Italia

La sinistra, il Nord e il cadavere di Craxi

Negli anni ’80 tutti i fermenti della società uscita dal decennio terribile (anche se non in tutti campi) degli anni ’70, che nel teatro europeo avrebbero portato alla caduta del muro di Berlino, si riverberavano all’interno dei singoli stati con dei tangibili mutamenti strutturali della loro rappresentanza politica. A sinistra questo si manifestava ad esempio in Francia con la definitiva emarginazione dei comunisti da parte del socialismo Mitterandiano, con la nascita e l’affermazione del moderno socialismo di Gonzales in Spagna, con il sostanziale filo-occidentalismo della SPD del Cancelliere Helmut Schmidt, dopo l’ambigua Ostpolitik di Willy Brandt;  mentre laddove – nei paesi anglosassoni – la sinistra era immune da esperienze comuniste, si assisteva ai trionfi neo-radical-capitalisti Reaganiani e Thatcheriani.

Nella nostra Italia fu il decennio di Craxi, che seppe rompere o impedire sul finire degli anni ’70 il micidiale patto di potere e conservazione tra il PCI berlingueriano e la DC egemonizzata dalla setta della sua ala sinistra. Insinuandosi come un cuneo tra i due dinosauri della politica, Craxi, sulla scia di una nuova vitalità dell’economia occidentale, e alla vista delle crepe terribili che ormai il mondo comunista non sapeva più nascondere, rappresentò un duraturo (che continua ancor oggi, nonostante le apparenze) momento di modernizzazione nello sclerotizzato panorama politico italiano, pur nel quadro di una spesa pubblica e di un debito pubblico che non accennava minimamente a moderare la sua dinamica di crescita incontrollata.  Fu protagonista in due momenti decisivi, uno di politica interna e economica, e l’altro di politica estera, per l’Italia in quegli anni: l’abolizione della scala mobile e l’installazione degli euromissili, che vide l’ineffabile nostra sinistra, compresa quella dei giornali e degli intellettuali, ancora una volta modernamente dalla parte dei sovietici.

Ma già da allora dovette combattere, giorno dopo giorno,  contro i due nemici che alla fine riuscirono, vergognosamente, a eliminarlo dalla scena politica: la sinistra comunista, che per tutto il decennio alimentò ad arte, sovieticamente, la nomea dei socialisti ladri e del parafascismo del decisionista Craxi; e quel mondo finanziario-industriale, che nella sinistra DC aveva la sua sponda politica, uso a coltivare rapporti incestuosi e privilegiati con i governi e l’amministrazione pubblica, e che dalla trasformazione della società italiana e dallo sviluppo economico esterno allo storico triangolo industriale Milano-Torino-Genova aveva tutto da perdere in termini di influenza.

In questi territori i primi sintomi di ribellione o autonomia rispetto allo status quo si ebbero nel Veneto, dapprima larvatamente e indirettamente con l’evocazione Bisagliana di una DC veneta bavarese, e poi con la nascita, quasi clandestina (tanto modeste erano le origini) della Liga Veneta, in principio fenomeno esclusivamente identitario e quasi folcloristico. In una parola, lo sblocco a sinistra operato da Craxi, che faceva sperare in una possibile uscita del nostro paese dall’anomalia e dall’incubo comunista,  aveva minato le rendite di posizione della DC che in alcune zone del Nord aveva una cassaforte di voti. Il Boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei suoi confratelli veneti, con geniale e animalesco istinto cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse.

La caduta del comunismo nei paesi dell’Est e in Russia mise la sinistra italiana in una posizione drammatica, da lotta per la sopravvivenza. Craxi ne approfittò per lanciare un’ OPA sui naufraghi del comunismo col progetto dell’Unità Socialista e dando il suo placet all’entrata dei postcomunisti Occhettiani nell’Internazionale Socialista. Ma fu proprio l’aprirsi della scatola politico-sociale al Nord ad offrire a comunisti e all’incartapecorito establishment economico-finanziario l’occasione per cavarsi d’impiccio grazie ad una campagna mediatico-giudiziaria. Il fenomeno delle tangenti – un segreto di Pulcinella – e in genere l’esistenza di un malsano intrecciarsi di rapporti tra politica e economia, a tutti i livelli, frutto assai più di un ritardo culturale che di una congenita  criminalità della società italiana, e che piano piano stava diventando una zavorra insopportabile e un ostacolo alla modernizzazione del paese, fino ad allora era stato protetto da un sistema autoreferenziale e dal tacito consenso di tutte le parti sociali, sindacato e magistratura compresi.

La nuova e inedita debolezza della politica tradizionale nel Lombardo-Veneto, che proprio a Milano (Craxi) e a Venezia (De Michelis) vedeva due centri nevralgici del nuovo socialismo italiano, impedì al sistema di chiudersi a riccio di fronte alla ventata moralistica e semidemagogica delle truppe leghiste, di quelle missine escluse dall’arco costituzionale, e dell’opinione pubblica in genere. L’ala militarizzata della magistratura sedicente democratica (che qualche lustro prima si era fatta pure dei gustosi giri di istruzione nella Cina Maoista) sotto la guida politica del piccolo Vishinskij Luciano Violante e quella mediatica di Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, si sentì abbastanza forte e protetta per procedere alla bonifica democratica.  Il ciclone di Mani Pulite perciò, assolutamente non a caso, si abbatté prima in Lombardia e poi nel Veneto, le terre “più libere”.  Solo successivamente si propagò per il resto della penisola e ovviamente – ça va sans dire – risparmiò in sostanza le regioni rosse, dove i magistrati, adusi nel resto dello stivale a sbrigativi teoremi colpevolistici tagliati con l’accetta (“non potevano non sapere”), si dimostravano lenti, svogliati e ultragarantisti.

Poi entrò in scena Berlusconi, come sappiamo tutti, e mandò all’aria il disegno di codirigenza politica dell’Italia da parte dell’establishment reazionario economico-finanziario e dell’establishment reazionario culturale e sociale dei postcomunisti (alleanza ora possibile grazie alla sparizione del pericolo comunista mondiale). In quel momento nel Nord la sinistra che contava, quella in fase ascendente, era costituita dai socialisti. La loro epurazione giudiziaria causò non solo la depauperizzazione di una classe politica, ma anche la fuga dell’elettorato socialista nelle braccia del nuovo soggetto politico dall’incredibile  e beffardo nome di Forza Italia. Il processo di desertificazione di una sinistra già debole di per sé nelle regioni settentrionali comincia da qui.

Ma mentre meritoriamente Berlusconi, politico stilisticamente improbabile ma l’unico vero, in quanto dotato di visione strategica e coraggio, buttando il cuore oltre l’ostacolo della political correctness costruiva il polmone di destra della politica italiana e procedeva alla “costituzionalizzazione” (per usare il termine di Angelo Panebianco) della destra leghista e missina, la sinistra, rimosso ogni sforzo di autocritica e quindi di sviluppo culturale, usciva da Mani Pulite ibernata, nell’ebbrezza comoda di un’autoproclamata purezza morale e democratica. Ragion per cui oggi ci troviamo con un blocco veteromarxista che non ha paragoni in nessun altro paese europeo. E in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del cinghialone socialista, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Oggi, col nuovo governo Prodi è morta definitivamente la speranza di poter tenere insieme queste due anime del Vecchio in Italia, tenendo allo stesso il nostro paese in rotta economica-finanziaria. E allora dalle parti del Corriere e di Montezemolo, invece di fare autocritica, da tossici dell’antipolitica, e con la tacita complicità dell’ala D’Alemiana dei DS, hanno deciso di rilanciare il manipulitismo mediatico, nel tentativo di gettare ad arte il paese in un clima di panico ed emergenza che possa partorire come per miracolo un governo tecnico, emanazione e prima vera incarnazione di un Partito Democratico allargato a settori del centrodestra. Da questo fondo melmoso e avvelenato è spuntata “La casta”.

