Family Day: ragioni e preoccupazioni

Due articoli sul Giornale, di parte cattolica, solo in apparenza contrapposti: infatti concordo con ambedue. Se l’uno individua le ragioni dell’impegno politico cattolico, l’altro ne sottolinea i possibili pericoli. Le evidenziazioni in neretto sono mie. Più sotto le mie considerazioni.

LA CHIESA IN PIAZZA PER DIFENDERE I LAICI

di Gianni Baget Bozzo, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007

I partiti della Casa delle libertà hanno scelto di essere rappresentati alla manifestazione, indetta dalla Conferenza episcopale italiana mediante le associazioni cattoliche in difesa della famiglia e di fatto contro il riconoscimento legale della coppia di fatto. Dal punto di vista liberale, si potrebbe dire che alla linea laica corrisponderebbe la scelta di lasciare i singoli di decidere lo statuto giuridico della loro vita di coppia. È quello che avviene di fatto in Italia, sicché il riconoscimento della coppia di fatto non è altro che l’adeguamento della realtà esistente. «Dammi il fatto, ti darò il diritto» è un antico principio della giurisprudenza romana. Per questo un laico non credente di orientamento liberale potrebbe dire che le coppie di fatto sono una realtà e occorre dare ad essa lo stato giuridico che loro conviene. La Chiesa italiana non è una Chiesa integralista, ha accettato che il suo partito, la Democrazia cristiana, introducesse nella legislazione del nostro Paese il divorzio e l’aborto, leggi che portano la firma di un presidente del Consiglio democristiano. Se essa ha oggi deciso di fare un atto così singolare come la prima manifestazione di piazza organizzata dall’episcopato, ciò significa che essa vede la famiglia veramente in pericolo e chiede che il pubblico italiano prenda coscienza su quello che ciò significa. I partiti della Casa delle libertà sono partiti di centrodestra, in cui «destra» ha un ruolo significativo che non può essere discriminato solo perché il termine «destra» in Italia è stato così discriminato da rappresentare la figura del male, mentre il termine sinistra rappresenta quello del bene. Se un liberale si pone la domanda del modo storico in cui egli esiste come liberale, dovrà rendersi conto che proprio l’esistenza della Chiesa ha reso possibile una società in cui essa era distinta dallo Stato e poteva dare vita a spazi sociali non dipendenti dal potere. La libertà occidentale è il frutto di quella distinzione tra Chiesa e Stato che non esiste in nessun’altra cultura proprio perché in nessuna altra cultura esiste il fatto Chiesa come distinto dallo Stato eppure come fonte istituzionale. La fondazione della politica è stata dal Cristianesimo sottratta al mito che fonda la potenza del potere e affidata alla ragione. Il Cristianesimo è il principio della demitizzazione del potere e quindi della libertà. La libertà occidentale è il frutto del lungo cammino della storia europea in cui i valori della verità, del diritto, della libertà sono divenute forze proprie che si impongono al potere. La distinzione tra società e Stato è essenziale al concetto di libertà; e la libertà occidentale non sarebbe esistita se non fosse nato il principio di tutte le differenze spirituali: e cioè la distinzione tra Chiesa e Stato. Alla base di questo sta la famiglia come società primaria, la famiglia monogamica con vincolo indissolubile: e questa istituzione è il presupposto di libertà occidentale. Un liberale non credente deve riconoscere che la sfida nasce nell’emersione dell’Islam come alternativa totale, unita all’emersione delle grandi potenze asiatiche, e pone in discussione, non la differenza tra liberali e cattolici, ma quella di occidentali e non occidentali. Il liberalismo è nato dalla storia cattolica, anche se ha dovuto reagire contro di essa. Ma la posizione della Chiesa ha sempre mantenuto fermo il concetto di legittimità dello Stato anche quando introduceva leggi che essa non approvava. Un liberale laico può dunque comprendere che riconoscere il modello sociale dell’Occidente nel momento in cui esso entra in crisi e apre la via in Europa a una società multiculturale, richiede lo sforzo di una maggiore attenzione. Comprendendo che, se la Chiesa scende in piazza, la motivazione di questo gesto non riguarda i rapporti tra Chiesa e Stato ma la conservazione del cuore della tradizione che ci ha fatti liberi.

