Bene & Male, Esteri

Impudica morte

La morte per impiccagione, e quindi esemplarmente pubblica ed impudica, di Saddam Hussein, seguita cronologicamente,  in Italia, alla mediatica agonia del corpo avvilito di Piergiorgio Welby ha messo in luce ancora una volta la fragilità della nostra società di fronte all’eterno problema della morte. Cosa si cela dietro quel melenso umanitarismo ammantato di compunzione e quell’esacerbata sensibilità che perfino un aspirante in là cogli anni alla Rifondazione del Comunismo, cioè di quell’ideologia che ha figliato i più formidabili macellatori di carne umana all’ingrosso che la storia abbia mai conosciuto, si è creduto in dovere di esibire? Non è difficile scorgere, d’altra parte, nel mare dell’opinione pubblica, una corrente istintiva ed irrazionale che tanto spingeva a salvare la prima vita, (salvo poi abbandonarsi caratteristicamente al voyerismo della morte attraverso internet, degradandosi a spiare nella materia ciò con cui rifiuta di confrontarsi nell’animo) tanto spingeva ad affrettare la fine della seconda, in forza di quello stesso sentimento di inaccettibilità psicologica che induce la gente ad applaudire ai funerali, in un rito esorcistico collettivo, le spoglie mortali di un defunto.

L’era moderna ha espulso dalla società la meditazione sulla morte, costante di tutte le epoche; nel comfort della nostra civiltà occidentale dove la morte, una volta ordinaria e per così dire, compagna di vita (si pensi ai tassi di mortalità infantile e giovanile fin ben addentro al secolo scorso anche nella nazioni più ricche), è ora sentita, grazie al progresso materiale, come un fatto straordinario, quando non conclusa col suo sempre più lontano termine naturale. La morte inattesa ci colpisce oggi tanto più violentemente e tanto più difficilmente l’accettiamo. Epperò morire pur dobbiamo, prima o dopo. Certo, sociologicamente parlando, non era certo qualche virtù spirituale a rendere vigile e quindi preparata la gente delle epoche passate alla morte improvvisa, bensì l’assoluta precarietà, rispetto ai nostri standard, delle condizioni sanitarie, igieniche, alimentari e l’arretratezza delle conoscenze scientifiche e delle sue applicazioni, oltre a tutto il resto.

Ma non è solo questo. Si pensi alla filosofia morale, il cuore pulsante della filosofia di tutti i tempi, che ancor più che uno studio è un’attitudine naturale di ogni spirito speculativo, che non viene più coltivata, nemmeno da chi non professa alcuna religione. (Eppure per esempio ad essa si devono persino le osservazioni che Adam Smith, titolare di una cattedra di filosofia morale a Glasgow ed autore in materia, pose alla base di un libro come La Ricchezza delle Nazioni.)

“Chi può dubitare, o mio Lucilio, che degli Dei immortali sia dono la vita, della filosofia la vita onesta? Pertanto sarebbe certo che noi siamo tanto più tenuti verso la filosofia che verso gli Dei, quanto più gran beneficio è la vita onesta che la vita, se non fossero stati gli Dei a darci proprio la filosofia: della quale a nessuno essi concessero la conoscenza, a tutti però la capacità di conoscerla. Infatti se anche di questa avessero fatto un bene comune e noi fin dalla nascita fossimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua caratteristica più bella, quella di non essere uno dei beni dipendenti dal caso. Orbene essa ha questo di prezioso e grande, che non ci viene incontro, che ciascuno deve procurarsela e non può ottenerla da un altro. Che cosa ci sarebbe di ammirevole nella filosofia, se essa ci toccasse come un beneficio? Uno solo è il suo compito, trovare la verità intorno alle cose divine ed umane: da essa non si allontana la religione, la pietà, la giustizia ed il seguito di tutte le altre virtù intimamente congiunte tra loro. Questa insegnò il culto degli Dei, l’amore verso gli uomini.” (Seneca)

“Il giovane non deve aspettare a occuparsi di filosofia e il vecchio non deve stancarsi di farlo. Poiché nessuno è mai troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. (Epicuro)

Nel mondo antico greco-romano il tema della morte fu onnipresente.