Un libro che non leggerò. E perché? Perché prendo per buono tutto quello che c’è scritto e che i giornali ci propinano in abbondanza: problemi zero, e nessunissima sorpresa. Un bel mucchio di schifezze, che m’indignano … ma non di più, anzi, forse meno, del puritanesimo a giorni alternati delle grosse firme del Corriere: il peggio del peggio! Vedere come dei polli in batteria, uno dopo l’altro, a comando, i vari Romano, Stella, Di Vico, Monti e compagnia, spargere a piene mani facile moralismo sul malcostume della politica e della pubblica amministrazione, quasi fosse una novità di cui loro hanno la virtuosa esclusiva, è un’esperienza umiliante. Ma non è moralismo! Nooo! “E’ che non ce lo possiamo permettere!!!” come gracchiava qualche giorno fa dagli schermi televisivi Stella. Ma, dico, ci vogliono prendere in giro? E dove erano questi signori quando lo Stato, cioè i contribuenti, facevano il bocca a bocca alla Fiat per mantenerla in vita un anno sì e un anno no? Rievocare (o invocare?) “la marea del ’92” come ha fatto Sergio Romano non equivale forse a gettare un … enorme meteorite e nascondere la mano?

I disegni di potere si fanno sempre scudo di ragioni moralistiche. E questo è un disegno di potere: solo un cieco non lo vede! E quello che è peggio è che questo alzamiento telecomandato dai salotti dei “ricchi” non fa altro che minare ancora di più la fiducia degli italiani in se stessi, e nella loro capacità di venire fuori dalla situazione in cui si trovano. La crisi di consenso e di partecipazione, peraltro smentita a destra nelle ultime amministrative, vede loro tra i principali responsabili. E non a caso. Perché al fondo della loro anima aristocratica, come in quella dei giacobini e dei comunisti, vi è un’enorme sfiducia nel popolo, cioè nel singolo individuo. E se in democrazia l’imprudenza populistica è un grosso errore, la sfiducia – non esplicitata nelle parole, ma trasmessa coi fatti – è un crimine! Quand’anche con questo disegno si riuscisse a rimettere in sesto l’economia italiana (impossibile da parte di un’oligarchia reazionaria), ciò sarebbe solo una vittoria di Pirro, perché sarebbe conseguita al prezzo del fatale indebolimento del sentimento democratico in Italia, che alla successiva epidemia sarebbe spazzata via.

Il governo Berlusconi non aveva solo problemi interni alla sua coalizione, ma si doveva confrontare a tutti i poteri stratificati da decenni di consociativismo, una muta massa di potere che si è innervata in tutti i gangli della nostra società. Da questa massa la coalizione di centrodestra è stata sempre sentita come un nemico da abbattere. Anche perché proprio nel berlusconismo, dico io, proprio nel lazzaronesco ed improbabile berlusconismo, essi istintivamente hanno visto un indizio autentico di quella partecipazione democratica che temono come la morte. Siamo nel mezzo di questa battaglia. Non siamo in una situazione normale. Se vogliamo vincere, ora non è il tempo delle divisioni. L’Italia farà pur schifo, ma è intollerabile lo sfascismo dei bellimbusti dei salotti buoni. Nella sola speranza che non trovino sciocchi alleati.

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Gli sfascisti del Corriere

Da un po’ di tempo a questa parte gli attempati e onusti di gloria  ragazzi del coro del Corriere della Sera si sono specializzati nell’imbeccarsi a vicenda, cosicché ogni giorno ognuno riprende dove l’altro aveva lasciato. Tocca oggi, 27 maggio, ad Angelo Panebianco coronare in bellezza questa epica settimana di giornalismo indipendente e disinteressato, con un articolo che arriva simpaticamente come la ghigliottina sulla testa di quell’immonda politica oggetto da giorni del vellutato e serrato giustizialismo di via Solferino; articolo alla bisogna intitolato – perché dal volgo urge farsi capire – nientepopodimenoché: “Il discredito della politica”. (In fragorosa sintonia – guarda caso – con quello apparso sulla Stampa a firma della stella del conformismo progressista europeizzante Barbara Spinelli, titolato, invece: “Il suicidio della politica” )

Ciò che più impressiona delle reazioni negative di tanti uomini politici alla spietata e documentata analisi-denuncia del presidente di Confindustria è che nessuno, dico nessuno, di quei critici è stato capace di contestare nel merito anche una singola virgola di quanto Montezemolo ha sostenuto. Nessuno, fra i professionisti della politica, è in grado di negare che la politica, e il sistema pubblico che da essa dipende, siano ormai un motore ingrippato, e la principale causa dei mali italiani.

Ciò che più impressiona di questo ridicolo incipit è che il discorso di Montezemolo, pieno zeppo di ovvietà che per molti anni evidentemente sono sfuggite alle teste fini del Corriere, viene presentato come un illuminante squarcio di verità: forse è meglio che Panebianco scenda al bar sotto casa, a informarsi presso gli avventori sulla generale reazione che  il volgo italico ha avuto alla Rivelazione Montezemoliana e che noi, riassumendola sinteticamente, gli sussurriamo ad un orecchio: embé? Gli direbbero anche che la sua osservazione sulla politica, principale causa dei mali italiani, loro, che normalmente discettano di femmine e calcio, con robusta concretezza e ammirevole concisione l’esprimono con un bel “Governo ladro!”

In quella che alcuni chiamano «crisi della politica» va distinto l’aspetto congiunturale da quello strutturale. C’è una crisi specifica, contingente, legata alla natura della coalizione oggi al governo. Una parte della paralisi decisionale che ci attanaglia dipende dalla debolezza della maggioranza e, in particolare, dal suo vero fallimento: l’incapacità di «costituzionalizzare le estreme». Nessuna democrazia bipolare può funzionare se le estreme non vengono addomesticate e controllate, se hanno un ruolo rilevante nelle politiche di governo. È dalla nascita del governo Prodi che le estreme, non addomesticate, hanno quel ruolo. Con effetti devastanti per i consensi all’esecutivo. La mancata costituzionalizzazione delle estreme ha ricadute su tutti gli aspetti delle politiche pubbliche, si tratti del blocco di infrastrutture vitali, di tasse e spesa pubblica, della sicurezza, o della politica internazionale del Paese. Si pensi a ciò che accadrà fra pochi giorni:l’estrema sinistra riceverà, come componente del governo, il presidente degli Stati Uniti, partecipando contemporaneamente a una manifestazione contro di lui.

Lo dica al direttore del suo giornale, illustre sponsor del coacervo Prodiano, che della “costituzionalizzazione delle estreme” si fece mallevadore presso il ceto medio italiano, in nome di quella stessa casta confindustriale che adesso dottoreggia, bleffando da imbonitore fatto e finito. Per un minimo di decenza, e a parzialissimo indennizzo degli “effetti devastanti” di cui è corresponsabile, non sarebbe opportuno che si schiodasse dalla sedia di direttore del quotidiano della nuova borghesia confindustrialmente corretta di mammolette opportuniste cooptate dai gran sacerdoti di Viale dell’Astronomia? Naturalmente, sappiamo tutti, io e lei, e tutto il mondo col cervello funzionante a minimo regime, che il calcolo delle alte sfere era che le passate elezioni segnassero l’annichilamento del Berlusconismo e la “costituzionalizzazione delle estreme” altro non fosse, grazie alla sperata schiacciante vittoria Prodiana, che la marginalizzazione aritmetica dell’ultrasinistra. Suvvia, un po’ di virile schiettezza, per Dio!

L’aspetto congiunturale della crisi si incontra con l’aspetto strutturale, perché una politica paralizzata dalla mancata costituzionalizzazione delle estreme infligge un colpo mortale alla democrazia bipolare, porta acqua alle tesi di coloro che (a loro volta sbagliando, a causa di una memoria troppo corta) pensano che un sistema «bloccato al centro», un sistema con un nuovo centro eternamente governante sia la soluzione per i mali italiani.
Aspetti congiunturali a parte, c’è dunque una crisi di sistema: dipende dal fatto che la Seconda Repubblica non è mai nata, è stata solo una promessa o un miraggio che ci ha accompagnato dai primi anni Novanta, e adesso che la promessa è svanita ci ritroviamo ancora a vagare fra le macerie della Prima Repubblica, senza che siano in vista soluzioni. Gran parte dei mali attuali della politica sono segni di una crisi di sistema a cui nemmeno un nuovo ricambio di governo, checché ne dicano le opposizioni, potrà porre veri rimedi.

Evidentemente Panebianco è quell’analista politico tutto d’un pezzo che democristianamente “guarda a sinistra”. Perché sennò si sarebbe accorto, da una decina d’anni, che la “costituzionalizzazione delle estreme” è esattamente quello che è riuscito a destra al Cavaliere. Tanto è riuscita che lo stesso suo imperturbabile direttore più d’una volta si è esibito in lusinghiere attestazioni di stima per l’ex “fascista” Fini, accompagnate da neanche tanto nascosti inviti a emanciparsi dall’estremista settantenne coi capelli rifatti. Se c’è una crisi di sistema, non sarà forse perché il sistema è monco? E monco dalla parte che coltiva una relazione speciale con le redazioni dei grandi giornali?
Sia come sia, dunque, stante questa crisi, siccome (lo dice Lui, lo dicono Loro) un ricambio di governo non serve, non si parli proprio di nuovi elezioni. E nemmeno della palude del centro vecchio stile.

