Bene & Male, Fattore F

Body & Soul

Per i manichei tutto è fuori del corpo, per gli utilitaristi tutto è dentro. E’ il patto Molotov-Ribbentrop contro l’integralità della persona in anima e corpo. Per gli uni il corpo è Satana, per gli altri è Dio. Un Dio, che va servito a suo modo, intendiamoci, con la sua logica, che è mortale. E quindi ciò che è suo, la relatività, va adorata e rispettata con la massima precisione: di qui i vari gradi di dignità della vita, di qui la monomaniaca ricerca scientifico-feticistica di sapere con la massima esattezza possibile l’ora, il minuto, il secondo e il nanosecondo dell’alba e del tramonto dell’animale detto uomo. Insomma: il noiosissimo e meschinissimo aspetto tecnico del voyerismo della nascita e della morte. Ma se non esiste lo spirito, dov’è la libertà interiore, dov’è la libertà morale? Se tutto è nel corpo, sia pur nella sua fantasmagorica complessità e raffinatezza, dov’è la libertà se non nell’atto e nella piena e totale disponibilità di se stesso? Negando o trascurando il valore della libertà interiore, la sola che mantenga libero l’uomo anche quando è in catene, la sola che sappia soffrire nell’animo i dardi dell’oltraggiosa fortuna, ai moderni profeti della libertà non resta altro che rivendicare la libertà nell’atto, fatte salve nebulosissime clausole di non aggressione, fino all’assurdo teorico e pratico; come se l’uomo, fin dalla sua nascita e per il solo fatto di vivere, non contraesse obblighi morali non scritti col prossimo. Perciò, dopo il nichilismo della società della volontà generale, dello Stato e del Partito; dopo il nichilismo della Nazione e della Razza sorta in reazione al primo nichilismo; dopo il compromesso del nichilismo debole della società del welfare; avremo il nichilismo dello Stato minimo utilitarista: un ossimoro perché nella società dell’utile anche il cosiddetto capitalismo sarebbe spazzato via. Con la sua etica dell’investimento, col rifiuto della tesaurizzazione, con la sua rinuncia virtuosa a  qualcosa oggi, per avere di più domani, il capitalismo è il meno materialistico dei sistemi economici e abbisogna di fiducia e pazienza, almeno da un punto di vista più largamente sociologico; fiducia nei risultati a lungo termine, pazienza nelle difficoltà del singolo e nelle disuguaglianze sociali contingenti che il dinamismo economico comporta; mentre l’invidia patologica è il sentimento basico dei sistemi statici di ridistribuzione della ricchezza.

Ma soprattutto le due fazioni, che sotto varie denominazioni infestano l’umanità dalla notte dei tempi, fra le molte colpe di cui si sono macchiate – tutte singolarmente meritevoli dei pianti e dello stridor di denti della Geenna – hanno quella imperdonabile di aver confuso la mente del popolo di Dio e anche di quello non di Dio su certe elementari nozioni di moralità. Tipo quel robusto e sonoro comandamento: non desiderare la donna d’altri. Anche qui i novissimi utilitaristi vanno a braccetto coi bigotti manichei: provi piacere a guardare una donna? La vuoi! La vorresti! E’ il corpo che parla! Per i primi la norma è disumana perché l’uomo è il corpo, per i secondi è giustamente disumana perché l’uomo è fuori del corpo. Ma come? Se io, andando a zonzo per la città, senza una meta e con la testa programmaticamente fra le nuvole, con l’atteggiamento ricettivo del vero cacciatore di fuggevoli impressioni, vengo improvvisamente e piacevolmente folgorato dalla visione di un notevolissimo esemplare femmina della razza umana, che è la preda più ambita di una caccia del genere, con un volto espressivo di soggiogante bellezza e la regale corona dei serici capelli e l’occhio spietato della dea, ma che in più magari ha una certa grazia felina nella figura, specialmente in quello snodo critico fra il tronco e le gambe, quel curvo raccordo che solo la natura sa disegnare e che coordina armoniosamente & visibilmente l’elastico corpo sino all’ultimo muscoletto delle dita del piedino e attizza il fuoco della sensualità in ogni maschio che abbia superato il quindicesimo anno di età; se, come regolarmente mi accade quando nessuno mi può sentire, non riesco a trattenermi dal sibilare tra i denti una non troppo onorevole esclamazione (quella!); e se, vinto dall’incanto della visione, non riesco nemmeno a trattenermi dal voltarmi indietro ed indugiare nella contemplazione estatica della sinuosa scia della cometa; tutto ciò significa che io desidero quella donna, che io la voglio? Che brutta e rivelatrice malattia credere in un Dio che chieda agli uomini cose contronatura! Io omaggio la bellezza e la onoro. Attrazione non significa desiderio: identificare l’attrazione con il desiderio è un ragionamento da schiavi! Così come l’oscenità non è la nudità del corpo, ma un corpo spogliato dello spirito: che riduce l’uomo alla sola carne, nell’umiliazione e nell’esibizione della malattia o nell’orgoglio e nell’esibizione della salute, laddove lo spirito riscatta quella e illumina questa.

