La figlia della sinistra

Non c’interessa per nulla sapere perché, nonostante i tre ergastoli, alla non pentita Barbara Balzerani sia stata concessa la libertà condizionata. Non desideriamo saperla in carcere, perché è una perversione morale provare soddisfazione per le afflizioni altrui, chiunque egli sia e qualunque ne sia la causa. E personalmente ci sentiamo persino sollevati che in questo caso non si possa tirare in ballo quel sacro sentimento del pentimento di cui da vent’anni ormai si fa avvilente mercimonio nelle più luride viuzze della giustizia e dei media che onorano il belpaese dei carnascialeschi applausi funerari: un vero pentito è talmente schiacciato dal senso di colpa e talmente illuminato da un’ansia di riscatto morale da chiedere solamente di essere libero di scontare la sua pena.

Né c’interessa sapere se si tratti di uno dei quei  casi in cui il sempre più intollerante fine rieducativo abbia ormai sic e simpliciter del tutto scacciato l’intento punitivo dal concetto di pena, frutto questo di quel nichilismo caramelloso al quale i bei sentimenti di clemenza e di umanità non bastano più, e di quella forma mentis atta a esorcizzare il senso di colpa e di male, tipica di gente che ammazza tanto facilmente quanto facilmente perdona, quando invece perdonare cristianamente significa tenere la porta aperta (ed è un dovere) ad un reale pentimento, ma non vuol dire né dimenticare, né giustificare, né chiedere alla giustizia degli uomini di rinunciare a fare il proprio corso.

L’unica cosa che c’interessa è rimarcare che questa liberazione, nella sua muta e inspiegata meccanica, non è altro che l’estinzione di un debito verso le vite di quei giovani che la sinistra in genere ed il PCI in particolare gettò negli anni ’70 sul tavolo della lotta politica, in un doppio gioco cinico che consisteva nel fomentare con tutta la violenza possibile della sua macchina propagandistica, quella propria del partito, quella della redazioni dei giornali e quella degli intellettuali, utili idioti e non, la criminalizzazione dell’allora classe politica, con la retorica del golpe e quella, oggi come allora, veteroresistenziale; e di ergersi poi cinicamente nel momento supremo, con il paese allo stremo, a garante della legalità. Di questa terroristica intimidazione, di questo profondo impulso veramente golpista, fu interprete e profeta inconsapevole Aldo Moro, quando disse “La DC non si farà processare!”, certo mai immaginando che la sua vita sarebbe terminata davvero, ma non per caso,  in uno di quei orridi Tribunali del Popolo che a certi campioni del giustizialismo di oggi dispiacevano in fondo solo in quanto illegali. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI, materialmente nelle sue sezioni: dai quadri del partito, gli stessi che per anni con disgustosa impudenza sposarono insieme a  tanti altri la tesi delle presunte Brigate Rosse e che aiutarono qualche loro figlioccio a trovarsi un rifugio all’estero, e che senza dubbio non potevano non sapere, venne solo un silenzio omertoso.

Abbiamo sempre immaginato che un giorno o l’altro, in un soprassalto di dignità, uno di questi ex terroristi, interpellato da qualche mancino padreterno della repubblica sul perché dei loro atti passati, gli rispondesse a bruciapelo, col dito puntato e tra il silenzio esterefatto degli astanti: “Perché? Perché? Perché siete stati voi a chiedercelo. Voi!”

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5 thoughts on “La figlia della sinistra

  1. Sarebbe bello anche che i mandanti riconoscessero i tragici errori del proprio passato, ma ciò è proprio solo dei grandi personaggi.
    Quindi, per ora, nessuna speranza.

  2. Grazie Otimaster, è stato proprio facendo una capatina da Watergate e leggendo il tuo commento che mi è saltato in mente di buttar fuori quello che pensavo da anni.

    Monica, non equivochiamo parlando di “mandanti”: intendevo dire che moltissimi sapevano come stavano le cose ed erano gli stessi che condannavano quegli atti di violenza logica conseguenza del fuoco che quotidianamente attizzavano. E ne erano perfettamente consapevoli.
    Oggi la demonizzazione “democratica” arma il braccio che lancia un treppiede contro Berlusconi, allora armava il braccio di chi ammazzava a pistolettate. Oggi si civetta con le frange squadristiche dei no-global, allora con quelle degli assassini.

  3. trovo incoerente e nutro parecchie riserve per coloro che fingevano di contrastare il sistema e oggi si ci vanno a sedere da stipendiati,non voglio pensare che chi ha fatto parte della lotta armata possa rinnegare così la propria storia.
    al di la dei benefici di legge che sono uguali per tutti (fa meno scalpore brusca libero o latri peggiori di lui),dovrebbero essere loro stessi a tenersi lontani dalle cose di stato,giusto per un minimo di……

  4. Dire che “fingevano di contrastare il sistema” è ovviamente un’esagerazione ma c’è qualcosa di vero se ti riferisci al profilo psicologico degli ex terroristi. Erano conformisti allora come lo sono oggi. Figli di papà allora come lo sono oggi. Allora, ingenuamente ma spietatamente, cavalcavano l’onda rossa sapendo di poter contare su una vasto cerchio di protezioni e omertà. Spesso quella dei gruppuscoli terroristi è la storia incredibilmente meschina dell’ambizione di capi e capetti in erba, che pur di “farsi notare” e diventare gli “eroi” di certi salotti “borghesi”, erano capaci di ammazzare gente inerme. “Lotta armata” è una definizione che fa persino pensare ad un “ideale”, ma è davvero troppo per delle mezze … cartucce come costoro.

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