Sappiamo qualcosa su come e quando cambiano le democrazie. Sappiamo che esse non cambiano solo perché sono in crisi: possono restare in quella condizione per decenni, immobili, mentre trascinano lentamente alla rovina il Paese. Le democrazie cambiano solo quando (di solito, a seguito di una crisi repentina e drammatica) si apre, per un breve momento, una «finestra di opportunità», e appaiono leader capaci di imporre una radicale ristrutturazione delle regole del gioco. La fine del «primo sistema politico» della Repubblica avvenne per il combinato disposto di un mutamento geo-politico (la fine della guerra fredda), una crisi finanziaria, e l’intervento della magistratura. Avemmo una mezza Algeria ma senza un de Gaulle, senza incontrare un leader davvero all’altezza della situazione.
Si aprì comunque una finestra di opportunità che consentì alcune limitate innovazioni, come la legge maggioritaria del 1993, le leggi sull’elezione diretta di sindaci e presidenti regionali e l’alternanza al governo. Quella finestra di opportunità si è chiusa da un pezzo. Non ne sortì quella riforma complessiva delle istituzioni che avrebbe dovuto fare dell’Italia un’efficiente democrazia bipolare. E quando i partiti ebbero modo di riorganizzarsi tornammo addirittura indietro (con la riforma elettorale voluta dal governo Berlusconi).

“Radicale ristrutturazione delle regole del gioco”: se c’è una caratteristica rivelatrice dello spesso infantile e pericoloso liberalismo d’importazione continentale rispetto a quello anglosassone è proprio questo fideismo nei sistemi e nelle regole. Tutto si risolve con una legge, con una regolatina al “sistema”, o con una rifondazione del “sistema”. Gattopardisticamente. Miracolisticamente. E non invece con la lotta reale a poteri sedimentati e arcigni, che in Italia tutti conosciamo, e che in Italia si dovranno abbattere per risolvere la crisi di sistema, e sulla cui necessità opportunisticamente il Corriere mostra di non sentire, di non vedere e manco di parlare.

Berlusconi, appunto. Di lui si deve parlare, essendo stato il vero dominus, nel bene e nel male, della politica italiana dal ’94 ad oggi e, ci dicono i sondaggi, lo sarà ancora a lungo.
Berlusconi non è l’uomo nero che molti si ostinano a dipingere e ha fatto, insieme a cose sbagliate, e anche sbagliatissime, anche diverse cose buone. Il suo vero grande limite è che fece al Paese la promessa di una rivoluzione liberale e non l’ha mantenuta. Credo che stia proprio in quel fallimento la causa della crisi di sistema. Berlusconi ha avuto, per un momento, l’occasione di dare uno sbocco positivo alla crisi della Prima Repubblica ma l’ha in grande misura sprecata. Non è stato né de Gaulle (il costruttore di nuove istituzioni) né Thatcher (l’artefice di una rivoluzione neo-liberale).

E chi non se lo ricorda il saluto entusiasta del Corriere, della Stampa, del Sole 24 Ore, all’annuncio della rivoluzione liberale di Berlusconi? Chi non ricorda il fulgido coraggio degli Agnelli e dei De Benedetti nel 1994, e l’intendenza giornalistica al seguito, quando lasciarono solo il Cavaliere  per mesi nel suo tentativo di riforma delle pensioni, che pensavano furbescamente di intascare senza pagare il dazio dell’impopolarità (classe dirigente, davvero!!!), per poi svegliarsi di soprassalto, all’ultimo giorno, quando la situazione era compromessa? Il loro stile è stato lo stile della grande stampa e della grande industria nell’ultimo decennio coi governi di centrodestra: imboscarsi nei momenti caldi dello scontro politico e sociale, anzi, quasi sempre remare contro, e fare “squadra” con chi cianciava di concertazione, per poi fare le pulci, miserevolmente, alla CDL quando la buriana era passata. In una parola, il Giavazzismo.

Per questo ora ci ritroviamo, dopo un lungo giro, di nuovo al punto di partenza, alla crisi di sistema così come l’abbiamo conosciuta alla fine degli anni Ottanta. Né sembra che Berlusconi ne abbia tratto insegnamento. È vero che è il «popolo», e non la Confindustria o i tecnici, che deve scegliere i governi, ma sono le élite che devono trovare le soluzioni politiche tecnicamente valide per dare soddisfazione alle aspirazioni del popolo. Uno dei problemi del governo Berlusconi fu che mancarono soluzioni tecnicamente adeguate per realizzare, su diversi fronti, la promessa rivoluzione liberale.

Dalle élites, quelle stesse incarnazioni di una politica da dinosauri che sono state clamorosamente battute in Francia con la vittoria di Sarkozy, ci guardi Iddio…; “le élites che devono trovare … le soluzioni … per il popolo …”: non c’è che dire: un bell’esempio di liberalismo british! Se i problemi veri sono quelli evocati da Montezemolo l’altro ieri perché la Confindustria non ha seguito in questi anni la retta via di un appoggio esplicito, pungolandolo nel caso, ai tentativi di riforma del governo Berlusconi? Perché ora non ammette di essersi sbagliata? Perché la Confindustria le prova tutte fuorché … Berlusconi? Eh? Perché? Non sarà perché le riforme le vuole, ma addomesticate? A uso e consumo dell’oligarchia che la governa? Che vuole diventare l’azionista di riferimento di un patto di sindacato che questa volta non mira a Telecom o a qualche banca, ma all’Italia stessa? Da portarsi a casa senza neanche lo straccio di un voto? Da grandiosi furbetti del quartierino senza soldi?

Non ci sono buone notizie in vista (a parte il referendum, ma non basta). Non si vedono all’orizzonte nuove «finestre di opportunità». Anche per questo il tanto parlare che ancora si fa di riforme costituzionali sa di imbroglio. Un Paese che discute da più di vent’anni di tali riforme e non le fa è un Paese malato. E la sua è una malattia morale.
Nella classe politica, a sinistra e a destra, ci sono diverse personalità di prim’ordine. Esse ingiustamente patiscono del discredito in cui è caduta la politica. Nessuna di loro, singolarmente, può fare nulla per risolvere la crisi. Ma è forse tempo che i migliori delle due parti si siedano intorno a un tavolo per tentare di capire che cosa è umanamente possibile fare al fine di bloccare il degrado della democrazia italiana.

Ecco, finalmente l’hanno detto: un governo di Migliori. Che facciano l’umanamente possibile. Sedendosi intorno ad un tavolo. In chiaro: la spartizione controllata del paese. Allegria. Non c’è dubbio: un grande progresso nell’anno 2007. Io ho usato il termine Ottimati nel post precedente. Credendo di essere provocatorio. Forse pensano di tornare ai tempi di Sella e Minghetti. Ma questa gente ha perso ormai il senso della realtà. E della vergogna.

Italia

La casta di Montezemolo

Ieri, col discorso da peronista salottiero di Montezemolo all’Assemblea di Roma della Confindustria, nella lotta interna al partito delle nomenclature, il Partito Democratico, la fazione tecnocratica ha sparato una grossa bordata. Caso editoriale ancora prima di uscire, sponsorizzato dai vertici dei poteri forti della cupola confindustriale come nelle democrazie a regime ridotto, il libro di Stella & Rizzo contro la casta dei politici, che se fosse stato lanciato dalla Padania o dal Giornale si sarebbe beccato l’accusa di becero qualunquismo, ha fatto da battistrada, accompagnato dallo squittio servile di illustri firme del Corrierone dei Grandi, il grande mestatore dell’antipolitica e fautore del commissariamento della politica. Le responsabilità del giornale di via Solferino nella degradazione della vita politica italiana e nella diseducazione democratica del popolo italiano hanno raggiunto ormai dimensioni storiche, da Mani Pulite in poi.  Nella sua spudoratezza Montezemolo ha avuto il coraggio di dire:

“è caduto il muro di Berlino, ma in Italia non è scomparsa la tentazione di prendersela con l’impresa, alimentata da un clima di ostilità di alcuni settori della politica. Nel capitalismo italiano sta crescendo una nuova borghesia che ha coscienza di sé, ma nella società sembra ancora prevalere una visione vecchia dell’impresa, che non tiene conto dei mutamenti epocali che sono avvenuti in questi anni”

