Cristiana laicità. Doc.

Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una Apologia per i cristiani nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia, alla radice, diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:

Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui.
In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”.
Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.

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25 thoughts on “Cristiana laicità. Doc.

  1. La laicità, oltre che profondamente connaturata all’avvenimento scandaloso del Dio incarnato, per il cristianesimo è (fu) anche una precisa necessità storica, proprio come la bellicosità per l’Islam. Mentre i cristiani dovevano convivere con un impero che c’era già, i primi musulmani avevano bisogno di fondarne uno tutto loro.
    Anche rifiutandosi di credere in Dio, la radice cristiana della laicità trova spiegazione nell’antropologia e nella storiografia comparate.

  2. Se per necessità intendiamo “urgenza di sopravvivenza”, altrimenti no, considerando la divinizzazione del “princeps” romano, che contrastava violentemente con qualsiasi posizione moderata dei cristiani. E credo che la lettera ad Antonino abbia questa caratteristica, di voler mettere al riparo i primi cristiani dalle costanti persecuzioni. Bisogna tenere conto che siamo nei primi decenni di diffusione del Vangelo e che bisogna sempre inquadrare la situazione storica. Per esempio: i Romani hanno sempre accolto i riti stranieri, persino quelli misterici. Li hanno tollerati, anche quando finivano nelle mani delle ricche famiglie gentilizie. Ora, la reazione contro i cristiani, ripeto, nasce per un motivo tutto particolare: la non riducibilità dei cristiani rispetto alla vita civile dell’impero. Inoltre si tenga conto che la nuova religione era di provenienza palestinese e i Romani non avevano affatto un bel ricordo di quella terra così riottosa e indomabile.

    *** In ogni caso questo principio di laicità è stato letteralmente stravolto dalla Chiesa successiva, che ha fondato in Dio l’essenza del potere imperiale.

  3. “Anche rifiutandosi di credere in Dio, la radice cristiana della laicità trova spiegazione nell’antropologia e nella storiografia comparate.” Può darsi, ma non tanto da spiegarne gli esiti a lungo termine. Nei rapporti tra sacro e profano, facendo riferimento anche a quanto scritto da Watergate nel raffronto tra i tempi di Augusto (ancora semi-repubblicani da un punto di vista culturale: ricordiamoci che la divinizzazione di Augusto fu molto cauta nelle sue rappresentazioni, massimamente a Roma e in genere in Italia dove si videro sempre di malocchio, fin dalle prime avvisaglie col Divo Giulio, le esibizioni orientaleggianti) e quelli di Diocleziano, il Cristianesimo fu, come ho già detto da qualche parte, una Chiarificazione, la Grande Chiarificazione. Da allora (parlo in termini “epocali”) l’elastica commistione di sacro e profano dei tempi repubblicani, dove in parte i riti erano spesso un momento della vita pubblica del cittadino, non fu più possibile. L’interiorità tipica del Cristianesimo portava alla netta separazione dei piani, e quindi ad una più grande libertà dell’individuo; però la reazione a questo sviluppo portava all’esatto opposto: ai millenarismi, che sono le patologie del monoteismo. Da qui è nata anche l’idea che in un certo senso il Cristianesimo abbia distrutto le fondamenta dell’impero come “grande corruttore del senso civico” dei suoi cittadini e sudditi (vedi Gibbon). Ma è un’idea falsa. Anche i cristiani erano consapevoli di questo pericolo. Cito da altri miei post:
    “Proprio per le ragioni suesposte vi era il pericolo che un’interpretazione erroneamente mondana della parola di Cristo, potesse spingere alcuni fedeli al rifiuto e al disconoscimento delle regole della società in cui vivevano. (..) Errore, come già scritto, combattuto da S. Paolo, laddove prescrive di ubbidire ai magistrati e a ciascuno di rimanere nella propria condizione. Perché, agli effetti della salvezza, la fede e la carità, la moralità e il pieno compimento della libertà interiore cristiana, sono indipendenti da qualsiasi ordine sociale.”
    Il processo di deterioramento andava avanti da molto tempo:
    “…il Cristianesimo nel mondo greco-romano trionfò perché molte cose ormai vi si predisponevano. Prima con l’Ellenismo seguito alle conquiste di Alessandro Magno, e poi con l’Impero Romano, le conquiste civico-filosofico-culturali delle democrazie cittadine greche e della repubblica romana avevano elevato prepotentemente il concetto della dignità individuale, mentre d’altra parte proprio il collasso delle libertà greche, a processo culturale però ormai maturato, e quello delle libertà repubblicane romane, avevano tolto ogni illusione, perlomeno nel campo filosofico, nella possibilità di una piena realizzazione dell’uomo nelle sole istituzioni terrene. Di qui la nascita e l’affermarsi delle due grandi scuole filosofiche stoica ed epicurea, vere eredi del lascito socratico (molto di più delle ambigue astrazioni platoniche), che ricercavano nell’armonia interiore la perfezione di sé e la propria serenità. In un mondo siffatto le singole figure della vasta moltitudine degli dei, da quelli originati da retaggi animistici ancestrali, a quelli della famiglia, della tribù, della città, insomma la pittoresca compagine mitologica di superuomini che replica, eternandoli, i pregi e i difetti degli uomini in un loro mondo senza morte, per di più in un pantheon continuamente arricchito dalla conquista militare romana, si vanno sempre più sbiadendo e di pari passo col crescere della dignità individuale e del valore autonomo della sua interiorità si va disegnando la figura purificata di un Dio universale e personale.”
    E ancora:
    “La crisi morale dell’Impero Romano comincia con la sua nascita, in quanto la sua organizzazione implicava necessariamente il crollo della forma repubblicana, adatta più ad una Città-Stato al centro magari di un sistema satellitare di potere, non certo alla vastità delle terre e al numero dei popoli inglobati dalle conquiste militari romane. Il declino e l’imbarbarirsi della vita politica e civile fu il prezzo da pagare per gettare le fondamenta dell’Impero. Il moltiplicarsi dei culti e il sincretismo religioso dei Romani (tanti Dei, nessun Dio) hanno lavorato per il trionfo di quell’unico Dio che era già un bambino in fasce nella mente dei filosofi, i quali in ogni caso alla proficuità di un rapporto tra gli Dei (al plurale) e l’uomo non credevano più, sia li sentissero lontani sia se ne facessero beffe. Furono solo degli anticipatori. La restaurazione pagana tentata da quel notevole personaggio che fu Giuliano l’Apostata era un anacronismo. Le virtù repubblicane non potevano tornare con un ritorno al paganesimo. Le forme di Divinizzazione di tipo orientale dell’Imperatore andavano di pari passo con l’involuzione dell’Impero e niente avevano a che fare (anzi!) col Cristianesimo, ma la centralizzazione del potere finì poi paradossalmente per favorirne la diffusione al momento dell’ascesa al trono di Costantino.”
    E riguardo all’ultima osservazione concernente il cattolicesimo, più da un punto di “filosofico” che “storico” (sul qual comunque ci sarebbe molto da dire):
    “Nella visione cristiana, il Logos da solo non sbagliava, ma aveva i suoi limiti, e in un certo senso attendeva una risposta alle sue indagini e speranze. Il Cristianesimo non è stato modificato nella sua essenza dal contatto col mondo greco-romano. Una religione rivelata non può modificarsi nella sua essenza,*** ma può trovare un ambiente adatto dove svilupparsi. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura. Senza quelli in cosa si differenzierebbe da una associazione o un ente? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia.”

