Anima e corpo

Perché quando trattiamo dell’anima, in campo artistico o filosofico, solo con molta difficoltà riusciamo a sottrarci all’impulso di uscire da noi stessi, quasi ad intingere la penna nell’eterea realtà della nostra esplorazione, dimenticando che coi cinque sensi, e solo con quelli, comunichiamo? Dovremmo riposare in noi stessi e chiamare a raccolta tutte le nostre capacità d’espressione, e invece ci priviamo degli strumenti necessari,  trovandoci improvvisamente a camminare nel vuoto, privi di appoggi, spente le forze, e muti: di qui un’aridità e una mancanza di colore nella scrittura che cozza dolorosamente col nostro sentimento. E tuttavia, questo irrigidimento, questa solennità che non scorre, ma balbetta ed incespica, segnala spesso anche un difetto spirituale; un involontario residuo d’individuazione nel corpo e nella terra del peccato; una ricaduta simbolica nel senso di colpa, di indegnità del corpo che nella circoncisione, nel divieto di farsi immagini di Dio, nel concetto d’impurità di certi cibi, nel sacrificio di animali, trovò un suo codificato equilibrio; tutte cose che Cristo abolì elevandoci a Figli di Dio, pur nell’inadeguatezza e insufficienza, ma non intrinseca peccaminosità, del nostro abito carnale. Quest’umana diminuzione storicamente parlando si riverbera nella restrizione dello spettro espressivo delle arti e della liturgia nelle forme religiose staccatesi dal cattolicesimo o distintesi dal cristianesimo: dall’austerità  protestante all’iconoclastia islamica. Ed ha anche causato il nascere di luoghi comuni duri a morire nel campo delle arti. Tipo, la supposta severità luterana della musica di Bach. Quando, al contrario, proprio nelle cantate sacre egli, il Cantor, mette in mostra un lussureggiante e sensuoso impasto di colori timbrici, da vero Musicus, che ai suoi tempi faceva gridare allo scandalo i parrocchiani di Lipsia, ai quali sembrava di essere all’Opera. E non v’è chi abbia una qualche fine sensibilità d’orecchio che non sappia cogliere, ad esempio, tutta la fierezza sensuale sprigionata dalla cantata  BWV 51 “Jauchzet Gott, in allen Landen” scritta per la moglie e cantante Anna Magdalena. E’ significativo, a questo riguardo, l’influenza nettissima della musica sacra su certi compositori del secondo ottocento e primo novecento; musicisti dalla calda, levigata e insinuante linea melodica, che guarda caso spessissimo cercavano nell’universo femminile l’ispirazione per le loro opere, come Gounod, Massenet e Puccini. Che poi gli ori della religione abbiano qualcosa a che fare con le curve dell’Art Nouveau è più che un sospetto. E pure con le curve della donna, che all’uomo non ridotto alla sola ma mai innocente animalità, dovrebbe ispirare pur sempre un sentimento d’elevazione. Perché ella significa unione e completamento, e ogni superata divisione è un avvicinamento a Dio.

Lo scopo di tutta questa graziosa tirata è quello di giustificare il resto. Eccolo qui:

