L’Italia tribale

In uno stato democratico sano l’associazionismo dovrebbe un po’ costituire quel fascio di muscoli e tessuti che va a completare l’ossatura dell’amministrazione pubblica e degli organi costituzionali centrali e locali. E ciò perché l’individuo sentendosi tutelato nei suoi diritti primari e irrinunciabili, nel perseguimento degli altri suoi interessi e obbiettivi cerca la collaborazione dei suoi simili. E’ appunto una vasta e libera attività di completamento e non di sostituzione delle attribuzioni dello stato. Ma in uno stato tanto impiccione quanto imbelle e disertore dei suoi doveri fondamentali, che ha scarsa considerazione dei diritti del singolo, con noncuranza sottoposto sistematicamente a continui calvari burocratici e con pari trascuratezza gettato tranquillamente in pasto all’opinione pubblica, e che però viceversa si mostra assai molle e conciliante nei confronti della violenza del branco, col quale viene a patti concedendo generosamente patenti di legalità e salvacondotti di extraterritorialità, la tentazione di costituirsi in fazione viene vieppiù sentita come una necessità. Fazione abbiamo detto, e quindi per sua natura in distruttiva competizione con le altre fazioni per la conquista del bene pubblico; e nella cui logica belligerante non c’è posto per il singolo e non c’è posto per una visione dinamica e prospettica di crescita generalizzata, economica e culturale, della nazione ma solo per quella statica, intimamente materialista, della pura rivendicazione hic et nunc di una parte di ricchezza e di potere. In un paese siffatto, dove ciascuno diffida dell’altro, non c’è nemmeno spazio per il clima di fiducia necessario a largamente condivisi investimenti strutturali a lungo termine. E non si fanno neanche figli.

Col venir meno allora del sentire comune tra le varie categorie sociali e le generazioni ciascuno cerca di intrupparsi o di crearsi il suo piccolo partito, come nelle cittadelle fortificate medioevali. E’ una reazione panica generalizzata, in virtù della quale, nella perversione dei ruoli, a chi grida più forte viene perfino riconosciuto il ruolo di difensore dei diritti democratici. Niente di sorprendente allora che i Sindaci si atteggino a capipopolo, che i pensionati si stringano a coorte (senza essere minimamente  pronti alla morte), che all’interno dei partiti politici si creino delle ben strutturate e personali correnti, che logiche di potere sovrintendano alle concentrazioni bancarie, che l’editoria sia campo di battaglia per ragioni tutt’altro che economiche, che la gioventù si adegui okkupando fisicamente zone non ben sorvegliate del territorio, che i tifosi tentino di fagocitare le società sportive con la logica del racket, che le minoranze etniche o religiose pretendano legislazioni ad hoc  alternative o suppletive. Il paese a poco a poco viene suddiviso in zone presidiate e il singolo ha solo la scelta di assoldarsi in qualche compagnia di ventura per non restare solo, visto che lo Stato si riduce ormai alla composizione arlecchinesca di piccoli e trasversali Enti Sovrani non territoriali. Col tangibile risultato di un disperante immobilismo per cui non si possono fare ponti, strade, depositi di scorie nucleari (per non parlare di centrali nucleari), degassificatori, ferrovie ad alta velocità, inceneritori (neanche dove la gente è costretta a chiudere le finestre per difendersi dal lezzo dell’immondizia in strada), riforme pensionistiche, riforme degli ordini professionali, riforme della giustizia, riforme della scuola, riforme del lavoro, il tutto in un clima desolante di glaciazione sociale, mascherato dalla gattopardesca e abnorme produzione legislativa.

Ma se lo spirito di fazione si è così ben radicato nel nostro paese non è solo a causa di un qualche normale ritardo culturale o della secolare storia particolare d’Italia, ma trova una causa precisa nell’affermarsi dopo la seconda guerra mondiale di una Grande Fazione che ha agito come uno Stato nello Stato ed ha, nella sua progressiva occupazione della società, causato per reazione ed imitazione il sistematico chiudersi a riccio corporativo di tutti i segmenti della società italiana. Il Partito Comunista, al cui fucilino rimase in canna il colpo della rivoluzione, scaricò l’inespressa violenza che aveva in corpo nella demonizzazione della classe politica e nell’organizzazione di una Cosa Nostra Comunista, con una propria economia, una propria magistratura, una propria classe intellettuale, una propria stampa, un proprio sindacato e un nugolo di associazioni democratiche e indipendenti organiche al partito. Se col tempo qualcosa è cambiato è solo perché all’interno della Grande Fazione, arricchitasi via via di nuovi azionisti tutti provenienti dalle stratificazioni di potere consolidato, la lotta interna per assumerne la guida ha messo un po’ in disparte (ma solo un po’) il partito vero e proprio, che le camaleontiche varianti in corso d’opera non hanno del tutto salvato dal generale naufragio del marxismo. Cosicché prima il Club dei Giacobini de La Repubblica solo, poi quello più variegato dei grandi giornali del Nord e del grumo di potere da loro rappresentato, ne hanno alterato in superficie la fisionomia. Che tuttavia resta sempre quello della Grande Fazione e che adesso di fronte alla guerra sociale e al tambureggiar di guerra delle tribù italiche chiede al popolo di combattere tutte le fazioni – dette alla bisogna e in obbedienza semantica all’antifascismo, corporazioni – nel nome della Grande Fazione, e di aderire alla dolce schiavitù di quello Stato nello Stato che finalmente, al termine della lunga pista, si sovrapporrà allo Stato originario, usurpandone, anche ufficialmente, tutte le funzioni.

