Italia

Gli sfascisti del Corriere

Da un po’ di tempo a questa parte gli attempati e onusti di gloria  ragazzi del coro del Corriere della Sera si sono specializzati nell’imbeccarsi a vicenda, cosicché ogni giorno ognuno riprende dove l’altro aveva lasciato. Tocca oggi, 27 maggio, ad Angelo Panebianco coronare in bellezza questa epica settimana di giornalismo indipendente e disinteressato, con un articolo che arriva simpaticamente come la ghigliottina sulla testa di quell’immonda politica oggetto da giorni del vellutato e serrato giustizialismo di via Solferino; articolo alla bisogna intitolato – perché dal volgo urge farsi capire – nientepopodimenoché: “Il discredito della politica”. (In fragorosa sintonia – guarda caso – con quello apparso sulla Stampa a firma della stella del conformismo progressista europeizzante Barbara Spinelli, titolato, invece: “Il suicidio della politica” )

Ciò che più impressiona delle reazioni negative di tanti uomini politici alla spietata e documentata analisi-denuncia del presidente di Confindustria è che nessuno, dico nessuno, di quei critici è stato capace di contestare nel merito anche una singola virgola di quanto Montezemolo ha sostenuto. Nessuno, fra i professionisti della politica, è in grado di negare che la politica, e il sistema pubblico che da essa dipende, siano ormai un motore ingrippato, e la principale causa dei mali italiani.

Ciò che più impressiona di questo ridicolo incipit è che il discorso di Montezemolo, pieno zeppo di ovvietà che per molti anni evidentemente sono sfuggite alle teste fini del Corriere, viene presentato come un illuminante squarcio di verità: forse è meglio che Panebianco scenda al bar sotto casa, a informarsi presso gli avventori sulla generale reazione che  il volgo italico ha avuto alla Rivelazione Montezemoliana e che noi, riassumendola sinteticamente, gli sussurriamo ad un orecchio: embé? Gli direbbero anche che la sua osservazione sulla politica, principale causa dei mali italiani, loro, che normalmente discettano di femmine e calcio, con robusta concretezza e ammirevole concisione l’esprimono con un bel “Governo ladro!”

In quella che alcuni chiamano «crisi della politica» va distinto l’aspetto congiunturale da quello strutturale. C’è una crisi specifica, contingente, legata alla natura della coalizione oggi al governo. Una parte della paralisi decisionale che ci attanaglia dipende dalla debolezza della maggioranza e, in particolare, dal suo vero fallimento: l’incapacità di «costituzionalizzare le estreme». Nessuna democrazia bipolare può funzionare se le estreme non vengono addomesticate e controllate, se hanno un ruolo rilevante nelle politiche di governo. È dalla nascita del governo Prodi che le estreme, non addomesticate, hanno quel ruolo. Con effetti devastanti per i consensi all’esecutivo. La mancata costituzionalizzazione delle estreme ha ricadute su tutti gli aspetti delle politiche pubbliche, si tratti del blocco di infrastrutture vitali, di tasse e spesa pubblica, della sicurezza, o della politica internazionale del Paese. Si pensi a ciò che accadrà fra pochi giorni:l’estrema sinistra riceverà, come componente del governo, il presidente degli Stati Uniti, partecipando contemporaneamente a una manifestazione contro di lui.

Lo dica al direttore del suo giornale, illustre sponsor del coacervo Prodiano, che della “costituzionalizzazione delle estreme” si fece mallevadore presso il ceto medio italiano, in nome di quella stessa casta confindustriale che adesso dottoreggia, bleffando da imbonitore fatto e finito. Per un minimo di decenza, e a parzialissimo indennizzo degli “effetti devastanti” di cui è corresponsabile, non sarebbe opportuno che si schiodasse dalla sedia di direttore del quotidiano della nuova borghesia confindustrialmente corretta di mammolette opportuniste cooptate dai gran sacerdoti di Viale dell’Astronomia? Naturalmente, sappiamo tutti, io e lei, e tutto il mondo col cervello funzionante a minimo regime, che il calcolo delle alte sfere era che le passate elezioni segnassero l’annichilamento del Berlusconismo e la “costituzionalizzazione delle estreme” altro non fosse, grazie alla sperata schiacciante vittoria Prodiana, che la marginalizzazione aritmetica dell’ultrasinistra. Suvvia, un po’ di virile schiettezza, per Dio!