Nel mondo ci sono due cose che trasgrediscono all’ordine naturale delle cose, due irrequieti clandestini: l’uomo e il tempo, quest’ultimo una creazione intellettuale del primo. L’uomo è una coabitazione di corpo e anima. Quello che è, e il sentimento di quello che vorrebbe essere: un corpo, senza le limitazioni del corpo. L’uomo è una creatura irrisolta; si definisce solo per il rapportarsi delle sue due componenti. L’irrisolto uomo ha creato un suo doppio nel campo concettuale con l’invenzione del tempo. In realtà il tempo non esiste. Esiste solo il moto e la trasformazione derivante da questo moto. Ma l’animo umano non riesce a sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, a cullarsene e lasciarsene trasportare, dal momento della trasformazione chiamata nascita al momento dell’altra trasformazione chiamata morte, come fanno gli animali. Questo scardinamento dalla traiettoria naturale del mondo materiale è la sua angoscia e la chiama tempo. Poche cose sono così disumane e poco celesti come quella snervante colonna sonora che fa tic-tac. Anche il tempo è una coabitazione, tra Passato e Futuro. L’irrisolto tempo si chiama: Presente.  E la sua essenza, come quella dell’uomo, ci sfugge come sabbia dalle dita. Anima e corpo non sussistono separatamente. Ma noi siamo interamente corporei e tuttavia abbiamo un’anima: e allora cos’è l’anima? L’anima è la ferita della nostra caduta, è il segno della nostra divinità, ed è un’indicazione di quello che vorremmo e dovremmo essere. L’uomo è un animale ferito, perché le limitazioni del nostro corpo non si addicono alla nostra vera natura. Come Adamo ed Eva all’uscita del Paradiso Terrestre ci sentiamo ignudi. Vergognosi della nostra animalità. Ma materialmente l’anima è solo un effetto. Quando dico che l’uomo è interamente un animale, voglio dire che in realtà, anche quando parliamo di anima o spirito, noi tendiamo a ricercare nel suo corpo qualche anomalia, qualche recesso segreto e impenetrabile, cioè infine qualcosa di materiale, che sia la riposta causa dei suoi comportamenti. Perché in realtà noi non sappiamo concepire – coi sensi – l’immateriale. Abbiamo invece un corpo segnato, e ne scontiamo gli effetti, ma che per il resto obbedisce in toto, fin nella sua fibra più infinitesimale, alle leggi della natura terrestre. Ma la consapevolezza di questa ferita, il suo principio passivo, è innata e da questa origina anche il suo principio attivo, il libero arbitrio: che consiste, in ultima analisi, nell’accettarla – e sarà via di salvezza e sapienza; sarà consapevolezza santificata; sarà Spirito Santo – o nel negarla. Perché il privilegio dei figli di Dio, quali noi siamo, e che Dio non ci toglierà, perché sennò non saremmo figli suoi, liberi di nascita, è questo: dire sì o dire no. Nella resurrezione dei corpi non ci sarà più né corpo né anima, ma un corpo divino. L’uomo sarà abolito. Finirà il dualismo della coabitazione, che oggi costituisce l’inafferrabile umano, e avverrà la fusione di spirito e corpo. La divinità è quell’umanità che noi non riusciamo a vivere, quaggiù. E nella città celeste non ci sarà più né passato, né futuro, ma l’eterno presente. Il tempo sarà abolito. Finirà il dualismo della coabitazione, che oggi costituisce l’inafferrabile presente, e avverrà la fusione di passato e futuro. L’eternità è quel presente che noi non riusciamo a vivere, quaggiù.

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12 thoughts on “Anima e corpo

  1. Magnifico post. Complimenti. Il finale poi è, a mio giudizio, imperdibile. La frase finale vorrei poterla mettere in testa al mio blog: insuperabile. Sei davvero bravo. Meglio, lo confesso, di quanto immaginassi.

  2. Hai un bel fegato a farmi dei complimenti del genere. Per dirti quanto io sia spiritualmente superiore a certi attestati, sappi che appena ho letto le tue parole mi sono dovuto alzare dalla sedia, tutto compiaciuto. Povero Zamax, ne hai da fare di strada! 😉

  3. Allora è meglio che io mi taccia, altrimenti ti faccio fare il giro dell’isolato.
    😀

    Zamax, corri il rischio di rappresentare per me quello che capitò a Saulo sulla strada di Damasco.
    😯
    No, dico…..tu ti rendi conto?

    Alla fine però, risolta la ferita, noi saremo qualcos’altro rispetto a quello che siamo adesso, e non ne avremo memoria.
    Il dispiacere che ciò mi provoca credo sia il vero ostacolo da superare.

  4. Vedo di contenere lo sfregio al tuo splendido post: tra i vari dualismi intersecantisi nella misteriosa coessenzialità di forma e sostanza, quello che più mi colpisce riguarda la dicotomia tra istinto e razionalità. Forse l’Eden primigenio rimane un topos per il quale spasimare proprio perché se ne avverte l’unità fenomenica degli opposti, cioè perché in quel luogo l’eternità coincide(va) con il presente. Ma con la dannazione di non poter scegliere, di non essere veramente “liberi”. Di essere perfetti?

