Volenti o nolenti, volenterosi

Oh mamma! Non volevo più tornarci, ma davvero mi tocca! Vogliamo ricordare la Grande Strategia dei “Poteri Forti”, che è ormai un termine entrato nel lessico politico quasi come Destra e Sinistra, adombrata non tanto sapientemente nelle pagine della loro Gazzetta Ufficiale, il Corriere della Sera? Qualche mese prima delle elezioni Berlusconi era considerato un dead man walking. Ma questo era un wishful thinking, di quelli che zampillano nella zucca di coloro che mai frequentano quel bar sotto casa nel quale per una tacita intesa fra gestori e avventori si pratica la terapeutica attività di sparare cazzate in santa libertà, e un wishful thinking non fa parte di una sapiente strategia. L’unico problema stava nel sapere chi sarebbe stato il vero azionista di riferimento nel patto di sindacato chiamato Unione. E quindi l’unico problema stava nel mandare a cuccia le velleità della sinistra storica, sempercomunista e postcomunista.

All’uopo si adoprò magistralmente la solita magistratura che in tandem con la solita stampa appioppò una micidiale manganellata sulla capoccia del lunghissimo grissino piemontese (sempre lui, poveretto!) beccato in un candido “E allora, la banca è nostra?”, come quei fessi – io per esempio – uccellati dalla polizia comunale a 65 km/h in un tratto dove il limite massimo era di 50 Km/h, che è la velocità di crociera di un pensionato al manubrio di una bicicletta al carbonio (a proposito, perché non danno mai una multa per eccesso di velocità ai ciclodopolavoristi epodipendenti?); un colpo che doveva tramortire, non uccidere, perché sennò finiva che a profittarne erano quei fascisti-leghisti-berlusconiani-negri-sporchi ed ebrei del Polo delle Libertà o come diavolo si chiama.

Purtroppo per gli happy few della nostra specchiata e imboscata Classe Dirigente, quella bestia del popolo italiano si fece incantare ancora una volta dal venditore di tappeti (e che c’è di male a essere un Vu cumprà?, un bianco volenteroso che arriva ad abbronzarsi con le lampade pur di meticciarsi culturalmente con l’umanità variopinta spinta dalle correnti oceaniche sulle nostre coste?). All’indomani delle elezioni i vincitori erano pallidi come lenzuola, e i Poteri Forti in particolare assai malfermi sulle zampe. E quel che è peggio mentre l’elettorato terragno dei rossi aveva in qualche modo tenuto, i figli dei fiori dell’armata unionista se l’erano data a gambe al primo schioppettar di moschetto.

Nel governo che speravano da loro eterodiretto i compagni invece fecero sentire subito la loro robusta dentatura con l’okkupazione proletaria del TFR, facendosi quella banca informale che era stata loro negata al tempo della faccenda Unipol e togliendosi un primo sassolino dalla scarpa, prima di conceder la tanto agognata e dalle gazzette magnificata riduzione del Cuneo Fiscale per le imprese di sangue blu, finanziata con la geniale introduzione del Cuneo Viscale nel riottoso didietro dell’uomo qualunque. Ma il vassallaggio del Capitalismo Rosso al Capitalismo Feudale dei Poteri Forti era ormai fuori portata. La strategia aveva fallito. Al momento delle liberalizzazioni classiste contro la plebaglia kulaka di benzinai, tassisti, figari e pizzicagnoli, i rossi lavorarono molto pro domo sua. Adesso abbandonate le grandi visioni, volenti o nolenti siamo alle tattichette molto poco british e molto tanto italiche, anzi da peones democristiani. L’allargamento del centro dell’Unione, con tanti saluti alla volontà dell’elettore. Allo scopo, con la forza della disperazione, illuminati dall’esempio comunista, e con l’appoggio dei panzer dell’informazione confindustriale si sono inventati gli utili idioti del Capitalismo Feudale, altrimenti detto Illuminato. Ecco dunque a che servono i Volenterosi.

Il sogno comunista di D’Alema e Bersani

Come tutti i popoli che tengono in gran conto la furbizia, l’Italia è un paese di creduloni; e un paese dove la stolida consequenzialità dello Straniero ha sempre avuto puntualmente la meglio. E dunque niente di meno sorprendente che due squisiti esemplari dell’antropologia comunista come il capace funzionario Bersani e il suo gelido capetto D’Alema vengano gratificati della nomea di riformisti, personaggi con la testa sulle spalle, di solide e fattive vedute, alieni da ogni avventurismo.

Non per stolida o sagace consenquenzialità, ma per solidarietà settaria e predatoria, la sinistra marxista è stata l’unica forza politica a perseguire coerentemente nella nostra penisola una strategia di potere, che è il fine di ogni filosofia comunista nella sua essenza e purezza. Cosicché mentre gli altri partiti alla meno peggio, tra sciatterie e intrallazzi vari, tiravano avanti la loro esistenza nel solco della normale vita democratica, il partito comunista con coscienza professionale procedeva sistematicamente passo dopo passo all’occupazione militarizzata della società italiana, con la precipua caratteristica che ne disvela l’affinità elettiva con la conquista islamica: ogni pezzo di stivale sul quale metteva mani o piedi era destinato a far parte della Dar al-Islam comunista per sempre. Il risultato è che oggi, come in una piramide rovesciata, mentre le fortune della Umma – la comunità dei fedeli – comunista sono al minimo storico, le fortune della conquista –Dar al-Islam -sono al massimo. A dimostrazione, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto poco la libera democrazia e il libero consenso stiano alla base del potere del Grande Oriente Diessino. 

Ora, persa ogni speranza nell’opzione democratica, rivelatasi insufficiente quella giudiziaria, e prima del definitivo tracollo elettorale il Quartier Generale Diessino ha puntato tutto, lucidamente, su l’opzione tecnocratica. Il disprezzo di D’Alema per rifondaroli e compagnia è grande, ma è il disprezzo del vero comunista, del leninista di stoffa togliattiana, per il dilettante dagli eroici furori che non sa piegarsi a quel pragmatico cinismo che è la sola forma di moralità comunista. E quindi in cuor suo D’Alema rimprovera, e giustamente, al coacervo ecopacificista e altermondialista della sinistra antagonista di essere poco comunista. Di  non capire per esempio che lui e il suo abile braccio destro stanno lavorando al completamento della Dar al-Islam comunista, con la premeditata desertificazione di quel sottobosco economico – le piccole corporazioni kulake – che intralcia la via alle grandi corporazioni: avremo l’universale municipalizzata rossa, la grande distribuzione rossa, la grande finanza rossa, tutto in nome della difesa dell’italianità beninteso; e la grande burocrazia rossa, quando al sindacato rosso sarà data in appalto, definitivamente, l’amministrazione pubblica.

Per la mentalità comunista l’alleato di oggi è il nemico di domani, ma già oggi è suo strumento involontario. Nel campo dell’Unione delle Nomenklature – Prodi, l’establishment di danari (a prestito) e i postcomunisti – ciascuno gioca per sé e con gli altri; e siccome nella logica interna ai Direttorii, ai Triumvirati e Duumvirati, c’è sempre l’esito finale di un Dominus incontrastato, ciascuno gioca con la riserva mentale di sopraffare l’altro al momento opportuno, ereditandone già confezionata la rete d’influenze e potere. Quando la macchina rossa si sentirà abbastanza in forze, allora porterà l’attacco ai cosiddetti Poteri Forti, gli utili idioti che hanno stretto l’alleanza con i marxisti così come le Signorie chiamavano lo Straniero nell’Italia del Rinascimento. Questo è il quadro di un processo portato al suo logico compimento, se non troverà ostacoli. La forma definitiva e vittoriosa del comunismo italiano sarà un capitalismo di stato, alla russa o alla cinese, ma nel nome dell’italianità, controllato da un onnipotente Partito Democratico di stampo tosco-emiliano: ricorda qualcosa del passato?

I DS e l’impossibile scelta

Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo di Violante. La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Ma per la sinistra ciò significò un ritardo culturale che si protrae ormai da vent’anni e ancor oggi ne blocca il naturale sviluppo. Il quale non può essere che l’approdo, con decenni di ritardo ma senza infingimenti e col necessario e doloroso mea culpa in quell’universo socialdemocratico che a sua volta sta subendo la pressione delle sfide della modernità. Natura non facit saltus.