    *** Quel cretino di Andrea Rivera ha detto – a stretto rigor di logica – la cosa giusta!!!

  4. Allora, io sono contrario alla tesi che i Cristiani contribuirono alla caduta dell’Impero. Vi sono cause espressamente biologiche, climatiche, migratorie. Il deterioramento dei costumi repubblicani era già avvertito da Catone il Censore, che prendeva in giro il patriziato romano per il suo modo di essere ellenistico. Parliamo di un secolo abbondante prima di Cesare, con un Impero che ha sta conquistando le terre d’Oriente. Però la visione può comunque essere rivoltata, capovolta: i riti cristiani erano totalmente riti separati dall’ufficio pubblico, è questa la clamorosa distinzione operata da Cristo. Se prendiamo per buono il Vangelo, la sua separazione del dare “a Cesare quanto è di Cesare…”, vale soprattutto come una visione totalizzante dell’uomo, che deve sapersi impegnare nella causa civile quanto in quella religiosa, sapendo distinguere. Questo non è un principio di laicità 🙂 è solo un’esigenza di tenere separati gli ambiti spirituali, religiosi da quelli meramente amministrativi, tipici di una vita quotidiana già complessa per il tempo. Non possiamo mai astrarre il messaggio evangelico dal contesto quotidiano nel quale si propone. Allora, bisognerà pur dire che invece il tradizionale impegno civico romano non andava disgiunto dall’adorazione degli Dei e della Tradizione, per quanto Cicerone stesso ridesse sotto i baffi di questo continua interpretazione degli Dei! Insomma: i romani sbeffeggiavano la loro stessa religione, ma non ne potevano fare a meno. I testamenti erano conservati dalle Vestali. Giulio Cesare divenne Pontefice Massimo. La prerogativa principale del potere dei tribuni plebis (che non detenevano gli auspicia, prerogativa della nobilitas, dei padri coscritti — volgarizzo tutto in italiano, per non fare il saccente 😛 ) era comunque la SACROSANCTITAS, il carattere del Sacer, dell’inviolabilità, tutta appartenente alla schiera del Fas e della Religio, si riverberava nella vita pubblica, fino a considerare nefas una qualsiasi violenza contro i tribuni! Per cui è chiarissima la differenza tra mondo romano e mondo cristiano. I romani avevano un atteggiamento pratico: scomodavano gli dei per vincere le guerre e spartire le proprietà, ma per fare ciò inglobavano la sfera del sacro dentro la bipartizione pubblica (tra plebs e populus, qui andrebbe fatto un grande discorso che non posso fare, perché le due parti hanno un diverso corredo religioso). Ricorda qualcosa questo? 🙂 Pensiamoci bene.

  5. Mi sembra che in gran parte tutto questo non contrasti affatto con quanto da me scritto. Amplia e precisa cose che anch’io ho detto.
    Ma con la nascita dell’Impero – e la figura dell’Imperatore – il mondo romano “classico” cambia (in realtà comincia a cambiare già nel II secolo avanti Cristo con le grandi conquiste romane e la difficoltà di governarle, e i sommovimenti dell’epoca dei Gracchi, e poi la questione degli “Italici” ecc.): anche l’equilibrio del “tradizionale impegno civico romano non (…) disgiunto dall’adorazione degli Dei e della Tradizione” era destinato ad andare a farsi benedire. In questo scenario s’innesta (teniamo sempre conto però dei tempi lunghi) il Cristianesimo, che come appunto ho detto, rappresenta una “Chiarificazione” dalla quale non si tornerà più indietro in Occidente.
    Quindi il punto dove non mi trovo d’accordo è quando tu scrivi:
    “Questo non è un principio di laicità; è solo un’esigenza di tenere separati gli ambiti spirituali, religiosi da quelli meramente amministrativi, tipici di una vita quotidiana già complessa per il tempo.”
    e soprattutto:
    “Non possiamo mai astrarre il messaggio evangelico dal contesto quotidiano nel quale si propone.”
    Che ritengo un’interpretazione decisamente troppo riduttiva della novità (buona …o brutta novella) cristiana.

