La non-eutanasia di Montaigne

“Mi contraddico, e forse anche spesso [mia traduzione, il passo non è chiarissimo; si può tradurre anche come Forse davvero mi capita di contraddirmi, oppure Eh sì, ogni tanto mi capita di contraddirmi, ma il senso non cambia in sostanza], ma la verità non la contraddico mai”: questa citazione di Montaigne che ho messa nell’intestazione del blog è un virile e tranquillo sberleffo ai sofisti di tutti i tempi, dai giocolieri della parola di piccolo cabotaggio agli illustri fideisti della logica del discorso nonché ai futuri suoi commentatori accampati fra i grammatici della filosofia. Il linguaggio è una convenzione; nessun linguaggio è talmente eloquente, per sua intrinseca natura, da sostituirsi alla realtà e da non necessitare della collaborazione attiva di chi ascolta. La logica ha il suo impero, ma limitato. Chi vuole estenderlo oltre i suoi limiti, diventa un idolatra della ragione. Ma la vera ragione è superiore alla logica. Cristo stesso, assumendosi le limitazioni della condizione umana, disse: “Chi vuol intendere, intenda.” Non esiste un mondo neutro, una legge neutra e neanche un linguaggio neutro. Perciò chi non vuol capire, non capisce. Come ad esempio Massimo Adinolfi in questo suo elzeviro, di cui riporto un primo lungo brano:

“Aggirandosi pensoso tra i libri della sua vasta biblioteca, attingendo avidamente agli exempla degli antichi, Montaigne si proponeva di illustrare nei suoi essais la grandezza di un uomo con l’esempio della sua condotta in articulo mortis. Dando fondo a tutto il suo bagaglio di cultura classica, convocando Cicerone, Seneca, Lucrezio, Plutarco e altri ancora, l’umanista francese si proponeva non di fuggire la morte tra i libri, ma anzi di attenderla ad ogni passo e di farvi fronte a piè fermo: voleva apprendere quella postura fiera ed eretta dell’anima, mentre il corpo si piega e cede, in cui consisteva per lui tutta la dignità del vivere. Che il morire sia una questione di dignità è un pensiero di cui coglieva nella gerla della storia antica tutte le possibili varianti, e che doveva ispirargli queste grandiose parole:  ‘La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire’.

Poi Montaigne invecchiò, gli venne la calcolosi e qualche altro malanno, e in vecchiaia la sua prima riflessione stoicheggiante sulla morte cominciò ad apparirgli inutilmente aspra e innaturale. In luogo della prémeditation, Montaigne cominciò a pensare che la cosa migliore fosse la diversion. In breve: non stare lì a pensarci. L’idea che si dovesse costruire l’intera vita nella prospettiva della morte, quasi che il compito di una vita fosse quello di erigere il monumento funebre di se stessi, gli sembrava allora avvelenare inutilmente le gioie naturali del vivere.”

Questa interpretazione del pensiero di Montaigne è completamente sbagliata. Restringe, e immiserisce, la meditazione sulla morte a quella sul momento della morte. E non è sbagliata solo se riferita a Montaigne, ma anche in generale al pensiero epicureo, stoico (specie se ci riferiamo a Epicuro e Seneca) e cristiano. La premeditazione della morte significa invece avere il coraggio di prendere in considerazione la vita in tutti i suoi aspetti e una scuola di vita non può insegnare nulla se non riesce a insegnare all’uomo a convivere con la presenza al suo fianco della morte. Vivere, sapendo che la morte è inevitabile, e che oggi, domani o fra un’ora possiamo morire: questa consapevolezza è necessaria e ragionevole per ricondurre la nostra vita alla sua esatta dimensione e quindi alla esatta valutazione, in senso cristiano, dei beni terreni. E questa consapevolezza, lungi dall’incidere un’amara smorfia di tensione nella nostra faccia, addolcisce, tranquillizza e rinsalda il nostro spirito. Ed è l’unico modo per godere la vita. Essa non toglie niente alle gioie naturali del vivere, anzi, le rasserena e, restringendone l’effetto sulla cerchia di quelle più strettamente materiali, le trattiene nella loro giusta e naturale ma piena misura, quando invece i disordini della carne sono proprio frutto di una ricerca surrettizia di eternità, là dove è impossibile trovarla. La premeditazione sulla morte scaccia via da sé la morbosa prefigurazione del momento della morte, non solo come razionalmente assurda poiché il come, il dove e il quando già di per se stessi implicano infinite possibilità, ma perché essa preventivamente le considera tutte possibili. La prefigurazione del momento della morte è una patologia dei sensi, che avvelena la vita, laddove la premeditazione della morte è la maturità dello spirito, che rasserena la vita.

