Italia

Prodi nella morsa D’Alema-Montezemolo

Alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 lo scenario previsto e auspicato dal Piccolo Establishment (per usare l’espressione di Ludovico Festa del Giornale) era la trionfale vittoria Unionista, o meglio, la liquidazione definitiva dell’anomalia Berlusconiana, con in più il grazioso premio di una estrema sinistra ridotta a spettatrice passiva dell’azione di governo a causa dell’ininfluente peso specifico parlamentare. Le cose, come tutti sappiamo, non andarono così. La fragilissima vittoria rafforzò il ruolo mediatore di Prodi, e il boiardo e faccendiere di stato ne approffittò per costruirsi, con lo stile di sempre – lui non sa mai niente! – una rete di potere e di influenze che non può non aver urtato qualche pezzo grosso dalle parti di Viale dell’Astronomia, già di suo interessata alla formazione di una coalizione politica più larga e meno inclinata a sinistra. E il nostro sospetto è che, per ridurre il Professore a più miti consigli, anzi, per punirlo come un picciotto che ha avuto l’idea balzana di mettersi in proprio un po’ troppo, l’Empireo confindustriale, in consonanza questa volta col mondo dell’economia rossa anch’esso ormai ai ferri corti con l’espansionismo bazoliano, abbia deciso di dargli il benservito alla prima occasione, sostituendolo con un personaggio che per storia, autorità e carattere abbia la forza di tenere unita la sinistra, che lui d’altra parte sa così bene distruggere, nel momento dell’auspicato allargamento al centro della coalizione governativa: spezzaferro D’Alema.

Riepiloghiamo un po’ i fatti di questi giorni:

Alla vigilia del voto al senato l’ultimatum di D’Alema “Se non abbiamo una maggioranza ampia il governo se ne va a casa” viene sbattuto nella prima pagina del Corriere come uno di quei famosi preavvisi di garanzia al Cavaliere di cui ci hanno più volte onorato la nostra specchiata magistratura e la nostra specchiata stampa.

La misteriosa astensione di Pininfarina, che ha consentito all’ex segretario del PLI Valerio Zanone di render noto al popolo italiano, stupefatto, di essere ancora in vita.

Successivamente nel momento stesso dell’affannosa ricerca da parte dei DS e dell’Unione di voti in libera uscita dalla CDL, le sprezzanti dichiarazioni dello stesso D’Alema su una “certa sinistra” che “non serve al paese”.

E poi il fuoco di fila del Corriere della Sera: il 22 febbraio, la chiusa sibillina di un articolo di Galli della Loggia, dopo una pioggia di elogi sul comportamento tenuto dal ministro degli esteri in questi giorni:

Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare — e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando — che esista uno specifico caso D’Alema. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock. Una cosa sola pensiamo che l’opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D’Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.

Il 24 febbraio, l’articolo di Angelo Panebianco, che comincia così:

Sempre che il centrosinistra riesca a trovare i numeri necessari a fare maggioranza in Senato, ci sarà forse un rinvio alle Camere del governo in carica oppure la formazione di un nuovo governo Prodi, un Prodi bis. Se una di queste due cose accadrà, ciò non sarà però sufficiente per concludere che la crisi aperta dalla bocciatura sulla politica estera sia stata superata. Il (nuovo/vecchio) governo Prodi, infatti, potrebbe essere l’una o l’altra di due cose molto diverse. Potrebbe essere solo un tamponamento temporaneo della crisi, un governo destinato a infrangersi, stavolta definitivamente, su nuovi scogli entro pochi mesi, aprendo così la strada ad altre soluzioni.

Il 25 febbraio, è la volta di Sergio Romano con un articolo di cui riportiamo un lungo brano:

Può darsi che il governo, grazie al volonteroso aiuto dei senatori a vita e di qualche eletto dell’opposizione, riesca a superare il passaggio della Camera alta. Ma è difficile credere che Prodi sia riuscito, in così breve tempo, a risolvere le contraddizioni di una coalizione visibilmente divisa su alcune delle principali questioni che il governo dovrà affrontare nei prossimi mesi, dal finanziamento della missione militare in Afghanistan alla Tav e alla riforma del sistema previdenziale. Ha vinto perché ha giocato d’anticipo e ha fatto buon uso dell’unico argomento — non bisogna regalare il potere a Berlusconi — che è condiviso da tutti i suoi alleati. Se Rifondazione comunista non avesse collaborato, sarebbe stata ricordata nella storia della Repubblica come il partito che aveva fatto cadere tre volte (1997, 1998, 2007) il governo di Romano Prodi. Questo non è un accordo fatto per governare ma per evitare che altri possano riconquistare il potere. Giorgio Napolitano non poteva che prenderne atto. Se avesse rifiutato di credere alle assicurazioni del presidente del Consiglio avrebbe corso il rischio di aprire, insieme alla crisi politica, una più grave crisi istituzionale. Ma ha rinviato il premier alla Camere con una dichiarazione da cui traspare una sorta di rassegnazione. Coloro che s’interrogano sui sentimenti e le intenzioni del capo dello Stato hanno probabilmente notato uno degli argomenti con cui ha giustificato il rinvio del governo alle Camere: «Le ipotesi legittime e motivate di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza, a sostegno di un governo impegnato ad affrontare le più urgenti scadenze politiche e in particolare la revisione della legge elettorale — ipotesi sostenute da alcuni componenti della Casa delle libertà — non sono risultate sufficientemente condivise per poter essere assunte come base della soluzione della crisi del governo Prodi». Grazie a queste parole sappiamo quale potrebbe essere, se il governo cadesse una seconda volta, lo sbocco della prossima crisi.