Oggi i DS, e di conserva tutti i satelliti e azionisti della sua galassia, CGIL compresa, si ritrovano al bivio tra una scelta antistorica, il collasso massimalista in una Izquierda Unida o in un Linkspartei e un’alternativa innaturale, l’opzione tecnocratica e di puro potere del Partito Democratico, gestita in condominio coi poteri forti, operazione battezzata dalla Gazzette Unioniste col nome di Riformismo. Operazione di puro potere che sarebbe concepibile per la forma mentis comunista – D’Alemiana – solo in caso di successo pieno e incontrastato, con l’eliminazione o la subordinazione del partner, perché il quel caso la sua natura egemonica troverebbe soddisfazione. E in una lotta di puro potere raramente i comunisti soccombono: se lo ricordino i Montezemolo e i Prodi. Per questo all’interno del patto tecnocratico Prodi, anticipando il redde rationem tra la componente comunista e quella prodiana-bancaria-confindustriale, cerca di giocare di sponda con l’alfiere degli ideologi Bertinotti allo scopo di indebolire D’Alema, per il quale il Partito Democratico non è altro che l’ennesima incarnazione del Partito Comunista. Cosicché le due opposte opzioni rimangono in verità ancora una volta nell’alveo della psicologia comunista, e  nel tessuto di questa lacerazione interna ai DS si può scorgere in filigrana l’ennesima versione del sempre latente scontro tra apparato e frange estremistiche, tra la pratica del potere e i furori ideologizzanti, tra Stalin e Trockij. Non vi è crescita culturale in nessuna delle due ipotesi. Per i comunisti si tratta dell’ennesima scommessa e dell’ennesima furbizia. E la pattuglia dei riformisti veri se ne sta accorgendo.

Per un partito di massa, nell’accezione positiva del termine, due scelte elitarie e lontane dal sentire comune, e concretamente proprio dai lavoratori. Una schiavitù della politica, che dovrebbe essere invece rappresentazione e mediazione  attiva, scelta delle priorità e decisione, nel primo caso all’ecopacifismo e al giustizialismo squadrista, e nel secondo caso alla pura conservazione dei feudi economici-finanziari concordati con la cupola bancario-confindustriale. In mezzo, nel vuoto che ogni giorno si scava, il cadavere ingombrante e intoccabile dell’ex leader socialista. Il guaio è però che la truppa trinariciuta disposta a assecondare questi giochi si sta assottigliando a vista d’occhio. Per cui è una corsa contro il tempo, soprattutto per l’ipotesi D’Alemiana, fiduciosa che di fronte al fatto compiuto lo spirito gregario della plebe di sinistra avrà ancora una volta l’ultima parola.
E’ un’illusione pensare di costruire in Italia una sinistra democratica e moderna su un castello di menzogne. Il nostro paese è l’unico dove ancora il Muro di Berlino non è caduto. Il Muro della Menzogna. Perciò il naufragio coram populo di questa sinistra è la condizione necessaria alla sua rinascita.

Update: che la mentalità comunista sovraintenda anche all’opzione tecnocratica viene ribadito da questo articolo di Gianni Baget Bozzo oggi 27 gennaio 2007 sul Giornale, di cui riportiamo questo passo significativo:

Come in ogni buon regime socialista, il privato è divenuto pubblico. La sinistra al potere usa la parola «liberalizzazioni» nel momento in cui assume il potere sulla società in forma illiberale. I provvedimenti del governo hanno perciò un solo criterio: quello di abolire gli spazi che prima venivano lasciati all’autogoverno delle categorie e quindi potevano essere chiamati «corporativi». L’idea delle liberalizzazioni è di distruggere la categoria come realtà sociale e quindi il riconoscimento della professionalità come avente diritto alla tutela. È la logica delle grandi strutture distributive rispetto al piccolo mercato locale: non a caso la sinistra ha il monopolio di fatto delle grandi cooperative che ottengono di poter vendere tutto ciò che vogliono. Le categorie sono corpi intermedi in sé legittimi. Le liberalizzazioni tendono a distruggere le categorie e gli ordini e a lasciare spazio soltanto a forme associative che appartengono alla tradizione della sinistra e alla sua organizzazione. Il privato piccolo va eliminato: l’individualismo, in quanto spezza le categorie sociali e le professioni, rende la società più disponibile all’azione dello Stato e dei gruppi organizzati. Le liberalizzazioni della sinistra non sono una riforma liberale e non corrispondono alla dottrina sociale della Chiesa, che tutela i corpi intermedi. Anche le liberalizzazioni sono la prova della volontà della sinistra di dominare la società.

Che a sua volta si collega a quanto da me scritto qui:

Ora, occorre tenere bene in mente che da uno stato corporativo si può uscire con uno stato liberale, ma anche con uno stato socialista, in quanto le corporazioni come corpo intermedio rappresentano sì un ostacolo all’espandersi della libertà individuale ma anche un inciampo al pieno dispiegarsi di un potere centralizzato. Il tentativo di un’ulteriore polverizzazione dell’opposizione di centrodestra, miracolosamente tenuta assieme e perfino rinsaldatasi se non nell’arena politica almeno nel paese reale grazie al carisma berlusconiano,  messa in atto con la ben mirata selettività delle sedicenti liberalizzazioni, obbedisce quindi a un disegno di consolidamento e arroccamento dei centri di potere del paese, la cui tipica fisiologia nel passato nessuno meglio di Alexis de Tocqueville ha saputo con plastica evidenza mettere in luce.

Campane a morto per il Corriere

Morto nell’anima da decenni, come avevamo scritto qualche tempo fa, ora anche il corpo del Corriere comincia a dare segni di cedimento. E nella fisiologia di questi monoliti putrefatti la fine arriva presto, come le crisi che si avvitano in progressione geometrica. Inquadrate in una prospettiva storica le lotte di potere che si concentrano in questi giorni sul quotidiano di via Solferino sono noiose e poco interessanti. Guardiamole un po’ da lontano e vediamo poi se non è il caso di dare un colpetto sulla spalla dei Grandi che vi si accapigliano sotterraneamente per bisbigliare al loro orecchio che stanno sgomitando ottusamente per l’alloro di un cadavere. Ma sarebbe invano: Dio acceca chi vuol far perdere. Forse anche il molto intelligente, il molto capace, il fine stratega, il serafico buddha, insomma colui che sarà ricordato come il becchino del Corriere, Paolo Mieli, a quest’ora comincia a dare segni di nervosismo. Eppure proprio i segni ultimamente erano stati piuttosto chiari, segni di uno stato patologico: ne fanno testo le umilianti arrampicate sugli specchi dei Galli della Loggia e dei Giavazzi, oggetto ormai di aperto scherno. 

Il Corriere, incarnazione incartapecorita del pensiero debolissimo, quella saggezza da vecchio eunuco abituato a servire,  è diventato col passar degli anni sempre più una postazione di rilevamento sismografico dei movimenti di potere in Italia. Movimenti in alto, si capisce, nel sesto o settimo cielo. Là dove, nel periodo di interregno dell’Unione e sola sua ragione di vita, le oligarchie si stanno combattendo, anche con l’artiglieria giudiziaria quando serve, prima di alzare definitivamente bandiera bianca e nella consapevolezza che la modernità sta vieppiù reclamando i suoi diritti, nel tentativo di metter mano in modo piratesco e sistematico, anche con la scusa spudorata delle privatizzazioni, su tutto il patrimonio pubblico e privato flottante, con lo stile di quella classe politica comunista (e non a caso) che nei paesi dell’Est abbandonò la nave e i passeggeri al proprio destino non prima di essersi costruita un proprio latifondo industrial-finanziario. 

Di qui le concentrazioni bancarie, i favori al mondo della distribuzione rossa, che si aggiungono a quelli preesistenti di natura fiscale, con le liberalizzazioni ad hoc, l’inquietante e progressivo sovrapporsi della burocrazia sindacale a quella dell’amministrazione pubblica, in una lenta usurpazione dei compiti di quest’ultima, l’inciucio sindacal-confindustriale alle Ferrovie, la rapacità faccendiera degli enti locali intorno a municipalizzate e multiutilities, l’occupazione militare di tutte le istituzioni culturali e … tutto il resto perché sicuramente ho dimenticato qualche cosa.

Ma perché tutto questo si concretasse, e prima che si stabilizzi con soddisfazione di tutti e soprattutto si rinsaldi sufficientemente da sostenere il peso di un non imprevedibile rovesciamento politico, c’era bisogno all’esterno di far quadrato contro la scalpitante plebaglia berlusconiana e fascioleghista e all’interno di tener buoni i romantici squadristi della sinistra pura e dura e la forza intemperante della corporazione giudiziaria. Questa è stata la mission in negativo del Corriere, esplicitata – per chi volesse leggerla nel suo vero senso – dal famoso fondo di Mieli con la dichiarazione di voto a favore dell’Unione alla vigilia delle ultime elezioni. Questo significa anche che la reputazione del glorioso quotidiano è stata cinicamente sacrificata alla voracità dell’avvizzito establishment politico ed economico.

Ma oggi, e un po’ troppo in anticipo sui tempi previsti, le acrobazie logiche e lessicali per giustificare tutto e il contrario di tutto sono  spezie sempre più forti che non bastano però a coprire il lezzo emanato dalle pagine del quotidiano. Anche la politica razziale che il quotidiano ha riservato al mondo imprenditoriale, additando al pubblico disprezzo i furbetti del quartierino e i descamisados della pianura padana e il loro caudillo Berlusconi, non incanta più nessuno ora che la lotta al suo interno è scopertamente tra pezzi da novanta dall’inappuntabile pedigree. E’ curioso come da noi, nel paese dei vituperati padroncini, e soprattutto nel milieu intellettuale gauchiste, orfano dei cerebrali paradisi marxisti, si subisca il fascino di una surrettizia nobiltà di danari che nel mondo anglosassone farebbe ridere. 