L’aspetto congiunturale della crisi si incontra con l’aspetto strutturale, perché una politica paralizzata dalla mancata costituzionalizzazione delle estreme infligge un colpo mortale alla democrazia bipolare, porta acqua alle tesi di coloro che (a loro volta sbagliando, a causa di una memoria troppo corta) pensano che un sistema «bloccato al centro», un sistema con un nuovo centro eternamente governante sia la soluzione per i mali italiani.
Aspetti congiunturali a parte, c’è dunque una crisi di sistema: dipende dal fatto che la Seconda Repubblica non è mai nata, è stata solo una promessa o un miraggio che ci ha accompagnato dai primi anni Novanta, e adesso che la promessa è svanita ci ritroviamo ancora a vagare fra le macerie della Prima Repubblica, senza che siano in vista soluzioni. Gran parte dei mali attuali della politica sono segni di una crisi di sistema a cui nemmeno un nuovo ricambio di governo, checché ne dicano le opposizioni, potrà porre veri rimedi.

Evidentemente Panebianco è quell’analista politico tutto d’un pezzo che democristianamente “guarda a sinistra”. Perché sennò si sarebbe accorto, da una decina d’anni, che la “costituzionalizzazione delle estreme” è esattamente quello che è riuscito a destra al Cavaliere. Tanto è riuscita che lo stesso suo imperturbabile direttore più d’una volta si è esibito in lusinghiere attestazioni di stima per l’ex “fascista” Fini, accompagnate da neanche tanto nascosti inviti a emanciparsi dall’estremista settantenne coi capelli rifatti. Se c’è una crisi di sistema, non sarà forse perché il sistema è monco? E monco dalla parte che coltiva una relazione speciale con le redazioni dei grandi giornali?
Sia come sia, dunque, stante questa crisi, siccome (lo dice Lui, lo dicono Loro) un ricambio di governo non serve, non si parli proprio di nuovi elezioni. E nemmeno della palude del centro vecchio stile.

Sappiamo qualcosa su come e quando cambiano le democrazie. Sappiamo che esse non cambiano solo perché sono in crisi: possono restare in quella condizione per decenni, immobili, mentre trascinano lentamente alla rovina il Paese. Le democrazie cambiano solo quando (di solito, a seguito di una crisi repentina e drammatica) si apre, per un breve momento, una «finestra di opportunità», e appaiono leader capaci di imporre una radicale ristrutturazione delle regole del gioco. La fine del «primo sistema politico» della Repubblica avvenne per il combinato disposto di un mutamento geo-politico (la fine della guerra fredda), una crisi finanziaria, e l’intervento della magistratura. Avemmo una mezza Algeria ma senza un de Gaulle, senza incontrare un leader davvero all’altezza della situazione.
Si aprì comunque una finestra di opportunità che consentì alcune limitate innovazioni, come la legge maggioritaria del 1993, le leggi sull’elezione diretta di sindaci e presidenti regionali e l’alternanza al governo. Quella finestra di opportunità si è chiusa da un pezzo. Non ne sortì quella riforma complessiva delle istituzioni che avrebbe dovuto fare dell’Italia un’efficiente democrazia bipolare. E quando i partiti ebbero modo di riorganizzarsi tornammo addirittura indietro (con la riforma elettorale voluta dal governo Berlusconi).