Non poteva mancare, il 26 febbraio, di far sentire la sua voce il politologo Giovanni Sartori:

Incalzata dal Presidente Napolitano, l’Unione ha disperatamente cercato di «comprare» qualche senatore in più. Ne ha catturato uno, forse tre. Un magrissimo bottino, che tutt’al più assicura il prossimo voto di fiducia. Ma dopo? Come andrà, dopo, la navigazione quotidiana? La verità è che il centrosinistra sopravvive da sempre, al Senato, su una maggioranza incerta e friabile. Incerta perché i senatori a vita sono «indipendenti» e hanno il diritto di votare ogni volta come credono; e friabile perché all’estrema sinistra esistono teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde, o che forse proprio non ragionano. Ma se cancelliamo dal preventivo i sette senatori a vita e le teste quadrate, è sicuro che Prodi va sotto. Domani come ieri. Allora di cosa consiste il «nuovo slancio» del governo? Secondo Angelo Panebianco, Prodi dovrà «cambiare passo».
Finora la sua scelta strategica è stata, per assicurarsi la coesione dei suoi, di mantenere un’«alta tensione» contro il centrodestra e di privilegiare il suo rapporto con l’estrema sinistra. Ma ora, conclude Panebianco, «l’epoca delle sberle quotidiane all’opposizione è finita». Magari. D’accordo. Ma dubito che questo nuovo corso sia congeniale alla natura di Prodi. Prodi è uomo di bunker. La sua strategia del muro contro muro, del polo puro e duro, non è di questa legislatura; è una costante sin dal primo governo Prodi, che si autoaffondò nel 1998 pur di non macchiare la sua purezza «aprendosi» a Cossiga. La valutazione realistica della situazione è, dunque, che a Prodi mancano, sin dal primo giorno, i numeri per «fare bunker». Se ha tirato avanti per nove mesi è in forza della cecità della volontà (che è una sua vera forza). Ma la volontà ha ora sbattuto il naso nella realtà. Perché senza il sostegno di numeri non si può trasformare un passino, o un colabrodo, in un muro. Resta da vedere se Prodi saprà essere l’uomo per una diversa stagione.

Sempre il 26 febbario, un’intervista a Oscar Luigi Scalfaro, di cui sottolineamo questo significativo passaggio:

Rinviando il premier alle Camere, il presidente della Repubblica gli ha ricordato che «è necessaria una maggioranza politica». Cioè al saldo del voto dei senatori a vita. Se Prodi si salvasse solo con il vostro sostegno, che accadrebbe?

«Sarebbe un problema politico. Che certo non potrebbe essere sollevato dal Quirinale, visto che costituzionalmente il voto dei senatori a vita vale quanto quello dei senatori eletti. Non ci sono molte strade aperte, in un caso del genere. E toccherebbe al premier, allora, tirare le somme. Del resto, rileggendo la motivazione con la quale il capo dello Stato ha spiegato come ha risolto la crisi — e la via era obbligata, senza alternative — si direbbe che il presidente del Consiglio si sia assunto un impegno in questo senso».

Infine oggi, 27 febbraio, questa virtuosa istigazione, ovviamente inascoltata, al suicidio di Francesco Giavazzi:

Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico — grandi principi e poche indicazioni concrete — oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.

Certo, anche se l’UDC continua ad auspicare democristianamente una nuova fase politica senza Prodi (ma non si sa con chi) e Pininfarina annuncia democristianissimamente il suo voto sicuramente non contrario, Prodi sembra destinato a rimanere in sella anche dopodomani. Tuttavia, non saremmo poi tanto tranquilli, visto che per una maliziosa congiunzione astrale, domani, mercoledì 28 febbraio, la Chiesa festeggia S. Romano…

Links: Un’anticipazione del quadro sopra descritto era già stata sommariamente tratteggiata all’indomani delle elezioni del 2006 dal vostro Ismael

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Bene & Male, Italia

La libera Chiesa e il Sinedrio laicista

V’è ancora in Italia qualcuno, e pure intelligente, che crede all’esistenza di un potente, vasto, ramificato e tentacolare partito clericale; tara secolare che costringerebbe il nostro paese ad una sorta di infinita adolescenza; all’immaturità ributtante di un corpo storico ormai avvizzito; un mostro, nel novero delle nazioni civili. Ora, che sotto l’arco delle Alpi, ristagni da tempo una qualche anomalia è ben risaputo: il suo colore anche, e non è bianco-giallo. Costoro ragionano come quelli che, da mane a sera, ci scorticano le orecchie con nenie gracchianti sulla democrazia non ancora compiuta, l’unto e bisunto ma ancora funzionante grimaldello retorico del golpismo rosso.  Ben si capisce, ma questo non lo dicono a chiare lettere, che il nodo gordiano della divisione tra Stato e Chiesa, sarà tagliato – a vantaggio di tutti, e soprattutto del credente – quando la squadriglia dei preti si limiterà a parlare o nel confessionale o fra le quattro mura di una chiesa strettamente e quasi confidenzialmente in materia di fede e dottrina: il civismo cattolico sarà catacombale o non sarà.