Il Corriere è finito non perché cambierà (se cambierà) l’equilibrio dei poteri al suo interno, ma perché la commedia è finita. Saranno i suoi lettori ad abbandonarlo, come fecero a suo tempo gli elettori democristiani con la balena bianca. Al suo confronto anche il freddo giacobinismo di Repubblica sembra fatto di carne e sangue. Noi formuliamo un desiderio, nel caso Berlusconi dovesse tornare alla guida del governo: senza esagerare, per quanto in suo potere, a fin di bene e a titolo d’ammonimento per il futuro, usi pure una certa dose di putiniana e nel nostro caso liberale spietatezza contro gli italici boiardi delle privatizzazioni. Giusto un po’ di sangue per placare l’ira del popolo.

Il prof. Tocqueville e il socialismo

Una Scuola per il partito democratico

Questo si propone di essere l’ULIBO, la nuova Università Libera di Bologna intitolata, ahinoi, ad Alexis de Tocqueville. Siccome le teste dure da convincere all’interno del popolo rossodemocratico saranno molte, ci permettiamo di proporre all’attenzione del senato accademico questa lezione dell’eroe eponimo dell’emerito nuovo istituto, Alexis de Tocqueville in persona. 

PRESENTAZIONE

Ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto, cioè disprezzo e temo la folla. Amo con passione la libertà, la legalità, il rispetto dei diritti, ma non la democrazia. Questo il fondo dell’anima. Odio la demagogia, l’azione disordinata delle masse, il loro intervento violento e mal illuminato negli affari, le passioni invidiose delle classi basse, le tendenze irreligiose. Questo il fondo dell’anima. Non sono né del partito rivoluzionario né del partito conservatore. Ma tuttavia e dopotutto tengo più al secondo che al primo. Infatti dal secondo differisco nei mezzi piuttosto che nel fine, mentre dal primo differisco, insieme, nei mezzi e nel fine. La libertà è la prima delle mie passioni. Questa è la verità.

IL SOCIALISMO  

Il primo tratto caratteristico, di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo, è un appello energico, continuo, immoderato alle passioni materiali dell’uomo […] Il secondo è un attacco talvolta diretto, talvolta indiretto, ma sempre continuo, ai principi stessi della proprietà individuale […] Il terzo è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana […] Il socialismo è una nuova formula della servitù […] L’assolutismo professava quest’opinione: che la saggezza è solo nello Stato, che i sudditi sono degli esseri deboli e infermi che bisogna sempre tener per mano, per paura che non cadano, non si feriscano […] dunque pensava su tale punto, precisamente come i socialisti di oggi […] Tutto questo grande movimento rivoluzionario non sarebbe sfociato che in questa società, quale ce la dipingono i socialisti, regolamentata, disciplinata, compassata; ove lo Stato si incarica di tutto; ove l’individuo è niente; ove la collettività riunita riassume in se stessa tutta la vita; ove il fine assegnato all’uomo è unicamente il benessere […] ma questa è una società di animali sapienti, piuttosto che di uomini liberi e inciviliti […] Per fare una società di questo tipo, la rivoluzione era inutile; sarebbe bastato perfezionare l’antico regime […] Luigi XVI aveva insegnato pubblicamente nei suoi editti questa teoria, che tutte le terre del regno erano state in origine concesse condizionatamente dallo Stato, che per questa ragione era l’unico vero proprietario, mentre tutti gli altri non erano che dei possessori, il cui titolo restava contestabile e il diritto imperfetto. Questa dottrina trova la sua sorgente nella legislazione feudale, ma non fu professata in Francia che all’estinguersi del feudalesimo, e mai d’altronde fu ammessa dalle corti di giustizia. E’ questa l’idea madre del socialismo moderno. E’ curioso vedere che con le sue radici si rifà al dispotismo regio […] Democrazia e Socialismo sono due cose non soltanto differenti, ma contrarie. Consisterebbe per caso la democrazia nel creare un governo più opprimente, più interessato ai particolari, più limitato degli altri, con  questa sola differenza, che lo si farebbe eleggere dal popolo e che agirebbe nel nome del popolo? Ma in tal caso non si farebbe altro se non dare alla tirannide un volto legittimo che prima non possedeva, e assicurarle così la forza e l’onnipotenza che prima le mancavano. La democrazia allarga la sfera dell’indipendenza individuale; il socialismo la restringe. La democrazia riconosce un valore assoluto ad ogni uomo (in quanto uomo), e assegna a ciascun individuo tutto il suo valore come soggetto politico; il socialismo invece non fa di ogni uomo che un agente, uno strumento di partito, un numero. La democrazia e il socialismo non si incontrano che su una parola: l’uguaglianza; ma anche qui quale differenza: la democrazia vuole l’uguaglianza nella libertà, e il socialismo vuole l’uguaglianza nella soggezione e nella servitù.

Links: The Mote in God’s Eye   L’indolente   Il blog dell’Anarca

Undici domande e undici risposte

Il nostro simpatico collega dell’accusa, il focoso pubblico ministero Fabio Sacco, ha notificato non meno di undici capi d’imputazione a quel nostro parto mostruoso battezzato col nome di Maometto il rivoluzionario e la fine dell’Islam, ai quali vedo di rispondere ordinatamente uno dopo l’altro.

1. “Fenomeno religioso postcristiano in senso culturale e non cronologico” sa molto di classifica. Come dire: noi siamo la Verità, gli altri derivano solo da noi. Il che è ovviamente culturalmente falso, in quanto è il cristianesimo a derivare da altre religioni, sia orientali sia occidentali, in termini di dogma e di gestualità. Ma questo lo sai benissimo anche tu.

Con non cronologico intendevo dire che dopo il trionfo del Cristianesimo nel mondo greco-romano, lontano da quest’area si potevano benissimo verificare dei fenomeni religiosi a sé stanti. Viceversa in Occidente e nelle zone limitrofe influenzate dal Cristianesimo tutto cambiò. Il perché l’ho già detto: il Cristianesimo, ponendosi a completamento dell’Ebraismo, ha il carattere fino allora sconosciuto di Religione Rivelata. E’ Dio che viene incontro agli uomini, parla loro direttamente e conferma le loro più riposte speranze, quelle esplorate dai filosofi anche fuori dal mondo Ebraico, perché il Cristianesimo non è contro natura. Inoltre la nuova Religione ha un carattere universalista, si rivolge a tutti i popoli, perché si rivolge ad ogni Singolo Uomo, al Padrone e allo Schiavo, e non è legata ad alcuna razza o nazione. In quanto anche fenomeno culturale il Cristianesimo nel suo aspetto liturgico può avere in parte preso del tutto naturalmente dalla ritualità religiosa preesistente.

2. “la pretesa di creare il Regno di Dio su questa terra e quindi un proprio ordine sociale; piccolo, autonomo e isolato dal resto della società” tutto ciò corrisponde anche al monachesimo cristiano, in particolare all’idea di Bernardo di Clairvaux (italianizzato in Chiaravalle) del XII sec.

Proprio per le ragioni suesposte vi era il pericolo che un’interpretazione erroneamente mondana della parola di Cristo, potesse spingere alcuni fedeli al rifiuto e al disconoscimento delle regole della società in cui vivevano. Sarebbe stata una nuova forma dell’intransigenza ebraica contro i Gentili. Errore, come già scritto, combattutto da S. Paolo, laddove prescrive di ubbidire ai magistrati e a ciascuno di rimanere nella propria condizione. Perché, agli effetti della salvezza, la fede e la carità, la moralità e il pieno compimento della libertà interiore cristiana, sono indipendenti da qualsiasi ordine sociale. Quindi netta distinzione tra norma morale e norma civica (solo concepibile col superamento del problema della morte, al quale il Dio Cristiano dà una risposta – non un’indefinita speranza frutto della speculazione – indicando il destino ultraterreno dell’uomo). Va da sé però che a lungo termine i benefici influssi della filosofia cristiana avrebbero profondamente plasmato l’Occidente. La confusione tra norma morale e norma civica conduce ai millenarismi, i Regni di Dio su questa terra. A differenza di questi ultimi, piccoli o grandi, ma sempre caratterizzati da forme totalitarie,  il Monachesimo, che fu favorito anche dalla struttura tendenzialmente ad isole autarchiche del Feudalesimo, non ha intenti sovversivi nei confronti della società né si pone come nuovo modello di società per l’insieme degli uomini. 

3. “L’annientamento o la conquista è la grande valvola di sfogo. L’Islam è il primo grande e confuso fenomeno di questo tipo” sai benissimo che non è vero, in quanto le migrazioni sono un fenomeno sociale ben più antico. Ed il cristianesimo non è esente, anzi basa la sua forza sulla “conversione” (più o meno volontaria) dell’infedele.

