Esteri

Europa-USA: l’inevitabile alleanza

In terra francese, la glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, come i legami tra la rivoluzione francese, e quindi tra la natura del moderno stato francese e dei suoi replicanti continentali, e il comunismo, e più in generale i totalitarismi, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, si ebbe agio di vedere la significativa prospettiva storica di quel boulevard che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. La retorica laicista dell’esprit républicain, che politicamente signoreggiava incontrastata a destra e a manca nell’Hexagone, si trovò improvvisamente con un fianco scoperto; il varco pericoloso attraverso il quale le vecchie verità che già nell’Ottocento Taine e Tocqueville avevano rivelato nelle loro opere, ribadite all’inizio nel secolo scorso da un geniale ed eroico reazionario come Augustin Cochin, e infine assurte al rango di dignità accademica con i lavori revisionisti di Furet o di Chaunu, potevano finalmente acquisire un inedito peso politico. Ricondotti per così dire all’origine,  ritornavano a galla gli antagonismi tra la statolatria gallica e il liberalismo anglosassone, che la lunga emergenza dei pericoli totalitaristi aveva sopito. Che il crollo del comunismo potesse risolversi in una destabilizzante messa in discussione dei principi stessi della République del 14 luglio, tutto ciò venne istintivamente percepito dalla classe politica francese. Ecco allora che lo sganciamento progressivo dall’atlantismo, oltre che obbedire agli istinti profondi della Francia più retriva, diventava il modo per non fare i conti col passato: un problema interno, per l’ennesima volta, veniva dirottato fuori dei propri confini. Con un corollario di campi di propaganda politica di facile aratura intellettuale: la difesa delle conquiste sociali, un nuovo dinamismo nei territori della francophonie africana, le strizzate d’occhio all’antioccidentalismo no-global acrobaticamente accompagnate da forme pseudovirtuose di protezionismo economico.  Il socialgollismo di Chirac e De Villepin aveva una nuova parola d’ordine: l’Europe c’est moi. L’Europa villica degli ex paesi comunisti e i leader più consapevoli dell’atlantismo europeo speronarono questo primo tentativo, mentre l’Europa seriosa degli apparati si limitò ad un timidissimo rifiuto, con un progetto costituzionale che pure andava fin troppo incontro alle pulsioni antiliberali dei transalpini; e i francesi, con gran gaudio dei liberali, rifiutarono l’Europa.

Tutto questo mestare nel torbido, sempre latente nel mondo intellettuale e ora senza più freni inibitori anche nei corridoi della diplomazia in forza dell’avallo datogli dalla pianificata attitudine dal governo francese (alla faccia di chi parlava delle gaffes di Chirac), ha notevolmente alimentato il risorgere di sentimenti antiamericani anche in ambienti culturali e politici di dichiarato moderatismo. La carta dell’obsolescenza dell’alleanza atlantica giocata dapprima come ballon d’essai e poi sempre più scopertamente nel nome della riscoperta del sentimento identitario europeo, anche dalla sinistra originariamente e storicamente antieuropeista, doveva servire a dare dignità all’involuzione isolazionista e statalista dello stanco continente. L’antiamericanismo come collante negativo europeo trovò l’occasione per uscire ufficialmente allo scoperto con la guerra in Irak, appoggiandosi ad opinioni pubbliche narcotizzate da mezzo secolo di politiche estere dalle quali l’elemento bellico era stato rimosso, in quanto fornito per tacita intesa dagli USA, le cui forze militari hanno costituito a tutti gli effetti anche il braccio armato europeo nella lunga serie di guerre e guerricciole, combattute quasi sempre dentro il quadro della guerra fredda, che hanno insanguinato il mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale.  La campana di vetro sotto la quale l’europeo ha vissuto pacificamente per sessant’anni è stato il risultato non della consapevolezza dell’inutilità dell’impegno bellico di cui si straparla ipocritamente nel nostro continente, ma dall’essere, in virtù della contrapposizione democrazia-comunismo e della deterrenza nucleare, l’occhio del ciclone pacifico attorno al quale ruotavano più o meno vorticosamente i venti di guerra nel resto del mondo. Come per un’arto da lungo tempo inutilizzato e in pericolo di atrofizzazione, i primi passi dell’opzione militare chiestaci ora apertamente e senza infingimenti lessicali dagli Stati Uniti – una specie di invito alla piena maturità dopo la lunga rieducazione democratica del dopoguerra, ma anche un’occasione, se le prefiche della sovranità limitata non avessero i paraocchi, di cogestione della pax americana – hanno provocato dolori lancinanti. Su questo trauma culturale contano coloro, e in primo luogo i reduci del marxismo, che vogliono trasformare l’Europa in una sorta d’Impero d’Oriente, dividendo il campo occidentale. Ma questa sindrome bizantina è strategicamente cieca e altro non porterà, nel miglior dei casi, che ad una lunga e dorata decadenza. E tuttavia questa volta Bisanzio non finirà, come nel passato, in bocca ai Turchi, cioè all’Islam, come qualcuno potrebbe credere: nel suo sfolgorio, il terrorismo globale dell’estremismo islamico è l’epifania di una malattia mortale che sta portando la civiltà fondata da Maometto alla tomba. No: il pericolo è un altro.

Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Una sorta di replica, su scala mondiale questa volta, di quello che significò nel continente europeo – Russia compresa – per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia e dello sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale; fenomeno contraddistinto da tendenze antireligiose, conati rivoluzionari, plebisciti, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo della democrazia e della libertà accelerato da fattori esterni, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza  con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività  dell’apparato amministrativo. Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi, senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni  quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano. Dal collasso liberale che ne seguì, nel XX secolo, avremmo dovuto apprendere che un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica – che permetta di bruciare le proprie energie in un lavorio di continuo aggiustamento degli equilibri interni e di governo della richiesta crescente di libertà individuale – è fatalmente tentato da una politica di potenza, non solo strettamente militare, quando è squassato da rivolgimenti interni. Pensiamo solo alla Cina e ai problemi derivanti dalla proletarizzazione di decine, se non centinaia, di milioni di contadini inurbati, e da quelli derivanti da un progresso economico che non s’accompagna al miglioramento dei diritti dell’individuo. Chi ci rassicura che un regime disperato non faccia la sciocchezza di tentare di risolverli, atteggiandosi a vittima, con la sbornia nazionalistica della conquista di Taiwan? Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Il Brasile, grande territorialmente come gli Stati Uniti e con una popolazione equivalente a 2/3 di quella del gemello nordamericano, non può dirsi ancora una democrazia stabile. La Russia semidemocratica e neozarista ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale. E qui finisce l’Occidente cristiano in senso lato. E quindi solo in Europa e negli USA – col contorno del Canada, del Giappone, dell’Australia e della Nuova Zelanda – ci potranno essere condizioni riunite e stabili di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio e a sconsigliare avventure. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà, ben prima degli Stati Uniti, vittima dell’instabilità mondiale.

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25 thoughts on “Europa-USA: l’inevitabile alleanza”

