiene conto del sistema di avanzamento di carriera nel nostro paese, che è basato sul pentitismo. In Italia ogni passetto ben ponderato verso la ragionevolezza dà diritto ad una promozione: avere ragione fin dall’inizio preclude ogni avanzamento. L’ideale è invece avere una faccia da bravo ragazzo con non troppi grilli per la testa e cominciare nondimeno marciando sotto le bandiere dell’ecopacifismo squadristico (come una volta sotto quelle rosse di Mao Tze Tung). Quanta strada e quanti successi l’attendono! Ma bisogna stare attenti: il segreto sta nella calcolata moderazione di questa ascesa e il vero maestro arriva  a fari spenti e sempre con la stessa faccia nelle stanze del potere; precipitare quest’ascesa avrebbe l’aria di una conversione e questo è un peccato mortale contro le regole della buona società progressista.

L’asso nella manica del Corriere per salvaguardare la sua immagine di giornale moderato, anzi del giornale dei moderati, sta nella sua mobilia, c’est-à-dire la schiera dei Senatori di illustre fama liberale, gli Ostellino, i Romano, i Ronchey e i Battista, e i Panebianco. Sono Senatori del Corriere come lo furono i Senatores della Res Publica per quattro secoli di Impero Romano dal Divo Cesare in poi: nomi, in attesa di diventare busti marmorei. A loro è concesso di non essere di parte e anzi di criticare apertamente il governo attuale, a patto che si cautelino con l’avvertenza che purtroppo del Cavaliere e della eternamente immatura Destra non ci possiamo fidare. Il loro sogno inconfessabile è invece un bel liberalismo ottocentesco  far from the madding crowd da grandi e consapevoli proprietari terrieri. Al contrario Magdi Allam può dire le cose giuste. Ma lui non è un bianco. Resta il caso Giavazzi e il suo rifiuto antropologico di affrontare virilmente i nodi politici della questione italica, che implicherebbero una scelta di campo non proprio salutare: egli esercita quotidianamente la sua intelligenza in un comodo ed innocuo liberalismo salottiero anticorporativo, sospiroso come una sinfonia tchaikovskiana anche se assai meno sollazzevole: prediche inutili davvero, e per colpa sua.

La sindrome Berlusconi degli ex DC

Bisognerà appuntare prima o poi  una medaglia al petto del valoroso Giovanardi quale ultimo rappresentante sano della razza democristiana. Che la vittoria berlusconiana nelle elezioni del 1994 abbia avuto effetti devastanti sulla psiche dei sopravvissuti della Balena Bianca non credo vi siano ormai più dubbi. Quando nell’anno fatale l’elettorato bianco saggiamente decise di ridere in faccia all’offerta suicida del polo di centro, la grigia forma di resa firmata senza nemmeno l’ebbrezza estetica di un tragico e preventivo harakiri dal becchino Martinazzoli, degno epilogo a sua volta dell’estenuante eutanasia che l’egemone sinistra democristiana stava mettendo in atto da un ventennio e più, in quel solo momento rivelatore tastarono con mano la superiorità di un dilettante coraggioso con una visione strategica nei confronti di tutte le tattiche dei professionisti dell’agone politico, quali essi si credevano. Videro con sollievo – e umiliazione – che non era scontato  l’atterraggio morbido in terra postcomunista del nostro paese, subliminalmente vaticinato da quel monumento stalinista alla menzogna storica costituito dalla statua di Aldo Moro con l’Unità in tasca; che esso dipendeva in gran parte invece dalla diserzione dalla lotta e dalla rappresentitività politica di un partito nominalmente moderato che non aveva saputo mettere argine all’aggressività della falange marxista che da decenni si stava mangiando il paese dal di dentro in virtù di una autentica solidarietà mafiosa o piduista tra compagni, ancor oggi viva in tutti i segmenti della società. Non ebbero allora la necessaria tranquillità di scandagliare in profondità la misura del risentimento verso quel parvenu che pure li aveva raccolti naufraghi.

E da allora, son passati più di due lustri, questo post traumatic stress disorder viene declinato in tutte le sue più diverse forme a seconda dell’individuo affetto dalla patologia. Ma nell’ex democristiano recuperato alla vita politica dal Cavaliere (direttamente o indirettamente, perché anche Andreotti sarebbe stato spacciato senza la creazione di una vera opposizione nel paese) esso assume soprattutto le forme del sogno di una grande, scintillante giocata in contropiede che faccia saltare il banco della politica e che mai non arriva, dall’ultima Thule dell’Italia di Mezzo, la nuvoletta di fumo che avvolge l’esoterico mistero del Genio Politico di Marco Follini, alle grosse puntate nel Casinò della politica del pensionando aspirante kingmaker Cossiga, agli Adepti  della Setta del Grande Centro  e i loro mai dissigillati Libri Sibillini. E forse in tutto questo stupefacente campionario di infantilismo politico la loro unica vera consolazione è di aver fatto scuola, e di aver formato una sorprendente, vanagloriosa e impotente pattuglia di Radicali Unionisti nell’arte del cerchiobottismo autogratificante. Saranno proprio loro gli ultimi a morire democristiani?