MA AI CATTOLICI NON SERVONO “VITTORIE POLITICHE”

di Alessandro Maggiolini, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007

È ancora necessaria, oggi, la manifestazione dei cattolici a favore della famiglia?C’è chi esalta l’iniziativa della famiglia tradizionale. E forse ha qualche motivo per la propria convinzione. Forse a partire dall’uomo delle caverne si impone l’uso della famiglia con tanto di casa, con tanto di papà e mamma, con tanto di figli, senza tanti fronzoli. Forse il raduno potrebbe essere una manifestazione enorme. Da parte mia pur condividendo le posizioni della Cei sui Dico mi permetto di esprimere qualche preoccupazione sulla riuscita della manifestazione. Potrebbe essere che la desiderata piazzata contro i Dico possa rivelarsi addirittura controproducente. E metto un dubbio sulla manifestazione a favore della famiglia, anche se spero che le posizioni della Cei sui Dico possano avere un esito trionfale o quasi. A suo tempo piacque a molti l’idea della manifestazione di folla: sembrò un salutare segno del risveglio del popolo cattolico. La Chiesa ha fatto molto per risvegliare le coscienze al riguardo. Ma compito della Chiesa è creare una coscienza cristiana e umana (e lo ha fatto), non quello di vincere. Se andasse in cerca di «vittorie politiche» rischierebbe di snaturarsi in partito con conseguenze gravi per la fede che è molto più importante dei Dico (la legge che contesta [? “consente”?] l’aborto, che è ben peggio sul piano morale, non esiste già da 30 anni?). La manifestazione è rischiosa anche per le reazioni che potrebbe scatenare. I segnali di questi giorni sono preoccupanti e emblematici. Non a caso di recente il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, è dovuto correre ai ripari per attutire quella che poteva essere una smodata reazione dell’Osservatore Romano nei confronti di espressioni offensive. Una tale manifestazione si espone al rischio di provocare incidenti. Si potrebbe rischiare di alimentare un cattolicesimo reattivo, da sfida di piazza, un cattolicesimo che subisca il contagio dell’integralismo. È fondamentale che la coscienza dei cattolici italiani sia formata e convinta dei valori fondamentali che sono alla base della dignità della persona umana e della famiglia, matrimonio e sacramento. Oltretutto i cattolici non sono neanche attrezzati per adunate oceaniche d’impronta politica. Una cosa è esprimere lo stato d’animo e il buon senso degli italiani come nell’astensione sulla Legge 40, altra cosa è trasformare il cattolico italiano normale, in truppa di piazza. È innaturale. Oltretutto oggi si constata che diversi credenti, come pure alcune aggregazioni cattoliche, si mostrano indifferenti al problema della difesa della famiglia-sacramento. Vogliamo tentare un’alea che peserà su moltissimi italiani? Sia chiaro: ci si auguri l’opposto delle preoccupazioni espresse in queste righe. Si auspica che la manifestazione sia l’espressione di coscienze convinte e vere.

Vi sono al giorno d’oggi due forme possibili di degenerazione dell’impegno dei cattolici, e in genere dei cristiani, in politica. L’eresia accomodante del cattolicesimo adulto,  i cui protagonisti, come ho scritto in La libera Chiesa e il Sinedrio laicista:

[…] Per venir incontro allo Spirito del Mondo, hanno inventato una nuova teoria, pur contrabbandandola per quella liberale (e cristiana, dico io) che distingue tra morale e legge, tra peccato e crimine: la teoria della doppia morale. […] In pratica per il cristiano ciò significa la rinuncia a priori ad ogni lotta politica sui temi etici di fondo e il suo farsi garante non solo della legittimità ma anche della validità morale di ogni altra visione del mondo in quanto legislatore; e un continuo esercizio di fine-tuning della propria posizione politica sulla scia del relativismo etico.  Siamo ben lontani dalla scelta del male minore e da ogni realismo nelle cose di questa terra; siamo alla pura e semplice rinuncia alla testimonianza che rimane utile e vivifica la società anche nel momento della sconfitta politica, in quanto è indispensabile in una democrazia moderna, pena la decadenza,  che la coscienza dell’individuo non riposi passiva nel solco della legge. La quale, in assenza di un vasto, continuamente vivo e aperto pubblico dibattito sui temi etici, viene a costituire passo dopo passo, nell’indifferenza generale, l’unica etica riconosciuta. Certi liberali dovrebbero rendersi conto che è proprio il continuo fermento e il ribollire della polemica su queste tematiche nella scena politica e nell’opinione pubblica (quale esempio migliore degli Stati Uniti d’America?) a tener vivo il sentimento della libertà individuale, non la privatizzazione dell’etica che conduce viceversa […] ad uno stato etico di ritorno.