Che sia proprio un caso che Giulio Cesare, il dittatore democratico si intitoli appunto una delle fatiche letterarie di questi fatidici anni ulivo-unionisti di un personaggio di spicco della nostra nomenklatura intellettuale, il comunista a denominazione di origine controllata nonché membro illustre dell’aristocrazia universitaria Luciano Canfora? E che l’ispiratrice figura del Divo e Democratico Dittatore Giulio sia apparsa recentemente in sogno, segretamente beneaugurante e salvifica,  a quel deus ex machina di scarsissima nobiltà d’animo ma di purissimo istinto aristocratico che risponde al nome d’Eugenio Scalfari, proponendola addirittura come esempio all’improbabile Romano Prodi?

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12 thoughts on “L’Italia tribale

  1. Oggi, per l’ennesima curiosa combinazione, svisceriamo entrambi la stessa parola (“tribalismo”) con finalità affatto diverse. Hai letto?

  2. Eh, eh! Letto, letto, e anche risposto da entrambe le parti (per farmi conoscere, ovviamente).
    Con finalità affatto diverse, d’accordo, ma in entrambi i casi con la consapevolezza che a perderci, nel “tribalismo”, è l’individuo.

  3. Canfora è stalinista. Il suo pregio è che è abbastanza sincero, anche se mai fino in fondo. Da buon marxista, spesso si limita a criticare, senza mai dire con chiarezza cosa vuole.

  4. Zamax, ti sconsiglio di postare dal Malvino. Leggilo e poi fuggi. Sconsiglio naturalmente da seguire a tuo piacere.

  5. Il post è incommentabile, tanto è perfetto.

    Meno male che il capoverso finale lo corrompe, e lo rende umano.
    L’accostamento di Prodi a Giulio Cesare, sia pur solo indicando chi l’avrebbe fatto, è roba che meriterebbe il supplizio di Tantalo.

    Tra l’altro, solo un marxista potrebbe liquidare la figura di Giulio Cesare come “dittatore democratico”. E’ gente che ha una visione piuttosto infantile della Storia.
    E la Storia dell’ultimo secolo avanti Cristo di Roma è talmente complessa e piena di sfaccettature che non poteva certamente essere colta da un impubere (intellettualmente parlando).

  6. Magistrale.
    Nulla da eccepire, tutto da sottoscrivere.
    Zamax non delude mai!

    Quanto ai deliri dell’ottuagenario fondatore del quotidiano “ombra”, che dire… Ci vuole un bel coraggio per fare tali affermazioni. O forse si è solo degli illusi.

  7. p.s. con colpevole ritardo ti leggo solo oggi, e mi permetto di promuovere questo a ‘best post’.

  8. @ GMR
    Ho corretto. Ma quasi quasi penso di lasciare gli errori di battitura in futuro: è il tuo marchio di fabbrica! Un po’ come la folle e ingovernabile capigliatura di Einstein! E poi è tutta materia succulenta per i biografi, che non vorrai sadicamente costringere a occuparsi solo dei parti del tuo intelletto…
    Il tuo “sconsiglio” è veramente saggio. E perciò ho già peccato.

    @ Maedhros, monica, vfiore
    Che dire? Grazie! A volte mi sembra di essere ripetitivo e noioso, ma è probabilmente perché i concetti che esprimo li ho coltivati e ne ho saggiato la validità (a parer mio, ovviamente) nel corso di lunghi anni di silenziosa riflessione, sicché mi son divenuti sin troppo famigliari. La mia visione delle cose si può paragonare, penso, ad una coerente architettura che di volta volta inquadro da diversi angoli prospettici. Ehm, scusate la modestia!
    Un grazie personale a vfiore che mi ha voluto con particolare ma non fastidiosa insistenza nella Right Nation per l’odierna “promozione”.

  9. Che è un cristiano triste: un gran brutto peccato. Una cosa che ho sempre notato è che la gente di nobile animo, ricca o povera, colta o ignorante, anche quando soffre, pur di non essere di peso agli altri, ha in ogni istante almeno un pudico sorriso pronto sulle labbra.
    Poi c’è il Cristianesimo che dietro la facciata elitaria, seriosa, dolorosamente consapevole e ostentatamente problematica, viene discretamente a patti con lo spirito del Mondo. E’ una forma di fariseismo tipica del protestantesimo, ma che nei paesi cattolici per mimetizzarsi raggiunge un grado sorprendente di sfuggente finezza. Chi ne fa parte, non si faccia illusioni: ha già avuto la sua ricompensa.

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