Questo bel mondo di accigliati sacerdoti del laicismo, guidati da pensosi costituzionalisti cresciuti devotamente nella Religione del Libro della Bibbia Laica, la nostra bella e sana Costituzione del 1948, che qui bacio  – ché di feticismo si tratta -, è stato brutalmente preso in contropiede – esso, e i suoi servi sciocchi tra le file dei cattochic – dalla nuova e impudente libertà di uno stuolo di vecchi vescovi e cardinali arteriosclerotici. Rimpiangono perfino i tempi (ormai rimpiangono tutto della Prima Repubblica, tanto ci stavano comodi!) della Democrazia Cristiana, e non si accorgono, invece, che proprio la scomparsa di quello Stato Pontificio politico che fu la balena bianca, (che ci salvò dal comunismo e che ricucì le ferite ancora aperte di un’Unità Nazionale più giacobina e anticattolica che liberale) ha restituito i vescovi e i cardinali, sotto la guida di un esemplare di razza bavarese,  al loro pieno ruolo pastorale: attento alla pecora; e attento al gregge. Si sente nell’aria un odor schietto – che neanche dispiace – di sano e solido anticlericalismo, di vecchio stampo ottocentesco; di voglia di fargliela vedere, ai preti; di orgoglio novello e sfrontato.

Proprio per il pericolo dell’insorgere di un nuovo aggressivo anticlericalismo, se la Chiesa non si fa gli affari suoi, ha manifestato profonda preoccupazione lo storico Alberto Melloni, portavoce  della Chiesa Scismatica Dossettiana e della dhimmitudine cattolica, nello spirito conciliante dei suoi fratelli pacifisti per i dittatorelli di tutti e cinque i continenti, ai quali offrono prontamente profonda, partecipata, attenzione spirituale. A dar lustro alla compagnia si sono aggiunti il vecchio bigotto Oscar Luigi Scalfaro e il pavido Leopoldo Elia, quest’ultimo della schiatta dei costituzionalisti con l’occhio di falco per i fascismi, fascismi del passato s’intende; personaggi cui il Cristianesimo calzava come un guanto fino a che vestiva in parte i panni del Principe Democristiano, a quello devotissimi quand’era in salute.

All’edificazione della Chiesa Riformata Italiana, sul modello di certe addomesticate chiese nazionali protestanti o di quelle nazionali ortodosse, o meglio ancora della Chiesa Patriottica Cinese, hanno profuso le loro forze molti dei cattolici più malleabili, in specie nelle terre d’Italia requisite dal totalitarismo debole del marxismo peninsulare: i soggetti più pronti a sviluppare la Sindrome di Stoccolma sono sempre coloro che con i loro carcerieri hanno una segreta affinità psicologica, e sono i primi a mutuarne i metodi – nel nostro caso i metodi del giacobinismo in campo culturale – nei confronti dei loro confratelli di sventura. Così la sinistra democristiana, al popolo sconosciuta, divenne egemone nel partito. Così Rosy Bindi e compagni hanno cercato di egemonizzare l’associazionismo cattolico, brandendo la bandiera a strisce multicolori della grande prostituta di Babilonia.

Per venir incontro allo Spirito del Mondo, hanno inventato una nuova teoria, pur contrabbandandola per quella liberale (e cristiana, dico io) che distingue tra morale e legge, tra peccato e crimine: la teoria della doppia morale. (Sia qui notato tra parentesi come il povero Buttiglione sia stato infamato dall’esercito mediatico e politico dei chierici progressisti europei solo per aver ribadito quello stesso principio liberale quando disse, decidendo di non abiurare al suo processo, e correttamente per uno che si professa cristiano, che “l’omosessualità non è un crimine”). In pratica per il cristiano ciò significa la rinuncia a priori ad ogni lotta politica sui temi etici di fondo e il suo farsi garante non solo della legittimità ma anche della validità morale di ogni altra visione del mondo in quanto legislatore; e un continuo esercizio di fine-tuning della propria posizione politica sulla scia del relativismo etico.  Siamo ben lontani dalla scelta del male minore e da ogni realismo nelle cose di questa terra; siamo alla pura e semplice rinuncia alla testimonianza che rimane utile e vivifica la società anche nel momento della sconfitta politica, in quanto è indispensabile in una democrazia moderna, pena la decadenza,  che la coscienza dell’individuo non riposi passiva nel solco della legge. La quale, in assenza di un vasto, continuamente vivo e aperto pubblico dibattito sui temi etici, viene a costituire passo dopo passo, nell’indifferenza generale, l’unica etica riconosciuta. Certi liberali dovrebbero rendersi conto che è proprio il continuo fermento e il ribollire della polemica su queste tematiche nella scena politica e nell’opinione pubblica (quale esempio migliore degli Stati Uniti d’America?) a tener vivo il sentimento della libertà individuale, non la privatizzazione dell’etica che conduce viceversa, come detto sopra, ad uno stato etico di ritorno.