“Radicale ristrutturazione delle regole del gioco”: se c’è una caratteristica rivelatrice dello spesso infantile e pericoloso liberalismo d’importazione continentale rispetto a quello anglosassone è proprio questo fideismo nei sistemi e nelle regole. Tutto si risolve con una legge, con una regolatina al “sistema”, o con una rifondazione del “sistema”. Gattopardisticamente. Miracolisticamente. E non invece con la lotta reale a poteri sedimentati e arcigni, che in Italia tutti conosciamo, e che in Italia si dovranno abbattere per risolvere la crisi di sistema, e sulla cui necessità opportunisticamente il Corriere mostra di non sentire, di non vedere e manco di parlare.

Berlusconi, appunto. Di lui si deve parlare, essendo stato il vero dominus, nel bene e nel male, della politica italiana dal ’94 ad oggi e, ci dicono i sondaggi, lo sarà ancora a lungo.
Berlusconi non è l’uomo nero che molti si ostinano a dipingere e ha fatto, insieme a cose sbagliate, e anche sbagliatissime, anche diverse cose buone. Il suo vero grande limite è che fece al Paese la promessa di una rivoluzione liberale e non l’ha mantenuta. Credo che stia proprio in quel fallimento la causa della crisi di sistema. Berlusconi ha avuto, per un momento, l’occasione di dare uno sbocco positivo alla crisi della Prima Repubblica ma l’ha in grande misura sprecata. Non è stato né de Gaulle (il costruttore di nuove istituzioni) né Thatcher (l’artefice di una rivoluzione neo-liberale).

E chi non se lo ricorda il saluto entusiasta del Corriere, della Stampa, del Sole 24 Ore, all’annuncio della rivoluzione liberale di Berlusconi? Chi non ricorda il fulgido coraggio degli Agnelli e dei De Benedetti nel 1994, e l’intendenza giornalistica al seguito, quando lasciarono solo il Cavaliere  per mesi nel suo tentativo di riforma delle pensioni, che pensavano furbescamente di intascare senza pagare il dazio dell’impopolarità (classe dirigente, davvero!!!), per poi svegliarsi di soprassalto, all’ultimo giorno, quando la situazione era compromessa? Il loro stile è stato lo stile della grande stampa e della grande industria nell’ultimo decennio coi governi di centrodestra: imboscarsi nei momenti caldi dello scontro politico e sociale, anzi, quasi sempre remare contro, e fare “squadra” con chi cianciava di concertazione, per poi fare le pulci, miserevolmente, alla CDL quando la buriana era passata. In una parola, il Giavazzismo.

Per questo ora ci ritroviamo, dopo un lungo giro, di nuovo al punto di partenza, alla crisi di sistema così come l’abbiamo conosciuta alla fine degli anni Ottanta. Né sembra che Berlusconi ne abbia tratto insegnamento. È vero che è il «popolo», e non la Confindustria o i tecnici, che deve scegliere i governi, ma sono le élite che devono trovare le soluzioni politiche tecnicamente valide per dare soddisfazione alle aspirazioni del popolo. Uno dei problemi del governo Berlusconi fu che mancarono soluzioni tecnicamente adeguate per realizzare, su diversi fronti, la promessa rivoluzione liberale.

Dalle élites, quelle stesse incarnazioni di una politica da dinosauri che sono state clamorosamente battute in Francia con la vittoria di Sarkozy, ci guardi Iddio…; “le élites che devono trovare … le soluzioni … per il popolo …”: non c’è che dire: un bell’esempio di liberalismo british! Se i problemi veri sono quelli evocati da Montezemolo l’altro ieri perché la Confindustria non ha seguito in questi anni la retta via di un appoggio esplicito, pungolandolo nel caso, ai tentativi di riforma del governo Berlusconi? Perché ora non ammette di essersi sbagliata? Perché la Confindustria le prova tutte fuorché … Berlusconi? Eh? Perché? Non sarà perché le riforme le vuole, ma addomesticate? A uso e consumo dell’oligarchia che la governa? Che vuole diventare l’azionista di riferimento di un patto di sindacato che questa volta non mira a Telecom o a qualche banca, ma all’Italia stessa? Da portarsi a casa senza neanche lo straccio di un voto? Da grandiosi furbetti del quartierino senza soldi?

