Bene & Male

Umano e divino

I tentativi di dimostrare con la logica l’esistenza di Dio saranno sempre destinati al fallimento, perché si fondano su una premessa sbagliata, un peccato originale di ipocrisia, che sotto il manto della neutralità nasconde il disimpegno del cuore e della mente. Una diminuzione e una castrazione del proprio essere, che frappone al confronto con la realtà e con la verità, come scudo alla propria frigidità, l’artificiosa tela di ragno di una scienza convenzionale, perché basata sul segno. Anche quest’ultima, come tutte le creazioni dell’uomo, nel cerchio conchiuso e perfetto delle sue relazioni interne, è fatta a somiglianza – schiavo della sua natura, divina, è l’uomo – dell’ultima e definitiva delle creazioni, il Regno di Dio. L’intima armonia e corrispondenza fra le sue parti del linguaggio, o quella del linguaggio dei numeri, o quella della logica, linguaggio del linguaggio, o quella della moneta, linguaggio della ricchezza, o quella della fisica, costituiscono dei modelli in sé perfetti; ma il cui dominio è limitato e la forma provvisoria, in quanto il confronto con la realtà ne rivela col tempo non tanto l’errore ma l’insufficienza. Cosicché ad esempio la Teoria della Relatività di Einstein non è la sconfessione della fisica di Galileo o di Newton, ma il suo perfezionamento, la sua relativizzazione e la determinazione di un ambito non illimitato di validità.

La creazione di modelli astratti, la regolarità delle architetture, la cercata e nascosta armonia della creazione artistica, è un grido di dolore dell’uomo, è l’imitazione di Dio e della casa di Dio. Il modello, frutto della capacità speculativa propria dell’uomo e solo dell’uomo – il solo primo passo di quest’attività speculativa è un’astrazione, la capacità di essere fuori della natura e fuori del mondo, fuori del corpo e fuori della terra -, è stato il motore del progresso umano. La capacità speculativa, l’astrazione, e il frutto di tale speculazione, il modello, è materialmente l’unico effetto che distingue l’uomo dall’animale; perché l’uomo è in toto un animale – che illusione, infantile illusione!, cercare dentro il suo corpo i segreti della sua natura – marchiato a fuoco da questa patologia chiamata divinità! L’uomo è un dio in corpo d’animale; o un animale  di natura divina; l’uomo è una parentesi. L’intelligenza è l’effetto totalmente e meramente corporale della sua natura divina. Il libero arbitrio solo della natura divina.

Nella storia i modelli teorici diventano così una simulazione della realtà; dapprima rozzi e primitivi, sottostando alla prova del tempo – o a quella sperimentale per rimanere in ambito strettamente scientifico – vengono progressivamente perfezionati ed arricchiti e continuamente aggiornati, venendo così ad accelerare enormemente i processi cognitivi dell’uomo. Ma il modello perfetto non esiste; il modello non è la realtà ultima e mai lo sarà. Il modello finale e vero è il Regno di Dio, ma solo il Cristianesimo senza incertezze e ambiguità, dogmaticamente, lo situa oltre la morte; e questo impedisce che la fragilità dell’uomo ne cerchi un seducente surrogato su questa terra; perché da Cristo in poi, tutte le alternative al Cristianesimo si risolvono presto o tardi nell’uccisione della libertà, anche se quasi tutte le filosofie che hanno ispirato i totalitarismi si sono ispirate alla libertà. E tutte in realtà hanno cercato, millenaristicamente, e continuano a farlo, anche quelle libertarie dei nostri giorni, una formula magica, o un marchingegno costituzionale, o qualche minimo, neutrale, e inattaccabile principio operativo, qualche neutrale quadratura del cerchio, che sottragga la coscienza alla sofferenza quotidiana, che è il prezzo della nostra libertà: di quella morale e di quella civile. La realtà neutrale (che nei fatti trasportata nella società a forza diventa statica  e quindi assoluta) non esiste: è il topos retorico del disimpegno morale, cioè della diminuzione della propria dignità. Come l’uomo il mondo è una parentesi: ed è per questa parentesi che il Cristianesimo intende tenere aperta fino alla fine di questo mondo, che nella società cristiana si sono potute sviluppare in un sostanziale continuum le arti liberali e la libertà individuale.

Chi pretende una dimostrazione dell’esistenza di Dio e della divinità della natura umana in realtà non cerca né Dio né la Verità. E’ un tirarsi indietro, un’indisponibilità mascherata, ad essere compiutamente se stesso: un sotterramento del proprio talento. Fa come coloro, gingillandosi ipocritamente con predestinazioni e grazie di vario grado, deresponsabilizzando l’individuo e togliendoli la libertà,  vogliono dividere la fede dalla carità. Fu la Chiesa Cattolica a difendere il libero arbitrio, non la Riforma. O come coloro, all’inverso, che vogliono far coesistere la libertà e la responsabilità con il determinismo delle filosofie utilitaristiche. A costoro rispose, una volta per tutte, se l’intelligenza fosse padrona di se stessa e non schiava delle passioni, Giacomo nella sua lettera nel Nuovo Testamento:

Ma qualcuno potrà dire: “Hai la fede e io ho le opere”. Mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede partendo dalle mie opere!