Già, quella stessa nuova borghesia di cafoni e padroncini che a Vicenza tributò un’ovazione a Berlusconi tra gli sguardi terrei dei rappresentanti della casta confindustriale. E via allora col ridicolissimo mito, alla fola provinciale della classe dirigente, che nessuno sa bene cosa sia ad esempio nei villici paesi anglosassoni come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. I beoti italici ancora non hanno capito che la classe dirigente non è nient’altro che l’incarnazione di una nuova oligarchia, che ai tempi della Rivoluzione Francese si chiamava Comitato di Salute Pubblica e ai tempi del glorioso di vergogne Partito Comunista Italiano si chiamava Comitato Centrale: di qui le affinità elettive tra l’ala dalemiana dei DS e gli Happy Few di Viale dell’Astronomia. E difatti i commenti esplicitamente positivi alle parole di Montezemolo sono venuti proprio dalla coppia D’Alema-Bersani. Nonché da sua nullità l’invertebrato Casini, già dimentico dei bellicosi proponimenti Sarkozyani, che coltiva il sogno di costituire la stampella di destra del Triumvirato e Direttorio D’Alema-Montezemolo-Casini, magari rappresentato alla presidenza del Consiglio dal fidato Bersani. Un governo siffatto altro non sarebbe che il garante degli equilibri e delle rendite di posizione dei potentati economici bianchi e rossi, ben visto anche da quella sciagurata componente azionista della politica nostrana, che nel Corriere ha una delle sue voci più importanti, e che altro non è che la componente elitaria e giacobina dei liberali. Rinserrare le fila dei potentati e dei latifondi economici stratificati e coniugare la loro difesa con le esigenze di modernità e riforme liberali di cui ha bisogno l’Italia; a questo imbroglio prestano il loro aiuto volenterosi più o meno consapevoli di sé: dalle signorine grandi firme dei giornali – nella loro non grandezza incapaci di coltivare la solitudine dei testimoni scomodi, e capaci invece di conciliare acrobaticamente appartenenza alla grande Casta e anonime denunce dei mali che affliggono il nostro paese – alla schiera sparuta dei delusi seguaci del profeta Pannella.

A questa regressione della democrazia italiana, a questo sogno ottocentesco di una democrazia non partecipata ma gestita da una classe di Ottimati, la stessa classe che ha fatto mancare al governo Berlusconi ogni appoggio nello sforzo di modernizzazione del paese in quanto strutturalmente conflittuale con gli interessi da essa rappresentati, a questa micidiale ed eversiva iniezione di sfiducia nelle vene della nazione italiana, noi dobbiamo opporre un fermo No.

Il manipulitismo non ha distrutto la destra, ha distrutto ogni forma di rappresentazione popolare a sinistra  e quindi ogni sua eventuale maturazione politica: da allora la sinistra è divisa schizofrenicamente tra una sinistra veteroantagonista ed una che somiglia più a un comitato d’affari, che solo l’attuale ecumenismo farfugliante e grigio di Prodi o quello futuro da Luna Park di Veltroni possono tenere insieme, al prezzo altissimo dell’immobilismo. Il populismo che ipocriticamente si rimprovera a Berlusconi è invece l’unica vera forma costruttiva di mediazione politica sviluppatasi in Italia negli ultimi vent’anni.  Ma qualcuno la vorrebbe surrogare con il vecchio che avanza del capitalismo feudale dei Montezemolo e Bersani, i Nuovi Lumi della Reazione.

Update: riporto l’articolo apparso oggi, 26 maggio 2007, sul Giornale a firma di Gianni Baget Bozzo, del tutto in linea, nella sostanza, con quanto scritto nel mio post. Che questa ostinata corresponsione d’amorosi sensi tra le mie e le sue opinioni debba incominciare a preoccuparmi…?

CORPORAZIONI DI POTERE

È stato per primo Massimo D’Alema a dichiarare l’affinità tra la crisi dei partiti del ’92 e l’attuale situazione della democrazia italiana nel 2007. Nel ’92 si ebbero governi con maggioranze trasversali che fecero le più dure finanziarie della storia della Repubblica. Fu Berlusconi a inventare la soluzione democratica della crisi istituzionale, introducendo il bipolarismo tra destra e sinistra.
Dichiarare da parte del più autorevole leader della maggioranza che i partiti hanno fatto una seconda volta fallimento, delinea un fatto che possiamo considerare in questi termini: durante i cinque anni del governo Berlusconi il pericolo per la democrazia era Berlusconi, il caimano. Dopo un anno di governo dell’Unione, è la fiducia degli italiani nella democrazia che viene posta in gioco proprio da questo governo e da questa maggioranza. E ancora una volta si vede ricomparire l’antica soluzione di un governo di partiti di «centro», titolato a governare per la sua posizione centrista con il supporto delle istituzioni economiche. È tornato l’antico slogan di James Burnham «il governo dei tecnici». I due punti di riferimento di questa posizione neocentrista sono Mario Monti e Pierferdinando Casini. Il fine è molto semplice: rompere la forma di democrazia diretta realizzata con il bipolarismo e imporre il «governo dei saggi» in cui è la saggezza degli indipendenti a determinare la loro qualità politica.
La tesi è che distrutti i partiti è diminuita la qualità della dirigenza politica e si è affermata la sua autoreferenzialità legata alla difesa dei privilegi personali dei politici e all’espansione delle cariche della politica ottenuta con la moltiplicazione delle istituzioni. La morte dei partiti della prima Repubblica non ha giovato alla democrazia.
Dopo un anno di governo della sinistra con il ritorno al potere di tutti i partiti della prima Repubblica, riuniti in un’unica coalizione di governo, sorge di nuovo una protesta che nasce da Milano, ha per centro il Corriere della Sera, per braccio secolare il potere di una Confindustria che rivela il suo titolo di ceto economico in contrapposto a un ceto politico che fa lievitare i costi sul nulla di fatto, mentre le imprese sono l’unica forza in cui si costituisce il potere economico e sociale del Paese. La linea dunque è semplice, si tratta di selezionare i dirigenti da parte del personale delle istituzioni burocratiche ed economiche e fare non della democrazia ma delle corporazioni il centro fondamentale del potere politico.
Berlusconi ha fatto notare che la Confindustria si impegnò a far cadere la riforma costituzionale fatta dalla Casa delle libertà che conteneva le stesse richieste che oggi fa la Confindustria. Il problema politico è questo: esiste un’opposizione di centrodestra che non ha occupato i posti dello Stato e che ha cercato di governare l’Italia come una grande impresa. La soluzione democratica sarebbe quella di appoggiare Berlusconi e unire le posizioni nella Casa delle libertà. Si entrerebbe così nel filone democratico dell’alternanza. Se la Confindustria attacca direttamente la politica e quindi la democrazia, proprio nel giorno in cui per favorirla il governo Prodi riduce il cuneo fiscale, si crea un problema che riguarda la sostanza democratica del Paese. In democrazia la delegittimazione si manifesta come alternativa politica sul piano democratico: ed è così accettabile all’interno della società civile che vive la sua unità di nazione e di Stato.
Montezemolo propone come Confindustria una linea politica che comporta la distruzione del bipolarismo che Berlusconi ha introdotto nella democrazia italiana. Casini fa sapere che è d’accordo: dove mai va a finire il «centro»?

Bar Sport

Il settimo sigillo dei diabolici rossoneri

Purtroppo la partita inizia come si temeva (come io temevo) col Milan rattrappito e in difficoltà di fronte al pressing del Liverpool. Sono francamente stupito che dopo tanti anni Ancelotti non abbia ancora capito che con squadre che ti mettono sotto pressione (il team inglese è eccellente in questo) il Milan va in crisi e non riesce a giochicchiare come gli piace. Anche ieri contromisure, cioè un minimo di contro-pressione, zero. Il Liverpool come al solito si schiera con la squadra tutta stretta in una fascia di trenta metri tra la propria area di rigore e il centrocampo, pronta ad avanzare e a indietreggiare compatta. Lì è il campo minato, la zona rossa, la zona dei Reds. Appena ci metti piede, te ne trovi tre o quattro intorno.