    Ma non mi aspetto mica che gli altri siano d’accordo con me… 🙂

  6. La “Sacrosanctitas” dei tribuni della plebe, insieme col diritto di veto, se non ricordo male, rappresentò anche la corazza di cui molti demagoghi si servirono per scalare le vette del potere, e fu uno dei grimaldelli istituzionali che servirono per mandare all’aria la Repubblica. La “praticità” dei Romani – che potrebbe somigliare a qualcosa come una “moderna” mancanza di fanatismo – cominciò ad andare in crisi quando Roma non fu più, politicamente, un sistema-città; con le conquiste arrivò anche la proletarizzazione dell’Urbe e le rivendicazioni degli Italici; insomma, tutta la necessaria manovalanza (estranea all’educazione politica del cittadino) pronta all’uso di chi, all’interno della classe aristocratica, ambiva al primato. Le masse fornirono grandi eserciti ai consoli, e forza politica ai demagoghi. E quando il demagogo riusciva a farsi eleggere console, arrivavano i guai: cominciò Mario e finì Cesare.
    E quindi il quadro è quello di un lento sgretolamento della società romana, e si relativizza vieppiù anche l’importanza, o meglio l’efficacia, civica della religione. Perciò non è affatto strano che quella grande figura di romano e repubblicano che fu Cicerone (e fu grande), nonostante tutta la sua ellenica sapienza, annettesse ancora tanta importanza ad essa, nel tentativo estremo di evitare la caduta del regime repubblicano, per quanto espressione di una spesso avida e corrotta classe senatoriale.

  7. Sollevo alcune obiezioni, nel solco delle tue osservazioni.

    Sicuramente rapportare il Vangelo all’epoca nella quale è scritto, per la portata universale successivamente acquisita, è una riduzione 🙂 ne convengo. Però non possiamo nemmeno nascondere che Cristo, pronunciando quella frase, innanzitutto si riferisce a uno specifico ambito, si chiede a Cristo se sia giusto pagare il tributo a Cesare. Se cioè – posto nell’ambito della forte attesa messianica, dell’indubitabile nazionalismo ebraico e dell’insofferenza verso i conquistatori romani – sia giusto riconoscere quotidianamente l’occupazione straniera. E in più in generale se questo non contrasti con la propria vita religiosa. La risposta di Cristo è inevitabile. Ma non si può francamente fondare su questa frase la pretesa “laicità” del Cristianesimo (cioè il suo essere connaturato a società e istituzioni laiche). Quello è un messaggio chiaro, forte, potente: la mia buona novella non riguarda le istituzioni terrene, ma il Regno dei Cieli. Ecco perché è possibile prestare osservanza alla Legge di Dio e a quella di Cesare. Nel mondo romano, quel che volevo dire, l’aspetto religioso, soprannaturale, inteso in senso positivo, era compenetrato all’attività pubblica. La Sacrosanctitas dei tribuni non nasce per renderli inviolabili e assicurarsi un forte potere, ma come un contraltare degli auspicia detenuti dai patres (qua rinviene tutta la questione fondativa del tribunato, di Roma e del populus inteso come l’insieme delle famiglie gentilizie patrizie, dotate di auspicia). Ed è vero che con il passare del tempo questa precipua forma mentis si disperda. Ma è pur sempre vero che Augusto (il cui nome indica chiaramente una religiosità) fonda il suo potere sul potere proconsolare e sulla potestà tribunizia, diventando inviolabile e sacro.

    E’ un esempio di religiosità non fanatica, ma pratica, vero. Ma comunque compenetrata all’istituzione pubblica, in una maniera che non ha eguali, non per quantità, ma per qualità. I cristiani non avrebbero mai potuto assumere uffici pubblici romani ed essere cristiani, veramente cristiani, cioè coloro che credono al Figlio di Dio in terra, Salvatore, morto e risorto nell’epoca di Tiberio. E infatti chi cede è l’Istituzione imperiale, per tutta una serie di motivi fisiologici, che possiamo delineare, ma in un altro discorso.

    E comunque non sono d’accordo sull’analogia forma repubblicana = città stato. La forza della prima Roma repubblicana, fortemente espansiva, diciamo quella che va dal 376 aC (dalle leggi licinie-sestie fino a Tiberio Gracco o Scipione Emiliano) al 134, che elimina tutti i concorrenti mediterranei sta nella concordia tra gli ordini e nella meravigliosa formula municipale, creata attraverso trattati speciali basati sulla bona fides (le classiche formule “amico e alleato del popolo romano”).

  8. ma forse sta proprio nell’incontro, tra le due mentalità? voglio dire, Gesù rispondeva ad uno zelota, espressione di un nazionalismo abbastanza fanatico rinforzato da una religione che pervadeva molto dello stato ebraico di prima della conquista. per lo zelota già il fatto che sulla moneta fosse raffigurato il volto di Cesare era da considerarsi idolatria, ancora più odiosa perché straniera, per giunta. la religiosità “pratica” dei romani invece faceva da terreno ideale per un concetto di divinità trascendente (sconosciuta a tutti i popoli dell’epoca e vera novità dal giudaismo), già favorita anche dalle ultime scuole filosofiche greche della stoà e di Epicuro, che fanno intravvedere una diversa sfumatura della religione, permettendo al contrario l’affrancamento dello stato dall’aspetto religioso. un romano non avrebbe mai posto quella domanda, in primo luogo; ma il fatto che contemporaneamente avvenisse una spinta verso la divinizzazione dell’imperatore (concetto orientale mai digerito del tutto dai romani) e comparisse con forza nell’impero una nuova religione completamente interiore, staccata dal governo delle cose terrene e riferita a un Dio che era altro rispetto all’uomo e allo stesso tempo suo padre, è stata forse la molla che ha dato inizio alla civiltà moderna (parola troppo grossa?). come dice Zamax, una Chiarificazione, precisa e puntuale, che ha permesso lo sviluppo parallelo di stato e religione tale che non si pestassero i piedi a vicenda, e nessuno dei due togliesse all’altro quanto gli spettava. (che poi non abbia funzionato sempre alla perfezione è un altro discorso, ma siamo pur sempre uomini).
    è una coincidenza che non era avvenuta con gli ebrei (per il troppo forte tabù nei confronti della divinità, e per l’assenza di universalità dal messaggio divino, dopo la rottura dell’alleanza), con gli egizi (per l’essenza divina del Faraone), con gli indiani (per il ruolo complementare ma in un certo senso di mutuo ricatto tra brahmani e ksatrya), con i cinesi (per l’essenza civile della “religione” confuciana, e per quella unicamente intimistica di buddhismo e taoismo, sostenute tutte da una sostanziale mancanza di divinità).
    tutto questo lo scrivo mentre lo penso, e infatti è confuso e incompleto, ma che ve ne pare? l’ho fatta fuori dal vasino?

