Italia

Prodi nella morsa D’Alema-Montezemolo

Alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 lo scenario previsto e auspicato dal Piccolo Establishment (per usare l’espressione di Ludovico Festa del Giornale) era la trionfale vittoria Unionista, o meglio, la liquidazione definitiva dell’anomalia Berlusconiana, con in più il grazioso premio di una estrema sinistra ridotta a spettatrice passiva dell’azione di governo a causa dell’ininfluente peso specifico parlamentare. Le cose, come tutti sappiamo, non andarono così. La fragilissima vittoria rafforzò il ruolo mediatore di Prodi, e il boiardo e faccendiere di stato ne approffittò per costruirsi, con lo stile di sempre – lui non sa mai niente! – una rete di potere e di influenze che non può non aver urtato qualche pezzo grosso dalle parti di Viale dell’Astronomia, già di suo interessata alla formazione di una coalizione politica più larga e meno inclinata a sinistra. E il nostro sospetto è che, per ridurre il Professore a più miti consigli, anzi, per punirlo come un picciotto che ha avuto l’idea balzana di mettersi in proprio un po’ troppo, l’Empireo confindustriale, in consonanza questa volta col mondo dell’economia rossa anch’esso ormai ai ferri corti con l’espansionismo bazoliano, abbia deciso di dargli il benservito alla prima occasione, sostituendolo con un personaggio che per storia, autorità e carattere abbia la forza di tenere unita la sinistra, che lui d’altra parte sa così bene distruggere, nel momento dell’auspicato allargamento al centro della coalizione governativa: spezzaferro D’Alema.

Riepiloghiamo un po’ i fatti di questi giorni:

Alla vigilia del voto al senato l’ultimatum di D’Alema “Se non abbiamo una maggioranza ampia il governo se ne va a casa” viene sbattuto nella prima pagina del Corriere come uno di quei famosi preavvisi di garanzia al Cavaliere di cui ci hanno più volte onorato la nostra specchiata magistratura e la nostra specchiata stampa.

La misteriosa astensione di Pininfarina, che ha consentito all’ex segretario del PLI Valerio Zanone di render noto al popolo italiano, stupefatto, di essere ancora in vita.

Successivamente nel momento stesso dell’affannosa ricerca da parte dei DS e dell’Unione di voti in libera uscita dalla CDL, le sprezzanti dichiarazioni dello stesso D’Alema su una “certa sinistra” che “non serve al paese”.

E poi il fuoco di fila del Corriere della Sera: il 22 febbraio, la chiusa sibillina di un articolo di Galli della Loggia, dopo una pioggia di elogi sul comportamento tenuto dal ministro degli esteri in questi giorni:

Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare — e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando — che esista uno specifico caso D’Alema. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock. Una cosa sola pensiamo che l’opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D’Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.

Il 24 febbraio, l’articolo di Angelo Panebianco, che comincia così:

Sempre che il centrosinistra riesca a trovare i numeri necessari a fare maggioranza in Senato, ci sarà forse un rinvio alle Camere del governo in carica oppure la formazione di un nuovo governo Prodi, un Prodi bis. Se una di queste due cose accadrà, ciò non sarà però sufficiente per concludere che la crisi aperta dalla bocciatura sulla politica estera sia stata superata. Il (nuovo/vecchio) governo Prodi, infatti, potrebbe essere l’una o l’altra di due cose molto diverse. Potrebbe essere solo un tamponamento temporaneo della crisi, un governo destinato a infrangersi, stavolta definitivamente, su nuovi scogli entro pochi mesi, aprendo così la strada ad altre soluzioni.

Il 25 febbraio, è la volta di Sergio Romano con un articolo di cui riportiamo un lungo brano:

Può darsi che il governo, grazie al volonteroso aiuto dei senatori a vita e di qualche eletto dell’opposizione, riesca a superare il passaggio della Camera alta. Ma è difficile credere che Prodi sia riuscito, in così breve tempo, a risolvere le contraddizioni di una coalizione visibilmente divisa su alcune delle principali questioni che il governo dovrà affrontare nei prossimi mesi, dal finanziamento della missione militare in Afghanistan alla Tav e alla riforma del sistema previdenziale. Ha vinto perché ha giocato d’anticipo e ha fatto buon uso dell’unico argomento — non bisogna regalare il potere a Berlusconi — che è condiviso da tutti i suoi alleati. Se Rifondazione comunista non avesse collaborato, sarebbe stata ricordata nella storia della Repubblica come il partito che aveva fatto cadere tre volte (1997, 1998, 2007) il governo di Romano Prodi. Questo non è un accordo fatto per governare ma per evitare che altri possano riconquistare il potere. Giorgio Napolitano non poteva che prenderne atto. Se avesse rifiutato di credere alle assicurazioni del presidente del Consiglio avrebbe corso il rischio di aprire, insieme alla crisi politica, una più grave crisi istituzionale. Ma ha rinviato il premier alla Camere con una dichiarazione da cui traspare una sorta di rassegnazione. Coloro che s’interrogano sui sentimenti e le intenzioni del capo dello Stato hanno probabilmente notato uno degli argomenti con cui ha giustificato il rinvio del governo alle Camere: «Le ipotesi legittime e motivate di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza, a sostegno di un governo impegnato ad affrontare le più urgenti scadenze politiche e in particolare la revisione della legge elettorale — ipotesi sostenute da alcuni componenti della Casa delle libertà — non sono risultate sufficientemente condivise per poter essere assunte come base della soluzione della crisi del governo Prodi». Grazie a queste parole sappiamo quale potrebbe essere, se il governo cadesse una seconda volta, lo sbocco della prossima crisi.

Non poteva mancare, il 26 febbraio, di far sentire la sua voce il politologo Giovanni Sartori:

Incalzata dal Presidente Napolitano, l’Unione ha disperatamente cercato di «comprare» qualche senatore in più. Ne ha catturato uno, forse tre. Un magrissimo bottino, che tutt’al più assicura il prossimo voto di fiducia. Ma dopo? Come andrà, dopo, la navigazione quotidiana? La verità è che il centrosinistra sopravvive da sempre, al Senato, su una maggioranza incerta e friabile. Incerta perché i senatori a vita sono «indipendenti» e hanno il diritto di votare ogni volta come credono; e friabile perché all’estrema sinistra esistono teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde, o che forse proprio non ragionano. Ma se cancelliamo dal preventivo i sette senatori a vita e le teste quadrate, è sicuro che Prodi va sotto. Domani come ieri. Allora di cosa consiste il «nuovo slancio» del governo? Secondo Angelo Panebianco, Prodi dovrà «cambiare passo».
Finora la sua scelta strategica è stata, per assicurarsi la coesione dei suoi, di mantenere un’«alta tensione» contro il centrodestra e di privilegiare il suo rapporto con l’estrema sinistra. Ma ora, conclude Panebianco, «l’epoca delle sberle quotidiane all’opposizione è finita». Magari. D’accordo. Ma dubito che questo nuovo corso sia congeniale alla natura di Prodi. Prodi è uomo di bunker. La sua strategia del muro contro muro, del polo puro e duro, non è di questa legislatura; è una costante sin dal primo governo Prodi, che si autoaffondò nel 1998 pur di non macchiare la sua purezza «aprendosi» a Cossiga. La valutazione realistica della situazione è, dunque, che a Prodi mancano, sin dal primo giorno, i numeri per «fare bunker». Se ha tirato avanti per nove mesi è in forza della cecità della volontà (che è una sua vera forza). Ma la volontà ha ora sbattuto il naso nella realtà. Perché senza il sostegno di numeri non si può trasformare un passino, o un colabrodo, in un muro. Resta da vedere se Prodi saprà essere l’uomo per una diversa stagione.

Sempre il 26 febbario, un’intervista a Oscar Luigi Scalfaro, di cui sottolineamo questo significativo passaggio:

Rinviando il premier alle Camere, il presidente della Repubblica gli ha ricordato che «è necessaria una maggioranza politica». Cioè al saldo del voto dei senatori a vita. Se Prodi si salvasse solo con il vostro sostegno, che accadrebbe?

«Sarebbe un problema politico. Che certo non potrebbe essere sollevato dal Quirinale, visto che costituzionalmente il voto dei senatori a vita vale quanto quello dei senatori eletti. Non ci sono molte strade aperte, in un caso del genere. E toccherebbe al premier, allora, tirare le somme. Del resto, rileggendo la motivazione con la quale il capo dello Stato ha spiegato come ha risolto la crisi — e la via era obbligata, senza alternative — si direbbe che il presidente del Consiglio si sia assunto un impegno in questo senso».