Benitez è un grande allenatore, ed un vero sacchiano. Come disse una volta il madridista Valdano, stupendo un po’ tutti, quella di Sacchi era fondamentalmente un tattica difensiva. Ed aveva ragione: solo che quando Sacchi la brevettò, una volta per tutte, col suo grande Milan, gli avversari erano talmente impreparati a farvi fronte, che non restava loro altro che trincerarsi in difesa. Sbagliano completamente coloro che parlano di catenaccio del Liverpool. Il pressing consiste non tanto nella ricerca del contatto con l’avversario, quanto nella ricerca sistematica ed organizzata della superiorità numerica nella zona dove staziona la palla. E questo avviene normalmente nella fase difensiva. I successi di Benitez, col Valencia e col Liverpool, e di Mourinho, col Chelsea e col Porto, sono basati su una disciplinata e convinta applicazione di questa tattica di gioco. Ma c’è qualcuno (anzi, molti) tra i giornalisti di casa nostra che quando vedono due squadre del genere affrontarsi (tipo Milan – Nacional de Medellin di Coppa Intercontinentale ai tempi di Sacchi: grandissima, sì!, grandissima partita) favoleggiano di pornocalcio e di partite scadenti. Non capiscono una mazza! Fu Van Gaal, con un fantastico Ajax, a creare una variazione offensiva della tattica del pressing (seguito poi in parte dal Barcellona di Rijkaard) con la ricerca sistematica della superiorità numerica nella fase d’attacco, con un continuo gioco di inserimenti e sovrapposizioni di centrocampisti e difensori laterali.

Intanto però i nostri balbettano. Il Liverpool gioca invece da par suo, senza eccellenza tecnica ma a memoria. Sulla destra il trottolino Pennant mette in difficoltà Jankulovsky, che per poco non combina qualche guaio. Per fortuna il Milan la sfanga, grazie anche alla buona serata di Didone (che sia un buon segno?) e ai piedi grezzi degli inglesi quando si avvicinano alla porta dei rossoneri. Agli sgoccioli del primo tempo su una punizione battuta da Pirlo, a seguito di un fallo su Kakà, Superpippo combina una delle sue famose o famigerate inzagate: si butta volontariamente sulla traiettoria del pallone, cercando il tocco …involontario. Il pallone tocca la parte superiore del braccio, perfidamente attaccato al corpo. E’ fallo o non è fallo? E’ calcio o non è calcio? That’s the question. Mentre l’arbitro teutonico scorre mentalmente le centinaia di pagine del regolamento footballistico, e i figli d’Albione sono ancora troppo imbambolati dall’italica stilettata per abbozzare una protesta, la storia ha già fatto il suo corso. Baci, abbracci e goal! Uno a zero!

Nella seconda frazione la musica all’inizio cambia poco o niente, ma con l’andar del tempo le maglie strette del gioco del Liverpool si fanno più larghe, per necessità di dare profondità al gioco offensivo e per stanchezza, e il Milan riesce a manovrare con maggior scioltezza, cercando coi lanci di Pirlo e le incursioni di Kakà la coltellata finale. C’è ancora tempo, putroppo!, di vedere l’immancabile cavolata rossonera in fase difensiva: Nesta e Gattuso (mi sembra) cincischiano con la palla e l’ottimo e indomabile Gerrard, complice un rimpallo fortunato, si ritrova solo, anche se defilato sulla sinistra, di fronte a Dida: la giraffa brasiliana riesce a salvare sul tocco dell’inglese. Se avesse segnato, sarebbe stata una cosa veramente da spararsi! Ma oggi le Parche filano la tela del Fato con un occhio benevolo alle sorti dei diabolici rossoneri. Il secondo goal del Milan dimostra che gli inglesi sono ormai un po’ groggy. Superpippo danza sulla linea del fuorigioco e Kakà, non pressato, ha tutto l’agio di aspettare l’attimo giusto per servire l’avvoltoio rossonero; il portiere del Liverpool chiude lo specchio della porta al nostro eccentrico attaccante, ma fa lo sbaglio di cercare di anticiparlo: Inzaghi si allarga sulla destra, mandando a vuoto l’intervento di Reina, e con tocco da campione di golf manda la palla lemme lemme, au ralenti, tenendo col fiato sospeso mezzo mondo, nella rete. Goal meno facile di quanto sembri. Poi, more solito, corre come un ossesso ad amoreggiare con la bandierina del calcio d’angolo, manco fosse la sua ultima fiamma, prima di soccombere all’abbraccio dei compagni. Due a zero!

Prima della fine Superpippo recita ancora da par suo: in fase difensiva, presso la bandierina del calcio d’angolo, oppone stoicamente il suo corpo ad una sciabolata di Riise e cade fulminato a terra attorcigliandosi come un serpente. Il laterale dei Reds cerca di tirarlo su e allora il nostro si inalbera indignato facendo capire all’avversario e all’arbitro tutta la bua che sente nel pancino, prima di rifulminarsi a terra.

Ma non è ancora finita. L’ammirevole e modesto (a confronto del Milan) Liverpool non si arrende. A due minuti dalla fine del tempo regolare su un’azione da calcio d’angolo il fenicottero e falso nerd Crouch, che oltre all’altezza, una buona tecnica e una certa intelligenza calcistica ha anche il merito di avere una bella fidanzata,  striscia di testa il pallone che più o meno rimbalza sulla testa di Kuyt, (al suo primo goal  nella C-o-p-p-a  d-e-i  C-a-m-p-i-o-n-i), infilandosi in rete. Due a uno! Uhi! A questo punto il pensiero non va tanto ai fantasmi di Istanbul, quanto all’altro grande evento sportivo di questi giorni: l’ormai mitica finale del campionato di rugby tra l’Arix  Viadana e il Benetton Treviso, quando, con solo una manciata di minuti a disposizione prima della fine della partita, i leoni biancoverdi riuscirono ad impattare il risultato con due mete di Sbaraglini e Wenzel, prima di infilzare mortalmente i bassaioli con la meta di Perziano nei tempi supplementari, che ha dato ai trevigiani il tredicesimo titolo della storia. Ma su questo è inutile dilungarci, tanto l’eroica impresa è nota in tutto il mondo, dalla Terra del Fuoco alla Kamchatka, dalla Tasmania all’Alaska.

Ci sono tre minuti di recupero, che dovrebbero essere tre e mezzo, vista la sostituzione di Seedorf con Favalli. Galliani fugge nelle catacombe dello stadio ateniese ma, prima che il fratello brutto di Nosferatu soccomba ad un infarto, l’arbitro Fandel pensa bene con teutonica precisione di fischiare la fine dopo due minuti e quaranta secondi, risparmiandoci quasi un minuto di angoscia. Per Rafa Benitez, in fase orgasmica, il fischio è come un dolorosissimo coitus interruptus: giustamente s’incazza nero, mentre tra i nostri eroi esplode la gioia. Campioni!

Ma alla fine tutta la tensione si stempera, grazie anche (credo) ad una pensata di Platini che, da galletto conoscitore della cultura rugbystica, impone una novità oltre alla premiazione in tribuna: e così vediamo i nostri magnanimi rossoneri fare ala agli sconfitti in segno di rispetto. Bella scena. Adesso manca solo il terzo tempo! E poi alziamo tutti la coppa con nonno Maldini! Mentre l’incorreggibile Silvio bacia i giocatori del Milan come se fossero tutti suoi generi!  Ora ci mancano solo le note dell’inno del Milan, bello e liofilizzato come quello di Forza Italia: …. Miiilan …..Miiilan… Inimitabili!!!

Bene & Male, Italia

Family Day: ragioni e preoccupazioni

Due articoli sul Giornale, di parte cattolica, solo in apparenza contrapposti: infatti concordo con ambedue. Se l’uno individua le ragioni dell’impegno politico cattolico, l’altro ne sottolinea i possibili pericoli. Le evidenziazioni in neretto sono mie. Più sotto le mie considerazioni.