“La filosofia è imparare a morire.” (Platone)

“Ma il popolo talvolta sfugge la morte come il più grande dei mali, e talvolta la invoca come rimedio ai mali della vita. Il saggio, al contrario, non rifiuta il vivere né teme di non vivere.” (Epicuro)

“Tutta la vita dei filosofi è una meditazione della morte.” (Cicerone)

“… a vivere, invece, bisogna imparare per tutta la vita e quello che forse ti stupirà di più è che per tutta la vita bisogna imparare a morire.” (Seneca)

In epoca cristiana, Montaigne, imbevuto di cultura classica e cristiano assai saldo (checché se ne dica, a meno di non fare l’errore comune di scambiare per cristiano chi grida, in qualche modo, anche nel particolare e piuttosto arido metalinguaggio che i filosofi hanno creato nel corso dei millenni, “Signore, Signore!” dalla mattina alla sera) scrisse:

“E’ incerto dove la morte ci attende, attendiamola dappertutto. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci affranca da qualsiasi soggezione e costrizione.”

Al contrario di quanto diceva Seneca, oggi nessuno cerca di procurarsi la saggezza; si cerca fuori di sé quello che solo dentro di sé si può trovare. La strada impervia ma anche la naturalezza della riflessione personale viene evitata come la peste. Sul letto di morte di mia madre, che spirò dopo una lunghissima malattia, io mi misi a piangere. Qualcuno stupidamente, con una di quelle infelici frasi di circostanza dettate dalla tirannia delle convenzioni, mi disse che bisognava essere forti. Trattenni a stento un moto di ribellione. Cosa diceva a costui che io in quel momento non fossi forte? Non ero affatto sconvolto né disperato. Non ero minimamente scosso. Dentro ero tranquillissimo. E perciò non mi vergognavo di mostrare il mio grande dolore. Ma oggi invece ci si limita a curare i sintomi, non la malattia. Squadre di sostegno psicologico sono pronte a tenere in piedi la psiche, mentre silenziosamente l’anima va in mille pezzi. Al confronto con la morte, si risponde con l’anestesia della morte. Che San Francesco, quello vero, non quello scimunito da prendere a calci nel sedere consegnatoci dall’oleografia cinematografica, chiamava sora morte. La confusione tra sensi e spirito non può portare che a infinite mistificazioni,  di cui questo è solo un esempio.

Preoccupante indicatore di questo sbandamento culturale è la generalizzata incomprensione della posizione della Chiesa Cattolica sulla ovviamente lontanissime vicende di Piergiorgio Welby e Saddam Hussein. Sugli aspetti tecnico-medicali della prima (eutanasia sì, eutanasia no) ha mantenuto in generale sinora prudenza e riserbo, nella difficoltà oggettiva di orientarsi nella valutazione morale – non legale – delle cure palliative estreme e in particolare di quella sedazione terminale, la cui perlomeno infelice aggettivazione, non può non far pensare l’uomo della strada ad una morte sostitutiva. Ripetiamolo ancora: la morale cristiana condanna l’atto, mai chi l’ha commesso. Siamo tutti peccatori, e tutti i giorni. Nessuno può scrutare definitivamente nel cuore di una persona. Ecco perché essa insegna di pregare per tutti e per tutti coloro che sono morti. Ma proprio per questo essa non può sottrarsi al suo primo compito, vitale, di testimonianza. Se tutto perdona, e viene a patti con la pur necessaria legge positiva, la legge degli uomini, essa non  può transigere, nel campo della morale – non della legge – su quanto per essa è verità e non può non dichiararlo. Di fronte alla reiterata volontà di disporre della propria vita di Welby, e di chi lo sosteneva, (comunque la vicenda sia poi finita dal punto di vista medico-legale) ha ritenuto di non piegarsi alla santificazione simbolica di un funerale religioso.

La medesima confusione dei piani si è registrata nella valutazione fatta dai media della posizione del Vaticano in merito alla morte di Saddam Hussein, presentata come una condanna teologica. Riportiamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

2267 L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poichè essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” [Evangelium vitae, n. 56].

Il rifiuto della pena di morte è dettato dunque da sacrosante ragioni di umanità e opportunità ma non è incondizionato. Ciò significa che nel caso dell’ex dittatore irakeno è persino opinabile, in quanto non articolo di fede. E appare infatti piuttosto ingenuo pensare che in un contesto come quello mediorientale si potesse metter mano ad un provvedimento di clemenza del genere, per di più ad personam, e quale persona! Molto più realisticamente questa petulante insistenza umanitaria alla maggioranza degli irakeni non sarà parsa altro che un capriccio da ricchi.