E un’ultima osservazione. L’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il sentimento nazionale, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione,  nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.

Links: sullo stesso tema Wind Rose Hotel e Il blog dell’Anarca

Italia

I fiori del malessere comunista

Mentre la sinistra ciancia di partito democratico dalla sua pancia escono fuori i puri e duri anche se scemi del terrorismo comunista: bella contraddizione che dovrebbe qualcosa pur suggerire all’orecchio delle teste fini acquartierate nei piani nobili dei giornali italiani. Giusto due settimane fa denunciavo la riposta logica comunista che sovrintende ad ambedue le inconciliabili opzioni non politiche che lacerano oggi il maggior partito dell’Unione: quella massimalista e quella tecnocratica. Beh, li guardino in faccia questi nuovi apprendisti sicari dell’ideologia comunista: sono il frutto in carne ed ossa della loro furbizia. Da Togliatti a Berlinguer, dalla caduta del Muro alla Cosa Occhettiana, da Tangentopoli all’Ulivo, mai che abbiano voluto confrontarsi una volta per tutte, virilmente, con la questione centrale della sinistra italiana: la questione socialista. Sperando nell’oblio e nell’arrendevolezza di una popolazione rassegnata al matrimonio combinato nelle altissime sfere coi reduci del marxismo, e fidando a ragione nella complicità vile dei nostri massmedia, hanno creduto di sfangarla per l’ennesima volta con qualche escamotage lessicale.

Ecco che però proprio loro non hanno fatto i conti con quella Storia del cui sacro Tempio si atteggiano a custodi. Se c’è una colpa alla quale li si può tranquillamente inchiodare è proprio quella di aver abbandonato il loro popolo: quello lontano, al pari di quello berlusconiano, dai salotti televisivi, dalle notti bianche, dalle avventure finanziarie tra banche e assicurazioni, dalle fisime piccolissimoborghesi e dalle fregole liceali degli altermondialisti e degli ecopacifisti, dai Pacs e anche dai Dico e dalle filosofie utilitaristiche dei ricchi.

No! Loro volevano bel belli approdare, con il record mondiale del salto della quaglia, infischiandosene con sprezzo e alterigia tutta comunista della realtà, a quel Partito Democratico che come sinistra esiste solo negli Stati Uniti d’America; proprio l’eclatante spudoratezza di tale operazione di marketing doveva servire a nascondere sotto la cipria e il cerone delle feste e dei ludi dell’imperialismo debole veltroniano, e sotto il tappeto delle patinate riviste repubblichine e mieliste titillanti un pubblico ultraborghese e pantofolaio con ogni new entry nel catalogo delle omologate trasgressioni, le enormi arretratezze culturali e le irrisolte questioni interne alla storia del socialismo italiano, sulle quali la perdurante intransigenza bolscevica ha posto il veto ad ogni discussione. Ma la tattica dell’aggiramento sistematico dell’ostacolo di un passato scomodo come unica strategia è stato pagato dalla sinistra a prezzo carissimo col prosciugamento di ogni rigolo di vita politica nel suo organismo. Cosicché l’unica anima rimasta al Partito del partito preso è quella rivoluzionaria.

A sinistra non c’è un vecchiotto ma onesto partito socialdemocratico, onestamente progressista, onestamente liberale, onestamente radicaleggiante e onestamente anche zapaterista, e non c’è nemmeno un onesto sindacato socialdemocratico, bensì un sindacato schizofrenicamente diviso, tale e quale il partito gemello, tra voraci concupiscenze affaristiche ravvivate più che soddisfatte dall’occupazione progressiva della pubblica amministrazione, e la tossica dipendenza dalle zaffate velenose dell’ideologia veterocomunista. In mezzo il nulla della non politica.

E nulla purtroppo ci è impietosamente risparmiato di questa nauseabonda ultradecennale commedia: disperatamente noiose e puntuali ci dobbiamo sorbire, troglodicamente confezionate dal servidorame giornalistico, le solite frasi fatte dei maggiorenti diessini e cigiellini sul tener la guardia alta e sul pericolo delle infiltrazioni e la solita dolorosa sorpresa, quando è perfettamente inutile puntare il dito su qualche cattivo maestro, se non si riesce a venir fuori da decenni di razzismo politico praticato con la regolarmente aggiornata demonizzazione dell’avversario, solo ingentilita nelle espressioni ai massimi livelli, ma contigua nella sostanza, che come un filo rosso, dalla questione morale Berlingueriana, alla pulizia etnica di Mani Pulite, alla Magistratura sedicente Democratica, alla serietà al governo dell’Unione Prodiana, serpeggia sempre sul crinale della guerra civile a bassa intensità.