LA CHIESA IN PIAZZA PER DIFENDERE I LAICI

di Gianni Baget Bozzo, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007

I partiti della Casa delle libertà hanno scelto di essere rappresentati alla manifestazione, indetta dalla Conferenza episcopale italiana mediante le associazioni cattoliche in difesa della famiglia e di fatto contro il riconoscimento legale della coppia di fatto. Dal punto di vista liberale, si potrebbe dire che alla linea laica corrisponderebbe la scelta di lasciare i singoli di decidere lo statuto giuridico della loro vita di coppia. È quello che avviene di fatto in Italia, sicché il riconoscimento della coppia di fatto non è altro che l’adeguamento della realtà esistente. «Dammi il fatto, ti darò il diritto» è un antico principio della giurisprudenza romana. Per questo un laico non credente di orientamento liberale potrebbe dire che le coppie di fatto sono una realtà e occorre dare ad essa lo stato giuridico che loro conviene. La Chiesa italiana non è una Chiesa integralista, ha accettato che il suo partito, la Democrazia cristiana, introducesse nella legislazione del nostro Paese il divorzio e l’aborto, leggi che portano la firma di un presidente del Consiglio democristiano. Se essa ha oggi deciso di fare un atto così singolare come la prima manifestazione di piazza organizzata dall’episcopato, ciò significa che essa vede la famiglia veramente in pericolo e chiede che il pubblico italiano prenda coscienza su quello che ciò significa. I partiti della Casa delle libertà sono partiti di centrodestra, in cui «destra» ha un ruolo significativo che non può essere discriminato solo perché il termine «destra» in Italia è stato così discriminato da rappresentare la figura del male, mentre il termine sinistra rappresenta quello del bene. Se un liberale si pone la domanda del modo storico in cui egli esiste come liberale, dovrà rendersi conto che proprio l’esistenza della Chiesa ha reso possibile una società in cui essa era distinta dallo Stato e poteva dare vita a spazi sociali non dipendenti dal potere. La libertà occidentale è il frutto di quella distinzione tra Chiesa e Stato che non esiste in nessun’altra cultura proprio perché in nessuna altra cultura esiste il fatto Chiesa come distinto dallo Stato eppure come fonte istituzionale. La fondazione della politica è stata dal Cristianesimo sottratta al mito che fonda la potenza del potere e affidata alla ragione. Il Cristianesimo è il principio della demitizzazione del potere e quindi della libertà. La libertà occidentale è il frutto del lungo cammino della storia europea in cui i valori della verità, del diritto, della libertà sono divenute forze proprie che si impongono al potere. La distinzione tra società e Stato è essenziale al concetto di libertà; e la libertà occidentale non sarebbe esistita se non fosse nato il principio di tutte le differenze spirituali: e cioè la distinzione tra Chiesa e Stato. Alla base di questo sta la famiglia come società primaria, la famiglia monogamica con vincolo indissolubile: e questa istituzione è il presupposto di libertà occidentale. Un liberale non credente deve riconoscere che la sfida nasce nell’emersione dell’Islam come alternativa totale, unita all’emersione delle grandi potenze asiatiche, e pone in discussione, non la differenza tra liberali e cattolici, ma quella di occidentali e non occidentali. Il liberalismo è nato dalla storia cattolica, anche se ha dovuto reagire contro di essa. Ma la posizione della Chiesa ha sempre mantenuto fermo il concetto di legittimità dello Stato anche quando introduceva leggi che essa non approvava. Un liberale laico può dunque comprendere che riconoscere il modello sociale dell’Occidente nel momento in cui esso entra in crisi e apre la via in Europa a una società multiculturale, richiede lo sforzo di una maggiore attenzione. Comprendendo che, se la Chiesa scende in piazza, la motivazione di questo gesto non riguarda i rapporti tra Chiesa e Stato ma la conservazione del cuore della tradizione che ci ha fatti liberi.

MA AI CATTOLICI NON SERVONO “VITTORIE POLITICHE”

di Alessandro Maggiolini, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007

È ancora necessaria, oggi, la manifestazione dei cattolici a favore della famiglia?C’è chi esalta l’iniziativa della famiglia tradizionale. E forse ha qualche motivo per la propria convinzione. Forse a partire dall’uomo delle caverne si impone l’uso della famiglia con tanto di casa, con tanto di papà e mamma, con tanto di figli, senza tanti fronzoli. Forse il raduno potrebbe essere una manifestazione enorme. Da parte mia pur condividendo le posizioni della Cei sui Dico mi permetto di esprimere qualche preoccupazione sulla riuscita della manifestazione. Potrebbe essere che la desiderata piazzata contro i Dico possa rivelarsi addirittura controproducente. E metto un dubbio sulla manifestazione a favore della famiglia, anche se spero che le posizioni della Cei sui Dico possano avere un esito trionfale o quasi. A suo tempo piacque a molti l’idea della manifestazione di folla: sembrò un salutare segno del risveglio del popolo cattolico. La Chiesa ha fatto molto per risvegliare le coscienze al riguardo. Ma compito della Chiesa è creare una coscienza cristiana e umana (e lo ha fatto), non quello di vincere. Se andasse in cerca di «vittorie politiche» rischierebbe di snaturarsi in partito con conseguenze gravi per la fede che è molto più importante dei Dico (la legge che contesta [? “consente”?] l’aborto, che è ben peggio sul piano morale, non esiste già da 30 anni?). La manifestazione è rischiosa anche per le reazioni che potrebbe scatenare. I segnali di questi giorni sono preoccupanti e emblematici. Non a caso di recente il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, è dovuto correre ai ripari per attutire quella che poteva essere una smodata reazione dell’Osservatore Romano nei confronti di espressioni offensive. Una tale manifestazione si espone al rischio di provocare incidenti. Si potrebbe rischiare di alimentare un cattolicesimo reattivo, da sfida di piazza, un cattolicesimo che subisca il contagio dell’integralismo. È fondamentale che la coscienza dei cattolici italiani sia formata e convinta dei valori fondamentali che sono alla base della dignità della persona umana e della famiglia, matrimonio e sacramento. Oltretutto i cattolici non sono neanche attrezzati per adunate oceaniche d’impronta politica. Una cosa è esprimere lo stato d’animo e il buon senso degli italiani come nell’astensione sulla Legge 40, altra cosa è trasformare il cattolico italiano normale, in truppa di piazza. È innaturale. Oltretutto oggi si constata che diversi credenti, come pure alcune aggregazioni cattoliche, si mostrano indifferenti al problema della difesa della famiglia-sacramento. Vogliamo tentare un’alea che peserà su moltissimi italiani? Sia chiaro: ci si auguri l’opposto delle preoccupazioni espresse in queste righe. Si auspica che la manifestazione sia l’espressione di coscienze convinte e vere.

Vi sono al giorno d’oggi due forme possibili di degenerazione dell’impegno dei cattolici, e in genere dei cristiani, in politica. L’eresia accomodante del cattolicesimo adulto,  i cui protagonisti, come ho scritto in La libera Chiesa e il Sinedrio laicista:

[…] Per venir incontro allo Spirito del Mondo, hanno inventato una nuova teoria, pur contrabbandandola per quella liberale (e cristiana, dico io) che distingue tra morale e legge, tra peccato e crimine: la teoria della doppia morale. […] In pratica per il cristiano ciò significa la rinuncia a priori ad ogni lotta politica sui temi etici di fondo e il suo farsi garante non solo della legittimità ma anche della validità morale di ogni altra visione del mondo in quanto legislatore; e un continuo esercizio di fine-tuning della propria posizione politica sulla scia del relativismo etico.  Siamo ben lontani dalla scelta del male minore e da ogni realismo nelle cose di questa terra; siamo alla pura e semplice rinuncia alla testimonianza che rimane utile e vivifica la società anche nel momento della sconfitta politica, in quanto è indispensabile in una democrazia moderna, pena la decadenza,  che la coscienza dell’individuo non riposi passiva nel solco della legge. La quale, in assenza di un vasto, continuamente vivo e aperto pubblico dibattito sui temi etici, viene a costituire passo dopo passo, nell’indifferenza generale, l’unica etica riconosciuta. Certi liberali dovrebbero rendersi conto che è proprio il continuo fermento e il ribollire della polemica su queste tematiche nella scena politica e nell’opinione pubblica (quale esempio migliore degli Stati Uniti d’America?) a tener vivo il sentimento della libertà individuale, non la privatizzazione dell’etica che conduce viceversa […] ad uno stato etico di ritorno.