Intanto dai quattro angoli dell’Europa, con farisaica altezzosità e insostenibile leggerezza, mescolando sacro e profano, si sproloquia del valore democratico dell’abolizione della pena di morte. Di una supposta superiorità morale della democrazia, della sua ideologizzazione, Alexis de Tocqueville avrebbe riso. La democrazia è giusta solo in quanto è irragionevole ed ingiusto ostacolare lo sviluppo naturale ed inevitabile delle libertà individuali quando ne maturino le condizioni materiali. Questo scivoloso sentimentalismo, questo umanitarismo senza radici, della sensibilità e non dello spirito, una volta fatto il callo si abitua a tutto. Chi si mette in bocca continuamente i valori democratici, è l’eterno giacobino intento a scardinare quel modus vivendi faticosamente messo insieme che oggi chiamamo democrazia liberale (animato da quel senso di responsabilità maturato dopo lungo tirocinio definito dallo storico Robert Conquest civic sense) nel tentativo di sostituirlo con un nuovo tirannico Decalogo di immutabili (se non dall’eterno Comitato di Salute Pubblica o dall’eterno Partito) Valori Democratici. In Francia, il 30 maggio 1791 un coraggioso e giovane deputato dell’Assemblea Costituente, si alzò e intervenne in aula proponendo l’abolizione della pena di morte, alla quale affibiò gli epiteti di: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Il suo nome era Maximilien de Robespierre.

Links: Ismael sullo stesso tema  mentre gli ipocriti si becchino questa sfuriata di House of Maedhros

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17 thoughts on “Impudica morte”

  1. Questo per dimostrarti che ti leggo, ma ultimamente le macchine le vedo da molto lontano. Abbi pazienza e considera che non faccio preferenze. Fra un po’ mi riprendero il possesso del territorio. 🙂

  2. Tremendamente densa, questa riflessione. Mi occorrerà rileggerla più volte, per avere ben chiaro il senso di un concetto avvincente come la confusione tra sensi e spirito. Adinolfi (Massimo), poi, è un brutto cliente, anche se quasi mai categorico come un Malvino.
    Mi riesce invece familiare la distinzione – tutta cristiana – tra peccato e peccatore; un bel ripasso di quel caposaldo gioverebbe a Emma Bonino, la quale tempo addietro si domandava come potessero i volontari del Movimento per la Vita arrecare beneficio a donne che considerano delle “potenziali assassine”. Ma è discorso parallelo al tuo, mi rendo conto.
    Comunque questa settimana, se ci riesco, mi soffermo anch’io sulla morte di Saddam.

    (Ah: buon anno!) 🙂

  3. Perbacco, come scrivi bene… ti metto qualche commento frammentario, una spece di corollario a cio’ che hai scritto, in quanto mi ci ritrovo totalmente.

    Il concetto stesso di “punizione esemplare” e’ roba da ancien regime, anche se Napoleone stesso lo riprese nella sua valenza prevalentemente militare. Punire severamente, punire poco: questo era l’assunto che mal si concilierebbe con il nostro individualismo, nel quale si finisce, alternativamente, a fare l’opposto di cio’ che coerenza vorrebbe. Tralascio le implicazioni etiche per carita di Dio, Patria, Famiglia e le considerazioni sull’efficienza del nostro sistema politico, per lo stesso motivo.

    In alcuni contesti culturali, quando i genitori portavano i figli allo spettacolo delle esecuzioni capitali davano loro un simbolico scappellotto in testa dopo che il boia aveva compiuta la sua opera. La domanda sarebbe la seguente: la persuasione attraverso gli ormai consueti metodi educativi sarebbe piu’ o meno efficace?

    Al solito, si tratta della battaglia ideologica tra collettivismo e individualismo. Credo che una terza via non esista proprio: o si sceglie un metodo, o l’altro; o si antepone il bene della collettivita’, oppure quello dell’individuo, ma gl’individui sono tanti, oggigiorno, non quanti erano ai tempi del Bonaparte…

    Qui ci starebbe bene Schmitt, perche’ si ritorna all’eterna domanda su cui e’ imperniata quasi tutta la sua opera filosofica, ovvero: “in una democrazia chi e’ deputato a gestire l’eccezionalita’?”, Perche’ pare evidente che la pena capitale deve essere una punizione eccezionale oltre che esemplare…

    Temo che l’esito di una tal riflessione ci sorprenderebbe entrambi.