  1. Post molto bello. Anche io qualche volta mi sono intrattenuto con la metafora dell’Europa come nuovo Impero di Oriente, nuova Bisanzio. Devo dire che la metafora funziona però solo a metà. Da una parte, è vero, Bisanzio fu una civiltà ibrida, con tratti di dispostismo orientale e di iperstatalismo (ho letto l’anno scorso il libro della Silvia Ronchey che contrapponeva l’economia centralizzata di Bisanzio e l’economia individualista di Venezia). D’altro canto, è pur vero che dal punto di vista militare Bisanzio non fece mai compromessi con l’oriente islamico. Al massimo tregue. Anzi, purtroppo siamo stati spesso proprio noi europei occidentali che abbiamo raramente compiuto uno sforzo anti-islamico prolungato e coerente. Colpa della pluralità statale dell’Europa, che è la nostra ricchezza e la nostra condanna. Per cui avveniva che la quarta crociata improvvisamente venisse dirottata contro Bisanzio (che da quel colpo mai si riprese), oppure che la Spagna attendesse prima la caduta del caposaldo veneziano di Creta e solo dopo stipulasse l’alleanza con Venezia che portò a Lepanto. Oppure che la Francia non muovesse un dito mentre Vienna era sotto assedio nel 1683. Ci pensarono i polacchi, per fortuna. Ma mal gliene incolse, perché sappiamo quale fu la gratitudine dei tedeschi nei confronti della Polonia che l’aveva salvata dall’islamizzazione. Insomma la vedo dura: L’Europa è da sempre divisa. Solo che un tempo era forte, e questo bilanciava le divisioni. Ora è non solo divisa, ma debole, almeno relativamente.

  2. Molto affascinante, il tuo rapporto di odio-amore con la Francia e la “francesità”. La similitudine tra l’attuale quadro geostrategico e la scissione tra Impero Romano d’Occidente e d’Oriente è di rara pertinenza. Specie per l’assegnazione dei ruoli omologhi: l’Oriente davvero espansivo e centripeto è quello cinese, non quello islamico. Anche sotto il profilo dell’appeal culturale. In tal senso, il confucianesimo avrà modo di esercitare ad ampio spettro la sua fascinazione sull’immanentismo che dilaga (e continuerà a dilagare) nell’Europa fattasi artefice del crepuscolo degli dèi otto-novecentesco. Per aver voluto negare la sussistenza di norme trascendenti la legge positiva in nome di una libertà astratta e iconoclasta, ci ritroveremo a rispettare a ranghi compatti leggi e leggine positive, come un’immensa colonia di locuste spersonalizzate. Paradossi così.

  3. Notevole, Zamax.

    I tuoi auspici sono condivisibili, ma temo che la strada al momento imboccata dall’Italia e da alcuni tra i maggiori paesi europei ci porti nella direzione diametralmente opposta.

    Ci vorrebbe una virata a destra…e non certo dal timoniere dell’Ikarus

  4. @ GMR
    Sta all’intelligenza del lettore prendere le metafore con le pinze. Siccome credo alla Provvidenza – da liberale non ancora “adulto” – col senno di poi vedo con chiarezza che per i mille anni dell’Alto e Basso Medioevo l’Impero greco bizantino (anche se loro chiamavano se stessi “Romani” e “Romano” il loro Impero) fu, con le sue rigide strutture, il “frigorifero” della classicità, un immenso patrimonio culturale e letterario che altrimenti sarebbe andato perduto nella dapprima desolata e poi sempre più dinamica Europa occidentale. Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 essa lo donò tutto, in un ideale passaggio di consegne, alla rinata e nuovamente degna Europa dell’Umanesimo e del Rinascimento.
    Ecco, non vorrei che all’Europa dell'”eccezione culturale” fosse rimasto solo questo ruolo, prima di diventare un’appendice non solo geografica del continente asiatico…
    A dirla tutta, la quarta crociata fu il capolavoro militare-finanziario di Venezia e del Doge guercio e novantenne Enrico Dandolo. Lasciò ai baroni francesi e agli altri tutta la gloria e la fuffa e si portò a casa per mezzo millennio l’impero marittimo fatto di isole e caposaldi nella terraferma, oltre ai cavalli in bronzo dell’Ippodromo che ora ornano la Basilica di S. Marco (essendo “capitalisti” avevano anche un certo avanguardistico gusto Kitsch). Fu una bella unghiata del Leone Alato dal motto evangelico, mooolto evangelico…
    Un’altra bella, evangelica e molto politicamente scorretta unghiata fu quando ad Atene i cannoni del mitico condottiero Francesco Morosini fecero esplodere il Partenone trasformato in polveriera dai Turchi. Un intervento chirurgico stile US Force.
    Però a Lepanto metà e più del naviglio dell’armata cristiana, compresi i “panzer” delle Galeazze, era uscita dall’Arsenale di Venezia e il vero capo non era quel pivello bastardo (nel senso che era figlio illegittimo di Carlo V, se non mi sbaglio) di Don Giovanni d’Austria, ma il vecchio capitano generale “da mar” Sebastiano Venier.
    No so se me spiego…

