Bene & Male, Italia

Punto d’incontro: un articolo di Carlo Lottieri

Voglio segnalare quest’articolo uscito oggi sul Giornale, a riprova di come laici e cattolici, o come  liberali e cristiani possano arrivare alle stesse conclusioni riguardo alla res publica.

L’orgoglio dello Stato laico mette il bavaglio alla religione

Poiché in Italia non ci si fa mancare nulla, nei prossimi giorni assisteremo anche ad una manifestazione di orgoglio laico. Quello che fa specie, in prima battuta, è l’utilizzo in senso positivo del termine «orgoglio». Nella mia edizione del dizionario Zanichelli leggo che con tale termine si deve intendere una «esagerata valutazione dei propri meriti o qualità per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto». Mentre un tempo questa parola veniva associata ad attitudini non troppo urbane, bisogna prendere atto che ora – complici i Gay Pride – l’orgoglio è stato sdoganato. Se d’altra parte siamo tutti relativisti, perché mai confinare questo vizio in qualche girone infernale? Nella Commedia, Dante definisce «persona orgogliosa» Filippo Argenti, posto tra gli iracondi immersi nella palude che reciprocamente si aggrediscono con rabbia, ma certo lo spirito del Fiorentino appare lontano dalla nostra sensibilità.
E così oggi gli omosessuali negano con orgoglio la naturalità del rapporto uomo-donna, affermando che non basta rispettare ogni persona in quanto tale (indipendentemente dalle sue «preferenze sessuali»), ma asserendo che tutti bisognerebbe accettare l’idea che l’amore per una persona di altro genere (veramente «altra») e l’amore per una persona del medesimo genere – l’amore omosessuale, appunto – sarebbero la stessa cosa. Il guaio è che questa pretesa verità sta diventando un nuovo dogma, negando il quale si passa per omofobi.
Nella breccia aperta dalle colorate sfilate gay oggi si inseriscono – riutilizzando in senso positivo quel medesimo termine – quanti (con i radicali in testa) hanno organizzato per sabato una manifestazione volta ad esaltare lo Stato laico. Ma c’è davvero da essere orgogliosi di tale creatura? Nutro qualche dubbio al riguardo.
Senza entrare nel merito delle polemiche tra cattolici e laicisti, bisognerebbe comprendere che la costruzione di istituzioni pubbliche «laiche» è stata storicamente funzionale all’espansione del potere. Fin dai tempi di Thomas Hobbes, insomma, i costruttori della sovranità statale hanno avvertito che l’unica maniera perché il Leviatano potesse trionfare quale fattore di pacificazione era che mettesse il bavaglio ad ogni cultura, ideologia e – soprattutto – confessione religiosa. Confinare i preti nelle parrocchie e immaginare una fede ridotta a rito e spiritualità è fondamentale affinché la nuova «religione civile» possa affermarsi e affinché il Dio mortale incarnato dal potere secolare non trovi ostacoli di fronte a sé.
Nel linguaggio corrente si tende a sovrapporre libertà e laicità, ma la seconda nozione è del tutto impensabile (nel suo significato filosofico-politico) senza la terribile maestà del dominio sovrano e senza la sua ambizione a incorporare economia, scienza e ogni altro mondo vitale.
Tra Stato teocratico e Stato laico, allora, tertium datur [mio neretto N.d.Z.]: perché esiste certamente la possibilità di darsi istituzioni meno «orgogliosamente» determinate a controllare tutto e tutti.

Carlo Lottieri (Pubblicato sul Giornale il 06/05/2007)

Questo è invece quanto da me scritto tempo fa (con un contributo di Ismael):

[…] Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi. (dal blog Ismael)

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea)- diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.

Advertisements

4 thoughts on “Punto d’incontro: un articolo di Carlo Lottieri”

  1. Lottieri è semplicemente un grande, proprio il liberale che ho in mente io. Naturalmente non manca chi lo definisce un “conservatore”, con sovrano sprezzo del vocabolario politico e della commistione di piani di confronto. Hai letto il suo articolo che linkavo nel mio ultimo post? Toccava le stesse tematiche, sia pure da un’angolazione leggermente diversa.
    Leggendo l’intervista ad Antonio Tombolini sull’ultimo LibMagazine, tutta giocata sul filo del sofismo e della doxa universalis, mi è venuto in mente proprio il post che hai recuperato per l’occasione, nella seconda parte. Il nichilismo annesso all’aspirazione a un “diritto positivo an-etico o a-morale”, per giunta codificato a partire da presupposti teorici felicemente estranei al “vero” (ontologico o trascendentale), si riduce a mediocre (perché contraddittoria) apologetica del giudizio ex post e del soggettivismo.
    Grazie per avermi nuovamente citato, tra l’altro linkando un pezzo che fu frutto di lunghe riflessioni.

    (Incrociamo le dita: forse la Francia e l’Europa non saranno più le stesse, dopo stanotte. L’esito delle presidenziali meriterà bene un articoletto!)

  2. Ho letto il tuo post e anche l’articolo di Lottieri. Non l’ho commentato perché avevo poco da “ri-dire”. Piuttosto avrei voluto dare una risposta al nostro amico hobbesiano Pseudosauro… 🙂
    Anche sulla distinzione che fa Lottieri tra liberal e libertarian nel contesto americano avrei voluto puntualizzare qualche cosa: cioè che in effetti “liberal” ha mantenuto nel contesto americano (democratico per “nascita”) il significato “convenzionale” originale di “progressista”, mentre nel monarchico continente europeo subito dopo la rivoluzione francese la parola “liberale” designava tutto quello che andava dal liberale, al democratico, al repubblicano (cioè “antimonarchico”), al socialista ecc. Alla fine del secolo XIX, dopo tanta espansione “democratica” e “socialista”, i “liberali” si trovarono a destra dello schieramento politico.
    Sai che provo un certo fastidio per le diatribe intorno alle “sottigliezze linguistiche”. Son cose vecchissime. Mi ricordo che una volta Cavour (magari una volta tirerò fuori il discorso) in Parlamento disse che “noi siamo conservatori e liberali: conservatori perché…liberali perché…). Basterebbe un po’ di onesta intelligenza!

    Mi trovo a provare un po’ d’ansia per i risultati delle elezioni francesi. Evidentemente tutti ne sentiamo l’importanza.
    I primi “rumours” parrebbero incoraggianti.

  3. Ecco qua la citazione da quel maledetto mangiapreti di Camillo Benso Conte di Cavour (15 aprile 1851):

    “(…) Io spero con queste considerazioni che essi si convinceranno che se politica del Ministero è francamente e schiettamente liberale, essa è pure conservatrice; conservatrice non già della parte fradicia dell’edifizio sociale ma bensì dei principi fondamentali sopra i quali la società e le libere nostre istituzioni riposano”

  4. Purtroppo, in questo periodo, mi interesso poco di questi argomenti. Peccato, perchè mi manca la conversazione con voi due, Zamax e Ismael.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s