In queste nuove società di tipo totalitario (impossibili nel mondo precristiano ed extracristiano) nate dal pervertimento della chiarificazione Cristiana tra legge e morale (che laddove non sviluppa la libertà individuale conduce al suo contrario) la pressione interna esercitata sul singolo ha un bisogno fisico di scaricarsi all’esterno e viene canalizzata dal potere politico nella conquista. Per questo io vedo nelle conquiste Islamiche dei segni anticipatori delle future conquiste totalitarie rivoluzionarie rosse e nere. Non parlo di altri fenomeni estranei a questa logica, compresa la formazione degli imperi coloniali susseguenti alle scoperte geografiche e il loro aspetto missionario.

4. “l’illuminismo francese fu un fenomeno riflesso, di importazione.” ti sbagli di grosso. L’illuminismo nasce in Francia e viene esportato in Europa. Ma mentre i sovrani europei diventano “illuminati” (più per convenienza che per spirito), la Francia non vede l’attuazione delle sue idee.

Le idee che poi saranno chiamate illuministe nacquero nel mondo culturale-scientifico anglo-olandese del XVII secolo. Ma la condizione determinante del loro manifestarsi fu lo sviluppo delle libertà individuali soprattutto in Inghilterra. Per questo dico che esse furono un effetto e non la causa di queste libertà. E in verità non si potrebbe nemmeno parlare di un illuminismo inglese (dove il fenomeno culturale più caratteristico fu propriamente l’empirismo). Non si può invece pensare all’Illuminismo francese se non ci si immagina un popolo, ma soprattutto una comunità intellettuale, che ha di fronte e si può dire sotto gli occhi l’esempio vivente dell’evoluzione della società inglese. Ma questa comunità in generale non era capace di percepire tale evoluzione come un naturale e graduale progresso di tutte le componenti della società. Le libertà inglesi furono sentite come qualcosa di a-storico e vennero ideologizzate, e perciò rivendicate come i valori assoluti di una metafisica rivoluzionaria. Non basta la figura consapevole di Montesquieu a determinare il profilo dell’Illuminismo, che fu disegnato definitivamente per la posterità dai vari Voltaire e Rousseau, D’Alembert e Diderot ecc. In terra francese l’Illuminismo divenne millenaristicamente Una Nuova Era, A New Age; in essa fu battezzata con quel nome che deriva dai Lumi. Lumi, come Cristo era la luce del mondo.

5. “L’ateismo serafico e tranquillo di Hume divenne odio contro la religione” forse perchè il clero francese era tra i più corrotti e potenti al mondo? Ricordo le figure di Richelieu e Mazzarino.

Posso sbagliarmi, ma fu mi sembra il gran reazionario Joseph De Maistre a definire l’ateismo serafico e tranquillo [mia definizione] di Hume veleno più potente e pericoloso di quello delle dottrine di Voltaire. E non aveva neanche tutti i torti. Ma io volevo sottolineare la differenza a livello sociologico dello sviluppo di questo sentimento antireligioso. Forse avrei dovuto scrivere odio generalizzato e incontrollato per chiarire meglio il mio pensiero. In una società adusa alle pratiche concrete della libertà, e dove l’opinione pubblica si divide e si confronta, il senso del limite e l’istinto di autoconservazione rimane forte e vigile. Ma in una società digiuna da tutto questo, com’era quella francese del XVIII secolo, è la demagogia a regnare e a darle il proprio contributo è anche quell’aristocrazia che, scherzando col fuoco, da tale ondata sarebbe stata spazzata via. Ecco al proposito una paginetta esemplare del solito Tocqueville sul diverso corso degli eventi dall’altra sponda della Manica:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

6. “In un mondo siffatto le singole figure della vasta moltitudine degli dei, [..] si vanno sempre più sbiadendo e di pari passo col crescere della dignità individuale e del valore autonomo della sua interiorità si va disegnando la figura purificata di un Dio universale e personale” la divinità nel mondo greco e romano vive insieme alla gente, non c’è nessun dio assolutamente superiore agli uomini. L’antropologia religiosa è forte. Il dio unico cristiano è tuttavia fortemente avversato dal popolo e dal ceto dirigente, in quanto vuole distruggere la Tradizione. Il dio cristiano non è affatto puro, ma rappresenta un tentativo esterno di impossessarsi delle masse. L’impero è in crisi (morale e militare) e c’è chi ne vuole approfittare.

Anche il Dio Cristiano è antropologico, anzi massimamente antropologico. Ma non abbassa la natura divina a quella umana, ma eleva quest’ultima a quella divina, che è la nostra vera. Perché oggi siamo in una situazione di mezzo, irrisolta: Dio, attraverso il Figlio, ha voluto abbassarsi alla condizione umana, istruendoci sulla sua vera natura, indicandoci una via di salvezza, a compimento della nostra vera natura, come un padre che mandi un immacolato messaggero per riportare tutti i suoi prodighi figli nella loro vera casa. La crisi morale dell’Impero Romano comincia con la sua nascita, in quanto la sua organizzazione implicava necessariamente il crollo della forma repubblicana, adatta più ad una Città-Stato al centro magari di un sistema satellitare di potere, non certo alla vastità delle terre e al numero dei popoli inglobati dalle conquiste militari romane. Il declino e l’imbarbarirsi della vita politica e civile fu il prezzo da pagare per gettare le fondamenta dell’Impero. Il moltiplicarsi dei culti e il sincretismo religioso dei Romani (tanti Dei, nessun Dio) hanno lavorato per il trionfo di quell’unico Dio che era già un bambino in fasce nella mente dei filosofi, i quali in ogni caso alla proficuità di un rapporto tra gli Dei (al plurale) e l’uomo non credevano più, sia li sentissero lontani sia se ne facessero beffe. Furono solo degli anticipatori. La restaurazione pagana tentata da quel notevole personaggio che fu Giuliano l’Apostata era un anacronismo. Le virtù repubblicane non potevano tornare con un ritorno al paganesimo. Le forme di Divinizzazione di tipo orientale dell’Imperatore andavano di pari passo con l’involuzione dell’Impero e niente avevano a che fare (anzi!) col Cristianesimo, ma la centralizzazione del potere finì poi paradossalmente per favorirlo e a diffonderlo (con le buone e le cattive?) al momento dell’ascesa al trono di Costantino.

7. “Maometto infine si fece Re, laddove Cristo si comportò assai diversamente”.  Anche i papi si sono fatti re. L’esempio più scellerato appartiene forse a Innocenzo III, anche se Gregorio VII e Bonifacio VIII non sono da meno. La lotta tra Federico II e lo sleale Gregorio IX (l’amico di S. Francesco) durante il XIII secolo evidenzia quanto il papa volesse non solo usurpare col tradimento e la menzogna i legittimi re, ma come volesse essere signore assoluto del mondo.

Lascio qui la parola, a beneficio del lettore, in attesa magari di un post futuro che affronti il problema della posizione della Chiesa nel periodo di mezzo, all’esperto nominato dal Collegio di Difesa Giovanni Maria Ruggiero, le cui cognizioni storiche non devono sorprendere in quanto medico dei pazzi, e quindi di una fetta non trascurabile dell’umanità; di quell’umanità che ha ritenuto suo dovere morale indagare in lungo ed in largo, nel passato, nel presente e nel futuro; di quella stessa fetta non trascurabile dell’umanità di cui ben riposti indizi – che non sfuggono alla sensibilità all’esperto – potrebbero far ragionevolmente concludere che anche il sottoscritto faccia parte:

Le intenzioni dei vari Papi che tu citi erano intenzioni politiche e temporali, ma il frutto è stato benefico: un controllo reciproco tra vari centri di potere. Papi, Imperatori, Re, Parlamenti vari si dividevano conflittualmente il potere, che non esitava nella appropriazione totale da parte di un califfo o di un imperatore bizantino o cinese o di un teocrate tibetano e quel che vuoi. Non contano le intenzioni, ma il bilanciamento di vari poteri che confliggono senza mai sopraffarsi del tutto a vicenda. I Patriarchi orientali sottomessi completamente al potere politico imperiale non fecero un favore alla libertà. […] Le astratte regole di correttezza non servono a nulla a capire la storia, che è conflitto di forze. Le intromissioni del Papa nella lotta politica servivano proprio (e involontariamente, lo ammetto) a creare spazi politici non totalmente asserviti ai poteri monarchici o imperiali. Il potere spirituale, se non ha una garanzia temporale sua propria e non garantita dalla benevolenza statale, è servo del potere temporale, con conseguenze totalitarie. Esattamente quello che accadeva in oriente ai patriarchi ortodossi. Consiglio di leggere le analisi sulle rivendicazioni di indipendenza di Papa Gelasio, fondate proprio sul falso storico della donazione di Costantino. Se ne trova un accenno nel saggio introduttivo alla “Libertà degli antichi e dei moderni” di Benjamin Constant, scritto da Pier Paolo Portinaro. […] Mettiamola così: Gesù diceva che il papa non doveva farsi Imperatore, ma anche che un Papa con un minimo di forza politico/temporale avrebbe fatto il suo lavoro in maniera più indipendente e avrebbe perfino fatto bene all’Imperatore, impedendo a quest’ultimno di sostituirsi a Dio (date a Dio quel che é di Dio). Chiaro poi che nella realtà materiale il Papa non puntava al minimo, ma al massimo. Toccava poi all’Imperatore limitarlo. Insomma, si chiama dialettica. Quanto poi alle cose dette da Gesù [ “Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”] attenzione alla lettera, che uccide. Insomma, da buon cattolico non mi faccio impressionare né dalla logica e tantomeno dalla coerenza, che lascio ai musulmani. […] E’ sempre difficile dire cosa sarebbe stato meglio. Il Papa (e i comuni italiani) impedirono a Federico II di diventare un autocrate orientale? O magari sarebbe stato meglio, per l’Italia, lo sviluppo di un potere centrale pù forte? Ancora oggi il nostro problema è la debolezza del premier. Una cosa è sicura: in tutto quel caos medievale delle lotte tra Papato e Impero non vi era spazio per autocrati orientali assoluti. E questo grazie anche (sottolineo anche) alla indipendenza politica del Papa. E poi mettiamoci pure lo ius publicum romano, il diritto consuetudinario tribale germanico, il personalismo cristiano, la radice giudaica, la filosofia greca, i primi privilegi preliberali medievali, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, un bel caos che impediva a un solo potere di prevalere. Cosa che invece in età moderna tra giacobinismi e nazismi è accaduto per la prima volta (e sottolineo per la prima volta). […] Senza contare che Innocenzo III tendeva a controllare l’Imperatore, ma non ad eliminarlo politicamente. Federico II potè diventare adulto e regnare grazie a Innocenzo III, rimandando di almeno un secolo il decadimento plurisecolare dell’imperatore tedesco, che condannò la Germania al nanismo politico per secoli. Insomma, non possiamo paragonare Innocenzo III a un califfo. Senza contare che comunque c’era lo ius publicum del diritto romano, che era un inizio di garanzie di protezione dei diritti personali. Insomma, nel campo dei diritti della persona va proclamata la superiorità dell’occidente senza se e senza ma e questa superiorità va attribuita a tutte le componenti dell’occidente, Papa compreso. Le correnti di pensiero post-illuministiche dovrebbero recuperare questo orgoglio, senza cercare di appropriarselo in toto e senza, al tempo stesso, dismetterlo di botto pascolando in un indistinto rispetto anodino per tutte le culture.

Io considero, retrospettivamente, l’indipendenza – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo – dello Stato Pontificio necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.

8. “Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione.” Gesù stesso afferma che il suo è un giogo, anche se dolce.

9. “Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene” stesso discorso per il Cristianesimo.

Queste due domande hanno un’unica risposta. Oltre a quanto già spiegato nel Laico Dio, aggiungo che quando Gesù dice “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” egli stabilisce, fra l’altro, indirettamente, due cose: attesta che vi è un Dio superiore e distinto da Cesare e che nessuna autorità terrena può essere divinizzata. Stabilisce la relatività di qualsiasi autorità terrena e che essa non può sostituirsi a Dio. La norma emanata dall’autorità terrena rimane valida, ma dentro un cerchio delimitato. Essa ha valore temporaneo in quanto mortale l’autorità che l’ha emanata e, in senso lato, valore contrattuale, in quanto non si contratta con un’ Autorità Suprema, Immortale e Onnipotente. L’adunanza dei fedeli, la Chiesa, vive nella società, ne riconosce le regole di convivenza, ma non trae da essa, ovvero dagli uomini, il magistero etico. Tutto ciò determina un nuovo rapporto del singolo con la società alla quale egli ora concede un’adesione condizionata. Non vi è più spazio per un’etica di gruppo, che sia a livello tribale o statale. In verità non poteva esservi completamente neanche prima, ai livelli pervasivi e totalitari che avremmo conosciuto successivamente a Cristo. La situazione era ambigua per l’uomo inteso come animale sociale; egli era ancora parzialmente in catene. Ciò che significò – anche a livello di comunità – la venuta di Gesù io la chiamo la chiarificazione cristiana. Ma proprio in seguito a questa chiarificazione, la perversione di questo nuovo rapporto poteva portare ai risultati opposti. E il primo grande caso fu l’Islam. In quella sua formula di fede – parola d’ordine rivoluzionaria io la chiamo – Maometto/Cesare costituisce Dio mallevadore della sua autorità. Maometto/Cesare e Dio legiferano insieme. Il Dio di Maometto parla agli uomini, non all’Uomo. La legge della comunità è l’unica direzione morale della coscienza individuale. Non vi è spazio per l’interiorità. Non vi è una Chiesa e non vi è posto per un Clero nella struttura Islamica, quando significativamente perfino nell’Antico Testamento vi erano già i Leviti.

L’espressione giogo soave o leggero significa semplicemente che non è un giogo.

10. L’Islam sta morendo” mi sembra al contrario che stia “invadendo” l’Europa moltiplicando le nascite.

Ho spiegato in lungo e in largo perché l’Islam sta morendo. Non sono preoccupato del numero dei mussulmani, che fra l’altro è ragionevole prevedere che anche dal punto di vista delle nascite si europeizzeranno presto. Sono preoccupato dall’atonia culturale dell’Occidente e dell’Europa in particolare, che temo sia preda di una sindrome, spero e non credo mortale, bizantina che ci assicurerà una lunga e dorata decadenza prima di finire in bocca non al mondo islamico, ma agli Indiani e ai Cinesi. Mai come nel XXI secolo l’unione di intenti, l’unione strategica tra Stati Uniti e Europa è vitale. Di questo scriverò in seguito. In ogni caso, tra due generazioni i figli degli immigrati mussulmani saranno cristiani o indifferenti.

11. “a quegli uomini che professano, sì, e in buona fede, una religione sbagliata, ma che nel loro cuore albergano quei sentimenti di giustizia che, per usare un linguaggio biblico, saranno computati a loro giustificazione” anche loro pensano di essere nel giusto (tutte le religioni sono convinte di possedere la Verità), ma preferiscono mandarvi tutti a bruciare all’inferno.

E’ vero: tutte le religioni sono convinte di possedere la Verità, almeno quelle monoteiste che discendono dal tronco dell’Ebraismo. E non può essere che così. Altrimenti semplicemente non sarebbero religioni. Solo una religione può essere quella giusta, lo si voglia o no. Con la precisazione che per il Cristianesimo l’Ebraismo non è tanto una religione sbagliata, quanto morta. Non per questo, e in questo non vi è incertezza nella dottrina cristiana, chi professa un’altra religione o non ne professa affatto è condannato a bruciare all’inferno, perché si presume sempre la buona fede tanto più quando si sia nella totale ignoranza. Come ho scritto più volte, Dio –  e solo Lui – scruterà nel cuore di ogni uomo. E in quello delle donne: mi si stringe il cuore al pensiero di veder bruciare all’inferno tanta divina bellezza!

La donna Cananea

 OVVERO L’ABOLIZIONE DEL PREGIUDIZIO ETNICO

Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio!” Ma egli non le rivolse neppure la parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro!” “Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò davanti a lui dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani”. “E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cani si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita. (Matteo 15, 21-28,)

Sentendo le implorazioni della donna Cananea, Gesù decide di mettere tutti, la donna, gli apostoli e il popolo, alla prova. Con la sua ostentata, inusuale e disumana freddezza attira su di sé una muta attenzione. Gli sguardi di tutti sono di lui. Gli apostoli, obbedendo ad un moto del proprio cuore, supplicano – pregano – Gesù di ascoltare le preghiere della donna. Gesù allora, gettando uno sguardo all’intorno e  interrogando la folla cogli occhi, pronuncia con calcolata lentezza e nettezza queste parole: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Gli apostoli e il popolo presi nel laccio della propria contraddizione, nel laccio delle loro stesse parole, quelle della tradizione legalistica farisaica, ammutoliscono. La donna in cuor suo spera. Gli si avvicina, si prostra davanti a lui e dice: “Signore, aiutami!”. In una sospesa atmosfera che vede al centro della scena il Maestro e la donna in ginocchio nel cerchio muto della folla, Gesù, con una spietatezza che inchioda le sue parole alla coscienza degli astanti, ne pronuncia di ancor più dure e nette: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani”. Gesù non guarda la donna; guarda la folla: che devo fare, signori, con questa cagna? La donna, mossa dallo spirito di una speranza indomabile e incontrollabile, rivolge le sue ultime parole a Gesù: “E’ vero, Signore, ma anche i cani si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Solo adesso, per la prima volta, Gesù abbassa lo sguardo verso il viso della donna con un sorriso complice e commosso e dice: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. Gli apostoli sono sollevati ma disorientati. Il popolo ammirato ma scosso. Se Gesù ha ascoltato le preghiere della donna Cananea, qual è quindi, qual è d’ora in poi il popolo d’Israele, il popolo destinato alla salvezza?

In verità non c’è una vera abolizione del pregiudizio etnico, perché non c’è mai stato: ora abbiamo l’ufficializzazione data da chi ne ha l’autorità di una verità che in nuce era già nell’Antico Testamento, come ho spiegato nel pistolotto chiamato Il Laico Dio, part One & Two.