  9. Si, ma se fosse così come spiegare l’aspirazione temporale della Chiesa 😀 , è la Chiesa stessa di Cristo che rinnega sé stessa, allora.

    Cioè se il Cristianesimo è la chiarificazione, se cioè esiste una possibilità di fede sganciata dalla vita civile, sia che si tratti del mondo orientale, fortemente alessandrino, sia che si tratti del mondo occidentale (la questione Roma monarchia merita una rivisitazione, ma la questione della divinizzazione del princeps è invece molto più ancorata alla tradizione: Romolo è considerato un Dio), allora dove sta l’errore? Perché la storia successiva è una storia di regni terreni discendenti dal Signore e di Primato del trono di Pietro su quello di Cesare. Eh…

  10. @ Watergate
    Cominciando dal fondo:
    1) Ovviamente quella della città-stato è una forzatura, lo so bene. Ma con la fine prima grande fase espansiva (la conquista della Spagna, della Grecia, la distruzione di Cartagine), passo dopo passo, gli “amici e gli alleati del popolo romano” non si accontentano più di rappresentare il sistema satellitare che gira attorno all’Urbe, ma reclamano sempre più una rappresentanza diretta nella direzione politica dello Stato Romano. Qui cominciano le difficoltà. E si formano grandi ricchezze, grandi latifondi e masse che dalle campagne si riversano nella grande città. E quindi grandi ambizioni e tentazioni. Già con Scipione l’Africano la figura del console romano umile e patriottico, quasi grigio anche nell’eroismo, comincia a “giocare in proprio”. Nel secolo seguente sarà la volta di Mario e Silla, di Cesare e Pompeo. In questo quadro enormemente ingrandito la concordia degli ordini scricchiola.

    2) Concordo con la difficoltà dei Cristiani nell’accettare la “compenetrazione” dell’aspetto religioso nelle istituzioni pubbliche. C’è infatti, per così dire, una simbologia religiosa che maschera ma anche sublima – e sacralizza – il gioco dei pesi e contrappesi all’interno delle istituzioni romane. Era la forma ritualizzata in cui si specchiava la composizione razionale dei conflitti che agitavano il corpo vivo della società romana. Ma affermo che al momento dell’introduzione del Cristianesimo nel mondo romano, cioè con l’Impero, cioè con la fine delle “libertà repubblicane”, questa “religio” era solo il simulacro di un “corpo morto”. (Parlo a grandi linee, ovviamente)

    3) Augusto, nel suo sforzo di pacificare il mondo romano, cercò, nelle forme, di attutire al massimo la sensazione che il mondo antico fosse finito. Ancora grande era una certa suscettibilità culturale al riguardo. Non poteva far rinascere la “libertà” delle istituzioni: fece di tutto per tenerne in vita i simulacri, dissimulando egli stesso l’enorme potere che in lui si concentrava. E d’altronde, formalmente l’Impero continuò sino alla fine, quattro secoli dopo, a essere una Res Publica col contorno di Senatores…
    E fra l’altro lo stesso termine “Imperator” con il quale i soldati glorificavano il console vittorioso nelle sue campagne militari si impose proprio perché “Rex” non poteva dissimulare abbastanza la nuova realtà.

  11. l’aspirazione temporale (e lo stato dela Chiesa) si spiegano, in parte con la fondamentale fallacia dell’essere umano, in parte però anche con l’esigenza della chiesa di Roma di non dover sottostare al potere politico dell’imperatore. l’indipendenza della Chiesa legittima l’Impero, ed evita una religione sottomessa al potere politico (come invece non si volle o poté evitare a Bisanzio). inoltre, e questo è assai notevole, lo stato della Chiesa non è mai stato una teocrazia, né mai ne ha avuto la tentazione. era un regno come molti altri, a monarchia assoluta elettiva, ma mai adottò una legislazione “religiosa”. per cui, paradossalmente, anche il Cesare di Roma richiedeva decime terrenissime, e si teneva ben discosto dal Cristo di cui era vicario, negli affari terreni.

  12. Solo due parole, sulle cause che determinarono la caduta dell’Impero di Roma.

    Pur non potendo ovviamente ridurle ad una, quella principale fu la concessione di Caracalla della cittadinanza universale.
    Da quel momento scomparvero i cittadini, e vi furono solo sudditi.

    L’agonia iniziò allora.

  13. @ Maedhros
    Fu Caracalla? Non so, non mi ricordo più. Comunque il soddisfacimento delle rivendicazioni popolari è sempre lo stratagemma dei futuri dittatori; che hanno il problema di disfarsi dei loro avversari politici. Si fanno portavoce del popolo allo scopo di eliminarli promettendo “l’uguaglianza”. Infatti l’ottengono. Ma non dicono che quello che offrono è l’uguaglianza degli schiavi di fronte all’unico padrone. Ma per quanto riguarda il mondo romano è una linea che parte da molto lontano: dai Gracchi a Mario a Cesare, per gradi successivi. E lo schema sarà ripetuto coi totalitarismi moderni.

  14. @ Watergate
    Beh, Baron Litron (piemontese, eh, mi raccomando! Io la prima volta lo presi, a causa di certe assonanze fonetiche col mio idioma di tutti i giorni, per un veneto avvinazzato! 🙂 ) ha risposto in parte anche per me. Ho appena letto un libro su Gregorio VII, quello del “Dictatus Pape” dove si legge, fra l’altro:
    “Solo il Papa possa far uso delle insegne imperiali”
    “Gli sia lecito di deporre gli imperatori”
    “Al papa e solo a lui spetta che tutti i principi bacino i piedi” ecc.ecc.
    Non fuggo dunque.
    Eppure la sua fu una grande battaglia per l’indipendenza della Chiesa. Era veramente solo contro tutti…

    Comunque abbiamo fatto un piccolo corso di Storia Romana: tu andando sul concreto, da specialista, io aggirandomi tra i massimi sistemi, da tuttologo senza cattedra… 😉

  15. In pratica siamo partiti con l’affermazione che la separazione tra ufficio pubblico e religione nel Cristianesimo è una necessità (la cristiana laicità), per arrivare a concludere che anche il potere temporale – in pratica il suo contrario – è arrivato per necessità 🙂