Update: sulle ultime mene democristiane leggetevi questo illuminante post di Ismael.

Romano P., ciambellano delle oligarchie

Quasi a voler schiudere gli occhi ai ciechi, in simbolica concomitanza con la grande manifestazione della CDL a Roma, alla D’Alemiana Fondazione Italianieuropei venivano convocati gli Stati Generali delle Nomenklature della penisola. La sinistra politica, la cupola bancaria, quella confindustriale e quella giornalistica, con contorno di rottamazione auto, tutti assieme, beninteso per il bene del paese, a tracciare il Gosplan per i prossimi anni. Con l’occasione Montezemolo ha scaricato apertamente Berlusconi, parlando di “occasione perduta” e ha dato pubblicamente e spudoratamente atto di forte impegno riformista (sic) al presente governo. Chi, nel centrodestra, pensi di avere una visione strategica della lotta politica è bene che una volta per tutte perimetri per bene il campo nemico: perché qui non ci troviamo di fronte solo al problema di una fazione massimalista di sinistra, di per se stessa micidiale zavorra per qualsiasi ipotetico riformismo, ma ad un processo di sedimentazione trentennale che ha depositato in quel fondale chiamato Unione le polveri reazionarie di tutte le oligarchie economiche, politiche, sindacali e culturali italiane; processo che è ormai giunto a maturazione, simile ad un’inerte stratificazione geologica. Aspettarsi un segno di vitalità da tale composto è un’illusione.

Di queste oligarchie che alloggiano nelle stanze del Palazzo Unionista, Prodi si è ritagliato il ruolo di amministratore condominiale, nella speranza di poter giocare in proprio sempre più alla grande, complice la natura meschina che gli fa porgere un ossequio spontaneo a chi ha denti robusti, sia questi un pescecane della finanza e ben pubblicizzato filantropo come Soros o un onnipotente sindacato come quello tardocomunista, e ritrovare per converso un po’ di coraggio solo nell’impartire una facile morale ai deboli e agli indifesi, distribuendo buffetti sulla guancia e caramelle di felicità al popolo fanciulletto con un insulso sorrisetto paternalistico,  o sgridandolo di non fare il pazzerello, e di lasciar fare le cose ai Grandi. In questo quadro l’aumento delle tasse previsto dalla  manovra economica varata dal governo altro non rappresenta che l’indispensabile  aumento di capitale per tenere in vita il Patto di Sindacato steso come un cordone sanitario a difesa delle nomenklature che controllano l’Italia contro la marea montante delle fasce economicamente più attive del paese e quelle culturalmente più indipendenti. Questa nuova e già decrepita democratica nobiltà si è pure sentita in dovere di rispolverare i riti di una politica matrimoniale che si credeva sepolta nel passato remoto e che avuto il suo suggello nelle nozze sindacal-confindustriali Moretti-Cipollina alle Ferrovie. 

Non trovando poi argini alla propria ipocrisia, Prodi ha solennemente bofonchiato nei giorni discorsi contro le forze corporative che ingessano il nostro paese; ha detto cioè una piccola verità, nascondendo tutto il resto. Ora, occorre tenere bene in mente che da uno stato corporativo si può uscire con uno stato liberale, ma anche con uno stato socialista, in quanto le corporazioni come corpo intermedio rappresentano sì un ostacolo all’espandersi della libertà individuale ma anche un inciampo al pieno dispiegarsi di un potere centralizzato. Il tentativo di un’ulteriore polverizzazione dell’opposizione di centrodestra, miracolosamente tenuta assieme e perfino rinsaldatasi se non nell’arena politica almeno nel paese reale grazie al carisma berlusconiano,  messa in atto con la ben mirata selettività delle sedicenti liberalizzazioni, obbedisce quindi a un disegno di consolidamento e arroccamento dei centri di potere del paese, la cui tipica fisiologia nel passato nessuno meglio di Alexis de Tocqueville ha saputo con plastica evidenza mettere in luce. E valga come esempio questo passo da L’Antico regime e la Rivoluzione:

Meno di un anno dopo l’inizio della Rivoluzione, Mirabeau scriveva segretamente al Re: “Confrontate il nuovo stato di cose con l’Antico regime; da questo confronto nascono il conforto e la speranza. Una parte degli atti dell’assemblea nazionale, ed è la parte maggiore, è palesamente favorevole ad un Governo monarchico. Non vi sembra nulla essere senza Parlamento, senza paesi di Stato, senza gli Ordini del Clero, della nobiltà, dei privilegiati ? L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta eguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione” (Libro I, Capitolo II)

Ecco perché, non sarebbe stato affatto male che qualcuno dal palco al termine della manifestazione di ieri della CDL avesse avuto la presenza di spirito di gridare in faccia al Palazzo Unionista, con la sfrontatezza dell’infame Franti: proletari di tutta Italia, unitevi!