E l’eresia subdola del tradizionalismo. E’ un pericolo in realtà molto, ma molto relativo, ma conviene farne cenno. Attenzione: la Chiesa è Cattolica, cioè Universale. Ed è Universale perché parla all’Individuo. Non parla ad un ethnos, sia pure un superethnos europeo od occidentale. Teologicamente parlando espressioni come nazione cattolica costituiscono delle concezioni ereticali. Popolo e Tradizione sono nozioni primarie, importanti e vive, che non devono essere violentate nel segno di una Zivilisation annichilatrice di ogni Kultur. Ma non possono sostituirsi a Dio e alla Verità. Il richiamo alla tradizione può tramutarsi in una sterile difesa della forma, cioè dell’interfaccia giuridica della società, lasciandone appassire il cuore vivo, “il cuore della tradizione” nell’espressione di Baget Bozzo. Un Occidente reazionario non deve creare dei nuovi Gentili, di stampo religioso o filosofico. E attenzione ancora: che non sia proprio attraverso la Famiglia, messa al centro di una concezione socialista/statalista della società, dove più che alla Provvidenza si dà credito allo Stato-Provvidenza, che questa eresia tradizionalista abbia a compiersi, come queste parole di Pezzotta fanno pensare:

La famiglia sempre piu’ diventa un bene e un “affare” pubblico che contribuisce a formare la coesione sociale e la qualità dello sviluppo, elementi senza i quali la repubblica deperisce. Noi vogliamo fare della famiglia una “causa nazionale” e stabilire il principio che ognuno deve poter avere i figli che vuole, senza che questo comporti una drastica diminuzione del tenore di vita. Per noi che oggi siamo convenuti in questa piazza, senza distinzioni di fede, di cultura, di ideologia e di orientamento politico, affermare che la famiglia deve sempre avere una rilevanza sociale, politica e civile significa, in ultima analisi far riferimento al bene comune e – come tutti sappiamo – il bene comune dovrebbe essere sempre l’unico e discriminante criterio dell’azione sociale, economica, politica e legislativa.

La grande manifestazione del Family Day e il contrappunto lillipuziano della Giornata che qualcuno con involontario senso dell’umorismo ha avuto il coraggio di chiamare del Coraggio Laico (si è mai visto in Italia che una professione di laicismo abbia tagliato le gambe a qualcuno? Quando invece molto più spesso è stata l’indispensabile professione di fede per entrare nelle alte e meno alte sfere della nomenklatura?) hanno rappresentato, con la loro pubblica, schietta e corretta contrapposizione, tutto sommato una giornata positiva nella storia politica del nostro paese. La democrazia muore nel silenzio.  Una sua sana fisiologia necessitava di questa manifestazione cattolica. Romano Prodi, col suo solito opportunismo meschino, sempre pronto a scantonare di fronte ai problemi,  ha tirato fuori l’ennesimo luogo comune fuori luogo, andando a rivangare storie di Guelfi e Ghibellini. E si capisce: il suo stile spirituale  è quello di manzoniana memoria: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire.” Non ci si può sottrarre tuttavia all’impressione che  fra i partecipanti alle due dimostrazioni romane vi sia, per ora, un punto purtroppo negativo in comune: l’idolatria della legge da parte sia dei laici che dei cattolici. E’ una forma di immaturità culturale e staremmo per dire democratica, se un’interpretazione moralistica della democrazia non fosse già stata alla radice di continue e disastrose mistificazioni, vedere nella legislazione positiva la consacrazione morale di un diritto o di un dovere. O, per converso, la consacrazione nichilista di un diritto positivo totalmente svincolato da considerazioni etiche: lo è, vincolato, ma solo in seconda battuta e indirettamente. La secolarizzazione è figlia della civiltà cristiana. Questo è vero anche se nella storia, come ho scritto ne Il paradosso cristiano, essa si realizza spesso per strappi, poi riassorbiti, anticristiani. Anch’essa obbedisce ad un disegno di Dio, che non è però direttamente un disegno di salvezza. Questa riguarda l’individuo, non la società. Ma è un disegno di libertà. Perché Dio anche nella società, compatibilmente con le condizioni storiche, sociali, economiche, vuole uomini liberi di scegliere. La buona secolarizzazione avviene quando una norma del diritto positivo, nella maturità dei tempi, viene culturalmente desacralizzata nei due sensi: ossia, non soltanto non viene più sentita culturalmente come un’emanazione diretta della dottrina morale di una religione, in una pericolosa confusione dei piani, ma la sua abolizione non causa nemmeno una santificazione laica dell’atto fino a quel momento condannato dalle leggi. Per parafrasare quanto dice S. Paolo a proposito della Legge Mosaica, essa ha terminato la sua funzione pedagogica, che ha preparato l’uomo a muoversi con le sue gambe. Cosicché i costumi cambiano, nel senso della tolleranza, ma non sono latori di una nuova morale sostitutiva; e non concretizzano una sconfessione dei fondamenti del diritto naturale (quei fondamenti che la Chiesa vede oggi in pericolo). La tolleranza, per essere veramente tale, ha un suo rovescio della medaglia: la libertà incondizionata di critica morale, sia pubblica che privata. Cose già dette. Ma repetita iuvant.

Esteri

E adesso Sarko dovrà ri-fare i francesi

Sarkozy ha vinto. La grande partecipazione al voto lo ha favorito. Gli elettori centristi e dell’estrema destra lo hanno sostanzialmente premiato e non hanno ascoltato i loro leader, Bayrou e Le Pen. Ciò significa anche la vittoria dell’approccio politico del nuovo presidente francese, ostentatamente estranea alla logica dei partiti e alle tattichette delle transazioni di piccolo cabotaggio (capito Casini?),  quella forma che è già sostanza in quanto nello sclerotizzato panorama transalpino è una relativa novità. Diciamolo: è una riedizione berlusconizzata, quindi modernizzata, del gollismo. Secondo i primi sondaggi nel campo di Bayrou (che aveva detto democristianamente – ma che brutta malattia! – che non avrebbe votato Sarkozy) il 40% dei suoi sostenitori ha votato Sarkozy contro il 38% per la Royal, e il resto si è astenuto. Nel campo di Le Pen (che aveva invitato all’astensione) invece ben il 63% degli elettori ha votato per Sarkozy e solo il 12% per la Royal. E’ un fatto importante culturalmente, e che mi sembra invece  sottovalutato, che d’ora in poi anche la figura del brillante e sulfureo leader della Francia ultranazionalista avrà qualcosa di démodé. Gli roderà molto, al vecchio leone, che i suoi siano stati sedotti dal messaggio ragionevolmente nazionalista, ragionevolmente identitario, ragionevolmente sécuritaire (e quindi con qualche possibilità di applicazione concreta)  dell’aggiornato semipopulista di purissima origine …ungherese, per di più screziata d’ebraismo.

Nell’attesa dell’arrivo del nuovo presidente, favoleggiato in Italia come cattolico e liberale, dentro e fuori la Sala Gaveau, la folla di migliaia di simpatizzanti ha intonato spontaneamente la Marsigliese, il canto giacobino della repubblica nata dalla Rivoluzione francese. Nessuno avvertiva l’intima contraddizione di un tale atteggiamento e se qualcuno avesse fatto delle osservazioni al riguardo, sarebbe stato giudicato stravagante o peggio. Ciò dice molto della temperie culturale dentro l’esagono: i conti con l’eredità culturale della Rivoluzione Francese si faranno, e si stanno facendo, ma con calma. E Sarkozy, animale politico, queste cose le sa benissimo. Per cui nel suo sentito ed ecumenico discorso di ringraziamento al popolo francese, ha alternato la solita insolita franchezza su alcuni temi, soprattutto l’identità culturale francese:

Le peuple français s’est exprimé. Il a choisi de rompre avec les idées, les habitudes et les comportements du passé. Je veux réhabiliter le travail, l’autorité, la morale, le respect, le mérite. Je veux remettre à l’honneur la nation et l’identité nationale. Je veux rendre aux Français la fierté d’être Français. Je veux en finir avec la repentance qui est une forme de haine de soi, et la concurrence des mémoires qui nourrit la haine des autres.

ma anche occidentale, con un non troppo velato accenno alla condizione femminile nei paesi mussulmani:

Je veux lancer un appel à tous ceux qui dans le monde croient aux valeurs de tolérance, de liberté, de démocratie et d’humanisme, à tous ceux qui sont persécutés par les tyrannies et par les dictatures, à tous les enfants et à toutes les femmes martyrisés dans le monde pour leur dire que la France sera à leurs côtés, qu’ils peuvent compter sur elle.

La France sera au côté des infirmières libyennes (bulgares) enfermées depuis huit ans, la France n’abandonnera pas Ingrid Betancourt, la France n’abandonnera pas les femmes qu’on condamne à la burqa, la France n’abandonnera pas les femmes qui n’ont pas la liberté. La France sera du côté des opprimés du monde. C’est le message de la France, c’est l’identité de la France, c’est l’histoire de la France.

ad un vago cerchiobottismo su tutto il resto. Bocca chiusa, anzi sigillata, sul terreno economico, invero poco adatto alla liturgia del trionfo. Beneaugurante un accenno, applaudito, agli Stati Uniti:

Je veux lancer un appel à nos amis Américains pour leur dire qu’ils peuvent compter sur notre amitié qui s’est forgée dans les tragédies de l’Histoire que nous avons affrontées ensemble. Je veux leur dire que la France sera toujours à leurs côtés quand ils auront besoin d’elle.