    C’è un inghippo 🙂 meno male che non c’è Lorenzo Valla qui tra noi 😀

  16. Per ora lasciamo il maledetto inghippo riposare in santa pace! 😀

    Piuttosto, oggi andando in giro per Treviso mi sono fermato in una libreria dove vendevano (anche) libri superscontati. Così nonostante quel centinaio di volumi intonsi che attendono la mia lettura e che non so più dove mettere a casa mia, influenzato dalla nostra aulica discussione seguita in tutto il mondo col fiato sospeso, me ne sono portati a casa altri tre spendendo la notevole somma di 11,80 € (dicesi undicieuroottantacentesimi): “La Chiesa delle origini” di John Gordon Davies, “Augusto e il suo tempo” (mi ricordo un tuo post al proposito: cioè mi ricordo la copertina! Non l’ho letto… 😦 ) e “Pericle e la democrazia ateniese” di Mario Attilio Levi. Cercando a tutti i costi delle pezze giustificative, essendo avvocato di me stesso, con olimpica imparzialità offro al lettore questi due brani. Il primo tratto dal libro di Davies:

    Anche i non giudei, o pagani, che formavano il grosso della popolazione romana, erano sensibili alla predicazione cristiana, ma per ragioni diverse. Il crollo della città-stato, a cui avevano contribuito soprattutto le conquiste di Alessandro Magno, aveva portato alla decadenza del patriottismo locale. La costituzione dell’Impero dopo la vittoria di Ottaviano ad Azio nel 31 a.C. e l’accettazione del titolo di Augusto, quattro anni dopo, produsse un sistema politico che sembrava di respiro mondiale, e andava oltre la comprensione del singolo cittadino; questi non poteva più né controllarlo, né contribuirvi direttamente. In questa condizione di evidente impotenza individuale, il culto degli antichi dèi poteva offrire scarso conforto. Lo scetticismo che si era diffuso in proposito negli ultimi decenni della repubblica persisteva tra le classi colte, come è testimoniato da Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), nonostante il ripristino dei culti pagani effettuato sotto Augusto, che aveva assunto egli stesso la carica di pontifex maximus. I suoi successori, eccettuato Nerone, continuarono tale politica, ma per la maggior parte si trattò solo di una pura formalità, in quanto questa reviviscenza del paganesimo, insieme al culto dell’imperatore che cominciò con Giulio Cesare, ma che in fondo derivava da Alessandro, era soltanto un comprensibile espediente per fornire un centro di unificazione per i molti popoli uniti ormai in un solo dominio.
    A tale discredito degli dèi del passato, le varie scuole di filosofia contribuirono in non piccola misura. Né gli accademici, né i peripatetici, né gli aristotelici erano molto in voga nel I secolo a.C., ma gli stoici, seguaci di Zenone di Cizio (300 circa a.C.), e gli Epicurei, seguaci di Epicuro (341-270 a.C.), erano numerosi e furono soprattutto questi due sistemi che, ciascuno a suo modo, contribuirono a minare la mitologia corrente. (…) Il carattere della filosofia di questo periodo non era lo stesso dei secoli precedenti. La curiosità intellettuale, che aveva fornito l’impulso iniziale, era svanita, e al posto della speculazione era emerso in primo piano lo studio dei problemi morali. Stoici ed epicurei si preoccupavano di coltivare la vita morale dell’individuo: essi cercavano la pace interiore. Proponevano un criterio diverso da quello del mondo esterno, e cercavano di convertire gli uomini ai loro ideali di vita. Così Epitteto, che fu tra i filosofi banditi da Domiziano nel 93 d.C., descrivendo il perfetto filosofo, asserisce che: “deve sapere che è stato inviato da Zeus agli uomini come messaggero, per dimostrare loro che, in quanto al bene al male, sono usciti dalla retta strada e ne cercano la vera natura dove non è, e non scoprono mai dov’è”.

    Il secondo tratto dal libro di Levi su Augusto:

    Ben lungi dall’essere limitata agli scontri verbali che si facevano in senato o nel foro, la lotta politica era complessa e coinvolgeva ceti, gruppi sociali, interessi che corrispondevano alla realtà dello stato, con tutti i suoi domini provinciali. Una parte importante era sostenuta dai veterani, i quali, inquadrati dalla loro ufficialità, erano quelli i cui interessi erano immediatamente e totalmente in gioco: essi avevano avuto promesse e impegni, volevano la loro sistemazione per l’avvenire. Uomini disciplinati e usi al combattimento costituivano una minaccia di violenza con la sola loro presenza, e poche centinaia d’essi nel foro erano già considerati un pericolo.
    Né i centurioni, né i legionari in congedo, che affollano l’area esigua del foro, erano soltanto un gruppo di facinorosi, poiché erano l’avanguardia di masse che gradualmente avrebbero imposto un nuovo corso alla storia romana. Nel 44 e 43 essi tumultuavano per interessi immediati; ma, appagati che fossero stati, avrebbero presto avuto coscienza del loro potere. Mentre i primi imperatori si sarebbero presentati in senato per essere riconosciuti nei loro poteri dopo la tradizionale acclamazione a imperator da parte delle coorti pretorie, non era lontano il giorno in cui si sarebbe constatato l’arcanum imperii che si poteva diventare capi dello stato altrove che a Roma. Le truppe, divenute professionali e mercenarie, erano essenziali per tenere assieme l’impero, per difenderne le frontiere, per conquistare il potere supremo, e, sapendolo, erano risolute a profittarne.
    Alle spalle dei veterani, le popolazioni italiche, dissestate dalla guerra sociale e dal prevalere dell’economia schiavistica, dalla decadenza della produzione cerealicola per far posto alla pregiate colture arboree e al pascolo estensivo. Le province erano a loro volta interessate, poiché temevano l’insistenza romana nel considerarle aree di sfruttamento, e perché il ceto equestre era prevalentemente impegnato in attività economiche d’importazione, di scambio e di speculazione che, se in passato erano state più che altro spoliazioni e preda, andavano diventando profittevoli anche per le province e per i paesi d’oltre frontiera, che vedevano aprirsi nuovi mercati.
    Fin dal tempo dei Gracchi era poi in atto la crisi delle clientele, che per secoli avevano rappresentato la base pacifica del potere politico delle grandi caste gentilizie, come i Metalli o gli Emilii Lepidi o i Cornelii Scipioni. Erano in ascesa famiglie dell’Italia centrale e anche della valle padana: Mario, Pompeo, Cicerone venivano da centri più o meno vicini a Roma, ma soprattutto la prevalenza assunta nella penisola dalla produzione schiavistica, dall’economia estensiva e dalle colture arboree ad alta specializzazione, faceva affluire a Roma, fin dal II secolo a.C., una nuova popolazione cittadina, che veniva istruita ad avere diritto a vivere sulle risorse delle terre conquistate, i praedia populi romani. Erano elettori, e non appartenevano alla clientela di nessuna casta. Quindi le vecchie clientele, che erano state la struttura portante della vita pubblica, erano sopraffatte, anche nella votazione dei comizi, da nuove masse pronte a seguire chi prometteva loro soluzioni immediate per le loro quotidiane difficoltà.