Maometto il rivoluzionario e la fine dell’Islam

Tutti i fenomeni religiosi o parareligiosi postcristiani – in senso culturale, non cronologico – le eresie cristiane propriamente dette, i vecchi e moderni millenarismi, compresi i totalitarismi di destra e sinistra, hanno questo in irriducibile antitesi col Cristianesimo: la pretesa di creare il Regno di Dio su questa terra e quindi un proprio ordine sociale; piccolo, autonomo e isolato dal resto della società – tendenza presente già nella chiesa primitiva e condannata da S. Paolo che prescriveva di ubbidire ai magistrati – oppure grande e universalistico, la si chiami Città del Sole, Soluzione Definitiva o Comunismo. La caratteristica mancanza di libertà viene psicologicamente compensata sia dall’autoattribuzione della virtù (puri si definivano i Catari, dal greco khataròs) e/o dalla designazione di un Satana in carne e ossa sul quale sfogare le energie represse. L’annientamento o la conquista è la grande valvola di sfogo. L’Islam è il primo grande e confuso fenomeno di questo tipo e vi è un sottile legame tra il rovesciarsi post-rivoluzionario dei suoi eserciti di sudditi-fedeli in Asia, Africa e Europa nel VII secolo dopo Cristo e quello post-rivoluzionario degli eserciti napoleonici di sudditi-cittadini in Europa più di mille anni dopo.

Per parlare della logica rivoluzionaria dell’impresa di Maometto occorre fare una premessa concernente la fisiologia dell’espansione democratica moderna. Possiano chiamare democrazia la forma statuale della libertà individuale nell’era moderna. I suoi liberali difensori però sbagliano, facendo il gioco dei giacobini, nell’investire il concetto di democrazia di un valore morale. Errore che Tocqueville si guardò bene dal fare. Egli chiama genericamente uguaglianza delle condizioni il risultato inevitabile di questo travaglio storico che stava prendendo forma sotto i suoi occhi, al di qua e al di là dell’Oceano, e avvisò (e fu profeta dei totalitarismi) che in tempi di democrazia il dispotismo avrebbe potuto assumere forme oppressive quali mai si erano viste in precedenza.  Il trapianto della forma democratica, in altre parole, laddove i tempi non fossero maturi e non fosse in armonia con i costumi poteva portare al collasso delle istituzioni di un paese e alla presa del potere di minoranze settarie organizzate. Quando Metternich affermava di temere i liberali, perché dietro i liberali vedeva i democratici, e dietro i democratici i repubblicani, e dietro questi i socialisti e i rivoluzionari con la ghigliottina, era più un profondo conoscitore della realtà dei suoi tempi che un acido conservatore. Va sottolineato con forza che nella sua Democrazia in America Tocqueville ritornava insistentemente sull’importanza  dei costumi di una nazione, ovvero su quanto in una realtà democratica lo spirito di libertà e di responsabilità individuale (le due cose vanno di pari passo e sono inseparabili) fosse radicato in un popolo, perché naturalmente un sistema democratico vivo non è un congegno ad orologeria, un alambicco costituzionale la cui bella architettura e le parti ben distribuite ne garantiscano indefinitamente il funzionamento, ma in ultima analisi è un sistema fondato sulla fiducia o, per dirla con gli anglosassoni, sul consensus. Nell’era moderna il primo grande esempio di questo trapianto è stato il rapporto Francia-Gran Bretagna nel ‘700. L’illuminismo inglese (e possiamo fare i nomi di Locke, di Hume, di Gibbon, di Smith) non fu la causa delle libertà inglesi, ma l’effetto di queste ultime nel campo culturale. Viceversa l’illuminismo francese fu un fenomeno riflesso, di importazione. L’intellighenzia francese in generale ammirava, apprezzava queste libertà ma non riusciva a coglierne il nesso coi profondi meccanismi sotterranei della società inglese, ad accettarne la volgarità e causava soprattutto, in quella di matrice aristocratica, il disgusto per lo spirito affaristico e borghese dell’aristocrazia isolana. Voltaire stesso che beneficiò di questa libertà, confessava di sentirsi in un paese a lui estraneo, completamente differente da quelli del continente. Priva del suo retroterra, del suo indispensabile humus, in terra francese la democrazia, o meglio la libertà, divenne un fatto ideologico. L’ateismo serafico e tranquillo di Hume divenne odio contro la religione, la libertà dei costumi divenne un libertinismo dai tratti a volte criminali (Sade), la pratica democratica nelle mani di minoranze settarie  di novelli professionisti della politica, che si servivano di un popolo passivo per mettere le istituzioni di fronte al fatto compiuto (che è il tradimento principe dello spirito democratico), servì per coprire formalmente la violenza, l’assassinio e le epurazioni: la Francia cadde come un gigante senza anticorpi. Quando alla democrazia non si arriva naturalmente per lunghi passaggi intermedi, la sua anima universalistica schiaccia impietosamente tutte le differenze in un dispotismo illiberale. In questo senso il Comunismo in Russia e poi nel resto del mondo extra euro-americano non è che una prima forma brutale e criminale di secolarizzazione democratica. Fatalmente il fascino democratico agisce profondamente nella mente di un popolo diviso in caste senza immaginare che i rivoluzionari non gli prospettano altro che un’uguaglianza da schiavi.

Un’altra necessaria premessa è che il Cristianesimo nel mondo greco-romano trionfò perché molte cose ormai vi si predisponevano. Prima con l’Ellenismo seguito alle conquiste di Alessandro Magno, e poi con l’Impero Romano, le conquiste civico-filosofico-culturali delle democrazie cittadine greche e della repubblica romana avevano elevato prepotentemente il concetto della dignità individuale, mentre d’altra parte proprio il collasso delle libertà greche, a processo culturale però ormai maturato, e quello delle libertà repubblicane romane, avevano tolto ogni illusione, perlomeno nel campo filosofico, nella possibilità di una piena realizzazione dell’uomo nelle sole istituzioni terrene. Di qui la nascita e l’affermarsi delle due grandi scuole filosofiche stoica ed epicurea, vere eredi del lascito socratico-platonico, che ricercavano nell’armonia interiore la perfezione di sé e la propria serenità. In un mondo siffatto le singole figure della vasta moltitudine degli dei, da quelli originati da retaggi animistici ancestrali, a quelli della famiglia, della tribù, della città, insomma la pittoresca compagine mitologica di superuomini che replica, eternandoli, i pregi e i difetti degli uomini in un loro mondo senza morte, per di più in un pantheon continuamente arricchito dalla conquista militare romana, si vanno sempre più sbiadendo e di pari passo col crescere della dignità individuale e del valore autonomo della sua interiorità si va disegnando la figura purificata di un Dio universale e personale. Fuori da questo sviluppo naturale, il monoteismo può essere espressione di una casta regnante, la quale eleva a religione di stato un culto per scopi politici, riunendo trono e popolo nella venerazione di un Dio unico e universale, ma nello stesso tempo simbolo di dominio e ammonimento ai sudditi, come sembra essere stato il caso dello Zoroastrismo in Persia, prima con gli Achemenidi e poi con i Sassanidi.

Nel secolo di Maometto, gli Arabi apparivano come l’etnia culturalmente meno indicata all’impiantarsi del monoteismo. Nel corso della loro antichissima storia erano rimasti refrattari a qualsiasi influenza civilizzatrice; l’espansione indoeuropea, sia che venisse dall’Europa, sia che venisse dal continente indiano, si era arrestata ai limiti del deserto. Solo nel sud della penisola arabica, nell’attuale Yemen, si era sviluppata una discreta civiltà sedentaria – vari regni, come quello mitico di Saba, tutti allora in completa decandenza – ma nel centro e nel nord dell’immenso e arido paese, anche nelle zone a contatto con i regni ellenistici succeduti alla conquista di Alessandro Magno, poi con le province asiatiche dell’Impero Romano e quindi con quelle dell’Impero Bizantino, oltre che con l’eterno Impero Persiano, la civiltà araba rimaneva quella di sempre, nomade e tribale.