Ma Cristo ci è guida in tutto, anche nel conoscere la nostra vera natura. Infatti il significato delle tentazioni di Cristo sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe – lo riconosco! – soddisfarmi compiutamente e per sempre. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito significa giudicare le cose per quel che sono, senza disprezzarle e anzi godendone pienamente. La schiavitù delle ricchezze significa invece passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo. Se, per assurdo, improvvisamente, ci fosse concesso di vivere in un mondo – un mondo come questo, schiavo della dimensione temporale – senza malattie e corruzione, senza morte, senza null’altro da fare che vivere, per quanto strano possa sembrare, dopo un po’ di tempo comincerebbe subdolamente a entrare in noi una certa inquietudine, e poi la disperata sensazione di non riuscire a stringere nel pugno quel qualcosa che ancora ci manca.

Sappiamo infatti che se la nostra abitazione terrena è una tenda che si demolisce, abbiamo un’abitazione in Dio, abitazione non fatta manualmente ma eterna nei cieli. E per questo gemiamo, bramosi di rivestirci del nostro edificio celeste, poiché così rivestiti non ci troveremo nudi. E infatti stando sotto questa tenda gemiamo del peso, perché non vogliamo essere svestiti ma rivestiti, affinché la mortalità sia inghiottita dalla vita. Colui che ci ha fatti proprio per questo è Dio, ed Egli ci dà il pegno dello Spirito. Così, sempre arditi e consapevoli che finché siamo domiciliati nel corpo siamo alienati dal Signore poiché camminiamo nel tempo della fede e non della visione; arditi dunque, giudichiamo un bene l’alienarci piuttosto dal corpo e domiciliarci presso il Signore. (S. Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, 5, 1-8,)

E nella tribolazione di questo mondo, Dio ci è venuto in soccorso. Attraverso il Padre e lo Spirito Santo, i cui effetti sono la Fede e la Speranza. Il Padre è il marchio con il quale è segnata la natura dell’uomo e lo Spirito Santo è la visione del cammino del ritorno. La Fede è la ragione di essere fedeli alla propria natura e la Speranza è l’inizio del cammino. Insieme sono la nostalgia di Dio: l’anima. Ma già siamo uniti a Dio attraverso il Figlio e il suo effetto: la Carità. Che è già la sostanza e la manifestazione di Dio.

P.S. del 19/11/2014 Rileggendo queste cose a distanza di anni non cambierei praticamente nulla nella sostanza. Specificherei però che quando dico che «i tentativi di dimostrare con la logica l’esistenza di Dio saranno sempre destinati al fallimento» non intendo dire che sia “assolutamente impossibile” dimostrare l’esistenza di Dio. Come anche si può dedurre da una lettura attenta del post, lo si può fare,  a patto che si accetti, cioè si riconosca, il fatto che la ragione, in ultima istanza, abbia un fondamento etico.

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11 thoughts on “Umano e divino”

  1. Ogni volta che scrivi di mistica e di filosofia tu inveri una piccola profezia di salvezza. Più che altro perché, facendo trasparire quanto a lungo tu abbia riflettuto sugli stessi temi di cui rendi conto, riesci a trasmettere la salvezza che le grazie della fede e della carità hanno significato per te come uomo, come piccola “parentesi” aperta tra l’animale e il divino (leggendoti mi viene sempre in mente la Cappella Sistina, nel particolare che mostra come l’uomo sia “a tanto così” dal Creatore).
    C’è sempre tantissimo da imparare, venendo a visitarti.

  2. Non posso che essere d’accordo con te che parli così bene di realtà che hanno valenze eterne. E’ un piacere leggerti, come dice il commento di Ismael, ricordando che la carità è il cuore del messaggio cristiano. Né potrebbe essere diversamente dato che la carità è Dio stesso, nostra speranza e nostra autentica pace e nostra gloria. A chi ha la sventura di non credere, sembra che i cristiani, alla fine dei conti, ripetano sempre stancamente le stesse cose e le stesse formule. In realtà, per chi crede, queste verità danno continuamente e rinnovano il piacere di ricordare il nostro altissimo valore di fronte all’Ineffabile e di confermare che in lui viviamo ed esistiamo.

  3. @ Ismael
    Una mente temibilissima come la tua che viene a dirmi che ha tanto da imparare passando da queste parti, mette quasi a disagio! 🙂

    @ Xavier
    Dici bene: “…stancamente le stesse cose e le stesse formule”. Ma quando sono sue, quando sono diventate sue, le parole di un uomo hanno sempre un inconfodibile tocco personale e vero. Ogni uomo, come scrisse Seneca, “ha il suo colore”.

    Vedo che le comunicazioni hanno ripreso a funzionare… 😉

  4. Letto. E goduto, more solito.

    Non è una risposta alla mia sfida, o meglio mi si risponde dipingendo nitidamente la futilità di tale sfida.
    L’impossibilità di farlo, in sostanza, e l’inanità del chiederlo.