  17. si, ma questo cosa risolve? Levi conferma ciò che dico: il crollo del sistema municipale (fatto di larghe clientele a fronte di larghi domini latifondisti) è il crollo dell’Impero, per vari motivi, innanzitutto economici: viene meno la classe italica che era stato il nerbo del grande stato mediterraneo. Non sono d’accordo con Davies quando dice che con l’elevazione di Ottaviano ad Augusto si respira un’aria diversa, di tipo universale, incomprensibile e ingestibile. Questa era la pretesa di Augusto, ma scambiare questa pretesa con il reale sentire del volgo mi pare esagerato. L’autocrazia esisteva fin da quando Silla era entrato con l’esercito a Roma, dimostrando di poter sopraffare le istituzioni in cinque minuti. E’ evidente che l’istituzione del principato, peraltro su base dinastica, rappresentava per i sudditi orientali un richiamo al basileus tanto caro a quelle terre. Ma come hai detto tu sopra, il passaggio alle insegne imperiali fu operato nel segno della continuità e fu accettato dalla popolazione occidentale, italica, per svariati motivi. Ma il passaggio fu sfumato per non sfiorare l’ambizione alla Monarchia, che era considerato il massimo delitto di cui potesse macchiarsi un uomo pubblico (e Cicerone, nei rari momenti in cui non si genufletteva per l’uno o per l’altro autocrate, ricordava sempre questo aspetto).

    L’ambizione alla monarchia, il volersi fare Re, non celava, nel mondo romano, l’ambizione alla divinizzazione. Questa era meno temuta, per questo si accettava che il princeps fosse divinizzato, nonostante si detestasse accettarlo al di fuori di vecchi schemi repubblicani. Piuttosto Dio (da morto), che Re (da vivo).

    Io poi sono personalmente convinto che le Religioni arrivino sempre a un punto di discredito, quando pretendono di andare oltre il contenuto meramente spirituale. Anche la Chiesa attuale, che a noi pare splendente e luccicante di potenza è in forte discredito e perdita di prestigio rispetto alla Chiesa di 400 anni fa, che dirigeva i destini di tante persone. Io uso una prospettiva larga, perché altrimenti sembra sempre che parliamo di cronaca.

    Riguardo alla caduta dell’Impero Romano.
    Il Punto principale è che il Principato è un modello vincente, che contiene i germi della futura caduta. Ma certo non possiamo considerare Tiberio il responsabile di un evento tanto lontano e imprevedibile. Nella prospettiva storica annalistica, che a me piace seguire, ci sono motivazioni di fondo estremamente complesse, che comportano analisi climatiche, biologiche e quindi migratorie. E’ come la storia dell’influenza: arriva e colpisce chi è più debole e non sa ostacolarla. Così furono le invasioni barbariche per Roma: un prodotto di uno sconvolgimento migratorio di vaste proporzioni, accompagnato da continue crisi cicliche riguardanti il clima, e quindi la coltivazione e quindi la nutrizione. Nel Medio Evo si entra con dati di consumo per persona (di carni, zuccheri, alimenti proteici) più che dimezzati, non si entra con le insegne di Augusto e le ville di Stabia. A questo generale impoverimento fa da contraltare la spinta delle popolazioni germaniche, sempre alla ricerca di nuove terre da conquistare e sfruttare. A questo punto entra in crisi tutto: compreso il sistema di controllo delle frontiere, operato tramite truppe miste, metà provinciali e metà germaniche, spesso mercenarie, al soldo di un generale poco incline alla causa di Roma.

    In questa prospettiva di disfatta attecchisce una religione millenaristica e fatalista come quella cristiana, molto consolatoria e spirituale. Il messaggio di fondo è che gli umili saranno vincenti nel Regno di Dio. Difficile che un simile messaggio penetri nella Beverly Hills di 2000 anni fa 😛

  18. Infatti fu il “repubblicano” o il “salvatore della repubblica” Silla il primo a dare l’esempio: a riprova di come le istituzioni repubblicane non potessero sopravvivere alla nuova situazione che vedeva l’Urbe al centro di un Impero territoriale di fatto. Per cui sono d’accordo che storicamente il Principato fosse inevitabile, e con la tua affermazione che contenesse in sé i germi della sua caduta. Forse il termine “caduta” è improprio, in quanto fu piuttosto una costante trasformazione (400 anni! E con l’influenza di tutti i fattori a cui tu fai cenno) che con la sua tendenza centrifuga (già Marco Aurelio dovette passare la sua vita da Imperatore più tra Vienna e Sirmio – l’attuale Belgrado – che a Roma) ma anche civilizzatrice portò infine, quasi insensibilmente, allo sfaldamento finale. Ma la di caduta di “Roma” significò anche, come contrappunto, l’impronta definitiva della sua civiltà in Europa e quindi nel mondo.

    Non sono d’accordo con l’immagine di Cicerone “genuflettente”, con cui polemizzo anche nei commenti precedenti: erano le circostanze a spingerlo con realismo ad appoggiarsi a questo o a quello, ma non si può negare il suo attaccamento alle istituzioni repubblicane. Era abbastanza lucido per vedere e riconoscere la grandezza (non solo politica) di Cesare, ma anche per coglierne la pericolosità. Fu una grande figura tragica. Conservatore, ma “uomo nuovo” e “provinciale”. Ambiziosissimo e “politicante”, ma senza intenti “eversivi”. Coltissimo e grande “divulgatore” della cultura ellenica (cominciò con lui, e Lucrezio, il momento di splendore della letterarutra latina), ma “romano” e “repubblicano”.