“Giovane, s’era augurato che l’istante della sua morte non sfuggisse alla presa della sua coscienza; vecchio, preferisce morire quasi senza accorgersene e si convince che è proprio la presa della coscienza, “la forza dell’apprensione”, ad alzare smisuratamente il costo del morire. Non è infatti perché abbiamo paura della morte, che dobbiamo prepararci a morire, ma è perché ci prepariamo a morire e ce ne diamo costantemente pensiero, che la morte ci fa paura. E così, dove prima stava il nobile proposito di imparare a morire, sta dopo la liquidazione di tutta la sapienza della quale Montaigne si era fino ad allora nutrito: ‘Se non sapete morire, non datevene pensiero. La natura vi istruirà sul campo, in modo completo e sufficiente; essa compirà a puntino questa operazione per voi: non preoccupatevene’.”

Sbaglia ancora Adinolfi, che dovrebbe tenere in mente quel detto di Gesù: “Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta il suo affanno”. (Matteo 6, 34) Non ci si deve preoccupare delle cose di questo mondo e anche l’istante della morte è una cosa di questo mondo. Per cui giustamente e in perfettissima armonia con la prémeditation Montaigne, a riguardo del momento della morte, invita alla diversion: non preoccupatevene. Come disse Gesù: “Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora alla sua vita?” (Luca 12, 25) “…e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo…” (Luca 12, 29-30). La gente del mondo: quella che non riesce a liberarsi dalle catene della propria carne. Quando invece lo spirito dovrebbe signoreggiare sui sensi, senza per questo umiliarli né esiliarli, che è atto contro natura, ma anzi farsene suo ricco strumento. Lo spirito, questo marchio di sofferenza e speranza che ci portiamo addosso sempre, in qualunque situazione, anche nella più felice, è il segno sensibile della natura divina dell’uomo. E’ la tabula sulla quale il nostro cervello, in sé completamente simile a quello degli animali, costruisce le sue speculazioni: anche gli animali fanno confronti, solo l’uomo fa confronti tra una cosa reale e un modello assoluto. La sua natura divina gli fa distorcere involontariamente la percezione delle cose, le divinizza, crea dei modelli assoluti. Essa conosce il superlativo, e quindi un termine di paragone e una misura, e con questo il sentimento del tempo e dell’angoscia che vi si accompagna; mentre l’altra conosce solo il comparativo, e quindi gira a vuoto, in un suo continuo presente senza angoscia, che non conosce né passato né futuro né il concetto di eternità: un paradiso terrestre, chiamato Eden. Ma una tribolazione, per chi ha mangiato del pomo della conoscenza.

“Ma che si tratti della prima severità stoica o dell’ultima, tranquilla nonchalance, quel che colpisce è che sia comunque assente dalle pagine degli essais qualunque rappresentazione cristiana della morte. In effetti, Gesù muore in un altro modo ancora. Gesù non muore di morte naturale, e per i cristiani – in generale – la morte non è affatto naturale: è il salario del peccato, è l’ultimo nemico che il Signore ha vinto e vincerà per tutti noi, l’ultimo giorno. In croce, Gesù non si rassegna a morire, ma rassegna l’anima al Padre che è nei Cieli: sarà fatta la Sua volontà, cioè non si compirà un destino naturale. Ma prima di affidarsi al Padre, Gesù grida. Soffre; e grida. La sua morte non ha affatto la calma compostezza di un Socrate. Gesù avrà forse vinto la morte, ma viene sopraffatto dal morire. Oggi noi pensiamo che è di gran lunga più vicino al naturale (più vicino alla verità dell’umano) il grido dell’ora nona di Gesù, che non il dialogo di Socrate in carcere, prima di bere la cicuta. Ma, se anche così fosse, il gesto della remissione al Padre compiuto da Gesù (il gesto del cristiano) non solo non è naturale, ma non può esserlo. Non può esserlo, perché per un cristiano l’uomo non può contare sulle sole sue forze dinanzi alla morte: sarebbe di nuovo cadere nell’orribile presunzione stoica.”