  5. Anche io sto parlando di anima e corpo. Spero di trovare più tardi il tempo di leggere il tuo dittico su Body and Soul.

  6. sarà perché la musica si consuma nel presente, e dopo non resta nulla, sarà per quello che è l’arte che più si avvicina alla bellezza senza farcene accorgere? ascoltando una partita per solo viollino di Bach, o il concerto di Colonia di Keith Jarret si riescono a immaginare universi interi di mattoni e alberi e carne, e li si vede, anche ad occhi aperti, e svaniscono con l’ultima eco. un quadro, una statua è lì anche se non la guardiamo, la musica ci scuote di un vento immobile, e ci lascia senza fiato a chiederci che cosa sia successo… perché poi il silenzio ci riporta in terra, ci fa accendere gli altri sensi, e i suoni restano soltanto dentro? e la ferita di cui parla Maedhros in fondo (in fondo a ciascuno) è sempre aperta, non si risolve perché il presente ci ha trascinati un o’ più innanzi, dopo una parentesi d’infinito?
    grazie, comunque

  7. @ Maedhros
    Se mi rendo conto? Razionalmente sì, ma emotivamente è molto difficile.
    Non ne avremo memoria? Ma noi avremo superato la memoria! Uno dei timori diffusi, e naturali, riguardo all’aldilà, quand’anche “paradisiaca”, è che essa si riveli “straniera”. Ma è un timore infondato: sarà invece più familiare di quanto sia quella che stiamo vivendo, e noi saremo ancor di più noi stessi.

    @ Ismael
    “Splendido post”. Com’è che io non riesco a fare simili complimenti? Anche quando fai una recensione superbamente eloquente di quel libro di Martino, alla quale non poteva mancare il tocco finale di una considerazione personale quanto mai pertinente?

    Eh, l’Eden era il Paradiso per l’animale perfetto: ma all’uomo non bastava; significa che non era casa sua.

  8. @ GMR
    Anch’io spero di trovare il tempo (leggi la “voglia” ) di leggere le confessioni di un Neurone! Il fatto è che i nostri post, anche a leggerli, impegnano il corpo e l’anima! E quindi l’interesse si mischia alla riluttanza: un’indolenza apparente che è solo intelligente consapevolezza.

    Della serie: il cenacolo dei pigri virtuosi. Pigri perché virtuosi. (Secondo me anche Ismael fa parte del gruppo… ) 😉

  9. @ baron litron
    Direi che la musica è la più immediatamente sensuale delle arti proprio perché il tempo viene addomesticato, cioè “reso nostro”; ghermito l’attimo fuggente del presente (il nucleo melodico) l’artista, tenendolo vivo, riesce a trasmetterci l’eu-foria della sua continuità, un lampo di eternità.

  10. Virtuosi perché pigri, vorrai dire! Sono tra i soci fondatori del gruppo, che a questo punto potrebbe ben ufficializzare una qualche forma di gemellaggio (è già un po’ di tempo che l’idea mi frulla per la testaccia accidiosa che mi ritrovo)…

  11. Scusate il ritardo. Momento di stanca, e di troppi impegni, che hanno il brutto vizio di carambolarti addosso, senza che tu li vada minimamente a cercare. Ogni giorno paghiamo tributi non richiesti dai vincoli morali che abbiamo con la società: tributi alla forma e alle convenienze. Il bello (o il brutto) è che chi li paga per sua scelta alla fine coinvolge anche il prossimo. Sarò fissato, ma mi sembra di essere sempre io quel prossimo. Ho solo la forza di pigolare qualche commentino qua e là. Tanto per far sapere che ci sono.
    Oh dunque … “monachesimo associativo” suona piuttosto attraente come formula. Adesso bisogna anche inventare la regola di questo grandioso rinnovamento spirituale d’inizio millennio.
    Che non sia troppo impegnativa. Tipo:
    1) Chi va piano va sano e va lontano
    2) Take it easy
    3) Il vero amico si vede nel momento del bisogno; nel resto del tempo non rompe.
    Ecc. Ecc.

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