  5. @ Ismael
    Siccome di nuovo credo alla Provvidenza – da liberale di nuovo non ancora “adulto” – voglio sperare che la “prova islamica” sia il pungolo dato da Dio (di cui io di nascosto cerco di spiare i disegni) al nostro continente per ritrovare la sua identità e di rimettersi in carreggiata. Io non sono pessimista.
    Come? Qualcuno dice che è un wishful thinking bello e buono? Maaah, non credo.

    @ Paolo di Lautréamont
    E’ già notevole che Ella trovi il tempo di leggere una lenzuolata scalfariana come questa… 🙂
    Ah, preciso che è un puro caso che essa sia coincisa con l’annuncio del’addio alla politica di Chirac, un discorsetto quanto mai in linea con quanto sopra esposto.

    @ Monica
    Il senso del mio post – l’inevitabilità dell’alleanza – è proprio quello che non si debbano aspettare quegli eventi che prima o poi necessariamente ci stringeranno l’uno all’altro in Occidente; il mio auspicio è che se ne prenda coscienza per tempo. La politichetta supponente dell’Europa che si “emancipa” dalla tutela americana, mi sembra un tragico provincialismo…

  6. la francia mi dà il voltastomaco da circa 700 anni, e i francesi da ancora prima. l’ultimo fulgido esempio, la divisione Charlemagne, l’unica francese che abbia combattuto davvero, peccato che fosse sul fronte russo a fianco delle SS….
    e che dire del partito comunista, che fino al ’41 invitava i francesi a collaborare con “les comrades alemans”?
    nulla di strano che siano da sempre i più fetidi in Europa, non per niente ai tempi dell’annessione del Piemonte dopo la rivoluzione francese da noi si diceva “liberté egalité fraternitè, i franseis ‘n carossa e noiaot a pé”…

  7. E’ restrittivo identificare l’Europa con la Francia…ma questa fine che tu illustri con USA ed Europa occidentale up e gli ex paesi comunisti down…non era immaginabile prima? La mia impressione e’ che i virtuosi occidentali abbiano subdolamente e coscientemente pressato per uan caduta veloce del muro e di tutti i sistemi comunisti..gia’ in crisi di per loro.
    Ma non si poteva immaginare che popoli vissuti per decenni sotto il comunismo avevano bisogno di essere traghettati gradualmente verso la liberta’e la democrazia capitalista?

  8. @ Baron Litron
    Da 700 anni!? Matusalemme comincia ad essere preoccupato! Io confesso il mio rapporto di odio-amore con la f(F)rancia, come ha ben indovinato Ismael: il paese del “cubo” e della “cattedrale”, di Parigi e della “provincia”, dei Lumi e di Tocqueville, di Cartesio e di Montaigne…tanto manifesto che il leone marciano non poca brontola, memore delle imprese del nanetto còrso “liberatore” della Serenissima, ça va sans dire…