La severità stoica e la tranquilla nonchalance sono, ancora una volta, le due facce della stessa medaglia. La prima la causa, la seconda l’effetto. Nel cristiano, la profondità della fede non si accompagna forse alla lietezza dell’animo? Solo in un’interpretazione superficialmente sensistica delle cose la prima viene detta severità e la seconda nonchalance, e in quanto solo sensi allora sì si contraddicono. Nello stoicismo dell’umanissimo Seneca, che è quello che a noi interessa se parliamo di Montaigne, la grandezza, la regalità, la superiorità della virtù, si estrinseca forse con l’arcigna postura di un anacoreta? Quando invece le pagine dei due filosofi ci comunicano quasi palpabilmente ad ogni momento magnanimità, larghezza d’animo e indulgenza? E come si può parlare di presunzione stoica in colui che scrisse quell’aureo trattatello chiamato De Providentia che è già un capolavoro di cristianesimo interiore?

Non abbiamo alcuna idea di cosa sia la rappresentazione cristiana della morte, né c’interessa, perché non esiste. Ci sono milioni di modi formalmente diversi di morire da cristiano. Anche qui i sensi e la forma, la stracca liturgia e l’arida teatralità prendono il sopravvento sulla verità e l’interiorità. Tutti noi, come Gesù, moriamo in un altro modo ancora. Per i cristiani la morte seconda non è naturale, mentre la morte prima è un naturale passaggio – in qualsiasi modo avvenga – verso la nostra vera casa, la nostra vera vita, che ci sembrerà veramente familiare e domestica perché sarà una forma superiore e perfezionata di questa; questa, che già adesso è una promessa e testimonia – nella sua imperfezione e impurità, forme della cattività della nostra condizione, – di quell’altra. E a meno di non confondere la tranquillità dell’animo, l’imperturbabilità ancora dell’animo, con una atarassia intesa come uccisione o sedazione dei sensi, perché la calma compostezza dell’animo di Socrate dovrebbe essere diversa dalla compostezza dell’animo del fisicamente sofferente Gesù? E quale sarebbe poi il destino naturale dell’uomo quando tutti in ogni caso moriremo o di morte violenta, o di malattia, o di quella lenta corruzione della carne che è pur sempre una malattia? E poi per il cristiano rimettersi alla volontà di Dio, fare la volontà di Dio non è forse ascoltare la voce più intima del proprio io, in contrasto con lo Spirito del Mondo? E quando Gesù dice: ” … sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.” (Giovanni 6, 38,) non ci insegna forse ad essere liberi dalla schiavitù del mondo – perché quello e nient’altro che quello significa “la mia volontà” se si giudica con retto giudizio -, ad essere veramente noi stessi, figli della luce e figli di Dio, ed obbedire alla nostra vera natura?

“E’ naturale lasciarsi morire, quando si è vecchi – pensava il vecchio Montaigne, che chiudeva gli occhi per ‘aiutare la vita a uscire da lui’: che altro è, questa, se non eutanasia?”

E che dovremmo fare forse? Impegnarsi in un’atletica pugna contro la nera signora con la falce, puntare i piedi e digrignare i denti come dei bambini capricciosi? E non è meglio, se possibile, prenderla alla vita, questa signora, ed uscire elegantemente di scena? Sulla croce o sul letto di morte, tra le sofferenze o nel torpore dei sensi, ma sempre con la pace nell’animo? Una buona morte, ma senza scorciatoie e furbizie. E in quell’ “aiutare la vita ad uscire da lui” non si sente forse tutta la fede in un Dio benigno e misericordioso e creatore di una Natura benigna? Lasciamo parlare Montaigne in persona:

“Io mi preparo pertanto a perderla [la vita] senza rammarico, ma come perdibile per sua propria natura, non come molesta e fastidiosa. […] Quanto a me, dunque, io amo la vita e la coltivo tale e quale è piaciuto a Dio di concedercela. [..] Accetto di buon cuore, e riconoscente, quel che la natura ha fatto per me, e me ne rallegro e me ne compiaccio. Si fa torto a quel grande e onnipotente donatore rifiutando il suo dono, annullandolo e deformandolo. In tutto buono, egli ha fatto tutto buono.” (Michel de Montaigne, Saggi, Capitolo XIII, Dell’esperienza)

[Continua qui]