“Componenti essenziali nella caratteristica del più antico e autentico arabismo sono il deserto, il nomadismo e il vincolo tribale. […] Il nomadismo, fondato su un’economia pastorale, e la necessità di periodici spostamenti per sfruttare i magri pascoli, restano i tratti fondamentali del modo di vita di questi antichi Arabi, e una radice schiettamente araba (badw, aggettivo bàdawi con plurale badawiyyìn) ha fornito il termine per designare il fenomeno anche fuori del mondo arabo in senso stretto. Gli Arabi sono stati e sono i beduini per eccellenza. […] Essenza e quasi simbolo di queste elementari condizioni di vita dell’arabismo nei secoli immediatamente precedenti a Maometto è il vincolo tribalizio, l’unica salda e riconosciuta struttura sociale per quell’ambiente e quell’età. […] …la società beduina si regge tutta sul principio della solidarietà ed autorità tribale, in gruppi genealogici variamente articolati che la posteriore antiquaria araba ci presenta in rigida e ingannevole schematizzazione. […] Fuori della tribù, cui si appartiene o per diretto vincolo di sangue o per affiliazione (walà, tahaluf), non vi è vita possibile, se non nella precaria esistenza del disperato e del bandito, come è cantata dal poeta Shànfara. La religione della maggior parte di questi Arabi […] è un elementare polidemonismo, con elementi di feticismo e animismo. Gli Arabi adoravano uno svariato pantheon di divinità, nessuna delle quali ha però mai assunto forme sviluppate e personali, nè è mai arrivata a sormontare decisamente sulle altre dando luogo a un enoteismo.[…] Tutte queste figure divine erano dagli arabi adorate in semplici forme idolatriche: pietre e rocce sacre, alberi, rozzi idoli antropomorfici o teriomorfici, taluni di importanza e culto strettamente locale, altri di più larga diffusione intertribale.” (Francesco Gabrieli, Maometto e le grandi conquiste arabe)

In quell’Arabia v’erano però piccole colonie giudaiche e cristiane con le quali molto probabilmente Maometto venne a contatto e non è da escludere che alla sua conoscenza del monoteismo giudaico e cristiano abbia contribuito la sua attività di agente carovaniere. Il genio rivoluzionario di Maometto sta nell’aver capito che, in una società divisa in tribù e le cui svariate divinità erano in parte anche espressione di questo frazionamento, il monoteismo, espressione di una civiltà superiore (come i principi democratici di uguaglianza per i rivoluzionari dei tempi moderni) poteva essere la strada che lo avrebbe portato al potere. La formula di fede dell’Islam “Non v’è altro dio che Allàh e Muhammad è il suo profeta” è la parola d’ordine di un nucleo rivoluzionario. Il monoteismo, la religione dell’unico Dio per sua natura parla all’individuo; Maometto se ne fece portavoce ed unico interprete, e funzionò come esca per gli scontenti e gli ambiziosi. Maometto infine si fece Re, laddove Cristo si comportò assai diversamente:

“Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: ‘Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!’. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo Re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.” (Giovanni, 6, 14-15)

E se il monoteismo fu la scala che portò Maometto al potere, il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione Coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Oggi in Occidente molti parlano, più spesso con accenti di orrore ma non di rado con una sorta di morbosa, malcelata ammirazione, della vitalità dell’Islam, che è del tutto apparente. L’Islam fin dalla sua nascita, è una società che vive solo se cresce e conquista. Quando si ferma rinsecchisce. Avendo Maometto non solo creato una religione, ma anche disegnato un modello di società terrena sostanzialmente immodificabile, egli con questo ha paralizzato in tutti i campi le capacità creative dell’individuo – come nelle società totalitarie -, per cui tutte queste energie individuali represse vengono canalizzate per una sorta di primordiale principio organico nella loro unica possibilità di espressione: l’aggressività verso gli infedeli e la conquista. Nell’arte, nella scienza, nella letteratura l’Islam è stata essenzialmente una civiltà assimilatrice, non creatrice. Creare vuol dire speculare e quindi necessita di spazi di libertà. Grandi creatori furono i Greci, nelle loro microscopiche realtà democratiche ante litteram. Ma ecco allora che quando la conquista viene meno e rifluisce come una marea, ecco che l’Islam si trova piegato su se stesso e niente ha da offrire alla creatività e all’attività individuale. Così è successo per l’ondata araba e poi per quella turca. Mentre l’Occidente cristiano progrediva, nel mondo islamico era come se il tempo si fosse fermato. E’ vero che l’Islam non è quel moloch che si potrebbe supporre, così come non è mai esistito un Islam puro. Nella sua storia ha saputo dimostrare, differenziandosi localmente nella vasta area geografica della sua espansione, anche una notevole elasticità. Ma questa elasticità ha in ogni caso un suo limite invalicabile, oltre il quale l’Islam non esiste più. L’Islam, si irrigidisca o si addolcisca, non riesce ad uscire dalla sua sfera. Se l’Islam si è separato dalla modernità è perché più in là non poteva andare, pena l’autodissoluzione. E’ sbagliato pensare che all’interno dell’Islam vi siano degli elementi che adeguatamente sviluppati possano portare alla democrazia. O per meglio dire l’Islam non può convivere indefinitamente con la democrazia, cioè con lo sviluppo delle libertà individuali. Come già scrisse Alexis de Tocqueville ormai 170 anni fa, in tempi quindi non sospetti:

“Maometto ha fatto discendere dal cielo e ha messo nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra di loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in questi secoli come in tutti gli altri.” (Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America, Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto)

Si può piuttosto dire che nella natura totalitaria dell’odierno radicalismo islamico, vi è qualcosa che è dovuta al suo contatto con l’Occidente, così come nel secolo scorso il nazionalismo arabo, che parve una sorta di rivitalizzazione di un mondo islamico sempre più alla deriva, nacque sotto lo stimolo culturale dell’Europa. L’Occidente infatti da sempre esporta i veleni che inevitabilmente la libertà produce. Solo che dove vengono prodotti coesistono con gli anticorpi che li combattono, mentre laddove vengono inoculati piegano anche i giganti. Anche i Bin Laden e i Khomeini, come prima di loro i Lenin e i Pol Pot, hanno fatto, per così dire, sulle orme di Maometto le scuole rivoluzionarie in Occidente. Oggi l’apparente vitalità islamica ha due concause fondamentali. La prima strutturale: l’espandersi irresistibile delle libertà individuali, in un mondo indirettamente ma già pervasivamente occidentalizzato; fenomeno che si può, anzi si deve, cercare di governare, ma che combattere significa andare contro natura: da ciò l’irresistibile naturale pressione alla quale è sottoposto l’Islam, impegnato nei giorni nostri in una vera e propria lotta per la vita, e alla quale non sopravvivrà. La seconda causa, accidentale, è l’aiuto che gli è venuto in questa lotta illusoria proprio dal nemico che vuole combattere: la tecnologia occidentale. Stiamo assistendo ad un grandioso colpo di coda della Jihad, cui seguirà il collasso. Di questo presentimento di morte si fece interprete l’Ayatollah Khomeini quando disse “o saremo felici conquistando il mondo oppure guadagnandoci il paradiso morendo tutti come martiri”. Gli odierni martiri dell’Islam sono veramente dei kamikaze e assomigliano nella loro cupio dissolvi ai suicidi di massa degli adepti  di qualche setta. L’Islam sta morendo, in una grande esplosione ingannatrice come la luce di quelle stelle morenti che gli astronomi chiamano Supernove. Nel lungo termine perciò non vi è un pericolo di colonizzazione islamica dell’Occidente, ma piuttosto quello di restare sotto il cumulo di macerie provocato da questa esplosione. Dopo di che l’Islam si spegnerà lentamente, bruciando a lungo nelle proprie ceneri.

Non per questo gli sforzi dell’Occidente sono vani, al contrario: innanzitutto per parare questo colpo di coda, e poi per arare con costanza il campo mediorientale, perché le piantine delicate hanno bisogno di più cure. I frutti già si vedono, anche e proprio in Irak. Assisteremo a un lungo interregno nel quale ambiguamente istituzioni quasi democratiche e precetti islamici convivranno. Poi questi ultimi scompariranno. In un discorso precedente a quello di Ratisbona Papa Benedetto XVI aveva detto:

“Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell’Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto di libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l’altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio.”

Discorso accolto malissimo dai liberal di casa nostra, che se invece fossero meno prevenuti avrebbero potuto aver l’intelligenza di capire che il discorso era rivolto soprattutto a quella parte del mondo islamico che con la Jihad non ha niente a che fare; a quegli uomini che professano, sì, e in buona fede, una religione sbagliata, ma che nel loro cuore albergano quei sentimenti di giustizia che, per usare un linguaggio biblico, saranno computati a loro giustificazione. La Chiesa Cattolica, che è sempre sottovalutata e che invece vede sempre lontanissimo, già si prepara a raccogliere questi orfani religiosi.

Impudica morte

La morte per impiccagione, e quindi esemplarmente pubblica ed impudica, di Saddam Hussein, seguita cronologicamente,  in Italia, alla mediatica agonia del corpo avvilito di Piergiorgio Welby ha messo in luce ancora una volta la fragilità della nostra società di fronte all’eterno problema della morte. Cosa si cela dietro quel melenso umanitarismo ammantato di compunzione e quell’esacerbata sensibilità che perfino un aspirante in là cogli anni alla Rifondazione del Comunismo, cioè di quell’ideologia che ha figliato i più formidabili macellatori di carne umana all’ingrosso che la storia abbia mai conosciuto, si è creduto in dovere di esibire? Non è difficile scorgere, d’altra parte, nel mare dell’opinione pubblica, una corrente istintiva ed irrazionale che tanto spingeva a salvare la prima vita, (salvo poi abbandonarsi caratteristicamente al voyerismo della morte attraverso internet, degradandosi a spiare nella materia ciò con cui rifiuta di confrontarsi nell’animo) tanto spingeva ad affrettare la fine della seconda, in forza di quello stesso sentimento di inaccettibilità psicologica che induce la gente ad applaudire ai funerali, in un rito esorcistico collettivo, le spoglie mortali di un defunto.