Non ci sono buone notizie in vista (a parte il referendum, ma non basta). Non si vedono all’orizzonte nuove «finestre di opportunità». Anche per questo il tanto parlare che ancora si fa di riforme costituzionali sa di imbroglio. Un Paese che discute da più di vent’anni di tali riforme e non le fa è un Paese malato. E la sua è una malattia morale.
Nella classe politica, a sinistra e a destra, ci sono diverse personalità di prim’ordine. Esse ingiustamente patiscono del discredito in cui è caduta la politica. Nessuna di loro, singolarmente, può fare nulla per risolvere la crisi. Ma è forse tempo che i migliori delle due parti si siedano intorno a un tavolo per tentare di capire che cosa è umanamente possibile fare al fine di bloccare il degrado della democrazia italiana.

Ecco, finalmente l’hanno detto: un governo di Migliori. Che facciano l’umanamente possibile. Sedendosi intorno ad un tavolo. In chiaro: la spartizione controllata del paese. Allegria. Non c’è dubbio: un grande progresso nell’anno 2007. Io ho usato il termine Ottimati nel post precedente. Credendo di essere provocatorio. Forse pensano di tornare ai tempi di Sella e Minghetti. Ma questa gente ha perso ormai il senso della realtà. E della vergogna.

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3 thoughts on “Gli sfascisti del Corriere”

  1. Nessuno più della sinistra parla di regole che miracolosamente dovrebbero rimettere in piedi il paese sotto la guida e con il consenso dei “migliori”. E nessuno più della sinistra disprezza ed infrange le regole. Vedasi il discorso di Prodi a favore dei poveri e delle famiglie il giorno prima delle elezioni. Ho detto discorso. Quanto agli interventi concreti, ci si penserà più tardi, a babbo morto. Poi, se si vuole e sempre a sinistra, c’è un altro bel campione di rispetto delle regole: l’on Caruso, quello di Napoli.

  2. La tua lucidità nel demolire “l’infantilismo dei volenterosi” è pari solo al particolareggiato analitico con cui lo applichi (l’infantilismo di cui sopra) alle stigmate retoriche del cosidetto giavazzismo, malattia infantile dei neogobettiani. E io la tua lucidità me la sogno, detto en passant.
    Il filone di pensiero lanciato dal rettore della Bocconi, in pratica, si risolve nel paralogismo per eccellenza, allorché parte dal presupposto che in politica “buono” significhi “di sinistra” e ne deduce che, pertanto, il liberismo è per l’appunto “di sinistra”.
    Dicevi che la terza via tra il socialismo e il capitalismo non può che essere il settarismo? Ti sbagliavi: è l’umorismo.

  3. Il paralogismo (ho scoperto una nuova parola 🙂 ) di Giavazzi deriva non da una malattia particolare dell’intelligenza, ma dalla mancanza di coraggio e dall’indisponibilità di pagare di persona i guai derivanti da scomode prese di posizione politiche coerenti con le sue vedute intellettuali: sono quest’ultime invece a pagare, con improbabili acrobazie logiche che non meritano neanche lo sforzo di un’analisi.

    A me reca fastidio questo tormentone sulle regole, perché è un modo spesso di non fare nomi, cognomi e cifre. E soprattutto di allontanare da sé le responsabilità. La colpa diventa del “sistema” e la speranza si fonda in un altro “sistema”. Non che questo non sia un aspetto importante, tutt’altro. Ma dobbiamo stare attenti: il gattopardismo di casa nostra con le discussioni sulle regole e le mitiche riforme, oltre ad ingenerare una malsana e poco democratica superstizione fra la gente sulle qualità miracolistiche delle soluzioni legislative, trova solo la “formula perfetta” per campare altri cent’anni di splendido immobilismo…

    Quanto poi al concetto di legalità imperante a sinistra, beh, è anche più mobile della donna verdiana, …che almeno era donna!!! E quindi degna di ogni comprensione, affetto, carezze, ecc. ecc. 😛

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