L’Italia e Sarkozy

Gli italiani, sempre alla ricerca del Santo Graal del perfetto sistema elettorale, o dell’uomo della provvidenza, che possa riportare il nostro paese alla normalità, o alla maturità, con lo spirito caratteristico con cui s’incapricciano, per poi dimenticarsene in un batter d’occhio, di questo o quel nuovo campione, o presunto tale, che calpesti l’erba dei campi di calcio, sembrano ora aver scoperto il modello al quale ispirarsi per trovare il leader della futura e moderna destra italiana: Nicolas Sarkozy. Ma il novello entusiasmo, che ha travolto un po’ troppo anche le pensose pagine dei commenti dei pochi giornali non mancini della penisola, ha finito per dipingere, more italico, un santino più che il ritratto di un personaggio politico.

Ognuno, seguendo la propria sensibilità, vi ritrova quello che gli è più caro: chi l’uomo d’ordine, chi l’uomo della riscossa cattolica, chi al contrario l’alfiere della destra laica, chi addirittura il liberista. Insomma, Sarkozy è divenuto la proiezione di tutte le insicurezze, o meglio di tutte le sperate sicurezze, del popolo dell’opposizione al governo Prodi. E’ l’eterno vezzo degli italiani di guardare fuori del proprio recinto, cercando di carpire il riposto segreto – che per forza deve esserci – che fa funzionare con una certa linearità e razionalità le cose all’estero. E invece Sarkozy ha dimostrato finora di essere soprattutto un uomo politico di notevole statura, ma non tanto per le cose che ha fatte o per le idee che ha espresse, ma per come le ha fatte e come le ha espresse. Ossia: ha osato e rischiato. Si è proposto di diventare, senza infingimenti, presidente della repubblica francese già da qualche anno. Alla bisogna ha lavorato, ma alla luce del sole, dentro il suo partito creandosi  un nucleo coeso di fidi compagni di cordata, tra i quali anche ex ministri, e nel contempo ha offerto all’opinione pubblica, specie nella sua qualità di ministro degli interni e con l’aiuto di una moderna macchina propagandistica, un’immagine coerente di sé. La sua maggiore qualità è stata quindi il coraggio. Senza questa dote umana, che non si può costruire a tavolino, tutto il resto sarebbe stato inutile.

Adesso, date un’occhiata al panorama dei funzionari della politica italiana e provate a cercare una figura che si stacchi dal grigio e mediocre tatticismo, che in Italia procura frequentemente a chi l’applica la bizzarra nomea di politico di razza, e che susciti una qualche speranza di rinnovamento. O meglio, un nome ci sarebbe, ma corrisponde a quello dell’impenitente satiro settantenne Silvio Berlusconi, l’unico che ha rischiato e l’unica grande figura politica italiana degli ultimi vent’anni. E’ così, piaccia o non piaccia. In questo non ci sono segreti. Ed è questo che i professionisti della politica, compresa l’intendenza giornalistica, non hanno ancora perdonato all’outsider italoforzuto. Cosicché, anche se in verità la posizione del nuovo leader gollista è sfuggente su molti temi della politica, soprattutto in economia, egli è stato, almeno per il momento, giustamente premiato per la chiarezza con cui ha manifestato la sua ambizione: esporsi al giudizio altrui è un atto di fiducia, e la fiducia genera fiducia. Ragionamento troppo poco sottile per il sottobosco tanto fitto quanto mediocre dei furbetti della politica italiana.

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5 thoughts on “L’Italia e Sarkozy

  1. Proprio così. Oltre il Berlusca nessun autentico leader da noi. Che è poi l’handicap più grave del futuro Partito democratico: nessun capo verace in vista. Ed è vero per Sarkozy quel che è (o è stato) vero per Berlusconi: più li attaccano e più crescono.

  2. Sarkozy ha dalla sua il fatto di non essersi formato alla scuola superiore di amministrazione, come hanno fatto tutti quelli che si sono candidati o si candidano.

    In Italia i politici sono l’uno la fotocopia dell’altro.

  3. Vero. Sarkozy non è un “enarca”. Se diverrà presidente della repubblica, finalmente ci risparmieranno nei giornali o in TV la solita fotografia del giovane studente della scuola dei parrucconi.

  4. si, ma poi pare che sia molto pratico nell’affrontare i problemi, che si ponga sempre in una prospettiva di risoluzione tutta personale (Kennedy era così). Nel senso che dice: okay, il problema è questo e lo affronto così, senza quelle mediazioni che derivano dalla formazione tipica di cui sopra.

  5. Può darsi che Sarkozy sia veramente l’uomo giusto per la Francia. Vi sono in lui delle ambiguità e delle tendenze populistiche, ma, più che una caratteristica di fondo della sua personalità, ci vedo soprattutto l’energia e il pragmatismo del politico vero che sa di doversi portare dietro un popolo di cui conosce tutti i difetti. Uno statista, per usare una parola grossa, deve guardare lontano e muovere con costanza in una direzione di fondo. Contemperare questa sua strategia – sempre che ce l’abbia – con le esigenze tattiche e spesso penose, se non umilianti, della politichetta di tutti i giorni, è tutta l’arte dell’uomo politico di qualche serietà e ambizione.
    Insomma, tutto il contrario dei nostri Padoa-Schioppa e compagnia cantante, che parlano benissimo nelle aule universitarie e nei salotti dell’altissima finanza, e razzolano malissimo nel fango della trincea politica. Perché quest’ultima, come diceva il craxiano Formica, con un realismo troppo compiaciuto per non essere un po’ sospetto, è merda e sangue…

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