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10 thoughts on “La non-eutanasia di Montaigne

  1. Da come la descrivi, ciò che mi colpisce maggiormente dell’apologetica di Montaigne è la sua somiglianza con quella – sempre vereconda e sotterranea – del mio amato JRR Tolkien. La parzialità conoscitiva dei sistemi linguistici (e, più in generale, delle strutture logiche), l’equilibrio tra spirito e sensi, il rifiuto della dialettica tra opposti in un’ottica di “componibilità” dei contrari, la morte come stella fissa e non come idealizzazione di un’uscita di scena da premeditarsi.
    Gran bel pezzo, al solito. Ovviamente da rileggere, ma ormai chettelodicoaffà?

  2. Impressive.
    Mi ha colpito non tanto la critica a un pezzo tutto sommato banalino – uno che scrive, tra le altre stupidezze : “Gesù avrà forse vinto la morte, ma viene sopraffatto dal morire” non ha capito nulla della mission di Cristo, che è Dio ma FATTO UOMO, e come uomo deve soffrire e aver paura, non far finta; altrimenti che agnello sacrificale di redenzione del mondo sarebbe? Non dovrebbe servire essere cristiani per capirlo.

    Torniamo a quello che mi ha colpito: è il parallelo che fai per tramite di Montaigne tra stoicismo/epicureismo classico e cristianesimo.
    Stimola approfondimenti per rispondere al vero assunto che secondo me anima il pezzo di Adinolfi e di altri.
    Che è, ragazzi, non parliamo più di morte. Lo scopo della scienza è renderci immortali, almeno fino a quando ci stufiamo (noi o qualche “Comitato Etico” per noi – “Comitato” in russo si dice Soviet..) e decidiamo di farla finita.
    Derivata di questo dream è il disinteresse verso il far figli: a che servono i figli a degli impegnatissimi e intelligentissimi immortali? Dategli delle badanti e dei “collaboratori”, ma non certo quegli impiastri urlanti….
    ciao, Abr

  3. Il solito godibilissimo Zamax. L’unico che sia finora riuscito a non annoiarmi parlando di Cristianesimo, se si esclude una lectio magistralis ratzingeriana.
    Finirà che riesce a convertirmi….. 😀

    Non mi convince del tutto il richiamo iniziale ai limiti della logica. Mi pare piuttosto che si debba parlare di limiti del linguaggio; portentoso mezzo, che mai però riuscirà ad esprimere totalmente la potenza del pensiero.
    Non che non si possa parlare di limiti della logica, beninteso. Anche se forse si tratta solo di ambito delimitato, di campi che esulano dalla sua applicazione. Tipo appunto, il Mistero cristiano.
    In un campo che sia il suo, i limiti non sembrano essere della logica, ma delle nostre capacità intellettive, non ancora adeguatamente sviluppate.

    In fondo, chi meglio di te può insegnarci che “in principio era il Logos”?

    E se l’ordinatio mundi è stata fatta dall’Onnipotente in tali termini, deve essere stato per un motivo dannatamente serio.