    @ Zagazig
    Salve Zag. Ma io non identifico l’Europa con la Francia. Dico che si trova in una posizione particolare e delicata in questo momento storico. Essa è, per tradizione, la rappresentante più illustre – ed è ritornata ad esserlo dopo la fine dei totalitarismi in Europa – dello stato centralizzato (parlo dell’Europa in senso stretto, lasciando da parte la Russia) di tipo continentale contrapposto al modello anglosassone. Il vecchio antagonismo ritorna. La “sua” crisi potrebbe tramutarsi pericolosamente nella crisi dell’Europa.
    Non penso poi che gli ex paesi comunisti europei siano un problema, anzi, nel medio termine, almeno finché durerà la loro ripresa economica, saranno loro a stringersi per un intimo bisogno di sicurezza all’Europa “occidentale” e agli Stati Uniti. Se poi gli occidentali hanno pressato per la caduta “veloce” del muro, hanno fatto benissimo: certe occasioni che la storia ti offre è un dovere coglierle al volo. Kohl in particolare non poteva fare altrimenti; le conseguenze negative della forzatamente rapida riunificazione non sono nemmeno lontanamente paragonabili agli effetti positivi a cascata in Germania e nell’Europa intera. Per quanto riguarda i paesi dell’ex Europa dell’Est i problemi di adattamento alle libertà democratiche sono comunque assai relativi, se rapportati a quelli che travaglieranno in primo luogo giganti come Cina, India, Indonesia, Pakistan in Asia, e secondariamente ancora per molto tempo la Russia. L’America Latina è in un momento delicato, tra il successo economico e la stabilizzazione democratica, e le sirene malefiche del revanchismo marxista alla Chavez.
    Non amo il termine democrazia “capitalista”, perché, come ho già scritto da qualche parte, considero il “capitalismo”, un “ismo” di invenzione marxista, la sua più duratura eredità, che per nostra sfortuna gli aedi del liberalismo, sbagliando, continuano a tenere in vita.
    Anche col termine “liberalismo” bisogna intendersi: certo liberalismo salottiero che ama citare i maestri di quella “fede”, dimenticando quell’umile pragmatismo che pure dovrebbe essere fondamentale nei discepoli della tradizione anglofila, a volte si risolve, come fu il caso nel continente europeo e anche in Italia nell’ottocento, in un sentimento elitario che molto poco va incontro ai bisogni del “popolo”. Da questo punto di vista l’antisocialista “Rerum Novarum” di Leone XIII fu assai più lungimirante di tante astratte teorie liberali. Sul tema della destabilizzante occidentalizzazione della società russa della seconda metà dell’ottocento, tra rivoluzionari – figli di papà tanto per cambiare, alcuni ingenui e disinteressati, altri individui senza scrupoli – liberali salottieri e conservatori senza pietà, e qualche superiore individuo consapevole, c’è un bellissimo romanzo di Ivan Turgenev, “Terra vergine”. Quando avrete finito di leggere le altre decine di libri che i vostri amici vi hanno caldamente consigliato, prendetelo in mano: ne vale la pena… 😉

  9. beh, circa 700 anni fa hanno iniziato a rompere, in questa zona.
    per fortuna senza molto successo, tolti due o tre periodi limitati.
    l’astio però è rimasto…..

  10. non c’è modo di evitare l’instabilità del mondo, perchè viviamo in un periodo di profonda trasformazione.
    La caduta del comunismo, il globalismo, la crisi del capitalismo, e la tecnologia sono “fattori epocali” che stanno cambiando tutto il mondo.

    Una civiltà può reggere alla transizione epocale solo se è forte, cioè se esiste una forte sinergia tra la forza economica militare e cultura, ma non è così.
    L’alleanza tra USA ed Europa potrebbe forse anche essere auspicabile, ma sono società in crisi e divise, che si basano solo sul dio denaro.
    La rivoluzione francese e comunista hanno materializzato la civiltà europea e quindi distrutto l’Europa.

    Spero che il crollo del comunismo possa mettere in discussione anche i falsi principi della République, perchè solo una “rivoluzione tradizionale” potrà indirizzare l’uomo verso un futuro migliore.