    Riguardo alla tua ultima frase ri-cito quanto detto sopra:

    (…) il collasso delle libertà greche (…) e quello delle libertà repubblicane romane, avevano tolto ogni illusione, perlomeno nel campo filosofico, nella possibilità di una “piena” realizzazione dell’uomo nelle sole istituzioni terrene.

    Quindi, secondo me, già prima del periodo alto-medievale. Anche se capisco quello che vuoi dire, puntualizzo poi che “millenarismo” è una forma di eresia, cioè una prospettiva “terrena” del Regno di Dio. Prospettiva assolutamente contraria al Cristianesimo.
    Sul prestigio della Chiesa ripeto un concetto già formulato a proposito del paradosso cristiano, cioè che con l’andar del tempo, la società (in tutto il mondo) si sta cristianizzando sempre di più 😛 , e tuttavia questo non significa affatto l’esplosione del “numero dei fedeli” o dei “praticanti”. E’ un fenomeno culturale, non confessionale. Ma su questo mi riprometto di tornare in seguito.

  19. Mi scuso per l’uso improprio di millenaristico, intendevo dire che si poneva in una prospettiva di grandezza terrena, misurabile sulla vastità delle diocesi e così via, con una prospettiva espansionistica (è una fede che non si accontenta di sé stessa, ma tende a diffondersi con opera di proselitismo).

    Oddio, su Cicerone grande figura tragica… s’è svegliato solo contro Antonio 😀 , per il resto è un continuo ondeggiare tra sopravvivenza politica e ville sfarzose. Comprese la grandezza di Cesare e si inginocchiò frettolosamente, comprese quella di Pompeo e fece altrettanto. Sbagliandosi su Ottaviano, contò di manovrarlo, per sciogliersi dal giogo di Antonio. Solo il calcolo politico di Ottaviano ha consentito che Antonio si vendicasse di lui, ma se l’avesse mantenuto in vita è difficile pensare che Cicerone, convinto di essere un secondo Romolo, si sarebbe comportato in maniera differente 😀

    Continuo a obbiettare a questa frase, totalmente astratta dal quotidiano (io ho un approccio materialista 😀 su questo versante): “il collasso delle libertà greche (…) e quello delle libertà repubblicane romane, avevano tolto ogni illusione, perlomeno nel campo filosofico, nella possibilità di una “piena” realizzazione dell’uomo nelle sole istituzioni terrene.”

    L’avevano tolta ai dotti, non a chi zappava la terra per vivere, che era abbastanza disilluso da sapere che il cibo non veniva portato dal Cielo, a dispetto delle formule religiose. La religione, in questi ambiti della vita quotidiana, è massimamente superstizione e una richiesta di aiuto di fronte all’incapacità di far fronte alle avversità materiali. Non già una porta per la piena realizzazione spirituale 😀 / questa è una prospettiva romantica, che vede nella religione il combustibile per vivere meglio. Può darsi che sia così, la Credenza è connaturata all’Uomo. Ma la realtà è che la religione si intreccia sempre alla civiltà nella quale si esprime e si modifica a seconda dei bisogni materiali espressi in quella civiltà.

  20. Cicerone considerò Ottaviano un ragazzetto e fu il suo grande sbaglio. Ma ho forti dubbi che diversamente il suo destino sarebbe cambiato.

    Abbiamo sbrogliato la matassa, chiarendoci su molti punti. Ovviamente, e non poteva essere diversamente, rimangono divergenze sostanziali su alcune questioni di fondo.

    Sarebbe stato più facile convertirti alla causa milanista! 😀

  21. ti incollo un pezzo mio, scritto altrove, sulla commistione tra religione e vita pubblica, nella visione di Cicerone, che penso possa darti degli spunti (dato che il Cristianesimo si è inserito in questo tessuto pagano):

    “Sempre seguendo Cicerone, si può notare, come egli ponga a basi del diritto costituzionale, non già più la divisione dei poteri, vantata altrimenti in altre occasioni, bensì quella commistione tra vita pubblica e religio che ho sopra illustrato brevemente:

    Cic. de rep., II, 10, 17: .. haec egregia duo firmamenta rei publicae peperisset auspicia et senatum…

    Attenzione comunque: la commistione tra vita religiosa e vita pubblica è realizzata sempre su un piano che è molto caro a Cicerone, quello dei patres-patricii. Il discorso è semplice ed è privo di equivoci: gli auspicia appartengono ai patres-patricii, i patres-patricii tendelziamente sono il corpo originale del senatus, al quale fa riferimento Cicerone, rispetto al tempo di Romolo. Dunque, che fine ha fatto la divisione dei poteri? A mio avviso, una questione del genere perde persino valore se riportiamo il discorso su un piano meramente storico, che serve a dare chiarezza. Ho già altrove avvertito qual è la genesi dell’opera in questione, mai dobbiamo dimenticare peraltro che Cicerone è un politico attivo al tempo. Il De Republica non è opera di meditazione come certe opere posteriori scritte al tempo della dittatura di Cesare e del consolato di Marco Antonio. Tutt’altro: è un’opera partigiana al pari dei Commentarii di Gaio Cesare, del De Coniuratio di Sallustio, dell’Eneide di Virgilio. Allora siamo indotti a scegliere tra due pareri contrastanti del medesimo autore e costretti, forse dovremo optare per quei passi dove Cicerone, quasi più acutamente e con maggior relax, osserva come il tribunato sia un calmiere all’eccesso di potere trasferito dalle mani del rex a quelle dei praetores-consules. Ma non finisce qui, perché tra elementi astratti – quali possono essere quelli racchiusi entro la religio – e concreti, Cicerone vi aggiunge un altro elemento, necessario alla costruzione e al perdurare della res publica, la clementia:

    Cic. de rep., II, 14, 27: …excessit e vita duabus praeclarissimis ad diuturnitatem rei publicae rebus confirmatis, religione atque clementia.