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Bene & Male

Umano e divino

I tentativi di dimostrare con la logica l’esistenza di Dio saranno sempre destinati al fallimento, perché si fondano su una premessa sbagliata, un peccato originale di ipocrisia, che sotto il manto della neutralità nasconde il disimpegno del cuore e della mente. Una diminuzione e una castrazione del proprio essere, che frappone al confronto con la realtà e con la verità, come scudo alla propria frigidità, l’artificiosa tela di ragno di una scienza convenzionale, perché basata sul segno. Anche quest’ultima, come tutte le creazioni dell’uomo, nel cerchio conchiuso e perfetto delle sue relazioni interne, è fatta a somiglianza – schiavo della sua natura, divina, è l’uomo – dell’ultima e definitiva delle creazioni, il Regno di Dio. L’intima armonia e corrispondenza fra le sue parti del linguaggio, o quella del linguaggio dei numeri, o quella della logica, linguaggio del linguaggio, o quella della moneta, linguaggio della ricchezza, o quella della fisica, costituiscono dei modelli in sé perfetti; ma il cui dominio è limitato e la forma provvisoria, in quanto il confronto con la realtà ne rivela col tempo non tanto l’errore ma l’insufficienza. Cosicché ad esempio la Teoria della Relatività di Einstein non è la sconfessione della fisica di Galileo o di Newton, ma il suo perfezionamento, la sua relativizzazione e la determinazione di un ambito non illimitato di validità.

La creazione di modelli astratti, la regolarità delle architetture, la cercata e nascosta armonia della creazione artistica, è un grido di dolore dell’uomo, è l’imitazione di Dio e della casa di Dio. Il modello, frutto della capacità speculativa propria dell’uomo e solo dell’uomo – il solo primo passo di quest’attività speculativa è un’astrazione, la capacità di essere fuori della natura e fuori del mondo, fuori del corpo e fuori della terra -, è stato il motore del progresso umano. La capacità speculativa, l’astrazione, e il frutto di tale speculazione, il modello, è materialmente l’unico effetto che distingue l’uomo dall’animale; perché l’uomo è in toto un animale – che illusione, infantile illusione!, cercare dentro il suo corpo i segreti della sua natura – marchiato a fuoco da questa patologia chiamata divinità! L’uomo è un dio in corpo d’animale; o un animale  di natura divina; l’uomo è una parentesi. L’intelligenza è l’effetto totalmente e meramente corporale della sua natura divina. Il libero arbitrio solo della natura divina.

