La casta di Montezemolo

Ieri, col discorso da peronista salottiero di Montezemolo all’Assemblea di Roma della Confindustria, nella lotta interna al partito delle nomenclature, il Partito Democratico, la fazione tecnocratica ha sparato una grossa bordata. Caso editoriale ancora prima di uscire, sponsorizzato dai vertici dei poteri forti della cupola confindustriale come nelle democrazie a regime ridotto, il libro di Stella & Rizzo contro la casta dei politici, che se fosse stato lanciato dalla Padania o dal Giornale si sarebbe beccato l’accusa di becero qualunquismo, ha fatto da battistrada, accompagnato dallo squittio servile di illustri firme del Corrierone dei Grandi, il grande mestatore dell’antipolitica e fautore del commissariamento della politica. Le responsabilità del giornale di via Solferino nella degradazione della vita politica italiana e nella diseducazione democratica del popolo italiano hanno raggiunto ormai dimensioni storiche, da Mani Pulite in poi.  Nella sua spudoratezza Montezemolo ha avuto il coraggio di dire:

“è caduto il muro di Berlino, ma in Italia non è scomparsa la tentazione di prendersela con l’impresa, alimentata da un clima di ostilità di alcuni settori della politica. Nel capitalismo italiano sta crescendo una nuova borghesia che ha coscienza di sé, ma nella società sembra ancora prevalere una visione vecchia dell’impresa, che non tiene conto dei mutamenti epocali che sono avvenuti in questi anni”

Già, quella stessa nuova borghesia di cafoni e padroncini che a Vicenza tributò un’ovazione a Berlusconi tra gli sguardi terrei dei rappresentanti della casta confindustriale. E via allora col ridicolissimo mito, alla fola provinciale della classe dirigente, che nessuno sa bene cosa sia ad esempio nei villici paesi anglosassoni come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. I beoti italici ancora non hanno capito che la classe dirigente non è nient’altro che l’incarnazione di una nuova oligarchia, che ai tempi della Rivoluzione Francese si chiamava Comitato di Salute Pubblica e ai tempi del glorioso di vergogne Partito Comunista Italiano si chiamava Comitato Centrale: di qui le affinità elettive tra l’ala dalemiana dei DS e gli Happy Few di Viale dell’Astronomia. E difatti i commenti esplicitamente positivi alle parole di Montezemolo sono venuti proprio dalla coppia D’Alema-Bersani. Nonché da sua nullità l’invertebrato Casini, già dimentico dei bellicosi proponimenti Sarkozyani, che coltiva il sogno di costituire la stampella di destra del Triumvirato e Direttorio D’Alema-Montezemolo-Casini, magari rappresentato alla presidenza del Consiglio dal fidato Bersani. Un governo siffatto altro non sarebbe che il garante degli equilibri e delle rendite di posizione dei potentati economici bianchi e rossi, ben visto anche da quella sciagurata componente azionista della politica nostrana, che nel Corriere ha una delle sue voci più importanti, e che altro non è che la componente elitaria e giacobina dei liberali. Rinserrare le fila dei potentati e dei latifondi economici stratificati e coniugare la loro difesa con le esigenze di modernità e riforme liberali di cui ha bisogno l’Italia; a questo imbroglio prestano il loro aiuto volenterosi più o meno consapevoli di sé: dalle signorine grandi firme dei giornali – nella loro non grandezza incapaci di coltivare la solitudine dei testimoni scomodi, e capaci invece di conciliare acrobaticamente appartenenza alla grande Casta e anonime denunce dei mali che affliggono il nostro paese – alla schiera sparuta dei delusi seguaci del profeta Pannella.

A questa regressione della democrazia italiana, a questo sogno ottocentesco di una democrazia non partecipata ma gestita da una classe di Ottimati, la stessa classe che ha fatto mancare al governo Berlusconi ogni appoggio nello sforzo di modernizzazione del paese in quanto strutturalmente conflittuale con gli interessi da essa rappresentati, a questa micidiale ed eversiva iniezione di sfiducia nelle vene della nazione italiana, noi dobbiamo opporre un fermo No.

Il manipulitismo non ha distrutto la destra, ha distrutto ogni forma di rappresentazione popolare a sinistra  e quindi ogni sua eventuale maturazione politica: da allora la sinistra è divisa schizofrenicamente tra una sinistra veteroantagonista ed una che somiglia più a un comitato d’affari, che solo l’attuale ecumenismo farfugliante e grigio di Prodi o quello futuro da Luna Park di Veltroni possono tenere insieme, al prezzo altissimo dell’immobilismo. Il populismo che ipocriticamente si rimprovera a Berlusconi è invece l’unica vera forma costruttiva di mediazione politica sviluppatasi in Italia negli ultimi vent’anni.  Ma qualcuno la vorrebbe surrogare con il vecchio che avanza del capitalismo feudale dei Montezemolo e Bersani, i Nuovi Lumi della Reazione.