La via giustizialista al potere, espressione legale dello stesso sentimento giacobino che anima i vecchi e nuovi brigatisti, nelle forme sbracate e parafasciste del Dipietrismo o in quelle auguste e pensose di certi costituzionalisti di laicissima compunzione, è stato il patto col diavolo che Mefistofele-Violante ha offerto alla classe politica postcomunista, che ha lucrato un altro dorato ventennio di vita a sbafo: ora la cambiale sta per scadere. E si mostra con la faccia plebea dei militanti della periferia suburbana e l’urlo belluino dei terroristi con la stella a cinque punte, i figli bastardi concepiti nella lussuria della doppiezza ideologica che gli eredi di Togliatti non hanno voluto mai riconoscere.

Italia

L’Italia tribale

In uno stato democratico sano l’associazionismo dovrebbe un po’ costituire quel fascio di muscoli e tessuti che va a completare l’ossatura dell’amministrazione pubblica e degli organi costituzionali centrali e locali. E ciò perché l’individuo sentendosi tutelato nei suoi diritti primari e irrinunciabili, nel perseguimento degli altri suoi interessi e obbiettivi cerca la collaborazione dei suoi simili. E’ appunto una vasta e libera attività di completamento e non di sostituzione delle attribuzioni dello stato. Ma in uno stato tanto impiccione quanto imbelle e disertore dei suoi doveri fondamentali, che ha scarsa considerazione dei diritti del singolo, con noncuranza sottoposto sistematicamente a continui calvari burocratici e con pari trascuratezza gettato tranquillamente in pasto all’opinione pubblica, e che però viceversa si mostra assai molle e conciliante nei confronti della violenza del branco, col quale viene a patti concedendo generosamente patenti di legalità e salvacondotti di extraterritorialità, la tentazione di costituirsi in fazione viene vieppiù sentita come una necessità. Fazione abbiamo detto, e quindi per sua natura in distruttiva competizione con le altre fazioni per la conquista del bene pubblico; e nella cui logica belligerante non c’è posto per il singolo e non c’è posto per una visione dinamica e prospettica di crescita generalizzata, economica e culturale, della nazione ma solo per quella statica, intimamente materialista, della pura rivendicazione hic et nunc di una parte di ricchezza e di potere. In un paese siffatto, dove ciascuno diffida dell’altro, non c’è nemmeno spazio per il clima di fiducia necessario a largamente condivisi investimenti strutturali a lungo termine. E non si fanno neanche figli.

Col venir meno allora del sentire comune tra le varie categorie sociali e le generazioni ciascuno cerca di intrupparsi o di crearsi il suo piccolo partito, come nelle cittadelle fortificate medioevali. E’ una reazione panica generalizzata, in virtù della quale, nella perversione dei ruoli, a chi grida più forte viene perfino riconosciuto il ruolo di difensore dei diritti democratici. Niente di sorprendente allora che i Sindaci si atteggino a capipopolo, che i pensionati si stringano a coorte (senza essere minimamente  pronti alla morte), che all’interno dei partiti politici si creino delle ben strutturate e personali correnti, che logiche di potere sovrintendano alle concentrazioni bancarie, che l’editoria sia campo di battaglia per ragioni tutt’altro che economiche, che la gioventù si adegui okkupando fisicamente zone non ben sorvegliate del territorio, che i tifosi tentino di fagocitare le società sportive con la logica del racket, che le minoranze etniche o religiose pretendano legislazioni ad hoc  alternative o suppletive. Il paese a poco a poco viene suddiviso in zone presidiate e il singolo ha solo la scelta di assoldarsi in qualche compagnia di ventura per non restare solo, visto che lo Stato si riduce ormai alla composizione arlecchinesca di piccoli e trasversali Enti Sovrani non territoriali. Col tangibile risultato di un disperante immobilismo per cui non si possono fare ponti, strade, depositi di scorie nucleari (per non parlare di centrali nucleari), degassificatori, ferrovie ad alta velocità, inceneritori (neanche dove la gente è costretta a chiudere le finestre per difendersi dal lezzo dell’immondizia in strada), riforme pensionistiche, riforme degli ordini professionali, riforme della giustizia, riforme della scuola, riforme del lavoro, il tutto in un clima desolante di glaciazione sociale, mascherato dalla gattopardesca e abnorme produzione legislativa.