    Ma questo già lo sapevo.
    Nelle mie peripezie logiche, l’aspetto salvifico della morte sono sempre alla fine riuscito a coglierlo, ma solo nei riguardi dell’oggetto, del resto del Creato, di ciò che esula insomma dalla mia (e di ognuno) soggettività cosciente, del marchio di fabbrica divino, per dirla con le tue parole.
    Come potrebbe infatti essere possibile un Creato senza un Cessato, come concepibile la Vita senza la Morte?

    Ma a livello di singolarità cosciente, la salvezza non sovviene senza il Credo. E lo sapevo, ripeto.

    Diciamo che speravo in un miracolo.
    😉

    P.S. – Ti segnalo un “cadde”, che credo debba essere un “cade” (riferito all’idolatra).
    Non lo faccio per saccenteria, ma i tuoi post sono talmente ben fatti che non vi sopporto la minima impurità.
    In effetti, dovrebbero incriminarti per essere stato zitto tanto a lungo.
    😀

  5. @ Maedhros
    Ho corretto il “cadde”. Dopo aver pubblicato, trovo sempre dei refusi. Ma qualcuno mi sfugge…e qualcuno se ne accorge: qualcuno che per forza deve aver letto! 🙂

    Un “miracolo” che non poteva accadere, perché i “miracoli” non possono andare contro la verità. E che in fondo neanche tu volevi.

    “Credere” (e non parlo della fede cristiana in senso stretto, che pure è la verità) non è un dono capriccioso di Dio, né l’obbedienza ad un’autorità, né un bel sogno che va in frantumi, né un’estemporanea volizione e men che meno una “scommessa”, ma è riconoscere la verità. Ho letto con piacere da qualche parte che recentemente Ratzinger (non scrivo il papa, sennò questi discorsi cominciano a puzzare un po’ troppo di sacrestia, 😉 ) ha citato Giustino Martire (e “filosofo” greco, nato in Samaria), colui che vide in Socrate una “prefigurazione” di Cristo, dicendo che “il cristianesimo è la manifestazione storica e personale del Logos nella sua totalità”. I sentieri per arrivare a questa “verità” sono tanti, anzi non c’è ne uno uguale all’altro: ognuno ha il suo e può farlo solo da sé. Si incammini, guardando dentro se stesso, con verità ma anche con indulgenza perché si deve perdonare a se stessi come si perdona agli altri. E “chi cerca trova”…
    Amen, e vada in pace… 😀

  6. La verità? Ah figliolo…..
    E’ parola impegnativa!
    😀

    Riconoscere la verità, ma quale verità?
    La verità di una mia origine divina, del mio senso d’incompletezza quaggiù (nonostante le mille delizie che pur vi sono), della mia aspirazione al modello che mi pulsa dentro, della possibilità nient’affatto peregrina che la vita sia un fenomeno irripetibile in assenza di una volontà divina, la verità insomma che senza Dio i conti non tornano?
    Ma questa io la sento, la percepisco, la riconosco.

    Ma non ci trovo nulla che mi parli di un’autonomia della mia singolarità cosciente da questo corpo.
    A quello bisogna credere.

    E’ una verità non ancora riconosciuta, come dici tu?
    Può darsi.

    Ma è strano che non riconosca proprio questa, mentre le altre che ho elencato sopra le riconosco, e per mezzi nient’affatto razionali, logici insomma.

  7. Vorrei sommessamente aggiungere, a proposito del bel commento di Maedhros, che la verità si umanizza e diventa nostra nella misura in cui accettiamo il Verbo, il Figlio dell’uomo. E che senza di Lui i conti non tornano e che, in sua assenza, noi non riusciamo ad essere noi stessi nell’unità e nella bellezza di spirito e di corporeità. Senza scordare, per di più, che la verità è inscindibile dalla libertà più autentica. “Dii estis”(Sal 82,6).

  8. Salve. Sono capitato qua per puro caso (cercavo l’immagine che l’autore del post ha messo come “copertina” al suo articolo) e ho letto la sua interessantissima riflessione. Le parole bellissime, lo spirito filosofico alquanto azzeccato, l’effettiva validità, a mio modesto parere, prossima al nulla. A chi dice che senza cristo i conti non tornano risponderei di ripassare i calcoli elementari, perchè a ben ragionare tornano benissimo, alla perfezione. Cristo è una risposta più che soddisfacente ad una sola minima porzione della realtà di questo ipotetico creato, ma che lascia totalemtne a desiderare per tutte le altre. Eppure sarebbe tanto facile riuscire a risolvere i conti partendo proporio da questa minima porzione, dal limite dell’essere umano come puro e semplice animale (che ha avuto la sfortuna di avere il cervello come unica arma fornitagli dalla natura per sopravvivere!) per poter poi arrivare ad una definitiva risoluzione della questione cristiana…

  9. @ Grazie delle parole.
    Il punto debole della sua opinione, a mio avviso, è che sembra fare del cervello umano un capriccio della natura, grazie al quale l’uomo ad un certo momento si è “messo in proprio” nei confronti del resto del creato. La qual cosa, a mio avviso, mal si accorda non solo con le armonie celesti, ma anche con la scienza.

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