  4. @ Maedhros
    Da qualche parte nell’opera di Montaigne c’è un passo che dice pressappoco così: “Sento dire ogni giorno cose infinitamente vere, ma bisogna vedere se quelle persone che le dicono le tengono per così dire solo sulle labbra, pronte a perderle al primo scossone”. Questo è il pericolo che si corre quando il Cristianesimo diventa agli occhi della gente solo Liturgia e Catechismo e Tradizione e Clero e Abitudine fino a porsi quasi come un’arida Verità alternativa alla Natura. Col tempo inoltre si è scavata una profonda cesura col mondo “pagano” classico, quando invece il Cristianesimo rispondeva, come tentavano di farlo le varie filosofie presenti fuori e dentro il mondo greco-romano, alle eterne domande “naturali” dell’intelletto umano su suoi destini ultimi. Ma è sempre meglio il calore di espressioni magari non inappuntabilmente ortodosse ma profonde, mature e sentite col loro inconfondibile tocco personale – che è il segno di un percorso autentico – che la stracca e arida ripetizione di verità che suonano come monete false. Per questo apprezzo Montaigne e lo giudico così importante nel campo della filosofia “moderna”, anche se ritengo Seneca più grande di lui. E a proposito dei rapporti con la filosofia “pagana” senti cosa scriveva nel secondo secolo dopo Cristo S. (“Santo”, faccio notare) Giustino Martire: “Non soltanto tra i Greci e per la bocca di Socrate il Verbo ha fatto intendere la verità. Anche i barbari sono stati illuminati dallo stesso Verbo, rivestito di una forma sensibile, divenuto uomo e chiamato Gesù Cristo” ” (il Cristianesimo) … è una dottrina conforme alla ragione e alla verità”.
    Per quanto riguarda la logica basta intendersi e in effetti hai inteso bene lo stesso. Mi riferisco soprattutto all’atteggiamento mentale presuntuoso tipico del “filosofo di professione” che ben attrezzato dei suoi “strumenti logici” si mette a tavolino a far funzionare penna e cervello col distacco dell’entomologo, ben esemplificato da questo brano tratto dal libro del “logico” Piergiorgio Odifreddi “Il Vangelo secondo la Scienza”:
    “La teologia, infine, è il tentativo di indagare il divino mediante il linguaggio, il discorso e il ragionamento: essa è dunque uno studio impersonale e astratto, che indaga l’assoluto nello stesso modo in cui la logica e la matematica studiano le idee, e la scienza i fenomeni naturali. Proprio in base a questa similitudine, a seconda cioè che la si consideri come un’indagine deduttiva o induttiva, la teologia viene distinta in razionale o a priori, e in naturale o a posteriori”
    Una dimostrazione semmai, questa, di come progressismo e fredda accademia vadano a braccetto.

  5. @ Ismael e Abr
    Mi accorgo che l’ho fatta tanto lunga con Maedhros che in parte ho risposto anche a voi.
    Ismael, io e te siamo già molto vicini e quindi ho poco da dire. Ti faccio notare questa frase che ho appena scritto:”Ma è sempre meglio il calore di espressioni magari non inappuntabilmente ortodosse ma profonde, mature e sentite col loro inconfondibile tocco personale – che è il segno di un percorso autentico – che la stracca e arida ripetizione di verità che suonano come monete false”, che va a pennello per la tua esperienza con l’opera di Tolkien (che io non ho mai “veramente” letto) quale via indiretta al sentimento religioso.
    Abr, hai ragione: ancora molti non riescono a capire che Dio si è fatto interamente uomo, seppur uomo perfetto, patendo i dolori e le angoscie comuni a tutti noi. Poi ti dico una cosa che potrà sorprendere: se davvero, per assurdo, la scienza potesse darci l’immortalità – l’immortalità di “questa vita” – ben presto cadremmo nella disperazione e ad un certo punto, quasi cercassimo di stringere nel pugno quel qualcosa che ancora ci sfugge, ricominceremmo a chiederci: “Ma che senso ha tutto questo?”

  6. Caro Zamax, tu e Ismael scrivete sempre cose dense e succose. Sai già cosa sto per dirti: che sono tanto pigro e non riesco a reggere i vostri ritmi. Ah, dimenticavo: ti ringrazio per avermi segnalato la citazione di Facci sulla prima pagina del Giornale. Non è il caso di invidiarmi troppo, né di avere soverchio rispetto per me e per altri psico-operatori. In questo momento ti invidio più io per l’elogio che ti ha fatto Maedhros, quando dice che sei “l’unico che sia finora riuscito a non annoiarmi parlando di Cristianesimo”. Continua così.

    N.B. In data 06/02/2007 Zamax ha corretto i refusi grammaticali lasciati nel commento per pura pigrizia dallo psichiatra Giovanni Maria Ruggiero, coordinatore di importanti studi internazionali.

  7. Sarà fatto, signore!
    Intanto però ho notato che sei tanto pigro che manco ti preoccupi di rileggere quello che hai scritto e di correggere gli eventuali refusi (in questo caso “facci” con la “f” minuscola e “neè” al posto di “né”). Adesso correggo io. Su questa mia attitudine perfezionistica puoi pure esercitare la tua psico-operatorietà…

  8. Fai bene, danno fastidio anche a me quei refusi. Ne faccio in quantità anche nei miei post, ma li posso rimediare. Invece, con i commenti è impossibile.

  9. Complimenti, anche se Adinolfi dovrebbe astenersi dal commentare e disquisire della filosofia di Montaigne. Pur non essendo delle sua parte politica riconosco che è un buon giornalista e un discreto polemista, ma dal punto di vista concettuale…

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