Ma se lo spirito di fazione si è così ben radicato nel nostro paese non è solo a causa di un qualche normale ritardo culturale o della secolare storia particolare d’Italia, ma trova una causa precisa nell’affermarsi dopo la seconda guerra mondiale di una Grande Fazione che ha agito come uno Stato nello Stato ed ha, nella sua progressiva occupazione della società, causato per reazione ed imitazione il sistematico chiudersi a riccio corporativo di tutti i segmenti della società italiana. Il Partito Comunista, al cui fucilino rimase in canna il colpo della rivoluzione, scaricò l’inespressa violenza che aveva in corpo nella demonizzazione della classe politica e nell’organizzazione di una Cosa Nostra Comunista, con una propria economia, una propria magistratura, una propria classe intellettuale, una propria stampa, un proprio sindacato e un nugolo di associazioni democratiche e indipendenti organiche al partito. Se col tempo qualcosa è cambiato è solo perché all’interno della Grande Fazione, arricchitasi via via di nuovi azionisti tutti provenienti dalle stratificazioni di potere consolidato, la lotta interna per assumerne la guida ha messo un po’ in disparte (ma solo un po’) il partito vero e proprio, che le camaleontiche varianti in corso d’opera non hanno del tutto salvato dal generale naufragio del marxismo. Cosicché prima il Club dei Giacobini de La Repubblica solo, poi quello più variegato dei grandi giornali del Nord e del grumo di potere da loro rappresentato, ne hanno alterato in superficie la fisionomia. Che tuttavia resta sempre quello della Grande Fazione e che adesso di fronte alla guerra sociale e al tambureggiar di guerra delle tribù italiche chiede al popolo di combattere tutte le fazioni – dette alla bisogna e in obbedienza semantica all’antifascismo, corporazioni – nel nome della Grande Fazione, e di aderire alla dolce schiavitù di quello Stato nello Stato che finalmente, al termine della lunga pista, si sovrapporrà allo Stato originario, usurpandone, anche ufficialmente, tutte le funzioni.

Che sia proprio un caso che Giulio Cesare, il dittatore democratico si intitoli appunto una delle fatiche letterarie di questi fatidici anni ulivo-unionisti di un personaggio di spicco della nostra nomenklatura intellettuale, il comunista a denominazione di origine controllata nonché membro illustre dell’aristocrazia universitaria Luciano Canfora? E che l’ispiratrice figura del Divo e Democratico Dittatore Giulio sia apparsa recentemente in sogno, segretamente beneaugurante e salvifica,  a quel deus ex machina di scarsissima nobiltà d’animo ma di purissimo istinto aristocratico che risponde al nome d’Eugenio Scalfari, proponendola addirittura come esempio all’improbabile Romano Prodi?

Bene & Male

La non-eutanasia di Montaigne

“Mi contraddico, e forse anche spesso [mia traduzione, il passo non è chiarissimo; si può tradurre anche come Forse davvero mi capita di contraddirmi, oppure Eh sì, ogni tanto mi capita di contraddirmi, ma il senso non cambia in sostanza], ma la verità non la contraddico mai”: questa citazione di Montaigne che ho messa nell’intestazione del blog è un virile e tranquillo sberleffo ai sofisti di tutti i tempi, dai giocolieri della parola di piccolo cabotaggio agli illustri fideisti della logica del discorso nonché ai futuri suoi commentatori accampati fra i grammatici della filosofia. Il linguaggio è una convenzione; nessun linguaggio è talmente eloquente, per sua intrinseca natura, da sostituirsi alla realtà e da non necessitare della collaborazione attiva di chi ascolta. La logica ha il suo impero, ma limitato. Chi vuole estenderlo oltre i suoi limiti, diventa un idolatra della ragione. Ma la vera ragione è superiore alla logica. Cristo stesso, assumendosi le limitazioni della condizione umana, disse: “Chi vuol intendere, intenda.” Non esiste un mondo neutro, una legge neutra e neanche un linguaggio neutro. Perciò chi non vuol capire, non capisce. Come ad esempio Massimo Adinolfi in questo suo elzeviro, di cui riporto un primo lungo brano:

“Aggirandosi pensoso tra i libri della sua vasta biblioteca, attingendo avidamente agli exempla degli antichi, Montaigne si proponeva di illustrare nei suoi essais la grandezza di un uomo con l’esempio della sua condotta in articulo mortis. Dando fondo a tutto il suo bagaglio di cultura classica, convocando Cicerone, Seneca, Lucrezio, Plutarco e altri ancora, l’umanista francese si proponeva non di fuggire la morte tra i libri, ma anzi di attenderla ad ogni passo e di farvi fronte a piè fermo: voleva apprendere quella postura fiera ed eretta dell’anima, mentre il corpo si piega e cede, in cui consisteva per lui tutta la dignità del vivere. Che il morire sia una questione di dignità è un pensiero di cui coglieva nella gerla della storia antica tutte le possibili varianti, e che doveva ispirargli queste grandiose parole:  ‘La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire’.

Poi Montaigne invecchiò, gli venne la calcolosi e qualche altro malanno, e in vecchiaia la sua prima riflessione stoicheggiante sulla morte cominciò ad apparirgli inutilmente aspra e innaturale. In luogo della prémeditation, Montaigne cominciò a pensare che la cosa migliore fosse la diversion. In breve: non stare lì a pensarci. L’idea che si dovesse costruire l’intera vita nella prospettiva della morte, quasi che il compito di una vita fosse quello di erigere il monumento funebre di se stessi, gli sembrava allora avvelenare inutilmente le gioie naturali del vivere.”