E l’eresia subdola del tradizionalismo. E’ un pericolo in realtà molto, ma molto relativo, ma conviene farne cenno. Attenzione: la Chiesa è Cattolica, cioè Universale. Ed è Universale perché parla all’Individuo. Non parla ad un ethnos, sia pure un superethnos europeo od occidentale. Teologicamente parlando espressioni come nazione cattolica costituiscono delle concezioni ereticali. Popolo e Tradizione sono nozioni primarie, importanti e vive, che non devono essere violentate nel segno di una Zivilisation annichilatrice di ogni Kultur. Ma non possono sostituirsi a Dio e alla Verità. Il richiamo alla tradizione può tramutarsi in una sterile difesa della forma, cioè dell’interfaccia giuridica della società, lasciandone appassire il cuore vivo, “il cuore della tradizione” nell’espressione di Baget Bozzo. Un Occidente reazionario non deve creare dei nuovi Gentili, di stampo religioso o filosofico. E attenzione ancora: che non sia proprio attraverso la Famiglia, messa al centro di una concezione socialista/statalista della società, dove più che alla Provvidenza si dà credito allo Stato-Provvidenza, che questa eresia tradizionalista abbia a compiersi, come queste parole di Pezzotta fanno pensare:

La famiglia sempre piu’ diventa un bene e un “affare” pubblico che contribuisce a formare la coesione sociale e la qualità dello sviluppo, elementi senza i quali la repubblica deperisce. Noi vogliamo fare della famiglia una “causa nazionale” e stabilire il principio che ognuno deve poter avere i figli che vuole, senza che questo comporti una drastica diminuzione del tenore di vita. Per noi che oggi siamo convenuti in questa piazza, senza distinzioni di fede, di cultura, di ideologia e di orientamento politico, affermare che la famiglia deve sempre avere una rilevanza sociale, politica e civile significa, in ultima analisi far riferimento al bene comune e – come tutti sappiamo – il bene comune dovrebbe essere sempre l’unico e discriminante criterio dell’azione sociale, economica, politica e legislativa.

La grande manifestazione del Family Day e il contrappunto lillipuziano della Giornata che qualcuno con involontario senso dell’umorismo ha avuto il coraggio di chiamare del Coraggio Laico (si è mai visto in Italia che una professione di laicismo abbia tagliato le gambe a qualcuno? Quando invece molto più spesso è stata l’indispensabile professione di fede per entrare nelle alte e meno alte sfere della nomenklatura?) hanno rappresentato, con la loro pubblica, schietta e corretta contrapposizione, tutto sommato una giornata positiva nella storia politica del nostro paese. La democrazia muore nel silenzio.  Una sua sana fisiologia necessitava di questa manifestazione cattolica. Romano Prodi, col suo solito opportunismo meschino, sempre pronto a scantonare di fronte ai problemi,  ha tirato fuori l’ennesimo luogo comune fuori luogo, andando a rivangare storie di Guelfi e Ghibellini. E si capisce: il suo stile spirituale  è quello di manzoniana memoria: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire.” Non ci si può sottrarre tuttavia all’impressione che  fra i partecipanti alle due dimostrazioni romane vi sia, per ora, un punto purtroppo negativo in comune: l’idolatria della legge da parte sia dei laici che dei cattolici. E’ una forma di immaturità culturale e staremmo per dire democratica, se un’interpretazione moralistica della democrazia non fosse già stata alla radice di continue e disastrose mistificazioni, vedere nella legislazione positiva la consacrazione morale di un diritto o di un dovere. O, per converso, la consacrazione nichilista di un diritto positivo totalmente svincolato da considerazioni etiche: lo è, vincolato, ma solo in seconda battuta e indirettamente. La secolarizzazione è figlia della civiltà cristiana. Questo è vero anche se nella storia, come ho scritto ne Il paradosso cristiano, essa si realizza spesso per strappi, poi riassorbiti, anticristiani. Anch’essa obbedisce ad un disegno di Dio, che non è però direttamente un disegno di salvezza. Questa riguarda l’individuo, non la società. Ma è un disegno di libertà. Perché Dio anche nella società, compatibilmente con le condizioni storiche, sociali, economiche, vuole uomini liberi di scegliere. La buona secolarizzazione avviene quando una norma del diritto positivo, nella maturità dei tempi, viene culturalmente desacralizzata nei due sensi: ossia, non soltanto non viene più sentita culturalmente come un’emanazione diretta della dottrina morale di una religione, in una pericolosa confusione dei piani, ma la sua abolizione non causa nemmeno una santificazione laica dell’atto fino a quel momento condannato dalle leggi. Per parafrasare quanto dice S. Paolo a proposito della Legge Mosaica, essa ha terminato la sua funzione pedagogica, che ha preparato l’uomo a muoversi con le sue gambe. Cosicché i costumi cambiano, nel senso della tolleranza, ma non sono latori di una nuova morale sostitutiva; e non concretizzano una sconfessione dei fondamenti del diritto naturale (quei fondamenti che la Chiesa vede oggi in pericolo). La tolleranza, per essere veramente tale, ha un suo rovescio della medaglia: la libertà incondizionata di critica morale, sia pubblica che privata. Cose già dette. Ma repetita iuvant.

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2 thoughts on “Family Day: ragioni e preoccupazioni

  1. Un messaggio tanto innocente che i Grandi Sistemi di Sicurezza 😎 😎 😎 del mio blog avevano bloccato come spam… In questo mondo non si crede più a nulla! 😦

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