L’era moderna ha espulso dalla società la meditazione sulla morte, costante di tutte le epoche; nel comfort della nostra civiltà occidentale dove la morte, una volta ordinaria e per così dire, compagna di vita (si pensi ai tassi di mortalità infantile e giovanile fin ben addentro al secolo scorso anche nella nazioni più ricche), è ora sentita, grazie al progresso materiale, come un fatto straordinario, quando non conclusa col suo sempre più lontano termine naturale. La morte inattesa ci colpisce oggi tanto più violentemente e tanto più difficilmente l’accettiamo. Epperò morire pur dobbiamo, prima o dopo. Certo, sociologicamente parlando, non era certo qualche virtù spirituale a rendere vigile e quindi preparata la gente delle epoche passate alla morte improvvisa, bensì l’assoluta precarietà, rispetto ai nostri standard, delle condizioni sanitarie, igieniche, alimentari e l’arretratezza delle conoscenze scientifiche e delle sue applicazioni, oltre a tutto il resto.

Ma non è solo questo. Si pensi alla filosofia morale, il cuore pulsante della filosofia di tutti i tempi, che ancor più che uno studio è un’attitudine naturale di ogni spirito speculativo, che non viene più coltivata, nemmeno da chi non professa alcuna religione. (Eppure per esempio ad essa si devono persino le osservazioni che Adam Smith, titolare di una cattedra di filosofia morale a Glasgow ed autore in materia, pose alla base di un libro come La Ricchezza delle Nazioni.)

“Chi può dubitare, o mio Lucilio, che degli Dei immortali sia dono la vita, della filosofia la vita onesta? Pertanto sarebbe certo che noi siamo tanto più tenuti verso la filosofia che verso gli Dei, quanto più gran beneficio è la vita onesta che la vita, se non fossero stati gli Dei a darci proprio la filosofia: della quale a nessuno essi concessero la conoscenza, a tutti però la capacità di conoscerla. Infatti se anche di questa avessero fatto un bene comune e noi fin dalla nascita fossimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua caratteristica più bella, quella di non essere uno dei beni dipendenti dal caso. Orbene essa ha questo di prezioso e grande, che non ci viene incontro, che ciascuno deve procurarsela e non può ottenerla da un altro. Che cosa ci sarebbe di ammirevole nella filosofia, se essa ci toccasse come un beneficio? Uno solo è il suo compito, trovare la verità intorno alle cose divine ed umane: da essa non si allontana la religione, la pietà, la giustizia ed il seguito di tutte le altre virtù intimamente congiunte tra loro. Questa insegnò il culto degli Dei, l’amore verso gli uomini.” (Seneca)

“Il giovane non deve aspettare a occuparsi di filosofia e il vecchio non deve stancarsi di farlo. Poiché nessuno è mai troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. (Epicuro)

Nel mondo antico greco-romano il tema della morte fu onnipresente.

“La filosofia è imparare a morire.” (Platone)

“Ma il popolo talvolta sfugge la morte come il più grande dei mali, e talvolta la invoca come rimedio ai mali della vita. Il saggio, al contrario, non rifiuta il vivere né teme di non vivere.” (Epicuro)

“Tutta la vita dei filosofi è una meditazione della morte.” (Cicerone)

“… a vivere, invece, bisogna imparare per tutta la vita e quello che forse ti stupirà di più è che per tutta la vita bisogna imparare a morire.” (Seneca)

In epoca cristiana, Montaigne, imbevuto di cultura classica e cristiano assai saldo (checché se ne dica, a meno di non fare l’errore comune di scambiare per cristiano chi grida, in qualche modo, anche nel particolare e piuttosto arido metalinguaggio che i filosofi hanno creato nel corso dei millenni, “Signore, Signore!” dalla mattina alla sera) scrisse:

“E’ incerto dove la morte ci attende, attendiamola dappertutto. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci affranca da qualsiasi soggezione e costrizione.”

Al contrario di quanto diceva Seneca, oggi nessuno cerca di procurarsi la saggezza; si cerca fuori di sé quello che solo dentro di sé si può trovare. La strada impervia ma anche la naturalezza della riflessione personale viene evitata come la peste. Sul letto di morte di mia madre, che spirò dopo una lunghissima malattia, io mi misi a piangere. Qualcuno stupidamente, con una di quelle infelici frasi di circostanza dettate dalla tirannia delle convenzioni, mi disse che bisognava essere forti. Trattenni a stento un moto di ribellione. Cosa diceva a costui che io in quel momento non fossi forte? Non ero affatto sconvolto né disperato. Non ero minimamente scosso. Dentro ero tranquillissimo. E perciò non mi vergognavo di mostrare il mio grande dolore. Ma oggi invece ci si limita a curare i sintomi, non la malattia. Squadre di sostegno psicologico sono pronte a tenere in piedi la psiche, mentre silenziosamente l’anima va in mille pezzi. Al confronto con la morte, si risponde con l’anestesia della morte. Che San Francesco, quello vero, non quello scimunito da prendere a calci nel sedere consegnatoci dall’oleografia cinematografica, chiamava sora morte. La confusione tra sensi e spirito non può portare che a infinite mistificazioni,  di cui questo è solo un esempio.

Preoccupante indicatore di questo sbandamento culturale è la generalizzata incomprensione della posizione della Chiesa Cattolica sulla ovviamente lontanissime vicende di Piergiorgio Welby e Saddam Hussein. Sugli aspetti tecnico-medicali della prima (eutanasia sì, eutanasia no) ha mantenuto in generale sinora prudenza e riserbo, nella difficoltà oggettiva di orientarsi nella valutazione morale – non legale – delle cure palliative estreme e in particolare di quella sedazione terminale, la cui perlomeno infelice aggettivazione, non può non far pensare l’uomo della strada ad una morte sostitutiva. Ripetiamolo ancora: la morale cristiana condanna l’atto, mai chi l’ha commesso. Siamo tutti peccatori, e tutti i giorni. Nessuno può scrutare definitivamente nel cuore di una persona. Ecco perché essa insegna di pregare per tutti e per tutti coloro che sono morti. Ma proprio per questo essa non può sottrarsi al suo primo compito, vitale, di testimonianza. Se tutto perdona, e viene a patti con la pur necessaria legge positiva, la legge degli uomini, essa non  può transigere, nel campo della morale – non della legge – su quanto per essa è verità e non può non dichiararlo. Di fronte alla reiterata volontà di disporre della propria vita di Welby, e di chi lo sosteneva, (comunque la vicenda sia poi finita dal punto di vista medico-legale) ha ritenuto di non piegarsi alla santificazione simbolica di un funerale religioso.

La medesima confusione dei piani si è registrata nella valutazione fatta dai media della posizione del Vaticano in merito alla morte di Saddam Hussein, presentata come una condanna teologica. Riportiamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

2267 L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poichè essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” [Evangelium vitae, n. 56].

Il rifiuto della pena di morte è dettato dunque da sacrosante ragioni di umanità e opportunità ma non è incondizionato. Ciò significa che nel caso dell’ex dittatore irakeno è persino opinabile, in quanto non articolo di fede. E appare infatti piuttosto ingenuo pensare che in un contesto come quello mediorientale si potesse metter mano ad un provvedimento di clemenza del genere, per di più ad personam, e quale persona! Molto più realisticamente questa petulante insistenza umanitaria alla maggioranza degli irakeni non sarà parsa altro che un capriccio da ricchi.

Intanto dai quattro angoli dell’Europa, con farisaica altezzosità e insostenibile leggerezza, mescolando sacro e profano, si sproloquia del valore democratico dell’abolizione della pena di morte. Di una supposta superiorità morale della democrazia, della sua ideologizzazione, Alexis de Tocqueville avrebbe riso. La democrazia è giusta solo in quanto è irragionevole ed ingiusto ostacolare lo sviluppo naturale ed inevitabile delle libertà individuali quando ne maturino le condizioni materiali. Questo scivoloso sentimentalismo, questo umanitarismo senza radici, della sensibilità e non dello spirito, una volta fatto il callo si abitua a tutto. Chi si mette in bocca continuamente i valori democratici, è l’eterno giacobino intento a scardinare quel modus vivendi faticosamente messo insieme che oggi chiamamo democrazia liberale (animato da quel senso di responsabilità maturato dopo lungo tirocinio definito dallo storico Robert Conquest civic sense) nel tentativo di sostituirlo con un nuovo tirannico Decalogo di immutabili (se non dall’eterno Comitato di Salute Pubblica o dall’eterno Partito) Valori Democratici. In Francia, il 30 maggio 1791 un coraggioso e giovane deputato dell’Assemblea Costituente, si alzò e intervenne in aula proponendo l’abolizione della pena di morte, alla quale affibiò gli epiteti di: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Il suo nome era Maximilien de Robespierre.

Links: Ismael sullo stesso tema  mentre gli ipocriti si becchino questa sfuriata di House of Maedhros