Update: riporto l’articolo apparso oggi, 26 maggio 2007, sul Giornale a firma di Gianni Baget Bozzo, del tutto in linea, nella sostanza, con quanto scritto nel mio post. Che questa ostinata corresponsione d’amorosi sensi tra le mie e le sue opinioni debba incominciare a preoccuparmi…?

CORPORAZIONI DI POTERE

È stato per primo Massimo D’Alema a dichiarare l’affinità tra la crisi dei partiti del ’92 e l’attuale situazione della democrazia italiana nel 2007. Nel ’92 si ebbero governi con maggioranze trasversali che fecero le più dure finanziarie della storia della Repubblica. Fu Berlusconi a inventare la soluzione democratica della crisi istituzionale, introducendo il bipolarismo tra destra e sinistra.
Dichiarare da parte del più autorevole leader della maggioranza che i partiti hanno fatto una seconda volta fallimento, delinea un fatto che possiamo considerare in questi termini: durante i cinque anni del governo Berlusconi il pericolo per la democrazia era Berlusconi, il caimano. Dopo un anno di governo dell’Unione, è la fiducia degli italiani nella democrazia che viene posta in gioco proprio da questo governo e da questa maggioranza. E ancora una volta si vede ricomparire l’antica soluzione di un governo di partiti di «centro», titolato a governare per la sua posizione centrista con il supporto delle istituzioni economiche. È tornato l’antico slogan di James Burnham «il governo dei tecnici». I due punti di riferimento di questa posizione neocentrista sono Mario Monti e Pierferdinando Casini. Il fine è molto semplice: rompere la forma di democrazia diretta realizzata con il bipolarismo e imporre il «governo dei saggi» in cui è la saggezza degli indipendenti a determinare la loro qualità politica.
La tesi è che distrutti i partiti è diminuita la qualità della dirigenza politica e si è affermata la sua autoreferenzialità legata alla difesa dei privilegi personali dei politici e all’espansione delle cariche della politica ottenuta con la moltiplicazione delle istituzioni. La morte dei partiti della prima Repubblica non ha giovato alla democrazia.
Dopo un anno di governo della sinistra con il ritorno al potere di tutti i partiti della prima Repubblica, riuniti in un’unica coalizione di governo, sorge di nuovo una protesta che nasce da Milano, ha per centro il Corriere della Sera, per braccio secolare il potere di una Confindustria che rivela il suo titolo di ceto economico in contrapposto a un ceto politico che fa lievitare i costi sul nulla di fatto, mentre le imprese sono l’unica forza in cui si costituisce il potere economico e sociale del Paese. La linea dunque è semplice, si tratta di selezionare i dirigenti da parte del personale delle istituzioni burocratiche ed economiche e fare non della democrazia ma delle corporazioni il centro fondamentale del potere politico.
Berlusconi ha fatto notare che la Confindustria si impegnò a far cadere la riforma costituzionale fatta dalla Casa delle libertà che conteneva le stesse richieste che oggi fa la Confindustria. Il problema politico è questo: esiste un’opposizione di centrodestra che non ha occupato i posti dello Stato e che ha cercato di governare l’Italia come una grande impresa. La soluzione democratica sarebbe quella di appoggiare Berlusconi e unire le posizioni nella Casa delle libertà. Si entrerebbe così nel filone democratico dell’alternanza. Se la Confindustria attacca direttamente la politica e quindi la democrazia, proprio nel giorno in cui per favorirla il governo Prodi riduce il cuneo fiscale, si crea un problema che riguarda la sostanza democratica del Paese. In democrazia la delegittimazione si manifesta come alternativa politica sul piano democratico: ed è così accettabile all’interno della società civile che vive la sua unità di nazione e di Stato.
Montezemolo propone come Confindustria una linea politica che comporta la distruzione del bipolarismo che Berlusconi ha introdotto nella democrazia italiana. Casini fa sapere che è d’accordo: dove mai va a finire il «centro»?

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5 thoughts on “La casta di Montezemolo

  1. condivido in pieno,
    preoccupato solo che questa manfrina sia un altro modo per permanere nell’immobile stato comatoso del Paese.

  2. Credo sia corretto non fermarsi ad un primo e superficiale apprezzamento per la clamorosa virata di stile e di posizione di LCdM, chiedendosi cosa l’abbia veramente motivata e, soprattutto, dove vada a parare. Mi sembra perciò legittimo avanzare più di qualche dubbio, da te ben sostenuto, nell’accettare questa sorta di conversione come qualcosa di veramente positivo ed innovativo nel quadro politico-istituzionale italiano. Qual’è il vero obiettivo? Un governo tecnico di transizione a sua guida?

