La Francia al bivio

La Francia è al bivio: ma gli eventuali cambiamenti si vedranno solo col tempo, molto tempo. Da qualche parte Tocqueville scrisse che le nazioni conservano sempre un qualche inconfondibile tratto peculiare della loro origine, l’eco, per così dire, della loro nascita; cosicché in un certo senso ci dovremo sempre sorbire una Russia con qualche, ancorché larvato, tenebroso aspetto zarista, un’Italia inguaribilmente caotica e ciarlona, una Francia con l’enorme capoccione coronato a Parigi e dove tutto il resto si chiama province. Quando mai nel mondo occidentale si è potuto assistere recentemente a qualcosa di più simile allo sfarzo regale dell’Antico Regime, come nella corte Mitterandiana all’epoca della Repubblica laica e socialista? Questo per dire che anche l’auspicabile vittoria di Sarkozy non potrà certo rivoluzionare la tradizionale ma meritoriamente illustre (la nostra, per mancanza di pedigree, ha anche il difetto di essere sgangherata) mentalità statalista dei francesi. 

Parlando a spanne si potrebbe dire questo: che se la vittoria del candidato gollista rappresenterà un’evoluzione della società francese, un suo cauto ma necessario aprirsi al nuovo mondo globalizzato, la vittoria del candidato socialista non potrà essere che un’involuzione, un avvitarsi, di segno rosso stavolta, nella deriva antiliberale stoltamente sposata, nell’illusione di poterla controllare ai fini di una politica fondamentalmente nazionalista e franco-francese, dalla coppia Chirac–De Villepin. Di fronte alla platea dell’opinione pubblica mondiale Sarkozy si presenterà, e sarà, crediamo, garante di una politica estera di amicizia se non di organica alleanza con gli Stati Uniti, di un’idea di Europa sensata, nel rispetto delle entità nazionali e con un chiaro e tondo no alla entrata della Turchia; un invito, quindi, all’Europa a raccogliersi, ora, in se stessa, a rinforzarne le fondamenta, più che a avventurarsi in nuovi inglobamenti atti a costruire solo un bel colosso d’argilla.

Ma questo sarà anche un modo per dire ai partner europei ed atlantici di lasciarlo in pace sul fronte interno, dove, se avrà sufficiente forza, tenacia e costanza dovrà combattere una formidabile e quotidiana battaglia, non tanto, com’è invece il caso in Italia, con sedimentate burocrazie, o sorde ed inamovibili oligarchie di potere, ma contro una mentalità che in qualche modo traversa tutta la società francese, e che viene da lontanissimo, da quella centralizzazione che l’assolutismo regale costruì per secoli, e che la rivoluzione repubblicana solo purificò nelle forme. Tanto per chiarire, il federalismo straccione che stiamo sperimentando in Italia, soprattutto da parte di quell’Italia de sinistra che tanto lo aveva demonizzato e che ha trasformato caratteristicamente la figura del sindaco in un caudillo (ogni tanto atteggiato a messia e capopopolo) con corte acclusa, nel paese transalpino si è manifestato solo con una timidissima – e guidata dall’alto – decentralizzazione che proprio ai livelli periferici ha trovato la più sorda ostilità. La sua sarà dunque soprattutto una battaglia culturale. Con pragmatismo probabilmente dovrà per forza appoggiarsi alla retorica di una citoyenneté ritoccata in senso moderato, depurata almeno in parte dell’elemento laicista-giacobino che da sempre tinge i richiami alla solidarietà e all’unità nazionale dentro i confini dell’esagono, e volta al recupero di quel milieu tradizionalista che ancora esiste e che non trova sbocchi politici se non nell’autodistruttivo richiamo nazionalista del brillante ed impresentabile Le Pen (e comunque, sia qui detto a scanso di equivoci, molto più presentabile di certi vezzeggiati trotzkisti del XXI secolo) o del più grigio e meno sulfureo De Villiers. Si tenga conto, ad esempio, del fatto che stiamo parlando di un paese dove viene dato per favorito il candidato della destra quando le ultime tornate elettorali hanno premiato massicciamente la sinistra; ciò significa la forza ancora tutta intatta del sentimento socialisteggiante della società transalpina.

Se Sarkozy sarà il nuovo presidente non lo sarà certo per qualche improvvisa voglia di liberalismo; sarà piuttosto il risultato delle aspettative dei francesi sui temi della sicurezza e della identità culturale. Ma tout se tient: parete nord o parete sud, l’importante è cominciare la scalata della montagna; dove Sarko dovrà per forza affrontare quei temi di libertà economica sui quali lo schietto candidato gollista ha finora opportunamente molto menato il can per l’aia, come si dice en Italie.

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2 thoughts on “La Francia al bivio”

  1. A voler fare una previsione sul voto di oggi, ed io non la voglio assolutamente fare, c’è da aspettarsi di tutto. Sarkozy è avanti nei sondaggi, ma i Francesi ci hanno abituato alle sorprese. Per cui i due conigli che usciranno stasera dal cappello elettorale potranno avere qualsiasi colore. Staremo a vedere. Ségolène potrebbe benissimo fare l’en plein.

  2. Ho paura che Sarkozy finisca stritolato nella tenaglia Le Pen-Bayrou, ma spero che si tratti del mio solito pessimismo scaramantico. Nel rush preelettorale Sarko ha sbarellato confusionismi su tutti i fronti (etico ed economico innanzitutto), ma rimane il miglior candidato del lotto. La Marianna gli arrida.

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