  11. @ Baron Litron
    Non avevo dubbi! 🙂

    @ Monarchico
    Quello che tu scrivi è in linea col pensiero “reazionario-conservatore” (detto proprio tra virgolette) che io non disprezzo, tanto che ho citato Augustin Cochin (autore di uno smilzo e geniale libretto come “Lo spirito del giacobinismo” edito in Italia da Bompiani). Ne riconosco spesso la profondità delle argomentazioni (come in De Maistre oppure in Carl Schmitt). Ma non credo ad una sorta di “materialismo genetico” della civiltà europea “liberaldemocratica”. E quindi neanche al potere salfivico di una palingenesi morale risultante da una “rivoluzione tradizionale”. Una civiltà non può essere solo “zivilisation” ma non può essere neanche solo “kultur”. Nel fondo sono ambedue opzioni millenaristiche (“il futuro migliore”!!! 🙂 ) Nel campo della “reazione conservatrice” la specificità monarchica perlomeno non ha la brutalità della destra paganeggiante di tipo fascista, che in effetti nasce da una costola del socialismo ottocentesco.

  12. @ Alexis
    E detto da te è un gran bel complimento. Anche se non ti nascondo che su certe questioni filosofiche – morali più che giuridiche – di fondo (ti seguo nelle tue scorribande dal tuo amico Libertyfirst) siamo su “sponde” opposte…
    Ma apprezzo il tuo spirito non settario. E anche la fascinazione per certe cantanti. 😉
    Io per esempio, quando “vedo” Elina Garanca, non sento più nulla…

  13. anch’io non credo ad una specie di materialismo genetico della civiltà europea, piuttosto esistere una propaganda materialistica, controllata dai giacobini post-comunisiti, che impedisce lo sviluppo naturale dell’Uomo.
    I Principi della Tradizione sono sempre validi, ma in questa società malata sono nascosti e ghettizzati dalla propaganda del pensiero dominante.

    Io mi considero un rivoluzionario, non certo un reazionario-conservatore.
    I conservatori sono coloro che difendono e propongono la società moderna, io la rifiuto.

    Condivido con te che il fascismo sia stata una costola del socialismo, e d’altronde solo dal punto di vista storico la Monarchia è cosa completamene diversa dalle ideologie che hanno dominato il secolo scorso.

  14. correzione del post precedente.

    Condivido con te che il fascismo sia stata una costola del socialismo.

    Inoltre la Monarchia è completamene diversa dalle ideologie che hanno dominato il secolo scorso e non è nè di destra che sinistra, termini politici artificiali e lontani dalla realtà.

  15. @ Monarchico
    Io non respingo l’uso di termini come destra e sinistra (nati durante la Rivoluzione Francese), o come conservatore e progressista. Purché mantengano il loro limitatissimo significato convenzionale (“artificiale”: esatto), che usiamo per comodità dialettica (e solo per quella) in un dato contesto.
    “Reazionario-conservatore” era usato appunto in questo senso.
    Certo, quando sento certi discorsi su cosa sia “destra” o cosa sia la “sinistra”, beh, allora cambio anch’io canale…
    E non respingo neanche la Tradizione. Attenzione però che non diventi un “idolo” e che non si metta la Tradizione al posto di Dio e della Verità.

  16. Dividere la Politica in destra e sinistra non è una comodità, in realtà è causata dal limite dell’uomo di registrare ed analizzare la realtà sempre in due parti, il cosiddetto dualismo.
    Ecco che in questo senso la visione orientale è superiore alla nostra.

    Condivido che la Tradizione non deve essere un idolo, anch’essa è un concetto umano e quindi non è la Verità, ma forse è il modo migliore per avvicinarsi alla Verità e per vivere in armonia con il Mondo.