Questa interpretazione del pensiero di Montaigne è completamente sbagliata. Restringe, e immiserisce, la meditazione sulla morte a quella sul momento della morte. E non è sbagliata solo se riferita a Montaigne, ma anche in generale al pensiero epicureo, stoico (specie se ci riferiamo a Epicuro e Seneca) e cristiano. La premeditazione della morte significa invece avere il coraggio di prendere in considerazione la vita in tutti i suoi aspetti e una scuola di vita non può insegnare nulla se non riesce a insegnare all’uomo a convivere con la presenza al suo fianco della morte. Vivere, sapendo che la morte è inevitabile, e che oggi, domani o fra un’ora possiamo morire: questa consapevolezza è necessaria e ragionevole per ricondurre la nostra vita alla sua esatta dimensione e quindi alla esatta valutazione, in senso cristiano, dei beni terreni. E questa consapevolezza, lungi dall’incidere un’amara smorfia di tensione nella nostra faccia, addolcisce, tranquillizza e rinsalda il nostro spirito. Ed è l’unico modo per godere la vita. Essa non toglie niente alle gioie naturali del vivere, anzi, le rasserena e, restringendone l’effetto sulla cerchia di quelle più strettamente materiali, le trattiene nella loro giusta e naturale ma piena misura, quando invece i disordini della carne sono proprio frutto di una ricerca surrettizia di eternità, là dove è impossibile trovarla. La premeditazione sulla morte scaccia via da sé la morbosa prefigurazione del momento della morte, non solo come razionalmente assurda poiché il come, il dove e il quando già di per se stessi implicano infinite possibilità, ma perché essa preventivamente le considera tutte possibili. La prefigurazione del momento della morte è una patologia dei sensi, che avvelena la vita, laddove la premeditazione della morte è la maturità dello spirito, che rasserena la vita.

“Giovane, s’era augurato che l’istante della sua morte non sfuggisse alla presa della sua coscienza; vecchio, preferisce morire quasi senza accorgersene e si convince che è proprio la presa della coscienza, “la forza dell’apprensione”, ad alzare smisuratamente il costo del morire. Non è infatti perché abbiamo paura della morte, che dobbiamo prepararci a morire, ma è perché ci prepariamo a morire e ce ne diamo costantemente pensiero, che la morte ci fa paura. E così, dove prima stava il nobile proposito di imparare a morire, sta dopo la liquidazione di tutta la sapienza della quale Montaigne si era fino ad allora nutrito: ‘Se non sapete morire, non datevene pensiero. La natura vi istruirà sul campo, in modo completo e sufficiente; essa compirà a puntino questa operazione per voi: non preoccupatevene’.”

Sbaglia ancora Adinolfi, che dovrebbe tenere in mente quel detto di Gesù: “Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta il suo affanno”. (Matteo 6, 34) Non ci si deve preoccupare delle cose di questo mondo e anche l’istante della morte è una cosa di questo mondo. Per cui giustamente e in perfettissima armonia con la prémeditation Montaigne, a riguardo del momento della morte, invita alla diversion: non preoccupatevene. Come disse Gesù: “Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora alla sua vita?” (Luca 12, 25) “…e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo…” (Luca 12, 29-30). La gente del mondo: quella che non riesce a liberarsi dalle catene della propria carne. Quando invece lo spirito dovrebbe signoreggiare sui sensi, senza per questo umiliarli né esiliarli, che è atto contro natura, ma anzi farsene suo ricco strumento. Lo spirito, questo marchio di sofferenza e speranza che ci portiamo addosso sempre, in qualunque situazione, anche nella più felice, è il segno sensibile della natura divina dell’uomo. E’ la tabula sulla quale il nostro cervello, in sé completamente simile a quello degli animali, costruisce le sue speculazioni: anche gli animali fanno confronti, solo l’uomo fa confronti tra una cosa reale e un modello assoluto. La sua natura divina gli fa distorcere involontariamente la percezione delle cose, le divinizza, crea dei modelli assoluti. Essa conosce il superlativo, e quindi un termine di paragone e una misura, e con questo il sentimento del tempo e dell’angoscia che vi si accompagna; mentre l’altra conosce solo il comparativo, e quindi gira a vuoto, in un suo continuo presente senza angoscia, che non conosce né passato né futuro né il concetto di eternità: un paradiso terrestre, chiamato Eden. Ma una tribolazione, per chi ha mangiato del pomo della conoscenza.