  4. Non a caso hai riportati alcuni passi dalla filosofia classica, nelle cui epoche vi era un certo equilibrio tra le esigenze dell’individuo e quelle della collettivita’… e bada che non ho scritto “diritti”. 🙂 Azzarderei un’ipotesi: non sara’ forse stato per il fatto stesso che queste comunita’ erano molto meno numerose di quelle attuali? Certo i discorsi sulle “masse” suonerebbero male nella societa’ ateniese, ma anche in quella romana, sebbene questa fosse molto piu’ inurbata.

  5. Vero anche il fatto che la filosofia e’ ritenuta roba antiquata. In pratica solo piu’ i religiosi e i militari d’elite si occupano di prepararsi ed imparare a morire. Siccome ho militato in alcuni reparti simili ho conosciuta bene questa pratica e potrei arrivare a dire che un qualunque legionario ignorante come una capra e’ spesso piu’ filosofo di un cattedratico di filosofia. Anche qui tralascio concetti altrettanto obsoleti come quelli che stanno sulle armi della Legione Straniera: “Honneur et Fidelite'”… al solito, intesi contemporaneamente per l’individuo come per la collettivita’ di cui questo e’ al servizio.

  6. Per quanto riguarda la Chiesa, temo che il suo problema sia quello di tutte le religioni, ovvero: la doppia obbedienza. Un tempo la religione era legge e tutto veniva risolto a monte, ma il “date a Cesare…” di Cristo pone la religione cristiana in una posizione unica nella storia delle religioni. Credo che questo sarebbe sufficiente a sancire la differenza tra i vari monoteismi: o vecchio testamento, o nuovo…

  7. Robespierre era gia’ un bell’anticipatore del materialismo dialettico… qui lo dico e qui lo nego. Del resto un rivoluzionario puo’ permettersi di essere “rivoluzionario e reazionario, magnanimo e severo…” insomma: coerente o incoerente pur di raggiungere il fine. Quello che scrisse Il Principe l’aveva gia’ chiarito benino. 🙂

    E tu che non volevi aprire un blog… mi prendi forse in giro?

  8. @ Ismael
    Volevo risponderti, ma la faccenda andava alquanto per le lunghe, e allora ho pensato di mettere in cantiere un vero e proprio post a confutazione dell’elzeviro di (Massimo) Adinolfi. Mi ha bloccato l’emicrania, di cui soffro, e quella sgualdrina della filosofia poco aiuta, purtroppo … 🙂

    @ Pseudosauro
    I tuoi complimenti sulla scrittura valgono doppio. Infatti da te mi sono fermato la prima volta “anche” per quello. Prova fare una capatina dal liberista Ismael: non scherza affatto, il mozzo della baleniera Pequod. Tieni conto che è un neo-ingegnere (uno che ha studiato davvero!) e il suo linguaggio, nelle scelte lessicali, secondo me ha qualcosa di “strutturale”: così, dove noi vediamo il prodotto bello e finito, con intonaci e tinteggiature, lui lo vede privo della scorza, pilastri e travi in evidenza, meglio ancora se da qualche parte il ferro d’armo è ancora visibile…
    Per il resto, dopo aver letto anche la tua superlenzuolata alla mia lenzuolata, le tue osservazioni da “intransigente conservatore” ritornano immancabilmente su quella ultima domanda – che non è fatua, lo so bene -ma la cui risposta potrebbe portare anche ad esiti “eccezionalmente” pericolosi. E’ ora di prendere il toro per le corna: stasera comincio a leggere il libriccino di Schmitt. Poi ti dirò, anche se so già che la mia opinione non potrà essere esattamente come la tua.

  9. Cacchiolina! Stavo scrivendo una risposta al tuo primo commento e tu mi inondi con altri uno, due , tre …quattro! Piano, per amor di Dio!
    Io ho fatto la naja e credevo di essere un eroe, mentre sento che tu hai militato addirittura in reparti “simili”… oltre ad aver lavorato alla Fenice … wow! 🙂
    La mia simpatia per la schiatta virile degli stoici e degli epicurei (non quel che si intende oggi per epicureismo) va di pari passo con la diffidenza per gran parte della filosofia che, lo confesso, mi sembra il più delle volte un ammasso di sofismi. Ma di questo nel post che sto preparando.
    Robespierre: cose sapute e risapute. Ma al gran pubblico ancora ignote. Secondo me non si è sottolineato sufficientemente che la caduta del Comunismo, ha esposto allo sguardo dell’opinione pubblica, non certo a quello degli studiosi, il fianco scoperto del mito della Rivoluzione Francese, e certi non più occultabili legami di parentela. Di qui, a mio avviso, le cause più riposte del “nervosismo” francese di questi ultimi anni.
    Aprire un blog? Volevo e non volevo, e come una falsa pudibonda donzella, attendevo un corruttore che, ahimè, mi facese cadere nella rete: tu! 😀