Nella storia i modelli teorici diventano così una simulazione della realtà; dapprima rozzi e primitivi, sottostando alla prova del tempo – o a quella sperimentale per rimanere in ambito strettamente scientifico – vengono progressivamente perfezionati ed arricchiti e continuamente aggiornati, venendo così ad accelerare enormemente i processi cognitivi dell’uomo. Ma il modello perfetto non esiste; il modello non è la realtà ultima e mai lo sarà. Il modello finale e vero è il Regno di Dio, ma solo il Cristianesimo senza incertezze e ambiguità, dogmaticamente, lo situa oltre la morte; e questo impedisce che la fragilità dell’uomo ne cerchi un seducente surrogato su questa terra; perché da Cristo in poi, tutte le alternative al Cristianesimo si risolvono presto o tardi nell’uccisione della libertà, anche se quasi tutte le filosofie che hanno ispirato i totalitarismi si sono ispirate alla libertà. E tutte in realtà hanno cercato, millenaristicamente, e continuano a farlo, anche quelle libertarie dei nostri giorni, una formula magica, o un marchingegno costituzionale, o qualche minimo, neutrale, e inattaccabile principio operativo, qualche neutrale quadratura del cerchio, che sottragga la coscienza alla sofferenza quotidiana, che è il prezzo della nostra libertà: di quella morale e di quella civile. La realtà neutrale (che nei fatti trasportata nella società a forza diventa statica  e quindi assoluta) non esiste: è il topos retorico del disimpegno morale, cioè della diminuzione della propria dignità. Come l’uomo il mondo è una parentesi: ed è per questa parentesi che il Cristianesimo intende tenere aperta fino alla fine di questo mondo, che nella società cristiana si sono potute sviluppare in un sostanziale continuum le arti liberali e la libertà individuale.

Chi pretende una dimostrazione dell’esistenza di Dio e della divinità della natura umana in realtà non cerca né Dio né la Verità. E’ un tirarsi indietro, un’indisponibilità mascherata, ad essere compiutamente se stesso: un sotterramento del proprio talento. Fa come coloro, gingillandosi ipocritamente con predestinazioni e grazie di vario grado, deresponsabilizzando l’individuo e togliendoli la libertà,  vogliono dividere la fede dalla carità. Fu la Chiesa Cattolica a difendere il libero arbitrio, non la Riforma. O come coloro, all’inverso, che vogliono far coesistere la libertà e la responsabilità con il determinismo delle filosofie utilitaristiche. A costoro rispose, una volta per tutte, se l’intelligenza fosse padrona di se stessa e non schiava delle passioni, Giacomo nella sua lettera nel Nuovo Testamento:

Ma qualcuno potrà dire: “Hai la fede e io ho le opere”. Mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede partendo dalle mie opere!

Ma Cristo ci è guida in tutto, anche nel conoscere la nostra vera natura. Infatti il significato delle tentazioni di Cristo sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe – lo riconosco! – soddisfarmi compiutamente e per sempre. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito significa giudicare le cose per quel che sono, senza disprezzarle e anzi godendone pienamente. La schiavitù delle ricchezze significa invece passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo. Se, per assurdo, improvvisamente, ci fosse concesso di vivere in un mondo – un mondo come questo, schiavo della dimensione temporale – senza malattie e corruzione, senza morte, senza null’altro da fare che vivere, per quanto strano possa sembrare, dopo un po’ di tempo comincerebbe subdolamente a entrare in noi una certa inquietudine, e poi la disperata sensazione di non riuscire a stringere nel pugno quel qualcosa che ancora ci manca.

Sappiamo infatti che se la nostra abitazione terrena è una tenda che si demolisce, abbiamo un’abitazione in Dio, abitazione non fatta manualmente ma eterna nei cieli. E per questo gemiamo, bramosi di rivestirci del nostro edificio celeste, poiché così rivestiti non ci troveremo nudi. E infatti stando sotto questa tenda gemiamo del peso, perché non vogliamo essere svestiti ma rivestiti, affinché la mortalità sia inghiottita dalla vita. Colui che ci ha fatti proprio per questo è Dio, ed Egli ci dà il pegno dello Spirito. Così, sempre arditi e consapevoli che finché siamo domiciliati nel corpo siamo alienati dal Signore poiché camminiamo nel tempo della fede e non della visione; arditi dunque, giudichiamo un bene l’alienarci piuttosto dal corpo e domiciliarci presso il Signore. (S. Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, 5, 1-8,)

E nella tribolazione di questo mondo, Dio ci è venuto in soccorso. Attraverso il Padre e lo Spirito Santo, i cui effetti sono la Fede e la Speranza. Il Padre è il marchio con il quale è segnata la natura dell’uomo e lo Spirito Santo è la visione del cammino del ritorno. La Fede è la ragione di essere fedeli alla propria natura e la Speranza è l’inizio del cammino. Insieme sono la nostalgia di Dio: l’anima. Ma già siamo uniti a Dio attraverso il Figlio e il suo effetto: la Carità. Che è già la sostanza e la manifestazione di Dio.