  17. @ Monarchico
    Lei è un uccello notturno, eh?
    O è espatriato a Tahiti? 🙂

    (Qualche ora più tardi)
    Mmm, uccello notturno a quanto pare: ho visto nei tuoi due blog “location: Italy”…

  18. Al solito, interessante e ben scritto. Di primo acchito mi viene in mente che la Francia post-rivoluzione arriva ai nostri tempi divisa tra le due interpretazioni della rivoluzione stessa: quella ideologica e quella del potere ristabilito, ovvero, della restaurazione di un potere assoluto moderato dagl’ideali rivoluzionari. Del resto Furet e Nolte hanno molto in comune ed hanno collaborato insieme alla costituzione del nuovo revisionismo storico, ma, secondo me, ne hanno data una visione troppo monolitica. Poi arrivo con tutto il resto. 🙂

  19. @ Lo PseudoSauro
    Non so se ti sarà sfuggito, ma in questo post ho utilizzato un pezzettino di quell’enorme pistolotto “gordiano” che un giorno atterrò cigolante sul tuo blog… 😉

  20. lasciando da parte la naturale repulsione che mi ispira il francioso in tutti i suoi aspetti, un punto all’inizio del tuo post mi ha fatto riflettere, di nuovo, sulla particolarità dell’illuminismo d’accatto nato in francia nel XVIII secolo. sta di fatto che al contrario dell’Inghilterra dove cent’anni prima era sorto dal basso un primo illuminismo pragmatico e realistico (con diversi epigoni anche in Italia, perché Vico e Botero non sono certamente figure secondarie, e altrettanto certamente non sono arruolabili all’illuminismo à la franseisa), in francia l’illuminismo è stato essenzialmente elitario ed ideologico, preoccupandosi soprattutto di svilire e mortificare il messaggio cristiano, fingendo di colpire la Chiesa come istituzione “corrotta”, e in realtà iniziando il processo di demolizione del cristianesimo che continua ancora oggi (con vette di assurdità totali, quando per esempio si usa un concetto – la laicità – profondamente cristiano per attaccare il Vaticano, o amenità dal genere), appropriandosi di concetti ed ideali antichi riverniciandoli come propri, e per sola convenienza di nazione o di parte, ed elevando a idolo supremo la “ragione”. questo ha dato poi la stura e la giustificazione a tutti i totalitarismi sorti in Europa dall’89 in poi (a cominciare dal Bonaparte, onore al merito), orrori da cui guardacaso l’Inghilterra è rimasta immune. diceva Goya che il sonno della ragioine genera mostri, beato lui che viveva in epoca barocca, e non ha visto i mostri immondi generati in maniera del tutto razionale dai nipotini di Robespierre. e anche la famosa lectio di Benedetto XVI a Ratisbona tocca quest’aspetto, illuminando ciò che in Europa è andato in putrefazione nel rapporto tra fede e ragione….

  21. Mentre mi complimento per la tua abituale chiarezza e per la precisa analisi della situazione dell’Occidente che tu chiami cristiano (ma quanto lo è realmente?) debbo però dire che concordo solo in parte con le conclusioni alle quali giungi. Tu sostieni che l’Occidente sarà piuttosto (o prima) emarginato che preda dell’Islam. Io temo invece che le due funeste ipotesi per il nostro futuro, emarginamento e sudditanza islamica, si potranno purtroppo verificare entrambe e sommarsi rendendo difficile e travagliata la nostra sopravvivenza politica, sociale e culturale. La fede mi costringe a credere nel trionfo finale del bene, ma credo che la via per arrivarci sarà tormentata e carica di prove umilianti per noi che abbiamo stessi valori peraltro così affascinanti ed ancora, ma non so per quanto tempo, splendenti per la grande maggioranza della nostra gente. Vedo avvicinarsi ben tristi tempi. E confesso che mi impauriscono in quanto vedo la nostra civiltà, in tempi non storicamente lontani, ridotta a ben piccolo gregge e spaurito. Mi consola solamente la speranza di non avere il dono della profezia e che perciò i miei timori siani infondati.

  22. Noi, come Occidente cristiano, saremo marginalizzati e, peggio, islamizzati. Questo io credo. Anche se spero di sbagliarmi.

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