  10. Hai ragione. complimenti anche a Ismael che metteremo tra gli eletti… ancien regime, beninteso. 🙂 Io invece, sono un po’ sull’ Achab, ultimamente. E ti e’ andata ancora bene… avrei avuti altri due quintali di cose da dire, ma il tempo e’ quello che e’. Se tu avessi scritto un post piu’ semplice e banale te la saresti cavata con due righe. Tienilo presente per il futuro.

    Quanto a Schmitt, mi fa piacere che tu cominci a leggere qualcosa, soprattutto poiche’ dai l’impressione di essere uno che capisce cio’ che legge… e non e’ un fatto secondario di questi tempi. 🙂 Non mi attendo certo di trasformarti in un reazionario, ma nel caso convenissi sull’analisi che S da della situazione internazionale temo che non vi sarebbero poi molte alternative.

    Insieme con Nessie daro’ vita ad una piccola iniziativa editoriale on-off line e mi piacerebbe che tu fossi dei nostri.

  11. Ben detto. Ho scritto già tempo fa sulla morte negata nel mondo occidentale. E ho scritto ovviamente di Seneca, che resta uno dei miei maestri, oltre che uno degli uomini più intelligenti che siano mai esistiti.
    un saluto!

  12. @ PseudoSauro
    Del tuo invito riguardo alla piccola iniziativa editoriale sono solo lusingato. Il mio timore è la solita mancanza di tempo. Per esempio i tre-quattro post che avevo messo in cantiere per questi giorni ristagnano ancora fra le bozze a livello di appunti sparsi. Comunque son qua, se posso dare una mano. Solo non scommettere troppo su di me, proprio perché sono il primo a non volerti deludere.

    @ Antonio
    La tua amichevole pacca sulle spalle merita un link. Se permetti il tono un po’ ironico, dei neofuturisti-umanisti-liberali-cristiani e in qualche caso anche estimatori di Seneca non avevo ancora sentito parlare: ogni giorno se ne impara una di nuova! Ho dato un’occhiata al tuo sito e ho visto invece che siete seri. Riflettendoci non è una cosa poi così strana. Nell’alveo “liberale” stanno pian piano convergendo correnti culturali di diversa provenienza che, lasciando per strada ciò che vi era di caduco nella loro originale espressione, vogliono però testimoniarvi la loro più intima e vitale particolarità. Un ulteriore prova che anche dal punto vista culturale in Italia l’ibernazione settaria ormai è solo una prerogativa della sinistra.

  13. Caro Zamax,
    ti ringrazio per le tue parole e ricambio volentieri il link.
    In realtà noi neofuturisti invochiamo il risveglio dell’uomo, libero da pregiudizi e inutili luoghi comuni. Invochiamo l’uomo demassificato, l’uomo coraggioso e puro.
    Sono arrivato da te via PseudoSauro, che – meravigliati ancora! – è anch’esso neofuturista. D’altra parte è innegabile che il rilancio dell’uomo sia un’operazione futurista che non può prescindere dal recupero di valori umani perduti.
    Sulla sinistra settaria non aggiungo altro. Meglio non perdere tempo in discorsi noiosi. 😉
    un saluto e a presto!

  14. @ Maedhros
    Nel tuo sito di “finanza e dintorni” non vengo certo per la finanza, di cui più o meno non capisco un kaiser. Perciò ricambio i complimenti al tuo scintillante stile da spadaccino castigatore dei vizi (quelli veri) pubblici e privati. Magari ogni tanto vai anche sopra le righe, ma se non ci si sfoga nel PROPRIO blog, allora dove ci si sfoga?

    @ Antonio
    Oh, non mi meraviglio più di nulla! Io ho le mie idee, e ben radicate, lo so bene. Da un punto di vista politico, credo sia essenziale trovare all’interno del centrodestra un minimo comun denominatore. Quindi sono contro tutte le irragionevoli preclusioni. Un saluto anche a te.

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