P.S. del 19/11/2014 Rileggendo queste cose a distanza di anni non cambierei praticamente nulla nella sostanza. Specificherei però che quando dico che «i tentativi di dimostrare con la logica l’esistenza di Dio saranno sempre destinati al fallimento» non intendo dire che sia “assolutamente impossibile” dimostrare l’esistenza di Dio. Come anche si può dedurre da una lettura attenta del post, lo si può fare,  a patto che si accetti, cioè si riconosca, il fatto che la ragione, in ultima istanza, abbia un fondamento etico.

Bene & Male

Psiche e piacere

Vi sarà capitato di sorprendervi, e di confessarlo a fatica, a provar piacere per opere artistiche, letterarie, musicali o di altro genere, diversissime fra loro. Infatti le sconcertanti vie del piacere artistico le paghiamo spesso col disorientamento dell’intelletto: com’è possibile che dopo essermi imbevuto ed esaltato con questa musica di tirannica bellezza, quasi a tradimento e per caso un motivetto di tutt’altra pasta, dopo un primo momento di doloroso stupore, venga ad accarezzare e a lusingare – con diletto, ahimè! – le più intime fibre della mia sensibilità? Per la mente è come ruzzolare giù da una sommità che sembrava ormai a portata di mano: se qui in basso, tra le braccia di questa sirena, che già rinnova il cammino ascensionale, mi trovo del tutto a mio agio, sirena anch’ella era colei che prima sembrava avermi trasportato nella beatitudine dell’assoluto. Una vera e propria mortificazione.

La varietà infinita, anche solo potenziale, dei piaceri è fonte di sofferenza psichica. Nessuno di essi né da solo né, tanto meno!, accoppiato ad altri ci porta però a quell’unità del tutto, eterna perché atemporale, e atemporale perché libera dalla schiavitù del tempo, cui l’animo anela. E siccome questa sofferenza è difficile a lungo andare da sopportare, solo il superamento della paura della morte, momento di passaggio verso il completamento del nostro essere, consente di affrontarla. La terribile semplificazione intellettuale risultante dalla rinuncia al quotidiano travaglio interiore di affrontare e accettare la non celeste, la non assoluta, la non conchiusa, la non definitiva, l’incompleta, l’inarrestabile e non appagante diversificazione della realtà, e consistente nell’esplorazione settaria, patologica, di un angolo di essa, alla ricerca di quell’assoluto che lì non potrà mai raggiungere, è come un collasso dello spirito che genera un’ingannevole e presto superato sollievo, ed è in verità un vero e proprio principio di cancrena dell’animo.

Ma chi al contrario accetta questa sofferenza quotidiana, si arma di una salute interiore che lo rende ricettivo alla varietà infinita dei piaceri terrestri: non è schiavo di nessuno di questi e non li cerca prioritariamente, sapendoli finiti, ma li accetta quando vengono con gioia. Questo il significato pieno della temperanza. Non il castigo dei sensi. Perché la ricerca del piacere in realtà altro non è che una riduzione della propria disponibilità al piacere, mediante la selezione e l’esplorazione di alcuni aspetti della vita sensoriale; fino all’esclusività di uno solo: la droga, quale che ne sia la forma – intellettuale o materiale -, che uccide tutti gli altri piaceri.  E anche chi in apparenza sembra correr dietro alle mille forme sempre cangianti dei piaceri più o meno alla moda, in effetti chiude la sua mente alle innumerevoli occasioni di cogliere quelli semplici, e non è più padrone di se stesso.