  3. Guarda, il libro di Rizzo e Stella sarà ruffiano, malizioso, ma evidenzia un dato clamoroso: l’incapacità della politica di produrre rispetto ai suoi costi. E’ una visione aziendalista, ma i dati riportati sono scandalosi e indegni di un paese che vorrebbe funzionare. E bada bene che questa ingessatura e incapacità c’era pure col precedente governo, del quale forse rimarrà l’unica cosa decente che ha fatto davvero: la Legge Biagi.

    Il governo Berlusconi non era ingessato da altri, ma dalla solita composizione di coalizione, che costringe a troppe marce indietro. E da un’effettiva incapacità di agire in profondità, nel seno della società italiana. Troppe leggi farraginose e poca convinzione. Idem adesso, peggio anzi, dato che la frammentazione è maggiore.

    Non è che c’è una crisi della politica, quella è un’invenzione dalemiana. E’ in crisi il consenso, la partecipazione democratica, la capacità di cambiare che dovrebbe provenire da noi stessi.

  4. Grazie per i commenti (Fausto G è sempre d’accordo con me! 😀 )
    @ Watergate
    Il libro di Stella & Rizzo non lo leggerò. E sai perché? Perché prendo per buono tutto quello che c’è scritto e che i giornali ci propinano in abbondanza: problemi zero, e nessunissima sorpresa. Un bel mucchio di schifezze, che m’indignano … ma non di più, anzi, forse meno, del puritanesimo a giorni alternati delle grosse firme del Corriere: il peggio del peggio! Vedere come dei polli in batteria, uno dopo l’altro, a comando, i vari Romano, Stella, Di Vico, Monti, Ichino e compagnia, spargere a piene mani facile moralismo sul malcostume della politica e della pubblica amministrazione, quasi fosse una novità di cui LORO hanno la virtuosa esclusiva, è un’esperienza umiliante. Ma non è moralismo! Nooo! “E’ che non ce lo possiamo permettere!!!” come gracchiava l’altro giorno dagli schermi televisivi Stella. Ma, dico, ci vogliono prendere in giro? E dove erano questi signori quando lo Stato, cioè i contribuenti, facevano il bocca a bocca alla Fiat per mantenerla in vita un anno sì e un anno no? Rievocare (o invocare?) “la marea del ’92” come ha fatto Sergio Romano (ora, e solo ora, tutti insieme – i ragazzi del coro! – nel momento in cui si sono resi conto che con questo governo l’Italia resta inchiodata alla non-crescita) non equivale forse a gettare un … enorme meteorite e nascondere la mano? I disegni di potere si fanno sempre scudo di ragioni moralistiche. E questo è un disegno di potere: solo un cieco non lo vede! E quello che è peggio è che questo “alzamiento” telecomandato dai salotti dei “ricchi” non fa altro che minare ancora di più la fiducia degli italiani in se stessi, e nella loro capacità di venire fuori dalla situazione in cui si trovano. La crisi di consenso e di partecipazione di cui parli vede loro tra i principali responsabili. E non a caso. Perché al fondo della loro anima aristocratica, come in quella dei giacobini e dei comunisti, vi è un’enorme sfiducia nel popolo, cioè nel singolo individuo. E se in democrazia l’imprudenza populistica è un grosso errore, la sfiducia – non esplicitata nelle parole, ma trasmessa coi fatti – è un crimine! Quand’anche con questo disegno si riuscisse a rimettere in sesto l’economia italiana (impossibile da parte di un’oligarchia reazionaria), ciò sarebbe solo una vittoria di Pirro, perché sarebbe conseguita al prezzo del fatale indebolimento del sentimento democratico in Italia, che alla successiva epidemia sarebbe spazzata via.
    Il governo Berlusconi non aveva solo problemi interni alla sua coalizione, ma si doveva confrontare a tutti i poteri stratificati da decenni di consociativismo, una muta massa di potere che si è innervata in tutti i gangli della nostra società. Da questa massa la coalizione di centrodestra è stata sempre sentita come un nemico da abbattere. Anche perché proprio nel berlusconismo, dico io, proprio nel lazzaronesco ed improbabile berlusconismo, essi istintivamente hanno visto un indizio autentico di quella partecipazione democratica di cui tu parli e che essi temono come la morte. Siamo nel mezzo di questa battaglia. Non siamo in una situazione normale. Io voglio vincere. Ora non è il tempo delle divisioni. L’Italia mi farà pur schifo, ma non tollero lo sfascismo dei bellimbusti dei salotti buoni. E spero solo che non trovino sciocchi alleati.

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