Infine oggi, 27 febbraio, questa virtuosa istigazione, ovviamente inascoltata, al suicidio di Francesco Giavazzi:

Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico — grandi principi e poche indicazioni concrete — oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.

Certo, anche se l’UDC continua ad auspicare democristianamente una nuova fase politica senza Prodi (ma non si sa con chi) e Pininfarina annuncia democristianissimamente il suo voto sicuramente non contrario, Prodi sembra destinato a rimanere in sella anche dopodomani. Tuttavia, non saremmo poi tanto tranquilli, visto che per una maliziosa congiunzione astrale, domani, mercoledì 28 febbraio, la Chiesa festeggia S. Romano…

Links: Un’anticipazione del quadro sopra descritto era già stata sommariamente tratteggiata all’indomani delle elezioni del 2006 dal vostro Ismael

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7 thoughts on “Prodi nella morsa D’Alema-Montezemolo”

  1. Nei 12 punti del neogoverno Mortadella 2, manca l’argomento riforma delle pensioni, un argomento tabù. Nella Ue ne richiedono la modifica. Padoa-Schioppa si è già adeguato alle richieste.Prodi, tira dritto sui carboni ardenti fingendo di ignorare la cosa. Ma non è un fachiro e ricadrà.

  2. Con rispetto parlando, mi hai fatto scompisciare. L’ “ampia maggioranza” sarebbe dunque costituita da uno che tutti credevano morto e da un altro che alcuni credevano vivo. Resuscitato l’uno e transustanziato l’altro si e’ compiuto l’ennesimo miracolo degli oppositi. Altro che alchimia… e’ un problema di Fede, evidentemente. 🙂

  3. P.S.
    la presenza di un commento di Nessie su un blog e’ un po’ come quella dei camion davanti ai ristoranti. Vuol dire che si mangia bene.

  4. Citare se stessi è un peccato grave, è civetteria. Nemmeno un anno fa scrivevo:

    “una manciata di voti democristiani in più al Senato (due? Tre? Quattro?) potrebbe acquisire un peso specifico pari a quello di venti scranni rifondaroli. Diminuendo ulteriormente il già esiguo spazio di manovra percorribile dal Professore col suo brevettato (e poi naufragato) schema di triangolazione con Margherita e Rifondazione a circonvallare i Ds. Come già nel ’98, potrebbe essere l’apporto trasformistico di qualche democristiano cidiellino borderline a offrire una sponda a D’Alema e ai suoi boys, altrimenti paralizzati”

    L’idea che la zoppicante coalizione sottoposta all’elettorato in via ufficiale si possa rettificare “a scoppio ritardato” è lesiva dell’intelligenza dei propri sostenitori. Chissà quanto durerà, la pazienza di costoro.

  5. Ottimo, come sempre!

    Mi lascia perplessa, ma non per questo contraria, la prospettiva citata per D’Alema.
    In realtà il dubbio era venuto anche a me, troppo scaltro e calcolatore per cadere così banalmente. La sferzata data alla sinistra antagonista rafforzò la mia ipotesi.
    Ma il rinvio alle Camere del governo Prodi mi fece accantonare l’idea.
    Certo, visto in un’ottica di larghe-intese tutto può essere…
    Diciamo che possono esistere, al momento, due opposte fazioni nella maggioranza:
    Prodi+Sinistra antagonista – D’Alema+Sinistra moderata.

    Pertanto è bene valutare il Zamax-pensiero…

  6. Grazie a tutti per i commenti.
    Ismael, per calcolo, ho fatto il link al tuo post dell’anno passato: se non nella “gloria” avrò un compagno nella polvere! 😉
    Non vale neanche la pena di parlare dello stato di paralisi del governo Prodi; sento adesso che Turigliatto, o come diavolo si chiama, “voterà” la fiducia, per poi dire “no” a Tav, pensioni, Afghanistan ecc. ecc. e non è una battuta di … Watergate!
    Che poi il perfetto comunista D’Alema voglia fare le scarpe a Prodi, anche questa è una certezza, una specie di necessità genetica, che attende solo il verificarsi delle condizioni necessarie…
    Quello che mi fa pensare che ci sia qualcosa di strano nell’aria è l’atteggiamento del Corriere: annuso l’atmosfera del delitto…

  7. Grazie. 😀

    L’accerchiamento anti-Prodi, dieci anni dopo, seguirà vie più strategiche e meno tattiche. Guardacaso ne parlo oggi, da civettuolo che sono!

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