Anche in campo religioso  la nostra terrestre corporeità ha bisogno di una diversificazione nell’impossibilità di abbracciare con la mente il mistero divino. Si dice fede; ma Fede vuol dire Fede, Speranza e Carità: e ciascuna implica l’esistenza delle altre due. Così come si dice Dio; ma Dio vuol dire il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: la Trinità è l’umanità di Dio. Per questo così spesso quei collassi dello spirito, quella disgregazione della sua integrità, che furono le forme ereticali dell’era cristiana – in senso lato anche l’Islam – hanno cercato di ridurre la ricchezza della Fede e di Dio. E come in uno specchio in questo si trova anche la chiave di lettura dei dolori e delle sofferenze terrene. Un Dio benevolo non può assistere inerte infatti alle sofferenze degli uomini; ma se lascia campo alla corruzione e al male, lo fa solo – almeno per coloro che sentono rettamente – per guidarli. Cosicché se Dio frustra i nostri desideri, è perché questi desideri in realtà sono troppo poco ambiziosi, ed indegni della nostra natura divina: lo fa per indicarci una meta più alta. Mentre capita invece spesso che essi vengano esauditi, quando nel nostro animo questi stessi desideri abbiano perso il loro potenziale idolatra. La morte infine, salvifica, sarà l’ultima correzione di Dio, perché “…se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti, quei giorni saranno abbreviati” (Matteo, 24, 22)

E così come la pura fisicità dell’esperienza sessuale è una forma panica di frigidità, che porta spesso, quando ne abbia la possibilità, alla perversione, anche l’arte si può ridurre ad una dolorosa duplicazione della vita, di cui nessuno sente il bisogno. L’arte non può essere questo; e nemmeno una falsificazione, che la svuoterebbe di ogni senso; ma una concentrazione – the two hours’ traffic of our stage di shakespeariana memoria – che sottrae la vita alla schiavitù e all’angoscia del tempo, sempre che ne colga, di lontano, quella segreta armonia che per noi è fonte di piacere:

La vera poesia si annuncia là dove essa sappia, come Vangelo mondano, con un senso di serenità interiore e di benessere esteriore liberarci dalle cure terrene che ci opprimono. Come un pallone essa ci solleva, insieme alla zavorra che a noi è attaccata, in regioni superiori, e lascia che gli errori intricati della terra si distendano sotto di noi come una veduta a volo d’uccello. (Goethe, “Aus meinen Leben. Dichtung und Wahrheit”, “Dalla mia vita. Poesia e verità”, Parte terza, Libro tredicesimo)

Esteri

Europa-USA: l’inevitabile alleanza

In terra francese, la glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, come i legami tra la rivoluzione francese, e quindi tra la natura del moderno stato francese e dei suoi replicanti continentali, e il comunismo, e più in generale i totalitarismi, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, si ebbe agio di vedere la significativa prospettiva storica di quel boulevard che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. La retorica laicista dell’esprit républicain, che politicamente signoreggiava incontrastata a destra e a manca nell’Hexagone, si trovò improvvisamente con un fianco scoperto; il varco pericoloso attraverso il quale le vecchie verità che già nell’Ottocento Taine e Tocqueville avevano rivelato nelle loro opere, ribadite all’inizio nel secolo scorso da un geniale ed eroico reazionario come Augustin Cochin, e infine assurte al rango di dignità accademica con i lavori revisionisti di Furet o di Chaunu, potevano finalmente acquisire un inedito peso politico. Ricondotti per così dire all’origine,  ritornavano a galla gli antagonismi tra la statolatria gallica e il liberalismo anglosassone, che la lunga emergenza dei pericoli totalitaristi aveva sopito. Che il crollo del comunismo potesse risolversi in una destabilizzante messa in discussione dei principi stessi della République del 14 luglio, tutto ciò venne istintivamente percepito dalla classe politica francese. Ecco allora che lo sganciamento progressivo dall’atlantismo, oltre che obbedire agli istinti profondi della Francia più retriva, diventava il modo per non fare i conti col passato: un problema interno, per l’ennesima volta, veniva dirottato fuori dei propri confini. Con un corollario di campi di propaganda politica di facile aratura intellettuale: la difesa delle conquiste sociali, un nuovo dinamismo nei territori della francophonie africana, le strizzate d’occhio all’antioccidentalismo no-global acrobaticamente accompagnate da forme pseudovirtuose di protezionismo economico.  Il socialgollismo di Chirac e De Villepin aveva una nuova parola d’ordine: l’Europe c’est moi. L’Europa villica degli ex paesi comunisti e i leader più consapevoli dell’atlantismo europeo speronarono questo primo tentativo, mentre l’Europa seriosa degli apparati si limitò ad un timidissimo rifiuto, con un progetto costituzionale che pure andava fin troppo incontro alle pulsioni antiliberali dei transalpini; e i francesi, con gran gaudio dei liberali, rifiutarono l’Europa.