    Seguendo Cicerone abbiamo dunque uno Stato che, per adesso, si regge:

    a) su un sistema di poteri in equilibrio derivato da Polibio, che fa perno sul senato, sui consoli, e sui tribuni della plebe, intesi come capi di una plebe che senza questi sarebbe allo sbando e pericolosa.

    b) sull’equilibrio costante tra le pratiche religiose e la partecipazione alla vita pubblica dei maggiorenti della città, ovvero tra il concorso degli auspicia e della volontà del senato.

    c) su elementi astratti come la clementia, che non è esclusivamente la clemenza, come noi oggi la intendiamo. Anzi, vista nell’ottica della storia romana, clementia è da intendere probabilmente nel senso in cui la intendette Giulio Cesare: unione dei vinti e dei vincitori entro la comune causa della vita pubblica.”

    Questo per dire, e mi scuso per la lunghezza, che il discorso relativo alla “necessità laica” del Cristianesimo è molto complicato. Perché l’accettazione dell’ufficio pubblico romano, comportava l’accettazione di una sfera religiosa.

    vade retro col milan! 😀 * il discorso è molto aperto ed è strano doverne parlare via blog! 😀 ti immagini questi discorsi in televisione? pallosissimi 😀

  22. Accidenti, ancora qui! Comincio a credere che le leggende su alcuni peculiari tratti caratteriali dei figli irriducibili della ventosa isola semirettangolare, mai completamente aggiogata al carro della civiltà, che signoreggia sola soletta e assolata al centro del Mediterraneo Occidentale, a distanza di sicurezza da Italici, Galli, Hispanici e Africani, abbiano qualche fondamento! 😀

    Uh! Entri nel dettaglio da esperto…
    Mi viene in mente adesso l’insistenza con la quale Tocqueville sottolinea l’importanza della religione (come aspetto “sociale”, non “istituzionale”) nella democrazia. Non mi sfugge naturalmente che alla base di tutto questo c’è il caratteristico “pratico realismo” dei romani nelle cose politiche. Certo la religione di cui parla Cicerone nel suo trattato, o pamphlet politico, ha ben poco a vedere con quello che pensava lui come filosofo, e non necessariamente in privato. E non penso che ciò costituisse per lui assolutamente un problema. L’impalcatura costituzionale, per così dire, del buon governo che egli tratteggia è robusta, ma non rigida, flessibile quel giusto che serve per adeguarsi alla realtà culturale di un popolo, nella quale la religione è indistinguibile – non come oggi – dalle “pratiche religiose” via via sedimentatasi e arricchitasi nel corso della storia di Roma. Lo scrupolo nelle pratiche religiose era un attestato di “educazione civica” nell’epoca repubblicana.
    Certamente in un contesto del genere i cristiani si sarebbero trovati a mal partito. Anche se, forse, le forme di questa religione eminentemente pubblica avevano ben poco di “confessionale”, nel senso moderno del termine.
    Però mi pare che questa religione pubblica, così “compenetrata” con l’aspetto civico, proprio per questo motivo partecipi alla crisi della Repubblica dall’epoca dei Gracchi in poi, grosso modo. Verosimilmente, nel suo sforzo di pacificazione e rinnovata armonia, Augusto cerca le forme dell’antico. Ma la nuova temperie culturale dell’Impero un po’ alla volta si impone. Noi parliamo di Cristianesimo, col senno di poi, ma in epoca imperiale ebbero enorme diffusione altri culti, come quello di Mitra. Naturalmente questo trapasso si svolge in tempi lunghissimi. Ma è significativo il dualismo latente nella figura di Marco Aurelio: piissimo imperatore, molto “romano” e devoto nella “pubblica” religione, e che tuttavia scriveva “in greco” i suoi “Pensieri” più autentici, concernenti anche il Dio dei filosofi come in questo passo:
    “Acquista un metodo che ti permetta di esaminare come tutte le cose si trasformino le une nelle altre; applicati di continuo a questa indagine, poiché niente può elevare tanto l’animo. Chi lo fa, sì è come spogliato del corpo e, riflettendo che presto dovrà abbandonare tutte le cose terrene e partirsi dagli uomini, sì è rimesso totalmente alla giustizia per ciò che egli stesso ha compiuto, e alla natura universale per ciò che accade in altro modo. Non pensa affatto a quanto il tale o il tal altro potranno dire o pensare di lui, o fare contro lui, poiché gli bastano queste due cose: agire secondo giustizia che in questo momento compie, e contentarsi della sorte che in questo momento gli viene assegnata [“puzza” di Cristianesimo in questa frase! Proprio durante un periodo duro per i cristiani a Roma!] , ed ha allontanato qualsiasi affanno e distrazione, non desiderando altro che procedere per la retta via grazie alla legge e seguire Dio, che sempre procede per la retta via.”

    Potremmo proporre alla TV un Reality rivoluzionario: “L’Accademia dei filosofi”. Ambientazione: epoca greco-romana. Location: qualche ameno luogo in Sardegna, non lontano dalla grotta di Calipso, che sicuramente è da quelle parti, con contorno di fanciulle! Non possiamo rinunciare alla parità dei sessi…

  23. no, vabbè, ma non è che discuto per amore di polemica o per avere ragione, non m’importa proprio. E’ che molto spesso entrare nel dettaglio conviene, per apprezzare quelle sottili differenze che cambiano una prospettiva o un punto di vista. I Romani vengono descritti estremamente pratici, ma hanno un sistema pubblico formato da una triade senato-auspica / consules / plebs-tribunis che non si può licenziare così in due secondi. Tutto qui! 😀 puoi anche non rispondere, mica sono Moggi che deduco la ragionevolezza dei miei ragionamenti dal tuo silenzio 😀 ah ah

  24. Comunque un risultato l’hai ottenuto. Mi è tornata la voglia di rivisitare la storia romana. Ieri, per esempio, tra i soliti e ormai famosi cento volumi della mia libreria che aspettano ancora di essere letti, ho preso in mano il De Natura Deorum di Cicerone.
    Vedi un po’ che guai stai combinando! 😀

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