Mais:

Mais je veux leur dire aussi que l’amitié c’est accepter que ses amis puissent penser différemment, et qu’une grande nation comme les Etats-Unis a le devoir de ne pas faire obstacle à la lutte contre le réchauffement climatique, mais au contraire d’en prendre la tête parce que ce qui est en jeu c’est le sort de l’humanité tout entière.

E’ finita com’è incominciata. Con la folla che intonava l’inno nazionale:
Marchons, marchons!

E questa è la nazione con cui Sarko dovrà fare i conti. Bonne chance!

Bene & Male, Italia

Punto d’incontro: un articolo di Carlo Lottieri

Voglio segnalare quest’articolo uscito oggi sul Giornale, a riprova di come laici e cattolici, o come  liberali e cristiani possano arrivare alle stesse conclusioni riguardo alla res publica.

L’orgoglio dello Stato laico mette il bavaglio alla religione

Poiché in Italia non ci si fa mancare nulla, nei prossimi giorni assisteremo anche ad una manifestazione di orgoglio laico. Quello che fa specie, in prima battuta, è l’utilizzo in senso positivo del termine «orgoglio». Nella mia edizione del dizionario Zanichelli leggo che con tale termine si deve intendere una «esagerata valutazione dei propri meriti o qualità per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto». Mentre un tempo questa parola veniva associata ad attitudini non troppo urbane, bisogna prendere atto che ora – complici i Gay Pride – l’orgoglio è stato sdoganato. Se d’altra parte siamo tutti relativisti, perché mai confinare questo vizio in qualche girone infernale? Nella Commedia, Dante definisce «persona orgogliosa» Filippo Argenti, posto tra gli iracondi immersi nella palude che reciprocamente si aggrediscono con rabbia, ma certo lo spirito del Fiorentino appare lontano dalla nostra sensibilità.
E così oggi gli omosessuali negano con orgoglio la naturalità del rapporto uomo-donna, affermando che non basta rispettare ogni persona in quanto tale (indipendentemente dalle sue «preferenze sessuali»), ma asserendo che tutti bisognerebbe accettare l’idea che l’amore per una persona di altro genere (veramente «altra») e l’amore per una persona del medesimo genere – l’amore omosessuale, appunto – sarebbero la stessa cosa. Il guaio è che questa pretesa verità sta diventando un nuovo dogma, negando il quale si passa per omofobi.
Nella breccia aperta dalle colorate sfilate gay oggi si inseriscono – riutilizzando in senso positivo quel medesimo termine – quanti (con i radicali in testa) hanno organizzato per sabato una manifestazione volta ad esaltare lo Stato laico. Ma c’è davvero da essere orgogliosi di tale creatura? Nutro qualche dubbio al riguardo.
Senza entrare nel merito delle polemiche tra cattolici e laicisti, bisognerebbe comprendere che la costruzione di istituzioni pubbliche «laiche» è stata storicamente funzionale all’espansione del potere. Fin dai tempi di Thomas Hobbes, insomma, i costruttori della sovranità statale hanno avvertito che l’unica maniera perché il Leviatano potesse trionfare quale fattore di pacificazione era che mettesse il bavaglio ad ogni cultura, ideologia e – soprattutto – confessione religiosa. Confinare i preti nelle parrocchie e immaginare una fede ridotta a rito e spiritualità è fondamentale affinché la nuova «religione civile» possa affermarsi e affinché il Dio mortale incarnato dal potere secolare non trovi ostacoli di fronte a sé.
Nel linguaggio corrente si tende a sovrapporre libertà e laicità, ma la seconda nozione è del tutto impensabile (nel suo significato filosofico-politico) senza la terribile maestà del dominio sovrano e senza la sua ambizione a incorporare economia, scienza e ogni altro mondo vitale.
Tra Stato teocratico e Stato laico, allora, tertium datur [mio neretto N.d.Z.]: perché esiste certamente la possibilità di darsi istituzioni meno «orgogliosamente» determinate a controllare tutto e tutti.

Carlo Lottieri (Pubblicato sul Giornale il 06/05/2007)

Questo è invece quanto da me scritto tempo fa (con un contributo di Ismael):

[…] Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi. (dal blog Ismael)

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea)- diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.

Bene & Male

Cristiana laicità. Doc.

Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una Apologia per i cristiani nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia, alla radice, diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:

Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui.
In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”.
Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.

Bene & Male

Il paradosso cristiano

Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio, e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. (Giovanni, 8, 1-11)

In questo famoso episodio evangelico vediamo gli scribi e i farisei – il ramo secco della fede – tendere una trappola a Gesù: se egli avesse raccomandato il rispetto della Legge Mosaica, la sua fama di bontà e longanimità fra i seguaci sarebbe stata scossa; se al contrario avesse comandato di lasciare andare libera l’adultera avrebbe bestemmiato la stessa Legge. Ma Gesù non risponde con la parola. Fa un gesto misterioso: si china e si mette a scrivere per terra. In verità già questo è un gesto dimostrativo ed una risposta; ma che non viene compreso. Significa:

Di quale Legge parlate? La Legge di cui parlate è quella che Dio, nel suo intervento straordinario, abbassandosi come ho fatto io,  ha ordinato a Mosè di mettere in pratica tra la vostra gente, come sta scritto: “In quel tempo mi ha ordinato di insegnarvi prescrizioni e decreti perché li pratichiate nella terra dove state per passare a prenderne possesso” (Deuteronomio, 4, 14). Ma questa Legge è scritta sulla terra perché è fatta per la terra. E come per le cose scritte sulla terra, ecco, viene la tempesta e le porta via. Ricordate invece, piuttosto, che Dio vi ha dato anche un’altra legge, una Legge di Vita, come sta scritto: “Vi ha rivelato la sua alleanza, ordinandovi di praticarla: le dieci parole, e le ha scritte su due tavole di pietra (Deuteronomio, 4,13).  E come per le cose scritte, cioè incise, sulla pietra, ecco, viene la tempesta e non le porta via.

Ma essi non capiscono, e insistono nell’interrogarlo. Allora Gesù alza la testa e dice “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Che significa:

Voi avete chiuso il vostro cuore alle parole di vita eterna, come sta scritto: “Non odiare il fratello nel tuo cuore; correggi francamente il tuo compatriota e non gravarti di un peccato a causa sua. Non vendicarti e non serbare rancore ai figli del tuo popolo. Ama il prossimo come te stesso. Io sono il Signore.” (Levitico, 19, 17-18,) e come già io stesso vi ho detto: “Amerai il Signore Dio Tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Matteo, 22, 37-40). E avete al contrario pervertito la gerarchia delle due leggi, volendo incidere sulla pietra, eternandolo, quello che sta scritto sulla terra e che è fatto per cambiare e perché sia temperato dalla misericordia. Ma io non vi dico che la Legge che Mosè vi ha data è sbagliata. Sta a voi cambiarla e usare misericordia, oppure applicarla, senza pietà. Avanti dunque, chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Oppure, volete cambiarla questa Legge che, vedete, scrivo di nuovo sulla terra, e che domani non si vedrà più?

Quando poi Gesù dice alla donna: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” ribadisce due concetti che stanno alla base della civiltà cristiana. L’espressione non condannare (che è un altro modo di dire non giudicare) va intesa in senso biblico e significa che nessuno può sostituirsi, sulla terra, al giudizio finale di Dio. E quindi è una condanna dell’idolatria della Legge Mosaica, nella quale erano caduti gli scribi e i farisei. Significa, per usare un linguaggio moderno, rimettere il diritto positivo al suo posto, marcare la sua natura terrena e cangiante, ed è un invito alla sua continua rimodellazione, che diventa un obbligo morale di misericordia, quando la società sia in grado di assorbire quelle che in concreto diventano delle depenalizzazioni. Nel contempo però Gesù, con quel “non peccare più” ribadisce il valore supremo della Legge Morale, e quindi l’esistenza di un diritto naturale. Come ho già scritto altre volte, questo elastico rapporto tra la Legge Morale e la Legge Positiva definisce il campo delle libertà civili dell’Occidente. Fenomenologicamente esse si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della Legge Morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di autoconservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà civile, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre perseguitati.