Tutto questo mestare nel torbido, sempre latente nel mondo intellettuale e ora senza più freni inibitori anche nei corridoi della diplomazia in forza dell’avallo datogli dalla pianificata attitudine dal governo francese (alla faccia di chi parlava delle gaffes di Chirac), ha notevolmente alimentato il risorgere di sentimenti antiamericani anche in ambienti culturali e politici di dichiarato moderatismo. La carta dell’obsolescenza dell’alleanza atlantica giocata dapprima come ballon d’essai e poi sempre più scopertamente nel nome della riscoperta del sentimento identitario europeo, anche dalla sinistra originariamente e storicamente antieuropeista, doveva servire a dare dignità all’involuzione isolazionista e statalista dello stanco continente. L’antiamericanismo come collante negativo europeo trovò l’occasione per uscire ufficialmente allo scoperto con la guerra in Irak, appoggiandosi ad opinioni pubbliche narcotizzate da mezzo secolo di politiche estere dalle quali l’elemento bellico era stato rimosso, in quanto fornito per tacita intesa dagli USA, le cui forze militari hanno costituito a tutti gli effetti anche il braccio armato europeo nella lunga serie di guerre e guerricciole, combattute quasi sempre dentro il quadro della guerra fredda, che hanno insanguinato il mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale.  La campana di vetro sotto la quale l’europeo ha vissuto pacificamente per sessant’anni è stato il risultato non della consapevolezza dell’inutilità dell’impegno bellico di cui si straparla ipocritamente nel nostro continente, ma dall’essere, in virtù della contrapposizione democrazia-comunismo e della deterrenza nucleare, l’occhio del ciclone pacifico attorno al quale ruotavano più o meno vorticosamente i venti di guerra nel resto del mondo. Come per un’arto da lungo tempo inutilizzato e in pericolo di atrofizzazione, i primi passi dell’opzione militare chiestaci ora apertamente e senza infingimenti lessicali dagli Stati Uniti – una specie di invito alla piena maturità dopo la lunga rieducazione democratica del dopoguerra, ma anche un’occasione, se le prefiche della sovranità limitata non avessero i paraocchi, di cogestione della pax americana – hanno provocato dolori lancinanti. Su questo trauma culturale contano coloro, e in primo luogo i reduci del marxismo, che vogliono trasformare l’Europa in una sorta d’Impero d’Oriente, dividendo il campo occidentale. Ma questa sindrome bizantina è strategicamente cieca e altro non porterà, nel miglior dei casi, che ad una lunga e dorata decadenza. E tuttavia questa volta Bisanzio non finirà, come nel passato, in bocca ai Turchi, cioè all’Islam, come qualcuno potrebbe credere: nel suo sfolgorio, il terrorismo globale dell’estremismo islamico è l’epifania di una malattia mortale che sta portando la civiltà fondata da Maometto alla tomba. No: il pericolo è un altro.

Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Una sorta di replica, su scala mondiale questa volta, di quello che significò nel continente europeo – Russia compresa – per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia e dello sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale; fenomeno contraddistinto da tendenze antireligiose, conati rivoluzionari, plebisciti, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo della democrazia e della libertà accelerato da fattori esterni, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza  con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività  dell’apparato amministrativo. Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi, senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni  quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano. Dal collasso liberale che ne seguì, nel XX secolo, avremmo dovuto apprendere che un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica – che permetta di bruciare le proprie energie in un lavorio di continuo aggiustamento degli equilibri interni e di governo della richiesta crescente di libertà individuale – è fatalmente tentato da una politica di potenza, non solo strettamente militare, quando è squassato da rivolgimenti interni. Pensiamo solo alla Cina e ai problemi derivanti dalla proletarizzazione di decine, se non centinaia, di milioni di contadini inurbati, e da quelli derivanti da un progresso economico che non s’accompagna al miglioramento dei diritti dell’individuo. Chi ci rassicura che un regime disperato non faccia la sciocchezza di tentare di risolverli, atteggiandosi a vittima, con la sbornia nazionalistica della conquista di Taiwan? Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Il Brasile, grande territorialmente come gli Stati Uniti e con una popolazione equivalente a 2/3 di quella del gemello nordamericano, non può dirsi ancora una democrazia stabile. La Russia semidemocratica e neozarista ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale. E qui finisce l’Occidente cristiano in senso lato. E quindi solo in Europa e negli USA – col contorno del Canada, del Giappone, dell’Australia e della Nuova Zelanda – ci potranno essere condizioni riunite e stabili di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio e a sconsigliare avventure. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà, ben prima degli Stati Uniti, vittima dell’instabilità mondiale.

Italia

La paura di vincere

Da settimane ormai il Corriere della Sera replica lo stesso editoriale vergato con tocco personale dall’augusta mano di tutte, ma proprio tutte, le illustri sue firme; e tuttavia non tanto personale da ingannare chi abbia mantenuto un minimo d’indipendenza di giudizio. Il contenuto, di una noia mortale: occorre trovare una nuova maggioranza, emarginare quella che si è scoperta essere – ora – una sinistra rivoluzionaria irriformabile (così l’ineffabile Mieli impara a scrivere cose  – e ormai son scritte – a cui nemmeno lui crede), allargare al centro, isolare Berlusconi e, ça va sans dire, evitare a tutti i costi le elezioni, prevedibilmente disastrose. Ma non è affatto una grande strategia, è la scelta obbligata dei disperati. Uscita barcollante dalle urne, prostrata dall’esperienza di qualche mese di governo, l’imprescindibile Unione – l’interfaccia politica degli apparati economici-finanziari-sindacali-culturali dell’Italia dell’Est – sull’orlo di una crisi di nervi, si è ridotta adesso ad una tattica temporeggiatrice che non disdegna d’adoprare tutte le arcinote arti della più scalcagnata seduzione politica. Tipo, il fumo negli occhi di una aperta e democratica disponibilità – ora, e solo ora, ben s’intende – a  ridiscutere con animo fraterno la improvvisamente necessarissima, vitale e non più rinviabile modifica della legge elettorale; patetica iniziativa, se la CDL avesse occhi per vedere, che serve solo a stornare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla paralisi della maggioranza ed a impaludare il dibattito politico. Ma a quanto pare fanno invece tanto d’occhi a queste profferte di bipartisanship – e fatta pur la tara alle interessate esagerazioni dei mainstream media – le due formazioni politiche minori del centrodestra, l’UDC e la Lega Nord; la prima, sulla quale agiscono ancora le riposte ma mai sopite ansie di riscatto di una classe politica umiliata strategicamente dal parvenu Berlusconi, lusingata nei suoi sogni centrorestauratrici, la seconda allettata da una duratura e sicura rendita parlamentare del suo nordico isolazionismo: particolarismi, anche se di segno diverso, alimentati ad arte e spudoratamente nel nome del superiore interesse nazionale.