“Ma che si tratti della prima severità stoica o dell’ultima, tranquilla nonchalance, quel che colpisce è che sia comunque assente dalle pagine degli essais qualunque rappresentazione cristiana della morte. In effetti, Gesù muore in un altro modo ancora. Gesù non muore di morte naturale, e per i cristiani – in generale – la morte non è affatto naturale: è il salario del peccato, è l’ultimo nemico che il Signore ha vinto e vincerà per tutti noi, l’ultimo giorno. In croce, Gesù non si rassegna a morire, ma rassegna l’anima al Padre che è nei Cieli: sarà fatta la Sua volontà, cioè non si compirà un destino naturale. Ma prima di affidarsi al Padre, Gesù grida. Soffre; e grida. La sua morte non ha affatto la calma compostezza di un Socrate. Gesù avrà forse vinto la morte, ma viene sopraffatto dal morire. Oggi noi pensiamo che è di gran lunga più vicino al naturale (più vicino alla verità dell’umano) il grido dell’ora nona di Gesù, che non il dialogo di Socrate in carcere, prima di bere la cicuta. Ma, se anche così fosse, il gesto della remissione al Padre compiuto da Gesù (il gesto del cristiano) non solo non è naturale, ma non può esserlo. Non può esserlo, perché per un cristiano l’uomo non può contare sulle sole sue forze dinanzi alla morte: sarebbe di nuovo cadere nell’orribile presunzione stoica.”

La severità stoica e la tranquilla nonchalance sono, ancora una volta, le due facce della stessa medaglia. La prima la causa, la seconda l’effetto. Nel cristiano, la profondità della fede non si accompagna forse alla lietezza dell’animo? Solo in un’interpretazione superficialmente sensistica delle cose la prima viene detta severità e la seconda nonchalance, e in quanto solo sensi allora sì si contraddicono. Nello stoicismo dell’umanissimo Seneca, che è quello che a noi interessa se parliamo di Montaigne, la grandezza, la regalità, la superiorità della virtù, si estrinseca forse con l’arcigna postura di un anacoreta? Quando invece le pagine dei due filosofi ci comunicano quasi palpabilmente ad ogni momento magnanimità, larghezza d’animo e indulgenza? E come si può parlare di presunzione stoica in colui che scrisse quell’aureo trattatello chiamato De Providentia che è già un capolavoro di cristianesimo interiore?

Non abbiamo alcuna idea di cosa sia la rappresentazione cristiana della morte, né c’interessa, perché non esiste. Ci sono milioni di modi formalmente diversi di morire da cristiano. Anche qui i sensi e la forma, la stracca liturgia e l’arida teatralità prendono il sopravvento sulla verità e l’interiorità. Tutti noi, come Gesù, moriamo in un altro modo ancora. Per i cristiani la morte seconda non è naturale, mentre la morte prima è un naturale passaggio – in qualsiasi modo avvenga – verso la nostra vera casa, la nostra vera vita, che ci sembrerà veramente familiare e domestica perché sarà una forma superiore e perfezionata di questa; questa, che già adesso è una promessa e testimonia – nella sua imperfezione e impurità, forme della cattività della nostra condizione, – di quell’altra. E a meno di non confondere la tranquillità dell’animo, l’imperturbabilità ancora dell’animo, con una atarassia intesa come uccisione o sedazione dei sensi, perché la calma compostezza dell’animo di Socrate dovrebbe essere diversa dalla compostezza dell’animo del fisicamente sofferente Gesù? E quale sarebbe poi il destino naturale dell’uomo quando tutti in ogni caso moriremo o di morte violenta, o di malattia, o di quella lenta corruzione della carne che è pur sempre una malattia? E poi per il cristiano rimettersi alla volontà di Dio, fare la volontà di Dio non è forse ascoltare la voce più intima del proprio io, in contrasto con lo Spirito del Mondo? E quando Gesù dice: ” … sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.” (Giovanni 6, 38,) non ci insegna forse ad essere liberi dalla schiavitù del mondo – perché quello e nient’altro che quello significa “la mia volontà” se si giudica con retto giudizio -, ad essere veramente noi stessi, figli della luce e figli di Dio, ed obbedire alla nostra vera natura?

“E’ naturale lasciarsi morire, quando si è vecchi – pensava il vecchio Montaigne, che chiudeva gli occhi per ‘aiutare la vita a uscire da lui’: che altro è, questa, se non eutanasia?”

E che dovremmo fare forse? Impegnarsi in un’atletica pugna contro la nera signora con la falce, puntare i piedi e digrignare i denti come dei bambini capricciosi? E non è meglio, se possibile, prenderla alla vita, questa signora, ed uscire elegantemente di scena? Sulla croce o sul letto di morte, tra le sofferenze o nel torpore dei sensi, ma sempre con la pace nell’animo? Una buona morte, ma senza scorciatoie e furbizie. E in quell’ “aiutare la vita ad uscire da lui” non si sente forse tutta la fede in un Dio benigno e misericordioso e creatore di una Natura benigna? Lasciamo parlare Montaigne in persona:

“Io mi preparo pertanto a perderla [la vita] senza rammarico, ma come perdibile per sua propria natura, non come molesta e fastidiosa. […] Quanto a me, dunque, io amo la vita e la coltivo tale e quale è piaciuto a Dio di concedercela. [..] Accetto di buon cuore, e riconoscente, quel che la natura ha fatto per me, e me ne rallegro e me ne compiaccio. Si fa torto a quel grande e onnipotente donatore rifiutando il suo dono, annullandolo e deformandolo. In tutto buono, egli ha fatto tutto buono.” (Michel de Montaigne, Saggi, Capitolo XIII, Dell’esperienza)

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