Per nostra fortuna il Cavaliere, da autentico animale politico e con cesariana rapidità d’iniziativa, non potendo, come Odisseo per il canto delle Sirene, mettere dei tappi di cera agli orecchi dei suoi compagni di navigazione, ha tuttavia cominciato subito a far terra bruciata intorno a pastrocchi in tal senso; ergendosi astutamente a portavoce del popolo della Casa delle Libertà, ha messo con chiarezza le mani avanti, dichiarando urbi et orbi che il bipolarismo non si tocca e che non c’è necessità – ora – di una modifica della legge elettorale. La discussione sulla quale altro non è infatti che il cavallo di Troia, spinto ben addentro l’accampamento della CDL, intorno alla quale costruire una nuova maggioranza, che per l’ampio respiro di siffatta iniziativa politica – che le gazzette italiche non mancheranno di magnificare – si sentirebbe in qualche modo legittimata a governare il paese, almeno fino all’indebolimento comprovato e rassicurante dell’armata berlusconiana. Progetto temutissimo dallo stesso Prodi, che nell’eventuale sterilizzazione del peso parlamentare della sinistra antagonista vedrebbe crollare uno dei pilastri sui quali si fonda la sua leadership. Tanto temuto, che la triste consapevolezza che i suoi grandi elettori, i poteri forti, i DS e volente o nolente, anche la Margherita, stanno lavorando ad un’altra maggioranza e ad un altro governo, si è dipinta in questi giorni di crisi nel volto del professore emiliano, spietatamente rimarcata proprio dalla stampa amica.

La sfida decisiva di Berlusconi è ora quella di far capire ai suoi generali – la truppa non ha problemi in questo senso – che siamo ad un passo della vittoria del paese reale nei confronti delle oligarchie che lo tengono in ostaggio; una lotta che va avanti dall’assopirsi della stagione del terrorismo, all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso (!), e che vide in Craxi il primo protagonista. L’Italia, avendo convissuto con l’anomalia di un’opposizione maggioritariamente comunista, non ha potuto mai giovarsi né di una normale democrazia dell’alternanza, né di una minoranza parlamentare costruttiva che fosse di pungolo all’inevitabile maggioranza democristiana; col risultato che la mela bacata rossa ha finito per guastare anche la mela sana bianca. Costretti dalla glaciazione internazionale della guerra fredda e da quella nazionale di un comodo quanto obbligato antifascismo a convivere per decenni, tanto hanno finito per assomigliarsi nella pura e reazionaria gestione del potere, che col venir meno della minaccia comunista mondiale, e quindi della discriminante atlantica, di fronte alle spinte della modernità si sono trovati compagni di strada. Il provincialismo della mistica del Centro nei democristiani nasce proprio da questa mancata evoluzione; per cui, al contrario di quanto essi continuano imperterriti a dire, l’alternativa alla sinistra negli altri paesi europei si chiama proprio destra, nemmeno centrodestra. Così in Francia dove con questo nome si designano sia i gollisti sia, fino a qualche tempo fa, i liberali di Giscard d’Estaing, e dove ai seguaci di Le Pen o di Philippe de Villiers si appioppa il nome di estrema destra; così in Gran Bretagna coi conservatori; così in Germania con la CDU-CSU; così in Spagna, dove addirittura il Partito Popolare altro non è che l’evoluzione dell’Alianza Popular dell’abile Manuel Fraga Iribarne che negli anni settanta raccolse il voto dei nostalgici franchisti.

Ma, come nell’Impero Bizantino lo splendore della perfezione burocratica costituiva l’altra faccia della medaglia della putrefazione della società, così in Italia l’esemplare ramificazione capillare del sistema di potere del Partito Democratico, della Triplice Sindacale, delle SuperBanche e della Cupola Confindustriale, – in sintesi, l’esercito costoso delle clientele – è l’altra faccia di un consenso popolare che si sta vieppiù sgretolando. Questo sistema, a dispetto delle apparenze, è maturo per crollare, come è caduto a Praga, a Varsavia o a Bucarest. L’Italia, dopo la riunione tedesca, è l’unico paese (non geograficamente) ancora diviso rimasto in Europa. Non si abbia paura dei fantasmi: un paese che non cambia mai è un paese dove tutto cambia improvvisamente. Il centrodestra, anzi, chiamamola, da europei adulti, per nome, la Destra di Berlusconi ha il dovere morale di tirare il collo senza pietà a questa sinistra mummificata e di porre fine ad un dopoguerra irrespirabile che dura da sessant’anni,  e che vede grottescamente nei replicanti delle Brigate Rosse gli ultimi giapponesi.